Prevenire il suicidio al tempo della crisi: le domande senza risposta

quint2Ricominciare dalla salute mentale. Poiché il nostro paese soffre di una grave patologia, la recessione, morale soprattutto, prima che economica, al di là della crisi finanziaria, subìta ma spesso usata come alibi a coprire altro, si dovrebbe lavorare a livello politico e istituzionale a “costruire una gigantesca riserva psichica mentale”, un serbatoio di benessere disponibile, oltreché potenziare servizi territoriali di cui avremo sempre più bisogno. Il tema della salute mentale ci riguarda da vicino tutti, nessuno si senta escluso, perché è in ascesa la vulnerabilità psichica: i parametri di riferimento delle nostre società occidentali sono saltati o stanno saltando uno dopo l’altro; l’individuo è smarrito se non perso in assenza d’identità sociale che era data dal lavoro, tra il venir meno della rete di ‘contenimento’ familiare e dei nuclei tradizionali di aggregazione. I modelli di riferimento culturali invece restano rigidi e la risposta individuale sta  spesso nell’incapacità di adattamento alla perdita di ogni certezza e di accettazione di un presente polverizzato dal venir meno di velleità di progresso storico lineare; d’altra parte il divario tra costo della vita e capacità di sussistenza si accentua rendendo spesso impossibile una dignitosa esistenza.

346_Its_All_Derivative_The_Skull_in_Gold_For_Web

La crisi economica (espressione vaga e svaporata perché sottintende una tale complessità di circostanze) allora si traduce nel migliore dei casi in profondo disagio mentale che implica aumento delle richieste di interventi ospedalieri e territoriali; nel peggiore, quando la sofferenza mentale è insopportabile e ingestibile, in suicidi: 4 mila l’anno secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. È come se ogni anno un comune italiano fosse spazzato via da una calamità naturale. L’idea di realizzare una gigantesca riserva psichica mentale, l’ha lanciata lo psichiatra Massimo di Giannantonio, professore ordinario di Psichiatria presso l’università degli studi D’Annunzio di Chieti e dirigente di II livello del Centro di salute Mentale della Asl di Chieti. Pare corrispondere in ambito psichico a una memorabile frase delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che  da molti indizi, mio malgrado  vedo venire”.  Se le riserve mancano e ci si accanisce con una politica di tagli sulla sanità, nell’inverno spirituale italiano da troppo tempo avanzante, come si potrà rispondere a una domanda crescente di salute mentale?  Di Giannantonio ha trattato questa complessa problematica nel corso del forum dedicato a La prevenzione del suicidio in tempi di crisi economica svolto nell’ambito del congresso della Società italiana di Psicopatologia (Roma, 13-16 febbraio, Psichiatria clinica: rigore e creatività), di ritorno da una conferenza stampa volutamente organizzata presso la sala stampa della Camera dei deputati in cui la Società italiana di Psichiatria ha presentato ai candidati alla premiership del paese domande cruciali per conoscere quali saranno le intenzioni del prossimo governo in tema di salute mentale. Domande rimaste senza risposta. La Società italiana di Psichiatria ha portato all’attenzione istituzionale “un dato di partenza epidemiologico inequivocabile e oggettivo: a ogni riduzione di punto di Pil per aziende che chiudono a seguito della crisi economica, il tasso di suicidi registrato epidemiologicamente è dello 0,97. Come va giù l’economia sale il tasso suicidario”, ha riferito di Giannantonio. A partire da questo dato incontrovertibile, gli psichiatri chiedono ai candidati di assumere precise responsabilità sul tema della salute mentale in Italia. Le domande poste riguardano i seguenti temi: investire nella salute mentale e attuare riforme con particolare attenzione al territorio; avviare programmi di supporto per i lavoratori disoccupati; potenziare i servizi sociali per offrire supporto alle famiglie; controllare prezzi e disponibilità degli alcolici;  sensibilizzare al tema delle ‘agenzie di debito’ che significano vertiginoso aumento di ludopatie e game patologico; evitare ‘l’effetto Werther’ dei media per il modo in cui si spettacolarizzano le notizie di suicidi. Sul tema dell’organizzazione della salute mentale e dei servizi, ci sono insegnamenti molto chiari che vengono da altri paesi: “In Spagna – ha detto di Giannantonio – sono stati tagliati i fondi e c’è stato il picco epidemiologico. Mentre gli stati europei che hanno affrontato l’onda della crisi economica e investito sul tema della salute mentale, arricchito la rete dei dipartimenti di salute mentale sul terreno della prevenzione, hanno avuto tassi di suicidio dimezzati, abbattuti”.

quint-buccholz

Prevenire il suicidio si può, anche in un periodo di crisi economica: parola dello psichiatra Maurizio Pompili, responsabile del servizio di prevenzione del suicidio dell’ospedale Sant’Andrea di Roma, centro unico in Italia e a livello mondiale. Il suicidio è un grave problema di salute pubblica, pesa sulla collettività, ha conseguenze su chi resta. A detta di Pompili, aggrava il quadro  l’informazione o meglio la ‘mala-informazione’ dilagante: “di nuovo  il web si è popolato di scenari che inneggiano al ruolo delle istituzioni come responsabili del suicidio di imprenditori”. Il fatto è che viviamo nella bolla di un presente scollegato dal passato e non proteso verso alcun futuro, immemori di fasi storiche non meno cruciali: “A fare un salto indietro – ha detto Pompili – nel 1880 l’Italia era stata toccata da una crisi economica simile all’attuale. Quando ci fu la grande crisi del ’29 diminuirono tutte le cause di mortalità, mentre aumentò quella per suicidio. La letteratura ci dice che c’è una forte associazione tra disoccupazione e rischio suicidio”. I dati italiani su tentativi di suicidio e suicidi avvenuti riferiti al periodo 2008-10 si basano su calcoli Istat e sono incompleti. “I nuovi dati saranno disponibili tra un mese circa e riguardano il 2010, una popolazione tra i 25 e i 69 anni, cioè coloro che lavorano o vorrebbero lavorare, mentre  c’è stata una diminuzione dopo i 70 anni”. La prevenzione del suicidio si pratica in molte forme: “educando i mass media a un nuovo modo di dare le notizie, dando riferimenti chiari e precisi su dove essere aiutati e come, dando speranza e riducendo l’odio di sé; facendo una valutazione corretta del rischio suicidio. L’elemento nuovo quando non ci sono i soldi è: conoscere e riconoscere i segnali di allarme”. C’è un film d’animazione uscito qualche mese fa nelle sale, La bottega dei suicidi del regista Patrice Leconte che è parabola di speranza: un negozio offre agli abitanti di una città triste, inquinata e depressa tutti i metodi per suicidarsi. Ma proprio quando alla proprietaria nasce un bambino, la vita torna a trionfare più forte di prima. “Noi siamo l’elemento nuovo e non c’è bisogno di soldi. Abbiamo la responsabilità di mostrare altre opzioni, suggerire metodi per fronteggiare la sofferenza. Abbiamo avuto imprenditori che avevano debiti, si volevano suicidare, ora non ci pensano più”, ha concluso Pompili.

quint 4

Servizio per la prevenzione del suicidio Ospedale Sant’Andrea – Roma – Help line lun-ven dalle ore 9.30 alle ore 16.30 al numero 06 33 77 77 40. È possibile prenotare visite presso il Centro telefonando dal lunedì al venerdì dalle ore 9.30 alle ore 13.30 al numero 06/33775675. Il Centro è coordinato dal prof. Maurizio Pompili, Dipartimento di Psichiatria, Ospedale Sant’Andrea – Via di Grottarossa, 1035 – 00189 Roma – Email: maurizio.pompili@uniroma1.it

La grande festa

È un linguaggio profondo e complesso quello con cui ci parlano coloro che abbiamo amato e non sono più con noi, ineffabile come il paese che abitano. È sulla scia di questa riflessione che prendono vita le pagine de La grande festa, l’ultimo libro di Dacia Maraini. Intenso come il tema scomodo di cui parla: la morte. Intimo come i rapporti che la scrittrice ha avuto con le persone che tratteggia al suo interno. A partire dalla sorella Yuki, scomparsa prematuramente, di cui la Maraini tiene a sottolineare la forza, il talento musicale e la curiosità. Ma c’è anche Fosco, il padre bello e amato, ricordato per l’indipendenza a la passionalità. Che dire poi di Alberto Moravia, viveur e gioioso intrattenitore? E di Pasolini? Della Callas? Tutte persone importanti, nel raccontare le quali la Maraini si mette profondamente in gioco: non è infatti da tutti riuscire a scrivere dei cari che non ci sono più; e con la delicatezza, a tratti quasi naif, della scrittrice.

