Milioni di dei e di animali ma un solo mare

flying-fish-and-richard-parkerPiscine Molitor Patel è combattuto tra fede e ragione, tra la solida razionalità del padre e le credenze della madre. Tra la vita animale e quella spirituale. Ma è destinato a trovare l’armonia tra i due opposti, anche se in seguito a un triste incidente.

Non capita tutti i giorni di trovarsi in mezzo all’oceano, a bordo di una scialuppa di salvataggio e in compagnia di una tigre del Bengala. A meno che non si parli per metafore. In Vita di Pi ci sono entrambe le dimensioni: quella pratica, del corpo, e quella dello spirito, ed entrambe sono l’uno lo specchio dell’altra. Ci sono un ragazzo in carne e ossa, un animale pericoloso, una distesa d’acqua sconfinata e vari dettagli botanici e zoologici. Ma anche la ricerca di se stessi, di Dio e il passaggio dalla vita infantile a quella adulta. Il tutto dosato a meraviglia. Non è un caso che il protagonista racconti fin da subito di essersi laureato in zoologia e in teologia, due materie apparentemente antitetiche ma che danno la misura di una visione del mondo omnicomprensiva.

martel-754389Il romanzo di Yann Martel può infatti essere letto su due livelli (e da pubblici diversi): sul primo scorrono le vicende di un ragazzino indiano che salpa alla volta del Canada, in cerca di fortuna, insieme alla famiglia d’origine. Un sedicenne introverso, curioso e aderente a tre fedi diversi (induismo, cristianesimo e Islam) e alle innumerevoli divinità di un panteon particolarmente affollato. Ma a una lettura più profonda, si può scorgere il cammino intrapreso da ogni uomo in Terra, anche se le domande esistenziali che permeano il racconto sono certamente frutto di una sensibilità elaborata.

Pi è il diminutivo di un nome imbarazzante (Piscine) ma anche una cifra infinita (il famoso pi greco che tutti abbiamo studiato). In modo simile a quanto avviene nella migliore letteratura indiana, nel romanzo di Martel tutto è collegato a tutto: Dio e natura, matematica e filosofia, angoscia e felicità suprema. Con un linguaggio semplice e asciutto, l’autore guida il lettore verso altri scenari, lasciandogli la libertà di interpretare tutto quanto sia sotto i suoi occhi, compreso lo spiazzante finale. A fine lettura, infatti, è inevitabile chiedersi quanto ci sia di reale (sempre letterariamente parlando) e quanto di inventato nel metaracconto (quello del protagonista, non dell’autore). È per questo che si sconsiglia la visione del film prima di aver letto il libro, sia per non sciupare la sorpresa delle ultime pagine, sia perché le immagini di Ang Lee hanno una tale potenza da imprimersi nella memoria, impedendo alla fantasia di avere la meglio nel corso della lettura. Vita di Pi è un libro pieno di sentimento, poesia e pensiero. Un’opera che del classico best seller ha ben poco, se si esclude la sua fruibilità.

Vita di PiTitolo: Vita di Pi
Autore: Yann Martel
Casa Editrice: Piemme (collana Bestseller)
Dati: 2o07, 334 pp, € 17,50

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Era nata donna per insegnare ad amare

Ne La profezia della curandera, Manami ci accompagna alla scoperta della potente energia femminile, soffocata dai tempi ma sotterranea come un rivolo d’acqua tra le rocce. La protagonista scappa dalla città e si rifugia in mezzo alle Ande, per apprendere l’antica arte della curandera, colei che cura e guarisce.curanderos

