Urban Country – urbano vs. rurale in mostra

Urban Country, Poggibonsi

L’eterno contrasto tra città e campagna, tra l’immaginario urbano e quello rurale,  si declina nelle opere di quattro giovani artisti emergenti nella mostra collettiva Urban Country a Poggibonsi (Siena), curata da Marina Giorgini e coordinata da Paolo Massarelli, che ospita le opere di Romina Farris, Nadia Medda, Giulia Raponi e Giovanni Senatore.

Il contrasto tra spazio urbano e spazio rurale ha un ruolo centrale nella cultura contemporanea: se da una parte lo spazio urbano della metropoli si impone come luogo di incontro, di scambio e di sperimentazione, dall’altra l’aggressione all’ambiente ha per ineluttabile esito cieli oscuri di smog rischiarati soltanto dalla fioca luce di un sole che sembra piuttosto una lampadina offuscata. Questa mostra non intende dare delle risposte a quesiti di tale complessità ma proporre spunti di riflessione e di ricerca.

La mostra si è inaugurata lo scorso weekend presso lo studio fotografico Modoluce in Piazza Emilia Romagna nella zona industriale dei Fosci a Poggibonsi, struttura di 600 metri quadrati, allestita con set e macchinari per le riprese foto – cinematografiche e il finissage sarà il prossimo sabato 8 febbraio dalle 18 alle 22 e vale una visita.

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Studio fotografico Modoluce
Piazza Emilia Romagna, 13
Poggibonsi (Siena)
fino al 08/02

"I miei disegni sono bandiere della gioia e della forza" – La Transavanguardia di Nicola De Maria

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Un giovane fotografo della provincia di Benevento si trasferisce a Torino per studiare medicina. Siamo all’inizio degli anni Settanta, un periodo in cui il capoluogo piemontese consolida la sua nomea di città industriale grigia, chiusa e stanca. Poco dopo sarebbe diventata anche pericolosa. Il ragazzo si laurea, potrebbe diventare medico, ma conosce i coniugi Merz, Mario e Marisa, che, forse intravedendo nei suoi scatti una spiccata sensibilità cromatica, lo introducono nell’ambiente artistico torinese, un mondo a parte, colorato e fantasioso – soprattutto fantasioso – , che non appare affatto appesantito dal piombo di quegli anni e vive ancora della spinta propulsiva dell’Arte Povera. È il 1977 e Torino è a tutti gli effetti una città pericolosa, ma lui non se ne va. Non se ne andrà mai più.

Nicola De Maria (Foglianise, 1954) abbandona la macchina fotografica per darsi al disegno e alla pittura, una scelta che viene subito premiata con l’interesse delle gallerie e dei critici d’arte più in voga, Achille Bonito Oliva su tutti, che farà di lui uno dei cinque protagonisti della Transavanguardia. I suoi disegni, le sue tele e i murales non hanno nulla di torinese: appaiono, anzi, esasperatamente vivaci e squillano di colori puri e di forme essenziali. Ancora oggi, entrando alla GAM, dove si è appena inaugurata la mostra I fogli che il vento mi sparge sono disegni di vento e di animali, è difficile non rimanere a bocca aperta. Le oltre 250 testimonianze su carta – acquerelli, tempere, ritagli, matite, tecniche miste – e le opere realizzate dall’artista appositamente per l’evento – un’opera muraria di dimensioni imponenti (9×4 m), due carte di grandi dimensioni (5x 2m) e alcune pitture parietali – sono una più rilucente e sgargiante dell’altra e trovano l’apoteosi nel murale Testa dell’artista cosmico: universo senza bombe (2013).

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L’arte di De Maria, oltre a essere cromaticamente esplosiva, è poetica e filosofica nei titoli e nelle intenzioni, ma ancor più intrigante è il suo aspetto ossessivo che si traduce nella necessaria ricerca della felicità, forse non così evidente nelle opere dei primi anni, che nell’uso feroce e apparentemente scriteriato della matita ricordano da vicino il maestro americano Cy Twombly, ma diventa evidente già a inizio anni Ottanta, nella ripetizione infinita di segni capaci di ridurre il fiore alla sua essenza iconografica, e di li a poco si palesa compiutamente in opere quali Universo senza bombe. Onde e suoni nel regno dei fiori (1983-1985) e Universo irrealistaaaaa (2004), in cui i colori si stendono su cartine geografiche, coprendole quasi completamente, tanto che il supporto è riconoscibile solo da molto vicino.

