3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale.

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Venerdì

Cloud Nothings – I’m Not Part Of Me

Ritornano i Cloud Nothings, la band più anni ’90 della scena, capitanata dall’incazzato Dylan Baldi. Il disco – Here And Nowhere Else – uscirà il 31 marzo in Europa per Wichita e il primo Aprile in USA per Carpark/Mom+Pop e I’m Not Part Of Me è  il dissociato singolo che lo anticipa: quattro minuti e mezzo di pure vampe. Attenzione, potreste scottarvi.

http://cloudnothings.com/

 

Sabato

Alvvays – Adult Diversion

Degli Alvvays so davvero poco e quello che so lo condivido: vengono da Toronto e fanno un rock che è un misto tra lo shoegaze da salotto dei Pains Of Being Pure At Heart e il lo-fi underground newyorkese (vedi: The Babies e dintorni). Che altro? Ah sì, questo singolo spacca.

http://www.alvvays.com/

Domenica

Own Boo – Edie

Ancora meno so degli Own Boo, che però sono Italiani – a quanto pare vengono da Brescia – e hanno pubblicato un singolo che è rock e psichedelico, che è crunchy e dreamy, che è sostanzialmente un gran – gran – gran bel pezzo. Seguiteli, ho un certo presentimento che ne varrà la pena.

http://ownboo.tumblr.com/

Buon weekend a tutti.

 

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale.

blank realm

Venerdì

Blank Realm – Back To The Flood

 

Direttamente da Brisbane una delle band più interessanti di questo inizio 2014. Loro sono i Blank Realm, il disco – uscito il 13 di Gennaio per Fire Records –  si chiama Grassed Inn  e suonano uno psych-rock denso e fluido. Per iniziare vi consiglio  l’adrenalinica Back To The Flood, opening track di questo disco. Dopodiché, sono sicuro, non riuscirete a fermarvi.

https://www.facebook.com/blankrealmband

 

Sabato

The Notwist – Kong

Il video ancora non c’è, ma la canzone sì, e che canzone. Tra le cose uscite ultimamente sicuramente una di quelle che rimarrà per l’intero l’anno. D’altronde sono i Notwist e non potevano che bagnare così il loro esordio in SubPop. Di che stiamo a parlare.

http://notwist.com/

 

Domenica

Kevin Morby – Harlem River

Kevin Morby è stata una delle più belle sorprese musicali dello scorso anno. Svestiti i panni di bassista dei Woods e co-leader dei The Babies, Kevin ha dimostrato tutte le sue doti di songwriter urbano, cupo e metallico, dylaniano e velvettiano, nel suo ottimo disco d’esordio. E il blues bellissimo di questa  Harlem River, il cui video è uscito proprio ieri, ne è la prova tangibile.

https://www.facebook.com/kevinrobertmorby

Buon weekend a tutti.

 

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

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Venerdì

Real Estate – Talking Backwards

 

Forse uno dei ritorni più attesi di questa stagione musicale – certamente molto atteso da me –  è quello dei Real Estate, band originaria del New Jersey che in due dischi è riuscita a conquistare un posto nel cuore di molti. Ad anticipare l’album, Atlas, in uscita per 4ad  agli inizi di Marzo, questa agrodolce – e bellissima –  Talking Backwards, che ben sintetizza l’animo nostalgico-allegro della band. Quando si dice: partire con il piede giusto.

http://talkingbackwards.realestatetheband.com/

 

Sabato

Kevin Drew – Good Sex

Kevin Drew è una delle anime dei Broken Social Scene, tra le indie rock band più talentuose su questo pianeta. Già alcuni anni fa, il nostro si era avventurato – e molto bene – in un’avventura solista, Spirit If, ora ci riprova con Darlings, anch’esso in uscita a marzo con la solita Arts & Crafts. Good Sex è il singolo che lo anticipa ed è una canzone in pieno stile Drew che vi conquisterà al primo ascolto.

http://kevindrewmusic.com/

Domenica

Les Man Avec Les Lunettes – Former Leader

Ancora di un ritorno voglio parlarvi per la canzone della domenica. Mancano dalle scene da un po’ di anni e ne avevo sentito la mancanza, ma ora eccoli qui di nuovo, loro sono Les Man Avec Les Lunettes, e in Italia fan rima con Indie Pop. L’album, Make It Happen, in uscita per WWNBB Collective, è anticipato da questa speciale versione di Former Leader – differente da quella che si troverà nel disco – mixata da Gary Olson del Ladybug Transistor e masterizzata da Lorenzo Coperchi.  Tanta Roba.

http://lemanavecleslunettes.tumblr.com/

Buon weekend a tutti.