“A partire da questo momento penserai solo alla tua vita. Lavorerai sodo ogni giorno per imparare a conoscerti meglio perché, solo conoscendo te stessa, potrai essere libera e, solo essendo libera, sarai in grado di affrontare ogni problema e ogni pericolo”. Chi non vorrebbe sentirsi dire frasi del genere almeno una volta nella vita? Ne La profezia della curandera, a pronunciarle è Condori, guaritore andino dedito alla formazione di anime elette come quella di Kantu, protagonista della storia. Hernàn Huarache Mamani racconta le peripezie di questa ragazza peruviana che, innamoratasi perdutamente del classico farfallone, decide di intraprendere il percorso che la porterà a diventare una donna libera di decidere della sua vita. Una psicoterapia antilitteram, se non fosse per i metodi per così dire poco ortodossi dei curanderos, eredi dell’antica tradizione inca. Indio Quechua, Mamani è un esperto di cultura andina e uno dei pochi in grado di decifrarne i misteri. Lo scrittore è stato spesso in contatto con sapienti che vivono e che si tramandano, di generazione in generazione, i segreti per condurre una vita autentica, a contatto con la natura e con la propria anima. Se non si avessero queste notizie sull’autore, quella di Kantu sembrerebbe una storia di fantasia, anziché tratta dalla realtà (solo i nomi sono stati scambiati). Innamorata di Juan, studente universitario di ascendenza spagnola, la giovane entra nella dimensione turbolenta dell’amore, che la costringerà a riflettere su se stessa. Anche perché Juan torna da lei solo quando ha tempo e senza ricambiarne la purezza di sentimenti. Ma Kantu, come molte donne, non riesce a negarsi a quell’uomo affascinante, per cui è disposta a tutto. Un giorno viene colpita da un fulmine, evento che, secondo le credenze della cultura inca, la destina a diventare una curandera, guaritrice dedita agli altri. Questo evento la porta a contatto con Anselmo,vecchio saggio del suo piccolo paese d’origine, che scorge in lei delle grosse potenzialità, un potere “magico” che invece Kantu aborrisce, ossessionata dal desiderio di avere Juan tutto per sé. Anselmo, dopo aver consultato le foglie di coca per leggere il futuro della ragazza, preme affinché vada a trovare un uomo che vive ai margini di un villaggio sperduto, il quale la porterà a realizzare il suo destino. Pur con altri scopi, Kantu decide di seguire il consiglio. Ed ecco che Kantu fa il primo passo di un lungo cammino, a contatto con la natura, Condori (questo il nome dell’uomo) e soprattutto se stessa. Gli esercizi consistono in una serie di manovre e di movimenti che Kantu impara a fare dall’osservazione costante Ma anche nell’imparare a domare i serpenti e a stare sola in una grotta buia e silenziosa per giorni interi. Ne La profezia della curandera emergono alcune credenze del popolo andino e di questi personaggi affascinanti quali sono i curanderos. Il lettore occidentale potrebbe rimanere scettico di fronte ad alcune affermazioni, come quella secondo cui tramite l’atto sessuale sia possibile stabilire una sorta di ponte di collegamento con l’universo. Ma, a meno che il romanzo di Mamani non cada in mano a persone dalla razionalità ferrea e dedita alle prove scientifiche, esso solletica la voglia di credere che alcune realtà a noi sconosciute siano realmente sperimentabili. Kantu impara, nel corso della storia, a diventare una vera donna, a dominare se stessa e chi ha di fronte. La donna dipinta nel libro assomiglia, in alcuni tratti, a quella tradizionale, dedita all’amore e all’ “addomesticamento” dell’uomo. Eppure, Kantu è colei nella quale tutte si potranno rispecchiare, soprattutto per il faticoso percorso di autoaffermazione. Il libro parla dell’amore come dello scopo supremo e su questo è impossibile non concordare.

curanderaTitolo: La profezia della curandera
Autore: Hernàn Huarache Mamani
Editore: Piemma
Dati: 2008, 359 pp., € 11,00

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Dal Festivaletteratura di Mantova, Louis Sachar

“Come facciamo a giocare in coppia? Lui non vede le carte e io non so le regole!”. Questa è la domanda che si pone Alton, un ragazzo deluso da amore e amicizia, quando si ritrova, suo malgrado, ad accompagnare uno zio cieco, Lester, a giocare a bridge. Lo scopo della madre, che lo spinge a farlo, è quello di guadagnarsi così facendo un posto nel testamento del ricco Lester, in realtà il rapporto tra zio e nipote si fa sempre più stretto e Alton, con la stessa caparbietà che aveva già caratterizzato il protagonista di Buchi nel deserto, Stanley, ricostruisce, carta dopo carta, mano dopo mano, la storia intricata della sua famiglia, sciogliendo alcuni dei nodi di sofferenza del presente.

