Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. III: Action, adventure e americanate varie #winter14tv

Terza e ultima puntata di presentazione delle serie tv in onda durante la stagione invernale. Oggi ci occupiamo di avventure, serie d’azione, spy stories, horror stories… tutto ciò che vorrebbe stimolare sostanziosi rilasci di adrenalina nel vostro organismo, insomma.


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The Americans, FX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
I coniugi Jennings sono scampati per il rotto della cuffia alla cattura, Elizabeth (Keri Russell) è stata ferita ma la copertura dei due agenti sovietici è salva. I rocamboleschi eventi che hanno concluso la prima stagione hanno avuto il merito di riavvicinare Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth, e il matrimonio nato come una copertura e sviluppatosi avendo sempre presente come fine ultimo la vittora della “Causa” si è evoluto, non senza traumi, verso un affetto sincero. Se la relazione tra i due pare stabilizzata, addirittura reale come non lo è mai stata nei quindici anni precedenti, ad essere turbata dall’attività spionistica sarà la famiglia: i due figli, Henry e Paige, crescono, ed è sempre più difficile sfuggire alle loro inquisitorie curiosità. Soprattuto Paige (Holly Taylor), in piena adolescenza, inizierà a porre le domande giuste, e la coesistenza della tipica famigliola suburbana (non sempre) felice con la spericolata vita extra-professionale dei due agenti KGB sarà sempre più difficile da gestire. Elizabeth potrebbe avere il ruolo più difficile, dovendo far convivere il ruolo di madre con quello di spia, ma Philip si troverà nella complicata situazione di gestire anche un secondo matrimonio, quello “finto” messo in piedi per circuire l’impiegata FBI Martha Hanson (Alison Wright) e sottrarle informazioni preziose. Analogamente, dall’altro lato della barricata, Stan Beeman (Noah Emmerich), l’agente FBI vicino di casa dei Jennings, aveva iniziato una relazione con la funzionaria russa Nina (Annet Mahendru) con lo stesso scopo, ma il coinvolgimento emotivo gli è sfuggito di mano, e il legame sin troppo profondo non gli ha permesso di intuire che Nina è in realtà una gran doppiogiochista. E l’omicidio dell’agente Amador grida ancora vendetta. Tra i personaggi di contorno, la pragmatica e glaciale Claudia (Margo Martindale) manterrà il suo ruolo di supervisore dei Jennings, fungendo da collegamento tra gli alti quadri del KGB e i due agenti operativi sul campo.
La prima stagione ha stupito per aver messo in scena un plot solido e avvincente e due personaggi di rara bad-assery (i Jennings spaccano per davvero, e le scene di combattimento a base di arti marziali sono entusiasmanti), oltre che per l’impiego massiccio di accurate musiche anni ’80, parrucche e travestimenti di ogni sorta e per la descrizione delle creative procedure necessarie a far fronte alle limitate risorse tecnologiche dell’epoca. Se possiamo aspettarci che questi aspetti legati all’ambientazione rimangano pressoché invariati, è lecito attendersi un’inasprimento delle tensioni legate al ruolo delle due spie, alla loro fedeltà di lungo periodo alla Madrepatria nel momento in cui saranno gli inconsapevoli Harry e Paige a finire nel fuoco incrociato della Guerra Fredda. Il creatore Joe Weisberg ha preannunciato che i Jennings dovranno affrontare situazioni enormemente più complicate rispetto al passato, ed è probabile che dilemmi e ripensamenti si ripresentino ancora più pressanti. Spionaggio, contrapposizione tra i due blocchi, family drama, oggettistica anni ’80 ed estetica sovietica: motivi ben più che sufficienti per attendere con trepidazione la nuova stagione.

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Vikings, History (seconda stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Sul finire della scorsa stagione la figura tipicamente eroica di Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel), impavido condottiero vichingo assetato di conoscenza, si è un po’ incrinata, e gli ideali nobili che ne avevano ispirato l’agire iniziale si sono progressivamente annacquati con il crescere delle ambizioni personali. La conquista della guida della comunità di Kattegat, compiuta alla spese di Earl Haraldson, ha consentito a Ragnar di proseguire nella propria impresa di esplorare le terre dell’Ovest, risoltesi in fruttuose razzie e in una vittoriosa battaglia contro gli Angli guidati da re Æelle di Northumbria (Ivan Kaye), ma ha anche gettato il primo seme della discordia all’interno della comunità, scatenando le invidie del fratello Rollo (Clive Standen), fino ad allora lealissimo combattente al fianco del protagonista. La faccenda si è ulteriormente complicata nel corso della missione diplomatica condotta da Ragnar su mandato del neo-alleato re Horik (Donal Logue). Non solo la contesa con Jarl Borg non è stata risolta, ma nel corso dello stesso viaggio Ragnar ha perso definitivamente l’appoggio di Rollo, schieratosi dalla parte di Borg, ed è stato egli stesso protagonista di un tradimento, lasciandosi sedurre dalla sensualissima principessa Aslaug mentre la bellissima e battagliera moglie Lagertha (Katheryn Winnick) è rimasta da sola al villaggio a fare in conti con un’epidemia di peste e con il trauma personale di una gravidanza interrotta. La seconda stagione si muoverà quindi lungo questi temi, già abbozzati nella prima: le amare conseguenze della lotte per la conquista del potere, e la crisi del matrimonio e dell’unità familiare, con l’allontanamento dell’amato figlio Bjorn (Alexander Ludwig).
Semplice, lineare e a tratti didascalica, ma — al netto di alcune significative sbavature — sorprendentemente godibile: Vikings è stata una delle rivelazioni dello scorso anno, capace di trovare un bilanciamento quasi perfetto tra la vocazione allo spettacolo (battaglie sanguinose e intrighi sentimentali) e l’aspirazione alla divulgazione documentaristica della cultura e della spiritualità pagana norrena. Forte di un budget più ricco, tradottosi in un episodio extra rispetto alla prima stagione, ci auguriamo che la creatura di Michael Hirst possa ripetersi agli stessi ottimi livelli dell’esordio.

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Banshee, Cinemax (seconda stagione, 10 episodi, 10 gennaio)
Dopo aver gettato di tutto nel calderone della prima stagione (un protagonista ex-galeotto che si spaccia per sceriffo, una ex-fidanzata ex-ladra figlia di un gangster ucraino mimetizzata dietro la facciata di una classica famigliola felice, una spietata organizzazione criminale guidata dallo stesso gangster ucraino, un transgender esperto di arti marziali e tecnologia, comunità amish e criminali locali fuoriusciti in modo traumatico da essa, una tribù di nativi americani, scazzottate da spaghetti western con coreografie da b-movie di arti marziali, sconcezze gratuite al limite del softcore) siamo effettivamente curiosi di sapere cos’altro si possa aggiungere a questa esplosiva miscela che ha stravolto la piccola e tranquilla cittadina di Banshee, Pennsylvania. Il finale della scorsa stagione lasciava intendere che, dopo lo scontro finale, Mr. Rabbit (Ben Cross), il gangster ucraino padre di Anastasia/Carrie Hoswell (Ivana Miličević) fosse ancora vivo, ed è facile pensare che lo smacco abbia acuito il suo proposito di vendetta nei confronti di Lucas Hood (Antony Starr), impossessatosi dell’identità del nuovo sceriffo di Banshee immediatamente dopo la sua uscita dal carcere, autore di un furto di diamanti ai danni di Rabbit e soprattutto ritenuto responsabile dell’allontanamento dell’adorata figlia Anastasia. Temiamo, pertanto, che il tentativo di Lucas e della stessa Anastasia/Carrie di tornare alla loro finta normalità verrà turbato molto presto. La situazione si complicherà con l’arrivo in città del tenace agente dell’FBI Jim Racine (Zeljiko Ivanek), ossessionato dalla cattura di Rabbit, e di Jason Hood (Harrison Thomas), figlio del vero Lucas Hood. Sullo sfondo, una lotta per il potere oppone Kai Proctor (Ulrich Thomsen), il piccolo boss locale ex-Amish, al nuovo leader della locale tribù Kinaho, Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), desideroso di dotare la riserva dell’immancabile casinò.
Banshee è la serie più pulp che si possa immaginare, e sfida il ridicolo ad ogni puntata, ma lo fa con l’attitudine giusta, senza lesinare humor e sbruffonaggine, e senza timore di spingere a tavoletta sull’acceleratore dell’azione più sfrenata (e innalzando sensibilmente, in questa seconda avventura, il livello della violenza). Poi ci sono i ridicoli siparietti erotici, ma il fast forward è un’opzione sempre disponibile. La seconda stagione è stata anticipata da due brevi webisodes (Hotwire e The Diner) ed è affiancata, così come la prima, da una serie di corti che esplorano il passato dei protagonisti.

