Alla ricerca della leggerezza perduta

La leggerezza perduta
La leggerezza perduta, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan – 2013, Topipittori

Tra tutti i libri ricevuti in questa settimana in attesa di essere letti, La leggerezza perduta aveva trovato il suo posto nella parte più umile e in ombra della mia libreria. Non conoscevo le autrici, mentre dalla pila, ammiccanti, mi strizzavano l’occhio Ungerer e Browne. Mea culpa, ci sono circostanze in cui mi ritrovo a pagare le abitudini e le passioni (di buono hanno che non sono passeggere) depauperando la possibilità di meravigliarmi consolidandole. Ebbene, probabilmente questa attitudine ha subito anch’essa il contraccolpo della meraviglia; perché quando ci si imbatte nella meraviglia è complesso tornare sui propri passi, e nessuno, me compresa, è così sciocco dal volerlo fare: sfogliare un libro non ha senso, non ho mai pensato che ne avesse anche solo per la superficialità che un gesto come questo si porta sulle spalle; per il mestiere che mi sono scelta è essenziale concentrarsi; lo sfogliare diviene quindi mero atto meccanico volto all’assimilazione, alla scoperta, al piacere e, nei casi più fortunati, alla meraviglia appunto. La leggerezza perduta, dunque, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan, coinvolge e ha una qualità rara: coniuga il senso pratico della realtà con la resa immaginifica dell’irrealtà in maniera esemplare e con una naturalezza che induce alla lettura rapita, quella che i bambini ricercano (e gli adulti spesso agognano: un testo che incolli alle pagine nutrendo chi legge), chiedono a viva voce, in qualsiasi ora del giorno e, ahimè!, della notte.

La leggerezza perduta, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan - 2013, Topipittori
La leggerezza perduta, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan – 2013, Topipittori

Le pagine si svolgono in tavole che sono affreschi, o meglio ancora, arazzi; arazzi medievali portatori di richiami alla modernità talmente tanto bene integrati tra un punto e un altro della trama, da dar luogo a un “surrealpopmedievalismo” delizioso, intrigante ed elegante. Ritrovo Magritte e il suo Castello nei Pirenei; ripenso agli altri mondi di Escher, che ritorna anche nei mosaici che compongono scale e pavimenti; ritrovo la Tentazione di Sant’Antonio senza l’inquietudine e priva dell’angoscia che contraddistinguono Dalì. Il testo si dipana con leggerezza, senza voler istruire o suggerire significati altri, racconta una storia che è perfetta dalla prima fino all’ultima riga. Esempio illuminante di come possano essere vivi e produttivi il talento e la passione quando si incrociano a doppio filo con la competenza.

La leggerezza perduta, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan - 2013, Topipittori
La leggerezza perduta, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan – 2013, Topipittori

C’era una volta un castello in piena regola: con il suo borgo, col suo re e i suoi abitanti, compresi cavalieri con tanto d’armatura. L’unica eccezione è che il castello s’adagia non sulla terra ma su una nuvola, e questo da quando si ha memoria. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, però, gli abitanti hanno accumulato in uno spazio che è giocoforza limitato, gli oggetti più disparati, specchio di sentimenti e attitudini altrettanto variegate. Tanto è stracolmo da incominciare a scricchiolare sotto il peso delle cose, rischia di sprofondare. L’unica soluzione è di liberarsi del superfluo (con un’attenzione al lessico che rimane tra le righe arricchendolo), e così ordina di fare a tutto il suo popolo il re Celeste, che per fortuna, accumulando di tutto non ha ancora soffocato del tutto la reale saggezza.

La leggerezza perduta, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan - 2013, Topipittori
La leggerezza perduta, di Cristina Bellemo e Alicia Baladan – 2013, Topipittori

Tutti si liberano di qualcosa e nel farlo ne acquisiscono altre, senza peso ma considerevolmente più consistenti. C’è chi rinuncia alle passeggiate a motore o al frullatore per montarsi la testa, così come chi tenta di liberarsi di ansie e paure lanciandole oltre i merli del castello. I risultati sono immediati e salvifici.

