Umorismo, Pastiche letterario ed Emarginati – Gli ingredienti di Dieci Dicembre di George Saunders

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Pare un buon momento per i racconti, là fuori. E questo non da un punto di vista della produzione, i buoni racconti si sono sempre scritti e sempre se ne scriveranno, no, io parlo dell’aria mediatica che si respira intorno o, se vogliamo essere più contemporanei e à la page, dell’hype. La Munro vince il Nobel, Jennifer Egan il Pulitzer con un romanzo in forma di racconti, si riscoprono autori come Silvio D’Arzo e anche da queste parti, finalmente, iniziamo ad accorgerci che la short story è un mondo affascinante. Insomma, è davvero un buon momento per un genere che in passato, ma forse anche adesso, è sempre stato alquanto avversato dall’industria culturale: convincere una casa editrice a pubblicare una raccolta di racconti non è cosa facile, i racconti non si vendono, i racconti non li legge nessuno, meglio un romanzo. Eppure la tempesta di premi che sta piovendo addosso a chi i racconti li ha sempre scritti sta forse cambiando qualcosa. E allora ecco che anche case editrici  come la Minimum Fax, che nei racconti ci ha sempre creduto, anzi, ne ha fatto per un certo verso il suo cavallo di battaglia, iniziano a raccogliere giustamente un po’ di frutti da questa nuova primavera delle narrazioni brevi.

Siamo andati via di casa, ci siamo sposati, siamo diventati genitori, abbiamo scoperto che il seme della grettezza fioriva anche dentro di noi

Dieci dicembre di George Saunders è l’ultimo arrivo in casa Minimum Fax, una raccolta di racconti, la quarta per lo scrittore americano (che prima in Italia era pubblicato da una non troppo convinta Einaudi), in lizza – e pure tra i più accreditati – per il National Book Award. Saunders si inscrive in quella tradizione americana che si è concentrata sul comico e sull’ironia come, per citarne alcuni, Donald Barthelme, Kurt Vonnegut e David Foster Wallace. Ed è proprio questo il carattere distintivo dello scrittore Texano, l’umorismo, accompagnato da una verve linguistica istrionica, capace di mutare voce a seconda del personaggio che in quel momento sta raccontando la storia: tutti i racconti di Saunders infatti hanno uno o più narratori interni, una tecnica mimetica che rende la lettura piacevole e coinvolgente. Infatti le vette più alte della raccolta, almeno secondo chi scrive, coincidono quando due punti di vista si scontrano nel raccontare lo stesso evento: i due bambini protagonisti de Il giro della vittoria, o le due mamme a confronto ne Il Cagnolino, e il bellissimo racconto finale Dieci dicembre, che dà il nome all’intera raccolta, in cui un uomo ammalato di tumore allo stadio terminale cerca il suicidio e viene salvato da un bambino che a sua volta si mette nei guai.

Anders ha detto: Chissà come sembro strano agli uccelli. Non ha riso nessuno, abbiamo solo fatto verso che uno fa invece di ridere, così Anders non rimaneva male, dato che sua madre morta da poco.

Ma non finisce qui, la trasversalità compositiva di Saunders si applica anche sul piano formale: il pastiche, il crocevia dei generi e il suo utilizzarli per poi ribaltarli, rivoltarli coma un calzino, unito all’uso di forme di scrittura della vita quotidiana come le mail o il diario sono altri elementi che caratterizzano la sua scrittura. Ed ecco allora la fantascienza comparire in Fuga dall’Aracnotesta e ne Le Ragazze Semplica, il documento ufficiale in Memorandum, il diario sempre ne Le Ragazze Semplica. Ne viene fuori un quadro molto eterogeneo da un punto di vista stilistico, ma estremamente coeso dal punto di vista tematico, simile, se vogliamo, ad un’opera cubista. Le narrazioni di Saunders riguardano tutte la grande società capitalista, i danni che ha provocato e dove ha portato i rapporti umani, dove li ha spinti, che cosa significa far parte di una famiglia, cosa significa avere dei sentimenti, delle ambizioni, dei desideri in un consesso umano dove la mercificazione, l’intrattenimento, la competizione, la regolazione del mondo  sono penetrati così nel profondo. E lo sguardo non è, come già detto, quello tragico del non-c’è-più-niente-da-fare, lo sguardo è quello penetrante del dubbio, perché è grazie al dubbio, alla messa al bando di ogni certezza, che potremmo tirarci fuori, forse, dalla melma in cui tutti noi siamo caduti. Ma Saunders lo dice meglio e in maniera più delicata e divertente della mia, quindi fatevi un favore, leggetevelo.