I ricordi sono ciò che ci lega a chi non è più fisicamente accanto a noi e la scrittura funge sicuramente da ponte, oltre ad avere un effetto pacificante sull’animo umano, fin troppo scosso da questo mistero insolubile. Ma la memoria serve alla scrittrice anche per fare riflessioni di più ampio respiro su ciò che l’occidentale contemporaneo pensa sulla morte e sui suoi modi di elaborazione … che quasi non esistono. Basti pensare a come trattano i morti in India e a come in Italia: gli indiani celebrano quello che per loro è un rito di passaggio come un altro, anche se più doloroso. Bruciare il corpo sulla sponda di un fiume è sicuramente, secondo la Maraini, meno squallido che rinchiuderlo all’interno del classico cimitero di città nostrano, più simile a un condominio-alveare che a un luogo di pace. Ed è anche da come noi elaboriamo la morte e dall’idea che abbiamo dei morti che si possono capire tante cose sulla nostra società. Inutile nascondere quanto abbiamo paura dell’argomento. Basti pensare, ci ricorda la scrittrice, ai film horror, che invariabilmente hanno zombi ed esseri provenienti dall’aldilà come protagonisti delle loro non storie.

Come non è da tutti parlare dei momenti più brutti della malattia che ha portato via a chi narra l’amato compagno di vita. La scrittrice sembra abbia fatto pace con se stessa e il mondo, tale è la calma e la dolcezza con cui rievoca ricordi anche dolorosi. Ma non dev’essere stato un lavoro facile. Di fronte a La grande festa, abbiamo l’impressione di leggere le pagine di un diario segreto ed è questo a far scorrere il libro a gran velocità. Non esistono buchi nella narrazione né possibili momenti di noia per il lettore. Perché abbiamo a che fare con stralci di vita vera e non inventata. Abbiamo modo di entrare nella vita dell’autrice e degli altri personaggi, come guardandoli attraverso un discreto buco della serratura. Perché la Maraini ci racconta di loro lati a noi sconosciuti, ma rispettosamente. Veniamo a scoprire, ad esempio, che Pasolini era attaccatissimo alla madre, che lo proteggeva come un bambino. Al punto che lui non sapeva nemmeno scaldarsi il latte al mattino. Che Moravia amava le camice dai colori sgargianti. Che la Callas si chiedeva insistentemente se il suo amore per Pier Paolo fosse ricambiato. Piccoli aneddoti che ci permettono di delineare meglio figure che generalmente vediamo come lontane.

Perché? Pare quasi che abbiamo una sorta di senso di colpa che ci perseguita verso le persone che non ci sono più: abbiamo dei debiti non onorati con loro per caso? È una bella domanda, su cui vale la pena soffermarsi. Perché poi rinchiudere corpi inerti dietro a spessi muri di cemento, premurandosi di non lasciare nemmeno una fessura aperta? Sono solo sanitarie le cause? Perché allora nei Paesi scandinavi, tra una tomba e l’altra, ci sono anche dei giochi per i bambini? È solo un fatto di organizzazione superiore alla nostra? Un approccio freddo, poco sacrale, alla morte? Sembrano argomenti frivoli ma estetica ed etica, ci ricordano i filosofi, non sono che due facce della stessa medaglia. Trovarsi di fronte a muri grigi e fiori finti o a un campo alberato ha cause ed effetti diversi sull’animo umano. Insomma, scrivere per sopravvivere, per abbracciare chi non c’e più ma anche per restituire bellezza (quella umanamente possibile) a un evento vissuto il più delle volte come orrorifico, estraneo, lontano.

Titolo: La grande festa
Autore: Dacia Maraini
Editore: Rizzoli
Dati: 2011, 224 pp., 16,00 €

Acquistalo su Webster.it

Nel cimitero diffuso alla ricerca della morte ricordando un grande "anarchico" epistemologo

“Così come la traiettoria di un proiettile termina al bersaglio, la vita termina nella morte che è quindi il bersaglio, lo scopo di tutta la vita”.  Le parole di Jung sono farmaco che nessuna industria farmaceutica potrà mai produrre: ragion per cui dovrebbero procurare all’istante una guarigione o almeno sollievo da ogni forma di disagio o instabilità esistenziale perché sono permanente emanazione di senso; tracce di carne viva poeticamente pensante ciò che occorre pensare tralasciando il superfluo; sprone al coraggio d’agire nel mondo; invito al risveglio alla consapevolezza, valido a ogni stagione, oltre la primavera incalzante. Coltiviamoci dunque respirando il flusso della vera ontologia e riflettendo, dal corpo attraverso l’immaginazione attiva che non è fantasticheria, mentre assistiamo al gioco del tempo che consolida i suoi talenti.  Qualche compagno assai più avanti nel viaggio abbandona questa riva: la morte l’avvolge traghettandolo verso altre sponde; svolta di cui non si può registrare nulla eccetto il mistero che comunque riveste tutto, sia il corpo  vivo che inerte. Così l’analista junghiana Simonetta Putti con Marcello Pignatelli ha aperto la presentazione del libro Corpo Riflessione Immagine (Alpes edizioni) presso la libreria Assaggi di Roma ricordando Bruno Callieri, anarchico epistemologo e psicopatologo,  cercatore di senso e significato oltre i parametri riduzionistici della psichiatria e della codificata divisione dei saperi, scomparso appena da un mese. É stata una rievocazione sintetica, dritta al bersaglio, il centro dell’identità di un’anima eccezionale: “Con lui ho avuto modo di lavorare negli ultimi 15 anni e ciò che ci lascia non è un ricordo, ma una modalità operativa. Nell’ultimo scritto contenuto nel libro, Callieri propose il titolo “Ambigua identità dello psicopatologo e dell’analista junghiano” perché chi oggi si occupa della cura di corpo e psiche, sa che la guarigione passa per l’integrazione di vita e morte, non può chiudersi nel sapere specialistico ma deve essere, da nuovo umanista, attento all’etnologia, all’antropologia,alla psicopatologia, ma anche alle indicazioni che vengono da letteratura, filosofia, teologia, costume, sociologia, virtualità informatica e altro ancora. Così faceva Callieri, così praticava la via e trovava sempre nuovi “compagni nel transito”.

Gli sarebbe piaciuta moltissimo la serata di presentazione del libro che l’ha visto tra gli autori perché si è parlato dei temi propri del suo essere nel mondo: limite, vita, morte. Della morte costitutiva dell’esserci, di heideggeriana memoria, di cui Callieri aveva parlato al convegno del Centro studi di psicoanalisi e letteratura del 2010 e scritto sul numero 10 del Giornale storico del Centro. La morte per un fenomenologo quale era rappresenta di certo il momento più critico, “lo scacco più radicale” dell’intersoggettività perché “rottura netta, definitiva, irrevocabile” del co-esserci (così scriveva nel numero di aprile 2010 del Giornale). Ma Callieri segnalava anche che la rimozione della morte è espressione di una cultura nevrotica: “se la cultura attuale tende a occultare la morte e a rimuovere  ogni discorso a essa relativo, ciò spinge a pensare a un profondo disagio della civiltà”. E comunque, esplorando le nevrosi come le grandi tematiche psicopatologiche, fobiche e ossessive, melanconiche e deliranti, pulsionali e immaginative, psicopatiche e sadiche, lo psichiatra ‘eretico’ invitava sempre a centrare – junghianamente – il bersaglio: “la questione della morte non è più eludibile né dallo psicologo del profondo né dall’antropoanalisi, né dal pastore d’anime né dalla teologia, in perenne invito all’indagine. Perentorio è il richiamo secolare alla grande Incognita, iscritta nella carne stessa dell’uomo radice costitutiva dell’ambiguità del suo esserci”. In piena continuità con la questione di centrare il vero bersaglio della vita, la morte, isoliamo un paio di spunti offerti nel corso della presentazione di Corpo Riflessione Immagine, tra i tanti che offre il libro (di cui abbiamo già scritto qui), caleidoscopio di voci e professionalità sul tema messo insieme da Simonetta Putti e Ferdinando Testa con l’intento ha spiegato Putti “di andare oltre la superficialità, questa modalità di vivere che è fatta di dispercezioni,ovvero percezioni distorte che ci impediscono di scavare oltre la buccia e comprendere. Il libro è un invito a riflettere per comprendere e se comprendiamo possiamo cavare spazio per un certo benessere”.