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Black Sails, Starz (prima stagione, 10 episodi, 25 gennaio)
Ahoy! Arrrrrrrrrrh! Quale miglior ispirazione, per una serie di pirati, di un classico d’avventura come Treasure’s Island, principale responsabile dell’iconografia piratesca predominante nella cultura pop? Black Sails prende in prestito dal noto romanzo la figura del Capitano Flint, personaggio centrale (ma in realtà “grande assente”) nel testo, ed invece presentissimo e assoluto protagonista di questa serie che ambisce ad essere un prequel dell’opera di R.L. Stevenson. Flint (Toby Stephens), carismatico e temuto capitano della “Walrus”, ha un piano ambizioso: riunire i bucanieri di New Providence — isola delle Bahamas covo di pirati, corsari, contrabbandieri, ex-schiavi e fuggiaschi di ogni risma, ma anche città libera, indipendente e fondamentalmente senza legge — sotto l’egida di uno stato indipendente in grado di resistere alla crescente minaccia che l’Impero Britannico, in nome della civilizzazione, pone nei confronti della società piratesca. Per realizzare il sogno di una Nazione di Ladri, egli mira al prezioso carico del galeone spagnolo “Urca de Lima”, custode di beni e denaro per un valore stimato nella strabiliante cifra di cinque milioni di dollari. La bella e decisa Eleanor Guthrie, figura centrale dell’economia di New Providence, condivide il progetto di Flint, al contrario del suo ex-amante, il sanguinario capitano Charles Vane (Zach McGowen). Ma il maggiore antagonista è un altro personaggio preso in prestito dal libro: si tratta del giovane, scaltro, intraprendente, subdolo e opportunista John Silver (Luke Arnold), non ancora “Long”, sprovvisto di pappagallo sulla spalla e non ancora dotato di iconica gamba di legno. Queste premesse, e la generale cornice piratesca, lasciano immaginare una serie tutta azione e avventura, ma queste attese sono destinate ad essere deluse: una galleria di personaggi enorme, tra personaggi storici e letterari, comandanti in seconda, piccoli furfanti e bellone da urlo, viene impiegata per dare vita ad una trama che bada all’aspetto politico e burocratico più che a quello avventuroso. C’è ampio spazio per grandi macchinazioni politiche/commerciali e per la ricostruzione delle dinamiche proto-democratiche che regolano la vita a bordo di una nave pirata, e molta meno attenzione per le auspicate battaglie all’arma bianca (e sicuramente non abbastanza soldi per mettere in scena troppi spettacolari abbordaggi).
Incredibilmente, Black Sails non è una sesquipedale tamarrata tutta pettorali lucidi e generosi seni al vento: la serie co-prodotta da Michael Bay, pur rispecchiando la cifra estetica a cui i prodotti Starz ci hanno abituato — una magniloquente period drama impreziosito da sfarzose ricostruzioni e da numerosi personaggi — nella sua forma narrativa spicca per essere meno cialtrona del solito. Suo malgrado, però, non è neanche estremamente avvincente. E il livello del cast, con l’eccezione di Stephens, appare ancora una volta mediocre. Sull’onda dell’entusiasmo suscitato al ComiCon dello scorso anno scorso, il network ha già ordinato la seconda stagione senza attendere il responso degli ascolti.

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, seconda parte, 8 episodi, 9 febbraio)
Gira che ti rigira, siamo tornati al punto di partenza. La prigione è stata buttata giù a colpi di cannonate, e con essa è caduta la fortezza che ha dato riparo ai protagonisti per due stagioni e mezzo. Se per i personaggi della serie questa è indubbiamente una gran iattura, in termini narrativi era la scelta obbligata per smuovere la serie dall’immobilismo di queste stesse due stagioni e mezzo. Per dare una scossa al tutto gli autori hanno fatto ricorso ad una misura estrema: premere il pulsante del reset e riportare i protagonisti alla pericolosa situazione di partenza, tutti allo scoperto, senza protezioni, a vagabondare pericolosamente per boschi infestati di walkers. E per aggiungere un grado di difficoltà e non ricadere in modo troppo palese nel già-visto-già-sentito, il game master Scott M. Gimple ha pensato di disgregare il gruppo in tante piccole unità, in fuga disordinata dalla prigione invasa da orde di famelici walkers. Gli otto episodi si dedicheranno ad un gruppo di sopravvissuti per volta, forse per seguirne il periglioso percorso di riavvicinamento? Chissà.
In ogni caso, sapete come la pensiamo su The Walking Dead, e dubitiamo che questo ritorno alle origini ci farà cambiare idea. A meno che Maggie e Glenn non vengano sbranati già alla prossima puntata, così da mettere fine alla love story più insipida della tv contemporanea. A meno che, a finire tra le fauci dei biters non siano anche Beth, Tyreese, Shasha e tutti gli altri inutili personaggi (certo non Michonne: non toccateci Michonne!). A meno che non ci venga spiegato l’arcano sortilegio che permette alla faretra di Daryl di produrre dardi infiniti, imprimendo allo allo show un’inaspettata sterzata verso il magico. Purtroppo, già lo sappiamo, non succederà niente di tutto ciò.

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From Dusk Till Dawn: The Series, El Rey Network (prima stagione, 10 episodi, 11 marzo)
Ideata, prodotta e parzialmente diretta da Robert Rodriguez per il nuovo canale via cavo fondato, presieduto e diretto dallo stesso Rodriguez, From Dusk Till Dawn: The Series è l’estensione televisiva e serializzata della saga iniziata con l’omonimo film del 1996. Filmaccio come pochi, ci sentiamo di dire, ma assurto comunque al rango di cult movie, e ispiratore di una lunga serie di sequel e vari progetti paralleli. Ai quali si aggiunge, per l’appunto, questa decina di episodi che evidentemente Rodriguez ha ritenuto imprescindibili per esplorare a dovere le avventure dei fratelli Seth e Richard Gecko (quelli che nel capostipite cinematografico erano interpretati da Clooney e Tarantino e che vengono ora affibbiati rispettivamente a D.J. Cotrona e Zane Holtz). I due sono ricercati e in fuga dopo una rapina in banca condotta in maniera un po’ approssimativa, inseguiti dai federali e da due tignosi Texas Rangers, Earl McGraw (Don Johnson!) e Freddie Gonzales (Jesse Garcia). Sulla strada verso l’agognato confine messicano, i due fratelli prendono in ostaggio l’ex-pastore Jacob Fuller (Robert Patrick, nel ruolo che fu di Harvey Keitel) e la sua famiglia. Il bello accade non appena passato il confine: un’improvvida deviazione conduce i due fuggiaschi e i loro prigionieri verso uno strip club popolato di vampiri, tra i quali spicca per qualità non solo estetiche la supersexy Santánico Pandemonium (che non è interpretata da Salma Hayek, ma da Eiza Gonzáles, la quale, perdonateci il maschilismo, è senza dubbio sexy e senza dubbio gran gnocca), e da lì in poi il sangue finto scorrerà davvero a fiumi, ne siamo certi, così come siamo certi che si tratterà di sangue finto di ottima qualità, poiché a curare make-up ed effetti visivi ci penserà Greg Nicotero, responsabile dei marcescenti zombie che affollano The Walking Dead. Rispetto al film, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione alla mitologia vampiresca, approfondendone le origini atzeche.
Pronostico: se saprà tenersi un passo al di qua dall’eccesso di ridicolaggine (rischio che non ci sentiamo di escludere a priori), potrebbe essere una di quelle serie da guardare con il cervello spento, senza pretendere niente di più di un’oretta di adrenalinico intrattenimento, o da tenere su quando si sta facendo altro e si sente il bisogno della presenza confortante della tv accesa.

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Klondike, Discovery (miniserie, 3 episodi, 20 gennaio)
Dici “Klondike”, e tutto l’immaginario letterario legato alla febbre dell’oro di fine Ottocento sovviene subito alla mente. Resa immortale dai romanzi d’avventura di Jack London e penetrata così a fondo nella cultura popolare da infiltrare persino l’universo disneyano (si pensi ai racconti delle prime fortune di Zio Paperone), la corsa all’oro del Klondike vide centinaia di migliaia di persone incamminarsi verso le selvagge terre del nord-ovest canadese alla ricerca di fortuna, trasformandosi immediatamente in uno di quei miti fondativi americani ammantato di quella dimensione epica che sovente caratterizza le storie “di frontiera”. La miniserie televisiva in questione, primo prodotto seriale realizzato da Discovery Channel, ambisce a restituire l’epicità legata alla corsa all’oro, passando in rassegna — senza dimenticarne alcuno — tutti i tópoi associati a questa narrazione: montagne maestose, natura inospitale e inclemente, poveri diavoli speranzosi di fare fortuna disotterrando qualche pepita custodita nel bacino dello Yukon, un’umanità abbruttita dal permanere in uno stato di natura in cui i vige una spietata legge del più forte, affaristi senza scrupoli, truffatori, sciacalli e avvoltoi pronti a derubare il proprio vicino non appena quello si dimentica di guardarsi alle spalle. Su questi elementi si innestano altrettanto scontati luoghi comuni da americanata cinematografica: grande storia di amicizia, grande storia di lealtà e lotta contro l’ingiustizia, e grande storia sentimentale destinata ad esplodere in un tripudio di viole e violoncelli dopo un principio difficoltoso. Tutto questo è Klondike: la storia (vera) del giovane Bill Haskell (Richard Madden), dell’amico e compagno di viaggio Byron Epstein (Augustus Prew), dell’immensa carovana umana in marcia verso il lontano nord, dell’incontro con un Jack London (Johnny Simmons) alla ricerca di storie da raccontare, di Belinda Mulrooney (Abbie Cornish), l’interesse amoroso del protagonista, dell’affarista denominato semplicemente “Il Conte” (Tim Roth) e della sua rapace ingordigia, delle giubbe rosse canadesi e del solito eccidio di popolazioni native.
Il cast è prestigioso (annovera anche Sam Shepard e Tim Blake Nelson), la produzione è ricca (generosamente offerta da Ridley Scott), ma la serie non decolla mai. Le montagne innevate dello Yukon sono decisamente più espressive e interessanti di Madden e colleghi, e le riprese aeree dei clamorosi paesaggi, degne di un documentario di… uh, Discovery Channel, sono di gran lunga l’aspetto di maggiore pregio, ma il merito, in questo caso, è tutto di Mamma Natura e non certo degli sceneggiatori. La storia, infatti, è trita e prevedibile, i dialoghi sin troppo letterari (insopportabili le riflessioni fuori campo di Haskell) e la durata infinita dei tre episodi (circa 90′ ciascuno, ma sembrano almeno 270) non aiuta a scuotere dal torpore un prodotto mai avvincente. Di epica, alla fin fine, c’è solo la noia.

