Frida Kahlo a Roma alle Scuderie del Quirinale

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La mostra inaugurata alle Scuderie del Quirinale è molto interessante. Si tratta della prima retrospettiva dedicata interamente a Frida Kahlo a Roma, a distanza di più di dieci anni da quella di Milano. Parlare della Kahlo come artista non è un’operazione semplice, poiché è difficile considerarne la produzione a prescindere dalla sua vita, anzi, spesso si fa l’errore di interessarsi solo alla sua biografia, al suo essere personaggio. Come era per Frida, nel considerarla non si hanno mezze misure: la si ama o la si odia; i suoi quadri, dal forte impatto emotivo, esplicano un repertorio sui generis, fatto di omicidi, aborti, sangue. Autoritratti di un realismo brutale e violento, talmente potenti da suscitare fastidio, intimidire il fruitore.

Da appassionata della Kahlo, mi aspettavo di veder esposti i suoi quadri più celebri, come Le due Frida e La Colonna Spezzata; questi in realtà non ci sono, in compenso possiamo ammirare un’opera eccezionale, Il Mosè o Nucleo Solare. Il percorso espositivo segue un criterio affascinante; si passa dai primi interessi della studentessa Kahlo, quando i suoi studi erano rivolti prevalentemente alla medicina e alla biologia, ai primi approcci propriamente artistici in cui si notano dipinti dal chiaro rimando accademico, fino a giungere alle opere più intimiste e personali, che seguono gli anni dell’incidente del 1926 quando, immobile a letto, l’artista prese coscienza del suo essere, dei suoi tormenti, dei suoi demoni, contro i quali si troverà a combattere tutta la vita.

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943
Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943

Sono rimasta soprattutto colpita dalla sezione dedicata agli aspetti più intimistici della Kahlo: le fotografie inedite, del colombiano Leo Matiz, contrapposte a quelle più conosciute di Nickolas Muray, che hanno immortalato aspetti diversi, evidenziati non solo dalla scelta della stampa delle foto (in bianco e nero quelle del fotografo colombiano, prevalentemente a colori quelli di Muray) ma anche dal punto di vista di scelta fotografica, luce, inquadrature, che ne evidenziano la differenza “sociale” che vogliono rappresentare. Da una parte la Frida pubblica, dall’altra la Frida privata. Infine, e questo è stato straordinario, la serie dedicata ai disegni “terapeutici” della pittrice: un aspetto veramente intimo, che va oltre il famoso diario dell’artista, un tentativo di entrare nello stato d’animo di una donna, innamorata e abbandonata, che cerca di superare il dolore con una terapia basata sulla creazione artistica attraverso la pittura. Amore e odio nei confronti di Diego Rivera che nel 1942 le aveva chiesto il divorzio. Queste “Emozioni” sono il frutto dell’amicizia con la giovane studentessa di psicologia, Olga Campos. Per la prima volta, e questa è la particolarità della mostra, possiamo “capire” la donna Kahlo. Immagini intricate, complicate, espliciti riferimenti sessuali, opere che non sono state realizzate per il pubblico, ma per se stessa.

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29 – Frida KahFrida Kahlo – Bozzetto per Henry Ford Hospitallo – Bozzetto per l’Hery Ford Hospital

Ho apprezzato anche i riferimenti storici: in mostra opere di De Chirico, Maria Izquierdo, Severini, Rivera e altri artisti contemporanei; intreccio di colori, di riferimenti culturali e simbolici. Di certo il percorso espositivo si rivolge ad un pubblico preparato e appassionato, probabilmente lo spettatore che conosce superficialmente la pittrice rimarrà deluso dal non trovare i quadri più famosi. Chiude l’esposizione, com’è giusto che sia, la sezione dedicata al genere della Natura morta, intesa anche questa come autoritratto. Si va anche qui dal 1938 fino alla morte, avvenuta nel 1954, in cui le pennellate sono meno curate e definite, i contorni meno precisi. Mi aspettavo una maggiore cura nelle descrizioni, invece la curatrice ha preferito lavorare sui rimandi storici e biografici, senza approfondire gli aspetti folcloristici del mondo messicano, che pure hanno segnato fortemente la pittura di Frida. Nessun riferimento alla simbologia mesoamericana, nessuna scultura azteca, nessuna foto del “mondo messicano”, quel popolo, quella cultura, di cui la Kahlo era fiera. Se dovessi fare un paragone tra la mostra milanese del 2003 e questa posso sicuramente dire che da un lato, come impatto emotivo ed emozionale, preferisco quella del 2003, dall’altro però, per i contenuti simbolici, intimistici, ho amato anche questa di Roma, che mette finalmente a nudo la figura di una pittrice straordinaria, colta ed estremamente complessa.

Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939
Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939

Frida Kahlo, Roma – Scuderie del Quirinale
20 marzo – 31 agosto 2014 a cura di Helga Prignitz-Poda

I used to be a little boy – Smashing Pumpkins + Mark Lanegan live a Rock in Roma 2013

Attenzione!
Questo articolo potrebbe rivelarsi eccessivamente lungo e troppo personale.

Smashing Pumpkins - Rock in Roma 14/07/2013 (fonte: http://www.onstageweb.com/)

14/07/2013: suonano a Rock in Roma, a Capannelle, gli Smashing Pumpkins. Ad aprire il concerto Mr. Mark Lanegan. Come possa uno come Mark Lanegan essere uno che suona quando ancora c’è la luce del sole aprendo concerti altrui è uno sconcertante mistero ed una delle desolanti anomalie che, senza controllare, sono certo possano sussitere solo in Italia. Ma tant’è, nella stessa serata noi beceri ma fortunati italiani abbiamo l’occasione di vedere sia Mark Lanegan che gli Smashing Pumpkins. Amen.