 

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

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Venerdì

 

Woods – Leaves Like Glass

 

È notizia di ieri che i Woods sono pronti a ricalcare le scene con un nuovo album. Si chiamerà With Light And With Love e uscirà per Woodsist intorno al 15 di aprile. Come assaggio però, la band di Brooklyn ci regala adesso questo Leaves Like Glass, ballad folk morbida e dalle tinte solari. Tra l’altro, a quanto si dice, il disco avrà queste caratteristiche: singing saw, heavier emphasis on percussion, and a saloon piano. Wow.

https://www.facebook.com/woodsfamilyband

 

Sabato

 

Ecole Du Ciel – Stars Feed On Fire

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=3853393009/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/artwork=small/t=3/transparent=true/

Gli Ecole Du Ciel vengono da Bari e suonano un post-rock di matrice hardcore fatto di tensione e distensione, melodie e urla, colpi di batterie e muri di chitarre che sanno smuovere e commuovere. Questa Stars Feed On Fire ne è un bell’esempio, ma potete scaricare gratuitamente il disco Heartbeat War Drum, uscito per la Already Dead Tapes a fine anno, direttamente qui. Top.

https://www.facebook.com/ecoleduciell

 

Domenica

 

Hospitality – Rockets & Jets

Ritornano gli Hospitality, autori, un paio di anni addietro, di un disco indie pop tra i più interessanti. Ritornano con un album  – Troubles, in uscita a fine mese per la Merge – più cupo, in cui la band newyorkese si discosta dai cosiddetti canoni del genere e questa Rockets & Jets ne è una succulenta anticipazione. Dal canto nostro non possiamo che essere contenti di ascoltare ancora la voce calda di Amber Papini.

https://www.facebook.com/hospitalitylives

Buon weekend a tutti.

 

L'algida bellezza dell'orrore – Su Passi di Jerzy Kosinski

kosinski

Mi hanno sempre affascinato gli scrittori che riescono a scrivere romanzi in una lingua acquisita. La costanza, l’impegno che ci hanno messo per diventare scrittori in una seconda lingua, con una consapevolezza estrema di quelle che sono le regole, il suono, le costruzioni sintattiche e oltre a questo la capacità di romperle, quelle regole, di creare a partire da un pugno di parole e segni d’interpunzione, be’, devo ammetterlo, è la cosa che più di tutte mi fa pensare all’esistenza di un demone della letteratura. Questi autori non sono molti e nel mio immaginario si tratta sempre di esuli che per forza di cose hanno dovuto imparare una seconda lingua. C’è Nabokov, tra questi, ci sono Joyce, Kundera, Solzenicyn, Beckett e c’è anche Jerzy Kosinski. Emigrato negli Stati Uniti alla fine degli ’50, Kosinski si è ambientato relativamente presto, diventando da subito un frequentatore assiduo  del jet-set e il prototipo dello scrittore mondano per eccellenza. Dietro questa facciata luccicante emersero però misteriosi episodi legati al passato, forse legami con i servizi segreti o altri risvolti ambigui mai del tutto chiariti.

“Tornai a guardare il suo vestito e a un tratto mi resi conto che era un uomo. Il mio stato d’animo mutò di colpo. Sentivo dentro di me una sete di piacere e di abbandono, ma avevo anche l’impressione di essere stato accettato troppo prontamente: a un tratto, tutto era diventato molto prevedibile. Tutto quello che potevamo fare era esistere l’uno per l’altro solo come promemoria dell’io.”

Chi fosse veramente K nessuno lo seppe mai, sappiamo però che decise di porre fine alla sua vita suicidandosi all’improvviso, nel 1991. Possiamo inoltre affermare con certezza  è che è stato uno scrittore, uno dei primi a giocare con l’autofiction, uno dei primi a mettere la propria biografia, filtrata dalla scrittura, al centro di una poetica coesa, e tutto questo non parlando direttamente di sé, ma servendosi di allusioni significative e di continui rimandi. Non siamo soliti fare processi alle vite degli autori, né tantomeno esaminare  le loro opere attraverso le biografie, ma quando il gioco si fa esplicito risulta difficile non tenerne conto.

