Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. II: Comedy (più o meno) #winter14tv

Secondo articolo dedicato alle serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Oggi parliamo di commedie, ma soprattutto di dramedy, come amano dire quelli più à la page.


babylon

Babylon, Channel 4 (episodio pilota, 9 febbraio)
La prima stagione, costituita da sei episodi, andrà in produzione solo a primavera, ma per scaldare i motori Channel 4 ha deciso di mandare in onda l’episodio pilota già durante l’inverno. Episodio pilota sui generis, in realtà, poiché vista la lunghezza (circa 80′) potrebbe essere considerato un vero e proprio film per la tv. Questo oggetto televisivo anomalo si merita la nostra attenzione non solo perché reca in calce la firma di un regista di richiamo come Danny Boyle, ma soprattutto perché Channel 4 ci ha abituato in questi anni a produzioni di altissima qualità (le disturbanti — e cinematograficamente pregevolissime — Black Mirror e Utopia su tutte), e gode quindi di grande fiducia da parte nostra. Babylon è un poliziesco che ambisce a mescolare commedia (forse addirittura satira) e procedural drama raccontando, con abbondanza di humor caustico, il tentativo del comandante della polizia londinese (nota ai più come “the Met”) di migliorare la percezione pubblica delle forze dell’ordine in un epoca in cui, tra cittadini sempre muniti di smartphone e giornalisti obbligati a riempire di contenuti il ciclo continuo dell’informazione mediatica, l’operato della polizia finisce spesso nell’occhio del ciclone per la propria inefficacia, inettitudine o, peggio, per la propria brutalità. Il commissario Richard Miller (Jimmy Nesbitt) decide di affidare l’incarico alla rinomata PR americana Liz Garvey (Brit Marling), guru della comunicazione e super-esperta di nuovi media, la quale dovrà destreggiarsi tra poliziotti ostili, colleghi invidiosi e giornalisti senza scrupoli per riuscire ad implementare una strategia comunicativa imperniata sulla trasparenza. Purtroppo per lei, si trova subito nel bel mezzo di una crisi (un misterioso cecchino sparacchia sui terrorizzati londinesi) che ne metterà alla prova le capacità.
Forse pecca di eccessivo eclettismo, poiché il tono comico, la satira sulla comunicazione e l’impietoso e cinico sguardo sulla disfunzionalità del dipartimento di polizia talvolta coesistono a fatica, e il ritmo frenetico che contraddistingue lo stile di Boyle non è quello a noi più congeniale, ma vi consigliamo comunque di dargli un’occhiata.

shameless

Shameless, Showtime (quarta stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
La famiglia più sgangherata d’America si appresta ad affrontare un altro gelido inverno nei bassifondi del South Side di Chicago. In realtà, i Gallagher potrebbero essere meno sgangherati del solito, poiché Fiona (Emmy Rossum), grazie ad un lavoro rispettabile e a uno stipendio dignitoso, sta trascinando di peso la famiglia al di sopra di quella soglia della povertà che fino ad ora li ha costretti a lottare per la sopravvivenza con ogni mezzo lecito e (più spesso) semi-illecito. Le difficoltà economiche meno pressanti e il lusso dei tanto sospirati “benefits” (roba tipo l’assicurazione sanitaria, per intenderci) di cui può godere un’onesta (?) famiglia della lower middle class coincidono, tuttavia, con un momento di disgregazione della famglia stessa: Lip (Jeremy Allen White) è una matricola alla University of Chicago, non sempre a suo agio; Carl (Ethan Cutkosky), psicopatico in erba, manca chiaramente di una figura paterna di riferimento; Debbie (Emma Kenney) è alle prese con con i primi amori adoloscenziali; e Ian (Cameron Monaghan) è desaparecido, dato che, senza informare nessuno, si è arruolato nell’esercito (spacciandosi per il fratello, lo ricorderete dalla scorsa stagione). Su questa semi-sicurezza economica incombe, come sempre, la minacciosa presenza di Frank (William H. Macy), il disastrato capofamiglia per nulla convinto dall’accorato appello di Fiona che, in maniera un po’ melodrammatica, lo supplicò, in nome dell’amore che dovrebbe legarlo ai propri figli, di raddrizzare la propria condotta ed evitare la propria autodistruzione per mezzo delle sue infinite dipendenze. Anni di abusi di alcool e di qualunque tipo di sostanza anche vagamente psicoattiva hanno gravemente minato il fisico di Frank, il quale necessita ormai di un fegato tutto nuovo. Non osiamo immaginare come riuscirà a procurarselo, ma potrebbe essere questo il momento della redenzione di una delle canaglie più divertenti e allo stesso tempo più riprovevoli del panorama televisivo? E se la cronica irresponsabilità di Frank si fosse trasferita, con tutto il resto del patrimonio genetico, alla solitamente combattiva ma deliziosa Fiona?
Il lato positivo di Shameless è che, con il passare delle stagioni, sta crescendo insieme ai suoi protagonisti, riuscendo nell’impresa di tagliare poco a poco gli archi narrativi insopportabili (Jody & Karen, Jimmy/Steve) per concentrarsi sulle (dis)avventure della famiglia e dei circoli che le orbitano intorno — i Malkovich, se possibile ancora più disastrati dei Gallagher, e la divertente coppia Kev & Veronica (Steve Howey e Shanola Hampton) alle prese con un’inaspettata nidiata di pargoli. Se nel corso della stagione anche Sheila (Joan Cusack) dovesse partire potremmo avere per le mani la commedia perfetta per noi, leggera e con la giusta dose di sentimentalismo e melodramma (ovvero, una spruzzatina di entrambi, ma in quantità non tossiche).

girls

Girls, HBO (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Le Piccole Donne in versione contemporanea newyorkese crescono, ma alle soglie dei 25 anni la transizione verso l’età adulta non è certo completa, e il percorso appare accidentato, non lineare e mai indolore. Le quattro ragazze continuano ad essere antipatiche e spesso insostenibili, ma un chiaro segno della loro crescita è il modo in cui provano a circumnavigare le difficoltà: non più strepiti e piagnistei contro il mondo ingiusto, ma la ricerca di strade alternative, di piani B non sempre intelligenti ed efficaci, ma che sono pur sempre dei tentativi. Cosa le attende, quindi, in questa stagione? Abbiamo lasciato Hannah Horvath (Lena Dunham) tra le braccia di Adam Sackler (Adam Driver) nel finale rom-com della scorsa stagione, e ora i due convivono e sembrano aver trovato la giusta dimensione della loro relazione. Hannah persegue con ostinazione il progetto dell’e-book che dovrebbe lanciarla come “voce di una generazione”, ma per il soggiungere di nuovi intoppi si troverà a svolgere un lavoro redazionale che cozza irrimediabilmente con il suo narcisismo patologico, ma che d’altro canto potrebbe essere il reality check di cui ha un gran bisogno. La ribelle Jessa Johansson (Jemima Kirke), appena dimessa da un centro di recupero, proverà a stabilizzare la propria vita raminga lavorando come commessa in un negozio di vestiario infantile, ma finirà soprattutto per terrorizzare le neo-mamme che frequentano detto negozio. Shoshanna Shapiro (Zosia Mamet) è ancora la più naif del lotto, e pare aver passato il suo periodo di sperimentazioni sessual-sentimentali per dedicarsi con continuità al suo piano che dovrebbe condurla al successo nel giro di quindici anni. E poi Marnie Michaels (Allison Williams), l’ex-perfettina del gruppo le cui granitiche certezze si sono dissolte con la fine della relazione con Charlie, e che ora, in un momento di sbandamento totale, troverà inaspettata consolazione con Ray Ploshansky (Alex Karpovsky).
Girls ha il pregio di trattare con leggerezza — ma allo stesso tempo con cinismo — le difficoltà di queste quattro millennials, offrendo piccoli bozzetti in cui emergono con tutta la loro forza le enormi difficoltà di dare un senso alla propria vita. La creatura di Lena Dunham continua a polarizzare la critica e il pubblico: se talvolta la serie viene glorificata al di là dei propri evidenti meriti, molto più spesso prevale una reazione infastidita ad una narrazione che a noi appare invece onesta e in grado di adoperare con perizia lo strumento dell’ironia, capace di veicolare attraverso di essa una ben articolata critica ad alcune tendenze ben presenti nella società contemporanea. E se il motivo delle critiche è ancora, alla terza stagione, l’esibita nudità della protagonista a dispetto del fisico non perfetto, beh, è la dimostrazione che Dunham, Judd Apatow e colleghe sono capaci di toccare argomenti (e, tutto sommato, di problematizzarli a dovere) che, inspiegabilmente, sono tabù ancora ben radicati.

looking

Looking, HBO (prima stagione, 8 episodi, 19 gennaio)
Patrick Murray (Jonathan Groff) è un giovane sulla trentina, level designer in una software house che sviluppa videogiochi. Agustìn (Frankie J. Alvarez) è un aspirante artista, suo miglior amico sin dai tempi del college. Dom (Murray Bartlett) è il più grande dei tre, prossimo alla quarantina, e lavora come cameriere. Tutti e tre sono alla ricerca di qualcosa, e tutti e tre subiscono, in qualche modo, pressioni sociali che li rendono insoddisfatti di ciò che hanno: Patrick ha successo nel lavoro, patisce la mancanza di relazioni stabili e durature; Agustìn, il quale coltiva ancora sogni d’artista, è appagato dagli evidenti “pro” di una convivenza e di una relazione stabile, ma è allo stesso tempo intimorito dai “contro” (serate in pantofole davanti alla tv, rinunce e compromessi); Dom è quasi la somma di entrambi, prossimo a scollinare gli “anta” e consapevole che i suoi sogni sia sentimentali che professionali sono ben lungi dall’essere realizzati. Alcune figure di secondo piano aiutano a completare le varie sfaccettature della cultura gay: Doris (Lauren Weedman), divertentissima coinquilina di Dom; Lynn (Scott Bakula), gay maturo e imprenditore a Castro, memore dei tempi in cui nelle le strade di Frisco la comunità gay lottava per la propria legittimazione; Frank (O.T. Fagbenle), compagno e convivente di Agustìn; Richie (Raúl Castillo), l’ultimo interesse sentimentale di Patrick, rappresentante dell’anima latina della città. Ed è poi la città stessa e la comunità che la abita ad essere protagonista, con i suoi luoghi tipici, le sue consuetudini, i suoi riti collettivi.
Una serie sulla vita di tre (più o meno) giovani gay nella San Francisco contemporanea non può che suscitare la lapidaria definizione di “equivalente gay di Girls“, ma sarebbe un parallelo semplicistico e fuorviante. Lo sguardo di Michael Lannan sui suoi personaggi mira a svelarne i sentimenti più intimi, ma riesce a farlo in modo discreto e garbato, attraverso una narrazione compassata delle loro amicizie e delle loro relazioni sentimentali. La qualifica di dramedy, in gran voga di questi tempi, potrebbe addirittura essere erronea, sia perché l’elemento commedia non è così evidente (niente gag comiche o grottesche, e personaggi distanti anni luce dal gay “flamboyant” così presente nel discorso mainstream), sia perché di vero e proprio drama, ormai a metà stagione, non c’è traccia: ci sono delusioni, qualche tensione nei rapporti interpersonali, incertezze e ripensamenti, titubanze e imbarazzi, ma nessun evento che davvero sconvolga la quotidianità. Tutto questo, che ci crediate o no, è un gran pregio. Altra nota di merito: la regia (spesso curata dal produttore esecutivo Andrew Haigh) ben si combina con lo stile di scrittura, restituendo immagini dei protagonisti il più possibile oneste e delicate, attenta a cogliere le impercettibili sfumature in grado di esprimere le emozioni più nascoste e complesse ma mai invasiva e iper-presente. Il gradevole stile visivo di Looking può contare, inoltre, su un’eccellente fotografia, in grado di fare un uso impeccabile della luce naturale e di restituire in modo convincente la calda e morbida luce che avvolge San Francisco e la fa risplendere in tutta la sua bellezza e peculiarità.

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The Spoils Of Babylon, IFC (miniserie, 6 episodi, 9 gennaio)
Nell’introdurre la stagione invernale 2014 avevamo accennato al revival delle miniserie Anni ‘70/’80, e il progetto di Andrew Steele e Matt Piedmont (quest’ultimo anche regista dell’intera serie) potrebbe essere il miglior esempio di questa tendenza: compiendo un triplo salto meta-filmico, The Spoils of Babylon è infatti una miniserie che presenta una miniserie che è a sua volta una parodia delle grandiose, epiche miniserie speciali in voga in quei decenni, spesso tratte da bestseller letterari e contraddistinte da una rara pretenziosità. Al livello della parodia, The Spoils Of Babylon è la (finta) miniserie tratta dal (finto) romanzo omonimo del fantomatico Eric Jonrosh, scrittore e genio autoproclamato, ma soprattutto autore, regista e sceneggiatore (e mille e mille altre cose) della trasposizione televisiva della sua opera di maggior successo. Jonrosh introduce ogni puntata con dei preamboli ampollosi e autocelebrativi, disvelando i dietro le quinte del suo ambizioso kolossal televisivo: una serie di 22 ore incentrata sulla saga familiare dei Morehead, dalla scoperta del giacimento di petrolio a partire dal quale il capofamiglia Jonas fondò il proprio impero all’incestuosa passione amorosa che sin dall’adolescenza travolse la sprezzante figlia Cynthia e l’idealista figlio adottivo Devon.
La struttura della trama, arrovellata all’inverosimile e continuamente stravolta da improbabili (o, viceversa, telefonatissimi) colpi di scena, è essa stessa oggetto della parodia che investe tutti i cliché propri del codice espressivo televisivo e cinematografico dell’epoca: il tono melodrammatico e soap-operistico, i dialoghi dalla verbosità eccessiva, le recitazioni drammaticamente sopra le righe, le ambientazioni grandiose ma che, nei campi lunghi, rivelano essere costruite con modellini da pochi spiccioli, i fondali smaccatamente finti, le musiche pompose e iper-enfatiche, la regia che ambisce ad essere raffinata ma inciampa spesso in grossolani errori, le azzardate sperimentazioni stilistiche destinate a tracimare nel kitch, e così via. Il ritmo della serie (e della serie nella serie) è però sin troppo stagnante — nonostante la brevissima durata degli episodi — e le gag comiche non sono sempre divertentissime. La vera fonte di divertimento, in grado di compensare parzialmente queste pecche, è il gioco metalinguistico davvero ottimo, merito anche di un super-cast che può contare su un numero spropositato di stelle: oltre ai protagonisti Tobey Maguire (Devon), Kristen Wiig (Cynthia) e Tim Robbins (Jonas), il parco attori annovera tra le sue fila anche Jessica Alba, Val Kilmer, Haley Joel Osment, Carey Mulligan (solo in voce), Michael Sheen, e, a svettare su tutti, Will Ferrell, brevemente nei panni dello Shah di Persia ma soprattutto in quelli di un Eric Jonrosh ricalcato sull’avvinazzato, panciuto e barbuto Orson Welles di fine carriera. La produzione è a cura di Funny Or Die, il noto sito di parodie fondato, tra gli altri, proprio da Ferrell.

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Inside No. 9, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 5 febbraio)
Cosa succede al numero 9 della strada in cui abitate? Cose ordinarie, cose buffe e cose macabre e atroci, secondo questa antologia di sei episodi il cui tono si situa a metà tra commedia, thriller e horror. Nel corso delle sei storie indipendenti che compongono questa prima stagione, i due attori protagonisti, Reece Shearsmith e Steve Pemberton, ricopriranno ruoli sempre diversi in ambientazioni altrettanto distinte, ma tutte accomunate dall’avere il numero nove sulla porta d’ingresso. Le informazioni in merito alla serie non sono dettagliatissime, ma siamo grandi fan dello humor britannico e delle venature dark che lo contraddistinguono e che sembrano essere uno degli ingredienti primari di questa nuova serie, accanto ad una comicità fisica e a tratti surreale. A quanto pare anche la BBC nutre una discreta fiducia nei confronti dell’ultima fatica del duo noto per la serie cult The League of Gentlemen, dato che alla talentuosa coppia di autori-attori è stata già commissionata una seconda stagione ancor prima della messa in onda del primo episodio.