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La pittura di Nicola De Maria sembra volersi porre come una negazione cromatica del mondo reale e dei suoi mali, dando vita a universi fatti di losanghe di colori affascinanti e forme rassicuranti. La felicità che traspare a prima vista è costruita attraverso gesti drammatici e violenti, pennellate che si intersecano e sovrappongono, lasciando tracce visibili sul supporto pittorico. «I miei disegni – racconta l’artista – sono bandiere della gioia e della forza. Suonano le campane fugge l’infelicità dal mondo. I miei disegni sono fiori magici, usignoli fatati». Esseri che nascono in contrapposizione con i mali del mondo, per nasconderlo e farlo dimenticare. Sono gli universi onirici e fantastici in cui si rifugiano i bambini e lo sono nella forma e nei contenuti. Un giovane fotografo si trasferisce a Torino. Forse rimane colpito dal suo grigiore, dalla sua stanchezza e poi dalla sua violenza e a forza di matita e pennello decide di rimuoverne i mali e i traumi tratteggiando uno splendido universo di colori in cui evadere. Non lascerà più la città, ma non è detto che vi abbia mai vissuto davvero.

Fino al 29 settembre 2013
GAM
Via Magenta 31, Torino
Info: www.gamtorino.it

Fijodor Benzo. Street art, psichedelia e rivoluzione

SAM 2012 MrfijodorC’è voluto del tempo perché la Street art venisse definitivamente sdoganata, ma ora, nelle grandi città come Torino, la scena urbana è vivace e apprezzata. Qui, capita di imbattersi in murales che rivitalizzano intere facciate grigie, come quelle di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università, realizzate nel 2010 in occasione del festival d’arte urbana Picturn.

Culture colors your life TORINO 2010  Mrfijodor Corn79 Wens Piove Reser Truly Design«Quella prima edizione è stata importante – spiega Fijodor Benzo artista e anima dell’associazione Il Cerchio e le gocce, che del Picturin è la principale promotrice –. Abbiamo portato a Torino dei nomi importanti, anche dall’estero». Eppure, uno dei lavori che rimangono più impressi l’ha ideato lui, torinese d’adozione dal 2004. Culture colors life è un esempio delle capacità dell’artista, che coniuga una figurazione ironica e onirica, debitrice dei fumetti e dei cartoni animati, a una spiccata sensibilità cromatica. Se l’arte urbana non è più ghettizzata, è merito di artisti come lui, che vivono i muri come un luogo di sperimentazione. «Rispetto a prima si sono capite meglio le potenzialità dell’arte urbana e si sono sviluppate le capacità per rendere dei prodotti che fossero interessanti sulle grandi dimensioni. Sono aumentati il confronto e la competizione e gli artisti hanno dovuto sviluppare delle tecniche nuove per emergere».

Mrfijodor for WEEW Smart Design DIEFFE ART GALLERYL’arte di Fijodor, però, va oltre il muro, come testimoniano le opere il mostra alla galleria Dieffe di Torino, fino al 31 maggio 2013. Per tale occasione, l’artista ha decorato tre orologi creati da WEEW Smart Design. «L’uomo è un essere che rincorre il tempo e non può fare a meno di misurarlo – racconta l’artista delle tre opere –. La clessidra è stato il primo strumento di misura del tempo indipendente dalle osservazioni astronomiche. La clessidra, calcola un tempo approssimativo e variabile. Nel nostro quotidiano abbiamo molti mezzi che scandiscono il nostro tempo. Orologi inconsapevoli della nostra vita: dalla pausa caffè alla sigaretta, fino alle telefonate. Gli elefanti rosa nascono dal film Dumbo, realizzato dalla Disney nel 1941. Il piccolo elefantino ha una deformità alle orecchie, che gli provoca la derisione da parte dei personaggi del Circo nel quale vive. Una sera durante un allucinazione alcolica e psichedelica, dalla sua fantasia effervescente nascono gli elefanti rosa. Il giorno dopo, arriva l’idea di usare le sue grandi orecchie come ali per volare. Il suo difetto diventa il suo punto di forza. Nel mio immaginario gli elefantini rosa sono un simbolo di fantasia, psichedelica e di riscatto nei confronti della vita».

