Era nata donna per insegnare ad amare

Ne La profezia della curandera, Manami ci accompagna alla scoperta della potente energia femminile, soffocata dai tempi ma sotterranea come un rivolo d’acqua tra le rocce. La protagonista scappa dalla città e si rifugia in mezzo alle Ande, per apprendere l’antica arte della curandera, colei che cura e guarisce.curanderos

“A partire da questo momento penserai solo alla tua vita. Lavorerai sodo ogni giorno per imparare a conoscerti meglio perché, solo conoscendo te stessa, potrai essere libera e, solo essendo libera, sarai in grado di affrontare ogni problema e ogni pericolo”. Chi non vorrebbe sentirsi dire frasi del genere almeno una volta nella vita? Ne La profezia della curandera, a pronunciarle è Condori, guaritore andino dedito alla formazione di anime elette come quella di Kantu, protagonista della storia. Hernàn Huarache Mamani racconta le peripezie di questa ragazza peruviana che, innamoratasi perdutamente del classico farfallone, decide di intraprendere il percorso che la porterà a diventare una donna libera di decidere della sua vita. Una psicoterapia antilitteram, se non fosse per i metodi per così dire poco ortodossi dei curanderos, eredi dell’antica tradizione inca. Indio Quechua, Mamani è un esperto di cultura andina e uno dei pochi in grado di decifrarne i misteri. Lo scrittore è stato spesso in contatto con sapienti che vivono e che si tramandano, di generazione in generazione, i segreti per condurre una vita autentica, a contatto con la natura e con la propria anima. Se non si avessero queste notizie sull’autore, quella di Kantu sembrerebbe una storia di fantasia, anziché tratta dalla realtà (solo i nomi sono stati scambiati). Innamorata di Juan, studente universitario di ascendenza spagnola, la giovane entra nella dimensione turbolenta dell’amore, che la costringerà a riflettere su se stessa. Anche perché Juan torna da lei solo quando ha tempo e senza ricambiarne la purezza di sentimenti. Ma Kantu, come molte donne, non riesce a negarsi a quell’uomo affascinante, per cui è disposta a tutto. Un giorno viene colpita da un fulmine, evento che, secondo le credenze della cultura inca, la destina a diventare una curandera, guaritrice dedita agli altri. Questo evento la porta a contatto con Anselmo,vecchio saggio del suo piccolo paese d’origine, che scorge in lei delle grosse potenzialità, un potere “magico” che invece Kantu aborrisce, ossessionata dal desiderio di avere Juan tutto per sé. Anselmo, dopo aver consultato le foglie di coca per leggere il futuro della ragazza, preme affinché vada a trovare un uomo che vive ai margini di un villaggio sperduto, il quale la porterà a realizzare il suo destino. Pur con altri scopi, Kantu decide di seguire il consiglio. Ed ecco che Kantu fa il primo passo di un lungo cammino, a contatto con la natura, Condori (questo il nome dell’uomo) e soprattutto se stessa. Gli esercizi consistono in una serie di manovre e di movimenti che Kantu impara a fare dall’osservazione costante Ma anche nell’imparare a domare i serpenti e a stare sola in una grotta buia e silenziosa per giorni interi. Ne La profezia della curandera emergono alcune credenze del popolo andino e di questi personaggi affascinanti quali sono i curanderos. Il lettore occidentale potrebbe rimanere scettico di fronte ad alcune affermazioni, come quella secondo cui tramite l’atto sessuale sia possibile stabilire una sorta di ponte di collegamento con l’universo. Ma, a meno che il romanzo di Mamani non cada in mano a persone dalla razionalità ferrea e dedita alle prove scientifiche, esso solletica la voglia di credere che alcune realtà a noi sconosciute siano realmente sperimentabili. Kantu impara, nel corso della storia, a diventare una vera donna, a dominare se stessa e chi ha di fronte. La donna dipinta nel libro assomiglia, in alcuni tratti, a quella tradizionale, dedita all’amore e all’ “addomesticamento” dell’uomo. Eppure, Kantu è colei nella quale tutte si potranno rispecchiare, soprattutto per il faticoso percorso di autoaffermazione. Il libro parla dell’amore come dello scopo supremo e su questo è impossibile non concordare.

curanderaTitolo: La profezia della curandera
Autore: Hernàn Huarache Mamani
Editore: Piemma
Dati: 2008, 359 pp., € 11,00