È un castello la cui leggerezza rimanda a Calvino: i suoi cavalieri hanno radici rampanti, talvolta dimezzate, altre ancora invisibili. Il tono è quello tanto ambito e diretto a là Rodari. È un castello nel cielo che associo anche ad Hayao Miyazaki, alla sua levità. Non mi serve altro per dire che questo è un albo che rientra a pieno titolo tra quelli che non possono mancare nella libreria dei vostri bambini.

Leggerezza-copTitolo: La leggerezza perduta
Autore: Cristina Bellemo, Alicia Baladan
Editore: Topipittori
Dati: 2013, 32 pp., 20,00 €

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AtlantideKids

Il dono, che sempre scorre, dei ricordi

Aurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloQuando, nei momenti di tristezza, cerco un’immagine che mi rassicuri e rinforzi, mi capita spesso di ricordare le mani di mio nonno che racchiudono tra le pieghe di rughe profonde, solchi direi meglio, tutto quello che cerco: forza, serenità, sicurezza.

Il mio nonno mi ha donato la gioia del raccontare e ascoltare le fiabe, della sua entusiastica passione ho fatto la mia. Mi sembrava e sembra un dono meraviglioso, perché lo è, sebbene non evocativo e immaginifico come potrebbe essere stato un ruscello.

Perché c’è stato un bambino il cui nonno un giorno gli ha donato proprio un ruscello. E di come questa meraviglia sia potuta accadere ce lo raccontano in uno splendido e coloratissimo albo Gaëlle Perret e Aurélia Fronty (di cui abbiamo già parlato qui). “Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello/Lo teneva stretto in mano/All’orecchio, gorgogliava dolcemente/Un fremito leggero d’ali di libellula”.

I pennelli morbidi e i colori pastosi, dai toni sempre onirici sebbene straordinariamente naturali, accompagnano con leggerezza le parole che compongono i versi di quella che è una lunga poesia in forma di prosa. Nessuna immagine è sfuggente, nessuna retorica si cela dietro alle parole misurate e belle che parlano di uccelli che s’abbeverano, dello sciabordio dell’acqua, del suo gorgogliare, dei ciottoli colorati e delle risate di un bambino, complici, divertite.

Il ruscello è un ricordo, una dolce immagine che il nonno regala al proprio nipotino, una forza fresca e scintillante che lo accompagnerà sin dai momenti di gioco spensierato e di paura dell’infanzia, fino ai fremiti e alle insicurezze dell’adolescenza, fino alla maturità consapevole dell’essere adulti. La vita scorre senza sosta, esattamente come un ruscello, ora borbottante, ora luccicante del riverbero del sole; si blocca un po’, rallenta nelle anse naturali e spigolose per poi liberarsi escivolare lieve su ciottoli levigati e brillanti.

Aurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello

Una sera, aprendo la porta della sua camera, il ragazzo si trova ad essere investito da una montagna di spruzzi, vede gabbiani impauriti e pesci sconvolti, c’è da combattere contro la tempesta montante; il letto diviene navicella in balia delle onde. Ma il nonno spuntato dal nulla prende il timone e appare ben deciso e saldo. Riporta la tranquillità. Rasserena fino al sonno.

Ecco, a tutti i bambini che hanno avuto la fortuna di ricevere un dono meraviglioso dai propri nonni, così come a quelli che ancora non l’hanno ricevuto, io consiglio la lettura di questo albo, e chissà che non sia esattamente questo il dono atteso capace di conforto e sorrisi.

Titolo: Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello
Autori: Gaëlle Perret e Aurélia Fronty
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 44 pp., 24,00 €

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Due storie natalizie di Astrid Lindgren

Betta sa fare tutto o quasi - Ilon Wikland Betta sa fare tutto (o quasi), e il passaggio repentino dalla sbruffonaggine tutta bambina dal saper fare tutto al “quasi” è talmente spontaneo da suscitare ammirazione per questi bimbi sempre in movimento e instancabili che hanno una loro dimensione, per quanto stramba e buffa essa possa essere, e ci vivono bene, pienamente e teneramente.