La dilagante “extraterritorialità della morte” (Callieri), “morte che non parla più, morte inarticolata, guardata a vista” (J.Baudrillard) è colta anche da Marta Paniccia (psicoterapeuta sistemica-relazionale e membro del servizio clinico per i lutti dell’Accademia della famiglia) nel capitolo del libro dedicato al cimitero diffuso. Nota Paniccia che il principale campo di socializzazione con la morte è la ‘tele-visione’: videogiochi, film, tv, tg, ma “la tele morte ha in questa società il suo contro altare nelle morti sulla strada”, dove sembra si abbia un contatto diretto con la morte. Allora lo spazio urbano diventa un cimitero diffuso: sempre più spesso vediamo sorgere nelle strade cenotafi privati, altarini con foto, biglietti e fiori in ricordo di chi è morto in un incidente quasi a volere restituire la corporeità di un proprio caro violentemente annientata. È un rituale in espansione che esprime un disagio crescente, il bisogno di opporsi “all’occultamento del lutto nella cultura occidentale, alla sua proscrizione e soppressione”. Occultamento a cui far risalire le psicopatologie del lutto: lutti bloccati, ritardati, o distorti.  Scrive Paniccia: “La morte chiusa nei cimiteri e negli ospedali irrompe col suo potere disgregante sulla strada, portando in superficie un problema sommerso nella nostra società dell’immagine, mettendo anche gli estranei in contatto (forse solo visivo) con l’esigenza di trovare un posto alla morte”.

L’indicazione di Simonetta Putti è di “riportare la morte nella vita”. Perché “proprio in quanto limite dato, può conferire senso all’esistenza” (Si legga il bel saggio di S. Putti, Il limite come attrattore di senso in Giornale storico numero 10, 2010), e il limite non è impedimento ma possibilità di valorizzare il tempo a disposizione sapendo che la morte “non è qualcosa che ci attende alla fine della vita, ma ciò che accompagna sempre la vita stessa, ciò a cui siamo sempre contemporanei”.  La più profonda e radicale paura umana, la paura della morte “strutturale al potere” più della paura della sessualità, può essere affrontata in tanti modi, compreso il non affrontarla e farla vivere come “la grande rimossa del nostro tempo”. L’accettazione cosciente della finitezza è invece per Putti la risposta che evidenzia il vero talento creativo umano. “Creatività del quotidiano” di un individuo  liberato che approda a “un vivere adeguatamente sereno”. Centrare il bersaglio, allora, è anche terminare con l’interrogativo proposto da Simonetta Putti: “Immaginando un mondo fatto di uomini che non abbiano paura della morte e che possano serenamente accettarla, o anche liberamente desiderarla e cercarla… quali conseguenze si avrebbero sul piano della coscienza collettiva e sul piano religioso?”.

Seleziona il prodotto e scopri come morirai

Verrà la morte, e avrà l’aspetto imprevisto, asettico e un po’ squallido di un distributore automatico pubblico. Di quelli che si trovano ovunque, tra centri commerciali, stazioni dei treni, ingressi dei supermercati, sale giochi, bagni della metropolitana. Solo che da quel distributore non usciranno caramelle, giocattoli usa-e-getta o preservativi sottomarca, ma semplici cartoncini bianchi con una scritta nera che, come sempre, si porteranno via la primavera. Nessuna data, su quei cartoncini, nessun dettaglio; soltanto un’unica, solitaria parola che racchiude la sentenza che tutti vorremmo conoscere, ma nessuno vuole sapere: la causa, ambiguamente inesorabile, della nostra morte. Dai classici “Cancro”, “Suicidio”, “Enfisema”, “Fame”, ai più accattivanti “Marshmallow in fiamme”, “Non facendo ciao, ma annegando”, o “Sfinimento da sesso con minorenne”.

L’idea, nata in rete da una striscia comica di Ryan North, prevede l’esistenza di un mondo in cui chiunque, facendosi fare un semplice esame del sangue, riceverà subito un fogliettino che gli rivelerà il modo in cui è destinato a morire. Subito il successo riscosso dall’ipotesi di un mondo del genere è stato tale, che centinaia di scrittori o aspiranti tali hanno deciso di sviluppare, ognuno dal suo punto di vista, le infinite possibili declinazioni di una premessa tanto affascinante, inquietante, comica o enigmatica. Il risultato sono i trentacinque racconti che compongono l’antologia La macchina della morte, appena edita in Italia da Guanda.

Ora, come norma generale, quando sento parlare di antologie di racconti scritti da esordienti, per sicurezza metto mano alla pistola. In questo caso poi stiamo parlando di un’antologia presentata da un T-Rex parlante e in cui il cognome di uno dei tre curatori si scrive con il punto esclamativo; e ogni racconto è introdotto da un’illustrazione perlopiù bruttissima; e in fondo al volume ci sono le biografie degli autori scritte in quel modo simpatico da ggiovani esordienti della letteratura, del tipo “James Foreman abita a Pittsburgh e probabilmente in questo momento sta bevendo caffè”, oppure “Dean Trippe è un mago ninja robot e alieno (venuto dal futuro) che crea fumetti” (sic). Sì, decisamente ho ucciso per molto meno. Ma poi.

Ma poi, procedendo racconto dopo racconto (letteralmente; i libri li leggo dall’inizio anche quando non è necessario), sempre più avvincente diventava l’inesorabile meccanismo a orologeria che governava questo mondo in cui tutti sanno di che morte moriranno, ma non hanno bene idea di come, dove o quando succederà. In cui le diverse possibilità narrative offerte dall’esistenza di una Macchina della Morte si esprimevano in tutta la loro ambiguità già dai titoli, con quell’unica parola netta e lapidaria come una sentenza, ma enigmatica come il responso di un oracolo che – come tutti gli oracoli che si rispettino – schiude infinite alternative nel momento stesso in cui sembra specificarne una soltanto.

il trionfo della morte regina e la danza macabraLa scelta più apprezzabile consiste proprio nel tentare di rispondere alla domanda di fondo (come cambierebbe il mondo se tutti sapessimo come moriremo?) riducendo al minimo lo spazio della filosofia spicciola sul libero arbitrio e sul fatto che la causa della nostre morte sia da sempre infallibilmente codificata nel nostro sangue, e concedendo invece tutto il palco a Sorella Falce, allo sviluppo puro e semplice delle varie situazioni di coloro che si preparano ad affrontarla, all’esplorazione dei mondi e delle strutture sociali creati dalla presenza di una Macchina in grado di predire la morte. Come nel primo racconto (Marshmallow in fiamme), divertentissima teen tale in cui il responso, fornito ai ragazzi al compimento dei 16 anni, coincide con l’inizio di una nuova vita e l’ingresso in nuovi gruppi accomunati proprio dall’identica previsione: così quello dei “bruciati” è il gruppo dei ragazzi fighi, i suicidi sono una specie di gruppo emo e quelli che moriranno di vecchiaia i più pallosi della scuola. O in Verdure (forse il più bel racconto della raccolta), in cui la morte equivale alla liberazione dei veri istinti del protagonista, che solo dopo aver scoperto il responso che lo riguarda realizza finalmente la propria intima, “elettrizzante” personalità.

Niente di inquietante o angosciante, insomma. Potrete leggere questi racconti anche (anzi, soprattutto) se avete paura della morte, o (come il sottoscritto) dei prelievi di sangue. Anche perché, a farla da padrone su tutti i casi umani che si trova a governare, è quasi sempre l’umorismo volontario o involontario di un responso che rivela nascondendo. “Vecchiaia”, ad esempio, potrà voler dire morire nel proprio letto a cent’anni, ma anche essere investito da un’auto guidata da un vecchio mentre si va al supermercato; o “Suicidio”, che non per forza dovrà essere il tuo, quando ti toccherà… Insomma, la morte, come la vita, dimostra qui di avere un sense of humour tutto suo. Ma non illudetevi: anche nel più bizzarro dei mondi, a ridere per ultima è sempre lei.