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Il confine tra sentimento e patologia

Prendete quattro donne, le loro disastrose storie d’amore e una psicanalista: nella maggior parte dei casi, ne uscirà un libro alla Robin Norwood. Sì, lo evidenzio con una punta di amarezza, perché se Donne che amano troppo è stato un cult quando è uscito (anni ’70), i suoi successori non possono che esserne una copia sbiadita. Alessandra o dell’affanno amoroso; Sofia, un amore tossico; Giulia e l’assalto della passione; Adele, sulla via di un’educazione sentimentale: sono i quattro capitoli che compongono il saggio, cui se ne aggiunge uno finale incentrato sul tempestoso matrimonio tra la poetessa morta suicida Sylvia Plath e Ted Hughes (anche lui poeta e scrittore).

A fare da filo conduttore, i presupposti psicologici delle quattro donne e dei loro amori infelici. Il libro parla infatti di dipendenza affettiva e non semplicemente di scelte sbagliate. Può essere amore ciò che tiene una donna avvinta a un uomo violento? Tralasciando i casi estremi, la domanda viene spontanea ogni qualvolta ci si ritrovi di fronte a donne (e non solo) che accettano troppi compromessi. Come fanno Alessandra, Sofia e Giulia:  ragazze che hanno in comune figure genitoriali oppressive o assenti e un passato difficile alle spalle. Motivi che le spingono a cercare nell’uomo la salvezza e un sostituto dell’amore che non hanno ricevuto a suo tempo. C’è quindi chi accetta rapporti sessuali umilianti, chi sta con uomini che, sotto sotto (e nemmeno troppo) provocano in loro repulsione; chi diventa una bambolina perfetta per accontentare le pretese inconsce del partner. Fin qua siamo tutti d’accordo: in questi casi, in gioco ci sono fattori quali bassa autostima, autolesionismo, pulsione di morte (come la chiamerebbe Freud), condizionamento culturale e mille altri insondabili motivi. Ciò che non quadra, in questi racconti come in tutti i libri dedicati all’argomento, è il collegamento automatico tra la disperazione nel presente e l’assenza o carenza di amore materno nel passato.

La psicologia tende spesso a voler catalogare tutto e a individuare dietro a qualunque azione autodistruttiva sempre gli stessi moventi. Si fa un gran parlare di donne ma poi ci si ritrova immancabilmente a colpevolizzare le madri. Sempre loro. Certo  é  innegabile che in una società come la nostra nella quale è la famiglia a farla da padrone, l’influenza dei genitori sui figli abbia un peso più che rilevante. Ma dietro a certe spiegazioni c’è molto spesso una semplificazione e un aderire a imperativi culturali che generalmente, prima o poi, passano di moda. Nessuno vuole o può negare che si tratti di una delle componenti più importanti di una crescita felice o equilibrata, ma da qualche anno a questa parte non si fa altro che parlare di amore materno con la conseguenza sottile di caricare le donne di responsabilità sempre maggiori. A ogni modo, sono molti gli spunti di riflessione offerti dal libro: in tante potranno riconoscersi nei comportamenti descritti da Anna Salvo e l’operazione più interessante che l’autrice fa è quella di de-vittimizzare le donne che descrive. Operazione audace, è vero: perché chi è vittima di violenze difficilmente accetterà di considerarsi responsabile per non essere fuggita da un rapporto malato o non aver tempestivamente chiesto aiuto.

Ma l’utilità del saggio e delle riflessioni che lo sostanziano  consiste proprio nello svelare alcuni meccanismi che fanno inciampare in storie non solo sbagliate ma distruttive. L’autrice tratteggia quindi il ritratto non di vittime ma di persone adulte che, con caparbietà e determinazione, mettono in scena dinamiche infantili. Donne che si ritrovano a reclamare amore con rabbia, pestando i piedi, come si trattasse di un diritto inalienabile, senza comprendere che dietro a quella rabbia c’è una bambina che grida e che non ha potuto farlo prima, di fronte a genitori che spesso sono stati ciechi e sordi. I difetti del libro sono invece nel linguaggio enfatico e ridondante, nella costruzione a volte artificiosa delle storie, nelle spiegazioni che spesso non lasciano spazio al mistero, all’insondabile che comunque, al di fuori di qualsiasi interpretazione psicanalitica, fa parte dell’animo umano. Il capitolo migliore è indubbiamente l’ultimo: qui il linguaggio poetico ben si sposa con il personaggio trattato. La protagonista è infatti Sylvia Plath, di cui possiamo compatire, seppur in poche pagine, l’inafferrabile tormento che l’ha perseguitata fino al suicidio.