Betta indossa un bel paio di guanti a strisce, un cappello azzurro con pon pon e robusti scarponcini con le stringhe perennemente slacciate. La prima volta che la incontriamo in questa sua avventura natalizia si sta vantando in un candido giardino innevato a braccia aperte e gambette ben puntellate a terra. Ci sono! Lo so fare! Sembra dire, e nel farlo è fulcro e centro di una coloratissima e innevata illustrazione costruita su prospettive sbilenche e forzate che Betta (“Certo che sono proprio speciale io!”) sottolinea con il suo equilibrio, con il suo sorriso pieno e il mento all’insù. L’autrice è Astrid Lindgren (di cui abbiamo già parlato qui e qui), l’illustratore Ilon Wikland e l’equilibrio tra i due autori è esattamente come il sorriso sicuro di sé e gioioso di Betta: perfetto.

Betta sa fare tutto o quasi - Ilon Wikland I contorni sono ben marcati, netti, e sottolineano la prospettiva avvitata. I colori pieni e brillanti. I vestitini di Betta, della sua mamma, degli amici, gli utensili, gli arredi mi riportano agli anni in cui ero bambina, e credo che mi sarei ben specchiata nella semplicità di Betta se, alla fine degli anni Settanta, avessi avuto l’occasione di leggerne la storia (le storie, giacché Betta è protagonista di diverse avventure, alcune tradotte anch’esse ed edite da Il gioco di Leggere). Una storia che, come molte delle storie di Astrid Lindgren, prende il via da un avvenimento semplice che nella sua semplicità nasconde la magia del caso, la fortuna dell’intraprendenza, l’incrociarsi di coincidenze e piccoli contrattempi. Nella cittadina di Betta sono finiti gli alberi di Natale in vendita e Betta e i suoi fratellini sono molto tristi dinanzi alla prospettiva di non poter avere il loro albero. Ma Betta sa fare tutto, o perlomeno ce la mette tutta, e a furia di crederci chissà che non riesca a risolvere la situazione e a volgerla a loro favore?

Albo ideale per questi freddi giorni di preparativi e addobbi natalizi.

Sempre Il gioco di Leggere sceglie di dare alle stampe una storia natalizia di Astrid Lindgred à la Lindgren, con una bella edizione con costola in stoffa: Natale nella stalla che consente anche a genitori atei di raccontare il Natale, la natività, in tutta semplicità. La semplicità della notte di Natale scevra di genuflessioni e di preghiere e altrettanto intensa e profonda. Raccontata con un tono talmente dolce da rapire durante la lettura e l’ascolto, e testimoni di questo dono autoriale non comune saranno gli occhi sgranati dei bambini cui vorrete raccontare ciò che avvenne “una notte di Natale di tanti anni fa. La prima notte di Natale”.

Le illustrazioni sono di Lars Klinting: acquerelli raffinati e tenui.

Natale nella stalla - Lars KlintingNatale nella stalla - Lars Klinting

 

copertina Betta sa fare tutto o quasiTitolo: Betta sa fare tutto (o quasi)
Autori: Astrid Lindgren, Ilon Wikland
Editore: Il Gioco di Leggere
Dati: 2010, 32 pp., 14,10 € 

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copertina Natale nella stallaTitolo: Natale nella stalla
Autori: Astrid Lindgren, Lars Klinting
Editore: Il Gioco di Leggere
Dati: 2011, 28 pp., 15,00 €

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Noi siamo quello che pensiamo di essere

Scritto da Davide Calì e illustrato da Sonja Bugaeva, Marilena la Balena ha trovato il suo primo editore in Francia nel 2009 ma ora giunge in Italia grazie a Terre di Mezzo: un libro sulle paure e le insicurezze, una storia per imparare e ricordare insieme come affrontarle.

Marilena, la bambina protagonista del libro, teme la piscina; i suoi compagni di classe la prendono in giro per il suo peso: “mari-lena è una ba-lena”, perché lei quando si tuffa solleva un’onda enorme. Ma fra una bracciata e una cantilena arriva un’idea, un consiglio che ribalta tutta la situazione e Marilena inizia ad affrontare una a una le sue paure, proprio come ognuno di noi. Ecco perché ho desiderato intervistarla.