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This Is Jinsy, Sky Atlantic (seconda stagione, 8 episodi, 8 gennaio)
Nuove avventure per gli strambi personaggi dai nomi assurdi che abitano l’ancora più assurda isola di Jinsy, contrassegnata da fenomeni atmosferici imprevedibilii, abitata da animali bizzarri e caratterizzata dalla presenza incombente del misterioso “The Great He”. L’isoletta di fantasia in cui è ambientata questa stravagante commedia britannica accoglierà nuovi eccentrici residenti, anch’essi presumibilmente caratterizzati da un’onomastica inusuale e destinati, come tutti, a non sfuggire all’onnipresente orwelliano sistema di controllo di cui Jinsy è dotata. La seconda stagione, come la prima, promette sketch surreali, canzoncine buffe e la presenza di numerose guest star di richiamo (tra le quali spicca Olivia Colman).

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House Of Lies, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Il gruppo storico si è disgregato alla fine della scorsa stagione, quando Martin “Marty” Kaan (Don Cheadle) ha messo in piedi il suo grande piano: avviare un’agenzia di consulenze tutta sua, Kaan & Associates, contando sul fatto che il gruppo storico di collaboratori aka “the Pod” — Jeannie van der Hooven (Kristen Bell), Clyde Oberholt (Ben Schwartz) e Doug Guggenheim (Josh Lawson) — avrebbe lasciato Galweather-Stearn per seguirlo nella sua ambiziosa avventura. Invece, in questo universo di eccentrici ricconi one-percenter e consulenti viscidi come serpenti, chi di doppiogioco ferisce rischia di essere ripagato con la stessa moneta, ed è precisamente quello che è successo a Marty: nessuno lo ha seguito, e lui è rimasto solo con la patata bollente in mano. Ma poiché egli è anche eccellente nel proprio lavoro, o addirittura il migliore, Kaan & Associates ha comunque preso il via, ed è alla ricerca di ricchi clienti per riempire il proprio portfolio e soprattutto le proprie tasche. La nuova stagione seguirà il tentativo di rimettere il gruppo assieme, poiché, nonostante gli sfottò, nonostante gli insulti, e anche se non lo ammetterebbero mai, i quattro si trovavano bene assieme. E tra Marty e Jeannie è ancora ben presente un’irrisolta attrazione sentimentale che i due non si decidono ad affrontare.
House of Lies prosegue ad esplorare le vicende di questi eccellenti professionisti dalle vite private incredibilmente danneggiate con la solita miscela di humor cinico e cattivo, ma il tono è così monocorde, e i personaggi così negativi e senza alcuna qualità in grado di redimerli o renderli interessanti, che l’intero prodotto, nonostante uno stile visivo sgargiante e intrigante, spesso risulta solo irritante.

chozen

Chozen, FX (prima stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Chozen (doppiato da Bobby Moynihan) è un rapper bianco, gay, appena uscito di prigione (l’avrete notato, l’ex-galeotto protagonista è un tema ricorrente), dove ha scontato la pena per una falsa accusa orchestrata da un ex-membro della sua crew (doppiato da Method Man) diventato nel frattempo uno dei nomi più celebrati dello star system. Uscito dal carcere, Chozen proverà, con la collaborazione di un gruppo di amici un po’ sfigati, a trasformarsi in un rapper di successo. Lo stile grafico è tratto di peso da Archer (vedi sotto), il tono — volgare, sguaiato, basato su una comicità grossolana tesa a sfidare in modi prevedibili il puritanesimo e l’ipocrisia del politicamente corretto — proviene dritto dritto da Eastbound & Down, e non è un caso che i produttori di entrambe le serie siano dietro a questo prodotto.

Community, NBC (quinta stagione, 13 episodi, 2 gennaio). Il creatore dello show Don Harmon è di nuovo al timone della sit-com ambientata tra gli studenti e i docenti del fittizio Greendale Community College. Stagione imbottita di guest star, tra cui spiccano Nathan Fillion, Johnatan Banks e nientepopodimeno che Walton Goggins.

Enlisted, FOX (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Le (dis)avventure in caserma di tre fratelli (il sergente Pete Hill, reduce dell’Afghanistan, e le due reclute Derrick e Randy) e del plotone di disadattati di cui fanno parte. La solita insipida sit-com familiare ibridata con la solita insipida sit-com militare.

Archer, FX (quinta stagione, 13 episodi, 13 gennaio). La commedia/spy story animata, uno dei maggiori successi in casa FX, è stata sottoposta ad una consistente ristrutturazione, tale da cambiare il titolo in Archer Vice ed assumere un’estetica che ricorda vagamente Grand Theft Auto: Vice City. Questo perché si è scoperto che l’agenzia spionistica ISIS non era in realtà un’agenzia governativa autorizzata, e i suoi membri sono costretti ad appendere al chiodo gli strumenti da spia per riciclarsi come spacciatori di cocaina. Di tanta, tantissima cocaina: una tonnellata!

Broad City, Comedy Central (prima stagione, 10 episodi, 22 gennaio). Due squattrinate ventenni a New York, tra lavori precari e decisioni azzardate che non pagano (quasi) mai, intrappolate, come ogni sitcom che si rispetti, in una dinamica che, rubando una citazione illustre, potremmo definire “Try again. Fail again. Fail better”. Creata, prodotta e interpretata da Ilana Glazer e Abbie Jacobson (protagoniste nei ruoli di… Ilana e Abbie), la serie si basa sull’omonima webserie che le due amiche hanno messo in scena dal 2009 al 2011.

Rake, FOX (prima stagione, 13 episodi, 23 gennaio). L’attività professionale dell’avvocato difensore Keegan Dean messa a repentaglio dalla sua incasinatissima vita privata, tra una ex-moglie che lo maltratta, giudici che non lo rispettano, e il fisco che lo insegue. Lui ci mette del suo, parlando spesso a sproposito e coltivando interessi sconvenienti (prostitute e gioco d’azzardo). Il pilot è a cura di Sam Raimi.

Ja’mie: Private School Girl, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 6 febbraio). Ja’mie è una studentessa presso la prestigiosa Hilford Girls’ Grammar School, e come tutte le teenager privilegiate è insopportabilmente vacua e snob. Commedia mockumentary creata dal comico australiano Chris Lilley (interprete della protagonista) andata in onda lo scorso autunno su HBO, ma siccome non ne abbiamo dato notizia allora la proponiamo in occasione dell’approdo sugli schermi inglesi.

About A Boy, NBC (prima stagione, n. di episodi da definire, 21 febbraio). Will è single e disoccupato, ma grazie ai diritti di una canzone di successo è libero di dedicarsi al cazzeggio più sfrenato. Anagraficamente è un adulto, ma in realtà è fondamentalmente un bambino, e in quanto tale stringerà un’inusuale amicizia con l’undicenne Marcus, figlio di Fiona, recentemente trasferitasi nell’appartamento adiacente. Tratto dall’omonimo best-seller di Nick Hornby, già fonte d’ispirazione di una dramedy per il grande schermo.

Doll & Em, HBO (prima stagione, 6 episodi, 19 marzo). Commedia semi-improvvisata che racconta le complesse dinamiche della profonda amicizia che lega due donne, un’attrice hollywoodiana e la sua amica d’infanzia assunta come assistente personale durante la lavorazione di un film. Doll (Dolly Wells) e Em (Emily Mortimer) sono realmente amiche fuori dal set.

… e poi tutto il resto:

Cougar Town, TBS (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Episodes, Showtime (terza stagione, 9 episodi, 12 gennaio)
Uncle, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 13 gennaio)
House Of Fools, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 14 gennaio)
Death In Paradise, BBC One (terza stagione, 8 episodi, 14 gennaio)
Suburgatory, ABC (terza stagione, 13 episodi, 15 gennaio)
Outnumbered, BBC One (quinta stagione, 6 episodi, 29 gennaio)
Mixology, ABC (prima stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Portlandia, IFC (quarta stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Legit, FXX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Saint George, FX (prima stagione, 10 episodi, 6 marzo)
Mind Games, ABC (prima stagione, 13 episodi, 11 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'inverno 2014? Pt. I: Drama #winter14tv

Riuscirà il 2014 televisivo a rivaleggiare con l’anno passato in termini di qualità e quantità? Quante nuove emittenti si tufferanno nel mercato delle serie tv con nuove produzioni originali? Le serie debuttanti saranno in grado di prendere il posto di quelle approdate — o di quelle che, nel corso di quest’anno, approderanno — alla loro conclusione? La nona stagione di Don Matteo (dal 9 gennaio in prima serata su RaiUno) sarà appassionante come le precedenti otto? Ma soprattutto, c’era davvero bisogno di un remake sudamericano (colombiano, per la precisione) di Breaking Bad, intitolato Metástasis e avente per protagonisti Walter Blanco, Ciélo Blanco, José Rosas e un vecchio scuolabus nelle veci dello scassato Winniebago? Non sappiamo rispondere a nessuna di queste domande (beh, forse all’ultima sì), ma se volessimo trarre qualche indicazione dalla stagione televisiva invernale — inaugurata sin dai primissimi giorni di gennaio con il ritorno di serie storiche (o quasi), da qualche esordio importante, da un paio di nuovi canali alle prime esperienze con la serialità, e dall’antipasto di un trend che proseguirà tutto l’anno (le miniserie, tornate di gran moda come tornano ciclicamente di moda i pantaloni a zampa e le gonne a fiori) — diremmo che le prospettive sono decisamente rosee.
Per avere un’idea di tutto quello che potete trovare in televisione di questi tempi, ecco il primo di tre articoli in cui presenteremo le serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Cominciamo con le serie drammatiche.


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Game of Thornes Ice and Fire: A Foreshadowing, HBO (speciale, 9 febbraio)
Prima di pensare che questo paragrafetto sia solo un tentativo un po’ ruffiano di truffare i motori di ricerca buttando lì un po’ a caso il titolo della serie più piratata di tutti i tempi, lasciateci spiegare. Se è vero che la quarta stagione di Game Of Thrones approderà sui nostri schermi solo il 6 aprile, è anche vero che HBO ha messo in onda (in piena stagione invernale, e quindi pertinente in questo articolo) quello che è a tutti gli effetti un teasing estremo per portare alle stelle l’hype già esagerato che precede ogni season premiere. Per solleticare la nostra sete di spoiler e curiosità sull’incontrastato blockbuster della televisione contemporanea, ecco uno speciale di quindici-minuti-quindici (un promo formato kolossal, come si confà allo status della serie) durante il quale, tra un ripassino delle stagioni precedenti, un po’ di dietro le quinte e qualche intervista ai protagonisti, c’è spazio per la fugace visione di immagini inedite tratte dall’incombente quarta stagione. Quindici minuti non sono certo sufficienti a placare la nostra brama di intrighi politici, efferati delitti, amori torbidi e carismatiche biondine drago-munite, ma facciamoci coraggio, la primavera sta arrivando.

justified

Justified, FX (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Justified mette in scena il suo penultimo capitolo da orfano di papà Elmore Leonard, scomparso la scorsa estate. Quale miglior modo (oltre al breve tributo dedicatogli in occasione della season premiére) di omaggiare il grande scrittore se non quello di estendere il raggio d’azione a due location tipicamente Leonard-esche come Detroit e la Florida? In ossequio al principio “WWED” (What Would Elmore Do?), da sempre guida ed ispirazione di Graham Yost e soci, le avventure di Raylan Givens e del suo frenemy Boyd Crowder ripartono da questi luoghi distanti mille miglia dall’ormai familiare piccola e povera contea di Harlan. Tuttavia, potete scommetterci: sarà pure piccola, povera e sperduta tra le valli dei monti Appalachi, ma tutte le strade (criminali), da Miami, da Detroit, e persino dal Canada, porteranno di nuovo ad Harlan County, Kentucky, e quest’angolo depresso della provincia americana tornerà presto ad essere il teatro della lotta tra logorroici hillbillies criminali e tutori della legge dai metodi spicci, dalla lingua affilata e dalla mira infallibile. Più che in passato, la quinta stagione sembra concentrarsi in modo particolare sulle relazioni familiari. A partire da quelle che interessano Raylan Givens (Timothy Olyphant), a cui non hanno mai fatto difetto swag e sarcasmo, ma che non appare più così sicuro di sé nel suo ruolo di fresco neo-papà, forse perché il defunto genitore non gli ha certo offerto un modello impeccabile di paternità. Sarà Art Mullen (Nick Searcy), burbero ma paziente come sempre, ad insegnagli una cosa o due su come diventare un genitore almeno decente? I mal di testa familiari interessano anche Boyd Crowder (Walton Goggins), impegnato nella problematica gestione del traffico di eroina insieme al sopraccigliuto neo-socio Wynn Duffy (Jere Burns, promosso series regular), ma soprattutto in difficoltà nel placare le ire di Ava (Joelle Carter), insofferente per una permanenza dietro le sbarre più lunga del previsto. E all’orizzonte si intravede la figura di Johnny Crowder (David Meunier), notoriamente frustrato del suo ruolo secondario rispetto al fascinoso cugino dalla loquela forbita. Ma è soprattutto la natura dell’antagonista principale della stagione ad essere familiare, in senso lato e in senso letterale. Familiare poiché ad incrociare il percorso del nostro U.S. Marshal preferito sarà Darryl Crowe (Michael Rapaport), vecchia conoscenza di Raylan sin dai tempi della sua movimentata permanenza nel Sunshine State. Ma familiare soprattutto perché quello dei floridiani Crowes, allevatori di allegatori di professione ma ovviamente immischiati in molteplici loschi traffici, è un vero e proprio clan, composto da cugini e fratelli delinquenti incorreggibili e una sorella indecisa tra la fedeltà alla famiglia e il desiderio di un futuro rispettabile. Da veri parenti-serpenti, i Crowes decidono di insediarsi ad Harlan per sfruttare il redditizio business capitato in mano al cugino scemo, quel Dewey Crowe (Damon Herriman) spesso maltrattato da Raylan e forse proprio per questo diventato uno dei personaggi più osannati dai fan della serie. E se pure Dewey non esita a definire i cugini come portatori di notizie nefaste, Raylan potrebbe avere tra le mani una brutta gatta da pelare.
Si potrebbe accusare Justified di riproporsi sempre uguale a sé stesso, ed in effetti dopo la divagazione dello scorso anno — il lungo arco narrativo dedicato alla ricerca di Drew Thompson — si ritorna alla formula del supervillain, declinata, come anni addietro, nella forma di un’intera famiglia di bifolchi ai ferri corti sia con Raylan che con Boyd (ricordate la fantastica Mags Bennett e il suo temibile moonshine?). Qualcuno potrebbe pensare che sia rimasto poco da dire, ma a noi Raylan & Co. piacciono così: prevedibili, forse, ma incredibilmente godibili. Come si fa a non amare i meravigliosi cantilenanti accenti sudisti di questi amabili zotici? Come non apprezzare i dialoghi grondanti saggezza ruspante, strafottenza e sagacia, forse l’aspetto principale in cui ricercare l’eredità di Elmore Leonard?