“Come l’hai conosciuta?
Abitava nel mio palazzo
Allora è stato un caso?
Non proprio. C’erano alcune centinaia di inquilini nel palazzo – è lungo un intero isolato, sai – e io avevo captato le voci di molti di loro, la sua voce era tra le voci.
Come sarebbe a dire “tra le voci”?
Tra le voci, le loro voci; sai, ho firmato il contratto di affitto quando il palazzo era ancora in costruzione, e potevo gironzolare negli appartamenti non finiti. Allora mi interessavo di elettronica. In tutti gli appartamenti del mio piano e dei due piano sottostanti nascosi una microspia. […] Nel mio appartamento installai una radio fatta apposta con la quale potevo ricevere le trasmissioni ogni volta che volevo: e ascoltare le loro voci. […]ùDopo che cominciaste a uscire insieme… le dicesti che l’avevi tenuta sotto controllo?
No.
Continuasti a tenere sotto controllo l’appartamento?
Per qualche tempo sì. Ma smisi presto. Mi sentivo come uno scienziato che ha portato a termine il suo studio: l’esemplare osservato e registrato e analizzato per tanto tempo ha cessato di essere un mistero. Ora potevo manipolarla: era innamorata di me.”

Prendiamo Passi, suo romanzo  capolavoro e vincitore del National Book Award nel 1968, da poco edito in Italia da Elliot. Ecco, Passi è tutto incentrato sul concetto di ambiguità: non ci sono collocazioni temporali, non ci sono coordinate spaziali, non ci sono nomi, non ci sono cognomi, non vi è alcuna linearità narrativa. Cosa abbiamo invece? Abbiamo una voce che in prima persona descrive delle situazioni, racconta degli episodi in soggettiva; abbiamo dialoghi in presa diretta, scritti in corsivo; abbiamo un solo intervento di un narratore in terza persone, e si tratta dell’intervento finale, quello conclusivo. Si possono intuire un regime,una guerra, una società capitalistica, una società individualista, delle periferie rurali, dei centri urbani, ma è tutto avvolto in una nebbia di fondo. La mancanza di coordinate, unita all’algida bellezza e trasparenza di una lingua che sembra padroneggiata fin nei minimi dettagli, creano un effetto di fondo che è di spaesamento e di terrore.  Gli episodi, tutti narrati con freddo distacco dal protagonista, raccontano storie di individui normali, razionali, che compiono gesti orribili – come a dire che il male è insito nell’animo umano e perpetrarlo non è poi così difficile, basta spingersi un attimo più in là, basta fare quel passo in più che ti fa scavalcare la linea di demarcazione da quello che eravamo soliti chiamare “bene”. L’impressione generale di questi spaccati è quella di un affresco orribile e spaventoso, che ricorda Bosch, che ricorda Lovecraft, in cui l’umanità dell’uomo sembra lontana e persa. Non c’è consolazione, né possibilità di recupero: la violenza e il dominio del male si rincorrono in una sorta di meccanismo perverso, che supera ogni ostacolo e ogni immaginazione. Il lettore osserva tutta questa decadenza, tutto questo sfiorire da una visuale privilegiata, una terrazza sull’orrore raffigurato con sapienza artistica da Kosinski, pezzo dopo pezzo, passo dopo passo. Benvenuti all’inferno, c’eravate già.

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Passi 

Autore: Jerzy Kosinski

Traduttore: Vincenzo Mantovani
Editore: Elliot
Dati: 2013, pp. 156, € 16,00

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Umorismo, Pastiche letterario ed Emarginati – Gli ingredienti di Dieci Dicembre di George Saunders

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Pare un buon momento per i racconti, là fuori. E questo non da un punto di vista della produzione, i buoni racconti si sono sempre scritti e sempre se ne scriveranno, no, io parlo dell’aria mediatica che si respira intorno o, se vogliamo essere più contemporanei e à la page, dell’hype. La Munro vince il Nobel, Jennifer Egan il Pulitzer con un romanzo in forma di racconti, si riscoprono autori come Silvio D’Arzo e anche da queste parti, finalmente, iniziamo ad accorgerci che la short story è un mondo affascinante. Insomma, è davvero un buon momento per un genere che in passato, ma forse anche adesso, è sempre stato alquanto avversato dall’industria culturale: convincere una casa editrice a pubblicare una raccolta di racconti non è cosa facile, i racconti non si vendono, i racconti non li legge nessuno, meglio un romanzo. Eppure la tempesta di premi che sta piovendo addosso a chi i racconti li ha sempre scritti sta forse cambiando qualcosa. E allora ecco che anche case editrici  come la Minimum Fax, che nei racconti ci ha sempre creduto, anzi, ne ha fatto per un certo verso il suo cavallo di battaglia, iniziano a raccogliere giustamente un po’ di frutti da questa nuova primavera delle narrazioni brevi.