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 Dieci Dicembre

Autore: George Saunders

Traduttore: Cristiana Mennella
Editore: Minimum Fax
Dati: 2013, pp. 224, € 15,00

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Goethe Muore

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Potrebbe essere difficile individuare Goethe Muore tra gli scaffali di una libreria: quegli scaffali che sembrano cedere sotto il peso di tomi autobiografici che si attestano intorno alle novecento pagine, quasi sempre posizionati con la copertina in bell’evidenza a nascondere tutto ciò che sta dietro, e che accolgono, sotto l’imponente scritta “Impossibile non leggerli” che campeggia in alcuni settori di famose catene librarie, le opere, pur sempre dignitose, di Saviano e Gramellini, tanto per dirne due. Così, per riuscire a scovare quel centinaio di paginette che Adephi ha deciso di regalarci, per la nostra delizia, occorre impegnarsi, e leggere, dopo aver sollevato e rimosso quei tomi da novecento pagine, il dorso dei libri, giustamente collocati di taglio, a partire dalla lettera B, fino ad arrivare a Bernhard Thomas. Un’attività di ricerca, sempre consigliata (metti il caso che poi ci  si imbatta in un autore sconosciuto), che verrà ripagata dal piacere della lettura di questo piccolo grande tesoro  che, se per caso ce ne fosse bisogno, riconcilia con la letteratura. Perché le poche pagine di questi quattro brevissimi racconti (Goethe muore; Montaigne. Un racconto; Incontro; Andata a fuoco. Relazione di viaggio a un ex amico) è come se fossero mille pagine di riflessioni sulla condizione umana, sui metodi educativi, sul decadimento della società, sulla filosofia e sulla letteratura,  trattate con la vena satirica che contraddistingue lo stile di Bernhard, e l’ironia che si trasforma in dramma e lamento con l’assillante ripetizione delle parole. Racconti legati da un filo comune rappresentato dall’ossessione che i protagonisti manifestano verso un sistema educativo oppressivo che trova fonte indifferentemente nei propri genitori e nella patria (Germania o Austria nazionalsocialista che sia), in un crescendo di denuncia che trova riscontro nell’esperienza dell’autore contenuta nei suoi cinque romanzi autobiografici (L’origine. Un accenno; La cantina. Una via di scampo; Il respiro. Una decisione; Il freddo. Una segregazione; Un bambino).

Thomas Bernhard

Il primo racconto vede protagonista Goethe che negli ultimi giorni della sua vita (una vita e una storia reinventata da Bernhard) ha il solo desiderio, quello che lo renderà l’uomo più felice della terra, di incontrare colui che ritiene il suo legittimo successore: Wittgenstein; un desiderio osteggiato da tutti i suoi consiglieri, che non ritengono il filosofo del Tractatus logico-philosophicus (quello stesso Tractatus che Goethe custodisce sotto il cuscino) all’altezza del poeta (un pensatore austriaco! per di più), e che non verrà esaudito per una tragico evento. Qui, Bernhard gioca con lo stile, riportando, con una serie di rimandi, ciò che altri hanno sentito da altri, con giochi di parole e rincorrersi di nomi in cui è facile incartarsi: In effetti Kräuter, così Riemer, ha tentato ancora più volte di dissuadere Goethe dal far venire Wittgenstein a Weimar, e del resto non era poi neppure sicuro, così Kräuter, che Wittgenstein sarebbe davvero venuto a Weimar, anche se a invitarlo era Goethe, il più grande dei tedeschi, giacché il pensiero di Wittgenstein faceva vacillare tale sicurezza, così Kräuter alla lettera; lui, Kräuter, così Riemer, aveva però usato […].  Nel brevissimo racconto però ad emergere è la satira che raggiunge il culmine nel momento in cui si dubita (lo ammette lo stesso Goethe) della genuinità dell’opera goethiana, che non soltanto ha il merito, o la colpa, di aver paralizzato per un paio di secoli la letteratura tedesca, ma altro non è che il frutto di un raggiro beffardo nei confronti del popolo tedesco: così questi tedeschi, che si prestano come nessun altro, io li ho imbrogliati ben bene.