Natura Morta, il necessario per la sommossa- San Pietrini, molotov, limoni e tanta fantasia - 100x100cm - Mrfijodor 2013Oltre ai tre orologi, il cui ricavato dalla vendita sarà totalmente devoluto all’associazione UGI, che si occupa di bambini affetti da tumore e delle loro famiglie, la mostra presenta anche alcune tele realizzate da Fijodor. «Ultimamente, amo di più i miei lavori su tela. Sto lavorando con le ossidazioni e i giochi di trasparenze. Prima lavoro sul fondo astratto, poi nascono le figure, spesso ricorrenti, come gli elefantini rosa, che rappresentano la capacità di trasformare i propri difetti in punti di forza, oltre che la parte psichedelica e onirica». Questo è solo uno degli aspetti di gioiosa rivoluzione che traspare dalle sue opere. «Ora sto lavorando a una serie sulle rivolte popolari, trattandole sotto forma di natura morta. Sulle tele appaiono sampietrini e molotov che, esteticamente, devono molo a Morandi. Ho voluto rappresentare qualcosa di dinamico, come i moti di rivolta, attraverso una forma che fosse molto statica, come la natura morta».

Fino al 31 maggio 2013
Dieffe Arte Contemporanea
Via Porta Palatina 9, Torino
Info: www.galleriadieffe.com; www.mrfijodor.it

Gli universi stellari di Giulio Turcato

Mi era già capitato in un paio di occasioni di incrociare le opere di Giulio Turcato (Mantova, 1912 – Roma, 1995): prima alla GAM di Torino, dove sono esposte in permanenza tre sue Composizioni informali e, in seguito, non più tardi di un anno fa, collaborando alla realizzazione della mostra del Gruppo degli Otto del MACA di Acri. Soprattutto in questo secondo caso, posto a confronto con un nucleo di suoi contemporanei che, almeno per la breve durata della vita del “Gruppo”, gli erano affini nella ricerca teorica tesa al raggiungimento di una risoluzione informale intrisa d’introspezione e lontana da qualsiasi compromesso astratto-geometrico o figurativo, Turcato mi era apparso di un valore artistico e di una freschezza superiori rispetto agli altri, forse eguagliato dal solo Emilio Vedova.

Approfittando di un momento libero in un fine settimana romano frenetico e stancante, ho scelto, tra le varie possibilità espositive offerte dalla capitale, di recarmi al MACRO, mosso proprio dalla curiosità di conoscere più a fondo l’arte del pittore mantovano. La mostra Stellare, a cura di Benedetta Carpi De Resmini e Martina Caruso, celebra il centenario dalla nascita dell’artista raccogliendo una selezione non particolarmente numerosa, ma certamente mirata, di opere, in cui viene esaltata la delicata eleganza delle sue composizioni astratte (Stellare, 1973) e l’inserimento innovativo – quantomeno in Italia – di oggetti estranei all’interno della superficie pittorica, come accade nell’astrale Tranquillanti per il mondo del 1961.

A rendere ancor più piacevole la mostra sono i numerosi materiali d’archivio riposti all’interno di due monoliti di cassetti liberamente consultabili che troneggiano al centro dell’unica sala dedicata all’esposizione, e, soprattutto, lo splendido contrasto offerto dalle due opere principali della raccolta. Comizio (1950) offre una vigorosa rappresentazione dello stretto legame che, in quegli anni, intercorreva tra arte e politica, trasformando le bandiere rosse dei manifestanti in altrettante vele che colmano si sé la superficie di un mare urbano. Al lato opposto dell’allestimento, La porta (1973) combina la presenza scultorea della struttura in legno ai tratti sinuosi dell’artista, per aprirsi, guidata dalla mano del visitatore, su di un mondo ancor più variopinti, ideato da Turcato appositamente come universo pittorico di evasione dal mondo reale.

Fino al 13 gennaio 2013
MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma
Via Nizza 138, Roma
info: www.museomacro.org

Buon compleanno Gerhard Richter

Non c’è modo migliore per festeggiare l’ottantesimo compleanno di uno dei più importanti – e quotati – artisti viventi, che dedicargli una tripla mostra personale in alcuni dei più importanti spazi espositivi d’Europa. Dopo il successo riscosso alla Tate Modern di Londra e alla Neue Nationalgalerie di Berlino, la ricchissima collezione di opere del meritatamente acclamato pittore tedesco Gerhard Richter, che compongono la retrospettiva Panorama, è approdata nei vasti spazi bianchi dell’ultimo piano del Centre Pompidou di Parigi. Per nulla al mondo mi sarei perso l’occasione di affondare lo sguardo nell’infinita versatilità di un artista capace di passare dai grigi delle tele monocrome e del realismo fotografico all’astrattismo informale più cromaticamente intenso, senza perdere nulla in qualità e impatto emotivo.