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The Musketeers, BBC One (prima stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
BBC partecipa alla fiera delle tante riduzioni (televisive, cinematografiche, cartoonesche) del celebre feuilleton di Alexandre Dumas con una versione ad alto budget destinata ad essere il programma di punta del proprio palinsesto invernale. L’approccio al classico è sostanzialmente conservativo per quanto riguarda l’ambientazione (la Francia di metà XVII Sec.) e la caratterizzazione degli ormai arci-noti personaggi (D’artagnan giovanotto spavaldo e impulsivo, Athos carismatico e spadaccino olimpico, Aramis compassato e donnaiolo, Porthos forzuto e guascone, Milady ammaliante e spietata, Richelieu ferocissimo e abile politico assetato di potere, Luigi XIII… un caricaturale fantoccio) ma meno canonico nella rivisitazione dell’intreccio, con molte libertà rispetto allo sviluppo della (già seriale) fonte originale e orientato verso un ancor più seriale “cappa e spada procedurale” in cui i 3+1 moschettieri dovranno, di settimana in settimana, cimentarsi con qualche nuova infida macchinazione ordita dal potente Cardinale e neutralizzarla per proteggere il re e la Francia tutta.
Non è un melenso prodotto per famiglie (per fortuna!), ma pur rivolgendosi ad un pubblico adulto non ha altre velleità se non quella di essere un’americanata pseudo-hollywoodiana in cui un cast di bellocci si cimenta in una sequenza di duelli, cavalcate, precipitosi tuffi dalle finestre e palpitanti avventure amorose.

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Fleming: The Man Who Would Be Bond, BBC America (miniserie, 4 episodi, 29 gennaio)
Il Fleming del titolo, colui che sarebbe diventato Bond, è Ian Fleming, autore dei 173.952 romanzi aventi per protagonista l’inarrestabile agente segreto al servizio di Sua Maestà. Il biopic — preceduto dall’abusata tagline “basato su una storia vera”, ma in realtà per nulla timido nel concedersi ampie divagazioni dalla realtà a fini drammatici — racconta la vita del giovane Ian Fleming (Dominic Cooper), dalla poco soddisfacente carriera di investitore finanziario alle avventure nei ranghi dei servizi segreti della Marina inglese durante il secondo conflitto mondiale, fonte primaria di ispirazione per le avventure del suo futuro eroe di carta. Eroe contraddistinto da una ben nota aura di seduttore, e a dare retta alla miniserie si direbbe che anche l’aspetto sentimentale e passionale che contraddistingue Bond ha un precedente nella vita di Fleming, donnaiolo di successo e soprattutto protagonista in una torrida relazione che lo lega a Ann O’Neill (Laura Pulver), gentil donna sposata ma incline ad intrattenersi con varie compagnie maschili in assenza del consorte.
Sin dal titolo si intuisce che la chiave di lettura attraverso cui interpretare la vita del celebre scrittore britannico è quella di legare la vicenda personale del giovane Fleming alle avventure del suo personaggio di successo: Bond sarebbe così una versione idealizzata dello stesso Fleming, ma anche una che ne esacerba gli aspetti negativi (inclusa l’inguaribile tendenza a portarsi a letto tutti gli esemplari di sesso femminile con cui viene a contatto). Fleming abbonda di riferimenti presi di peso dal Bond-lore (Martini mescolati e non shakerati, personaggi che poi sarebbero comparsi nei libri, gadget fantasiosi, riconoscibilissime scene topiche tratte dai film, e persino musiche che richiamano subdolamente la nota colonna sonora, fermandosi giusto qualche battuta prima del plagio), ma per essere una serie dai forti connotati action/spy story è drammaticamente soporifera.

The Assets, ABC (miniserie, 8 episodi, 2 gennaio). Il binomio Spionaggio + Guerra Fredda è una combo a cui difficilmente sappiamo resistere, per cui, anche se era facile aspettarsi la riproposizione di reaganiani stereotipi CIA/buoni vs. KGB/cattivissimi, avevamo in programma almeno la visione del pilota. Tuttavia, ABC ha deciso di sfoltire la nostra watching list segando questo filler di metà stagione già dopo il secondo episodio, causa record mondiale di ascolti negativi.

Killer Women, ABC (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). In teoria è un remake della serie argentina Mujeres Asesinas, in pratica è Walker, Texas Ranger al femminile con un trailer che saccheggia senza vergogna estetiche e musiche tarantiniane. La protagonista è Molly Parker, la quale, per essere presa sul serio tra i super-machisti Texas Rangers, deve necessariamente dimostrare di essere più cazzuta dei colleghi maschietti. Che idea moderna, originale, e per nulla sessista!

Intelligence, CBS (prima stagione, 13 episodi, 7 gennaio). Gabriel (Josh Holloway) è un ex-militare con un super-microchip impiantato nel cervello. Grazie a questo aggeggino hi-tech può lasciare a casa smartphone e Google Glass, poiché il nostro vive perennemente connesso a Internet, a tutte le reti WiFi, telefoniche e satellitari, e ha accesso ad una moltitudine di banche dati. È quindi perfetto per essere impiegato nell’US Cyber Command, agenzia dell’intelligence che si occupa di cyberterrorismo e altre amenità del genere. Un action/adventure/spy story che farà tremare i polsi ai parlamentari a cinque stelle. Ma in effetti, a chi altro potrebbe mai interessare?

Helix, SyFy (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Ricerca scientifica deviata, minacce aliene e ghiacci polari: questo non originalissimo trinomio è alla base di Helix, horror/thriller fantascientifico in cui un gruppo di scienziati del CDC raggiunge una stazione di ricerca dell’Arctic ByoSystems (localizzata, evidentemente, al Polo Nord) per indagare su una possibile epidemia. Che si rivelerà invece qualcosa di molto più pericoloso, tale da mettere in pericolo l’intera umanità.

Bitten, Space / Syfy (prima stagione, 11/13 gennaio). Elena, da tempo allontanatasi dal suo branco, scopre di essere l’unico esemplare rimasto di licantropo donna, e viene ricondotta tra i consimili per indagare sui misteriosi omicidi di alcuni di essi. Serie canadese tratta dal primo romanzo di una delle tante dimenticabili serie fantasy per giovani adulti, in cui una qualche specie di essere soprannaturale morde ed è contagiosa: se non son vampiri sono zombie, e se non sono zombie sono lupi mannari come in questo caso.

Star-Crossed, The CW (prima stagione, 13 episodi, 17 febbraio). La giovane Emery si innamora di un giovane alieno di etnia Atrian, Roman, quando quest’ultimo, insieme ad alcuni simili, viene liberato e mandato a socializzare nel classico liceo dei classici sobborghi americani dopo dieci anni di internamento in una sorta CIE per alieni sbarcati sulla Terra. Soap-opera fantascientifica adolescenziale: Beverly Hills 90210 versione sci-fi?

The 100, The CW (prima stagione, 13 episodi, 19 marzo). Sci-fi distopico post-apocalittico, ambientato 97 anni dopo una catastrofe nucleare. L’umanità sopravvissuta alla fine della civiltà vive in orbita a bordo dell’Arca (che poi sarebbero le varie stazioni spaziali internazionali unite fra loro), ma lo spazio è poco e le risorse scarseggiano. Che fare? Per esempio, pensa qualcuno, si potrebbero spedire sulla Terra 100 giovani delinquenti, giusto per vedere che aria tira tra radiazioni e possibili mutanti. I problematici giovanotti vengono quindi esiliati sulla Terra, pianeta ormai sconosciuto pieno zeppo di pericoli. Divertitevi, ragazzi, e non pomiciate troppo! (È pur sempre The CW, no?)