La verve ironica di Bernhard, però, prende un’altra piega, cupa e penetrante,  nel secondo racconto della raccolta, nel quale i destinatari delle invettive del protagonista sono i genitori, rei di una condotta educativa a dir poco repressiva:

Se ti avvicini al pozzo ti ammazziamo di botte, mi avevano detto quando avevo quattro o cinque anni. Se entri nella biblioteca vedrai cosa ti succede, mi dicevano, e intendevano niente di meno se non che mi avrebbero ammazzato di botte. Così, da bambino di quattro e cinque anni, mi avvicinavo al pozzo sempre e soltanto di nascosto, e da adulto, si fa per dire, entravo nella biblioteca sempre e soltanto di nascosto. Loro mi avevano dato a intendere che al pozzo avrei perso l’equilibrio e ci sarei precipitato dentro, senza possibilità di salvezza. E mi avevano sempre dato a intendere che nella biblioteca e in certi libri ben precisi, non dicevano esplicitamente libri filosofici, avrei perso l’equilibrio e ci sarei precipitato dentro, senza possibilità di salvezza.

Così, l’unico rifugio clandestino rimane la biblioteca della torre, e l’unica scialuppa di salvataggio la filosofia di Montaigne, autore di riferimento e ispiratore di tutta l’opera di Bernhard. La letteratura e la filosofia come unici strumenti che rendono l’uomo libero e pienamente realizzato.

Portrait of Montaigne (detail)

Ossessione, quella dei genitori e del sistema educativo, che ritorna ancora più prepotente in Incontro, in cui il racconto di un dialogo tra amici si trasforma in accorato monologo che nonostante il delirante crescendo dei ricordi del protagonista, si conclude con la frase finale dell’interlocutore che ribalta cinicamente ogni prospettiva.

Una foga accusatoria che nell’ultimo racconto prende di mira un altro simbolo della cultura oppressiva , quella ridicola Austria, di cui non vale la pena più parlare.

Temi ricorrenti, quelli di Goethe muore, che trovano conferma in altre opere di Bernhard e nella sua esperienza adolescenziale, come ne Il Freddo (letto in concomitanza), in cui Bernhard, ricoverato suo malgrado in un sanatorio per tubercolotici, cella per i suoi desideri e le sue inclinazioni, ha come unica via di scampo la poesia: esistevo soltanto quando scrivevo.

È lo stesso motivo per cui noi, comuni mortali, dovremmo leggere di letteratura e di poesia. La stessa ragione per entrare in libreria e cercare Goethe muore.

"Ghoethe muore" di Thomas Bernhard (cover)Titolo: Goethe muore
Autore: Thomas Bernhard
Editore: Adelphi
Dati: 2013 (1963), 111 pp., prezzo € 11,00

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Propositi per il nuovo anno [eBook – Free Download]

Finalmente ci siamo. Avremmo voluto regalarvi questo ebook prima che l’anno partisse ma poi la vita ci è piombata addosso feroce e quindi, come al solito, i nostri buoni propositi sono andati a farsi benedire. Ma ci abbiamo creduto, non abbiamo mollato e tra qualche difficoltà (non dico mille perché sennò, che si fa, sempre la parte della vittima?) siamo riusciti a sfornare questo nostro terzo ebook (li ricordate gli altri due? No? Bene allora qui trovate il primo e qui il secondo).

Ancora una pubblicazione collettiva ma questa volta non solo racconti, perché a essi si aggiunge una poesia. Cosa ci troviamo dentro dunque? Ci sono due nostre vecchie conoscenze Manfredi Giffone e Luca Mirarchi, già presenti in Odio l’estate: il primo con una creazione tutta nuova, il secondo con un racconto che è sequel di quel La meccanica degli affetti presente nella scorsa raccolta (ma che, vi assicuriamo, si può leggere in totale autonomia); c’è Fabio Donalisio che attraverso la sua poesia ci fa un oroscopo su come sarà l’anno nuovo, provare per credere; ci sono gli “esordienti” Fabio Tirapelle e Francesco Maria Rinaldi che, ognuno a modo loro, ci raccontano una storia di provincia; ci sono infine Piergiorgio Pulixi e Gianpaolo Roselli che invece infarciscono i loro racconti di armi: a che scopo? Beh, dovete leggere.

A questo punto non ci resta che augurarvi buona lettura e che i vostri buoni propositi siano più concreti e migliori dei nostri.