Titolo: La macchina della morte.
Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire

Autore: Ryan North – Matthew Bennardo – David Malki !
Editore: Guanda
Dati: 2012, 549 pp., 19,00 €

Acquistalo su Webster.it

C’era una volta un mondo antico in cui il morire era l’estrema vibrazione del vivere

Mi commuovono le minute sapienze
Che in ogni morte si perdono.

Jorge Luìs Borges

Nel suo libro Morti favolose degli antichi, Dino Baldi descrive gli episodi tramandatici dalla letteratura greca e latina che riguardano la fine della vita degli antichi, narrati nei testi in uno scambio continuo tra realtà e rimandi poetici interni alla morte stessa. Del resto morire implica un’arte sottile e nascosta: saper vivere. Ed è, questo, un sapere che coincide con l’assaporare il presente vissuto, grazie alla coscienza della fugacità del tempo: Seneca sosteneva che l’anima è appoggiata su un piano inclinato, morire è più facile che vivere, diceva, ed è doveroso approfittare del dono della vita.

Il libro può essere letto come strumento iniziatico per entrare nel momento dell’estremo passaggio, comune a tutta l’umanità. Parola dopo parola, si presentano davanti agli occhi immagini piene della luce delle grandi personalità del mondo greco e latino: Epicuro, ormai vecchio e dolorante per i suoi calcoli renali, s’immerse in una vasca di acqua calda e morì in compagnia di una coppa piena di vino schietto; Augusto si spense dolcemente nel letto accudito dalla moglie, dopo essersi sistemato i capelli e aver scambiato le ultime parole con i suoi amici. La morte dell’amata Ipazia è un grido di sofferenza: trascinata in una  chiesa le strapparono i vestiti, mentre ancora respirava le tolsero gli occhi, la dilaniarono con dei gusci di conchiglia. Una crudeltà infinita compiuta verso la donna e il sapere antico. E così si prosegue con tante altre storie del coronamento della vita, dove il morire in un bosco dopo una lunga passeggiata, o nel silenzio umano della propria casa, equivaleva a morire con disinvoltura e senza rimpianti, perché con la mente e il cuore pieni del proprio vissuto.

In questo perpetuo gioco di transizioni non c’è dissolvenza, ma continuità di spirito tra chi resta e chi oltrepassa l’ultima porta della vita, in quanto anime eterne cadute nel contingente; e le pagine di questo libro sono piene di anime alla ricerca di un posto nella memoria dell’umanità per lasciare custoditi gli ultimi respiri. La raccolta dell’autore, classificata per tipologie, delle morti degli antichi è una dimostrazione di come imperatori, guerrieri, donne di straordinaria intelligenza siano persone piene di “cuore intellettivo”: una pulsazione di sangue per fare circolare nelle vene il loro existere dall’attività celebrale fino all’ultimo battito. Dovremmo essere consapevoli di essere sinfonie del tempo reale, destinate ad errare nella ricerca di un qualcosa, nella nostra vita quotidiana, che porti al riempimento di un’anima per natura incompleta.

La morte antica narrata da Dino Baldi diviene un rapporto unificante tra l’uomo antico  e contemporaneo nella ricerca ultima del significato ontologico delle scelte di una vita, in cui la sommità dell’esistere diviene un compimento del disegno sotteso dello sviluppo intellettivo. Potremmo guardare all’infinito e all’infinito essere investiti da commozione, noi che con i ritmi incessanti della contemporaneità abbiamo l’impressione di vivere in un’apparente inutilità intellettuale. Bisognerebbe ritornare ai giardini primordiali del pensiero, ricordarsi degli occhi delle persone scomparse per salvare dalle tenebre dell’oblio la memoria della vita quotidiana, affinché si possa guarire quella ferita di solitudine che l’uomo si porta dentro.
Quanti condizionali usati per trattare il tema morte! Però un imperativo esortativo serve: sia lode alla vita! La stessa vita vibrante nella morte degli antichi, che, riuscendo ad affinare la disposizione ad esistere, celebrarono e celebrano i sensi, l’etica, la filosofia, la scienza e tutte le altre discipline che rispecchiano l’unicità individuale della vita.

Titolo: Morti favolose degli antichi
Autore: Dino Baldi
Editore: Quodlibet
Dati: 2010, 385 pp., € 16,00

Acquistalo su webster

Il caso, la scoperta di un boia, i crimini di qualche tempo fa che ancora fanno ribrezzo

In questo disaggregato e morboso paese, l’Italia, spesso e volentieri ci si sente in balia del nulla. E se il nulla è già qualcosa, allora si è in balia del nulla meno, meno, meno. Si è stanchi di ogni richiamo e di ogni forma promozionale, e anche nella scelta di un libro, si lascia fare alla casualità, succeda quel che succeda. E si scopre che la casualità ha le sue ragioni e sa come manovrare il destino. Ho pescato a caso un libro nei banchi espositivi permanenti a ridosso di Castel Sant’Angelo, Roma, banchi più di residuati e roba per turisti che altro. L’occhio è caduto sul titolo Mastro Titta – il boia del papa Re, un libro della collana Scopri Roma di una casa editrice, Polo Books, specializzata evidentemente in tascabili mordi e fuggi. Il caso vuole che il libro, pur nella sua approssimazione contenutistica e interpretativa nonché grafica, abbia un suo perché e nel flusso dell’universo si immetta in un gioco di rimandi e corrispondenze. Il boia del Papa operava, più o meno proprio dove ora sono le bancarelle, fino a un secolo e mezzo fa, appena prima degli eventi risorgimentali decisivi in nome dei quali oggi si celebra o si tenta di celebrare una ricorrenza: i 150 anni d’unità d’Italia. È trascorso meno di niente rispetto ai cicli cosmici da che siamo una repubblica, da che siamo un paese unificato e unito sulla carta, uno stato nazionale, da che il Papa non è più re (o forse su questo punto occorre ancora rettificare), da che la giustizia non si esercita mandando a morire uomini e donne al patibolo in pubblica piazza. Siamo appena un po’ più civili da questo punto di vista. Per uno che è un ricordo, quanti “maestri di giustizia” e boia per conto di un’autorità suprema esercitano a pieno titolo ed eseguono condanne a morte di colpevoli? Il mondo è ancora pieno di maestri di giustizia presi e compresi nell’esercizio delle loro funzioni.

Curiosamente, poi, nella catena del gioco della casualità, casualmente scopro che nel 2010, sono uscite due edizioni dell’autobiografia di mastro Titta, al secolo Giovan Battista Bugatti, e cioè le Memorie di un boia (Barbès Editore, pp. 320, 8 €) e le Memorie di un carnefice scritte da lui stesso (Incontri Editrice, pp. 360, € 12). Che poi tanto autobiografia non è: è ormai noto che Bugatti non è il vero autore dell’opera, pubblicata per la prima volta nel 1891. Il boia di Roma, infatti, nella sua lunga vita si limitò a tenere un quaderno in cui trascriveva nomi, crimini e resoconti dettagliati delle modalità di esecuzione delle sue «giustizie». Queste memorie, rielaborate quando l’unificazione d’Italia era compiuta, e Roma si avviava ad essere città borghese e ministeriale, furono romanzate da uno scrittore (probabilmente Ernesto Mezzabotta) interessato a tracciare un quadro della Roma papalina e alle torpide vicende di cronaca nera.

Tornando invece al libro scelto a caso dal mazzo, elenca la molteplicità e varietà di metodi usati dal Medioevo in poi per mettere a morte i rei, e permette di farsi un’idea di come funzionasse la giustizia papale a Roma nell’ ‘800. Mastro Titta è passato alla storia perché operò per lo Stato Pontificio, in un lunghissimo periodo di tempo, 68 anni: dal 1796, appunto, fino al 1864, quando, già ottantacinquenne, fu messo a riposo da papa Pio IX che gli assegnò un vitalizio, e dovette cedere l’incarico al suo assistente, tale Vincenzo Calducci, che lavorò fino al 1870. Decapitazioni, squartamenti, mazzolate, frustate a morte, torture: erano queste le “specialità” di mastro Titta, che fece 516 esecuzioni capitali.