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True Detective, HBO (prima stagione, 8 episodi, 12 gennaio)
Rustin “Rust” Cohle (Matthew McConaughey) è un barista part-time, capellone, trasandato, abbirrazzato e fumatore compulsivo. Martin “Marty” Hart (Woody Harrelson) è un omaccione stempiato, non troppo raffinato con le parole, che lavora per la sicurezza privata. Entrambi si trovano di fronte a una telecamera, a rispondere alle domande di due detective, Maynard Gilbough (Michael Potts) e Thomas Papania (Tory Kittles). Rust e Marty sono due ex-detective della polizia statale della Louisiana, i quali, diciassette anni prima dell’interrogatorio a cui stanno prendendo parte, nel lontano 1995, condussero le indagini che portarono alla cattura dell’autore di una serie di omicidi rituali. I due, diversissimi per carattere e approccio all’attività investigativa, hanno intrattenuto una proficua relazione professionale, hanno imparato a conoscersi nel corso delle indagini condotte assieme, forse sono addirittura diventati amici (benché, vista la personalità dei due soggetti, questo possa sembrare eccessivo), fino ad una improvvisa separazione avvenuta nel 2002. Dieci anni dopo, si trovano di fronte a Gilbough e Papania, i quali stanno indagando su un nuovo omicidio dalle caratteristiche terribilmente simili a quello in qui si imbatterono i due ex-colleghi, e sono interessati alla ricostruzione delle loro indagini, poiché il caso potrebbe non essere stato chiuso. Tutto ordinario, no? Omicidi seriali con tanto di coreografiche disposizioni di cadaveri, tracce di esoterici misteri, indagini complicate, tante false piste, una coppia di detective che, a dispetto delle differenze, si trovano a lavorare insieme, in ossequio alla tradizione del buddy-cop… e invece True Detective ordinario non lo è per niente, e se non rivoluzionerà il poliziesco è solo perché essere (solo) un poliziesco non è il suo obiettivo principale. C’è un crimine orrendo, ci sono tanti interrogativi a cui dare risposta (davvero il caso non fu risolto? E per quale motivo la relazione tra Rust e Marty si interruppe così bruscamente? C’entra forse la moglie di Marty, capace di instaurare subito un legame con l’ombroso Rust?), ma nel corso di una narrazione che alterna in continuazione il presente dell’interrogatorio e il passato vissuto attraverso i flashback dei due protagonisti quello che emerge non è tanto la procedura dell’indagine poliziesca, ma piuttosto l’analisi della psicologia di due uomini profondamente feriti. Cohle è un pessimista cosmico, un nichilista oltranzista inghiottito in una spirale autodistruttiva scatenata da un terribile incidente che ha disgregato la sua famiglia. Hart è invece un uomo prigioniero delle proprie menzogne e intrappolato nelle auto-giustificazioni, il quale pretende di vestire i panni del marito responsabile, dell’affettuoso padre di famiglia, dell’uomo irreprensibile,  pur essendo in realtà solo un donnaiolo patologico à la Jimmy McNulty (senza neanche un centesimo dell’acume investigativo del protagonista di The Wire).
Lento, suadente e ipnotico come un blues, sporco come un pezzo southern rock, True Detective è impregnato dell’atmosfera umida, appiccicosa e decadente dei bayou del sud della Louisiana, in cui desolati paesaggi industriali e sinistre raffinerie petrolifere punteggiano le paludi della Gulf Coast, facendo da sfondo alle vite povere di una popolazione tradizionalista e profondamente religiosa. Sin dai primi minuti, sin dai titoli di testa, dominati dalle inquietanti doppie esposizioni che suggeriscono il tema centrale della serie, la dualità come tratto fondamentale dell’umanità, la serie creata da Nic Pizzolatto sembra portare le stigmate dell’eccellenza seriale. Siamo appena a febbraio e appena a metà della prima stagione, ma True Detective — forte di una scrittura eccellente (a cura del solo Pizzolatto), di un’estrema coerenza visiva e stilistica (Cary Fukunaga è dietro la macchina da presa in tutti gli episodi) e impreziosito da una strepitosa, magnetica interpretazione di Matthew McConaughey (decisamente in stato di grazia di questi tempi e possibile dominatore dei prossimi Grammys, Golden Globes e affini) — ci sta entusiasmando così tanto da volerlo prematuramente candidare al titolo di serie dell’anno. Al diavolo la prudenza, è un fottutissimo capolavoro: provare per credere.

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The Red Road, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 27 febbraio)
Relegata in una piccola riserva sul monte Ramapo, in una zona montuosa situata a nord di New York, la tribù Lenape — non riconosciuta dal governo federale — convive a fatica con la vicina comunità bianca che abita la vicina cittadina di Walpole, NJ. Quando una tragedia colpisce la comunità dei nativi, la precaria pace sociale vacilla in modo ancora più pericoloso, anche perché pare che la polizia locale abbia coperto le responsabilità di Jean Jensen (Julianne Nicholson), figlia di un senatore dello stato del New Jersey, moglie dello sceriffo e alcolista in fase di riabilitazione. Nel bel mezzo di questa spinosa situazione e in difficoltà nel gestire l’ordine pubblico, lo sceriffo Harold Jensen (Martin Henderson) si troverà suo malgrado a contatto con la minacciosa figura di Phillip Kopus (Khal Drogo Jason Momoa), un ex-galeotto rientrato nella riserva, il cui profilo è reso ancor più problematico dalla (burrascosa) relazione che lo lega al padre Jack (Tom Sizemore), un criminale di lungo corso dedito al traffico di droga nella vicina Brooklyn. Con il precipitare degli eventi i segreti che caratterizzano il passato dei due protagonisti verranno drammaticamente a galla, costringendoli ad una collaborazione sempre più compromettente. La situazione è ulteriormente complicata sia dalla situazione familiare dello sceriffo, a causa del conflitto sempre più acceso tra l’adolescente figlia maggiore Rachel (impegnata in una relazione con un coetaneo Lenape) e la moglie Jean, sia dai crescenti tumulti tra i nativi, le cui rivendicazioni si fanno sempre più pressanti grazie alla battagliera Sky Van Der Veen (Lisa Bonet), avvocato e membro prominente della comunità Lenape.
La serie sembra avere tutti gli elementi giusti per proseguire sul filone “indie” tanto caro a Sundance Channel (piccole comunità marginali, conflitto sociale esasperato da rivendicazioni etniche, personaggi dal passato problematico e oscuro dal quale non riescono a liberarsi). Il giovane canale ha esordito col botto l’anno scorso, con un’incredibile tripletta di serie originali, miniserie e serie d’importazione, e ora l’aspettiamo al varco: sophomore slump o un decisivo passo avanti verso lo status di stella tra i canali televisivi americani?

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House Of Cards, Netflix (seconda stagione, 13 episodi, 14 febbraio)
Chissà se il Presidente si è pentito di aver negato a Frank Underwood (Kevin Spacey) la nomina a Segretario di Stato. Mai lo avesse fatto! Il vendicativo deputato della South Carolina ha messo in atto un macchiavellico piano che, attraverso la manipolazione del sindacato degli insegnanti, la manipolazione di una giovane giornalista, e soprattutto la manipolazione del giovane Peter Russo, spinto all’autodistruzione e “suicidato” senza troppe remore, lo ha portato ad un passo dall’ambita meta: la vice-presidenza e la probabile candidatura a prossimo Presidente degli Stati Uniti, un ottimo modo per rifarsi del grande diniego di cui sopra. Dopo tutto questo incessante e infallibile macchinare e manipolare, è naturale attendersi che lo scaltrissimo deputato si sia guadagnato ancora più nemici di prima, sia nei palazzi del potere sia al di fuori di essi. Tutti, dal Presidente (comprensibilmente poco propenso a farsi fare le scarpe) in giù, proveranno ad ostacolarne l’ascesa, e tra gli agguerriti neo-nemici annoveriamo anche Zoe Barnes (Kate Mara), la giornalista ex-amante diventata suo malgrado una pedina dello spietato Frank, la quale avendo scoperto con la preziosa collaborazione di Lucas e Janine cosa sia veramente successo al povero Russo, ha per le mani una storia che definire scottante è un eufemismo. E poi c’è il grande circo mediatico, interessato a sbattere in prima pagina tutti i dettagli della strana relazione matrimoniale che lega Lady Macbeth Claire Underwood (Robin Wright) al conosorte. Il problema, per tutti questi nuovi avversari, è uno solo: vogliono DAVVERO mettere i bastoni tra le ruote a Frank Underwood e sperare di uscirne vivi? Perché il pluripremiato torbido thriller politico prodotto da David Fincher (che, a differenza di quanto avvenuto durante la prima stagione, non metterà mano alla macchina da presa) e guidato dal brillante Beau Willimon pare aver messo bene in chiaro cosa succede, quando questa eventualità si verifica…
Quando Obama ha candidamente affermato di apprezzare la serie e si è lamentato del fatto che, purtroppo (!), i meccanismi della politica non gli permettono di essere — uhmmmm — efficiente nel perseguire i propri obiettivi quanto Frank Underwood, tutti hanno riso. Poi ci hanno riflettuto un attimo, e non hanno riso più.

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Those Who Kill, A&E (prima stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Poteva mai mancare il remake di una fortunata serie scandinava? Certo che no. È il turno, stavolta, di Those Who Kill, riadattamento americano della fortunata serie danese omonima. Poteva mai trattarsi, in quanto serie televisiva scandinava, di qualcosa di diverso da uno psico-thriller infarcito di omicidi seriali, detective con consistenti turbe psicologiche e malsane tensioni erotiche? Certo che no. L’azione si sposta da Copenhagen a Pittsburgh, ma la vicenda ruota sempre attorno alla figura di Katrine/Catherine Jensen (Chloë Sevigny), neo-promossa detective sempre in prima linea quando si tratta di indagare sugli omicidi più efferati. Mai ligia al protocollo e spesso incapace di limitare il proprio coinvolgimento empatico con le vittime dei delitti, Catherine è anche ossessionata dalla scomparsa del fratello e dalla convinzione che l’ambigua figura paterna nasconda in realtà un serial killer. Ad assisterla tanto nelle indagini quanto nella propria personale ricerca della verità sarà lo psicologo forense Thomas Schaeffer (James D’Arcy), anch’egli persona alquanto problematica e, cosa ancor più preoccupante, con la sinistra tendenza ad assumere il punto di vista dell’assassino nei casi su cui Catherine indaga. Vittima e carnefice per interposta persona: gran coppia, no?

Sherlock, BBC One (terza stagione, 3 episodi, 1 gennaio). Due anni dopo la messa in onda della seconda stagione, e preceduti dalla chicca natalizia del mini-episodio prequel Many Happy Returns, arrivano, attesissimi da orde di fan pronti a inondare Tumblr di nuove gif emblematiche della bro-mance tra l’eroe eponimo e il fido Watson, i tre nuovi episodi da 90 minuti ciascuno di questa rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes. Che, evidentemente, non è morto come tutti credevano. Vabbé, ok, non ci aveva creduto nessuno in realtà. AtlantideZine parlò a suo tempo della prima stagione.

Being Mary Jane, BET (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). Estensione seriale del film omonimo (anch’esso produzione BET), racconta le vicende di Mary Jane, giornalista televisiva che, come tutte le persone di questo mondo, trova estremamente difficile bilanciare i propri impegni lavorativi, la propria vita sentimentale, e la necessità di assicurare adeguato sostegno alla famiglia (padre, madre malata, due fratelli e pure una nipote). Prima serie tv prodotta da BET.

Chicago PD, NBC (prima stagione, 15 episodi, 8 gennaio). Spin-off di Chicago Fire, con i poliziotti ad assumere il ruolo di protagonisti al posto dei pompieri. Un procedurale in grado di riscrivere le paludate regole del poliziesco televisivo? Manco per niente.

The Following, FOX (seconda stagione, 15 episodi, 19 gennaio). La prima stagione di questo oscuro thriller, teoricamente impreziosito dalla presenza di un protagonista di richiamo come Kevin Bacon, ha conquistato un posto in svariate classifiche di fine anno. Il problema è che si è trattato delle classifiche delle peggiori serie viste nel 2013. Un ottimo motivo per evitare, dopo la prima, anche la seconda stagione.

Line Of Duty, BBC Two (seconda stagione, 6 episodi, 12 febbraio). Un nuovo caso per gli agenti DS Steve Arnott, DC Kate Fleming e Superintendent Ted Hastings e per la (fittizia) unità anti-corruzione AC-12. L’obiettivo delle loro indagini sarà, stavolta, l’insospettabile DI Lindsay Denton, la quale, tuttavia, non è l’unica a custodire qualche scheletro nell’armadio. La prima stagione, datata 2012, è stata una delle serie di maggior successo nel Regno Unito.

Hannibal, NBC (seconda stagione, 13 episodi, 28 febbraio). La scorsa stagione ha raccolto ampi consensi, e la critica ha elogiato tanto la perizia cinematografica quanto le creative disposizioni di cadaveri. Oltre ad aver lodato la… uhm, raffinatezza culinaria del giovane Hannibal Lecter. Immaginiamo l’impianto estetico della serie resti invariato, per cui chi ha apprezzato la prima stagione attenderà con ansia la seconda. Noi non siamo tra questi.

Crisis, NBC (prima stagione, 13 episodi, 16 marzo). Il rapimento dei figli delle persone più ricche e potenti di Washington, Presidente incluso, è l’evento che scatena la grossa crisi a cui allude il titolo. In ballo ci sono le sorti di tante famiglie, ma anche quelle dell’intero Paese. Cosa saranno disposti a fare i ricchi e potenti, pur di riavere i propri figli? Con Dermot Mulroney e soprattutto con Gillian Anderson, per la quale, ormai lo sapete, abbiamo un debole.

… e poi tutto il resto:

The Bletchley Circle, ITV (seconda stagione, 4 episodi, 6 gennaio)
Call The Midwife, BBC One (terza stagione, episodi, 19 gennaio)
Mr Selfridge, ITV (seconda stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
Silk, BBC One (terza stagione, 6 episodi, 24 febbraio)

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. I: Premium Cable #fall13 tv

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Parte della programmazione estiva è ancora in pieno svolgimento, ma l’autunno è già arrivato, e si sa, l’autunno è il periodo in cui le emittenti televisive indossano il vestito delle grandi occasioni. Ed è quindi anche il momento per l’ormai consueta guida all’incombente nuova stagione televisiva (che in realtà già dai primi giorni di settembre ha cominciato a bussare prepotentemente alle porte seriali dei nostri hard disk).

La canonica organizzazione della programmazione annuale in “Fall Season” e “Midseason”, una suddivisione che sin dagli anni ‘60 ha plasmato le abitudini dei telespettatori nordamericani (ma un po’ anche le nostre), non è più così assoluta come un tempo, e l’efficacia descrittiva di queste due categorie sta progressivamente declinando. Eppure, nonostante l’annata televisiva non sia più ridotta solo a “Fall” e “Spring” ma sia ormai spalmata senza soluzione di continuità dall’autunno all’estate; nonostante i blocchi della programmazione dei network siano ormai praticamente allineati con quelli delle cable tv (e internet tv); nonostante tutte le stagioni portino con sé il proprio bagaglio di consolidati successi e di rilevanti novità, l’autunno riveste ancora un ruolo privilegiato, primus inter pares tra le stagioni climatiche. In virtù di questo, l’elenco delle serie tv che popoleranno gli schermi delle nostre tv e dei nostri computer è decisamente più lungo di quello delle passate edizioni delle nostre presentazioni stagionali.