… e infine tutto il resto:

Being Human, SyFy (quarta stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Bates Motel, A&E (seconda stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Continuum, Showcase (terza stagione, 13 episodi, 16 marzo)

Stephen King: venditore di sogni

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Il nostro è un mondo in rovina, funestato da guerre, atrocità e assurde tragedie, a ogni suo abitante, uomo o donna che sia, è toccata una razione di infelicità e di notti insonni. Quelli di voi che ancora ne sono all’oscuro, lo scopriranno presto. Considerata questa triste ma innegabile verità della condizione umana, avete appena ricevuto un dono inestimabile: vi trovate qui per vendere divertimento.

 La leggendaria battuta, ripetuta indifferentemente dai suoi appassionati e dai suoi detrattori, per la quale King sarebbe in grado di far pubblicare e vendere anche la sua lista della spesa, sembra quanto mai azzeccata nel caso del suo ultimo romanzo: Joyland. Che siano fini esclusivamente commerciali ad alimentare il fuoco dell’ispirazione di Stephen King, non vi sono dubbi (è del resto lo stesso motore che fa girare il carro di tutta l’arte in genere; cosa che non deve assurgere ad attenuante e ridurre il grado di “colpevolezza”!), ma questo poco importa se un romanzo in cui risulta difficile, in prima battuta, saggiare la consistenza della sua spina dorsale, riesce a tenerti impegnato per un’intera mattinata e a farti dimenticare, seppur per quel breve intervallo, tutto ciò che sta intorno, lasciandoti ancorato alla realtà (mi rivolgo ai lettori di una certa età, come il sottoscritto) solo dal peso della nostalgia.

E poco importa che un lungo racconto, che una volta avrebbe trovato spazio in qualche corposa raccolta (si pensi a Stagione diverse), oggi finisca col diventare romanzo a sé, se la proverbiale assenza di concisione di King non sminuisce comunque la sua forza narrativa e quell’inventiva che in passato hanno regalato capolavori.

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Stephen King è esattamente come Joyland, un grande e caotico parco in cui si vende il divertimento. E se è questo l’intento, cioè contrastare la noia e far perdere la cognizione del tempo al lettore col semplice, e al tempo stesso complicatissimo, puro intrattenimento, allora l’ultimo romanzo del Re, seppur lungi dall’essere un capolavoro, vince a mani basse l’incontro. Perché Joyland, che non è un’opera che si può annoverare nella tradizione dell’horror soprannaturale, quella che ha meglio garantito il successo di King, altro non è che un lungo e avvincente racconto, che dura quanto il ricordo di un’estate, in cui il mistero che avvolge il Castello del Brivido e la presenza di un serial killer che aleggia per tutta la storia, con i suoi rari momenti di suspense, sono solo un pretesto per catapultare il lettore nelle vite di coraggiosi e intraprendenti adolescenti, e fargli (ri)vivere le giornate più emozionanti di una giovinezza perduta. Così, con la solita e convincente prolissità, King ci fornisce le chiavi di Heaven’s Bay e ci presenta una schiera di inconsueti personaggi, più o meno simpatici, tutti cittadini dell’universo (purtroppo) sconosciuto dei luna park, con la loro singolare Parlata.

Ma al di là dell’aspetto linguistico, che rimane uno degli elementi più significativi del romanzo e che obbliga piacevolmente il lettore a familiarizzare con un nuovo gergo (dovremmo leggerlo in lingua originale e sincerarci delle difficoltà di traduzione di Giovanni Arduino), quello che consente al racconto di fare il salto di qualità è l’immancabile e suggestiva immedesimazione tra lettore e protagonista che si verifica ogni qual volta King racconta di adolescenti. Aperto il libro, ci si tuffa dentro per uscirne solo dopo aver vissuto l’estate del 1973 a Heaven’s Bay, una stagione fatta di amori, sofferenze, paura della morte e dell’abbandono, curiosità e avventura: tutto ciò che rende indimenticabili alcuni momenti della vita. L’estate di Devin, Erin, Tom, Mike, Annie, con le loro indagini, le loro debolezze e incertezze, con la fragilità e l’ingenuità che li rende personaggi umani, diventa la nostra estate.

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In Joyland, lo scontro fra il Bene e il Male, che in passato ha avuto come terreno di battaglia più famoso l’Overlook Hotel, si sposta in una piccola cittadina, sulla panoramica e lenta Ruota del Sud, dalla quale è possibile vedere i verdi bassopiani della Carolina del sud e l’oceano, e all’orizzonte, senza troppe difficoltà, il vincitore dell’atavica lotta.

Non sarà Stand by me, ma leggendo Joyland si sogna un altro mondo.

Lunghi giorni e piacevoli notti.

9788820054274Titolo: Joyland
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Dati: 2013, 351 pp., EUR 19,90

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L’Horror dell’anno in Quella casa nel bosco

Quando la finzione finirà di ucciderci, moriremo davvero? Me lo chiedevo alla fine di Quella casa nel bosco, ma siccome spero lo vedrete in parecchi, non posso rivelare troppi dettagli. Dire che si tratta del miglior film horror della stagione sarebbe riduttivo e fuorviante (non ricordiamo capolavori nel genere senza tornare indietro di molti anni).

In pratica, di cosa si parla? Un quintetto di studenti si appresta a trascorrere un tranquillo weekend di paura in un casolare isolato nel bosco. Il topos è quello del seminale La casa, di Sam Raimi, e come a fare una sintesi di tutti i teen horror, da Nightmare a Final destination, nessun ruolo archetipico è lasciato scoperto: abbiamo dunque Curt, l’atleta, Jules, la puttana, Dana, la vergine, Holden, lo studioso e Marty, il buffone. Le etichette non sono mie, le hanno stilate i tecnici in camice bianco che hanno pianificato l’azione e ora seguono in diretta, dagli schermi di un misterioso impianto industriale sotterraneo, le gesta dei cinque ragazzi. Vi sentite forse defraudati del vostro ruolo di spettatori? In parte, visto che i tecnici non si limitano a guardare ma incidono direttamente sull’azione, in modo da adempiere al Rito annuale alla base del tutto, e che viene ripetuto con altre varianti in diverse parti del mondo (è necessario per placare infatti la sete di sangue degli Antichi, che preesistono agli umani e aprono così il film alla cosmogonia di Lovecraft).

Una sorta di Truman show in salsa splatter? Più che altro si decostruisce la dinamica dei reality televisivi: appositi meccanismi rilasciano nell’aria farmaci psicotropi per alterare il comportamento dei ragazzi, ad esempio per abbassare il livello di cautela o rafforzarne la libido (un raggio di luna spunta nel bosco per invogliare Jules – bionda tonica e stupida – a fare sesso con Curt, l’atleta, prima di finire sotto le cure di un simpatico zombie d’annata. Il legame tra gli horror e la paura del sesso negli adolescenti – che in maggioranza li guardano – pare inscindibile. La saga di Twilight è tutta impregnata di sessuofobia e ideologia reazionaria – l’autrice, Stephanie Mayer, è mormone – e la povera Bella deve aspettare tre episodi prima di sposarsi e poter consumare la passione con l’efebico Edward. La gravidanza mista umana/vampiro si rivelerà peggio di una via crucis, lei rischierà la vita pur di non abortire e dunque, care ragazze, pensateci bene prima di bere alle vostre feste promiscue!!).

Cinque pedine in gioco. Voi lo sapete che devono morire, avete visto la serie di Scream diretta da Wes Craven – già regista del primo Nightmare: quando un personaggio si trova in una canonica situazione di pericolo, pazientate un poco è una lama emergerà dal buio a trafiggerlo. Voi lo sapete che devono morire, eppure la musica, le luci e le inquadrature vi faranno ancora sobbalzare dalla sedia: la sospensione dell’incredulità non è così facile da smantellare.

Intanto i tecnici scommettono su quale sarà lo script orrorifico scelto, “inconsapevolmente”, dagli studenti, che ritroviamo nella cantina del casolare mentre armeggiano con oggetti simbolici capaci di evocare chissà quali forze del male. Toccherà a Dana – diffidate sempre dalle presunte vergini! – leggere l’incantesimo propizio in un vecchio diario capace di risvegliare una famiglia di zombie vecchio stile, pronipoti dei morti viventi di George A. Romero che si muovono in slow motion ma finché non li fai a pezzi non si placano. E la mano di uno zombie troverà lo spazio più avanti per un gustoso cameo. Lo humour è il rovescio dello specchio, mentre cresce la violenza – peraltro mai eccessiva – non diminuisce il divertimento garantito da battute puntuali nonostante il discutibile doppiaggio italiano (Sigourney Weaver, che compare in una scena al cospetto dei due capo-tecnici – simboleggiano gli aiuto-registi – viene chiamata The director, la regista, mentre la versione italiana traduce invece con Direttrice).