A presto,

La Redazione

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Ecco la nostra tracklist:

  • Gianpaolo Roselli – La guerra in testa
  • Manfredi Giffone  – °F 451
  • Fabio Donalisio – Astrologo
  • Fabio Tirapelle – Otis
  • Francesco Maria Rinaldi – Morto da una vita
  • Piergiorgio Pulixi – Deep Web
  • Luca Mirarchi – L’ultimo volo di Batman

Ogni casa è una storia – una chiacchierata con Paolo Cognetti

Di Sofia si veste sempre di nero ne avevamo già parlato qui. Ma il libro ci ha intrigato a tal punto, sia per i temi trattati che per la struttura insolita, che abbiamo sentito l’esigenza di sederci a tavolino, accendere Skype e iniziare a chattare con Paolo Cognetti. Quello che ne è venuto fuori lo trovate qui sotto. Buona lettura.

Sofia e la sua bambola di carta

[17:05:18] cataldo: È inevitabile parlare del struttura per questo tuo libro. Però io la lascerei un attimo da parte perché quello di cui mi preme parlare è una caratteristica tua che ho riscontrato in tutti i tuoi libri. Ossia che non sei ossessionato dal descrivere il presente. Perché?

[17:08:00] paolo cognetti: Perché penso che serva una certa distanza tra uno scrittore e le cose che racconta. Per lo meno funziona così per me. Distanza nel tempo e nello spazio: questo libro l’ho scritto soprattutto in montagna, sentendomi lontano da tutto. Quanto al tempo, mi sembra solo adesso di riuscire a pensare bene agli anni Novanta, che sono stati quelli della mia adolescenza. Per gli anni Zero mi servirà un altro po’.

[17:09:03] cataldo: Quindi ecco perché sono assenti i device tecnologici che sembrano tanto modificarci la vita oggi, un po’ come questa chat.

[17:09:32] paolo cognetti: Eh sì. In compenso uso un sacco di roba vintage, come le cabine del telefono e le lettere scritte a mano.

[17:11:02] cataldo: Eppure il modo di narrare, la struttura appunto, è estremamente moderna. Sembra ci sia un ritorno di fiamma per il “romanzo di racconti”. La butto là: è come se rispecchiasse l’andamento ramificato della rete.

[17:13:13] paolo cognetti: Sì, un’immagine possibile è quella della rete. L’altra a mio parere è la serie televisiva. Credo che queste strutture, e i nostri tempi in generale, siano contraddistinti dalla velocità e dalla complessità, che solo in apparenza sono in contraddizione. Si può organizzare una narrazione che sia allo stesso tempo breve e complessa? Il “romanzo di racconti” è un tentativo di farlo.

[17:13:53] cataldo: È, in sostanza, una riflessione sul tempo.

[17:14:29] paolo cognetti: Credo che il tempo sia il tema più importante di cui scrivere oggi. Come funziona il tempo nella nostra testa, intendo.

[17:16:23] cataldo: Tu come numi tutelari citi Hemingway e Salinger però io leggendo il tuo libro ho trovato molto anche della riflessione che Bolaño fa su struttura e tempo: i punti di vista sempre diversi e le incoerenze sono parti fondamentali della costruzione del racconto e della memoria nei Detective Selvaggi. E credo anche nelle storie di Sofia.

[17:18:33] paolo cognetti: Guarda, ho una lacuna enorme su Bolaño e infatti la sto riempiendo, ho 2666 proprio qui davanti a me. Ne riparleremo quando l’avrò finito. Per ora posso dirti che il mio vero nume tutelare è Alice Munro: i racconti di Nemico, amico, amante e di tanti altri suoi libri sono splendidi tentativi di rappresentare gli schemi della memoria.

[17:19:35] cataldo: Un altro tema del libro è il nomadismo, tutti i personaggi sembrano inquieti quando stanno fermi. Prova ne sono anche i cambi di location.

Sofia si veste sempre di nero, di Paolo Cognetti (Minimum Fax, 2012)[17:21:34] paolo cognetti: Io direi che il tema del nomadismo si accoppia in Sofia a quello della casa. Lei a un certo punto dice a una sua amica: una casa è una scatola che divide il mondo in due soli spazi, un dentro e un fuori. E io come scrittore sono ossessionato da quel dentro, che poi è l’interiorità dei personaggi: dal modo in cui i personaggi abitano gli spazi e abitandoli scrivono la propria storia. Poi Sofia è una che scappa dalle relazioni che finiscono, perciò giustamente non fa scappare da una casa all’altra.