D: Buongiorno Marilena, come stai? Benvenuta in Italia, finalmente! Hai girato un po’ il mondo prima di venirci a trovare. Raccontami qualcosa di te e dei tuoi viaggi.
R: Buongiorno! Sto bene, grazie! In effetti sono partita dalla Francia nel 2009 con l’edizione uscita per Sarbacane, poi, prima di arrivare in Italia, l’anno scorso sono passata in Svizzera con la traduzione di Atlantis, in Spagna con quella di Zorro Rojo, a Taiwan con Magic Box For Kids e in Corea del Sud con Lux Books. Il 2011 invece è stato l’anno dei premi: innanzi tutto la selezione del White Raven in Germania, poi in Francia il Prix des Incorruptibles e il Prix Tatoulu. In Spagna ho vinto anche la prima edizione del Primer Kirico. È buffo avere ammiratori in tanti posti e non saper nemmeno parlare la loro lingua!

D: Incontri ancora il tuo maestro di nuoto?
R: No, ma ogni volta che mi sento insicura ripenso alle sue parole. Sai, certe cose, si fa presto a impararle ma anche presto a dimenticarle.

D: E con il tuo autore, Davide Calì, come ti trovi? Come è nato il vostro rapporto?
R: Non ci siamo visti molto negli ultimi anni. Ci siamo conosciuti tanto tempo fa. Io ero ancora una bambina. Lui era un po’ più sorridente.

D: Nel libro si legge “Noi siamo quello che pensiamo di essere” : allora funziona davvero? Puoi anticipare qualcosa a chi non ha ancora letto il libro?
R: È verissimo. Siamo quello che vogliamo essere, ma sai cos’è difficile? Capire cosa vuoi essere e poi volerlo essere veramente. Dentro di me abita ancora la bambina goffa che non amava andare in piscina. Devo fare grandi sforzi per convincermi che quella bambina può farcela, perché in effetti ce l’ha già fatta!

D: Ti succede ancora, ogni tanto, di sentirti “troppo pesante”?
R: Sì, spesso. Non so il perché. Ma non è una questione di peso, sai? Ora sono in perfetta forma! Ma il “peso” è una cosa che ti porti dentro, che ti appesantisce il pensiero. È la paura di non farcela. Allora ti inventi delle scuse, per non riuscire, per non provare, per non buttarti nelle cose. Così non corri il rischio di fallire perché non provando a fare le cose hai già la certezza di fallire.

D: Ti capita anche di pensare tutto il contrario di quello che vorresti, di quello che ti aiuterebbe? Ci sono pensieri che devi scacciare dalla tua mente?
R: Sì. Sai qual è il pensiero più ricorrente? Quello di avercela fatta, a superare le mie paure e i miei complessi, solo per caso. Come se cercassi di convincermi che non sono stata io a riuscire davvero, e quindi di non essere capace di rifarlo.  È una continua sfida contro un’altra me stessa!

D: Avresti mai immaginato che la tua storia e la tue esperienze personali sarebbero diventate un libro e avrebbero potuto aiutare altri bambini e anche altri adulti?
R: No. Pensavo che nei libri finissero solo le belle principesse e gli eroi coraggiosi.

D: L’emozione più bella che hai provato fino ad oggi?
R: È un segreto!

D: La tua parola preferita?
R: Non saprei… Forse mostarda, non so il perché! Ma mi piace anche barracuda.

D: Il tuo gioco preferito?
R: Immaginare la vita delle persone che vedo sull’autobus.

D: Vuoi dire qualcosa, qui davanti a tutti, al tuo autore? Non so, ringraziarlo, oppure vorresti rimproverarlo per qualcosa? Dimmi tutto, sono curiosa!
R: Beh, a rischio di offenderlo gli dico una cosa: dopo aver scritto il mio libro dovrebbe anche leggerlo. Proprio così! Dovrebbe imparare anche lui a “pensare leggero”. Non sono sicura che lo faccia. Se lo vedi, diglielo pure tu!

Grazie per questa chiacchierata, Marilena, ti auguro buon viaggio!