Ce ne sarebbe a sufficienza, no? Mettetevi comodi, questa è solo la prima parte, quella prevista dalla sceneggiatura di base. I tecnici non avevano considerato Marty, il buffone, e la sua marijuana, che inibisce gli effetti dei farmaci e gli consente di subodorare che non si tratta soltanto di una casa infestata. La narrazione di genere, che si riconosce proprio per il rispetto degli architravi strutturali, si ribella contro se stessa, i personaggi si ribellano ai loro creatori, l’appassionato di cinema horror vede incrinarsi il rapporto nevrotico che ha instaurato con i film  horror stessi.

Scoppierà una piccola apocalisse: Drew Goddard, tra gli autori di Buffy – L’ammazza vampiri, qui alla sua prima regia, e lo sceneggiatore Joss Whedon (creatore di Buffy e regista di The Avengers), sanno che quando si supera una certa soglia non resta che accelerare ancora di più. Gli abissi della terra sputeranno fuori ogni sorta di mostro, fantasma o incubo ricorrente che l’immaginario del cinema americano abbia mai generato. Sono le nostre paure ancestrali, il cinema ha dato loro una forma, il modello hollywoodiano ha replicato il canovaccio all’infinito. Quella casa nel bosco arriva oggi a ricordarci che con gli stessi ingredienti, scambiando l’ordine e i tempi, è ancora possibile realizzare un meta-film divertente e non banale. Io l’ho già visto, voi cosa aspettate?

Quella casa nel bosco (The cabin in the woods) – USA, 201
di Drew Goddard
con Kristen Connolly, Chris Hemsworth, Anna Hutchison, Fran Kranz, Jesse Williams
M2 Pictures – 95 min.

Oltre la soglia

Tito FaraciIn un tempo non definito e in un luogo che potrebbe essere ovunque un virus capace di far impazzire gli adulti miete vittime in modi diversi. Gli adulti in primis divengono adulterati: violenti, privi di controllo uccidono e distruggono alla cieca. I ragazzi, immuni al virus fino a quando restano nell’ambito della giovinezza,  sopravvivono nella terribile condizione di doversi salvare la pelle e di non crescere troppo in fretta. Si organizzano in bande con una gerarchia minata dal desiderio di comando di alcuni. Vivono in una città disumana, cadente in cui un virus sconosciuto e incontrollabile, novello Signore delle mosche, semina il terrore che palpabile, pagina dopo pagina, tutto infetta e tutto tocca. E combattono, resistono in nome dell’amicizia, dell’amore che risultano proporzionalmente intensi alla paura.

Si tratta di Oltre la soglia e Tito Faraci, l’autore, ha risposto ad alcune nostre domande.

D: Oltre la soglia è il tuo primo romanzo. Prima vengono le sceneggiature per fumetti (Dylan Dog, Topolino, Spider-man, Tex), e un racconto per bambini (edito sempre da Piemme, Il cane Piero). Il fumetto ha un suo proprio, complesso, linguaggio: cosa resta di questo linguaggio tra le pagine di questo libro e in quali circostanze il tuo essere sceneggiatore ti è stato utile?
R: Mi ha aiutato a essere preciso, credo. Sceneggiare significa progettare una storia. Ragionare anche in termini di spazio, di tempo, di forme. E avere una visione d’insieme del racconto. Ecco, a conti fatti, questo mi è stato utile, anche più di quanto riuscissi a percepire in corso d’opera.

D: In alcuni momenti del romanzo parli al lettore, l’io narrante parla ai lettori, cerchi di metterlo in guardia, come a volerlo proteggere da una svolta narrativa crudele che è necessario, tuttavia, ai fini della storia, che ci sia. È come se vestissi i panni di Ray, il giovane blogger che esorta i ragazzi suoi coetanei a tenere duro…
R: In parte deriva appunto dall’abitudine, in sceneggiatura, a parlare direttamente con il disegnatore, dandogli del tu. Rendendolo proprio complice. Non succede in molti punti di Oltre la soglia, ma sto notando che quei pochi restano molto impressi in chi lo ha letto. Mi rendo conto che sono spiazzanti, perché… hanno spiazzato perfino me. Temevo che potessero suonare leziosi, artefatti. Ma, per fortuna, pare che non sia così.

D: Il finale sottende a una scelta. I ragazzi devono continuare a crescere a governare sé stessi. È in un certo senso un finale aperto che lascia nel dubbio e contribuisce a tenere alta la tensione cui hai abituato il lettore per tutto il romanzo. È una precisa scelta narrativa, una sorta di morale o piuttosto un segno di quanta importanza possa rivestire la libertà di crescere maturando?
R: Rispondere senza rovinare sorprese al lettore è un po’ difficile. Posso dire che la storia è andata in quella direzione in un modo naturale. Naturale per me, intendo. In generale, ho sempre pensato che una storia non debba mai nascere da un messaggio, ma, al contrario, un eventuale messaggio debba scaturire dalla storia. Dopo, non prima. E non necessariamente.

D: Oltre la soglia rientra in due categorie: l’horror e la letteratura per ragazzi. Sebbene la fiducia nei confini netti non sia nelle nostre corde, di categorie ce ne è venuta in mente un’altra: romanzo di formazione. La trovi pertinente?
R: Sì, di sicuro. Parla della paura di crescere, di diventare adulti. E dell’impossibilità di fuggire da questo passaggio, di restare in un’eterna adolescenza. È una paura che resta dentro, anche da adulti. E credo, spero che questo riesca a rendere Oltre la soglia un romanzo per tutti.

D: Narrativa e sceneggiatura si contendono ora, a seguito di questa riuscita esperienza, una tua preferenza? Quanto pesa l’assenza delle immagini nel redigere una storia come Oltre la soglia, molto ricca di suggestioni visive?
R: Ho avuto un rapporto più intimo con la storia. Senza mediazioni. Scrivevo quello che il lettore avrebbe letto. Per me, una grossa novità. La distanza si è accorciata. E poi ho provato un’empatia per i personaggi, per i loro destini, che sceneggiando fumetti mi è sconosciuta. Scrivere e sceneggiare sono due cose diverse. Si dice “scrivere fumetti”, ma è fuorviante. La parola giusta è, appunto, “sceneggiare”.

Titolo: Oltre la sogliaOltre la soglia - Tito Faraci
Autore: Tito Faraci
Editore: Piemme Freeway
Dati: 2011, 282 pp., 15,50 €

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Le lenzuola sporche dei fantasmi si lavano in famiglia

È molto difficile parlare di questa storia gotica senza svelarne il finale. Cercherò di farlo nel rispetto del lettore appassionato del genere che invito caldamente a procurarsi questo racconto di fantasmi di Mary Wilkins Freeman Il vento nel cespuglio di rose edito da Coniglio editore nella deliziosa collana curata da Riccardo Reim.

E invito gli appassionati del genere perché, non mi stancherò mai di sottolinearlo, il vero orrore risiede in queste pagine perbene, nei passi ovattati e morbidi della buona educazione, nelle maniere cortesi e determinate di signore borghesi di mezza età, e non piuttosto nella pelle trasparente di certi vampiri che si aggirano mellifluamente minacciosi e fascinosamente ingombranti tra gli scaffali delle nostre librerie; specie d’estate.

Mary Wilkins Freeman, scrittrice americana, è nata il giorno di Halloween; non poteva che scrivere di fantasmi dunque, è l’ovvietà del caso. L’America puritana dei suoi tempi trova spazio e luogo nei suoi racconti in cui il cupo non detto e il mistero angosciante sono pura espressione di una pressione sociale reale e concreta che si attua soprattutto all’interno della famiglia, microcosmo a sé stante, e per questo ancor più chiuso, che si inserisce a sua volta in una società altrettanto misurata e cieca. Il soprannaturale che si specchia nella realtà e in essa trova la sua più pura espressione.

Una donna di mezza età arriva, dopo un viaggio già denso di rimandi ambigui, nella casa della defunta sorella con l’intenzione di adottare la nipote rimasta orfana. Viene accolta da una serie di eventi/sensazioni angosciose, da una matrigna ingombrante che gestisce la casa e l’ospite con costruita intransigenza, insinuando di continuo dubbi e incertezze nella già fragile predisposizione d’animo della zia e, non per ultimo, da un cespuglio di rose che dal portico manda messaggi lugubri e preoccupanti. Sul finale, come da premessa, non dirò nulla se non che è espressione dello stile della Wilkins che intreccia e mescola reale e irreale laddove l’uno giustifica e al contempo complica l’altro. Il tutto condito da un’ostilità che non è mai violenta ma che impregna ogni atto, fino al più estremo.

A seguire  La camera a sud Ovest sempre della Wilkins, e, in linea con la struttura della collana, le due appendici; la prima dedicata come sempre alla Scapigliatura italiana con un racconto di Luigi Gualdo, La canzone di Weber, che da solo vale l’acquisto, e la seconda con la resa in fumetti di Frankestein.

Della stessa collana abbiamo letto Olio di cane di Ambrose Bierce e La monaca insanguinata di Charles Nodier.