Siamo andati via di casa, ci siamo sposati, siamo diventati genitori, abbiamo scoperto che il seme della grettezza fioriva anche dentro di noi

Dieci dicembre di George Saunders è l’ultimo arrivo in casa Minimum Fax, una raccolta di racconti, la quarta per lo scrittore americano (che prima in Italia era pubblicato da una non troppo convinta Einaudi), in lizza – e pure tra i più accreditati – per il National Book Award. Saunders si inscrive in quella tradizione americana che si è concentrata sul comico e sull’ironia come, per citarne alcuni, Donald Barthelme, Kurt Vonnegut e David Foster Wallace. Ed è proprio questo il carattere distintivo dello scrittore Texano, l’umorismo, accompagnato da una verve linguistica istrionica, capace di mutare voce a seconda del personaggio che in quel momento sta raccontando la storia: tutti i racconti di Saunders infatti hanno uno o più narratori interni, una tecnica mimetica che rende la lettura piacevole e coinvolgente. Infatti le vette più alte della raccolta, almeno secondo chi scrive, coincidono quando due punti di vista si scontrano nel raccontare lo stesso evento: i due bambini protagonisti de Il giro della vittoria, o le due mamme a confronto ne Il Cagnolino, e il bellissimo racconto finale Dieci dicembre, che dà il nome all’intera raccolta, in cui un uomo ammalato di tumore allo stadio terminale cerca il suicidio e viene salvato da un bambino che a sua volta si mette nei guai.

Anders ha detto: Chissà come sembro strano agli uccelli. Non ha riso nessuno, abbiamo solo fatto verso che uno fa invece di ridere, così Anders non rimaneva male, dato che sua madre morta da poco.

Ma non finisce qui, la trasversalità compositiva di Saunders si applica anche sul piano formale: il pastiche, il crocevia dei generi e il suo utilizzarli per poi ribaltarli, rivoltarli coma un calzino, unito all’uso di forme di scrittura della vita quotidiana come le mail o il diario sono altri elementi che caratterizzano la sua scrittura. Ed ecco allora la fantascienza comparire in Fuga dall’Aracnotesta e ne Le Ragazze Semplica, il documento ufficiale in Memorandum, il diario sempre ne Le Ragazze Semplica. Ne viene fuori un quadro molto eterogeneo da un punto di vista stilistico, ma estremamente coeso dal punto di vista tematico, simile, se vogliamo, ad un’opera cubista. Le narrazioni di Saunders riguardano tutte la grande società capitalista, i danni che ha provocato e dove ha portato i rapporti umani, dove li ha spinti, che cosa significa far parte di una famiglia, cosa significa avere dei sentimenti, delle ambizioni, dei desideri in un consesso umano dove la mercificazione, l’intrattenimento, la competizione, la regolazione del mondo  sono penetrati così nel profondo. E lo sguardo non è, come già detto, quello tragico del non-c’è-più-niente-da-fare, lo sguardo è quello penetrante del dubbio, perché è grazie al dubbio, alla messa al bando di ogni certezza, che potremmo tirarci fuori, forse, dalla melma in cui tutti noi siamo caduti. Ma Saunders lo dice meglio e in maniera più delicata e divertente della mia, quindi fatevi un favore, leggetevelo.