[17:22:06] cataldo: Anche in questa concezione della casa c’è Alice Munro

[17:22:29] paolo cognetti: Sì, lei dice spesso che una storia è come una casa. Io aggiungo che ogni casa è una storia.

[17:23:05] cataldo: Quindi in sostanza il nomadismo deriva anche dall’esplosione dell’ultima grande istituzione, diciamo così, italiana: la famiglia.

[17:24:26] paolo cognetti: Ecco, qui siamo un po’ nel cuore della storia di Sofia. All’inizio del libro i suoi genitori sono in crisi, e per risolvere questa crisi pensano bene di lasciare Milano e comprarsi una villetta in Brianza. Poi quella villetta sarà la prigione di Sofia e il primo luogo da cui lei fugge. La famiglia in quanto tale la detesterà sempre.

[17:24:54] cataldo: Tanto è vero che nell’ultimo racconto – Brooklyn Sailor Blues – Sofia appare priva di ogni legame

[17:25:39] paolo cognetti: Si è liberata di tutto e pure del bisogno di avere una casa. Diventa una vagabonda. Qualcuno mi dice che il libro sembra non avere un finale, ma a me pare invece un finale coerente con il percorso di Sofia.

[17:27:07] cataldo: Attraverso Sofia, vediamo tutta una serie di personaggi, molto diversi tra di loro per età anagrafica, concezioni del mondo e attitudini. Tu fai delle vere e proprie incursioni nelle loro vite, quanto è stato difficile costruirli?

[17:28:44] paolo cognetti: È stato difficile ma è anche la cosa che più mi appassiona della scrittura, questo scavo dentro ai personaggi che porto avanti fino a sentirli vivi, io per primo. E poi ho usato delle persone che conosco bene. Tranne Sofia e sua madre, tutti gli altri sono miei amici. E la scrittura per me è anche un modo per ritrarre, raccontare le persone a cui voglio bene.

[17:31:06] cataldo: Alla fine devo dire che è proprio Sofia il personaggio più sfumato, meno delineato. Mentre altri, come il padre, arrivano più chiari e diretti ai nostri occhi.
[17:31:27] cataldo: (Disegnata dal vento è il mio racconto preferito).

[17:34:28] paolo cognetti: Secondo me anche Rossana è ugualmente sfuggente. Proprio perché Rossana e Sofia sono la stessa donna con due destini diversi. È vero, c’è qualcosa di inafferrabile in loro e il mio scrivere è stato come un orbitarci intorno, osservarle da tutti i lati, vedere come modificavano gli spazi e le vite delle persone. Probabilmente non sono arrivato a toccarle, come invece mi è successo con Marta o Roberto, e in fondo va bene così. Penso alle Vergini suicide di Eugenides, inafferrabili nella loro casa. A Holly Golightly che lascia la stessa sensazione alla fine di Colazione da Tiffany. (Anch’io sono molto legato a Disegnata dal vento, è la storia di mio padre).

[17:36:30] cataldo: Un altro racconto che mi ha affascinato molto è Una Storia di Pirati che in qualche modo scolpisce la filosofia ribelle di Sofia.

[17:38:04] paolo cognetti: Quel racconto è nato dal grande amore che ho vissuto per un luogo e un gruppo di persone, la Scighera. È un circolo anarchico di Milano ed è un po’ la mia seconda casa. Scrivendo Una storia di pirati in realtà pensavo a noi, che conquistavamo la nostra Tortuga, ci barricavamo lì dentro e trasformavamo la Bovisa nel Mar dei Caraibi all’inizio del Settecento.

[17:39:12] cataldo: Il personaggio di Oscar in particolare  mi è rimasto impresso. È come se il suo spettro si aggirasse per tutti i racconti, tanto da pensare di rincontrarlo.

[17:41:32] paolo cognetti: Infatti mentre scrivevo l’ultimo racconto, Brooklyn Sailor Blues, mi sono detto: non sarebbe più giusto che invece di Pietro, a Brooklyn Sofia ritrovasse Oscar? Era il tipo giusto per finire a fare il marinaio di Brooklyn. Però aveva un carattere molto diverso da quello del mio alter ego. Allora ho fatto dire a Sofia: non è che ci siamo conosciuti a sette anni, e non me lo ricordo più? Insomma un po’ di Oscar sopravvive fino alla fine del libro.