 

Titolo: Il vento nel cespuglio di rose
Autore: Mary Wilkins Freeman
Editore: Coniglio editore
Dati: 2011, 119 pp., 10,50 €

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Il Diacono di Andrea G. Colombo: ovvero, l’horror italiano

Quando un romanzo, o più in generale un prodotto destinato al mercato letterario, si presenta sulla scena dichiarando di voler tentare qualcosa di nuovo, nuove strade, o magari anche solo nuovi modi di percorrere quelle vecchie, invece di adeguarsi perfettamente al trend commerciale dominante – beh, è proprio allora che, per quel romanzo, cominciano i guai. Sì, perché, se nel secondo caso nessuno se lo sarebbe filato e l’avrebbe lasciato al normale corso di successo o insuccesso di pubblico che attende tutto o quasi tutto ciò che si scrive, nel primo i recensori e i critici immediatamente si sentono sfidati a una sorta di braccio di ferro, per vedere se sia stato più bravo l’autore a mantenere la sua promessa o se lo saranno invece loro a dimostrare che non ci è riuscito.

Tutta questa lunga, e ahimè noiosissima premessa, per dire subito due cose. La prima: che, delle due categorie di romanzi di cui abbiamo parlato, Il Diacono di Andrea G. Colombo appartiene alla prima; la seconda, che i suddetti recensori e critici, dopo quella gara, sono dovuti tornare a casa con il braccio un po’ dolorante. Perché nel suo intento Andrea Colombo ci è riuscito eccome. E mica perché lo dico io: lo dicono le decine e decine di recensioni che potete trovare spalmate su tutto il web così come le ho trovate io, mentre mi davo un’occhiata in giro prima di scrivere questa mia. Che concordano tutte su un punto: e cioè che Il Diacono di Colombo, con la sua tessitura degli eventi (quasi sempre) magistrale e la sua capacità di tenere davvero botta fino alla fine, ci insegna che anche noi Italiani siamo capaci di orchestrare un horror tecnicamente impeccabile ed emotivamente coinvolgente. Senza per forza dover fingere di essere americani o comunque anglofoni; senza dover per forza scimmiottare brutte storie, scipite atmosfere, insulse situazioni narrative (sì, ho detto Twilight), per avere anche solo una minima possibilità di successo.

La polemica non è sterile, né fatta tanto per fare; anzi, non è nemmeno una polemica, ma semplicemente una presa d’atto. Che si inserisce in un più ampio solco, in un dibattito – seppur di nicchia – che negli ultimi mesi si sta portando avanti in Italia da parte dei narratori orrorifici nostrani (molti dei quali del clan Gargoyle, come lo stesso Colombo, o Danilo Arona, o Gianfranco Manfredi, o Claudio Vergnani) sulla dignità intrinseca e autonoma del nostro horror rispetto a quello che parla inglese. Cioè, in poche parole: perché, se io scrivo un libro de paura e lo firmo Mario Rossi, sono condannato a vendere meno copie di quelle che venderei se lo firmassi Malcolm Black? Personalmente ritengo che il fenomeno, altrimenti inspiegabile, sia dovuto al generalizzato sentimento di noncuranza e sciatteria con cui noi del Bel Paese siamo assuefatti a considerare tutto ciò che facciamo noi, di contro all’adorazione idolatrica che tributiamo invece a tutto ciò che arriva da Oltreoceano. Spesso questo atteggiamento ci destina ad autolimitarci, precludendoci scoperte che magari sarebbe cosa buona e giusta regalarci. Com’è appunto nel caso del Diacono di Andrea G. Colombo.

Il Diacono è infatti un romanzo potente: fin dall’inizio, quando Colombo decide di far esplodere una bella bomba proprio nel cuore del Palazzo Apostolico Vaticano, e fino alla fine, in un crescendo di atmosfere che ben poco hanno a che fare con la figura dell’esorcista a cui ormai decenni di film nebbiosi ci hanno abituati. In piena conformità con il clima apocalittico dell’intera vicenda, Colombo restituisce infatti al suo protagonista quel physique du rôle che le circostanze richiedono, dando al più grande esorcista di tutti i tempi le fattezze di un pugile culturista che, avendo troppo poco tempo per provare se il latino funziona davvero, decide di affidarsi a metodi un po’ più “diretti”.

Come tutte le opere prime, non è certo un romanzo perfetto: c’è ancora un po’ da lavorare sui personaggi (a volte davvero tagliati con l’accetta); così come un po’ più di coraggio nell’uso di alcune situazioni narrative, per imprimere al racconto una spinta un po’ più decisa, non guasterebbe. Ma, per quanto mi riguarda, sono rimasto francamente stupito dell’abilità di Colombo nella gestione dei dialoghi; e, più in generale, della sua capacità visiva di descrizione scenica, che gli consente di raggiungere uno dei più riusciti risultati del suo romanzo: convincere me, che in genere odio senza se e senza ma la mistione dei due diversi linguaggi cinematografico e letterario, che, in fondo, anche con tale mistione alcuni buoni risultati si possono ottenere (a patto di non lasciar troppo lenta la briglia). E questo sarà pure – lo ammetto – un piccolo passo per Andrea Colombo, che ha tutto il diritto di fregarsene; ma è senz’altro un grande passo per il suo Diacono, che riesce a giostrarsi visivamente la sceneggiatura di certe situazioni narrative così bene da disegnarcele davanti agli occhi senza che il racconto perda un filo della sua natura profondamente letteraria.

E qui mi fermo. Se volevate sapere qualcosa della trama, avete sbagliato posto: per quello ci sono i risvolti di copertina, o le recensioni di recensori che non hanno nulla da dire. O, meglio ancora, c’è lo stesso Diacono: leggetelo, e dopo vedremo se, alla sera, vi verrà ancora voglia di dire che in Italia non siamo capaci di reggere il confronto con l’horror anglofono.

Titolo: Il Diacono
Autore: Andrea G. Colombo
Editore: Gargoyle
Dati: 2010, pp. 488, 15,00 €

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Mezzanotte nel Giappone del Bene e del Male

Al termine della recensione che su queste stesse pagine, qualche tempo fa, abbiamo dedicato al fumetto The Unwritten consigliavamo ai lettori di recuperare una precedente opera di Mike Carey, Crossing Midnight. Uscita negli Stati Uniti dal gennaio 2007 al luglio 2008 – per un totale di 19 numeri, ma era stata pensata per durare di più – la serie non ha avuto, probabilmente, il successo che meritava. Proprio la sua durata limitata, però, e la pubblicazione che in Italia è avvenuta in un solo, grande volume di quasi 450 pagine ci hanno permesso di gustare una lunga, affascinante saga autoconclusiva, ottimamente scritta e ben disegnata. Una storia che ha tutte le caratteristiche a cui Carey, autore di talento e, forse, erede (riluttante) di Neil Gaiman, ci ha abituato.

Sebbene l’autore di Liverpool – ma londinese di adozione – non si sia mai occupato di una sola opera per volta, Crossing Midnight è probabilmente il progetto più importante a cui ha lavorato nel periodo di tempo che va dalla conclusione dell’acclamato Lucifer all’inizio del già citato, promettentissimo The Unwritten. Ed è interessante vedere come, a una lettura che vada appena appena in profondità, questa serie così effimera contenesse comunque echi della prima e prefigurazioni della seconda. Ma prima di analizzare questi riferimenti, due parole sulla trama.

Per quanto possa sembrare strano, i gemelli Kaikou e Toshi Hara sono nati in due giorni diversi. Ci pensa il titolo stesso della serie a spiegare l’apparente controsenso: lui, Kaikou, è nato prima della mezzanotte, lei, Toshi, qualche minuto dopo lo scoccare dell’”ora delle streghe”. Ma questa è solo una – la più piccola, forse – delle differenze che li contraddistinguono, e che con il passare degli anni diventeranno sempre più profonde. Così, mentre i gemelli crescono – Toshi sempre più ribelle e insofferente alle regole, Kaikou più responsabile e quasi schiacciato dalle tensioni che attraversano la famiglia – il soprannaturale entra far parte delle loro vite. Se Toshi scopre di essere invulnerabile a qualunque tipo di lama (dai più innocui coltellini tascabili alle affilate punte di un cancello), Kaikou si rende conto di essere immune ad ogni forma di incantesimo, sortilegio o magia. Qual è l’origine di questi poteri? C’entra qualcosa l’innocua preghiera che il padre dei gemelli ha rivolto ai kami della tradizione affinché ne proteggessero la nascita e l’esistenza? L’entrata in scena di Aratsu, misterioso demone e signore delle spade venuto a reclamare (e ad ottenere) i servigi di Toshi, precipita i due giovani in un lungo incubo fatto di draghi parlanti e creature demoniache, efferati assassini, nobili guerrieri e incarnazioni della morte, dimensioni parallele e mondi misteriosi che attendono al di là della mezzanotte.