Esistenza senza fondo: chiamato ad eseguire la legge, una legge che puniva gli omicidi e non solo (anche chi aveva commesso talvolta reati comuni) uccidendoli, il boia era un criminale autorizzato dalla ragion di Stato a sopprimere altri criminale. Si racconta nel libro che era temuto ed avversato, costretto a una sorta di auto reclusione, viveva “in domicilio coatto, situato in Vicolo del Campanile 2, una traversa dell’attuale via della Conciliazione e pertanto situato nella zona vaticana, rione di Borgo, sulla sponda sinistra del Tevere”. Esercitava un occasionale secondo lavoro, era un “verniciatore di tele per ombrelli ordinari” che riparava e vendeva come un qualunque artigiano, con cui arrotondava lo stipendio pontificio. Certo è che con questo incarico, anche a salvaguardia della sua incolumità, non poteva oltrepassare il Tevere se non per motivi ufficiali. E così divenne d’uso dire “mastro Titta passa ponte”, volendo ad intendere che era imminente una pubblica esecuzione capitale, spettacolo gratuito offerto ai sudditi del Papa-re a scopo ammonitorio-intimidatorio, soprattutto presso ponte Sant’Angelo o a piazza del Popolo, ma anche in ogni luogo dello stato pontificio. Passava ponte, infatti, con indosso un mantello rosso che ora si trova al museo criminologico di Roma. Il pegno da pagare per la sua “carriera”, un isolamento a vita. “Era una figura temuta e rispettata, ma anche da evitare o di far finta di non vedere, qualora ci si fosse imbattuti in strada con lui”, racconta Maurizio Moretto nel libro. Nei diari, il boia di Roma racconta del suo esordio a fino a particolari raccapriccianti a dimostrare la sua abilità: “Avevo allora 17 anni compiti e l’animo mio non provò emozione alcuna”. Dopo l’impiccagione, annota il celebre boia, “staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d’una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo. Quindi con una accetta gli spaccai il petto e l’addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio”. Diligente spietatezza, cinica freddezza, sono motivi persino di un auto elogio Tale orrendo spettacolo che si offriva alla vista dei sudditi del Papa re suscitò il ribrezzo di due celebri viaggiatori, i letterati George Gordon Byron e di Charles Dickens. Molto dettagliato il ricordo di Dickens nel suo libro “Lettere dall’Italia” di un’esecuzione: “Fu uno spettacolo brutto, sporco, ributtante; il cui unico significato non era altro che un’opera di macelleria”.

E ancora: “Il boia: un fuorilegge ex officio (quale ironia della giustizia) che per la vita non osa traversare il ponte di Sant’Angelo se non per svolgere il proprio lavoro, si ritirò nella sua tana e lo spettacolo poté dirsi concluso”. Crimini e criminali di Stato,hanno funestato la storia umana, e non sono ricordi del passato. Ci piace pensare che allo stesso modo del mantello di mastro Titta e del suo armamentario, anche gli accessori e i costumi di scena di ultratecnologici boia tuttora in servizio per conto di stati ammaestrati e maestri di democrazia e civiltà, divengano reperti da museo criminologico, unico spettacolo che sia di monito al genere umano.

Al lavoro! Che la morte ci trovi vivi e conservati al naturale

(Citazione d’avvio) Tragedia in due battute di Achille Campanile, Morto che parla
Personaggi: il morto, i parenti e gli amici del morto
La scena rappresenta una camera ardente. Il morto è steso sul letto, fra le candele e i fiori; intorno, i famigliari e gli amici singhiozzano, strillano, si disperano, si danno le pugna nel capo, si strappano i capelli, si torcono le braccia, camminano avanti e indietro imprecando e minacciando di fare qualche pazzia.
il morto: (tra sé, intravedendo la scena attraverso lo spiraglio delle palpebre non ben chiuse): “Quante esagerazioni! Ma allora che dovrei fare io?”. (Sipario)

Diamine! Si può parlare di morte, senza avere la morte nel cuore, ma sviluppando un sano coinvolgimento vitale. In fondo ci riguarda tutti l’evento che sancisce “la completa uguaglianza degli ineguali”. Peccato che il vero guaio di questi tempi è che non sappiamo di che morte morire, o meglio di che morte poter morire. In pace e in piena libertà. La medicina ci tira per la giacca o le braghe tenendoci in vita, rendendo spesso impossibile una semplice morte naturale. A proposito, di naturale sembra non sia rimasto che il tonno in scatola. Proprio mentre (è notizia di questi giorni), si sono riaccese le polemiche sul bio-testamento e il ministro Sacconi ha bloccato con una circolare i registri di 70 comuni italiani che hanno raccolto la volontà dei cittadini in materia, in un convegno organizzato dall’Istituto Gestalt Firenze (diretto da Giovanni Paolo Quattrini e Anna Rita Ravenna) intitolato “Co-costruire le relazioni”, si è discusso anche delle problematiche di fine vita. Co-costruire non è modalità interpersonale propria dell’epoca dei co.co.co, ma è specifica attitudine di una relazione costruita da ambo le parti. Così dovrebbe essere la relazione tra terapeuta e paziente, ad ogni livello, in ogni condizione. In tal senso, una sessione del convegno è stata dedicata alle vite al tramonto (avviata dalla lezione magistrale del professor Bruno Callieri su tema “Dialoghi all’imbrunire: tra involuzione e creatività”). Tre interventi tra i tanti, tutti di alto livello, per fornire qualche spunto. Michele Galgani, psicoterapeuta toscano della Gestalt Associazione Faber di Trani, lavora  in un hospice, ovvero una di quelle strutture definite anche alberghi a cinque stelle che accolgono i malati terminali.

Galgani ha dato la sua testimonianza viva e pulsante. Il concetto fondamentale che ha evidenziato è che “essere dichiarato non più guaribile, non significa non essere più curabile. Tutti noi siamo in questo istante dei terminali. Chi è definito terminale deve essere accudito”. O meglio accompagnato, secondo l’etimo per cui accompagna chi condivide il pane. “E il condividere il pane torna nel ruolo dello psicologo”. Che senso può avere allora fare lo psicologo in un hospice? “Il senso che ogni volta si rivela. Cercare di renderci e rendere il luogo familiare, come luogo delle relazioni e delle persone alle quali potersi affidarsi e con cui potersi esprimere per come si è”. La cura palliativa, che è quindi come il pallium, un mantello, copre e dà valore alla persona malata, permettendole di costruire un senso nel suo percorso di fine vita, “perché quando una persona è dichiarata inguaribile subisce un declassamento da sé stessa”. Dai gusti in fatto di cibo a un attacco d’ansia, non viene interpellata. Come se fosse già cosa inerte che non merita ascolto, comprensione, interesse. Qualche volte capitano equivoci che riportano anche i momenti più drammatici a una dimensione ludica. Come quella volta che Michele fu scambiato da Benito, suo paziente dell’hospice non abituato allo psicologo, come tanti, per un altro personaggio: “Molto bravo quel prete”, sentenziò. Lo psicologo dell’hospice a suo modo è colui che si prende cura dell’anima dell’altro, senza essere un chierico.

C’è poi il lutto che si affronta nell’esperienza analitica con il gioco della sabbia. Ne ha parlato la psicoanalista junghiana Livia Crozzoli Aite che ha costituito il gruppo eventi, associazione di volontariato e auto aiuto per le persone in lutto. Quando arriva il tempo degli addii, non sempre si riesce a iniziare un percorso rielaborativo, si vive in una dimensione di grande solitudine e di angoscia, si destruttura la temporalità, manca qualsiasi pensiero progettuale, un senso del futuro, un’adesione al presente. “

La coscienza non trova nessun appiglio cui aggrapparsi. La prima risposta a un lutto è intraprendere il cammino e l’impegno a condividere la propria sofferenza, esprimere i vissuti dolorosi, oggettivarli”. Il lutto può avviare un percorso che è insieme accettazione della perdita e ricerca di sé stessi. Questo accade se si “addomestica la perdita” e il dolore diviene una risorsa purché non ci si lasci spaventare né sedurre. L’analista utilizza da 40 anni la tecnica del gioco della sabbiera, valido strumento quando verbalizzare non basta, perché c’è di mezzo la corporeità. “è un atto psichico con valenze comunicative e anche trasformative che serve a far emergere le verità simboliche e curative della psiche attraverso il gioco. È il corpo psiche che si manifesta nel gioco dove si pongono oggetti scelti dal paziente in chiave simbolica. Il paziente vuole condividere il dolore. Il lutto è un’occasione di vita”. Una grande emersione alla vita.