A contribuire in modo decisivo saranno soprattutto le nuove serie lanciate dal quintetto NBC-CBS-ABC-FOX-CW. Di solito evitiamo con cura di prendere in considerazione le chilometriche liste di nuovi titoli in onda sui grandi network, con rarissime eccezioni per quelle poche novità che, a nostro parziale, viscerale e insindacabile giudizio, promettono (e non sempre mantengono) di essere particolarmente innovative e/o interessanti (e/o vantano nel cast un’attrice/attore verso il quale siamo particolarmente ben disposti), e che in virtù di queste caratteristiche potrebbero, sempre e solo secondo noi, in qualche modo sperare in un destino migliore di quello che aspetta gran parte di questa programmazione, ovvero, la cancellazione senza pietà causa emorragie di ascolti immediatamente successive alla visione del pilot, oppure (per quelle serie di successo capaci di sopravvivere attraverso la ripetizione ad libitum degli stessi temi e delle stesse identiche situazioni per un numero di stagioni che spesso sfora la doppia cifra abbondante) svariati turni di punizione in uno dei gironi dell’Inferno delle Serie TV, tra i quali il temutissimo “prima e seconda serata su RaiDue con supplizio aggiunto di doppiaggio indecente”. Questo autunno, inaugurazione della stagione 2013/2014, temiamo che questa gigantesca programmazione non possa e non debba essere ignorata. Al contrario: nei prossimi giorni le dedicheremo un articolo tutto per lei, in cui troverete un rapido excursus sull’offerta di ogni singola componente del quintetto di cui sopra, comprensiva di novità e veterani di lungo corso. E siccome anche sul via cavo (sia premium che basic) la programmazione è abbondante, suddivideremo anche la presentazione di quest’ultima in vari appuntamenti. E non tralasceremo neanche di dare un’occhiata a ciò che accade sugli schermi del Vecchio Continente, soprattutto in terra d’Albione (con la mai abbastanza lodata BBC, ma non solo).

Ecco il calendario degli appuntamenti dedicati all’Autunno 2013:

  • 1 ottobre: prima parte dedicata al premium cable (HBO, Showtime, Starz e Cinemax);
  • 5 ottobre: seconda parte dedicata al basic cable (AMC, FX, TNT, USA Network), Netflix e network minori (Audience, Ovation);
  • 9 ottobre: terza parte dedicata alla tv pubblica americana (PBS), e alle tv europee (principalmente inglesi);
  • 12 ottobre: quarta parte dedicata ai broadcast network.

Pronti? Via!


Cominciamo il nostro viaggio con: Treme, Boardwalk Empire, Hello Ladies e Eastbound and Down (HBO), Homeland e Masters of Sex (Showtime),  Dancing on the Edge (Starz) e Strike Back: Origins (Cinemax)

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Treme, HBO (quarta stagione, 5 episodi, 1 dicembre)
La serie più attesa (da noi e pochi altri, purtroppo) arriverà solo allo scadere del quarto autunnale, e per giunta in formato ridotto, declassata a miniserie di cinque puntate invece dell’abituale decina. Il rinnovo è stato a lungo incerto, e quindi non possiamo che gioire e sottoscrivere le parole del creatore David Simon: “[HBO] fought very hard to give us half a loaf. We’re going to take it and run”. Certo, saremmo un pochino più contenti se HBO, non pienamente soddisfatta di aver punito con un drastico taglio di budget i bassi ascolti registrati nelle passate stagioni, non avesse anche pensato di relegarla in uno dei periodi più infelici dell’anno: avete mai visto un season (e series) finale programmato a ridosso di Capodanno, quando solo i disadattati come noi sono disposti a spendere del tempo di fronte alla tv? Shame on you, HBO, shame on you. Questo sarà l’inglorioso epilogo di una delle serie che più abbiamo apprezzato in questi ultimi anni, ennesima creazione di un eccellente staff di autori guidati da quel David Simon che sembra non sbagliarne mai una (rapido résumé per i più distratti: The Corner, Generation Kill e nientepopodimeno che The Wire), che accumula premi e consensi di critica come se piovesse, ma che allo stesso tempo non sembra avere un grande feeling con il pubblico americano, sempre tiepido nei confronti delle sue straordinarie storie corali.
Dopo il difficile ritorno a casa degli abitanti di New Orleans nell’immediato dopo-Katrina (prima stagione, AtlantideZine ne era entusiasta già allora), il successivo riemergere della criminalità (seconda stagione), seguito a stretto giro di posta dal fluire dei soldi per la ricostruzione e dalle magagne degli impresari edili per accaparrarseli (terza stagione), la quarta stagione ci presenta NOLA 38 mesi dopo l’uragano che devastò la città, in un momento in cui le cupe nubi della crisi economica si addensano all’orizzonte. Nubi che potrebbero essere foriere di nuove difficoltà per i protagonisti della serie: infatti, nonostante la tenacia dei suoi abitanti e la testarda voglia di rinascita che ha permesso, pur tra mille difficoltà, di tenere viva la comunità e le sue tradizioni, la Crescent City del 2008 è ancora gravemente debilitata dai ceffoni rifilatigli da Giove Pluvio nel 2005. Nella timeline dello show incombe ora il fallimento di Lehman Brothers, l’evento che innescò la crisi finanziaria e la conseguente spirale recessiva, e se non fosse un’espressione così terribilmente infelice considerato il contesto, diremmo che purtroppo si appresta a piovere sul bagnato di una città le cui croniche disfunzionalità sono già state messe drammaticamente in luce dalla tremenda inondazione. (Ad onor del vero, si potrebbe intravedere anche la speranza delle presidenziali del Novembre 2008, ovvero delle elezioni che sancirono la fine dell’egemonia repubblicana e diedero l’impressione di un deciso cambio di rotta, ma avete mai assistito ad uno show di Simon in cui le buone opportunità si concretizzano davvero in un lieto fine?) Quale impatto avranno questi grandi eventi sulle piccole storie che hanno sin qui composto il mosaico-Treme? Il trailer non lascia intuire granché, ma una cosa possiamo immaginarla: Katrina è la metafora delle tante piccole “katrina” che hanno sconvolto le vite dei personaggi (la malattia di Albert, la violenza — o le violenze — subite da LaDonna, la scomparsa di persone care, quale era Harley per Annie), e Treme proseguirà ad esplorare questo doppio binario, mettendo in luce i problemi del “contenitore” e quelli del “contenuto”: ai difetti congeniti della città (uno fra i tanti: il NOPD marcio fino al midollo, corrotto e inefficiente) corrispondono quelli degli abitanti (il sogno infantile di Davis di sfondare nel mondo della musica, o l’ingenuità di Jeanette nel tuffarsi nell’impresa del ristorante), alle reazioni delle istituzioni al disastro e alle scelte compiute per indirizzare la ripresa (il tentativo di cogliere l’opportunità della ricostruzione per imborghesire la città, scacciarne gli abitanti poveri — guarda caso afroamericani — e sfruttarne biecamente la fama turistica) fanno da contraltare quelle individuali dei protagonisti (l’ostinata caparbietà di LaDonna nel far rivivere il bar Gigi’s, o la scoperta dell’importanza della tradizione e della vocazione pedagogica di Antoine Batiste). Ma il significato simbolico di Katrina si estende anche ad un livello più alto, ed è forse questo il punto che più ci incuriosisce di questo finale. Treme, nelle intenzioni degli autori, è infatti una spietata allegoria dell’America travolta dalla crisi economica. Katrina è stato un evento tragico (ma non del tutto imprevedibile) che ha portato al collasso la città esasperandone i tanti problemi di cui essa soffriva da tempo, e, in modo analogo, la crisi dei mutui subprime è stato un’evento altrettanto improvviso (ma di cui non mancarono certo le avvisaglie) in grado di generare il tracollo economico degli Stati Uniti (e del resto del mondo) facendo breccia in un sistema produttivo e in un tessuto sociale e culturale gravemente indeboliti da anni di feroci politiche economiche neoliberiste. Come il malfunzionamento degli argini ha permesso alle acque di sommergere l’80% della superficie della città, così i continui tagli allo stato sociale, compiuti in nome del “Mercato”, hanno lasciato senza una rete di protezione milioni di cittadini, lasciati in balia delle difficoltà economiche. Cosa dobbiamo aspettarci ora che il cerchio si chiude? Ora che l’evento a cui l’allegoria di Treme alludeva sin dall’inizio si materializzerà all’interno dello show?
Al grido di “PIÙ Treme, MENO The Newsroom” attendiamo trepidanti queste ultime cinque ore, che ci aspettiamo piene di tutti quegli elementi che, già lo sappiamo, ci mancheranno quando tutto sarà concluso: le inquadrature sature dei colori sgargianti dei magnifici costumi dei Mardi Gras Indians guidati da un “Big Chief” Lambreaux, indebolito nel corpo dalla malattia, ma sempre più che combattivo nello spirito (e comunque in grado di fare gli occhi dolci all’altrettanto combattiva LaDonna); il carosello infinito di suoni che pescano a piene mani nell’infinita tradizione musicale della Big Easy (dal jazz sofisticato di Delmond Lambreaux al root rock di Annie Tee, dalle tradizionali brass band in cui Antoine Batiste sta formando i suoi allievi ai tour tra i miti del passato e i fenomeni underground del presente sotto la guida euforica di Davis McAlary); i succulenti piatti della cucina di Jeanette Desautel, pur imprigionata in un franchise che svuota di significato il suo tentativo di rispettare le tradizioni culinarie della città. Insomma, piene di tutto quello che contribuisce alla ricca cultura visuale e aurale (e olfattiva, se solo il mezzo televisivo lo consentisse!) di New Orleans. Il tutto per un prodotto che si situa all’incrocio ideale tra narrativa seriale, reportage giornalistico e indagine etnografica, e che per mezzo di questi strumenti cerca di comprendere le diverse sfaccettature dell’America contemporanea, le sue mille comunità e le sue mille culture. E, soprattutto, tre lenti utili a sviscerarne i lati oscuri e malsani, senza avere il timore di scardinare la consolatoria retorica del Sogno Americano. Nel caso non bastassero le statistiche a scalfirla.

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Boardwalk Empire, HBO (quarta stagione, 10 episodi, 8 settembre)
Preoccupati che la sanguinosa stagione passata, responsabile della morte di una miriade di personaggi abbia lasciato sguarnito il roster dei protagonisti del nostro drammone in costume preferito? La guerra tra gangster combattuta sul lungomare del New Jersey ha reclamato vittime eccellenti (Gyp Rosetti, Owen Sleater e Billie Kent su tutti), ma una nutrita pattuglia di nuovi arrivi è pronta a compensare la loro prematura dipartita: si va dai fratelli di Al Capone al giovane J. Edgar Hoover, da Sally Wheet, tignosa proprietaria di una rivendita illegale di alcolici in quel di Tampa, a Warren Knox, federale con la faccia e i modi del pivellino che dimostra subito di non essere poi così tanto sprovveduto, per finire con colui che promette di essere l’antagonista principale della stagione, Dr. Valentine Narcisse, raffinato caraibico dalla parlata melliflua, dedito alla filantropia e all’attivismo politico pan-africanista e al contempo signore dei traffici di eroina ad Harlem e dintorni, con una spiccata antipatia condita da una buona dose di rancore per le etnie “carenti di melanina” e non troppo ben disposto neanche verso i “fratelli” che giudica asserviti al potere bianco.
Il calendario segna “Febbraio 1924”, e l’azione si svolge, come sempre, tra Atlantic City, Chicago, e New York, con un’attenzione particolare rivolta ad Harlem. Nucky Thompson pareggiati i conti con Joe Masseria e Arnold Rothstein, ha riconquistato il controllo della città del New Jersey e si conferma boss indiscusso del traffico di alcolici in tutta la costa Est, nonostante abbia prudenzialmente deciso di abbandonare la privilegiata e prominente postazione sul luccicante boardwalk per ritirasi in posizione più defilata e geograficamente prossima a NYC, e debba ancora fare i conti con il fatto di essere stato definitivamente abbandonato da Margaret. A Chicago si prepara la prepotente ascesa di Al Capone, coadiuvato da fratelli dai modi altrettanto spicci, in una scalata ai vertici del potere criminale che potrebbe coinvolgere, volente o nolente, anche l’ex-G-Man Van Alden. Nel frattempo, le alleanze newyorchesi tra i grandi boss e le giovani leve del sottobosco criminale desiderose di azzannare fette più consistenti dei tanti business illegali sono fluide e tendenti al rimescolamento, ed è facile pensare che ci siano truculenti sviluppi anche in questo scenario. E il semi-mascherato Richard Harrow? I trailer non anticipano molto, se non che continua ad essere il solito glaciale individuo in grado di piantare una pallottola in testa a chiunque. Omicida ancora alla ricerca di di sé stesso?
La creatura di Terence Winter brilla per l’accuratezza storica delle ambientazioni, lo sfarzo dei costumi e per l’ambizione di raccontare la grande storia corale di un’era di sicuro fascino come il Proibizionismo, e benché riesca con maestria a creare atmosfere pertinenti al degrado morale, politico e sociale del periodo in questione, sin dalla prima stagione si porta dietro un difetto in grado di tenerla sempre un quarto di punto sotto l’eccellenza: la vicenda di Nucky Thompson, talvolta, ci interessa poco. Non ce ne vogliate, ma con rammarico dobbiamo sottolineare che l’interpretazione di Steve Buscemi da protagonista assoluto non ci ha mai conquistato del tutto: bravissimo nel caratterizzare il personaggio, ottimo nel far risaltare i personaggi intorno a lui… ma non ci ha conquistato lo stesso. Di fatto, spesso vorremmo che gran parte dello screen-time fosse garantito alle storie dei tanti personaggi di contorno. Al Capone è talvolta una macchietta, eppure la storia della sua ascesa, così come le vicende legate ai traffici degli altri elegantissimi gangster — italo-americani e non — che popolano Chicago e New York, ci affascinano di più, e persino la figura di Eli Thompson, il fratello sempre relegato nell’ombra dall’ingombrante figura di Nucky, potrebbe meritare maggiore attenzione. Per non parlare del nostro personaggio prediletto, quel Chalky White che a Nucky ha spesso tolto le castagne dal fuoco senza tuttavia riuscire a conquistare un vero e proprio posto al sole per sé e per la comunità afroamericana che rappresenta. Almeno fino a questa stagione, in cui i nostri desideri potrebbero venire accontentati: non solo Chalky ha ottenuto il lungamente desiderato club sul lungomare (l’Onyx Club), con il quale cavalcare l’onda della nascente popolarità del jazz, ma si troverà a dover affrontare il suo primo vero e proprio avversario, in una perfetta esemplificazione dello storico conflitto tra le diverse anime della comunità nera: il trailer lascia presagire, infatti, un inevitabile scontro con l’autoproclamatosi Re di Harlem, il già citato Valentine Narcisse. “A’yo! Chalky’s comin’!” [la cui colonna sonora non potrebbe essere che The Farmer in the Dell]