Lasciandomi trasportare dai nastri di scale mobili che si inerpicano nei tubi trasparenti che sono le vene scoperte della struttura scheletrica ideata da Renzo Piano, mi carico di un’ansia anticipatoria che si fa più intensa man mano che il mio orizzonte parigino si allarga e lo sguardo supera le ultime fronde degli alberi e i piani alti delle case, i tetti scuri con i caratteristici abbaini, fino a cogliere una visione d’insieme della città, dal Sacro Cuore alla Tour Eiffel e poi le nuvole nel cielo azzurro – le stesse che vedrò, identiche per impressione di leggerezza e rarefazione, all’interno della mostra e non potevano mancare, perché la pittura di Richter raccoglie un intero universo fatto di memorie tragiche e dattagliatissime ossessioni.

C’è Parigi anche all’interno delle sale del Centre Pompidou, ma è quella degli edifici martoriati della Seconda Guerra Mondiale, raccontata con una precisione stupefacente in un dipinto del 1968. Sono gli anni in cui Richter lavora a partire dalle fotografie, ritraendo una serie di importanti testimonianze storiche. Continuerà a farlo per tutto l’arco della sua carriera, come testimonia la tela del 2005 dedicata al disastro delle Torri Gemelle. Anche in questo caso il realismo è impressionante, ma Richter riesce a superare le sue capacità tecniche con un semplice gesto romantico e filosofico: passando un pennello bagnato sul dipinto ancora umido restituisce una lieve impressione di offuscamento. La riconoscibilità rimane imperturbata, ma l’opera acquisisce una dimensione ulteriore, quella del tempo.

Il percorso attraverso cui si dipana la mostra è cronologico e tematico e muovendosi a passo lento, di sala in sala, ci si imbatte nell’infinita malinconia dei monocromi degli anni Settanta, in pieno contrasto con le successive opere astratte. Le loro grandi dimensioni sembrano fatte apposta per fagocitare i visitatori al loro interno. Sono viscerali, istintive, ferine quanto lo erano i dipinti di Emilio Vedova, ma Richter, rispetto al grande maestro veneziano, ha un gusto più spiccato per i colori intensi, acidi, che in certi casi lambiscono la fluorescenza.

Proseguendo nella visita non si può fare a meno di sentirsi sopraffatti dalla quantità di opere presenti e dalla loro varietà: i ritratti di fronte, quelli enigmatici di spalle con i capelli a tal punto setosi che viene l’irresistibile desiderio di accarezzarli, le stampe digitali, le tele fatte di linee colorate che si sovrappongono l’una all’altra con rigore matematico. È un’apoteosi. È la consacrazione di un genio dell’arte contemporanea che parla di memoria, passione e infinito, ed è già un classico le cui opere supereranno i limiti circostanziali dell’epoca del ready made e del concettualismo. Buon compleanno Gerhard Richter!

 

Fino al 24 settembre 2012
Centre Pompidou, Parigi
www.centrepompidou.fr

Cosa resta del Dadaismo?

C’è stato uHans Richter - Man Kann, 1960n momento, a ridosso della fine del primo conflitto mondiale, in cui la devastazione e l’orrore provocati da quella stessa sanguinosissima guerra furono vissuti come l’inevitabile portato di una cultura vecchia, autoritaria e violenta. Il termine dei combattimenti venne accompagnato, prima nella neutrale Svizzera e poi nel resto dell’Europa centrale, dall’improvvisa nascita di un movimento avanguardistico che trovava nel totale rifiuto delle regole linguistiche ed estetiche la propria prerogativa e il proprio manifesto. Il Dadaismo nacque dalla voglia di libertà dei suoi membri e in totale libertà si sviluppò a cavallo tra le due guerre.