“Molti muoiono troppo tardi. Alcuni troppo presto. Ancora suona strano il precetto: muori al tempo opportuno”. La frase di Friederich Nietzsche in Così parlò Zaratustra è sapientemente citata dal professor Sandro Spinsanti, esperto di bioetica e presidente dell’Istituto Giano di Roma,  ad apertura del suo intervento sulle decisioni di fine vita e le relazioni d’aiuto. Nietzsche profeticamente aveva messo a fuoco un tema che oggi ci coinvolge più che mai: l’ars moriendi. “Non solo perché – ha sottolineato lo stesso Spinsanti – da una settimana si è riacutizzato questo tema culturale esistenziale politico comunicativo sull’eredità biologica, che ritorna in forma: sei favorevole o contrario all’eutanasia? Sei per la sacralità della vita o contro? Ma perché è indice di un malessere che c’è. Noi non siamo contenti di come si realizza la fine della vita”. Quello che disturba non è solo il tempo del morire, spesso frutto di una decisione unilaterale del medico, ma anche il luogo, il modo. E così, registra Spinsanti “cent’anni e più dopo Nietzsche siamo in uno scenario in parte uguale, in parte profondamente diverso”. Così come vivere male, anche morire male, non è difficile, non richiede poi molte accortezze, non ci vuole neanche la pratica: basta far decidere gli altri, i medici, o mettersi nelle mani dei familiari. Un medico palliativista citato da Spinsanti ne è convinto. Chi deciderà per noi quando non saremo in grado di decidere? Dai tempi di Nietzsche, più di qualcosa è cambiato: la medicina è in grado di prolungare la vita umana, ma bisogna vedere che tipo di vita prolunghi; l’individuo è in grado di manifestare la sua differenza di gusti ad oltranza e vorrebbe decidere anche sulla sua morte. La medicina, che è la medicina di stampo ippocrateo, non al passo coi tempi, decide per noi e “determina anche la modalità e il tempo che ci viene assegnato di sopravvivenza che costituisce non la nostra speranza, ma il nostro incubo. Fino a ieri il medico poteva fare buona medicina in scienza e coscienza senza informare il paziente. Ma ora anche nelle decisione di fine vita abbiamo bisogno di due visioni complementari. Quello che la medicina può fare e quello che le persone decidono, per arrivare a una soluzione che non sia imposta ma condivisa”. Scherza Spinsanti, ma fino a un certo punto, quando dice che è giunta l’ora di cambiare teste senza mozzarle: la testa dei medici, ma anche dei familiari. In mezzo, stanno gli psicologi, chiamati a una gran bella sfida. Vedersela con le emozioni, anche di chi è a fine vita, ora che al paziente va detto tutto e pure di più. “E le emozioni son cose pesanti, umide. Le decisioni, anche quelle finali, insomma, vanno co-costruite”.  Ancora il co-costruire. Perché si possa diventare responsabili dalla nascita alla morte. Dall’ars vivendi all’ars moriendi. Ovvero ci si possa organizzare secondo la propria specificità, ognuno in casa propria perché la morte ci trovi vivi, come insegnò l’umorista Marcello Marchesi.

Le storie, a volte, si fanno da sé e scelgono come essere raccontate

Pepe, Calì e Lalò sono amici; insieme inventano storie straordinarie e giocano in cortile. Un giorno, però, Lalò scompare e Pepe e Calì si accorgono che senza di lui giocare a inventare storie non è né facile né divertente. Si avventurano allora in una difficile ricerca trovando infine una risposta, seppur amara, alle loro domande.

Forse Lalò è diventato magro magro e, come un uccello, è passato attraverso le sbarre della gabbia volando via, così ipotizzano Pepe e Calì dinanzi all’uomo verde “Becco di corvo/Tutto si perde/Questa è la casa/Dell’uomo verde”. O potrebbe essere stato rapito dall’uomo nero, come talvolta succede ai bimbi che non si trovano più; Pepe e Calì lo chiedono a lui in persona “Grigia betulla/Buoi sentiero/Questa è la tana/dell’uomo nero”. Oppure, considerato che dalla dimora dell’uomo blu passano tutte le storie del mondo, forse, anzi, per forza, dovrebbe esserci anche la storia di Lalò “Onda di mare/Salta su e giù/Questa è la nuvola/Dell’uomo blu”.

Si nutrono di storie e fiabe, le stesse che inventavano assieme, le speranze e le ricerche dei due amici che non si rassegnano alla realtà. E le fiabe si inventano meglio seduti in cerchio sotto alle fronde di un albero. Il cerchio formato dai tre amici era perfetto, il nuovo, senza Lalò, è schiacciato ma forse è comunque sufficiente a dar loro l’ispirazione per una nuova fiaba che li protegga dalla realtà amara che ha colpito il loro piccolo amico e con la quale dovranno necessariamente venire a patti.

Come sempre raccontare la morte ai bambini è difficile e altrettanto difficile è prendere atto che alcuni, come gli autori di questo libro, sono capaci di farlo senza scadere in pietosi abbellimenti e banali rifugi linguistici e narrativi. La vena narrativa è dolce e al contempo diretta, disperata la ricerca dei due bambini, dolorose le scoperte ma leggeri gli animi e morbida la sensazione che segue la coraggiosa ricerca. Peccato solo che l’uomo nero, verde e blu non possano mostrarsi ai nostri occhi nei loro colori. Le delicate illustrazioni di Giulia Rivolta sono, purtroppo, riportate in bianco e nero e, seppur in minima parte, sminuiscono l’intensità del testo.

Colore che invece non manca al gusto di una succulenta frittata che, solo a immaginarla, fa venire l’acquolina in bocca. La frittata è la prima di tre storie da mangiare che Anna Vivarelli (sempre assieme a Guido Quarzo come nella storia precedente e con le illustrazioni di Andrea Astuto) ci racconta con una scrittura leggera e gustosa: tutta da assaporare!

————————

Anna Vivarelli si è aggiudicata il premio Andersen 2010 com migliore scrittrice “per una produzione narrativa dai risultati quanto mai convincenti e qualificati. Per essere una delle firme più interessanti degli ultimi anni, dimostrando di sapersi efficacemente e brillantemente confrontare con temi e moduli narrativi diversi”, come peraltro ci racconta in questa intervista.

D: La Sua scrittura ha già di per sé il sapore dolce e morbido delle fiabe. È grazie a questo talento che preferisce scrivere storie per bambini e ragazzi?
R: La ringrazio per questo giudizio, che mi fa molto piacere. Credo sia calzante soprattutto per alcuni miei libri, mentre per altri la cifra è completamente diversa, molto più realistica e “cattiva”: penso a Il vero nome di Lupo Solitario o al più recente Preferirei chiamarmi Mario. Invece, in Uomo nero, verde blu e in altri miei, il tono magico e fiabesco è predominante. Questi due modi di raccontare mi appartengono entrambi: quando mi viene in mente una storia, è la storia stessa che chiede di essere raccontata con maggiore poeticità e leggerezza, o invece con realismo e ruvidezza.

D: Alcune Sue storie sono scritte a quattro mani. Entrambi i libri che consigliamo, per esempio (Uomo nero, verde, blu; Storie da mangiare). È difficile o naturale lavorare assieme a qualcun altro?
R: Io ho iniziato a scrivere per ragazzi proprio a quattro mani, e in modo quasi casuale. Provengo dalla scrittura teatrale e radiofonica, e mi sono gettata nell’avventura dei racconti per bambini pensando che si trattasse solo di una parentesi. Sono passati quindici anni, ed è diventata la mia vita… Con Guido Quarzo, l’autore con cui ho scritto i due libri che lei consiglia, sono unita da un’amicizia trentennale. Con Anna Lavatelli, l’altro autore con cui collaboro spesso, l’amicizia è più recente – si fa per dire: dodici anni non sono uno scherzo! – e anche con lei ho un grande feeling. Sia Guido che Anna sono dei perfezionisti, maniacali quasi quanto me nel cercare la precisione sia nella scrittura che nell’intreccio, ed è per questo che riesco a lavorare bene con loro. Condivido con entrambi una stessa idea di letteratura per ragazzi: avventurosa,  per nulla didascalica, che nasce per divertire e appassionare, e non per ammaestrare. Lavorare con loro quindi, è piacevole e stimolante.