[17:42:16] cataldo: Come lo spirito della giovinezza che si fa fatica ad ammazzare.

[17:43:08] paolo cognetti: Come uno spirito guida, che durante la vita scompare e riappare ma ci conduce in giro per il mondo e per le nostre scelte.

[17:44:14] cataldo: Senti perché hai deciso di chiudere il romanzo su Brooklyn, non ti è sembrato un po’ di giocare col fuoco descrivendo i ragazzi che provano a fare il salto andando in America?

[17:48:02] paolo cognetti: Ma sì, ho giocato col fuoco raccontando la lotta armata e la fabbrica negli anni Settanta, le villette a schiera negli Ottanta, i centri sociali nei Novanta. Sembrano luoghi comuni ma se quelle cose le hai viste coi tuoi occhi sai che sono le vite delle persone. Io a Brooklyn voglio un bene enorme, ci vado da molti anni ormai, in Brooklyn Sailor Blues ho messo tutto quello che conosco di quel posto. Sono contento perché le persone che amano Brooklyn quanto me amano anche il racconto, è l’apprezzamento migliore che potessi desiderare.

Paolo Cognetti[17:50:27] cataldo: torniamo agli aspetti formali, per l’ultima volta, giuro
[17:51:03] cataldo: i vari racconti hanno tutti un narratore diverso eppure l’ultimo sembra suggerire una chiave di lettura che ribalterebbe la situazione
[17:51:43] cataldo: la domanda dunque è: quanto si può sperimentare attraverso il racconto?

[17:54:39] paolo cognetti: Il narratore di tutti i racconti è Pietro, che un po’ gioca con la vita di Sofia. Perché alcune parti gliele ha raccontate lei ma altre se l’è inventate, del resto Sofia gli ha dato il permesso di farlo. Quanto si può sperimentare? Non so, a me i margini della sperimentazione non interessano molto, amo molto alcuni scrittori e cerco di copiare da loro, aggiungendoci ogni volta qualcosa di mio. Di certo sono uno che si annoia in fretta. Questo lo diceva Carver a proposito del suo amore per il racconto. Mi annoio come lettore e come scrittore, perciò ho sempre bisogno di cambiare linguaggio, punto di vista, tempo della storia, struttura narrativa. Il racconto è perfetto per uno come me.

[17:57:46] cataldo: Prima parlavi di serie tv. A me leggendo il tuo libro un po’ mi è venuta in mente Six Feet Under: anche in Sofia si veste sempre di nero sembra che i rapporti sociali, qualsiasi rapporto sociale, alla fine si estingua anche se le persone fanno tutto il possibile per arginare questa fine.

[18:00:09] paolo cognetti: Sì, i rapporti tra le persone si estinguono. E Sofia vive questa condanna in un modo bruciante. Però una persona in questi giorni mi ha detto anche che il mio è un libro molto affettuoso, nel senso che le persone, nella vita di Sofia, si prendono molto cura le une delle altre. Vale per Marta con Rossana e Sofia, per le attrici, per Pietro. Le relazioni sono le vere zone di autonomia temporanea: poi finiscono, ma finché durano sono rivoluzionarie.

[18:01:56] cataldo: Mi piacerebbe tenere questa come chiusa ma non riesco a resistere dal farti l’ultima provocazione: siamo proprio sicuri che questi racconti si possono leggere in maniera indipendente uno dall’altro? Ho l’idea che questo tuo libro sia più romanzo (o serie) di quanto sembri.

[18:02:41] paolo cognetti: Fai una prova, danne uno a caso a qualcuno che non ha letto il libro e vedi cosa dice. Secondo me funziona!


Titolo: Sofia si veste sempre di nero
Autore: Paolo Cognetti
Editore: Minimum Fax
Dati: 2012, 208 pp., 14,00 €

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Ma voi gli spaghetti cozze e vongole, come li preparate?

No, non è tanto una questione di ricette, sebbene ci siano anch’esse alla fine di questi assaggi d’autore di cucina letteraria editi da Slow Food, quanto piuttosto di come si senta il sapore delle cose che si mangiano, quanto ci si sporchi le mani a prepararle, quanto quello sporco sia piacevole e bislacco, quanto ci sia di memoria e tempo in ogni ingrediente, in ogni gusto.