Qui un assaggio del libro

Titolo: Marilena la balena
Autore: Davide Calì
Editore: Terre di Mezzo Editore
Dati: 2011, 28 pp., 15 €

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Alla ricerca dell'odore perduto

“l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.” (Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto)

L’aroma della madeleine, del pezzetto di madeleine, che Marcel percepisce bevendo il tè fa in modo che immagini, persone, giardini, fiori del passato assumano consistenza e forma nella sua memoria investendo di significati profondi ed emozioni intense anche il proprio presente. Può un semplice profumo, un odore, suscitare tali emozioni? Sì, certamente può, e le parole di Proust ne sono un esempio lampante. Per cogliere gli odori, imprimere particolari profumi nella nostra memoria, includerli nel nostro personale bagaglio di ricordi è necessario, però, educare il nostro naso, affinare il nostro più indipendente senso. E iniziare da bambini.

Annusare e scoprire, far chiarezza nella moltitudine di odori (lievi o pungenti se si vive in campagna, forti e ingombranti se si vive in città) non è compito semplice per noi come per Susy e Giacomo, i due bambini protagonisti di questo manuale da apprendisti scienziati di Editoriale Scienza, che con l’aiuto di Gianna, una fulva volpe esperta in campo di odorato, in dieci tappe acquisiranno tutti gli elementi utili a scoprire il mondo dei profumi e, ebbene sì, anche dei cattivi odori.

Il coloratissimo albo di Pascal Desjours, illustrato da Frédéric Bénaglia, si rivolge a bambini tra i 5 e i 7 anni, appena prima che vadano a scuola o da poco scolarizzati, perché è proprio questa la fase in cui il non saper ancora leggere li induce ad attribuire a ciò che avviene loro intorno poteri magici o sovrannaturali: la rosa profuma soavemente perché la fata dei fiori è appena passata di lì e ha riposato un po’ tra i suoi petali…

Le dieci esperienze e i dieci giochi sul tema dell’odorato trovano risposte concrete alle domande dei bambini partendo dunque dalla loro capacità di sorprendersi dinanzi alle cose del quotidiano.

Ogni attività si svolge in tre parti: una brevissima avventura di Giacomo o Susy stimola il “perché?”; un’esperienza suggerita, con tanto di elenco dei materiali necessari e spiegazioni passo passo (per i bambini così come per i genitori) e, infine, il gioco, per sperimentare quanto appena scoperto.

Per il mio naso curioso non poteva essere che stuzzicante la questione degli odori nascosti: come mai le erbe raccolte dal nonno appena raccolte non profumavano così intensamente come quando le si usa per fare una fumante tisana? Ebbene, con l’esperienza si comprenderà come l’acqua, evaporando e disperdendosi nell’aria, porti con sé una parte del profumo delle erbe del filtro, raggiungendo le narici. Che poi è lo stesso principio per cui in certi film d’avventura per ragazzi è sempre bene mettersi sottovento per evitare che pericolosi lupi o orsi fiutino la nostra presenza…

Un libro divertente e stimolante che consiglio ai bimbi curiosi e agli adulti altrettanto curiosi di scoprire come funziona il nostro senso più indipendente; quello che è alquanto difficile, direi impossibile, imbrigliare.

Titolo: Annusa e scopri
Autore: Pascal Desjours, Frédéric Bénaglia
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2010, 72 pp., 12,90 €

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L'estate è quasi finita e Garmann ha paura

L'estate di Garmann - Stian HoleMi è capitato che mi si chiedesse il perché del mio interesse (della mia passione direi meglio) per i libri per bambini. Molto spesso mi sono limitata a rispondere che nei libri per bambini ritrovo quello che c’è nei grandi classici della letteratura e offerto con raffinatezza. In realtà c’è anche più di questo; non per ultimo c’è la capacità rara di alcuni libri per bambini di porre con naturalezza quelle immense domande esistenziali così raramente espresse nel quotidiano e altrettanto artificiosamente poste nella letteratura destinata agli adulti.

Poi naturalmente c’è la magia, c’è l’incanto, c’è quell’ardimentoso sfiorare il grottesco che è divertente, spassoso… E ne L’estate di Garmann c’è ancora altro. C’è la poesia di immagini così fantasiose e vere da essere ciascuna un sogno, un ricordo, una speranza, un’ansia. E ritrarre curiosità e paura non è mai facile, certamente mai universale, perché mai universalmente intese.