Hans Richter - Dreams that money can buy (still), 1947L’artista e cineasta tedesco Hans Richter (Berlino, 1888 – Locarno, 1976) è uno dei migliori esempi dello spirito Dada. Infarcito delle modalità pittoriche dell’espressionismo tedesco, trova presto scomodo l’angusto spazio della tela, troppo risicato per le sue ambiziose sperimentazioni. Si sposta, allora, sui rotoli di origine orientale, ma anche quelli rimasero solo una tappa intermedia di una progressione artistica che cerca di restituire il movimento in assoluta purezza. L’unica soluzione era il film ed egli è tra i primi e più eccelsi sperimentatori di quel nuovo mezzo espressivo, giungendo sino ad aggiudicarsi un Leone d’Oro a Venezia per il lungometraggio Dreams That Money Can Buy (1947), presente nella mostra Dada fino all’ultimo respiro assieme ad altri trenta esemplari della produzione cinematografica del grande artista tedesco e di altri suoi contemporanei e compagni dadaisti, quali Marcel Duchamp, Fernand Léger e Man Ray. Queste opere, sommate alle settanta testimonianze grafiche e pittoriche che spaziano lungo tutta la carriera artistica di Richter, compongono l’importante retrospettiva che il MACA di Acri (Cs) ospita fino al 7 ottobre 2012.

You are the one who has Changed from Gabe Vega on Vimeo.

Hans Richter, Variation sur le theme des tetes dadaLa mostra, a cura di Marisa Vescovo e realizzata in collaborazione con le associazioni culturali De Arte e Oesum Led Icima, è un dovuto omaggio a uno dei più importanti e poliedrici artisti del Novecento, capace di restituirne lo spirito innovatore in un allestimento che non trascura nessuno dei numerosi media artistici a cui Richter si è dedicato durante la sua lunga carriere.

Giuseppe Lo Schiavo, I Stay Here, 2012, cm 40x 65, fine art printA partire dal 15 settembre 2012, alla mostra verrà affiancata un’esposizione di lavori dei sette giovani artisti vincitori del concorso Young at Art (Walter Carnì, Giuseppe Lo Schiavo, Armando Sdao, Valentina Trifoglio, Giuseppe Vecchio Barbieri e il duo MovimentoMilc, formato da Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio), che reinterpreteranno, ognuno attraverso il proprio peculiare stile, le suggestioni provate confrontandosi con l’opera di Richter, dando vita a un’interessante riflessione sull’eredità del Dadaismo nell’arte contemporanea, declinata attraverso l’intero spettro delle sue modalità espressive: pittura, scultura, body art, grafica vettoriale, fotografia e video-arte. Per chi fosse curioso, alcune opere dei sette giovani artisti sono visibili al link http://www.mediocratitour.it, in una riproposizione digitale della mostra che li ha visti protagonisti al MACA nei mesi di aprile e maggio.

Hans Richter. Dada fino all’ultimo respiro
fino al 7 ottobre 2012
http://www.museovigliaturo.it

Mirò e Dalì. Due geni catalani in mostra a Roma

Quando succede che, nel breve arco di un quarto di secolo, nell’ancor più ristretto spazio della regione autonoma della Catalunya, nascano e successivamente operino tre geni incontrastati dell’arte del Novecento, viene da credere alle congiunture astrali e all’influenza di stelle e pianeti sulle umane fortune e disgrazie.  Che Pablo Picasso, originario di Malaga, ma che a Barcellona ha vissuto negli anni della formazione pittorica, Joan Miró, natio della capitale catalana, e Salvador Dalì, il quale, pur conquistando le capitali mondiali dell’arte, non si è mai mosso dalla sua provinciale Figueres – regalandole un visitatissimo mausoleo surrealista –  si siano incrociati, o anche solo seguiti a distanza di pochi anni e pochi passi, sulle Ramblas o ai tavoli intrisi d’assenzio del bar Marsella, è un pensiero di poco meno sconvolgente di quello di Leonardo e Michelangelo che passeggiano nel centro di Firenze.

Joan Mirò, OiseauxA Roma, mentre l’economia catalana, come quella spagnola – e non solo -, è al collasso e le strade di Barcellona si fanno sempre più  povere e pericolose, si è deciso di prorogare fino al 23 agosto la bella mostra Poesie di luce, che raccoglie 80 lavori di Mirò, allungando di una altro mese la coabitazione capitolina tra il grande maestro del colore e quel terzo surreale polo della triade sopracitata, che, in perfetto e trionfante stile daliniano, si presenta con ben 130 opere. Manca Picasso per vestire interamente l’urbe eterna di “blaugrana”, ma  bastano l’incisivo Oiseaux (1973) o il Senza titolo del 1978, presenti al Chiostro del Bramante, o i celeberrimi Angelus architettonico di Millet (1933) e la Madonna di Port Lligat (1950) – emblematici di due fasi distinte della carriera di Dalì – che dominano con altri capolavori al Complesso del Vittoriano, a colmare il vuoto cubista.