La questione è la storia che leghiamo (accade a tutti) a un piatto; e il tempo che si interpone tra il momento in cui assaggiamo il piatto che diventerà il Nostro si occupa del resto. Di renderlo squisito, panacea capace di cavarci d’impaccio, inimitabile, unico. E cucinare è un atto di generosità che travalica le mode e le tendenze. Per cucinare (per farlo bene) è necessario dedicarsi, mettersi a nudo: il cibo che prepariamo è assolutamente una delle nostre più genuine manifestazioni. È la parte più gustosa di noi, quella più nustriente che scegliamo di regalare, di condividere con gli altri.

Mi sto dilungando. Io adoro mangiare e cucinare mi rilassa e rinfranca, scrivere di cibo altrettanto. Perdonatemi. Per questa ragione cerco titoli, autori, che possano saziarmi in un senso e nell’altro; cerco libri capaci di nutrirmi e ritengo che le narrazioni che includono almeno una preparazione siano doppiamente accorte. Per questa stessa ragione rifuggo da ricettari blasonati e copertine urlate. Ma se negli scaffali incontro libri dalla copertina di quella ruvidezza elegante che toccarla è un piacere, senza quarta di copertina, senza strilli, piuttosto con un titolo chiaro, una citazione e una illustrazione semplice e diretta come quelle di Chiara Carrer sanno essere, allora mi innamoro. È una partita persa contro principi e propositi: cerco l’unione dei sensi; senza scampo. Del resto il prezzo di copertina lo consente con i suoi accomodanti 5,90 €.

Child Eating Soup  di Guillaumin, ArmandIl primo, azzurro carta da zucchero per confezionare Spaghetti cozze e vongole alla maniera di Nicola Lagioia; “il bello è solo il tremendo all’inizio. E tuttavia può risultare vero anche il contrario”. Così si apre questo racconto culinario di Nicola Lagioia; scavo nella mia memoria ma non mi pare di essermi mai imbattuta in un incipit più evocativo di questo. Da queste due righe in avanti la lettura è obbligata e coinvolgente. L’ho preso in mano in cucina, i miei piatti sono già sui fornelli e probabilmente dovrei seguirli con maggiore attenzione, la sedia è scomoda, non è esattamente quella che avrei scelto per leggere. La lettura non era prevista per quel momento, eppure devo leggere fino in fondo, non ho molta scelta, sono conquistata.

Sono conquistata dal ricorso al ricordo d’infanzia che si fa adulto, che ricorre e ritorna a condire e mitigare il presente. Il racconto è fedele all’impianto classico della storia che prende l’avvio da un’occasione per diventare altro, per evolversi in un’altra esperienza o un’altra occasione, per tendere la mano e salvarci. Il ricordo così com’è non basta; bisogna nutrirlo d’esperienza e l’esperienza la si fa anche in cucina. Gli spaghetti cozze e vongole mangiati da bambino nel 1981 a San Cataldo in provincia di Lecce sono “una promessa di lontananza a due passi dalla bocca”; già dal primo boccone saporito, profumato e fumante si affermano protagonisti incontrastati, archetipi. Però non ho trovato traccia di nostalgia, piuttosto la sana ricerca della perfezione cui è lecito mirare quando si è certi di averla, almeno in un’occasione, incontrata. Mi ero fatta un’idea di questo racconto che si è rivelata essere del tutto sbagliata ma non fuorviante; mi ero fatta l’idea, ingenua, che trattandosi di cibo questo racconto avrebbe avuto un gusto che invece era solo mio. Per fortuna di quell’idea è rimasto poco, certamente immutate e fresche sono invece la vitalità e l’eleganza, la profondità degli intenti e la delicatezza del risultato.

Titolo: Spaghetti cozze e vongole
Autore: Nicola Lagioia
Editore: Slow Food Editore
Dati: 2012, 48 pp., 5,90 €

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Una donna libera di fine Ottocento

Siamo alla fine dell’Ottocento. Un’epoca ancora troppo incline allo scandalo per poter accettare una giovane desiderosa di avventura, senza alcun desiderio di sistemarsi al fianco di un buon partito. Forse il lungo racconto di Henry James potrebbe essere ambientato anche ai giorni nostri. Cos’è cambiato da allora? Le idee o ciò che si dice di pensare? Ma partiamo dall’inizio: siamo a Vevey, in Svizzera, dove un giorno arriva in visita a una zia un giovane americano di nome Frederick, da tempo residente a Ginevra. La tranquillità del luogo, dominato da un placido lago, è destinata a lasciare il cuore del protagonista, presto invaso dal desiderio, misto a inquietudine, per Daisy Miller, una ragazza americana come lui, giunta in Europa per un viaggio di piacere insieme alla madre e al fratellino.