È lo stesso Carey, in un breve intervento pubblicato sul sito ufficiale della Vertigo Comics, a citare i principali riferimenti personali e culturali che lo hanno ispirato nella creazione di questo fumetto: da un lato, i problemi di salute di uno dei suoi due gemelli, Davey, che per una malattia congenita ricevette meno nutrimento nelle ultime settimane di gravidanza. Il suo peso, alla nascita, era molto diverso da quello del fratello. Dice Carey: “Penso che questo mi abbia spinto a riflettere sul destino – un concetto a cui di solito sono piuttosto allergico – e in particolare su come piccole differenze alla nascita possano modellare la nostra vita. Questo pensiero e l’ossessione per gli anime dello Studio Ghibli e per i manga horror di Junji Ito si sono in qualche modo fusi nella mia mente e sono diventati Crossing Midnight”.

Ma la storia di Kai e Toshi riecheggia anche altre suggestioni: in primis, c’è il riferimento all’immaginario delle fiabe dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen. I due ragazzi, fratelli come Hansel e Gretel, si perdono in un mondo che non è il loro e da cui ciascuno, a modo suo, vuole fare ritorno (sebbene Toshi abbia perso la memoria per colpa di Aratsu e il suo unico obiettivo sia quello di recuperare i ricordi di una vita che ignora ma che sa di aver vissuto). La ricerca spasmodica, disperata di Kaikou che attraversa il nostro e gli altri mondi nel tentativo di ricongiungersi alla sorella perduta ricorda quella raccontato da Andersen nella fiaba La regina delle nevi (in cui, guarda caso, uno dei protagonisti bambini si chiamava Kai).

Dunque, anche in Crossing Midnight (come in Lucifer e in The Unwritten) Carey riprende alcuni dei principali riferimenti letterari della cultura europea. Come in Lucifer, tra i personaggi troviamo una divinità malvagia, Aratsu, creata per servire il proprio padrone – Asirosamiro, il precedente Signore delle spade –  e poi rivelatosi talmente ambizioso da desiderare di prenderne il posto (Aratsu riesce laddove Lucifero aveva fallito). Come in The Unwritten, assistiamo al dispiegarsi del potere delle storie, alla rivelazione dell’estrema concretezza di quei mondi – e dei loro abitanti – che pensavamo esistessero solo nel mito e nella fantasia. E anche il lettore fa proprio lo sbigottimento dei protagonisti, assolutamente impreparati a ciò che sta capitando loro. Emblematico, nella sua semplicità, è il tentativo che Toshi compie all’inizio della storia per difendersi dalle mire di Aratsu. Nonostante abbia ormai compreso che il nemico è un demone potentissimo, la ragazza non trova idea migliore che affrontarlo con una pistola.

Crossing Midnight, però, è una storia capace di produrre un doppio straniamento. Mentre i protagonisti devono fare i conti con un solo universo sconosciuto, quello dei kami e dei demoni al loro servizio, la bravura di Carey costringe il lettore a confrontarsi con l’altrettanto spiazzante realtà nipponica contemporanea. Le tradizioni culturali più antiche, le perversioni e le abitudini quotidiane, i luoghi più frequentati come quelli più remoti: tutto il Giappone – “un panino sbriciolato e sparpagliato nel mare”, secondo l’azzeccata definizione di uno dei comprimari – sfila sotto i nostri occhi, ma l’autore non ci anticipa quasi nulla.

Ci tratta come fossimo giapponesi, non ci spiega chi sono i mostri che ci troviamo davanti (se non in pochi casi) e nemmeno traduce le espressioni gergali che farciscono i dialoghi. Un po’ come in quelle pellicole in cui, assieme ai protagonisti, ascoltiamo dialoghi in lingue sconosciute, che i personaggi del film non comprendono e che non sono sottotitolate per gli spettatori. In questo caso, però, a dover fare lo sforzo di comprensione, deducendo i significati dagli indizi che l’autore e i disegnatori disseminano quà e là, è solo il lettore. La soddisfazione che se ne trae, così come la fatica, è doppia, e per questo più gratificante.

Tutti questi motivi (e molti altri), insieme ai disegni estremamente funzionali alla storia – a metà strada tra la ligne claire europea e la tradizione giapponese di pittori come Hokusai – rendono Crossing Midnight una lettura da recuperare. E Mike Carey un autore da tenere d’occhio. La speranza è che se ne rendano conto anche le case editrici di narrativa, e che finalmente arrivi in Italia la sua produzione letteraria. Non ci dispiacerebbe ritrovarci qui, tra qualche mese, a recensire la prima avventura dedicata all’esorcista Felix Castor. Se i fumetti che vi abbiamo consigliato vi sono piaciuti, incrociate le dita. Ma non promettete nulla ad alcuna misteriosa divinità giapponese: potreste pentirvene amaramente.

Crossing Midnight
Mike Carey e autori vari
Planeta DeAgostini, 2009
448 pp.
€ 30

 

Per scaricare il primo numero in inglese;
La fiaba della Regina delle Nevi;
Il sito ufficiale di Mike Carey (e Peter Gross).

L'inafferrabile leggerezza dell'aristocrazia. Il ritorno di sir Francis Varney, vampiro

Come direbbe Dumas, la trama si complica. O, per meglio dire, si struttura. La seconda puntata delle avventure di Varney il (sedicente) vampiro, appena edita da Gargoyle, si presenta infatti notevolmente più solida rispetto al precedente volume.

Trattandosi di un’operazione narrativa seriale e standardizzata (i due poligrafi genitori di Varney, lo abbiamo già detto, scrivevano prima di tutto per riempire la pagina, e solo in seconda istanza per raccontare una storia), sarebbe inesatto parlare di una maturazione degli autori nella gestione della materia. Eppure gli ingranaggi della narrazione funzionano qui senz’altro meglio. Nel primo volume, in sostanza, la maggior parte delle oltre 500 pagine di testo scorrevano (si fa per dire) in interminabili discussioni sulla reale natura di Varney (è davvero un vampiro o finge soltanto?) e sulle bizzarre modalità di reazione alle sue intrusioni nella vita familiare dei Bannerworth (sfidarlo a duello o denunciarlo alla polizia?). Altro non succedeva. Stavolta, grazie a una sana riduzione dei “racconti nel racconto” e a un miglior dosaggio degli stacchetti comici tra l’ammiraglio Bell e il suo secondo, la storia vera e propria si prende più ampio respiro, con alcune opportune complicazioni nell’evoluzione del racconto, un certo numero di sviluppi imprevisti e una maggiore abilità nel gioco delle parti.

Certo, alcune cose che non ci erano piaciute prima non possono francamente piacerci nemmeno adesso. Henry Bannerworth, l’improvvisato “capo” della famiglia vittima del vampiro, è senza ombra di dubbio uno dei personaggi più stupidi e insulsi mai partoriti dalla narrativa mondiale; così come la bella e verginale Flora, che pure è costretta a infilarsi il busto decisamente strettino dei canoni morali della femme gotica, pure potrebbe prendersi qualche libertà in più di quella che la confina al rango di modello irraggiungibile per aspiranti alla santificazione. Eppure, in questa seconda parte della fluviale storia di sir Francis Varney, gli elementi di interesse non mancano.

In primo luogo, il ruolo finalmente preponderante assunto dalla psicologia, dalle ambiguità e dalle contraddizioni del vampiro nella storia che dopotutto da lui, e non dai Bannerworth o da altri più o meno simpatici comprimari, prende il nome. Varney veste con molto maggiore naturalezza l’abito proteiforme che, giocando sul filo di lana dell’incertezza, lo mostra ora come creatura soprannaturale, ora come criminale di bassa lega, ora come vittima di una maledizione che proprio in lui sembra sortire gli effetti psicologicamente più devastanti, costringendolo a seminare cadaveri lungo la sua scia per salvare una vita che non gli piace, ma che malgrado tutto non riesce a non protrarre molto più del dovuto. Senza contare i travestimenti talvolta istrionici che adotta per soddisfare i suoi scopi, e che finiscono, nel corso del racconto, per renderlo inafferabile soprattutto a se stesso.

Ma l’elemento forse più importante di questo nuovo episodio, ciò che rende Varney il vampiro un unicum nella letteratura vampiresca (almeno a mia scienza), è la prospettiva sociale adottata dagli autori. Nel primo come nel secondo episodio, il vero antagonista di Varney è non tanto la scipita famiglia Bannerworth, quanto quel mostro dalle molte teste e dalla scarsa ragionevolezza incarnato dal “popolino”, o “marmaglia”, o “plebaglia” che dir si voglia: insomma, il ceto lavoratore della cittadina mercantile in cui si svolge l’intera vicenda.

Non è un elemento di scarsa rilevanza: come sottolinea Fabio Giovannini nella sua davvero bella Introduzione (che potete leggere per intero qui sotto), il vampiro solitamente rappresenta, nella letteratura, il passato: la simbologia di un aristocratico che succhia il sangue alla media e alta borghesia è talmente esplicita che non serve nemmeno spiegarla. Il punto di vista dei racconti vampireschi è in genere quello delle vittime, appartenenti a una classe sociale diversa da quella del loro nemico (Lord Ruthven, Conte Dracula…), non foss’altro perché devono lavorare per vivere. Qui le cose sono del tutto diverse: Varney è l’unico racconto di vampiri a me noto in cui entrambe le parti, appartenendo alla medesima classe sociale, condividono la stessa esigenza: trovare un modo per vivere di rendita senza dover fare assolutamente nulla (l’unica preoccupazione che per tutto il romanzo angustia i decaduti Bannerworth).