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 Dieci Dicembre

Autore: George Saunders

Traduttore: Cristiana Mennella
Editore: Minimum Fax
Dati: 2013, pp. 224, € 15,00

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Gli origami iper-realistici di Nguyễn Hùng Cường

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Qui su AtlantideZine la nostra competenza in fatto di origami si limita alla realizzazione di modestissime barchette di carta (e non potrebbe essere altrimenti: siamo o no in mezzo al mare??), e guardiamo sempre con grande ammirazione, e un pizzico di invidia, quelli che, con pochi abili gesti e l’esecuzione di piegature che ai nostri occhi profani appaiono poco più che casuali, realizzano le simpatiche ranocchie o le tradizionali gru giapponesi. Immaginatevi la nostra meraviglia quando ci siamo imbattuti nelle opere di Nguyễn Hùng Cường, l’artista vietnamita autore degli origami che vedete in questa pagina. Per realizzare i suoi iper-realistici origami, talmente dettagliati da sembrare quasi delle sculture, Cường adopera vari tipi di carta, tra cui le banconote, ma nutre una particolare predilezione per la tradizionale carta vietnamita fatta a mano (), alle cui peculiari caratteristiche si deve l’apparente morbidezza delle sue creazioni.

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Artista per hobby (nonostante non nasconda la speranza di avere, un giorno, l’opportunità di pubblicare un libro che raccolga il suo repertorio di figure di carta), Cường racconta in una breve intervista rilasciata al sito All Things Paper come la sua passione per l’arte di piegare la carta sia nata prestissimo, quando aveva appena sei anni, e come all’età di dieci anni abbia realizzato il suo primo origami originale.

“Ciò che amo degli origami è che posso realizzare qualsiasi cosa da un singolo foglio di carta semplicemente piegandolo. Poiché non sono bravo con le parole, uso l’origami per comunicare le mie idee, le mie emozioni, e le bellezze di questo mondo”, recita la breve bio di Cường riportata sulla sua pagina Flickr (che vi consigliamo di visitare per poter ammirare tutte le creazioni di questo giovane talento di Hanoi). Tra le sue opere, ci hanno particolarmente colpito quelle dedicate al regno animale, di cui potete vedere alcuni esempi nella galleria qui sotto.

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via Juxtapoz

Istruzioni per l'uso: non contemplare!

Urban Quilombo © Sebastián Liste

“La fotografia è un’arte.” Probabilmente nessuno di noi avrebbe qualcosa da obiettare di fronte a una tale asserzione. La storia, in effetti, la conferma: già nella prima metà del XX secolo le fotografie hanno sostituito i dipinti sulle pareti di alcune gallerie d’arte, e i fotografi sono diventati artisti a tutti gli effetti quando le loro stampe da negativo sono state ammesse nel santuario dell’arte contemporanea, il MOMA.

Freedom Fighters © Johann Rousselot/ Signatures

Chi decide, però, quali fotografie sono arte e quale fotografo è un artista? Sul finire degli anni Settanta, negli USA, alcuni gruppi di fotografi e teorici della fotografia hanno contestato l’autorità, ai tempi pressoché assoluta in questo campo, del MOMA. Questi nuclei dissidenti sostenevano che la vera fotografia artistica non fosse quella formalista e apolitica glorificata dal museo newyorchese, ma quella postmoderna, caratterizzata da immagini con un chiaro contenuto sociale, sempre accompagnate da un testo che ne chiarisse ulteriormente il contesto storico. La fotografia documentaria, insomma, sarebbe dovuta diventare il modello di una nuova arte fotografica politicamente compromessa.

Il Visa pour l’Image di Perpignan è senza dubbio il festival di giornalismo fotografico più noto a livello europeo. Ogni anno, nel mese di settembre, diversi edifici storici della cittadina francese si trasformano in musei, e ospitano i lavori di numerosi fotografi più o meno noti a livello internazionale. La possibilità di visitare gratuitamente tutte le mostre crea lunghe code in cui si mescolano fotografi dilettanti, professionisti e semplici curiosi delle più diverse provenienze e fasce d’età.

Anche se il giornalismo fotografico e la fotografia documentaria sono due pratiche teoricamente distinte – la seconda, ad esempio, si serve spesso di immagini costruite che sono rigorosamente vietate nella prima -, a Perpignan, dove il contenuto sociale e la valenza politica dell’immagine sono gli indiscutibili protagonisti del festival, è difficile non pensare all’insegnamento del postmodernismo americano.

The Marsh Arabs of Iraq © Nik WheelerD’altra parte, nei ventisette reportage fotografici presenti quest’anno – che trattano sia i fatti più discussi dai media mondiali sia quegli eventi che tanta stampa internazionale ignora sistematicamente perché non fanno notizia – la fotografia non è mai concepita in senso formalista come mezzo autosufficiente: ogni esposizione è infatti introdotta da un testo che si propone di contestualizzare con precisione le immagini e chiarificare le dinamiche politico-economiche che sono all’origine degli avvenimenti rappresentati. Le didascalie al di sotto di ogni fotografia sono un ulteriore invito ad un rapporto più cognitivo che contemplativo con il contenuto visuale rinchiuso nei bordi della cornice.