Titolo: Quando l’amore chiede troppo
Autore: Anna Salvo
Editore: Mondadori (Collana Saggi)
2006, 198 p., euro 9,40

 


Storie innamorate dell'amore

Dreams Reallity, Ana Ventura, Nove storie sull'amoreLe certezze che animano caparbie i giorni dei bambini s’indeboliscono nel divenire adulti. Le buffe convinzioni che nessuno potrebbe scardinare, le verità inquiete che nessuno potrebbe (o osa) mettere in discussione perché proprio vere, persino i sentimenti si radicano al cuore e alla mente dei bambini e molto di rado virano verso altre direzioni da quella originariamente presa. Soprattutto l’amore. Da adulti così spaventoso giacché denso e zeppo di una meraviglia e un tumulto disabituati a gestire, da bambini meraviglioso incanto di cui nutrire, di cui nutrirsi.

Difficile il compito di scrivere da adulta ben Nove storie sull’amore (più una) destinate ai bambini con l’intento di spiegarlo, ardimentosa impresa!, come sentimento vivo, mai scontato, soprattutto da condividere. Ci riesce (e chissà quanto a lungo ha provato prima di farlo così bene!) Giovanna Zoboli e lo fa con una voce il cui pregio principale è l’incanto. Difficili da dimenticare “quel silenzio tutto azzurro e l’odore dell’aria gelida [dell’inverno]” o il gesto di un’erba matta che trattiene un uomo “in mezzo al chiaro del mondo, quando nel buio dei fatti tuoi saresti finito nel gran deserto del chissà dove”.

Love, Ana Ventura, Nove storie sull'amore

Le illustrazioni di Ana Ventura, tutte digitali, sono così lievi da sembrare non esserlo e, per me che non stravedo per questa tecnica, sembra che per infondere tanta tenera vitalità e tanto calore in illustrazioni di questo tipo oltre al talento sia necessario senza dubbio l’amore. E l’amore vibra nei tenui colori della terra, nell’opposizione tra vuoto e pieno che si fa contorno netto e conferisce profondità e danzante movimento.

I piedi si fanno radici, i pensieri rami e l’uomo diviene pianta radicandosi saldamente e con grazia alla terra, al suo humus nutriente, al cielo, alla sua limpida aria vivificante. E l’amore si fa seme, con la consapevolezza di poter attecchire o di non riuscire a farlo, si germogliare o di rimanere dormiente per lungo tempo, per sempre.

Ogni storia ha un proprio carattere e un proprio colore: c’è il rosso tondo di una bambina che aveva trovato un uccello, c’è l’azzurro tutto grazie del signore che si sentiva pieno di pioggia. E in ciascuna c’è l’ardimentoso intento di comunicare senza filtro alcuno se non quello della poesia che si fa prosa illuminando lacrime, sorrisi, testardaggini e saltelli d’amore fino a rendere chiaro e manifesto come amare sia necessario e come farlo ci renda capaci anche di ridere con le mani. “Ho le mani che ridono”, pensò una volta un uomo grazie al sogno dell’amore, ed era un pensiero che non aveva mai avuto prima.

Titolo: Nove storie sull’amore (più una)
Autore: Giovanna Zoboli, Ana Ventura
Editore: Topipittori
Dati: 2011, 32 pp., 14,00 €

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La rivincita dei bâtards

Quello che tutti sanno di Le nom des gens è che la protagonista, Baya (la giovane e bravissima Sara Forestier), prende molto sul serio un suo originale impegno politico ispirato al famoso slogan degli anni Sessanta make love not war: va a letto con “quelli di destra” (i fachos) e li converte con successo alle idee della sinistra, sobillandoli nel momento in cui sono più vulnerabili. Effettivamente lo spunto basta da solo ad attirare il pubblico, con la promessa – perfettamente mantenuta – di un’ironia franca, divertente e intelligente sulla destra (le destre, visto che l’azione si svolge all’epoca del ballottaggio Chirac/Le Pen) col suo machismo, ma anche sulla creatività a cui deve ricorrere la base della sinistra in mancanza di alternative valide di governo (suona per caso familiare in Italia?).