Salvador Dalì, Angelus architettonico di MilletEntrambi gli artisti erano assenti da Roma da molto tempo, Dalì addirittura da sessant’anni, e allora si può anche concedere qualche mancanza e qualche leggera approssimazione alle due rassegne, che, nel complesso, risultano assolutamente godibili. Miró, in Italia, non è mai stato compreso fino in fondo, e Poesie di Luce si aggiunge alle tante mostre che, negli ultimi due anni, stanno segnando, finalmente, una tarda infatuazione del pubblico italiano per il grande artista, dalla Valle d’Aosta alla Toscana, nel tentativo di rimediare a questa immensa lacuna. Dalì è sempre stato amato e conosciuto. Lo è stato, anzi, a tal punto, che dedicargli una grande mostra appariva un’operazione eccessivamente commerciale e dozzinale, svilendo le sue reali, immense doti artistiche dietro quell’eccesso di maestria comunicativa che ha fatto del suo volto un’icona popolare, come quello di pochi altri artisti prima e dopo di lui.

Cogliere la possibilità di godere consecutivamente dell’arte del fanciullesco Miró, che Jacques Prévert aveva definito come «un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni», e della mastodontica personalità dell’istrionico Dalì, tradotta in dipinti tecnicamente perfetti e immaginativamente incomparabili, è un’occasione da non perdere per immergersi nel cuore della creatività catalana. Caro Picasso, sarà per la prossima volta.

Joan Miró. Poesie di Luce
Fino al 23 agosto 2012
Chiostro del Bramante, Roma
www.mostramiro.it

Salvador Dalì. Un artista, un genio
Fino al 1° luglio 2012
Complesso del Vittoriano, Roma
www.comunicareorganizzando.it

Artisti Sommersi. Enrico Mazzone

Capita ancora spesso di avere un’idea romantica e romanzata della figura dell’Artista, come se egli fosse perennemente un membro dello Sturm und Drang, della Bohème o della Scapigliatura, mentre attorno a lui il mondo si muove freneticamente senza che manifesti alcuna traccia residua di romanticismi e idealismi vari. La realtà dei fatti è ben diversa: anche l’Artista si è adeguato ai dettami del XXI secolo. Se è già affermato, il suo lavoro e la sua immagine vengono promosse da un ufficio stampa, come capita per qualsiasi altro personaggio di un certo calibro; se è alle prime armi, non rimane certo chiuso in una soffitta di Montmartre, ma, anzi, studia strategie – che a volte forzano malamente la naturale ispirazione – per emergere dal foltissimo gruppo, o, semplicemente, per sopravvivere: si butta sulla comunicazione, sulla pubblicità, il design, la grafica.

Com’è ovvio, ci sono le eccezioni che apparentemente stridono con l’epoca attuale, ma sono in realtà un sano e affascinante controcanto che conferma quell’idea tanto amata del temperamento artistico.

Enrico Mazzone (Torino, 1982) è uno di questi formidabili girovaghi romantici; una sensibilità baudelairiana fuori del tempo, dotata di un affascinante immaginario gotico reso su carta da una manualità superba, alla costante ricerca d’ispirazione in nuovi luoghi.

Da quando ho iniziato a muovermi, circa due anni fa, penso di aver ristretto il mio immaginario alla stregua dell’esperienza. Spostandosi, si è sempre investiti da un ondata di feedback, che non si riescono definitivamente a imprimere. Per questo motivo lo stile cambia adeguandosi alla circostanza. È un concetto situazionista che, per semplificare, si risolve nel detto “paese che vai usanze che trovi”. Ogni posto ha la sua luce, il suo flusso, e di conseguenza può influire sulla sfera percettiva/emotiva. All’inizio sono sempre un po’ spaventato. Credo sia normale dopo aver vissuto per ventisette anni all’ombra di una famiglia serena, ma turbolenta. Ora che le acque si sono rotte per la seconda volta, non posso che avere i ricordi di prime esperienze precedenti da riutilizzare come frantumi.

Nell’Ottocento, l’orizzonte era Parigi. Negli anni Ottanta, è stata la volta di New York. Ora tocca a Berlino richiamare a sé i giovani artisti.

 

Berlino proprio non mi piace. Magari Norimberga farebbe al caso mio, come Canterbury invece di Londra. Ora sono leggermente bloccato perché una città come Berlino è parecchio inflazionata. Una sorta di “barcellonizzazione” la sta invadendo di uno strato superficiale; c’è di buono che le correnti sotterranee la sanno sempre rinnovare, ma di una nuova schiuma destinata presto e comunque a evaporare.