Abbiamo letto Il Voltacarte e Buchi nel deserto, entrambi editi da Piemme (Il battello a vapore); li abbiamo divorati emergendo dalla lettura del primo con una grande passione per il bridge e dell’altro con la sensazione di poter riuscire in qualunque impresa dipenda dal nostro coraggio. Non ci siamo lasciati sfuggire, quindi, l’occasione di porre alcune domande a Louis Sachar, in italia per il Festivaletteratura di Mantova.

sachar © Perry Hagopian
sachar © Perry Hagopian

D: Lei è divenuto celebre grazie a Buchi nel deserto. Sente per questo romanzo un affetto particolare, una qualche gratitudine?

R: Non parlerei di gratitudine, io cerco di mettere sempre il meglio di me in quello che scrivo e per farlo impiego uno, due anni della mia vita. Ogni volta che porto a termine una storia sento di aver fatto un’esperienza molto personale ma poi ogni libro ha la sua vita e io via via mi allontano da lui, mi disconnetto. Mi fanno piacere la fama e i soldi che Buchi nel deserto mi hanno portato ma mi sento distante da quello che è il suo riscontro nel pubblico.

D: I suoi romanzi, penso in special modo a Il Voltacarte, sono letture intense e coinvolgenti anche per un pubblico adulto. Indirizzare gli scritti a due pubblici così ampi è una scelta o la naturale conseguenza di una scrittura ad ampio respiro?

R: Direi che io scrivo quello che mi piace scrivere, cercando nello stesso tempo di rendere la mia prosa accessibile ai ragazzi. Poi io sono un adulto e non mi sorprende che altri adulti apprezzino quello che scrivo. È che mi piace scrivere ma non ho mai scritto espressamente per i ragazzi o per i bambini, piuttosto ho sempre cercato di scrivere quello che piacesse a me in tal modo da coinvolgere anche un pubblico più giovane.

D: Quanto tempo impiega per scrivere un libro? È vero che dedica alla scrittura soltanto un paio d’ore al giorno?

R: In genere impiego due anni per scrivere una storia e quando comincio ho solo una vaga idea di quello che sarà il libro alla fine: magari un po’ della trama, qualche personaggio. All’inizio scrivo poco, anche solo mezzora e poi lascio decantare il materiale. In genere faccio sei riscritture del libro, ogni volta dedicandovi sempre più ore del giorno, fino a un massimo di 4-5 ore.

D: Leggendo Buchi nel deserto, la sensazione è che il protagonista principale del romanzo sia il luogo, non lo Stanley contemporaneo ai fatti, non quello del passato. Il luogo attraversa le pagine dalla prima all’ultima e, nelle sue diverse manifestazioni, è sempre centrale alla storia. È solo una sensazione da lettori o ci abbiamo visto giusto?

R: No credo che sia un’interpretazione molto giusta e profonda: è proprio dall’ambiente che ho cominciato a costruire la storia. È nato prima il luogo come protagonista, poi Stanley.

D: Ne Il voltacarte così come in Buchi nel deserto il presente del protagonista è strettamente legato al passato della propria famiglia e rintracciandone e intersecandone i vari tasselli i due ragazzi riescono a trovare risposte e punti di svolta per la loro esistenza. Questo dettaglio fondamentale conferisce ai suoi libri generi diversi sotto un unico titolo: romanzo di formazione, romanzo d’amicizia o d’amore, romanzo d’avventura, romanzo giallo. Qual è il genere che preferisce? Qual è quello che più la diverte?

R: Non penso in termini di generi letterari quando scrivo, penso solo a scrivere delle belle storie, poi saranno i lettori a etichettarlo. Non so scegliere un genere, mi piacciono tutti, se il pubblico decide che è quello piuttosto di quell’altro a me sta bene.

D: Qual è il suo libro per ragazzi preferito? È lo stesso di quando era bambino?

R: Il mio preferito da bambino era La Tela di Carlotta ma poi quando lo leggevo a mia figlia, quando era lei piccola, il preferito è divenuto La Piccola Principessa di Barrie.


Volete incontrare Louis Sachar? Potete farlo:

– Giovedì 6 settembre – Mantova. L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA e presenta IL VOLTACARTE in occasione dell’incontro Temporary stories c/o Cappella del Palazzo del Mago. Ore 15.45. Con Paolo Bacilieri.

– Venerdì 7 Settembre – Mantova – L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA e presenta IL VOLTACARTE in occasione dell’incontro Giochi da ragazzi in Piazza Virgiliana. Ore 10.45. Con Andrea Valente.