Parafrasando un’esponente di spicco del postmodernismo fotografico statunitense, Martha Rosler, si tratta di poche immagini che, a differenza di molte altre, anziché esortare alla contemplazione del mondo-come-spettacolo obbligano a riflettere sulla responsabilità sociale ed esortano all’azione. Se dovessimo credere a quei gruppi di fotografi critici nordamericani che negli anni Settanta si opposero al formalismo dominante, a Perpignan avremmo a che fare, una volta tanto, con vera arte fotografica.

North Korea © Pedro Ugarte & Ed Jones

Post Scriptum. Poiché i ventisette documentari fotografici trattano ognuno un tema diverso, abbiamo deciso di non tentare di riassumerne qui in poche righe i contenuti – che sono reperibili nella sezione esposizioni della pagina web del festival -, con un’operazione che sarebbe l’esatta antitesi della necessità della contestualizzazione chiara degli eventi affermata sopra.

Perpignan

Fino al 16 settembre

Perpignagn, Francia

http://www.visapourlimage.com

La mania del souvenir

Estate. Da almeno un secolo la stagione più calda dell’anno è anche la più desiderata: per molti l’arrivo dell’estate è sinonimo di fuga dalla routine quotidiana, di partenze per destinazioni vicine e lontane, di viaggi più o meno risposanti, insomma di vacanze e soprattutto di turismo.

Anche a Barcellona il termometro parla chiaro: con l’aumento della temperatura, gli indigeni affollano gli aeroporti e i visitatori – già numerosi nel resto dell’anno – si appropriano definitivamente delle ramblas. Ad entrambe queste schiere di viaggiatori – quelli che arrivano in città e quelli che si preparano a lasciarla – sembra rivolgersi l’unica esposizione estiva del Centre de Cultura Contemporània de Barcelona (CCCB), intitolata emblematicamente (ed internazionalmente) Souvenir.

Si tratta di una mostra dedicata a Martin Parr, fotoreporter e fotografo britannico, membro della nota agenzia Magnum Photos, autore di una cinquantina di libri di fotografia e protagonista di un numero ben più alto di esposizioni monografiche.

Martin Parr potrebbe essere facilmente catalogato come fotografo documentarista. Le sue immagini sono un susseguirsi di istantanee di vita quotidiana, riprodotte senza alcuna forma di lirismo, come se il loro unico fine fosse quello di andare ad occupare le pagine di un memorandum degli usi e costumi del nostro secolo. L’osservatore contemporaneo, però, posto di fronte a questa ordinarietà cui non è stata concessa alcuna redenzione estetica, è quasi costretto a fermarsi a riflettere su ciò che fino ad un attimo prima avrebbe velocemente liquidato come fatto ovvio, normale. La finalità critica del lavoro di Parr è immediatamente evidente, ma si tratta di una critica ironica, condotta a colpi di lenti macro, colori ipersaturati e soggetti che suscitano il sorriso.

Verve documentaria, critica e ironia si mescolano anche nell’esposizione organizzata dal CCCB. I souvenir del titolo sono innanzitutto quelli acquistati e prodotti nell’esercizio della pratica di massa per eccellenza dei nostri giorni, il turismo. Le fotografie di Parr raccolte per l’occasione – tra cui la serie inedita realizzata a Barcellona – sono una fenomenologia in immagini del viaggio-vacanza e della necessità documentaria che anima i suoi protagonisti, ritratti in possesso di cartoline e oggetti immancabilmente kitsch, mentre scattano istantanee in luoghi-simbolo o inseguono la testimonianza più effimera del soggiorno tropicale, l’abbronzatura.

Sulle pareti del CCCB, però, la critica diventa autocritica, e lo sguardo ironico del fotografo si rivolge verso se stesso. Nell’esposizione si trovano infatti fianco a fianco gli scatti sarcastici del Parr fotografo e le cartoline e gli oggetti banali che il Parr collezionista ha raccolto nel corso degli anni, nonché una serie di autoritratti in cui è l’artista a fare la parte del turista, immortalato a colori sgargianti da fotografi di mezzo mondo. Riunite in uno stesso luogo, queste immagini svelano il collezionista di souvenir che si nasconde in ogni fotografo, produttore per eccellenza di oggetti – le fotografie – che immobilizzano un momento soltanto per rivederlo. E a tutti noi, turisti e fotografi d’occasione, Martin Parr sembra domandare perché sentiamo il bisogno di registrare in una fotografia o in un oggetto un’esperienza che comunque rimarrà impressa nella nostra memoria – la sua risposta, la potete trovare nel suo blog.