Comunque sia, qui servono un po’ di premesse per dare il giusto contesto a questo articolo e farvi capire di cosa effettivamente stiamo parlando. Chi scrive nella sua adolescenza è stato fan sfegatato, stupido, degli Smashing Pumpkins. A partire dal 1994, sedicenne, ascoltavo ossessivamente Siamese Dream (ricordo che promisi a me stesso che avrei ascoltato almeno un po’ di Siamese Dream ogni giorno della mia vita, per sempre), acquistavo immediatamente senza badare al prezzo qualsiasi cosa pubblicasse Corgan o avesse sopra il marchio SP: album, singoli, vhs, cofanetti, bootleg, compilations, vinili anche se non avevo il piatto, la colonna sonora di Batman & Robin, libri, t-shirts, stickers, spillette. A Londra in gita scolastica setacciai Virgin Store et similia a caccia di chicche e rarità, tornai con un orrido cd con un’intervista in inglese.

Gli Smashing Pumpkins nel 1994

Quello che mancava per soddisfare la mia esuberante passione adolescenziale era lo spettacolo live, il concertone. Obiettivo non facile da raggiungere per un teenager barese: da quello che sapevo gli SP avevano suonato una volta in Emilia prima che li conoscessi (tipo ad una festa dell’Unità, se non ricordo male) e poi nulla fino all’aprile 1996, Palatrussardi di Milano. Non ancora diciottenne ero pronto al grande viaggio in treno ma non riuscì a trovare un compagno di viaggio; mandarmi da solo in treno da Bari a Milano a 17 anni era troppo per i miei genitori: occasione persa. Finalmente il mio sogno di vedere Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins dal vivo si concretizzò il 7 giugno del 1998 alla scalinata dell’EUR a Roma (se volete sentirlo sta qui). Per vicessitudini che non ricordo non ero riuscito a procurarmi il biglietto, dovetti comprarlo da un bagarino a cifre astronomiche. Ovviamente ne valse la pena: a 20 anni, il viaggio con amici vecchi e nuovi, il concerto in una location fuori dal comune, il mio gruppo preferito (benché senza il prodigioso batterista Jimmy Chamberlin) in un momento di grazia, il tour di un disco che avevo amato visceralmente (Adore), la notte passata per strada. Un pietra miliare della mia crescita.

Adesso siamo nel 2013, da quel 1998 sono passati 15 anni e gli Smashing Pumpkins nel frattempo si sono sciolti ed erano un po’ finiti nell’oblio; poi Billy Corgan, dopo vari progetti fallimentari e momenti in cui sembrava avesse davvero perso completamente la testa, ha ricostituito la band e tirato fuori un album inaccettabile (Zeitgeist), il fidato batterista Jimmy Chamberlin lo ha abbandonato, ha trovato un nuovo batterista (Mike Byrne) e poi riformato la band selezionando i membri con pubblica audizione, poi ha sbroccato con un disco pubblicato gratuitamente solo su Internet un pezzo alla volta, poi finalmente si è rimesso in tour suonando scorpacciate di pezzi dei bei vecchi tempi e tutto si è risolto. Infine nel 2012 ha pubblicato Oceania che, diciamoci la verità, non è questo granché ma non è neanche una cosa imbarazzante e dimostra che Billy si è finalmente rimesso in carreggiata per fare quello che ha sempre voluto fare: scrivere canzoni, pubblicare dischi, girare il mondo suonando di fronte a grandi platee osannanti. Dategli torto.

Dal canto mio invece in questi 15 anni sono successe un sacco di cose, oltre ad aver rivisto gli Smashing Pumpkins in altre due occasioni: sono cresciuto. L’appassionato romantico teenager superfan di allora è diventato un trentacinquenne lavoratore e padre di famiglia e durante il tragitto ha avuto modo di scoprire ed approfondire un sacco di altra musica, ampiamente coadiuvato dalla rivoluzione digitale. Tra le tante cose scoperte e approfondite spicca la figura di un cantante che viene dalla stessa era e dalla stessa scena musicale di Billy Corgan ma la cui attitudine (e la cui voce) è agli antipodi di quella del leader degli Smashing Pumpkins. Sto parlando di Mark Lanegan. Lanegan è un mito, già ve ne ho parlato. Ma quando dico ‘mito’ non lo intendo in senso gergale, proprio nel senso che per me è una sorta di figura mitologica, una leggenda, la summa di quanto di meglio la musica rock sia riuscita a produrre negli ultimi 20 anni. Lanegan è tra i padri della scena di Seattle con gli Screaming Trees già negli anni ’80, amico fraterno e partner musicale di chiunque da Kurt Cobain a Greg Dulli, da Layne Staley a Josh Homme, è un filologo del blues, del folk, del garage, del rock and roll. E poi possiede una delle voci più profonde e magnetiche che potrete mai ascoltare. Se Billy Corgan è un hall of famer del gigioneggiamento sul palco, del cazzeggiare con la chitarra e stravolgere i pezzi, dilatarli, masticarli e risputarli, strillare, sorprendere e sfidare i fans ecc, Lanegan invece viene fuori e canta. Basta, niente pose, niente divagazioni: solo lui, la band, la musica e la sua voce da un altro mondo, freddo, immobile, profondo, sincero. La rockstar e il bluesman.

Mark Lanegan

Crescendo ho imparato ad amare l’attitudine di Lanegan e a diffidare di quella di Corgan, così come diffido di appariscenti imbonitori mentre ho una predilezione per i tipi burberi e taciturni. E per un periodo ho avuto un vero e proprio rifiuto per la musica di Billy Corgan che disperatamente cercava di ritagliarsi una presenza nel panorama musicale prima con gli Zwan, poi col suo disco solista The Future Embrace, poi con Zeitgeist e l’altra robaccia che pubblicava infangando il buon nome degli Smashing Pumpkins e la mia adolescenza. Ero deluso, tradito.