D: Pensiamo che scrivere per i bambini in qualche modo sia anche scrivere ai bambini. È d’accordo con noi? E, se sì, ne sente la responsabilità?
R: Uno scrittore deve sentirsi sempre responsabile di ciò che pubblica. E non tanto perché le storie trasmettono dei “messaggi”, quanto perché un buon libro può contribuire a formare un lettore, mentre un brutto libro può allontanarlo per sempre dal piacere della lettura. A volte penso che quel mio libro particolare potrebbe essere il primo libro preso in mano volontariamente da un lettore, il primo libro scelto autonomamente in libreria o in biblioteca: se non riesco a catturare il mio lettore, il rischio è che potrebbe anche essere l’ultimo.
Se invece per responsabilità si intende un compito morale, allora no, non mi sento responsabile di come sono. Racconto storie di amicizie, parlo di infelicità o di gioia, narro di bambini che si rapportano a fatica con i coetanei o con i genitori, e conduco la storia dove i personaggi mi portano, e dove mi portano le mie esperienze, il mio modo di essere, il mio sguardo sul mondo. Talvolta è un lieto fine, altre volte no. Non insegno a vivere, non intendo farlo: non è compito mio. Credo che la lettura sia un piacere infinito, che sia un privilegio poterlo esercitare, ma la formazione di un bambino non può avvenire solo attraverso i libri, anche se i libri possono contribuirvi.

D: Quali sono gli scrittori che preferisce? Ce n’è qualcuno cui si ispira?
R: Nel campo degli scrittori per bambini e ragazzi, amo molto Roald Dahl, Eva Ibbottson, Philip Pullman, Jerry Spinelli. Come vede, autori molto diversi tra loro e anche molto diversi da me. Ma tutti sono grandi narratori: hanno intrecci appassionanti, e la loro è una scrittura di qualità.
Fra gli italiani leggo ogni libro di Guido Quarzo e di Anna Lavatelli: non solo perché ci lega una grande amicizia, ma anche perché ho stima assoluta di entrambi e, nonostante li conosca così bene, ogni volta riescono a sorprendermi.

D: Lei ha lavorato per la radio: trova che ci sia un’affinità tra la comunicazione orale della radio e le fiabe?
R: Forse sì. La mia formazione teatrale e radiofonica mi ha permesso di acquisire una certa facilità nella stesura dei dialoghi, che sono importantissimi nelle mie storie. Io a volte confesso ai bambini che incontro nelle scuole che mentre scrivo “sento le voci”, ed è proprio così: è come se i personaggi parlassero nella mia testa, e io mi limitassi a trascrivere ciò che mi dicono. Forse per questo spesso preferisco il racconto in prima persona.

D: C’è una tra le sue storie che ama particolarmente? Ci fa fare la sua conoscenza?

R: Fra le storie che ho pubblicato, amo molto Mimì che nome è? perché dopo oltre dieci anni di vita riesce sempre a catturare l’interesse dei bambini. Ma sono affezionata anche a Per caso e per naso, che è un libro pieno di rime e offre grandi possibilità di lettura collettiva. E da ultimo, Senza nulla in cambio, scritto con Anna Lavatelli: è un libro per grandi, ed è una storia di amori e passioni nell’Italia del 1821. Ci siamo divertite moltissimo a scriverlo e, anche se siamo sempre pronte ad autocriticarci, stavolta ci siamo dette che il risultato non era male…

Titolo: Uomo nero, verde, blu
Autori: Quarzo Guido, Vivarelli Anna
Editore: Interlinea
Dati: 2009, 64 pp., ill., 10,00 €

Acquistalo su Webster.it

Titolo: Storie da mangiare
Autori: Quarzo Guido, Vivarelli Anna
Editore: Interlinea
Dati: 2001, 47 pp., ill., 7,75 €

Acquistalo su Webster.it

Storie di psico-oncologia: alla ricerca del senso perduto e della forma completa

Fin dal titolo il volume dichiara il proprio intento senza cercare scappatoie edulcorate: raccontare la malattia e il suo significato, il cancro, la relazione tra medico e paziente. Come si indovina dalle prime battute, non è questa una lettura light da fare sotto l’ombrellone o dentro un canalone di montagna, come da copione estivo. Questo libro è impegnativo ma non drammatico, affatto, anzi è una terapia antidistrazione nonché una terapia preventiva, “acchiappa pensieri” e al contempo “acchiappa fantasmi”: i pensieri non pensati, quelli rimossi, quelli negati, i desideri dell’infanzia ricacciati indietro nel congelatore che si chiama inconscio dove tutto resta fermo, eppure sempre vivo. Concedetevi perciò la possibilità di superare pregiudizi e ritrosie e fare ciò che non facciamo manovrati dalla “scienza” della distrazione: pensare seriamente e a fondo alle faccende fondamentali dell’esistenza nostra e di chi ci circonda, svelarvi a voi stessi secondo il principio della responsabilità personale, gravemente démodé e in disuso.

Intraprendere il viaggio attraverso queste pagine non è una passeggiata, richiede il coraggio dell’esplorazione onesta di sé, come coraggio ha avuto l’autore, Francesco Milani, medico e psicoterapeuta che lavora con i pazienti oncologici, a concepirlo e realizzarlo, e la giovanissima ma tutt’altro che acerba casa editrice Aguaplano a pubblicarlo, oltretutto in veste grafica accuratissima. Non è una passeggiata per funghi, si diceva, ma può rivelarsi una passeggiata di salute se lo si legge con l’intento di presentarsi un po’ al sé abituale acconciato in divisa d’ordinanza, andare oltre le apparenze, superare i limiti e le tare del pensiero cui questa fuga tecnologica ci costringe. La nostra vita sembra regolata da un codice binario: funziono o non funziono come macchina, e se non funziono entrano in azione gli aggiustatori (leggi i medici, come li chiamava Tiziano Terzani).

Milani, forte della sua esperienza sul campo, per usare una brutta espressione, è convinto che, come il sogno per Freud, anche il sintomo e la malattia esprimano in forme camuffate, incomprensibili, distorte, i nostri veri desideri inconsci. Se però non c’è un dialogo tra medicina e psicoanalisi, se fautore di questo dialogo non si fa il medico, la malattia è e rimarrà un disturbo organico, secondo una visione riduttivista, di una scienza, la medicina, che sta sulla difensiva e perciò disumanizza l’uomo. Occorre responsabilità e la responsabilità fa paura come l’amore e la felicità: “Parlare di sessualità a proposito dei sintomi isterici, costituì uno scandalo alla fine dell’Ottocento: pensare che siamo responsabili di ciò che ci accade, oggi rappresenta uno scandalo forse ancora maggiore. La moda corrente vuole che ci consideriamo come dei meccanismi: se qualcosa non ci va bene, dipende da qualcun altro, oppure da qualcuno degli ingranaggi, oppure, ancora, da qualcosa di indeterminato come i geni, l’età, l’alimentazione, l’organizzazione del lavoro, il destino, Dio o non so che altro – comunque non dipende da noi”. (pag. 10).

Eppure siamo responsabili di tutto, anche del nostro ammalarci, sostiene Milani. Invece viviamo oscillando tra assenza di responsabilità e senso di colpa. La terza via indicata dall’autore è  ispirarsi alla cultura filosofica greca che considerava il dolore parte integrante del vivere. “La consapevolezza di questo, con la conseguente possibilità di integrare il dolore, il sintomo e la malattia nella nostra esperienza di vita, diventa così un’assunzione di responsabilità”. Il viaggio è complesso ma ricco e diventa racconto che si compone di racconti, citazioni letterarie e riferimenti filosofici: chi cerca il senso, il significato, necessariamente va a bussare alle porte di filosofi e scrittori, profeti non di sventura ma di verità universali. “Il sintomo come un sogno, realizza un desiderio inconscio  attuale che richiama un desiderio infantile” (pag. 57), è la tesi fondamentale dello studio. Confermata e rafforzata dal supporto degli scrittori: Virginia Woolf che racconta la volontà personale di ammalarsi (Sulla malattia, 1930) e a sua volta cita un altro scrittore, Franz Kafka che in un frammento dei Diari scrive: “E se uno soffocasse per propria iniziativa? Se, a furia di insistere nell’osservare sé stessi, l’apertura dalla quale ci si riversa nel mondo diventasse troppo piccola o si chiudesse del tutto? In certi momenti non ne sono molto lontano. Un fiume che scorre a ritroso”. (pag. 57). Secondo la lezione di Luis Chiozza , medico e psicoanalista argentino che ha introdotto il metodo dello studio patobiografico, ispiratore del libro, la malattia si comporta come l’oracolo di Delfi, che “non svela e non nasconde, ma significa”. Ogni malattia inoltre, realizza una fantasia inconscia specifica. A ciascuno la sua. E quel che significa Milani lo spiega alternando modelli di analisi, comparazioni tra medicina e psicoanalisi, le storie e il vissuto di suoi pazienti oncologici. Secondo la medicina si ammala un organo; il medico si comporta come un tecnico, un esecutore, non si chiede il perché ma focalizza l’attenzione su come procedere, dalla diagnosi in poi, attuando protocolli collaudati.