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Homeland, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 29 settembre)
La seconda stagione, a tratti inconsistente e globalmente deludente (vero e proprio sophomore slump, come si usa dire per gli atleti che alla seconda stagione non confermano le eccellenti potenzialità fatte intravedere nella campagna da rookie), si è tuttavia parzialmente riscattata sul finale, chiudendo col botto per niente metaforico dell’attentato che ha raso al suolo il quartier generale della CIA a Langley, in un perfetto capovolgimento rispetto alla prima, ottima stagione, che invece si chiuse lasciandoci un po’ l’amaro in bocca proprio per non aver avuto il coraggio di mettere in scena un altrettanto clamoroso botto. Al di là del catastrofico impatto diegetico — 219 vittime, tra le quali David Estes, viscido direttore dell’ antiterrorismo — l’attentato è ovviamente uno snodo chiave nello svolgimento della trama generale della serie, in grado di ridefinire ruoli e obiettivi dei protagonisti, a partire da quelli di Carrie Mathison e Nicholas Brody, e via via di tutti gli altri.
Il corpo di Brody non è stato trovato tra le macerie del George Bush Center for Intelligence, e le autorità sono fermamente convinte che egli ne sia stato l’esecutore materiale. L’ex-marine ex-jihadista ex-eroe ex-deputato, ex-collaboratore dei servizi assoldato nel doppio gioco anti-Nazir ed ex-potenziale vicepresidente nel ticket con il defunto Walden è ora vilipeso dai media come supremo traditore della patria, incastrato dalla sua vecchia videoconfessione diffusa ad arte da Al-Qaeda nella rivendicazione dell’attentato. In realtà sappiamo che Brody è innocente, ma in fuga oltre confine con la complicità di Carrie. L’enigmatico Saul Berenson assumerà il controllo del dipartimento decapitato dall’attentato, e ce lo immaginiamo dedicarsi con veemenza alla caccia all’uomo da cui Brody dovrà sfuggire, e chissà, magari nel frattempo potrebbe anche cercare di stanare la talpa di Al-Qaeda che si annida all’interno della CIA. Ci sarà occasione di incontrare di nuovo l’altrettanto enigmatico Dar Adal? E che ruolo avrà Peter Quinn, il gelido ma a tratti sorprendentemente umano agente deputato a portare a termine le più spietate missioni BlackOp? La famiglia di Brody è in frantumi, e non solo per la fine del matrimonio tra Jessica e Nicholas. La pressione dei media sulla famiglia del presunto attentatore è enorme, e il momento appare particolarmente delicato per l’adolescente Dana, la quale reagirà con (adolescenziale) furore al trauma di constatare che l’adorato paparino sembra davvero essere il responsabile dell’attacco, e che tra le vittime dell’esplosione c’è anche Finn, il rampollo Walden con il quale ha avuto una burrascosa (adolescenziale) relazione. E infine la protagonista principale, Carrie Mathison, passata dall’essere l’unica a ritenere Brody colpevole (stagione 1) ad essere l’unica a ritenere Brody innocente (stagione 2). Probabile che trascorra i prossimi episodi a cercare di scagionare, come promesso al momento dell’addio-non-è-un-addio-è-un-arrivederci, l’amato Nicholas dalle infamanti accuse piovute sul suo conto, ma è altrettanto probabile che la sua relazione pericolosa con quello che è diventato il nemico pubblico numero uno le esploda in faccia nel momento in cui dovrà fronteggiare la commissione del Senato che indaga sull’attacco portato a termine dalla cellula terroristica di Abu Nazir. A quale difficile decisione allude Saul nel trailer? Di cosa si scusa? È evidente che per Carrie c’è in serbo qualcosa in grado di scuoterne ulteriormente i già fragili nervi (come, per esempio, fungere da capro espiatorio per il fallimento operativo dell’Agenzia), e non ci stupiremmo se dovesse trascorrere buona parte di questi dodici episodi in lacrime.
Senza la ricerca spesso eccessiva del colpo di scena ad effetto, e limitando le derive fantapolitiche talvolta fuori controllo, Homeland potrebbe essere una serie sopra la media, e speriamo vivamente che ritorni ad esserlo in modo costante. Alex Gansa, mastermind di Homeland, ha lasciato intendere di voler uscire dallo schema narrativo “grande minaccia che Carrie e/o Saul devono sventare prima della conclusione della stagione”, e questo, se confermato, lo riterremmo un fatto decisamente positivo. Se la componente “caccia al bad guy” (che però non è del tutto “bad guy”) appare purtroppo inevitabile, ci auguriamo si accompagni ad una maggiore propensione per quella che è la dote migliore di Homeland, ovvero sguazzare nelle ambiguità e farci sospettare di tutto e di tutti, ricreando lo stato di paranoia perenne di chi crede di vivere sotto una perpetua, invisibile minaccia. Vogliamo tornare a porci, ad ogni inquadratura, domande del tipo: e se Saul fosse dietro a tutto ciò, mente di un complotto dei servizi deviati? Oppure: e se fosse lui la talpa di Al-Qaeda?! O ancora: e se invece fosse tutto un triplo e quadruplo gioco per determinare la politica interna ed estera degli Stati Uniti? E se Brody fosse davvero colpevole?!? Dun-dun-duuun! E così via speculando e dubitando ed elaborando teorie cospirazioniste il più aggrovigliate possibile. L’altra possibile/probabile direttrice della storia, che ugualmente ci ha convinto in passato, è quella di esplorare a fondo le implicazioni che il logorante lavoro all’interno dell’intelligence ha nella vita emotiva dei protagonisti, e il preannunciato ritorno di Mira e i conflitti interiori di Carrie, dilaniata tra la passione maniacale per il suo lavoro e l’aspirazione ad una vita abbastanza normale (da lasciare spazio, per esempio, ad una relazione sentimentale) sembrano andare in questa direzione.
Prima di divorare la season première vi consigliamo assolutamente di vedere il documentario che ricostruisce il tragico evento, soprattutto per farvi due risate ogni qual volta una scritta in sovrimpressione vi ricorderà (più e più volte!) che tutto quello che state vedendo è una finzione cinematografica. Ma in che diavolo di mondo viviamo??

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Masters Of Sex, Showtime (prima stagione, 12 episodi, 29 settembre)
La seconda novità introdotta da Showtime in questo 2013 sembra anche quella più promettente, e non lo diciamo solo perché abbiamo già assistito al fallimento di quella introdotta la scorsa estate (Ray Donovan, una soporifera delusione) e siamo consapevoli di quanto sia arduo far peggio. No, Masters of Sex potrebbe vincere per meriti suoi, non per demeriti altrui: il tema affrontato sembra aderire come un guanto alla filosofia del canale, e soprattutto ci sembra una piacevole deviazione dal modello che ha fatto la fortuna della tv contemporanea ma che, serie dopo serie, sta arrivando al termine del suo ciclo vitale (abbiamo salutato Dexter, domenica scorsa se n’è andato Walter White, e l’anno prossimo sarà il turno di Don Draper: gli amati-odiati antieroici maschi-alfa dalle dubbie qualità morali si stanno estinguendo). Altra caratteristica peculiare in grado di rendere questa serie (potenzialmente) interessante è l’assenza della violenza che, in un modo o nell’altro ha caratterizzato gli universi televisivi padroneggiati dagli uomini appena ricordati. Invece, forse per la prima volta, ad essere protagonista è il sesso, e non in qualità di orpello pressoché obbligatorio in un prodotto destinato al via cavo, in cui la nudità e l’esposizione di una sessualità più o meno esplicita ricopre spesso e volentieri solo la funzione di titillare il pubblico (maschile, ovviamente). Niente di tutto questo: Masters of Sex affronta di petto i temi legati alla sessualità, alle dinamiche del desiderio e alle relazioni di potere ad essa collegate, il tutto inserito nella cornice temporale della seconda metà degli Anni ‘50, ai prodromi della liberazione sessuale, e in un momento storico in cui il discorso delle avanguardie protofemministe (la possibilità e la necessità di demolire il monopolio maschile sulla sfera sessuale e nella vita di coppia, ma non solo), cominciano a fare breccia al di là dei circoli intellettuali. E di sicuro le nudità saranno abbondanti, ma tra elettrodi, cronometri, camici bianchi, bloc-notes e retrofuturistici sex toys da utilizzare come strumenti di indagine scientifica, l’esposizione dei corpi potrebbe avere finalmente un ruolo funzionale alla storia e un minor carattere di gratuità. Oh, intendiamoci: sempre di un prodotto di intrattenimento si tratta, per cui non pretendiamo che l’esplorazione di questi argomenti raggiunga chissà quali vette, ed è probabile che le nudità femminili siano comunque sovraesposte ed enfatizzate, ma ci pare comunque una salutare boccata d’aria fresca.
Protagonista della serie (che è sostanzialmente un biopic in forma serializzata, con tutte le inaccuratezze storiche e le libertà narrative del caso) è una coppia di ricercatori che, a partire dalla seconda metà degli Anni ‘50, misero in atto una proficua collaborazione sfociata nella pubblicazione di alcuni pionieristici studi sulla sessualità in generale, e su quella femminile in particolare. La storia ha inizio nel 1956, e racconta l’incontro tra William H. Masters, ginecologo e noto esperto di fecondazione presso la Washington University di St. Louis, e Virginia E. Johnson, ex-cantante, pluridivorziata e madre single di due bambini. Intrigato dai misteri (poiché negli Anni ‘50 tali erano) legati alla sfera sessuale, Masters deve fare i conti con l’ostracismo dei dirigenti dell’università nei confronti di un’area di studio che al tempo non poteva che suscitare notevoli imbarazzi, e la frustrazione per le incomprensioni in ambito accademico si accompagna a quella derivata da una vita privata e familiare tutt’altro che soddisfacente. Masters conduce le sue ricerche in segreto, spiando gli incontri amorosi che si consumano in un bordello e avvalendosi delle testimonianze dirette di alcune prostitute che vi esercitano, spinto da una (caricaturale, a tratti) sete di conoscenza nei confronti di ciò che appropriatamente descrive come “l’origine della vita” e da una furia positivista di misurare tutto ciò che nell’atto sessuale gli appare come misurabile. Johnson, invece, è alla ricerca di un’occupazione, e la trova nel momento in cui il centro di ricerca guidato da Masters annuncia di voler assumere una segretaria. Nonostante l’assenza di una preparazione formale in ambito medico, la giovane Virginia più che una segretaria si rivela una preziosa collaboratrice capace di acute osservazioni, e ben presto grazie al suo intuito, alla sua visione della sessualità in abbondante anticipo sui tempi, e alla sua sensibilità di donna “liberata” dalle inibizioni legate ai comportamenti sessuali, viene promossa al ruolo di assistente di Masters (con il quale poi fonderà, negli anni a venire, il centro studi Masters & Johnson. Non è uno spoiler, è la storia vera!).
Masters of Sex si inserisce nel filone — ormai piuttosto affollato — di produzioni che ambiscono a rivisitare più o meno fedelmente la metà del Ventesimo Secolo, incamminandosi sul sentiero aperto da Mad Men. La serie sviluppata dal Michelle Ashford potrebbe riuscire nell’impresa di non essere solo un pallido clone dell’acclamato predecessore, ma di riuscire ad affiancarlo andando ad esplorare un ambito che nella serie capostipite del filone “retrò” non ha avuto poi tantissimo spazio. Mad Men ci ha recentemente condotto alle porte della rivoluzione giovanile, e ora Masters of Sex potrebbe riavvolgere il nastro e ripercorrere la strada che ha portato alla liberazione sessuale e al lungo percorso (certamente lungi dall’essere completato) verso la rimozione del predominio maschile, che di quella ribellione fu senza dubbio una componente fondamentale insieme al sovvertimento del potere autoritario degli adulti e alle lotte per i diritti civili. La presenza di una marcata (e a tratti prevalente) prospettiva femminile è forse l’aspetto che più di ogni altro potrebbe garantire a Masters of Sex i nostri favori, e una protagonista che non sia, per una volta, caratterizzata da un qualche tipo di problema psicologico ci sembra finalmente un passo avanti nella rappresentazione delle donne.
Nota a margine: Virginia Johnson, quella vera, è scomparsa lo scorso luglio, e non avrà quindi il piacere di ammirare la propria storia riportata sul piccolo schermo.

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Dancing on the Edge, Starz (miniserie, 5 episodi, 19 ottobre)
Continua l’improbabile grande amicizia tra BBC e Starz, anche se in questo caso non di co-produzione si tratta, bensì di semplice riproposizione di una serie originale. La miniserie in questione, scritta e diretta dall’acclamato drammaturgo Stephen Poliakoff, è andata in onda lo scorso Febbraio sui teleschermi degli abbonati britannici, e viene ora importata oltre oceano a beneficio dei telespettatori americani. Ispirata alle vicende della band guidata da Duke Ellington, la serie racconta la storia del complesso jazz Louis Lester Band, composto da soli musicisti neri, e delle sue difficoltà a raggiungere il successo a causa dell’imperante razzismo della Londra degli Anni ‘30, tra aristocratici e membri della famiglia reale dediti al mecenatismo in quanto grandi appassionati di jazz, e altri ricconi maggiormente a proprio agio nel rimarcare le differenze di classe sociale e interessati unicamente all’esercizio del potere nei confronti di individui di status inferiore. A complicare il tutto, un misterioso omicidio (che non abbiamo ben capito come si colleghi al resto della trama, ma in tv tutto è possibile, e poi un giallo di contorno ci sta sempre bene).
Le recensioni in patria sono state estremamente polarizzate, divise tra coloro che hanno adorato la sognante atmosfera della serie e altri che ne hanno odiato l’apparente inconsistenza e l’assenza di un qualsivoglia plot. Di sicuro può sfoggiare un ottimo cast (Chiwetel Ejiofor, Matthew Goode, Angel Coulby, Jacqueline Bisset, Anthony Head e John Goodman, tra gli altri), e ci ha intrigato abbastanza da volerla vedere.

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Hello Ladies, HBO (prima stagione, 8 episodi, 29 settembre)
Sit-com tratta dall’omonimo stand-up show ideato da Stephen Merchant, noto ai più come “quello alto” del duo comico autore e protagonista di serie di successo come Extras e (in qualità di solo autore e regista) The Office. Il collega Ricky Gervais ha lanciato il suo progetto personale (Derek, su Netflix, del quale parleremo tra qualche giorno), e il lungagnone Stephen non voleva evidentemente essere da meno. La trama: un web designer si trasferisce dall’Inghilterra a Los Angeles, località in cui prova a soddisfare il suo inesauribile desiderio di rimorchiare qualunque essere di sesso femminile egli incontri sulla sua strada. Stuart è accompagnato da due grandi amici, Kives e Wade, dei quali si libera non appena si imbatte in una donna. Stuart prova ripetutamente e senza successo ad entrare a far parte del glamour di Tinseltown e fare colpo sulle tante bellezze che popolano la notte angelina, ma, ovviamente, verrà inesorabilmente tradito dalla propria nerditudine, in un susseguirsi di gag goffe e imbarazzanti che si concluderanno con l’inevitabile umiliazione del protagonista.
Siamo d’accordo sul fatto che HBO debba porre rimedio all’assenza di una commedia di valore nel proprio palinsesto, ma non sarebbe stato meglio evitare di creare questo vuoto lasciando in vita la deliziosa Bored to Death? Perché questa Hello Ladies di primo acchito non ci convince per niente… Poi magari, e ce lo auguriamo, saremo smentiti dal plot.

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Eastbound & Down, HBO (quarta stagione, 8 episodi, 29 settembre)
Ecco, a proposito di commedie HBO di livello accettabile… non includeremmo nella lista Eastbound & Down. La serie ad alto tasso di testosterone imperniata sulle vicende dell’ex-stella del baseball Kenny Powers è arrivata al suo ultimo inning (va bene, è solo la quarta serie, perdonateci la licenza!), ma non abbiamo idea di cosa sia successo tra il pilot e l’inizio di questa ultima stagione. Potremmo fare un riassuntino mettendo insieme dei brandelli di trama raccolti qui e là in giro per la rete, ma è una serie che ci interessa così poco da impedirci di fare anche questo. Guest star: Lindsay Lohan! (No, davvero: nella parte della figlia illegittima di Kenny).

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Strike Back: Origins, Cinemax (miniserie, 6 episodi, 25 ottobre)
Nel lontanissimo maggio 2010 Sky1 trasmise nel Regno Unito una miniserie basata sui romanzi di Chris Ryan, un ex-militare con un passato nei corpi speciali dell’esercito di Sua Maestà. Da quella miniserie prese spunto un fortunato franchise anglo-americano prodotto in collaborazione tra la pay-tv inglese e Cinemax e incentrato sulle missioni della cosiddetta Section 20, unità d’elite dell’MI6. La serie è ben avviata ed è giunta ormai alla sua quarta stagione, incominciata su Cinemax quest’estate e tutt’ora in corso (ebbene sì, avete ragione: a suo tempo ce la siamo dimenticata, e quindi non l’abbiamo inclusa nella panoramica dedicata alla programmazione estiva), ma a quanto pare non c’era mai stata l’occasione di riproporre sugli schermi americani ciò che diede inizio al tutto. Quindi eccola qui, sagacemente ribrandizzata come prequel, per raccontare la storia di come John Porter venne congedato con disonore a causa della fallita liberazione di un ostaggio in Iraq nel 2003. Porter non era in realtà responsabile del cattivo esito della missione, e viene riassunto sette anni dopo, in occasione di un nuovo caso di rapimento in terra irachena, guarda caso compiuto dagli stessi terroristi responsabili del rapimento precedente. In una serie di questo tipo il protagonista non può certo sbagliare due volte di seguito, e difatti la missione viene completata con successo. Porter viene dunque arruolato nella Section 20, guidata da Hugh Collison, il quale fu impiegato anch’egli nella sfortunata missione di cui sopra. Piano piano si scoprirà che Collison non era totalmente estraneo a quanto avvenne allora, e si profila una resa dei conti con il nuovo arrivato. Sostanzialmente vale la pena solo per la presenza di Richard Armitage e Andrew Lincoln nei due ruoli principali. Anzi, forse non vale neanche la pena, a meno che non siate dei tipi da action movie senza nessun’altra velleità.