Puntare solo su questo dettaglio – come ha scelto di fare la distribuzione – risulta però ingiustamente riduttivo per una storia molto più ricca di riflessioni sui rapporti di coppia, l’amore e la diversità, in cui la connotazione politica della libertà sessuale di Baya è in realtà piuttosto marginale. Il film nel suo complesso è un inno accorato, corale e coloratissimo all’attaccamento alle proprie origini, non nel senso di sclerotico ripiegamento su se stessi e sulla propria comunità – nella maggior parte dei casi peraltro “immaginata”, quando si tratta di immigrati di seconda o terza generazione che magari non hanno mai messo piede nel “paese di origine” – ma ansia di andare incontro all’altro a braccia aperte; tutto il contrario, insomma, di quello che si chiama communautarisme nel dibattito francofono sul multiculturalismo e sul suo eclatante fallimento.
La forza della narrazione sta nel personaggio debordante di Baya (suona brasiliano, ma in effetti è un nome arabo), irresistibile fin dalla prima inquadratura dei suoi anfibi fucsia. Figlia di un immigrato algerino che ha perso quasi tutta la famiglia durante la guerra di indipendenza – periodo ancora molto oscuro della storia francese – e di una gauchiste che mette su con lui una casa piena di colori e gente di ogni tipo, Baya coi suoi grandi occhi azzurri sa che nessuno la prenderebbe per “sporca araba”, ma lei rivendica con orgoglio il suo inequivocabile cognome, Benmahmoud.

Il giorno che incontra Arthur Martin (che sarebbe come chiamarsi Mario Rossi in Italia), veterinario solitario specializzato in necropsia aviaria e seguace del “principio di precauzione”, niente al mondo sembra meno probabile di una loro storia d’amore. Arthur (Jacques Gamblin), infatti, è la quintessenza dell’uomo qualunque, educato a passare inosservato da una madre sfuggita da bambina alla deportazione nazista, che per tutta la vita non racconta mai nulla sui propri genitori né su quello che è successo “quel giorno” e, anzi, con conquistata serenità dissimula il suo cognome originario, Cohen, dietro al banalissimo e molto francese Martin del marito. Arthur per lungo tempo non sa nemmeno di avere origini ebree, non sente l’olocausto come parte della storia della sua famiglia e rifiuta il vittimismo da un lato e il senso di colpa nazionale dall’altro.

Possono due esseri così diversi innamorarsi e essere felici insieme? Esuberanza contro riservatezza; sinistra “senza se e senza ma” contro jospinisme (il vero Lionel Jospin regala un simpatico cammeo); mezzosangue arabo contro mezzosangue ebreo? Fra le rocambolesche avventure dei due improbabili amanti, il regista e sceneggiatore Michel Leclerc (César 2011 insieme a Baya Kasmi per la miglior sceneggiatura originale) ci accompagna per mano sulla soglia della domanda più tabù e sconvolgente che si possa fare in Francia: chi – o cosa – sono veramente i francesi? Il nostro cognome cosa dice della nostra gente, della nostra storia e, più di tutto, del nostro futuro? In un’Europa sempre più allargata e sempre meno sicura della propria identità, in cui pretesi miti celtici si materializzano alle latitudini meno attendibili e una certa tendenza all’arianesimo non è mai davvero sopita, non ci resta che sperare anche noi, come Baya, che quando al mondo saremo tutti bastardi, finalmente vivremo in pace.
Secondo l’Istat, in Italia gli stranieri regolarmente residenti sono il 7% della popolazione; di questi, il 22% sono minorenni e 573mila sono nati in Italia. Forse è già tempo che cominciamo a chiederci anche noi chi sono veramente gli italiani e che genere di paese vogliamo diventare.