– Venerdì 7 Settembre – Mantova –  L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA  in occasione dell’incontro sul translation slam c/o Chiesa di santa Maria della Vittoria. Ore 17.45. Con Flora Bonetti e Laura Cangemi.

Titolo: Il voltacarte. Storia di un re, una regina e un jolly
Autore: Louis Sachar
Editore: Piemme
Dati: 2012, 354 pp., 17,00 €

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Titolo: Buchi nel deserto
Autore: Louis Sachar
Editore: Piemme
Dati: 2012, 280 pp., 10,00 €

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Vent'anni per il Battello a vapore

I battelli necessitano di controlli continui, soggetti come sono ai danni dell’acqua e del tempo. Specie se sono destinati al trasporto di carichi delicati e se navigano da anni, quando non decenni. Ci sono però battelli a vapore che si conservano scattanti e allegramente sbuffanti e arrivano a compiere vent’anni senza accusare i colpi del tempo. È il caso del battello a vapore  della Piemme, che proprio quest’anno compie vent’anni e li festeggia con l’edizione speciale di di dieci titoli selezionati con la collaborazione della rivista Andersen. Louis Sachar, Buchi nel deserto; Mira Lobe, Il fantasma del castello; Roberto Denti, Cappuccetto oca; Christine Nöstlinger, Un gatto non è un cuscino; Emanuela Nava, Mamma nastrino, papà luna; Jules Feiffer, La mia stanza è uno zoo!;  Pinin Carpi, Cion cion blu; Lia Levi, La ragazza della foto; Mino Milani, L’ultimo lupo; Robert Westall, La grande avventura.

Questa selezione di titoli riassume la variegata gamma proposta negli anni da Piemme ne Il Battello a vapore e la linea editoriale di quest’ultima: nuovi titoli e nuovi autori, narrativa contemporanea, titoli declinati in base alle fasce d’età, classici ritrovati altrimenti trascurati di firme celebri. Sono proprio questi ultimi i preferiti di AtlantideZine:  Cion cion blu di Pinin Carpi, il contadino cinese con la passione per il blu e l’arancione che quando dopo una nevicata si ritrova tutti i suoi alberi d’arancio ricoperti di neve ne fa un gustosissimo gelato all’arancia (arancione) e parte verso la città per venderlo. Cappuccetto oca di Roberto Denti in cui ci imbattiamo in una Cappuccetto Rosso alla quale la celebrità conseguente all’avventura con il lupo ha dato alla testa; adesso si comporta come un’oca e alla nonna (e anche a noi) questa metamorfosi non piace tanto. Bisogna trovare il modo di farla rinsavire e la magia è la strada ideale! Il nostro preferito è stato e rimane, però, La grande avventura di Robert Westfall, un’intensa narrazione che da un evento drammatico (la distruzione della propria casa e la perdita della famiglia a causa di una bomba durante la guerra) si dipana su diversi fronti: quello della crescita e della formazione di un bambino rimasto solo, quello della metafora della guerra come vita nella sua interezza, quello dello sconvolgimento dei ritmi e delle consuetudini in favore della creazione di un ritmo altro fatto di piccole imprese, grandi avventure, nuovi legami, sopravvivenza. Il bambino protagonista cerca e trova diversi rifugi e sopravvive vivendo pienamente con la coscienza e la capacità di essere utile e sé stesso così come con la maturità della scelta di vivere con un compagno animale e nutrendo fiducia nelle persone.

Venti anni, dunque, e centinaia di titoli che hanno tenuto compagnia a generazioni di bambini e ragazzi con intelligenza, promuovendo al contempo il lato divertente della lettura.

Titoli e Autori: Louis Sachar, Buchi nel deserto; Mira Lobe, Il fantasma del castello; Roberto Denti, Cappuccetto oca; Christine Nöstlinger, Un gatto non è un cuscino; Emanuela Nava, Mamma nastrino, papà luna; Jules Feiffer, La mia stanza è uno zoo!;  Pinin Carpi, Cion cion blu; Lia Levi, La ragazza della foto; Mino Milani, L’ultimo lupo; Robert Westall, La grande avventura.