Quali sono le serie tv in onda in quest'estate 2013? #summer13tv

Non abbiamo ancora finito di raccontarvi tutte le novità appena andate in onda in questa ricca primavera (e soprattutto non abbiamo ancora finito di vederle) che è già tempo di pensare alla stagione estiva: tale è l’abbondanza televisiva, e non saremo certo noi a lamentarcene. L’estate 2013 segnerà la conclusione di due serie che hanno fatto la storia della televisione contemporanea (Breaking Bad e Dexter), vedrà il ritorno di alcune serie di grande successo di cui non ci importa molto (True Blood), altre più di nicchia di cui ci importa abbastanza (Hell On Wheels), e proverà a dare un’altra chance ad alcune cocenti delusioni di questi ultimi anni (The Newsroom e The Killing). Ai cancelli di partenza del terzo quarto del 2013 si presentano meno debuttanti rispetto al mid-season, ma c’è comunque spazio per esordi che sulla carta sembrano promettenti (The Bridge e Ray Donovan, più il primo che il secondo) e per qualche serie poco reclamizzata che potrebbe tuttavia rivelarsi la sorpresa della stagione (Low Winter Sun?). Di seguito una breve panoramica di tutte le principali serie che, secondo noi, vale la pena tenere d’occhio. Come sempre, ce n’è per tutti i gusti.


Breaking Bad, AMC (quinta stagione, seconda parte, 8 episodi, 11 agosto)
La seconda parte dell’ultima stagione di Breaking Bad è l’headliner indiscusso dell’estate 2013. L’irresistibile parabola di Walt White da timido insegnante di chimica a signore della droga sembra ormai giunta al termine: Walter e il socio Jesse hanno abbandonato il business delle metanfetamine, tutti i possibili collaboratori della DEA sono stati zittiti per sempre, e la famiglia White, dopo le furibonde liti tra Walt e Skyler, è di nuovo unita. Tuttavia, scordiamoci una conclusione pacifica: Jesse non ha mai digerito l’omicidio a sangue freddo del ragazzino in motorino; dal cold opening della scorsa stagione sappiamo che nel portabagagli di Walt c’è una pistola di Cechov grossa quanto un M60; e, soprattutto, la prima parte ci ha lasciato con Hank Schrader, cognato di Walt e agente della DEA alla caccia del fantomatico Heisenberg, che sembra aver finalmente realizzato chi si cela dietro le iniziali W.W. (“no shit, Sherlock!”, ci viene da dire). Vince Gilligan, creatore della serie, si è lasciato andare ad un commento sibillino sul finale della serie: sarà “victorious”. Cosa diavolo avrà mai voluto dire?

breakingbad

Dexter, Showtime (ottava stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Ultima stagione per il serial killer più amato della storia della tv. Il cerchio intorno a Dexter Morgan si stringe sempre più, con nuovi personaggi sulle tracce del Bay Harbor Butcher, tra i quali l’intelligentissima neuropsichiatra Evelyn Vogel, deputata ad elaborarne il profilo psicologico. Ma non solo dalla legge dovrà guardarsi il nostro (anti)eroe, poiché non sappiamo quali siano le intenzioni di Hannah (nemesi o collaboratrice controvoglia?) né quelle di Deb, profondamente segnata dall’aver ucciso il capitano LaGuerta. Come per Walt White, la domanda che tutti si pongono è una sola: che fine farà il protagonista? Le alternative, anche in questo caso, sembrano essere tre: a) sopravviverà e continuerà a fare ciò in cui eccelle (ovvero impacchettare nel domopak le sue vittime); b) verrà catturato e la giustizia potrà fare il suo corso; c) conclusione definitiva: finirà sul tavolo di un obitorio. Se il materiale promozionale offre qualche indicazione in proposito, l’immagine del teaser poster non lascia presagire nulla di buono. Oppure è una clamorosa falsa pista.

dexter

The Newsroom, HBO (seconda stagione, 12 episodi, 14 luglio)
Continua la crociata dell’anchorman Will McAvoy per redimere il giornalismo contemporaneo dalla faziosità e dalla passione per gli scandali. Ancora una volta le pressioni del network ACN, tutto business e zero etica, proveranno a ostacolare gli impavidi giornalisti di News Night mentre provano a farci vedere come i media avrebbero dovuto trattare notizie come l’omicidio di Trayvon Martin, le primarie e le elezioni, la questione libica, lo scandalo Strauss-Kahn. Cosa ci aspettiamo? Dialoghi veloci e battute ad effetto, idealismo à gogo, un po’ di humor: il solito campionario sorkinista, insomma. Tecnicamente impeccabile, ma la combinazione mortifera di buonismo e moralismo è tale da far impallidire il duo Fazio-Saviano. Perpetra la solita idea liberal-consolatoria che l’America sia stata, in un passato non troppo lontano, il paese più bello del mondo, e con un po’ di fatica può tornare ad esserlo. Per lo meno in tv.

thenewsroom

The Bridge, FX (prima stagione, 13 episodi, 10 luglio)
Il cadavere di una donna viene abbandonato sul ponte che unisce El Paso a Ciudad Juàrez. Il ritrovamento del corpo dà il via ad un’indagine congiunta tra la polizia messicana e quella americana, entrambe alla caccia di un serial killer che opera lungo il confine. Marco Ruìz, poliziotto messicano abituato a non andare troppo per il sottile a causa della corruzione dilagante nel suo dipartimento, si troverà a collaborare controvoglia con la sua controparte americana Sonya Cross, la quale è invece uno di quei detective ligi al regolamento che fanno tutto secondo le procedure. Il tutto nel mezzo della violenta guerra tra i cartelli messicani per il controllo del narcotraffico. Il trailer e gli enigmatici teaser lasciano intravedere uno show magari non particolarmente originale, ma di sicuro piuttosto macabro (e questo ci piace). Remake della serie scandinava omonima, il cui ponte del titolo unisce però Svezia e Danimarca.

thebridge

The White Queen, Starz (prima stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Ennesima serie in costume prodotta da Starz. Stavolta ci troviamo nel 1464, nel bel mezzo della Guerra delle Due Rose, la trentennale guerra dinastica tra Stark e Lannister York e Lancaster per la successione al trono di spade d’Inghilterra. Protagoniste della vicenda sono tre donne, Elizabeth Woodville, Margaret Beaufort e Anne Neville, e le loro macchinazioni per impossessarsi della corona. Lo spirito della serie è ben riassunto dalle parole chiave ricorrenti nei materiali promozionali: passione-seduzione-lussuria-inganno-tradimento-assassinio. Da Starz non sai mai cosa aspettarti, o meglio, lo sai: violenza un tanto al chilo, una scena di sesso ogni 16 minuti e mezzo, e tanti, tanti nudi femminili, ma nonostante questo la cifra stilistica kitch del canale talvolta ha dato frutti (almeno parzialmente) apprezzabili. La cooperazione con BBC potrebbe dare adito a qualche speranza in questo senso, ma l’imbarazzante precedente stabilito da Da Vinci’s Demons ci ha reso diffidenti.

thewhitequeen

The Killing, AMC (terza stagione, 12 episodi, 2 giugno)
Le vicende dei detective Sarah Linden e Stephen Holden riprendono a distanza di un anno dalla conclusione del caso Rosie Larsen. The Killing ritorna, resuscitata per una terza stagione che sembrava improbabile, mettendo in chiaro che questa volta il caso si risolverà entro il season finale: non è molto, ma ci sembra apprezzabile il tentativo di evitare le assurdità delle prime stagioni, ovvero la scellerata (non-)conclusione della prima stagione e i patetici ammiccamenti a Twin Peaks (Who killed Rosie Larsen? GTFO!). Per il resto, però, non ci aspettiamo niente di particolarmente rivoluzionario: Linden continuerà a masticare incessantemente il suo chewing-gum, Holder continuerà a parlare da perfetto wigger, e su Seattle continueranno a venir giù migliaia di metri cubi di pioggia, ché fa tanto atmosfera noir. Ah, stavolta i due daranno la caccia ad un serial killer mica da ridere, con una striscia aperta di ben diciassette omicidi.

thekilling

Hell On Wheels, AMC (terza stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Siamo nel 1867, al terzo anno di costruzione della ferrovia transcontinentale, grande opera investita del compito simbolico di ricucire un paese lacerato dalla lunga Guerra Civile. Cullen Bohannon ha esaurito i suoi propositi di vendetta, e si dedicherà anima e corpo alla ferrovia e alla corsa verso Ovest che oppone la Union Pacific alla Central Pacific Railroad. Alla città viaggiante si unisce un nuovo personaggio, Louise Ellison, arguta e intransigente giornalista inviata dal New York Tribune a seguire i lavori dell’opera del secolo. Sulla costa Est, invece, cresce il peso di Wall Street nel determinare le scelte politiche compiute a Washington, in un sinistro presagio dell’America contemporanea, rieccheggiata anche nelle altre tematiche affrontate dalla serie: la distruzione dell’ambiente per fare spazio al “progresso”, il razzismo, l’impatto delle scelte politiche e industriali sui nativi. Il western ci piace, e tanto, e quindi siamo inclini a perdonare l’uso e l’abuso dei clichè propri del genere.

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Ray Donovan, Showtime (prima stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Prima novità del palinsesto Showtime da circa un secolo. Il Ray del titolo è un “fixer”, la persona a cui i ricconi e le celebrità di LA si rivolgono quando hanno un problema scomodo. Pare sia piuttosto bravo a risolvere le grane di businessman, attori e atleti (che sia stato assoldato da Kobe per far fuori Dwight Howard e Pau Gasol?), e questo suo talento gli ha garantito un certo benessere. C’è però un problema che lo riguarda direttamente, e che non sembra in grado di risolvere in modo altrettanto efficace: il ritorno in libertà dopo vent’anni del padre Mickey, un criminale convinto del fatto che Ray abbia contribuito a farlo condannare. La relazione padre-figlio sembra tutto fuorché idilliaca, e l’inaspettata scarcerazione rappresenta una seria minaccia alla famiglia di Ray e a tutto ciò che egli è riuscito a costruire nella sua vita. Non sembra nulla di particolarmente memorabile, ma di sicuro almeno il pilot avrà la possibilità di un giretto sul nostro video player.

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Magic City, Starz (seconda stagione, 8 episodi, 14 giugno)
Miami Beach, 1959. Abbiamo lasciato Ike Evans, orgoglioso proprietario del Miramar Playa, lussoso hotel di Miami Beach meta prediletta di uomini politici, celebrità e gangster, invischiato nella pericolossisima relazione con il boss mafioso Ben “The Butcher” Diamonds. Per il bene della sua famiglia e del suo albergo, Ike proverà a liberarsi da questo abbraccio mortale, ma a quale prezzo? Nel frattempo, i figli intraprendono carriere decisamente opposte, l’uno attratto dalla malavita, l’altro negli uffici dello spregiudicato pubblico ministero Jack Klein. Oltre a girovagare per il sottobosco criminale di Miami e Chicago (con accenni alle montanti tensioni razziali),  ci troveremo anche all’Havana, per seguire i primi passi dalla rivoluzione castrista e la liberazione dell’isola da dittatura e clan mafiosi, invero piuttosto seccati per il forzoso trasferimento nella dirimpettaia Florida. Senza correre neanche lontanamente il rischio di essere scambiata per un capolavoro, è una serie godibile: c’è di molto peggio, specie sullo stesso canale.

magiccity

Low Winter Sun, AMC (prima stagione, 10 episodi, 11 agosto)
La storia di un omicidio perfetto che si rivela non essere tale, in una ruvida realtà urbana in cui la linea di demarcazione tra poliziotti e criminali non è per niente chiara. Frank Agnew, poliziotto di Detroit, ha ucciso un collega per vendetta. È convinto di aver cancellato le prove del suo crimine, ma scopre che sul caso è in corso un’indagine degli affari interni. La sua vita cambia radicalmente, e Frank, accompagnato dal collega Geddus, si troverà in parecchie situazioni scomode, tra poliziotti corrotti, violenza che chiama altra violenza, e incursioni nei bassifondi di Detroit. A quanto pare, il protagonista continua a ripetere (e a ripetersi) di non essere una persona cattiva. Potrebbe essere il tanto atteso e necessario aggiornamento del filone poliziotti-con-problemi? Non lo sappiamo, perché le informazioni diffuse da AMC sono di una vaghezza più unica che rara. Però ci speriamo, e a pelle siamo fiduciosi.

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True Blood, HBO (sesta stagione, 10 episodi, 16 giugno)
Vampiri della Louisiana in salsa porno softcore. A causa di queste poco esaltanti premesse, è una delle poche serie HBO che non ci ha mai incuriosito, e continua a non incuriosirci. Siamo alla sesta stagione, quindi c’è poco da dire: se siete dei fan sapete già tutto meglio di noi, se non lo siete non saremo certo noi a spingervi tra le loro fauci.

trueblood

Copper, BBC America (seconda stagione, 12 episodi, 23 giugno).
Poliziesco ambientato a New York negli anni della Guerra Civile americana, tra immigrati irlandesi, comunità afroamericana, e le gang che si danno battaglia per il controllo di Five Points. La seconda stagione si apre nei mesi immediatamente precedenti l’assassinio di Lincoln, e continua a seguire le vicende del detective irlandese Kevin Corcoran, impegnato da un lato a collaborare con il generale Donovan, appena tornato dalla guerra, nel tentativo di porre un freno alla violenza dilagante nel celebre slum newyorkese, e dall’altro a mettere ordine nelle propria vita dopo il tradimento della moglie e del suo migliore amico.

Orange is the New Black, Netflix (prima stagione, 13 episodi, 11 luglio)
Piper Chapman, newyorkese di successo, viene condannata alla reclusione in un carcere federale a causa di una relazione avuta ai tempi del college con una spacciatrice. La dramedy segue il difficile adattamento alla vita carceraria di Piper e l’incontro con un gruppo di detenute che le spiegherà come si vive in un carcere femminile. L’arancione del titolo è ovviamente quello della tuta indossata dai carcerati. Hype? Non pervenuto.

Wilfred, FX (terza stagione, 13 episodi, 20 giugno)
Commedia surreale incentrata sulla relazione tra Ryan (Elijah Wood), ex-avvocato depresso con tendenze suicide, e il cane della sua vicina, Wilfred. Mentre per tutti Wilfred è un normale cane, Ryan lo vede come un adulto travestito da cane. Cosa sia successo tra i due nelle prime due serie, e cosa succederà nella terza, lo ignoriamo, ma la premessa è talmente assurda che potremmo essere tentati di vedere tutto quello che ci siamo persi prima dell’inizio della nuova stagione.

Camp, NBC (prima stagione, 10 episodi, 10 luglio)
Mack Granger è la direttrice del Little Otter Family Camp, un campeggio estivo per famiglie. La vicenda si svolge tra turbamenti amorosi adoloscenziali, bravate da studenti collegiali, e adulti che fanno di tutto per non dimostrarsi tali. Sullo sfondo, la fine del matrimonio di Mack. Descritta in questi termini potrebbe essere la dramedy meno interessante di sempre. Il pilota potrebbe (e dico potrebbe) meritarsi un’occhiata solo per via della presenza di Rachel Griffiths, indimenticata Brenda di Six Feet Under.

Under the Dome, CBS (prima stagione, 13 episodi, 24 giugno)
L’improvvisa comparsa di una gigantesco campo di forza isola una cittadina del New England dal resto del mondo. Progetto in ballo da anni, tratto da un romanzo di Stephen King.