 

Le nom des gens (nella versione inglese: The names of love)
Francia, 2010
regia di Michel Leclerc
sceneggiatura di Michel Leclerc e Baya Kasmi
con Jacques Gamblin, Sara Forestier, Zinedine Soualem
durata 1h44m

distribuzione in Italia in attesa di programmazione

Last night I dreamt of you

Questo film parla di cose misteriose e inafferrabili: la felicità, il primo amore, i sogni. Di questi ultimi, soprattutto.
Infatti la storia inizia proprio con un sogno, liquido e indefinito, fatto dalla giovane Singing, una ragazza che vive con la madre vicino al molo e lavora sul traghetto che fa la spola con Kinmen. Singing ha sognato qualcuno che non conosce ma che sente essere molto importante per lei, qualcuno che forse somiglia a suo padre, disperso in mare tanti anni prima. Anche perché, nel sogno, quel ragazzo con la divisa militare stringeva un oggetto molto caro per Singsing, l’unico ricordo di suo padre.

Singing si addormenta e percorre le Terre del Sogno, ma, come tutti noi, vive anche nel mondo della veglia. E non sempre è facile comprendere i confini tra i due luoghi. Soprattutto perché Tsung, il ragazzo che Singing conosce e di cui si innamora, è proprio il soldato del sogno; o, forse, perché quello che succede a Singing è incredibile come il più bello dei sogni.
Il giovane regista taiwanese Hou Chi-Jan – al suo primo, promettente lungometraggio – racconta, con delicatezza, il sentimento che nasce tra i due ragazzi. L’effetto poeticissimo è dovuto in parte a precise scelte di regia e fotografia ma è certamente debitore anche alla straordinaria bravura e naturalezza dei due giovanissimi interpreti (Nikki Hsin-Ying Hsieh e Bryan Shu-Hao Chang) che palpitano insieme ai loro personaggi con ogni respiro, ogni sguardo, ogni sorriso felice e imbarazzato.

Peccato che in certi momenti non si riesca a evitare qualche scivolata nel patinato-caramellato e qualche manierismo da iconografia manga. Un ruolo decisivo in questa stonatura lo gioca anche la musica, troppo esplicitamente costruita a tavolino per suscitare le emozioni dello spettatore.
Ma tralasciando questi piccoli fastidi, il film procede con grazia viaggiando disinvoltamente tra sogno e realtà, tra passato e futuro, incrociando le storie di Singing con quella di Tsung, quella di un operaio indiano naufragato e quella del padre di Singing stesso.
In fondo, chi può dire con certezza cosa accade nei sogni? Chi può giurare che quei visi sconosciuti – che pure in sogno appaiono così familiari – non siano visioni del futuro o, addirittura, i sogni di qualcun altro in cui siamo per qualche motivo inciampati?

Se altri film che hanno scelto il sogno come tema hanno cercato di riprodurne la logica, sembra che l’intento di Hou Chi-Jan fosse, piuttosto, quello di ricrearne l’estetica surreale che mescola il quotidiano all’inconcepibile. Quello che colpisce lo spettatore, infatti, è soprattutto la diffusa sensazione di mistero, unita al sospetto, da qualche parte dentro di noi, che nei sogni siano nascosti dei messaggi importanti che ancora non siamo in grado di decifrare.
La trama è solo apparentemente complicata ma, alla fine, ogni cosa trova una sua collocazione, sebbene l’autore non paia considerare la struttura narrativa una delle sue priorità.
Man mano che il finale si avvicina, il tema del sogno e della sua potenzialità (potremmo, attraverso i sogni, addirittura cambiare il nostro futuro?) viene sostituito prepotentemente da una serie di riflessioni (non particolarmente originali) sull’amore che vince su ogni cosa, persino sulla morte, persino sull’istinto animale di salvare se stessi.

Nessuna programmazione prevista in Italia, al momento, per questo film che ha suscitato un certo interesse al festival di Berlino.
Forse la trama leggermente discontinua e alcune sequenze volutamente illogiche hanno scoraggiato i distributori. Ma il film è molto più accessibile di quanto ci si potrebbe aspettare e rappresenta indubbiamente un’interessante opera prima.
La giovanissima coppia non si scambia neanche un bacio davanti ai nostri occhi, eppure i loro dialoghi, banali e triti come quelli di ogni coppia di adolescenti, comunicano perfettamente la certezza che il loro sia un amore puro e profondissimo.
A vederli così completamente felici verrebbe voglia di avere di nuovo sedici anni e di innamorarsi di nuovo per la prima volta.
O almeno di poterlo sognare.

 

One day, Taiwan 2010
regia di Hou Chi-Jan
con Nikki Hsin-Ying Hsieh e Bryan Shu-Hao Chang
93 minuti
sito ufficiale del film