Fino al 21 ottobre 2012
CCCB ( Centre de Cultura Contemporània de Barcelona
C/ Montalegre 5, 08001 Barcellona
http://www.cccb.org/

Cosa resta del Dadaismo?

C’è stato uHans Richter - Man Kann, 1960n momento, a ridosso della fine del primo conflitto mondiale, in cui la devastazione e l’orrore provocati da quella stessa sanguinosissima guerra furono vissuti come l’inevitabile portato di una cultura vecchia, autoritaria e violenta. Il termine dei combattimenti venne accompagnato, prima nella neutrale Svizzera e poi nel resto dell’Europa centrale, dall’improvvisa nascita di un movimento avanguardistico che trovava nel totale rifiuto delle regole linguistiche ed estetiche la propria prerogativa e il proprio manifesto. Il Dadaismo nacque dalla voglia di libertà dei suoi membri e in totale libertà si sviluppò a cavallo tra le due guerre.

Hans Richter - Dreams that money can buy (still), 1947L’artista e cineasta tedesco Hans Richter (Berlino, 1888 – Locarno, 1976) è uno dei migliori esempi dello spirito Dada. Infarcito delle modalità pittoriche dell’espressionismo tedesco, trova presto scomodo l’angusto spazio della tela, troppo risicato per le sue ambiziose sperimentazioni. Si sposta, allora, sui rotoli di origine orientale, ma anche quelli rimasero solo una tappa intermedia di una progressione artistica che cerca di restituire il movimento in assoluta purezza. L’unica soluzione era il film ed egli è tra i primi e più eccelsi sperimentatori di quel nuovo mezzo espressivo, giungendo sino ad aggiudicarsi un Leone d’Oro a Venezia per il lungometraggio Dreams That Money Can Buy (1947), presente nella mostra Dada fino all’ultimo respiro assieme ad altri trenta esemplari della produzione cinematografica del grande artista tedesco e di altri suoi contemporanei e compagni dadaisti, quali Marcel Duchamp, Fernand Léger e Man Ray. Queste opere, sommate alle settanta testimonianze grafiche e pittoriche che spaziano lungo tutta la carriera artistica di Richter, compongono l’importante retrospettiva che il MACA di Acri (Cs) ospita fino al 7 ottobre 2012.

You are the one who has Changed from Gabe Vega on Vimeo.

Hans Richter, Variation sur le theme des tetes dadaLa mostra, a cura di Marisa Vescovo e realizzata in collaborazione con le associazioni culturali De Arte e Oesum Led Icima, è un dovuto omaggio a uno dei più importanti e poliedrici artisti del Novecento, capace di restituirne lo spirito innovatore in un allestimento che non trascura nessuno dei numerosi media artistici a cui Richter si è dedicato durante la sua lunga carriere.

Giuseppe Lo Schiavo, I Stay Here, 2012, cm 40x 65, fine art printA partire dal 15 settembre 2012, alla mostra verrà affiancata un’esposizione di lavori dei sette giovani artisti vincitori del concorso Young at Art (Walter Carnì, Giuseppe Lo Schiavo, Armando Sdao, Valentina Trifoglio, Giuseppe Vecchio Barbieri e il duo MovimentoMilc, formato da Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio), che reinterpreteranno, ognuno attraverso il proprio peculiare stile, le suggestioni provate confrontandosi con l’opera di Richter, dando vita a un’interessante riflessione sull’eredità del Dadaismo nell’arte contemporanea, declinata attraverso l’intero spettro delle sue modalità espressive: pittura, scultura, body art, grafica vettoriale, fotografia e video-arte. Per chi fosse curioso, alcune opere dei sette giovani artisti sono visibili al link http://www.mediocratitour.it, in una riproposizione digitale della mostra che li ha visti protagonisti al MACA nei mesi di aprile e maggio.

Hans Richter. Dada fino all’ultimo respiro
fino al 7 ottobre 2012
http://www.museovigliaturo.it