L’estate porta in dote tanto tempo libero, e sappiamo benissimo che è inutile confidare nel contributo della tv nostrana per cercare di riempirlo: il palinsesto italico estivo è, se possibile, ancor più desolante e deprimente che nel resto dell’anno. Se siete come noi, e delle amichevoli estive non vi importa nulla, agosto sarà il periodo giusto per recuperare la visione di alcune serie andate in onda durante questa primavera e che, tra tanti protagonisti, erano sfuggite al nostro radar.

The Fall, BBC Two (prima stagione, 5 episodi, 13 maggio)
Stella Gibson, esperta detective, è sulle tracce di un serial killer che terrorizza Belfast. Un pitch del genere non lascia immaginare niente di più di un canonico thriller psicologico, ma il ritorno in tv di Gillan Anderson nei panni della protagonista è stato acclamato dalla critica. E noi abbiamo deciso di fidarci.

Broadchurch, ITV (prima stagione, 8 episodi, 4 marzo)
Thriller che si muove lungo la linea tracciata da Twin Peaks e ripresa, di recente, da The Killing e Top of The Lake. In questo caso, però, la vittima è un ragazzo, Danny. E siccome la serie è inglese, pare ci sia spazio per un po’ di sano humor nero.  Il luogo dove si svolge la vicenda, invece, è la consueta idilliaca cittadina che dietro una facciata da paradiso terrestre nasconde tanti misteri. Altra serie molto apprezzata dalla critica, e anche in questo caso ci fidiamo del consiglio e procediamo con la visione.

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Qualche sera può essere salutare, anche per i più serie-dpiendenti, lasciar perdere la fiction ed immergersi invece in qualche bella storia del mondo reale. Questi documentari provano a raccontarcene un paio che ci sembrano piuttosto interessanti. (E dovrebbero sembrarlo anche a voi: streetball e street art, che volete di più??)

Doin’ It In The Park
Questo documentario indipendente è il racconto di un viaggio di 90 giorni a spasso per i five boroughs di New York City, e di centinaia di partitelle giocate su ben 180 playground della Big Apple, alla ricerca dell’essenza della pallacanestro. Un racconto, quello realizzato da Bobbito Garcia e Kevin Couliau nel loro film d’esordio, che trasuda amore incondizionato per “the city game” e per i suoi protagonisti. Sotto la loro guida ripercorriamo cinquant’anni di storia della pallacanestro così come viene vissuta sui playground della Mecca del basket, attraverso il racconto delle gesta mitologiche degli eroi che dagli anni ’70 ad oggi ne hanno calcato l’asfalto. Gesta che da generazioni vengono tramandate oralmente all’interno della comunità cestistica newyorkese, equivalente metropolitano dei poemi omerici. E come l’epica classica aveva i suoi aedi, così il basket newyorkese ha i suoi cantori, e Bobbito Garcia, egli stesso leggenda dei campetti (e, per sovramercato, enciclopedico conoscitore di scarpe da basket, che stanno al cantore di avventure cestistiche come la cetra sta al poeta) ne è uno degli esponenti principali. Oltre alla sapienza di Bobbito, il racconto è arricchito dalle parole di molti dei protagonisti — per lo meno quelli vivi e in buona salute — che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di coltivare il proprio talento con la palla a spicchi sull’asfalto newyorkese, alcuni capaci di raggiungere il successo tra l’Olimpo dei pro, altri destinati a restare leggende della strada: possiamo così ascoltare frammenti di mitologia direttamente dalla voce dei protagonisti degli albori del movimento, Dr. J, “Fly” Williams, PeeWee Kirkland, per arrivare a quelli più recenti, Kenny Smith, Mark Jackson, Kenny Anderson e Rafer “Skip To My Lou” Alston. Imperdibile per gli appassionati, caldamente consigliato a tutti gli altri. Trailer

Inside Out: The People’s Art Project, HBO (dal 20 maggio)
La storia del progetto di arte globale ideato dallo street artist francese JR, diventata la più grande opera d’arte urbana mai realizzata. Il progetto, presentato in occasione della TED Conference di Long Beach e vincitore del TED Prize nel 2011, aveva come obiettivo quello di permettere a chiunque lo desiderasse, in qualunque parte del mondo, di esprimere il proprio messaggio per mezzo della tecnica artistica resa famosa da JR, ovvero l’affissione di gigantesche riproduzioni in bianco e nero di autoritratti fotografici di persone comuni. Centinaia di gruppi d’azione e di singoli individui provenienti da tutto il mondo, dal Borneo alla Palestina, hanno aderito spontaneamente all’iniziativa di “attacchinaggio globale” proposta dall’artista francese, inviando i propri autoritratti fotografici e ricevendoli indietro in formato poster, pronti per essere incollati ovunque i partecipanti ritenessero di voler dare visibilità ai singoli e alle comunità locali. Trailer

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Game of Thrones nel XXI Secolo: dai casati alle corporation

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È appena trascorsa una domenica senza l’abituale puntata di Game of Thrones, a cui è stata concessa una settimana di pausa per lasciare spazio alle celebrazioni del Memorial Day (leggi: per non perdere ascolti dovuti alla mancanza di telespettatori, impegnati a godersi il lungo weekend vacanziero) e alla messa in onda, fresco di ritorno da Cannes, di Behind The Candelabra, biopic di Steven Soderbergh sugli eccessi dell’eccentrica star Valentino Liberace. Nonostante questo, la dipendenza quasi fisica dalla serie di punta della stagione televisiva ci spinge a parlarne anche in questo lunedì orfano delle gesta di Daenerys & Co.

Targaryen1-copy1Per farlo, recuperiamo una notizia di qualche tempo fa, ma che ha recentemente fatto il giro della rete, e che conferma il ruolo ormai dominante di Game of Thrones nell’immaginario pop dei nostri tempi. Si tratta di una geniale campagna pubblicitaria commissionata da Shutterstock, nota agenzia di stock photography, sapientemente lanciata qualche giorno prima dell’inizio della terza stagione della serie. Obiettivo della campagna? Scardinare l’idea comune (che potete verificare voi stessi dando una rapida occhiata all’archivio) che le fotografie e le illustrazioni catalogate nell’enorme libreria di cui dispone Shutterstock abbiano un valore appena superiore a quello delle clip art che potevate trovare all’interno delle prime versioni del vostro word processor preferito. E per cancellare questa percezione non proprio esaltante, cosa c’è di meglio che cavalcare il trend planetario di una serie di successo, mossa di sicuro effetto per riuscire a dare una lustratina al proprio marchio e soprattutto utile a far parlare di sé in tutti i meandri della Rete?

Lannister1-copy1Il risultato, opera di Elliot Scott (Mondayne), è davvero brillante. L’idea di fondo è quella di trasportare le principali famiglie di Westeros ai giorni nostri, trasformandole da medievaleggianti casati nobiliari a moderne corporation di successo. D’altra parte, la competizione senza esclusione di colpi tra le multinazionali per accaparrarsi fette di mercato sempre maggiori ha spesso poco da invidiare alla violenza del “gioco dei troni”. Prendendo spunto dalle caratteristiche salienti dei casati descritti da George R.R. Martin, e traendo dai loro ormai famosi motti preziosi suggerimenti per determinare i “core values” di ogni brand, la campagna mira a realizzare, mediante l’uso di immagini tratte dalle librerie di Shutterstock (e un bel po’ di photoshop), la “corporate identity” di ogni brand. E, come potete vedere dalle immagini, queste sono straordinariamente appropriate!

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Air Targaryen, perché possedere dei draghi è un grande aiuto quando si vogliono dominare i cieli.Targaryen-copy

Chi può vantare maggiore dimestichezza della famiglia Lannister con i meccanismi della finanza? Loro pagano sempre i loro debiti, e nel frattempo vi guidano nell’investimento dei vostri risparmi.Lannister2-copy

Abituati alla rigidità del clima nordico, la famiglia Stark ha certo il giusto know-how per produrre l’abbigliamento adeguato alle temperature più estreme. E siccome l’inverno è alle porte, arriva anche la collezione invernale.Stark-copy

I migliori guerrieri di Westeros spesso provengono dalla famiglia Baratheon, i quali sembrano i più affidabili nel campo dei servizi per la sicurezza personale.Baratheon-copy

L’esperienza accumulata navigando tra le Iron Islands fà dei Greyjoy dei grandi navigatori, di sicuro adatti alla gestione di una compagnia di crociere.Greyjoy-copy

Non potendo dominare i cieli, la famiglia Arryn si è accontentata dell’etere, grazie al monopolio dei ripetitori per la telefonia mobile installati sulle Mountains of the Moon e sulla fortezza Eyrie.Arryn-copy

Via HiConsumption

Game of Thrones, Atto III: il caos non è una fossa, è una scala.

Game of Thrones: Season 3Game of Thrones, HBO.
Terza stagione.
Domenica, dal 31 marzo al 2 giugno.
Sito ufficiale

Lo confesso: non sono un grande appassionato di fantasy, e non ho letto nulla della saga creata da George R. R. Martin. Prima che mettiate mano alle spade e invochiate gli Antichi Dei della Foresta affinché puniscano questo povero stolto, lasciatemi spiegare: quello che voglio dire è che, nonostante non rientri tra i miei generi prediletti, anche per me (e per quegli altri due o tre poveretti nelle mie stesse condizioni) il ritorno della pluripremiata epopea fantasy di Game of Thrones è senza alcun dubbio l’evento più atteso di questa primavera televisiva 2013.

HBO non ha certo lesinato sulla campagna di lancio della terza stagione del suo prodotto di punta, mettendo su un battage pubblicitario imponente culminato con una clamorosa pagina pubblicitaria sul NYT (con corredo di finti articoli ad hoc), in uno sforzo promozionale pari a quello di un blockbuster per il grande schermo. D’altra parte, i titoli di testa più epici di sempre (tutto quello che c’è da sapere su questi favolosi 100 secondi si può leggere e vedere qui), dozzine di straordinari personaggi (un cast forte di oltre 50 attori, secondo una recente press release di HBO) e ambientazioni sempre più grandiose ed evocative (che, con il progredire della serie e il corrispondente aumento del budget, si stanno facendo visivamente sempre più ricche) non lasciano dubbi: Game of Thrones è il kolossal incontrastato della tv contemporanea, e non può che creare aspettative proporzionate al proprio status. A tutto ciò si aggiungano le prospettive dei soliti coinvolgenti combattimenti — che, questo ci promettono i trailer, non si svolgeranno più solo per terra e mare, ma si estenderanno fino al cielo con il ritorno sulla scena dei leggendari draghi — e si può capire perché l’attesa della vasta fandom per l’inizio della nuova stagione fosse più che febbrile.

Beric Dondarrion vs The Hound

Per tutti coloro che sono esperti in tutto ciò che riguarda il medioevo fantastico creato da Martin e i vari personaggi che lo abitano sarà sufficiente sapere che la terza stagione si basa sulla prima metà di A Storm of Swords, terzo romanzo della saga di A Song of Ice and Fire. Tutti gli altri (newbie o bandwagoners, chiamateci come volete!), invece, sappiano che questa terza stagione prosegue nell’esplorazione dei tre principali archi narrativi sviluppati fino a ora: la guerra che dilaga a Westeros e le continue macchinazioni politiche messe in atto dai vari casati per assicurarsi l’ascesa all’Iron Throne correntemente occupato — o piuttosto usurpato — da Joffrey Lannister (il quale, in mezzo a tutto ciò, trova ancora il tempo di dominare, in modo pressoché incontrastato, la corsa al titolo di ragazzetto più odioso della storia della tv); la minaccia incombente rappresentata non solo dall’inverno in arrivo da ormai due stagioni, ma soprattutto dalle bellicose popolazioni che vivono al di là del Muro, siano essi i libertari Wildlings o White Walkers e relativo esercito di zombie mutilati (con consueto lascito di creative disposizioni di corpi smembrati) e congelati; e infine le vicende di Daenerys “Stormborn” Targaryen, Dany per gli amici e “mama of dragons” per tutti gli altri, eroina dai capelli biondo platino determinata a riprendersi ciò che le appartiene per diritto dinastico (il trono di cui sopra), ma con la difficoltà aggiunta di non possedere né un regno né, fallito miseramente il tentativo di guidare le orde dothraki, un esercito (che, si sa, quando si è intenzionati a far la guerra contro qualcuno fa sempre comodo).

Mance Rayder, King Beyond the Wall

A onor del vero, dopo tanto teasing, la stagione è partita un po’ con il freno a mano tirato, e forse non poteva essere altrimenti. Il lungo iato di dieci mesi dal finale della seconda stagione ha imposto, a fini di una narrazione efficace, un momento di pausa necessario a riprendere le fila tanto delle principali linee narrative ricordate sopra, quanto delle millemila sottotrame di cui gli altrettanto numerosi personaggi sono protagonisti: dalla diaspora dei vari rampolli Stark sparsi per il continente (tutti a loro modo impegnati in perigliosi viaggi, chi alla ricerca di se stesso, chi — più prosaicamente — verso casa o in fuga da una casa ormai ridotta a un cumulo di macerie fumanti) alla strana coppia Jamie Lannister/Brianne of Tarth, da quel fessacchiotto di Theon Greyjoy ai doppi-tripli-quadrupli giochi messi in opera da Lord Baelish. A tutto ciò si aggiunga la necessità di garantire adeguato screen time ai nuovi personaggi — tra i quali Mance Rayder (la guest star Ciarán Hinds), famoso/famigerato King Beyond the Wall, e Thoros of Myr (Paul Kaye) chierico/guerriero devoto al Signore della Luce — e  accompagnarne l’inserimento nella trama principale, e si può ben comprendere come una certa macchinosità nel dare avvio alla stagione fosse difficilmente evitabile. D’altra parte, Game of Thrones ha ormai consolidato la propria strategia narrativa, e fin a ora non ha avuto timore, nonostante il rischio di perdere il favore dei fan meno… fanatici (ben inteso, me incluso), ad alzare il piede dall’acceleratore  rinunciando a spingere sull’azione a tutti i costi e indugiando invece su segmenti più o meno brevi di ciascuna sottotrama, invitando lo spettatore a completare pezzo per pezzo il grandioso affresco del mondo di Westeros. Affresco che continua a comporsi, quindi, non solo grazie a uno sguardo a volo d’uccello su una trama “macro” di eventi epocali (quali una guerra dinastica o l’invasione dal nord di un’armata di esseri misteriosi che nessuno ha più visto da qualche migliaio di anni), ma anche attraverso il rilievo dato al dettaglio “micro” di questo tessuto, costituito da elementi ben più sottili, che vanno dai piccoli gesti che caratterizzano lo stato emotivo dei personaggi e contribuiscono a costruirne personalità il più possibile sfaccettate (scomodiamo Walter Ong e li chiamiamo “personaggi a tutto tondo”?), all’attenzione nell’esplorare il background di figure non di primissimo piano, funzionale a comprendere le motivazioni profonde che animano tutti gli attori partecipanti al grande “gioco dei troni”. Il pericolo di disperdere la narrazione in mille rivoli e di disorientare lo spettatore, specie quello che non ha familiarità con l’universo letterario a cui Game of Thrones si riferisce, facendogli sfuggire di mano quel filo rosso che tiene insieme questa la miriade di parti, è sempre dietro l’angolo, e l’episodio introduttivo mi ha, a tratti, dato la sensazione che questo rischio si stesse effettivamente concretizzando. Ma, oltrepassata ormai la boa di metà stagione, l’avanzamento della trama generale e i segmenti dedicati allo sviluppo psicologico dei personaggi hanno di nuovo raggiunto un equilibrio ottimale, e quelli che sembravano fili isolati cominciano a intrecciarsi nella trama e ordito di quel ricco e barocco tessuto che è Game of Thrones. Anche il rapido passaggio tra una location e la successiva si è progressivamente addolcito, e le brusche transizioni iniziali, che davano origine a un confuso tour saltellante tra i vari luoghi di Westeros ed Essos, sono ora più sfumate, e spesso indicano, anche simbolicamente, quali linee narrative cominceranno mano a mano a confluire l’una nell’altra.