Editore e dati: Piemme 2012, 10,00 € (in media)

Oltre la soglia

Tito FaraciIn un tempo non definito e in un luogo che potrebbe essere ovunque un virus capace di far impazzire gli adulti miete vittime in modi diversi. Gli adulti in primis divengono adulterati: violenti, privi di controllo uccidono e distruggono alla cieca. I ragazzi, immuni al virus fino a quando restano nell’ambito della giovinezza,  sopravvivono nella terribile condizione di doversi salvare la pelle e di non crescere troppo in fretta. Si organizzano in bande con una gerarchia minata dal desiderio di comando di alcuni. Vivono in una città disumana, cadente in cui un virus sconosciuto e incontrollabile, novello Signore delle mosche, semina il terrore che palpabile, pagina dopo pagina, tutto infetta e tutto tocca. E combattono, resistono in nome dell’amicizia, dell’amore che risultano proporzionalmente intensi alla paura.

Si tratta di Oltre la soglia e Tito Faraci, l’autore, ha risposto ad alcune nostre domande.

D: Oltre la soglia è il tuo primo romanzo. Prima vengono le sceneggiature per fumetti (Dylan Dog, Topolino, Spider-man, Tex), e un racconto per bambini (edito sempre da Piemme, Il cane Piero). Il fumetto ha un suo proprio, complesso, linguaggio: cosa resta di questo linguaggio tra le pagine di questo libro e in quali circostanze il tuo essere sceneggiatore ti è stato utile?
R: Mi ha aiutato a essere preciso, credo. Sceneggiare significa progettare una storia. Ragionare anche in termini di spazio, di tempo, di forme. E avere una visione d’insieme del racconto. Ecco, a conti fatti, questo mi è stato utile, anche più di quanto riuscissi a percepire in corso d’opera.

D: In alcuni momenti del romanzo parli al lettore, l’io narrante parla ai lettori, cerchi di metterlo in guardia, come a volerlo proteggere da una svolta narrativa crudele che è necessario, tuttavia, ai fini della storia, che ci sia. È come se vestissi i panni di Ray, il giovane blogger che esorta i ragazzi suoi coetanei a tenere duro…
R: In parte deriva appunto dall’abitudine, in sceneggiatura, a parlare direttamente con il disegnatore, dandogli del tu. Rendendolo proprio complice. Non succede in molti punti di Oltre la soglia, ma sto notando che quei pochi restano molto impressi in chi lo ha letto. Mi rendo conto che sono spiazzanti, perché… hanno spiazzato perfino me. Temevo che potessero suonare leziosi, artefatti. Ma, per fortuna, pare che non sia così.

D: Il finale sottende a una scelta. I ragazzi devono continuare a crescere a governare sé stessi. È in un certo senso un finale aperto che lascia nel dubbio e contribuisce a tenere alta la tensione cui hai abituato il lettore per tutto il romanzo. È una precisa scelta narrativa, una sorta di morale o piuttosto un segno di quanta importanza possa rivestire la libertà di crescere maturando?
R: Rispondere senza rovinare sorprese al lettore è un po’ difficile. Posso dire che la storia è andata in quella direzione in un modo naturale. Naturale per me, intendo. In generale, ho sempre pensato che una storia non debba mai nascere da un messaggio, ma, al contrario, un eventuale messaggio debba scaturire dalla storia. Dopo, non prima. E non necessariamente.

D: Oltre la soglia rientra in due categorie: l’horror e la letteratura per ragazzi. Sebbene la fiducia nei confini netti non sia nelle nostre corde, di categorie ce ne è venuta in mente un’altra: romanzo di formazione. La trovi pertinente?
R: Sì, di sicuro. Parla della paura di crescere, di diventare adulti. E dell’impossibilità di fuggire da questo passaggio, di restare in un’eterna adolescenza. È una paura che resta dentro, anche da adulti. E credo, spero che questo riesca a rendere Oltre la soglia un romanzo per tutti.

D: Narrativa e sceneggiatura si contendono ora, a seguito di questa riuscita esperienza, una tua preferenza? Quanto pesa l’assenza delle immagini nel redigere una storia come Oltre la soglia, molto ricca di suggestioni visive?
R: Ho avuto un rapporto più intimo con la storia. Senza mediazioni. Scrivevo quello che il lettore avrebbe letto. Per me, una grossa novità. La distanza si è accorciata. E poi ho provato un’empatia per i personaggi, per i loro destini, che sceneggiando fumetti mi è sconosciuta. Scrivere e sceneggiare sono due cose diverse. Si dice “scrivere fumetti”, ma è fuorviante. La parola giusta è, appunto, “sceneggiare”.