Non pensi, quindi, che per un artista sia più facile emergere a Berlino che, ad esempio, a Torino?

Bè, penso che un artista possa essere reso libero di emergere innanzitutto dal suo ego, dalle sue ansie, paure e tensioni, questo è (introspettivamente) già tanto e non sono in molti ad avere la fortuna di coglierlo. Ancora una volta non è importante il luogo, ma il modo in cui ci si pone nei confronti delle persone. A me manca davvero tanto la mia città, le persone amiche e nemiche. Posso solo dire, cinicamente, che il Nord Europa permette a un artista di ottenere maggiore credibilità e organizzazione, ma questo non ha davvero nulla a che fare con l’impegno che si mette nella propria arte.

Nell’inverno scorso hai collaborato con la band OvO, creando delle tavole pittoriche durante la loro esibizione. Hai poi realizzato delle copertine per una band del panorama black metal scandinavo…

Finalmente lavorare a stretta vicinanza con un gruppo (i giovani Svikt) mi ha saputo dare le giuste suggestioni per condividere  il medesimo clima dissonante nel quale ricreare magmaticamente un concetto. Ancora musica e immagine che giocano a un girotondo caleidoscopico. La musica aiuta a distendere il segno quanto il pigmento su una tela. La musica riesce ancora a  cambiare il quotidiano sentimento di tristezza o felicità. Credo che tutti siamo d’accordo sul valore aggiuntivo che sa enfatizzare.

Ultimamente stai sperimentando molto con i toni rossi e gialli, che si sono venuti ad aggiungere alle tue figure cromaticamente neutre…

Ecco, appunto, Berlino è fatta di quei rossi e gialli… Questo è ciò che vedo, respiro e sento tutti i giorni. Di contro alle polluzioni naturali norvegesi, giocati sui blu amarantini e oltremare che si scagliano aggredendo i rosa più tenui dell’orizzonte.

Sperimentare va bene ma fino ad un certo punto. In caso contrario si costruisce un edificio eclettico senza che mai avere il riparo di un tetto.

Le verità svelate del Prof. Bad Trip

Si può dipingere ovunque, sembra suggerire il Prof. Bad Trip – al secolo Gianluca Lerici (La Spezia, 1962 – La Spezia, 2006) – attraverso le sue opere. Tela, carta, una t-shirt, un francobollo e un muro diventano la stessa medesima cosa quando balena alla mente l’istinto creativo, l’ennesima immagine psichedelica e apocalittica che, da lì  poco, ne saturerà l’intera superficie. Perché è fondamentale che non si lasci il benché minimo spazio vuoto. I colori elettrici, acidi, le forme sbilenche, fluide e ripetitive devono diventare la vostra, la nostra nuova realtà, svelata, più che creata, perché il Prof. Bad Trip, come ogni artista rivoluzionario e irriverente che si rispetti, svela gli inganni delle tinte smorte e delle forme ordinate che siamo stancamente abituati a percepire.

La vita è molto più rosso acceso e verde acido di quanto non si sia disposti ad ammettere. Siamo scheletri robotoci collegati l’uno all’altro da cavi elettrici – visione cyberpunk affacciatasi alla mente dell’artista ben prima dell’arrivo di Matrix nelle sale cinematografiche –; mezzi uomini e mezze macchine (Half Human, 1992) dalle tinte post-atomiche e il Prof. Bad Trip ce lo sbatte in faccia, in assoluta e sfrontata sincerità. Sta a noi accettarlo, specchiarci nelle sue opere multiformi e scoprire ciclopi (Ciclope, 2005), volti trasfigurati dal cervello nudo (Cervello esposto, 2004).

Da perfetta esemplificazione dell’artista sovversivo, maestro indiscusso della controcultura italica, Lerici, in vita, è rimasto un mito dell’underground, diviso tra la realizzazione di grafiche editoriali – Ammaniti, Luther Blisset –, la revisione fumettistica di un classico psichedelico quale Pasto nudo di William S. Borroughs, e le proprie apocalissi punk, che lo hanno accompagnato sin dalla sua nascita artistica, agli albori degli anni ‘80. Solo nel 2009, grazie a una raccolta di oltre cinquemila firme, il Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della sua città natale gli ha finalmente dedicato un’ampia retrospettiva. L’anno prima era stato consacrato come figura chiave dell’underground internazionale a Manifesta7, a Bolzano.  C’è voluta un’altra manciata d’anni prima che le sue opere venissero nuovamente raccolte ed esposte alla Galo Art Gallery di Torino – fino al 10 febbraio –, con la curatela di Laura Rossi, Niccolò Bussolati e Alessandro Longo, ma è valsa la pena di aspettare.