Poi nel novembre 2011 sono venuti a suonare in Italia, ho visto la setlist e mi sono detto che, cavolo, sarebbe stato fantastico essere ancora una volta sotto quel palco mentre gli Smashing Pumpkins suonano Cherub Rock o Zero. E poi è uscito Oceania, l’ho ascoltato timoroso e mi sono detto che, al diavolo, è vero che Billy dev’essere certamente stato una carogna con Jimmy Chamberlin, James Iha e D’Arcy, è vero che nessuno di quei pezzi di Oceania sarebbe neanche stato una b-side negli anni ’90, è vero che Corgan sta facendo tutto questo per i soldi e la celebrità, però cavolo, se lo è guadagnato. In fondo non è forse stato lui a scrivere e suonare Gish, Siamese Dream, Mellon Collie and the Infinite Sadness, Adore, Machina? Billy Corgan è uno dei più grandi musicisti rock della sua generazione. Si merita tutto, anche se l’ispirazione che con lui era stata così generosa (quanti pezzi ha pubblicato tra il ’95 e il ’96, tra Mellon Collie e The Aeroplane Flies High? 60? Di più?) lo ha ormai abbandonato.

Smashing Pumpkins + Lanegan - Rock in Roma, 14/07/2103

E dopo questo brevissimo preambolo, se state ancora leggendo, arriviamo a bomba al 14 luglio 2013, Smashing Pumpkins + Mark Lanegan Band live a Capannelle, a 10 minuti da casa. Non potevo mancare. Arrivo al concerto trafelatissimo nel mezzo di mille cose da fare (fatemi gli auguri, tra una settimana nasce il mio secondo figlio) senza aver pensato a nulla tranne che recuperare nel fondo di una scatola la vecchia maglietta che avevo 15 anni fa alla scalinata dell’EUR. Arrivo a Capannelle in perfetto orario, attraverso l’impressionante corridoio di stands e sponsors e arrivo davanti al palco. Tanta gente, quasi tutti over 30 naturalmente, eccetto qualche under 10 figlio di fans di vecchia data che si aggira sereno tra la folla. Bella atmosfera. Per primi, per farci ingannare un po’ l’attesa, escono i californiani Beware of Darkness di cui non so nulla ma che si fanno ascoltare volentieri nella loro mezz’oretta di rock alternativo dal sapore anni ’60, non privi di una certa personalità.

Dopo di loro, quando luce in cielo ancora ce n’è tanta, arriva Mark Lanegan con la sua band. Sono in posizione pressoché perfetta, centrale a 10 metri dal palco. La setlist di Lanegan è asciutta e favolosa come da programma: si inzia con la spettacolare The Gravedigger’s Song e si va avanti con pezzi fantastici vecchi e nuovi come I hit the City, One Way Street, Metanphetamine Blues, la meravigliosa Harbourview Hospital, la cover dei Leaving Trains Creepin Coastline of Lights e l’immancabile pezzo degli Screaming Trees, che questa volta è Black Rose Way dal disco ‘fantasma’ Last Words. Dopo mezz’ora o poco più Mark e la sua band lasciano il palco: nessun bis, nessuna concessione al pubblico, come nel suo stile. Solo una breve frase tipo “lasciamo il palco agli straordinari Smashing Pumpkins” o qualcosa del genere. Sembra ironico, forse lo è, forse no. Ciao Mark, ci rivedremo e non vedo l’ora di ascoltare a settembre Imitations.

Mark Lanegan live @ Rock in Roma - 14/07/2013

Il sole è tramontato, ancora una mezz’ora di attesa, e finalmente Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins escono sul palco a fare i conti con la mia adolescenza. Il concerto si apre nello stesso modo in cui si apre Oceania: Quasar e Panopticon. La prima è buona, adeguata per iniziare a scaldare il pubblico, sulla seconda non mi pronuncio. I ragazzi suonano bene comunque: il batterista Mike Byrne è potente come dev’essere un batterista degli SP, Nicole Fiornentino e Jeff Schroeder non fanno rimpiangere di certo le loro controparti D’Arcy e James Iha, almeno dal punto di vista tecnico. Il terzo pezzo è Starz da Zeitgeist e su questo invece mi pronuncio: orribile e venuto anche maluccio. Qua va a finire male, penso. Dopo questo preoccupante inizio arriva Rocket a rinfrancarmi un po’, anche se il pubblico rimane ancora troppo immobile per i miei gusti; dai Billy, “the moon is out the stars invite”, iniziamo ‘sto concerto! E invece nulla, dopo Rocket ancora non si decolla, Corgan si imbarca in una prescindibilissima versione di Space Oddity di David Bowie; Billy, con la discografia che hai a disposizione Bowie francamente potevi lasciarlo in pace: Pumpkin Oddity. Il pubblico sembra apprezzare però, io invece, dopo cinque pezzi, comincio a sentirmi un po’ frustrato. Per fortuna arriva X.Y.U., uno dei capitoli più tirati della discografia degli SP e mio vecchio pallino. In più il pubblico inizia a muoversi: mi butto nel pogo e finalmente posso sfogare la mia insoddisfazione (e arrivare sotto il palco). “And in the eyes of the jackal I say KA-BOOM!”. La verità è che sotto il palco si sente malissimo e Corgan per il momento pare che si stia davvero risparmiando la voce, ma almeno mi sto divertendo nel gruppetto di pogatori.

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Ormai lo spettacolo è entrato nel vivo e arrivano momenti più intensi con Disarm e Tonight, Tonight. I pezzi sono quelli che sono quindi arrivano, non posso negarlo, ma la delusione è tanta. Forse Billy non le sente più come una volta, forse è stanco di cantarle da quasi 20 anni, ma le tira davvero via senza passione. Disarm la suonano persino con la base di archi registrata. Per me è davvero un momento di grossa malinconia e i testi dei due brani contribuiscono a rendere più profonda la mia riflessione su quanti anni siano passati e quanto siamo cambiati tutti quanti. “I used to be a little boy”, “You can never ever leave without leaving a piece of youth – We’re not the same, we’re different tonight”.