Titolo: Oltre la sogliaOltre la soglia - Tito Faraci
Autore: Tito Faraci
Editore: Piemme Freeway
Dati: 2011, 282 pp., 15,50 €

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L'adolescenza dal punto di vista degli "invisibili". Intervista a Neal Shusterman

calvin l'invisibile - Federico Maggioni“Dicono che indossa vestiti mimetici. Dicono che i suoi occhi cambiano a seconda del colore del cielo e che se lo guardi abbastanza a lungo riesci a leggerci attraverso le scritte sui muri. Dicono molte cose su Calvin Schwa ma solo una è certa: nessuno la nota, nessuno si ricorda di lui. Questa volta, però, almeno per una volta, il mondo saprà che Calvin è stato qui”.

In occasione del suo soggiorno a Roma per la Tribù dei lettori, abbiamo rivolto a Neal Shusterman, di cui abbiamo già parlato su queste pagine perchè autore di Everlost e Unwind,  alcune domande sul suo ultimo romanzo pubblicato da Piemme: Calvin l’invisibile. Neal Shusterman ci racconta come questo romanzo profondo e divertente, che racconta in maniera originale l’adolescenza, sia nato, quanto di sè e di ciascuno di noi si possa ritrovare nei suoi protagonisti e anche quale sia il suo metodo creativo.


D: Incomincerei con l’ambientazione: Brooklyn, assolutamente presente, direi coprotagonista, delle pagine del romanzo, sin dalla dedica. Di quale Brooklyn si tratta? Quella della sua infanzia o quella che avrebbe desiderato fosse?
R: La Brooklyn del romanzo è il ricordo della Brooklyn in cui sono cresciuto. Anche se la storia è ambientata nella contemporaneità, volevo comunque che lo sfondo fosse la Brooklyn della mia infanzia. I personaggi, incluso lo stesso personaggio della città, assomigliano in tutto e per tutto ai ragazzini con cui sono cresciuto. Non uno in particolare, ma ciascuno di loro è una combinazione di elementi che si riferiscono a varie persone della mia infanzia.

D: Sia Everlost che Unwind, i suoi due romanzi precedentemente pubblicati in Italia, come tema centrale hanno la morte. Calvin L’invisibile con la morte, invece, non ha nulla a che vedere. Aveva bisogno di un distacco da un tema così cupo?
R: Calvin l’invisibile è stato scritto prima. Quindi è stata la volta di Everlost, una storia fantastica su dei ragazzi sospesi tra la vita e la morte, e dopo ho scritto Unwind, una storia di fantascienza dark sulla vita e sulla morte e sulla domanda “Cosa significa veramente essere vivo?” Dopo aver scritto due libri che avevano a che fare con la morte in modi differenti, ho deciso che avevo bisogno di realizzare qualcosa di allegro però poi ho pensato “Perché non scrivere un’altra storia sulla vita e la morte ma renderla la cosa più divertente che abbia mai scritto? E immediatamente mi è balzato alla mente il personaggio di Antsy da Calvin l’invisibile. Così è nato Antsy does Time (che uscirà in Italia nel 2012 col titolo provvisorio di Antsy l’invincibile) che, pur avendo a che fare con il soggetto della vita e della morte, credo sia proprio la cosa più esilarante che abbia scritto. Con tutta probabilità verrà pubblicato in Italia il prossimo anno. Almeno io lo spero vivamente.

D: All’inizio la sensazione che ho avuto, leggendo le prime pagine, prima che Lo Schwa e Antsy incomincino coi loro esperimenti per intenderci, è che lo Schwa altro non fosse se non una proiezione di Antsy stesso, delle sue paure, dei suoi problemi. In effetti i due ragazzi hanno in comune il“passare inosservati” così esasperato per lo Schwa…
R: Antsy è estroverso, chiassoso e molto molto visibile, ma quando è a casa tra i suoi familiari si sente come se fosse invisibile. Volevo far notare che non importa quanto una persona possa essere visibile o vistosa, ognuno di noi – gli adolescenti in particolare – ha paura di non essere notato e ignorato. Mostrando come Antsy possa essere associato a Calvin mostro come in ciascuno ci sia almeno un po’ di Calvin.