L’autore riflette che la medicina discende dalla fisica, la stessa  fisica del ‘900 che da Einstein in poi ci ha insegnato che non c’è uno scenario unico, ma il punto di vista dell’osservatore crea la realtà. Fisica, matematica, geometria, biologia oggi si muovono secondo questo punto di vista e spostando lo sguardo dagli oggetti singoli alle relazioni degli oggetti tra loro. Invece  “la medicina che pure ama ritenersi una scienza, continua a considerare l’oggetto del proprio interesse, l’uomo malato, come un’entità che non ha relazioni”. (pag. 81). Il malato è isolato dal suo vissuto, dalla sua storia fino  a diventare “un organismo, e poi un organo, e così via scindendo fino a una cellula o a un gene”. Secondo la psicoanalisi, tutte le malattie sono psicosomatiche, ci sono in gioco affetti rimossi, “stati emotivi che non riescono ad essere sentiti e vissuti come tale in maniera manifesta”, e scatenano la malattia. La medicina considera il soma, la psicoanalisi la psiche, occorre l’incontro, l’integrazione, la forma completa secondo il poeta Whitman, una nuova etica e il travaso di un nuovo umanesimo. Occorre dare senso e significato alla malattia. La responsabilità riguarda il paziente, ma anche il medico. Anche qui una nuova alleanza terapeutica e la ricerca di una forma completa: ”Questo processo di comprensione del senso, che passa attraverso la consapevolezza del senso di una storia di vita, avrà maggiore valore terapeutico per il paziente e maggiore soddisfazione per il medico”. (pag. 90). Nessuno è padrone in casa propria, diceva nonno Freud; siamo soggetti all’azione di forze che ignoriamo e viviamo “in un mondo di relazioni che iniziano dal nostro più remoto passato”, aggiunge Milani.

Il cancro “accade” quando le cellule si comportano in maniera “narcisistica”, secondo la psicoanalisi che contempla anche altre varianti. Le storie di pazienti, anche di uno eccellente come Tiziano Terzani, contengono allusioni a castelli, muraglie, prigioni, cerchi chiusi. La malattia è la condizione di chiusura narcisistica “rappresentata dalla corazza del granchio (che dunque ha lo stesso significato dei recinti, dei castelli, delle mura, che si ritrovano nei materiali clinici e nei sogni dei pazienti” pag 119).

La fantasia inconscia specifica del cancro è quella di un autofecondazione: “Potremmo dunque dire che il cancro simula un embrione deforme che cresce in modo rapido senza limiti spaziali e temporali: è come se una cellula si fosse fecondata da sola e da sola avesse innescato quei meccanismi che la portano a crescere all’infinito ignorando tutto ciò che la circonda”. (pag. 102). Oppure la fantasia scatenante è l’incesto, il “desiderio inconscio di accoppiamento con un membro della propria famiglia”. (pag 103).

La mitologia, poi, sembra combaciare con la concezione psicoanalitica che a sua volta illumina le storie di pazienti quando si parla di cancro alla mammella. Ecate, Demetra e Core rappresentano tre aspetti della femminilità: la luna, la madre, la figlia. Anche il mito delle Amazzoni (letteralmente donne senza mammelle) ci racconta una stessa modalità matrilineare, di una società matriarcale che esclude la presenza maschile, come nei vissuti femminili reali. E le pazienti sono “tutte pazienti che in fondo non riescono a lasciare la figura materna per andare verso la piena maturità e indipendenza: tutte come Demetra che non riesce a lasciare Core, come Core che non riesce a lasciare Demetra, come tutte e due che non riescono a separarsi da Ecate. Stare completamente con Ade non si può perché la vita con il dio degli inferi equivale a morire e allora la soluzione di compromesso è un’oscillazione tra queste due polarità: verso il maschile per un po’ e poi si ritorna verso il femminile”. (pag. 176).

Ma il dramma vero si basa su un equivoco di fondo: “Non è il maschile che equivale a morire, ma è proprio l’attrazione inconscia per la polarità femminile che porta verso una malattia che ha il significato della morte”. Le donne che non lasciano il versante materno, che prolungano fantasie prenatali di ritorno al grembo cadono nella malattia. Salutare  è la consapevolezza. Qualsiasi mancanza di integrazione provoca chiusura. Cercare e raggiungere la forma completa salva e fa risorgere secondo l’autore che cita una poesia di Walt Whitman: “La fisiologia da capo a piedi io canto, né la fisionomia da sola né il cervello da solo valgono per la Musa: io dico che la Forma completa vale di gran lunga di più, la Femmina e insieme il Maschio io canto”. La forma completa è “l’uomo nella sua integrità, senza scissioni, capace di entrare in relazione erotica con l’altro sesso e con il resto del mondo. La visione scissa, inevitabilmente, conduce al conflitto: dell’uomo contro il mondo, del maschio contro la femmina e della femmina contro il maschio e, in fondo, dell’uomo contro se stesso”. (pag 182).
La guarigione, come testimoniano alcune storie di pazienti oncologici narrate, arriva quando la propria verità appare limpida e chiara alla coscienza e la storia personale non è più subita come destino. Infine la guarigione è la salvezza dai salvatori, i terapeuti, secondo la brillante formula del filosofo di Emanuele Severino.

Titolo: Storie di psico-oncologia
Autore: Francesco Milani
Editore: Aguaplano
Dati: 2010, 208 pp., 15,00 €

Acquistalo su Webster.it

Un delicato tulipano per raccontare, onestamente, la morte

Un impermeabile a quadretti, le braccia spesso morbidamente dietro la schiena, un tulipano nero tra le mani. Un essere pensoso e strambo si direbbe, e invece è la Morte, almeno così come Wolf Erlbruch ha deciso di rappresentarla nel suo L’anatra, la morte e il tulipano.

Mi sono sempre chiesta, e purtroppo molto più insistentemente in questi giorni, come si possa affrontare un tema così delicato con i bambini. E il risultato è stato sempre lo stesso: il solo pensarci mi rende smarrita, inerme, misera. Non trovo le parole, sono muta.

Eppure affrontarlo è necessario. Questa storia fatta di immagini delicate e poche, semplici parole, aiuta senz’altro a farlo.

È la storia di un’anatra bianca dal collo lungo e con una spiccata passione per i tuffi nel lago che incontra la Morte e, dopo la fastidiosa sensazione iniziale del trovarsela alle spalle, impara ad accettarne la presenza, a condividere con lei le proprie gioie e le proprie paure e persino a diventarne amica.

Sembrerebbe assurdo divenire amici della Morte ma tra queste pagine essa non è minacciosa e orribile, non spaventa, non induce a fuggire. Piuttosto è tenera, e non fa altro se non seguire il corso degli eventi e del tempo. Non ha nemmeno le risposte che l’anatra vorrebbe: non sa se esiste il paradiso, non sa se ci si ritrovi assieme a star seduti sulle nuvole. Conosce e dice solo la verità che è che nessuno, proprio nessuno, la sa.

“Certe anatre dicono che si diventa angeli e si sta seduti sulle nuvole e si può guardare la terra dall’alto” – “Possibile” dice la morte e si mette seduta.

Questo è un albo per bambini certamente difficile da proporre e raccontare. Questo è un libro per adulti, altrettanto difficile da affrontare. La morte è seria, anche nel suo buffo impermeabile a quadri, e con serietà ci induce a comprendere la finitezza della vita; il suo essere ciclica, difficoltosa, bellissima.

Titolo: L’anatra, la morte e il tulipano
Autore: Wolf Erlbruch
Editore: E/O
Dati: 2007, 32 pp., ill., 13,00 €

Acquistalo su Webster.it