Ho l’occasione di metabolizzare il mio momento epifanico in cui rifletto sui bei tempi andati e su cosa oggi, 15 anni dopo, siamo diventati io, Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins perché arrivano altri due trascurabili brani tratti da Oceania e perché Corgan pensa bene di fermare il concerto per buoni dieci minuti passati a chiacchierare mettendo in imbarazzo i ragazzi della band, raccontando delle sue origini italiane (salta fuori che ha un quarto di sangue siciliano), la cognata italiana, i nipotini rumorosi, gli italiani che gesticolano, lui che ama l’Italia e la cucina italiana ecc. Ovviamente il pubblico è in visibilio mentre la mia crisi interiore si infittisce. Mi sfogo un po’ su twitter.

Per fortuna il concerto riparte e arriva un brano che mi riconcilia un po’ con Billy Corgan: Thirty-Tree. Speak to me in a language I can hear Billy, you can make it last forever. Sarà che la chiacchierata lo ha caricato ma Corgan sembra cominciare a dare qualcosa di più dal punto di vista di energia ed intensità e poi, con due pezzi come Ava Adore e Bullet With Butterfly Wings il pogo diventa sostenuto. Ora si comincia a ragionare ragazzi: eccoli qui, sul palco ci sono gli Smashing Pumpkins! Arriva un’altra doppietta da OceaniaOne Diamond, One HeartPale Horse, due pezzi orecchiabili senza infamia e senza lode che però questa volta accolgo con benevolenza perché fermano un attimo il pubblico: grondiamo sudore. La pausa è gradita anche perché ci aspetta una chiusura da paura con Today, Zero, Stand Inside Your Love e una United States da Zeitgeist che non sarà una grande canzone ma Billy la suona con passione, forse quella suonata meglio in tutta la serata. Ormai tutti i muri sono caduti, sono bastate una manciata di canzoni suonate con passione e posso dirmi ufficialmente riconciliato con Billy Corgan e la mia adolescenza.

Smashing Pumpkins live @ Rock in Roma - 14/07/2013

Ma il meglio deve ancora venire. Il primo bis è clamoroso, ritorno alle origini con i primi tre meravigliosi brani di Gish: I am one, Siva e Rhinoceros. Sotto il palco siamo in visibilio; in particolare Siva ci manda in estasi, con la parte psichedelica virata a Breathe dei Pink Floyd. Il mio appagamento ormai è totale. La band lascia di nuovo il palco, un secondo bis è nell’aria ma io sono a pezzi: dopo un paio d’ore di pogo la mia preziosa t-shirt è fradicia e le gambe mi reggono a stento. Mi allontano 20/30 metri dal palco e un po’ me ne pento perché gli Smashing Pumpkins rientrano con Immigrant Song dei Led Zeppelin (e con questa sono ben tre cover, tutte dagli anni ’70 inglesi) e chiudono con una fantastica Cherub Rock, fresca, veloce e potente.

Se devo fare un bilancio sulla setlist dico che 6 pezzi da Oceania più 2 da Zeitgeist sono davvero troppi, specie se pensiamo che Adore e Machina hanno avuto solo un brano ciascuno; la stessa Space Oddity poteva essere risparmiata mentre non sarebbe stato male inserire qualche pezzo soft come To Sheila o Try Try Try. Ma in fondo tutto è bene quello che finisce bene: quasi due ore e mezza di concerto in cui, nell’ultima ora, Corgan è riuscito prima a recuperami e alla fine a riconquistami completamente. Chissà, forse tra 15 anni tornerò a vedere un concerto degli Smashing Pumpkins, magari con i miei figli adolescenti.

La grande bellezza e la piccola morte

3-La-grande-bellezza «Se la condizione contemporanea è schifosa, senza speranza, insulsa, materialista, deficitaria sul piano emotivo, stupida e sadomasochista, allora io (o qualsiasi scrittore) posso cavarmela mescolando storie di personaggi schifosi, senza speranza, insulsi, materialisti, deficitari sul piano emotivo, stupidi e sadomasochisti, anzi, è facile: questo genere di personaggi non richiede infatti alcuno sviluppo». O almeno, così la pensava David Foster Wallace, in un intervista del 1993, riferendosi ad American Psycho di Bret Easton Ellis. Per quel che mi riguarda, trovo riduttivo liquidare così American Psycho, ma le parole di Wallace mi sono tornate subito in mente poche sere fa, fuori dal cinema, dopo aver visto La grande bellezza di Paolo Sorrentino, presentato in concorso al Festival di Cannes. Sorrentino, come Ellis, è un maestro di stile (visionario/eccessivo): mette insieme storie del demi-monde salottiero romano, di cafoni ripuliti e radical chic annoiati, di scrittori in crisi e soubrette incomprese, ma le riveste dello splendore formale più patinato, fotografa l’orrido secondo i canoni dei migliori servizi di moda, accompagna con fluidi movimenti di macchina la rovina di una fauna umana – già morta – che finge ancora di non saperlo. In un quadro corale apocalittico (Bosch al tempo dei reality), il nostro Virgilio è Jep Gambardella, scrittore di un solo libro e maschera stanca di Toni Servillo:  «Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire».