Sul lato prettamente tecnico, direi che c’è ben poco da aggiungere a quanto già tutti sanno. Game of Thrones ci ha abituato a standard altissimi e la terza serie conferma ancora una volta una ricchezza visiva senza pari nella televisione odierna: la fotografia è come sempre ineccepibile, con il consueto ricorso a differenti saturazioni di colore per marcare le differenze geografiche di un mondo costituito dalle ambientazioni geografiche più variegate, e la CGI, usata sempre in modo massiccio, ha sicuramente beneficiato dell’aumento del budget a disposizione, e dopo una bella riverniciata di pixel King’s Landing e Dragonstone sono più imponenti che mai.

Dany found an army. Now she just needs a shitload of ships.

Già detto delle gargantuesche dimensioni del cast, di cui alcuni hanno detto, scherzando ma non troppo, che impieghi la totalità degli attori disponibili in tutto il Regno Unito, non resta molto da segnalare neanche sul fronte della recitazione. Gli attori forti restano forti (i soliti Peter DinklageEmilia Clarke e Michelle Fairley; un Nikolaj Coster-Waldau più convincente nei panni del Kingslayer prigioniero di quanto non fosse stato, a mio parere, nelle serie precedenti; e, perché no, una Maisie Williams con la faccia giusta per rendere a dovere l’impertinenza di Arya Stark), e quelli scarsi restano purtroppo tali: tra i personaggi principali, appartengono a questa (affollata) categoria tutti gli altri “Stark”, molti “Baratheon”, Rose Leslie/Ygritte (personaggio piatto — nella recitazione e ancor di più nella scrittura — nonostante un poderoso accento northern english), e anche Aidan “Tommy Carcetti” Gillen non mi sta piacendo molto a causa di una recitazione un po’ sopra le righe, tale da rendere Petyr Baelish machiavellico al limite del caricaturale. Poi ci sono quelli che, anche solo per il proprio aspetto, non dovrebbero avere niente a che fare con la brutale e livida realtà di Game of Thrones, ma sembrano esserci solo perché un prodotto mainstream ha bisogno anche delle facce adatte a finire sui poster che andranno a riempire le pareti delle camerette di molti teenager (Kit Harrington/Jon Snow, lo sai benissimo che sto parlando di te!).

Daenerys: "I've got a dragon, and I'm not afraid to use it!"

Insomma, Game of Thrones è un mosaico ricco, e pazienza se, tra tanti tasselli, alcuni — pochi, ma ci sono — non sono di fattura sempre pregiata, e per quelle scene deboli e talvolta ingenue che ogni tanto fanno capolino qua e là e che, in fin dei conti, le serie a lunga serialità quasi mai riescono a evitare (con la notabile eccezione di The Wire, ma lì, Lester ci insegna, all the pieces matter): la qualità e il livello globale del racconto non ne sono inficiate in modo drammatico. Poi, quando entrano in scena i draghi, tutto il resto, per il sottoscritto, passa in secondo piano. I tre affettuosi cuccioli di Dany (dopo tre stagioni potremmo ben consideraci amici, no?) sono ormai cresciuti e abbastanza svezzati da cimentarsi nella difficile arte della pesca-con-arrostimento-acrobatico-della-preda-in-un-solo-movimento, e la prospettiva di vederli svolazzare in lungo e in largo per il continente è, di per sé, un particolare sufficiente a creare tanto, giustificatissimo, hype. E da che mondo e mondo, sia esso reale o immaginario, la primavera è tempo di playoff, quindi è il periodo perfetto per mettersi comodi sul divano a tifare per Team Khaleesi e gufare contro Team Lannister!

Note a margine

  • Parlando sempre dal punto di vista di chi non può appoggiarsi alla conoscenza pregressa fornita dalla lettura dei romanzi, potrebbe essere utile, prima di tuffarsi nella visione dei nuovi episodi, rinfrescarsi la memoria e fare il punto della situazione dei vari personaggi così come sono stati lasciati alla fine della scorsa stagione. Questo agile slideshow è abbastanza efficace nello svolgere questo compito.
  • Un conciso riepilogo, seppure in chiave ironica, degli episodi della terza stagione andati in onda fino a questo momento si può invece consultare qui.

Quali sono le serie tv in onda in questa primavera 2013? #spring13tv

A uso e consumo dei fedelissimi lettori di AtlantideZine una breve quanto utilissima panoramica di tutte le serie tv in onda nella stagione primaverile 2013. Naturalmente quando scriviamo “in onda” non ci riferiamo alle tristi e sconsolate emittenti italiane (per non parlare delle produzioni…), ma cerchiamo di allargare lo sguardo il più possibile anche se inevitabilmente sono USA e UK a farla da padrone. In definitiva parliamoci chiaro, ci rivolgiamo a quegli utenti che hanno familiarità con cose come µTorrent, Pirate Bay, EZTV, Podnapisi e via dicendo. E naturalmente il nostro più sentito ringraziamento va ai valorosi ragazzi di Itasa e Subs Factory.


Game of Thrones, HBO (terza stagione, 10 episodi, 31 marzo)
La serie più attesa di questa primavera, se non dell’intera stagione 2013. La guerra continua ad imperversare, così come le infinite macchinazioni politiche fatte di alleanze e matrimoni combinati. La minaccia dal Nord si fa sempre più concreta, e dall’altra parte del mondo la bionda Khaleesi in esilio ha dei draghi, e non ha certo paura di usarli. Nessun appassionato di serie televisive degno di questo nome si sognerebbe mai di perderne un solo episodio.

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Mad Men, AMC (sesta stagione, 13 episodi, 7 aprile)
Don Draper e soci, ancora una volta tutti impegnati a ripetere i soliti errori. Il fantasma della guerra del Vietnam e la rivoluzione dei costumi in arrivo. Alla sesta stagione i personaggi sono rodati e la formula ormai collaudatissima. Forse troppo collaudata, inizia a perdere mordente: fino ad oggi non diciamo di essere delusi ma neanche entusiasti.

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Veep, HBO (seconda stagione, 10 episodi, 14 aprile)
Dopo il sorprendente ed acclamato esordio della stagione passata, la satira politca di Veep continua a raccontare le vicende della vicepresidente Selina Meyer e dei suoi tentativi di ottenere peso politico e visibilità dopo le elezioni di metà mandato. Consigliato a chi, non sufficientemente divertito dalle assurdità della politica di casa nostra, vuole passare una mezz’ora a ridere anche di quella degli altri.

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The Village, BBC One (prima stagione, 6 episodi, 31 marzo)
La vita in un piccolo villaggio inglese di inizio novecento raccontata in modo ammirevole dalla BBC. Non molto spettacolare e non così semplice da seguire, ma dategli una chance guardandovi il pilot.

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Orphan Black, BBC America (prima stagione, 10 episodi, 30 marzo)
Sarah Manning, emo-punk desiderosa di mettere ordine nella sua vita, assiste al suicidio della propria sosia, e decide di assumerne l’identità. Ma questo è solo l’inizio, e la vicenda diventa rapidamente parecchio più complicata. Thriller fantascientifico con sconfinamenti nell’horror e nel poliziesco, narrazione tutta di corsa senza pause di riflessione. Puro intrattenimento, non troppo raffinato, ma risultato ben al di sopra delle aspettative. E alla fine ti cattura.

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The Americans, FX (prima stagione, 13 episodi, 30 gennaio)
Le vicende di Elizabeth e Philip Jennings, una coppia di agenti del KGB infiltrati da 15 anni in territorio americano per operare, in piena guerra fredda, sotto la copertura di una canonica famiglia americana. Spy story con abbondanza di travestimenti e gadget vintage e, allo stesso tempo, family drama: fino a che punto la fedeltà alla madre patria e all’ideologia può prevalere sulle emozioni? Miglior esordio dell’anno.

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Vikings, History Channel (prima stagione, 9 episodi, 3 marzo)
La storia di Ragnar Lothbrok, leggendario condottiero, e dell’espansione ad occidente dei popoli scandinavi che diede inizio all’epoca vichinga. Visivamente appagante tanto nei costumi quanto nelle ambientazioni evocative. Battaglie avvincenti, tanta avventura, e il fascino innegabile della mitologia norrena fanno di Vikings, nonostante non sia un capolavoro di scrittura, una bella storia che si lascia seguire con piacere. Merita.

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Hemlock Grove, Netflix (prima stagione, 13 episodi, 19 aprile)
Un trucido omicidio sconvolge una piccola cittadina della Pennsylvania. Licantropi, vampiri, personaggi grotteschi, nomadi rom, adolescenti deformi e liceali turbati sono gli ingredienti di questo confusionario horror prodotto da Eli Roth, con troppi debiti nei confronti di Twin Peaks e neanche una briciolo della sua verve. Il primo episodio, diretto dallo stesso Roth, non invoglia certo a proseguire la visione degli altri dodici. È pur vero che provare non costa nulla.

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Rectify, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 22 aprile)
David Holden, reo confesso per lo stupro e l’omicidio della sua fidanzata ai tempi del liceo, viene scarcerato dopo 19 anni passati nel braccio della morte a causa di nuove prove che ne invalidano la sentenza di condanna. Dramma introspettivo, dedito all’esplorazione dello spaesamento di David in un mondo che non conosce più e della difficoltà del reinserimento in una società ostile. Con la prospettiva di un nuovo processo che aleggia minacciosa. Promette bene, speriamo mantenga.

Defiance, SyFy (prima stagione, 12 episodi, 15 aprile)
Ambiziosa saga ambientata in un futuro non troppo lontano, il cui esordio è accompagnato dall’uscita di un videogioco omonimo, idealmente complementare nella costruzione dell’universo fantascientifico della serie. Il pilota mette in mostra tanti stereotipi e getta le basi per una trama davvero poco originale. Roba per adolescenti, purché non troppo esigenti, o per chi non può proprio fare a meno di una dose settimanale di alieni ed è disposto ad accontentarsi di quello che passa il convento.

Da Vinci’s Demons, Starz (prima stagione, 8 episodi, 12 aprile)
Fumettone fantasy ad ambientazione storica, racconta le avventure di uno spavaldo Leonardo da Vinci venticinquenne, tra conquiste amorose, il servizio alla corte dei Medici, sette segrete, libri magici e gli intrighi politici del Rinascimento italiano. Senza prenderlo troppo sul serio, e avendo lo stomaco di sopportare una buona dose di smargiassate e luoghi comuni, si può guardare, anche solo per riderne.

In The Flesh, BBC Three (miniserie, 3 episodi, 17 marzo)
Grazie alla scoperta di un farmaco in grado di curare gli zombie, Kieren Walker, suicida tornato in vita durante una recente zombie apocalypse, si appresta a fare ritorno al suo paese nel nord dell’Inghilterra, affrontando il difficile reinserimento nella sua famiglia e l’ostilità della comunità. Zero azione e poco gore, mostra i non-morti ma parla di tutt’altro. Consigliatissimo a chi ha bisogno di disintossicarsi dopo una lunga stagione di The Walking Dead.

Top of The Lake, BBC Two/UKTV/Sundance Channel (miniserie, 7 episodi, 18 marzo)
Robin Griffin, giovane poliziotta, si trova coinvolta nella ricerca della dodicenne Tui, sparita qualche giorno dopo aver tentato il suicidio. Il maschilismo e l’ostilità dei colleghi e degli abitanti della piccola cittadina di Laketop non la aiutano nelle indagini. E il riemergere del suo passato complica le cose. Ambientazione inusuale, tra “rednecks” neozelandesi ed una comunità di recupero per donne vittime di abusi, ed il contorno stridente di paesaggi mozzafiato. Da vedere.

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La sterminata produzione americana offre anche un’altra manciata di serie, sia sui grandi network che sul via cavo, per cui io non nutro alcun interesse e di cui so poco o nulla, ma che sicuramente hanno, o possono trovare, degli estimatori.

Tra queste:

The Borgias, Showtime (terza stagione, 10 episodi, 14 aprile). Continua la storia della famiglia più dissoluta del Rinascimento italiano, ambientazione e soggetto ideali per intrighi politici, costumi sfarzosi e nudità da cable tv. AtlantideZine ne aveva già parlato in termini non troppo lusinghieri in occasione della prima stagione, un paio di anni fa. Passo.

Nurse Jackie, Showtime (quinta stagione, 10 episodi, 14 aprile). Non ho la minima idea di quale sia il soggetto di questa serie, però è arrivata alla quinta stagione, per cui magari è importante. Per quanto mi riguarda, continuerò a pensare a Edie Falco solo nei panni di Carmela Soprano e di Diane Whittlesey, secondina di Oz. Passo.

The Big C, Showtime (quarta stagione, 4 episodi, 29 aprile). The Big C si chiude con 4 episodi di un’ora ciascuno. Il seguito (relativamente) numeroso di appassionati non è stato sufficiente a garantire un’ultima stagione regolare. Poco male (per me, non per i fan): non mi ha mai incuriosito, non comincerò certo dalla fine.

Hannibal, TNT (prima stagione, 13 episodi, 4 aprile). La storia del giovane Hannibal Lecter. Mi interessa poco, ma visto l’argomento potrebbe essere un successone.

Bates Motel, A&E (prima stagione, 10 episodi, 18 marzo). La storia del giovane Norman Bates. Potenzialmente sacrilego.

Red Widow, ABC (prima stagione, 8 episodi, 3 marzo). Ennesimo remake di una serie nordeuropea. Sembra un ordinario thriller da broadcast network.

Arrested Development, Netflix (quarta stagione, 15 episodi, 26 maggio). Serie resuscitata da Netflix dopo anni. Immagino che per i fan della serie, dopo un’attesa così lunga, il 2013 possa tranquillamente concludersi il 26 maggio.

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Da segnalare, in calce a questa panoramica sulla programmazione primaverile, l’esordio dell’ennesimo nuovo grande produttore desideroso di azzannare una fetta del ricco mercato delle serie tv. È il turno, siore e siori, di Amazon! Si, proprio Amazon, noto a chiunque per essere il rivenditore di libri (ma ormai rivenditore di tutto ciò che su questo pianeta può essere legalmente rivenduto) più grande al mondo. Jeff Bezos — non contento di aver ottenuto questo modesto risultato e, si suppone, non appagato dalle palate di soldi accumulate fino ad ora — ha deciso che Amazon può e deve dire la sua anche sul mercato televisivo (che televisivo in senso tradizionale non è, ma in mancanza di adeguati neologismi bisogna accontentarsi delle vecchie categorie descrittive). Amazon assale il mercato con una strategia assai diversa rispetto a quella messa in atto da Netflix, altra grande novità di questo 2013, lanciando in contemporanea ben quattordici diconsi quattordici episodi pilota di altrettante nuove serie originali. Si tratta esclusivamente di commedie (una delle quali vanta la presenza di John Goodman, mentre un’altra, Zombieland, è la prosecuzione dell’omonima commedia demenziale) e serie animate per bambini, il cui primo episodio è disponibile gratuitamente sul sito di Amazon (precisamente qui, ma l’Italia, tanto per cambiare, è esclusa dal gioco. Tuttavia, i curiosi non avranno troppe difficoltà ad aggirare la restrizione geografica). La particolarità del modello di business sperimentato da Amazon consiste nel fatto che sarà il gradimento del pubblico a determinare quali e quante di queste serie riusciranno a vedere effettivamente la luce oltre il primo episodio, e quali saranno, invece, segate senza pietà e senza rimorso. Insomma, tutto demandato al giudizio degli spettatori e grande fiducia nel feedback della rete (perché la gente sanno! *groan*). Poi magari si rivelerà un cambio di paradigma epocale, chi può dirlo?