Sia il “carnefice” che le vittime hanno paura non tanto gli uni degli altri, ma tutti del popolo, che disprezzano, odiano e ostacolano in tutti i modi (se devono salvare qualcuno, i Bannerworth salvano Varney portandoselo in casa e sottraendolo alla furia omicida della “marmaglia”). Entrambi si sottraggono all’obbrobrio della quotidianità con la medesima soluzione (un matrimonio facoltoso). Per le ragioni del popolo, gli autori non dimostrano la minima comprensione. La prospettiva è sempre essenzialmente aristocratica, anche se di un’aristocrazia che ormai non ha più nulla da vendere se non il proprio nome e la propria totale inettitudine. Tutto il resto è noia (nobiliare). E questo è forse, per inciso, un altro dei tratti (oltre ai canini, inventati proprio da lui) che il prolifico e (finora) misconosciuto Varney lascia in eredità ai vampiri moderni, spesso costituiti in associazioni di stampo mafioso collusi con il potere dominante.

Insomma, la scommessa generalmente difficile di far meglio il numero due del numero uno si può dare per vinta. E, a questo punto, possiamo persino dire di essere curiosi di vedere come andrà a finire.

Leggi l’introduzione

Titolo: Varney il vampiro 2. L’inafferabile
Autore: Thomas Preskett Prest – James Malcolm Rymer
Editore: Gargoyle
Dati: 2010, 513 pp., € 16,00

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Morfologia del lupo mannaro

Come diventare un lupo mannaro del celebre ghostbuster irlandese Elliott O’Donnell, operetta del 1912 ora riesumata da Mattioli 1885 in una bellissima veste editoriale (ogni tanto ci capita ancora la fortuna di avere per le mani libri di cui lo si possa dire sinceramente), è, come l’argomento di cui si occupa, di non immediata classificazione. Nella comoda cornice del trattato scientifico dedicato a un particolare aspetto del soprannaturale si innesta infatti un perfetto libro di fiabe che, come tutte le fiabe che si rispettino, ci racconta una storia per parlarci di qualcos’altro. All’insegna dell’affermazione di una libertà di opinione libera da dogmi, O’Donnell si impegna a delineare un quadro il più possibile completo della licantropia, dall’origine del fenomeno alle sue spiegazioni ai casi specifici, senza austerità e anzi con un certo sorrisetto compiaciuto che traspare tra le righe; e, già che c’è, ne approfitta per raccontarci storie su storie mentre ci accompagna alla scoperta del folklore licantropico su e giù per il Vecchio Continente.

Ammetto, per inciso, di esserci rimasto un po’ male, una volta scoperto che, dalla panoramica geografico-folkloristica di O’Donnell, manca proprio il Bel paese. Francia, Spagna, Inghilterra, Irlanda, Germania, Belgio, Russia, persino la Lapponia, insomma: tutta Europa sembra avere i propri licantropi (tali per scelta o per maledizione), così come i propri specifici rituali, ruscelli, fiori, incantesimi e formule magiche con cui acquisire la poco invidiabile proprietà di trasformarsi in lupo, tranne l’Italia. Che quindi, in mancanza d’altro, si dovrà accontentare del Lupo mannaro di Carlo Lucarelli (anche più inquietante, del resto, dei suoi colleghi teriomorfi).

In ogni caso, terminato il libro e superato l’eventuale shock campanilistico con cui si vede privato il nostro paese di una leggenda peraltro fiorita ovunque, la prima domanda che ci si pone non è tanto Come diventare un lupo mannaro, quanto semmai perché.

A differenza del vampiro, mostro aristocratico e proiettato, dalla sua più illustre incarnazione, in un’eterna dimensione nobiliare, il lupo mannaro rappresenta, nella sua ferinità, la forza terribile e primordiale della natura in unione simbiotica con la specie che quella stessa natura si è trovata a dominare. Un mix senz’altro esplosivo, che rende il licantropo uno dei mostri, se non più celebri al pubblico o frequentati dalla letteratura, certo più spaventosi per l’immaginario. Eppure, i racconti che O’Donnell mette in scena nei diversi palcoscenici attraverso cui ci accompagna ci mostrano (non sempre, ma spesso) qualcosa di più spaventoso del licantropo stesso; creature che, prive di emozioni o responsabilità o di qualsivoglia virtù, sacrificherebbero chiunque e qualunque cosa pur di salvare se stesse e le proprie passioni. Queste creature siamo noi: come scrive Nicola Manuppelli nella postfazione, “veri protagonisti di questo libro sono gli uomini… Sono loro i veri mostri”.

Dalla madre che getta giù dalla carrozza, uno per uno, i suoi tre figli per salvare il cavallo che la deve portare in salvo; alla donna che fugge felice di aver incontrato non un ladro che voglia i suoi diamanti, ma un licantropo che divora il suo grasso marito; al conte capo della polizia di Magdeburgo che si rifiuta di ascoltare una testimone dei rapimenti di bambini perché è povera, e quindi “Che diritto ha lei di avere figli”? Una teoria di individui perversi, nel senso etimologico del termine: persone che indirizzano i propri desideri, aspirazioni, affetti, fuori dalla retta via. Tanto malvagie o licenziose, a volte, che può persino capitare di trovare lupi mannari migliori di loro, come nel caso della storia dell’abate Gibert.

Perché dunque diventare lupi mannari, quando l’uomo, nella sua piccolezza, nella sua avidità, riesce spesso capace di una malvagità così tanto più grande (perché cosciente e consapevole) di quelle stesse creature soprannaturali a cui non di rado ambisce di somigliare? Nei racconti di O’Donnell, la distinzione tra uomo e bestia non è sempre netta, e capita anzi di leggere di un marito che accusa la moglie, assassina dei suoi figli, di essere “peggio di una bestia”. Pur nella costante, sottile ironia, non c’è pietà nell’evidenziare, di ogni vittima, il vizio, di ogni situazione l’anomalia: come nei più classici film dell’orrore, si identifica subito chi morirà prima della fine del racconto. Ma soprattutto, se ne capisce subito il perché: ed è proprio per questo che, nella sua semplicità ed efficacia, i racconti di O’Donnell si guadagnano senza sforzo il posto vicino alle fiabe tradizionali.

Titolo: Come diventare un lupo mannaro
Autore: Elliott D’Donnell
Editore: Mattioli 1885
Dati: 2010, pp. 203, € 18,00

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I’m Raino from Finland. We got Santa Claus

In origine c’erano due crudi e ironici cortometraggi del regista Jalmari Helander, uno incentrato sulla caccia e l’addestramento di una belva particolare, l’altro sul cosa fare quando tale belva, nonostante l’addestramento, impazzisce. Partendo da questi due spunti l’autore finlandese ha realizzato il suo primo lungometraggio, presentato in prima visione mondiale al Festival del cinema di Locarno.Diciamolo subito, Rare exports: a Christmas tale è un vero gioiello. C’è un demone antico sepolto nelle profondità della terra che viene liberato per avidità, al che qualcuno dovrà fermarlo. L’impianto narrativo di base è classico ma su di esso si innesta un’idea decisamente originale, che pesca a piene mani dal folklore nordico: il vero Babbo Natale era un demone maligno interessato soltanto a punire tutti i bambini. Ma l’originalità non basta per rendere interessante un film.E qui viene il bello. Rare exports è un divertimento cupo e sanguigno, un simil-horror natalizio nel quale i momenti di ilarità si inseriscono senza spezzare l’onnipresente suspense che culmina con un botto e un liberatorio “Happy fucking New Year”.
Helander punta subito al sodo, catturando l’attenzione dello spettatore e creando fin dall’inizio quella costante tensione che manterrà per quasi tutto il film, una tensione fatta di dettagli, sguardi e atmosfere, mai troppo esplicita. A ciò si aggiunge una fotografia pulita, perfetta per rendere la spettacolarità dei paesaggi naturali finlandesi, e un cast di attori – gli stessi dei cortometraggi – particolarmente azzeccati, a partire soprattutto dal giovanissimo Onni Tommila, decisamente più simpatico e meno irritante della maggior parte di tanti altri attori bambocci. Fra colpi di scena ben dosati e momenti di grottesca ironia la trama procede senza mai incespicare fino allo scontro finale. Tutto finito? No, c’è ancora una piccola e spassosa perla conclusiva.Non resta che sperare che la vetrina di Locarno consenta a questo film di ricevere la dovuta attenzione e, magari, di finire nelle nostre sale in pieno clima natalizio.
Rare exports: a Christmas tale – Finlandia/Francia/Norvegia/Svezia, 2010
di Jalmari Helander
con Onni Tommila, Jorma Tommila, Per Christian Ellefsen, Rauno Juvonen
78 minuti