2. La grande bellezza

Le feste sono il cerimoniale salottiero dove la tribù cafonal-romana esorcizza se stessa, il contraltare ai riti del basso clero (come il funerale, nella seconda parte) ormai espunti da ogni residuo di spiritualità. Sono anche, vista la parallela presenza in sala, l’alternativa de noantri alle grandi feste del Gatsby di Luhrmann – a parte il fatto che sono costate molto meno e sono girate molto meglio: la m.d.p. entra in scena come personaggio aggiunto, il montaggio si fonde con il ritmo della musica (Bob Sinclair), e diventa parte attiva della performance. Dopo il party che apre il film, la padrona di casa (nana e grottesca come in un film di Lynch), si chiede dove siano finiti tutti gli ospiti, ormai sostituiti dai tanti cocktail abbandonati sul bancone. Dopo irrompe l’alba, ma le scene di giorno sono solo un raccordo in un film quasi sempre notturno, dove il buio maschera la scollatura definitiva fra i personaggi e la realtà. Non sono personaggi realistici (la mancanza di sfumature annulla mimesi e pietas), non sono i mostri della commedia all’italiana (il parossismo non denuncia l’assurdità del reale): sono i mostri della cultura para-televisiva che cercano di farsi personaggi di un film, un sempiterno cast del Costanzo Show che La grande bellezza trasborda fino a Cannes. È Sorrentino il vero traghettatore meta-filmico, molto più di quanto non lo sia Jep Gambardella/Toni Servillo all’interno della pellicola. Di fatti, più che un viaggio al termine della notte, si tratta di un loop dello stesso identico stallo, reiterato con alcune varianti sulla figura di Jep. Lo scrittore ha già visto tutto, la sua grazia è morta in un amore giovanile sfumato (i flashback al mare): mestieranti dello spettacolo, intellettuali di sinistra, cardinali gourmet e performer concettuali nulla possono, per scalfire il muro che lo separa dalla percezione emotiva del mondo.

1. La grande bellezza

La grande bellezza riprende La dolce vita nella destrutturazione della storia, nell’incedere rapsodico guidato dall’alterego del regista (Mastroianni/Fellini), nel tentativo di non recedere di fronte ai temi ultimi (la morte, su tutti), nel contrapporre l’architettura di Roma eterna alla vacuità morale dei suoi ultimi abitanti. La dolce vita preconizzava, nel culmine del boom economico, la crisi degli anni a venire. Se dal film di Paolo Sorrentino sarà possibile trarre oracoli, la cosa migliore che possiamo augurarci, per i nostri nipoti, è un rapido sviluppo della ricerca aerospaziale, in modo che si possa raggiungere un pianeta, ce ne sarà pur qualcuno, dove ripetere gli stessi sbagli.

la-grande-bellezza-paolo-sorrentino-posterLa grande bellezza 
Italia – Francia, 2013
di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli
150 minuti

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L'estate che verrà – Sports dei Love The Unicorn

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Dei Love The Unicorn ne avevo parlato già qui, nella ormai consueta rubrica del venerdì, 3 Canzoni per il Weekend.  Toulouse mi aveva colpito per il suo essere al contempo fresca e dreamy, estiva e malinconica, uno dei mix che maggiormente preferisco in una canzone pop. Poi, qualche giorno fa, è uscito l’Ep di questi cinque baldi giovani romani, Sports, per i tipi di WWNBB, andando a confermare  le impressioni suscitate dal singolo apripista.
Sports ha un suono compatto, coerente, ben strutturato ma allo stesso tempo facile e abbordabile, sei canzoni che ti entrano in testa al primo ascolto. C’è un po’ di tutto dentro questo Ep, come se le chitarre dei Phoenix, i tempi degli Strokes e le atmosfere rarefatte dei Real Estate  fossero state inserite  insieme in lavatrice  e centrifugate.
Il mare è presente fin dalla prima traccia (se non dalla copertina), Young, con i gabbiani a introdurre la risacca sonora dell’intro. Poi le chitarre e  i ricordi cantati disegnano il quadro di riferimento: le estati passate, quelle presenti, le occasioni perse, quelle sfruttate, la giovinezza, che se ne va e non torna più se non in rigurgiti isolati e sparuti. Queste le suggestioni, queste le atmosfere (personalissime, sia ben chiaro) che si spandono come cerchi nell’acqua per tutte le sei tracce dell’Ep, dall’incalzante Ghost & Believers  a Girlfriend, dall’allegria di Never/Ending Summer alla malinconia di On The Road, con il mare – sempre lui – che torna a chiudere il disco, a coprire e a cancellare ogni cosa, una giornata che finisce o un’altra estate che se ne va. Consoliamoci però, siamo ancora a Marzo.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=3449200660/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

Borgata Gordiani, un inedito ritratto dei ragazzi di vita

Borgata Gordiani emana, spiccatissimo, il sapore acre della nostalgia ustionante rivolta a un tempo relativamente recente e già lontanissimo, tramontato per sempre; distante anni luce da noi altri, figli dell’omologazione su scala planetaria, privi di segni di riconoscimento, figurarsi di identità. Colafranceschi, detto Cola, Farinacci er communista, Franchino er carozziere, Pino er matricida, Limone alto alto; tutti marchiati al fuoco della marginalità, sono autentici ‘ragazzi di vita’ i protagonisti del racconto scritto negli anni ‘70 da Aldo Colonna (scrittore, critico cinematografico e regista) ora pubblicato per la prima volta dall’editore Skira con la consueta cura, nella collana di narrativa. Il libro è da poco stato presentato a Roma dall’autore supportato dallo scrittore Raffaele La Capria, che ne ha curato la prefazione, dall’attore pasoliniano per eccellenza Ninetto Davoli, e dal regista Carlo Lizzani.