D: Come nascono i suoi romanzi e come è nato Calvin l’invisibile?
R: I miei romanzi sono scritti a mano. Io scrivo un capitolo lo batto al computer, lo ricontrollo e poi passo al capitolo seguente. Insomma ogni capitolo passa per tre stadi successivi e poi anche il manoscritto completo ne attraversa altri tre. A quel punto mando la prima bozza al mio editore. E in genere insieme a lui ne faccio altre due. Calvin l’invisibile è nato in una scuola. Ero a un incontro con degli studenti e un’insegnante ha dovuto farmi notare che c’era un ragazzo in fondo alla stanza che aveva la mano alzata per fare una domanda da un po’ e io non lo avevo notato. E questo perché indossava una maglietta dello stesso colore della parete che aveva alle spalle e mi appariva come un’immagine sfocata. Ho iniziato allora a pensare come dovrebbe sentirsi qualcuno che non viene notato mai… Deve essere come essere invisibile. Ciò che interessava a me, però, non era tanto l’aspetto dell’invisibilità ma l’autentica e reale sensazione di non essere notato. Cosa sarebbe successo se avessi preso il sentimento reale e lo avessi esagerato a tal punto da farlo sembrare quasi soprannaturale? È così che è cominciata la storia.

calvin l'invisibile - Federico MaggioniD: Ci sono decine di suoni schwa, il loro indebolimento, il loro non essere pronunciati, il loro non essere uditi potrebbe far pensare a una loro sostanziale inutilità. La traccia filologica lasciata dallo schwa nei vari lemmi è al contempo utile in altrettanti modi e circostanze. La similitudine con  alcuni ragazzi è palese, potrebbe esplicitarla?
R: Non è soltanto una metafora per gli adolescenti ma una metafora per chiunque si senta invisibile… bambini, ragazzi e adulti. Il linguaggio non potrebbe esistere senza il suono schwa, è uno dei suoni più frequenti in ogni lingua, e il mondo non sarebbe intero se non ci fossero tutti i membri della società. Non conta quanto poco importante tu ti possa sentire, tu lo sei, come le paper clips che tengono insieme i più importanti documenti del mondo, un’altra metafora della storia. C’è uno schwa anche in italiano anche se non è chiamato così: è la “e” alla fine di molte parole italiane, quello è il suono dello schwa.

D: L’invisibilità di Calvin, così come rimarcata nel titolo, sembrerebbe essere un elemento sovrannaturale, una capacità magica. Quanto c’è di magico, se del magico c’è, in questo romanzo?
R: Volevo sfidare il lettore creando questo potere quasi ma non proprio soprannaturale. È strano, è bizzarro, è un aspetto buffo della realtà ma è davvero soprannaturale? Forse sì, forse no. Io lo vedo piuttosto come uno scherzo del cosmo a noi, perché credo che Dio abbia un grande senso dell’umorismo. Altrimenti come si potrebbero spiegare i canguri o Lindsey Lohan?

D: Lei è uno scrittore di successo, come è arrivato a esserlo? Che consigli darebbe a chi volesse provare a scrivere storie?
R: Ho imparato che sono cinque gli elementi per diventare uno scrittore di successo

  1. Devi scrivere, scrivere e ancora scrivere. E quando hai finito di scrivere, ricomincia.
  2. Devi riscrivere perché l’aspetto più importante e più difficile del processo di scrittura è la revisione.
  3. Devi leggere molto, non soltanto un genere, ma ogni genere di testo per imparare come gli altri scrittori vedono il mondo e trasformano in storie la loro visione.
  4. Devi essere perseverante e determinato. Spesso, quando ci troviamo di fronte a dei successi inattesi non si tratta proprio di una botta di fortuna. In genere quella persona ha fatto grandi sforzi e sacrifici e ha dovuto sopportare molti fallimenti prima che il successo arrivasse.
  5. Non rinunciare mai a un’opportunità perché non sai mai quale possa cambiarti la vita.