Inquietudine dicevamo. Henry James non spiega esplicitamente il perché di questo strano sentimento; com’è nel suo stile, indaga i sentimenti dei personaggi in modo che sia il lettore a dare una spiegazione. La sua finezza consiste proprio nel portare alla luce sensazioni confuse di cui capiamo i motivi man mano che procediamo con la lettura. Frederick rimane infatti turbato perché Daisy non è imbarazzata quando parla con lui. Per quanto americana, si dimostra comunque un po’ sopra le righe rispetto alle donne dell’epoca, tutte rossori e ritrosia. Daisy affronta un uomo a viso aperto; ecco cosa lo affascina ma allo stesso tempo spaventa. “[ … ] non era né offesa né emozionata ; non si poteva tuttavia dire che vi fosse nel suo atteggiamento nulla di “sfrontato”, poiché la sua espressione era limpida e composta come l’acqua di sorgente; era assai ben disposta verso la conversazione”.

Ecco il punto: Daisy non è artificiale. Non ha bisogno di schiamazzi e starnazzi per farsi notare da un uomo né di tenergli testa rabbiosamente. È naturalmente “alla sua altezza”. Mi verrebbe da dire che l’Henry James di Daisy Miller sia una sorta di femminista ante litteram. Chissà quante volte lui, così introverso e pacato, avrà provato sensazioni simili di fronte a donne serenamente vitali. Ma anziché trincerarsi dietro un atteggiamento misogino, quello che fa nel racconto (chissà nella vita) è di mettersi dalla parte di lei, ragazza incompresa e giudicata. Specialmente dalla comunità americana residente a Roma, tappa del suo lungo viaggio in Europa, dove Frederick la incontra mesi dopo i pochi giorni passati insieme a Vevey come due vecchi amici. È nella capitale che Daisy subisce maggiormente le critiche dei benpensanti americani, specialmente per la sua frequentazione di “tipici cacciatori di dote romani della razza peggiore”. A rendere triste il racconto, però, è l’incertezza di Frederick, che pur essendo terribilmente attratto da Daisy, rimane a distanza per via di un comportamento che non riesce a decodificare.

Di quale reato si macchia dunque Daisy? Di indipendenza? Di autonomia intellettuale? Di tradimento ai nobili costumi? Sono domande che la triste conclusione del racconto lascia aperte. Noi ringraziamo Henry James per aver anticipato i tempi e rimproveriamo Frederick, che non è stato in grado di combattere i pregiudizi sociali, che tuttavia in fondo al cuore lo inorridivano.

Titolo: Daisy Miller
Autore: Henry James
Editore: Rizzoli
Dati: 2008, 125 p., 6,90 €

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Odio l'estate [eBook – Free Download]

Ed eccoci qui con la novità della nostra estate. Dopo le compilation musicali (a proposito avete scaricato l’ultima, vero?) AtlantideZine ha deciso di regalare ai propri lettori una compilation di racconti inediti, il cui titolo è tutto un programma: Odio l’estate. Sei racconti di sei autori, che reinterpretano la stagione della spensieratezza e del divertimento attraverso il segno negativo, sei racconti per stemperare la calura e riportare un po’ di inverno dentro le nostre teste bollenti.

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Ecco la nostra tracklist:

  • Luca Mirarchi – La meccanica degli affetti
  • Elena Orlandi  – Zolle
  • Alice Spano – La vita naturale
  • Barbara Ferraro – Tre nodi, stretti uno dopo l’altro
  • Manfredi Giffone – Dopo di te il tramonto
  • Leonardo Palmisano – Più forte di tutto

A noi non  resta che augurarvi una buona estate e una buona lettura, sperando che tutto ciò sia di vostro gradimento.

Con affetto,

La Redazione

Titolo: Odio l’estateAA. VV. - Odio l'estate (raccolta di racconti)
Autori: Luca Mirarchi, Elena Orlandi, Alice Spano, Barbara Ferraro, Manfredi Giffone, Leonardo Palmisano
A cura di Cataldo Bevilacqua
AtlantideBooks
Dati: 2012, pp 94


Licenza Creative CommonsOdio l’estate by Luca Mirarchi, Elena Orlandi, Alice Spano, Barbara Ferraro, Manfredi Giffone, Leonardo Palmisano is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.