Si legge nella prefazione di La Capria: “Viene pubblicato per la prima volta un racconto scritto all’epoca in cui i ‘ragazzi di vita’ facevano ancora colpo. Pasolini li aveva mostrati nei suoi film e nei suoi libri ed erano loro, quei ragazzi, che con la loro feroce naturalità facevano irruzione in una letteratura dove i personaggi provenivano quasi sempre da un mondo borghese più educato e anche più convenzionale, un mondo che Pasolini voleva sovvertire”. Immortalati nel racconto fatto in prima persona da uno di loro, lui per primo stretto nella morsa del ricordo, sono i rappresentanti di quello stesso sottoproletariato urbano romano di Accattone, Ragazzi di vita, Una vita violenta: veri e truci come la vita che gli grava addosso tra discriminazioni, fame, miseria, disgrazia di non riuscire a trovare un senso né un modo di sfuggire a un destino dato. Il racconto svela l’urgenza di esistere sia pure attraverso bravate, azioni al limite della decenza e della legalità, teppismo e pratica sfrenata del sesso: modalità di affermarsi che hanno il sapore della disperazione e svelano anime fragili costrette a diventare caricature. Sono i rappresentanti di una drammatica vitalità che cerca di emergere anche attraverso  la fantasia linguistica, l’invenzione di un codice stralunato e sarcastico, macchie di colore lessicale che diventano sfida al sistema. È appena stato celebrato il 37 esimo anniversario della morte di Pierpaolo Pasolini, (lo scrittore, poeta e regista fu trovato morto il 2 novembre del 1975 in un campo incolto in via dell’Idroscalo a Ostia) e la scelta di pubblicare quest’inedito oggi suona come un implicito omaggio all’anomalo cantore della borgata e delle esperienze di marginalità il quale però, da ‘corsaro’ nel frattempo con lente preveggente poteva scorgere con esattezza il futuro prossimo della società italiana:  “L’omologazione culturale ha cancellato dall’orizzonte le ‘piccole patrie’, le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse – scriveva Pasolini – Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo: è questa la nuova società nella quale oggi ci muoviamo, testimoni e vittime dei lutti culturali”.  Al tempo stesso il racconto svela i suoi limiti, l’essere invecchiato in fretta a causa dell’accelerazione di una storia che ha stravolto luoghi e paesaggi urbani, categorie e identità sociali. È lo stessa voce narrante a dichiarare la resa a conclusione del racconto: “La borgata sembra uno sterrato raso dalla Bomba (…). Come un reperto archeologico, appena tracciato, di cui scorgiamo a malapena i tratti, solo qualche rudere ancora in piedi (…)”.

Più del racconto in sé, allora, coinvolge convince e appassiona la postfazione dello stesso Aldo Colonna. Un memoriale intimo e pubblico insieme, più forte del pezzo ‘di maniera’, che va a ricomporre  pezzi di memoria: un certo Pasolini e un certo Moravia; primi piani su una Roma sparita;  iniziazioni al fiume, o altre prove iniziatiche al sapor etilico consumate ai Castelli romani. Un mondo sparito perché il proletariato “oggi è stato sostituito da bruttoni perennemente a cavallo di fuoristrada improbabili e minacciosi”, scrive Colonna. Ricorda poi: “è in via Gordiani che ho conosciuto Pier Paolo. Avevo sì e no tredici anni e lui girava, appunto, Accattone. Gli stavamo sempre dietro io con altri quattro, cinque ‘pischelli’, e lui ci guardava divertito, nient’affatto infastidito, regalandoci a turno un buffetto. (…) Pasolini lo avrei visto spesso sui campetti di calcio delle periferie. Quando cominciai a proporgli le mie poesie, mi diede una volta appuntamento al campetto prospiciente l’aeroporto di Centocelle”. Colonna solo ultimamente ha scoperto che il suo nome era in una lista di giovani poeti che avrebbero fatto parte di un’antologia che Pasolini andava curando. “Meno male – scrive  – che non l’ho saputo allora, mi sarei montato la testa e sarei andato a gonfiare le fila dei tanti ‘nipotini’ che discettano in decine di trasmissioni fulminati da tanto imprimatur”. E sono molti a rivendicare improbabili eredità spirituali, filiazioni verso il poeta di Casarsa che sanno di falso e non d’autore.

ColonnaGordianiCover_okTitolo: Borgata Gordiani
Autore: Aldo Colonna
Editore: Skira (collana NarrativaSkira)
Data di Pubblicazione: Ottobre 2012, Pagine: 96, Prezzo: 12,00 €

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Gli universi stellari di Giulio Turcato

Mi era già capitato in un paio di occasioni di incrociare le opere di Giulio Turcato (Mantova, 1912 – Roma, 1995): prima alla GAM di Torino, dove sono esposte in permanenza tre sue Composizioni informali e, in seguito, non più tardi di un anno fa, collaborando alla realizzazione della mostra del Gruppo degli Otto del MACA di Acri. Soprattutto in questo secondo caso, posto a confronto con un nucleo di suoi contemporanei che, almeno per la breve durata della vita del “Gruppo”, gli erano affini nella ricerca teorica tesa al raggiungimento di una risoluzione informale intrisa d’introspezione e lontana da qualsiasi compromesso astratto-geometrico o figurativo, Turcato mi era apparso di un valore artistico e di una freschezza superiori rispetto agli altri, forse eguagliato dal solo Emilio Vedova.

Approfittando di un momento libero in un fine settimana romano frenetico e stancante, ho scelto, tra le varie possibilità espositive offerte dalla capitale, di recarmi al MACRO, mosso proprio dalla curiosità di conoscere più a fondo l’arte del pittore mantovano. La mostra Stellare, a cura di Benedetta Carpi De Resmini e Martina Caruso, celebra il centenario dalla nascita dell’artista raccogliendo una selezione non particolarmente numerosa, ma certamente mirata, di opere, in cui viene esaltata la delicata eleganza delle sue composizioni astratte (Stellare, 1973) e l’inserimento innovativo – quantomeno in Italia – di oggetti estranei all’interno della superficie pittorica, come accade nell’astrale Tranquillanti per il mondo del 1961.

A rendere ancor più piacevole la mostra sono i numerosi materiali d’archivio riposti all’interno di due monoliti di cassetti liberamente consultabili che troneggiano al centro dell’unica sala dedicata all’esposizione, e, soprattutto, lo splendido contrasto offerto dalle due opere principali della raccolta. Comizio (1950) offre una vigorosa rappresentazione dello stretto legame che, in quegli anni, intercorreva tra arte e politica, trasformando le bandiere rosse dei manifestanti in altrettante vele che colmano si sé la superficie di un mare urbano. Al lato opposto dell’allestimento, La porta (1973) combina la presenza scultorea della struttura in legno ai tratti sinuosi dell’artista, per aprirsi, guidata dalla mano del visitatore, su di un mondo ancor più variopinti, ideato da Turcato appositamente come universo pittorico di evasione dal mondo reale.