Garmann è un bambino e Stian Hole riesce magistralmente nell’impresa di raccontarci le sue paure e le sue ansie non abbandonando mai l’ambito dell’introspezione, neppure quando al meditare teso del bambino, che ha paura del suo primo giorno di scuola e soprattutto di affrontare il suo primo giorno di scuola senza aver perso nemmeno un dente, si alternano le domande dirette alle tre anziane zie in visita a casa sua per l’estate o al padre violinista o alla madre capace di coltivare un giardino di impareggiabile bellezza.

Rispondere con sincerità a una domanda di portata tale quale: “di cosa hai paura?” comporta diversi accidenti: il primo, quello più rischioso, è che la persona a noi di fronte ci ami e quindi risponda sinceramente; il secondo, meno ardito del primo ma comunque impegnativo, è che la risposta che si ottiene sia poco chiara e prolissa; il terzo, e questo è il caso delle ziette, che si ottengano delle risposte dolci come certe bacche di gelso ma vere e grevi: “Ho paura di morire”; “Ho paura di dover presto usare un deambulatore”; La paura del papà “ho paura di doverti lasciare”.

La terza zietta non ricorda più le cose, ha perso la memoria per cui è al riparo delle paure e si culla nel desiderio della torta di mandorle. Garmann è un bambino e alla fine dell’estate dei suoi sei anni andrà per la prima volta a scuola e ha paura, sente il peso del confronto con gli altri bambini capaci di fare mille cose e già senza qualche dente ma si ripara nella naturalezza della speranza nel fronteggiarla.

Le illustrazioni, assolutamente originali, sono un bizzarro collage di incisioni, ritagli di vecchie carte da parati, foto, ritocchi digitali. Esse stesse specchio della vita, del suo evolversi, mutare e della natura poetica dell’animo umano.

L'estate di Garmann - Stian Hole (copertina)Titolo: L’estate di Garmann
Autore: Stian Hole
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 44 pp., 19,90 €

I piedi per terra, la testa tra le nuvole

Sulle prime c’è un piccolo villaggio, una bimbetta dagli occhi sognanti sotto una cascata di ricci neri, la sua mamma intenta a occuparsi dell’orto e una gallinella bianca. La bimba sogna di Ballare sulle nuvole e lo fa nonostante la madre la inviti a concentrarsi su qualcosa di più utile.

Lo fa così intensamente da non accorgersi nemmeno che il villaggio diventa sempre più grande e sempre più popoloso. Sotto alla sua casa, per esempio, ne è sorta un’altra in cui abita un suonatore di bonghi, e poi un’altra, in cui vive una cantante e poi un’altra e un’altra ancora fino a quando sotto alla sua casetta non si costruirono così tante case da permetterle di realizzare il suo sogno: toccare il cielo e volare tra le nuvole.

Solo che dopo aver conosciuto la bellezza dei momenti trascorsi in compagnia questi solitari e silenziosi a svolazzare lievemente tra le nuvole perdono il loro fascino, e la bimba torna indietro a gioire della compagnia dei suoi variopinti vicini.

Le illustrazioni dell’autrice, Vanina Starkoff, sono luminose, traboccanti di colori intensi e pieni che nemmeno nell’evanescenza del cielo perdono la loro intensità. Esotiche al nostro sguardo le casette dai tetti gialli e marroni, i vestiti variopinti coi merletti, le ceste di frutta portate sul capo. Naïf il risultato dal tono familiare, cordiale. Il testo, composto con periodi brevi e descrittivi, racconta la multiculturalità e il meticciato per mezzo di una comunità sempre in crescita che si arricchisce della cultura altrui e la mescola alla propria arricchendola e arricchendosi di suoni, parole, aromi.

Sopra a tutto, sopra anche al senso profondo della gioia della multiculturalità, è il valore del sogno, del perseguire i propri, con determinazione e coraggio; e se, realizzandoli, ci riportano coi piedi per terra ancora meglio!

 

Titolo: Ballare sulle nuvole
Autore: Vanina Starkoff
Editore: Kalandraka
Dati: 2010, 40 pp., 16,00 €

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