D: C’è tra i suoi personaggi uno che ha amato di più e perché?
R: Antsy è uno dei miei preferiti, perché è così divertente e così realistico. Mary Hightower di Everlost è il mio personaggio preferito perché è un gran bel cattivo e spiega come talvolta il più grande male del mondo possa essere prodotto da persone che credono di perseguire il bene, e sono così convinte della giustezza del proprio punto di vista da diventare miopi e non essere in grado di vedere le conseguenze reali delle loro azioni. Talon ne Il Popolo degli oscuri è un personaggio che mi piace molto perché ha vissuto una vita innocente e al sicuro in una civiltà segreta nascosta tra le strade di New York e la sua avventura per diventare un eroe, il doversi scontrare con un mondo esterno che è strano e gli dà spavento, è un percorso davvero nobile.

Titolo: Calvin l’invisibile
Autore: Neal Shusterman
Editore: Piemme
Dati: 2010, 337 pp., 8 €

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Piccoli protagonisti alla corte di Napoleone III

Il romanzo per bambini La scala dorata di Lia Levi celebra l’Unità d’Italia e lo fa raccontando una storia i cui protagonisti, due bambini gemelli, Doriana e Alessandro, vivono ingenuamente alcuni tra i giorni più importanti della nostra storia e sono, spesso loro malgrado, coinvolti nei segreti e nei meccanismi dell’alta società.

Quando ho iniziato a leggere questo romanzo immaginavo qualcosa di diverso, forse più banalmente celebrativo, appunto, invece mi sono ritrovata immersa in una Parigi tinteggiata con freschezza e realismo in cui i due piani, quello pubblico (della politica, della società) e quello privato (la crescita intima e personale dei due bambini) proseguono prima parallelamente per poi intrecciarsi. Siamo nel 1858. Doriana e Alessandro sono figli di un diplomatico del regno di Sardegna convinto della necessità che Napoleone III appoggi la causa italiana contro gli austriaci; affinché questa ipotesi si concretizzi si trasferisce con tutta la famiglia nella capitale francese e comincia a intessere quella fitta ragnatela di rapporti che è sempre stata premessa necessaria ai fatti politici.

La moglie, donna molto bella, si occupa delle relazioni sociali con le dame parigine, lui, nominato primo segretario d’Ambasciata, di quelli prettamente politici; e i bambini? Beh, anche loro faranno la propria parte, una parte ben consistente, considerato che ai fatti già succosi di quegli anni si aggiungerà la fantasia e il gusto per il mistero dei due ragazzini.

Perché gli intrighi in questo romanzo non sono solo politici, anzi, direi che lo sono in minima parte, la densità e l’interesse degli eventi sono dati proprio dall’attitudine dei due ragazzini che di fatto assistono alla storia con quel protagonismo drammatico che è straordinario negli adolescenti  e quindi diventandone parte attiva. Sembra quasi che vivano quegli eventi come se fossero i personaggi di un quadro vivente, come era tanto di moda all’epoca: ognuno ha un suo ruolo simbolico e rappresenta qualcosa.

A due bambini intelligenti in quegli anni, in quella città, tutto può succedere, dallo scoprire che anche la mamma, così bella e perfetta, può essere fragile o addirittura nasconda un importante segreto; che anche così piccoli si possono fare promesse importanti (di sposarsi per esempio!), che la speranza che Torino diventi capitale del Regno d’Italia non è cosa così improbabile e che, anzi, questa ipotesi sia abbastanza fondata da resistere anche alle bombe (e alla strage) lanciate da Felice Orsini contro la carrozza di Napoleone III.

Lia Levi è stata a lungo giornalista prima di diventare una scrittrice e in questo suo romanzo si percepisce un tono immediato e esplicativo che probabilmente è dovuto proprio alle sue passate esperienze. Una lettura piacevole e densa di riferimenti alla storia, riferimenti che divengono delle vere e proprie informazioni, dei dati, in appendice al romanzo. La scheda storica di Luciano Tas racconta, infatti, del percorso del nostro paese verso l’unità, ci spiega chi fosse Napoleone III e anche come un’unica, avventata, azione da parte di un piccolo gruppetto di uomini capeggiati da Felice Orsini avrebbe potuto essere pericolosa per l’Italia intera.

Le illustrazioni di Barbara Bongini lineari e immediate sono assolutamente utili a ricondurre il lettore, distratto dalla contemporaneità dei pensieri dei bambini, in un mondo affascinante di pizzi, cuffiette e carrozze.

Titolo: La scala dorata
Autore: Lia Levi
Editore: Piemme
Dati: 2010, 218 pp., 8,00 €