Fino al 13 gennaio 2013
MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma
Via Nizza 138, Roma
info: www.museomacro.org

Essere trentenni ieri – Tirar Mattina di Umberto Simonetta e L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich

Il romanzo generazionale sembra appartenere a tempi piuttosto recenti. Parente stretto del romanzo di formazione, con cui condivide la relativa giovane età dei personaggi, si differenzia da esso in quanto l’intenzione è quella di fotografare un determinato periodo storico: c’è quasi sempre il passaggio dall’età adolescente a quella adulta, ma è arricchito da tutto il contesto sociale e linguistico di riferimento, dallo slang al vestire, alle bevande in voga, fino all’immancabile – e fondamentale – palcoscenico cittadino dove si muovono i personaggi. Inoltre solitamente il protagonista del romanzo di formazione è un tipo solitario, che si sente straniero rispetto al consorzio sociale e che quindi, come tale, si districa a fatica nella società, compiendo scelte che vanno in senso contrario al sentire comune. Questo descrivere per contrasto è proprio il segno distintivo: portare in primo piano l’individuo per fotografare una generazione intera.

Eppure, come si diceva all’inizio, quella del romanzo generazionale non sembra una tradizione radicata: azzardo col dire che capostipite, o forse precursore,  sia stato il Giovane Holden di Salinger che, pur con tutte le sue particolarità (per esempio: l’età molto giovane del protagonista), ne riassume tutte le caratteristiche.
In particolare, il genere di cui sopra, sembra aver goduto di improvvisa fortuna oggi, o semplicemente così pare, perché abbiamo meglio sott’occhio il punto della situazione contemporanea. E in effetti, a scavare bene nel passato, viene fuori che non sono solo gli scrittori a noi contemporanei quelli che vogliono catturare un certo sentire comune, un certo afflato  e spirito, carpire le emozioni e le frustrazioni di una generazione, la nostra, che da sempre pare portata a un destino di indecisione e inadeguatezza, no: andando indietro nel tempo – non molto in realtà, basta risalire dal dopoguerra in poi – scrittori che ricercano le stesse cose ce ne sono, eccome. E meraviglia delle meraviglie, quel senso di inadeguatezza, quel sentirsi fuori luogo, quella difficoltà a diventare grandi, be’, sono le medesime. Certo si potrebbe obiettare che le condizioni socioeconomiche siano decisamente diverse, che noi, oggi, non possiamo decidere o essere padroni del nostro futuro, di quello che vogliamo fare, ma il risultato, alla fine, non è molto differente, e conoscere le divergenze con i nostri predecessori non è neppure un male, anche per evitare (o forse no) di diventare come loro. Ma andiamo ai testi.
I libri di cui vi volevo parlare sono stati pubblicati nel ’63 e nel ’73, oggi sono entrambi fuori stampa, e portano come titolo, rispettivamente: Tirar Mattina e L’Ultima Estate In Città. Gli autori? Umberto Simonetta per il primo e Gianfranco Calligarich per il secondo.

Il protagonista del romanzo di Simonetta è Aldino, trentatrenne scapestrato che ha deciso di mettere la testa a posto nella Milano degli anni’60. È arrivato il momento, finalmente, di andare a lavorare, per lui che per anni, dall’immediato dopoguerra a oggi, si è arrabattato con mille lavori diversi, il più delle volte discutibili, riuscendo a scampare la vita da operaio che gli sembrava ineluttabile. Un posto in un garage, è questo che ha trovato (lui voleva fare il commesso, ma è così difficile al giorno d’oggi) e per congedarsi dalla vita bohemienne che si è sempre riservato, decide di farsi un ultimo bicchiere e poi a nanna. Ma quei bicchieri diventeranno tanti e lui, che è un habitué della notte, non riuscirà a sottrarsi agli incontri che Milano, splendida e metropolitana come non mai in questo romanzo, gli metterà davanti, finendo immancabilmente per tirar mattina.
È Aldino che ci parla di  questa ultima notte e lo fa con uno slang a metà tra il dialetto meneghino e il gergo della strada [ la citazione di Stendhal è un chiaro manifesto poetico: Le dialect milanais est plein de sentiment (on sent bien que je ne parle pas du sentiment d’amour), l’intonation de ses paroles exprime la bonne foi et une raison douce…] fondendo tutto in un flusso di coscienza capace di mischiare passato e presente con grande e controllata abilità. Ed è attraverso la lingua e il raccontare del nostro protagonista che riusciamo, piano piano e grazie ai ricordi che improvvisi gli si affacciano alla mente, a conoscere realmente Aldino, un personaggio all’apparenza cinico e senza cuore (le donne, come tratta lui le donne, nessuno) ma che poi , proprio come dice Stendhal a proposito del dialetto, si rivela essere un animo romantico: e lo dimostra per come racconta la storia di Giannetta ad esempio, forse l’unica ragazza che abbia mai amato, o la prematura fine della giovinezza degli amici di un tempo, o ancora la furia di vivere che la guerra aveva messo addosso a tutti loro. Un esempio?
[dopo il primo incontro con Giannetta]