Io vi consiglio di cogliere l’occasione al volo. Scansate le gallerie asfittiche, i musei paludati, e immergetevi di testa nel confronto con le visioni del Prof. Bad Trip. Nei suo arcobaleni radioattivi scoprirete più verità di quanta non ne offra la stragrande maggioranza degli incessantemente glorificati artisti contemporanei.

 

Fino al 10 febbraio 2012

Galo Art Gallery

Via Saluzzo 11/g, Torino

I magnifici Otto dell’astrattismo italiano al MACA di Acri

C’è chi festeggia l’Arte povera, chi, per ripicca, glorifica la Transavanguardia e chi, infine, esce dallo stantio schema autocelebrativo proponendo una mostra che è frutto di una ricerca vera e appassionata, nonché di un amore incondizionato per l’arte del Novecento. Mentre nel resto d’Italia si canonizzano i due movimenti creati da Germano Celant e Achille Bonito Oliva – canonizzazione proposta e perpetrata dagli stessi critici/padrini –, al MACA di Acri, in provincia di Cosenza, si rende il giusto omaggio a un gruppo bistrattato e misconosciuto che, nonostante la sua breve parabola, ha dato l’avvio all’arte informale italiana.

Emilio VEDOVA, Oltre, 1987, pittura su tela, cm 61 x 81Il Gruppo degli Otto è passato come una cometa burrascosa nel cielo della pittura italiana del secondo dopoguerra. È durato solo due anni – tra il ’52 e il ’54; appena un paio Biennali di Venezia vissute come gruppo, ma un’altra ventina come singoli, giusto per far capire con che caratura di artisti abbiamo a che fare –, ma è comunque riuscito a lanciare un messaggio forte e duraturo a un mondo dell’arte troppo legato a ideologie politiche che tendevano a confinare l’estro del singolo all’interno di comuni schemi realisti prestabiliti. Per dirsi comunisti bisognava dipingere come Guttuso, altrimenti si era trattati alla stregua di eretici e, proprio come in quegli stessi anni aveva fatto Elio Vittorini scontrandosi contro il diktat di Palmiro Togliatti, così fecero gli otto spiriti liberi che, guidati dal critico Lionello Venturi, decisero di dire basta alla stanca vicenda del Fronte Nuovo delle Arti, aprendosi alle ventate di novità che giungevano dagli Stati Uniti e dalla vicina Europa.

Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova capirono, in anticipo sui loro connazionali, che per un artista era fondamentale seguire il proprio animo e distenderlo sulla tela seguendo solo le proprie inclinazioni, senza istruzioni esogene. Certo, la mancanza di un vero e proprio Manifesto, accomunata ai forti caratteri che contraddistinguevano ciascuno degli Otto, fece in modo che l’esperienza tramontasse precocemente, ma guardando le quaranta opere – tra tele di grandi dimensioni e litografie – in mostra al MACA fino al 26 febbraio 2012, si capisce che quel tragitto fatto insieme, seppur breve, fu ricco di stimoli reciprochi, tanto che in Mattia Moreni capita, a volte, di cogliere l’impetuosità di Emilio Vedova e in Giulio Turcato le geometrie di Renato Birolli. La mostra non presenta solo opere create nei due anni di vita del gruppo – anche se non mancano alcune importanti testimonianze del periodo –, ma segue i suoi protagonisti nella loro personale vicenda, offrendo una panoramica esaustiva capace di restituire proprio quel marcato carattere di cui ho già accennato e che ha fatto sì che tra gli Otto non ci siano comparse, ma voci tonanti e intense da veri protagonisti dell’arte del secolo scorso.

AFRO Libio Basaldella,1963,  tecnica mista su carta di giornale, cm.43X63Ennio MORLOTTI, Composizione,1973, olio su tela, cm 100x80Mattia MORENI, Immagine Bestiale, 1960, olio su tela, cm 190x190Antonio CORPORA, Movimento,1975, olio su tela, cm 65x81

ASTRATTOCONCRETO. Il Gruppo degli Otto

Fino al 26 febbraio 2012

www.museovigliaturo.it