Torno a mettermi lì, inginocchiato vicino a lei: – Cosa c’è?
Sai perché l’ho fatto? – chiede, guardandomi bene in faccia.
Non starei lì a ripensarci troppo, l’abbiamo fatto perché ci faceva piacere di farlo.
Sì d’accordo, chi dice niente, certo che mi faceva piacere … ma anche per un altro motivo.
Accetto che me lo spieghi: ho un po’ di premura a dir la verità, vorrei tornare dal Pinun per via di quelli là che si lamenteranno. E poi è umido adesso a star qui così, eppoi è finita.
L’ho fatto perché non voglio perdere niente, – dice chiarissima, continuando a guardarmi tutta seria.
Si capisce, fai bene: non bisogna mai perdere niente! – condivido frettoloso e allegro. Insiste:
No, no, mio padre lo diceva l’altra sera: non bisogna più perdere un minuto. Perché non è mica finita cosìChi l’ha mai capita quella!
Come sarebbe non è finita così?
La guerra, – va avanti, convinta, – dice mio padre che questo non è che il principio: tutti quanti s’illudono che sia la fine: non è mica vero. Per questo non bisogna perdere niente finché siamo in tempo…
Erano i suoi soliti discorsi da ciula

Aldino si trova a vivere un’epoca di passaggio, esattamente come di passaggio si sente lui adesso che racconta, perennemente in bilico tra giovinezza ed età adulta, ultimo testimone consapevole e in forze di una Milano che fu e che inesorabilmente non tornerà, con l’imperialismo delle grandi aziende arrivato a snaturare un luogo fino a poco prima provinciale, con i suoi bar e i suoi anfratti, dove era possibile trovare un rifugio a tutte le ore del giorno e della notte, più viva della metropoli che è diventata oggi, nonostante le luci e i negozi di catena. E in tutto questo, a dispetto dei quasi cinquant’anni di differenza che dovremmo avere con lui, non possiamo fare altro che sentirlo uno di noi.

E della banda potrebbe far parte anche Leo Gazzara, nullafacente pseudo giornalista sulla soglia dei trenta, che in una Roma inospitale degli anni ’70 vive la sua avventura, raccontata, come già accennato, ne L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich. Anche questo libro, ripubblicato nel 2010 (l’edizione originale era del ’73) da Aragno Editore, è in questo momento fuori stampa (anche se voci di corridoio sembrano confermare una prossima riedizione).  Andato via da una fredda e austera Milano, allontanatosi dal nido familiare con un’unica passione in testa – quella per la letteratura – Leo si ritrova a Roma in cerca di una non meglio specificata fortuna, scroccando cene e baccagliando salotti, cercando di fuggire da un vizio che già una volta lo aveva portato vicino al baratro: il bere. Saranno l’incontro con la tormentata Arianna, ricca e viziata rampolla di una ricca famiglia di Venezia, e il conseguente amore per lei a movimentargli la sua ultima estate in città. Scritto con una lingua più canonizzata rispetto a Tirar Mattina, che vede però un utilizzo maggiore dello slang (i lettori impareranno ad amare le espressioni ricorrenti come: “alzare le vele” per “andare via”, “filarsela”; “sfinocchiato” per “sfigato”; “essere al limite” per “essere allo stremo”), il romanzo presenta anche qui un carattere, quello di Leo Gazzara, inquieto ed estraneo rispetto alla società e agli ambienti che frequenta (in questo caso quello della Roma bene e intellettuale di quegli anni), quasi un solitario insomma, che però ben estrinseca quel sentire comune di cui si parlava in precedenza. È però Giordano, il suo migliore amico, regista alcolizzato e fallito, a teorizzare questa confusione rispetto allo stare al mondo:

“Ho messo a punto una teoria. Grandi invenzioni, le teorie, molto meglio delle pratiche. Guardati intorno,” disse mentre scendevamo per via del Corso tra la gente che usciva dagli uffici, “c’è qualcosa di cui tu ti senta partecipe? No, che non c’è. E sai perché non c’è? Perché noi apparteniamo ad una specie estinta. Siamo solo dei sopravvissuti. Proprio così,” disse fermandosi per accendere un sigaro. Perché, se non lo sapevo, noi eravamo nati mentre la vecchia e bella Europa metteva a punto il suo più lucido, accurato e definitivo tentativo di suicidio. Chi erano i nostri padri? Gente che si massacrava a vicenda sui fronti di patrie che non esistevano più, ecco chi erano. Noi eravamo nati tra una licenza e l’altra e le mani che avevano accarezzato i lombi delle nostre madri grondavano sangue, mica male come immagine, oppure eravamo figli di vecchi, di malati, di rimbambiti. In ogni caso di distrutti o di distruttori. Avevamo i padri più sfinocchiati della storia.

A dieci anni di distanza dal romanzo di Simonetta, Leo non dimostra dunque un cambiamento radicale, così come forse non lo dimostra neppure confrontato con noi. È vero, le situazioni sono molto diverse, i nostri padri non hanno fatto la guerra, non almeno quella fisica, ma è indubbio che in un certo qual modo ci possiamo sentire vicini alle parole di Graziano e pensare che anche noi – e chi non lo ha fatto almeno una volta? -abbiamo avuto i genitori  più sfinocchiati della storia senza tenere conto che i nostri genitori sono gli Aldino e Leo di ieri.
In fin dei conti il risultato è sempre quello, essere figli e crescere passa per forza attraverso un conflitto con i propri genitori. Ma quando poi ci si rende conto che i genitori hanno passato e scritto e vissuto le stesse cose capitate anche noi quando avevano la nostra età, allora un po’ di confusione inizia a ronzarci in testa. E la soluzione non può essere diversa da quella di leggerli questi racconti, e non solo per un valore strettamente letterario, che pure c’è ed è molto alto e rimane forse il motivo più valido, ma anche per divenire consapevoli che passato e presente non sono sempre così distanti  e che ciò che oggi svalutiamo o non apprezziamo, ieri era esattamente, sorprendentemente come noi.

Titolo: Tirar mattina
Autore: Umberto Simonetta
Editore: Einaudi
Dati: 1973, 214 pp.,  fuori stampa

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Titolo: L’ultima estate in città
Autore: Gianfranco Calligarich
Editore: Aragno
Dati: 2010 (1973), 15.00 €

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