La Storia, Steven Spielberg, Abraham Lincoln e gli Stati Uniti d'America

[rating:85/100]

L’attenzione di Steven Spielberg nei confronti della Storia non è una novità né lo è la sua passione per la nazione degli Stati Uniti d’America e quegli ideali di civiltà, giustizia sociale, libertà e democrazia che nell’immaginario collettivo discendono dritti dritti dal mito della rivoluzione americana e dei padri fondatori. È chiaro quindi che un film sulla figura storica di Abraham Lincoln possa rappresentare la summa dell’attuale cinema di Spielberg e ritengo possa anche essere un’operazione importante in questo periodo storico. Il cinema infatti rimane un mass medium di portata immensa e diffusione globale e, specie quando si tratta di un regista affermato e blasonato come Spielberg, può riuscire a spostare l’attenzione di uno spropositato numero di persone su un tema, seppur per un breve momento. E non solo: il cinema (come la televisione), benché abbia da tempo dismesso ogni ambizione di funzioni didattiche o sociali, è anche uno strumento sorprendentemente efficace per affrontare argomenti di importanza sociale e culturale e persino per fini didattici, anche se da decenni lo mortifichiamo riducendolo a futile strumento di intrattenimento e svago.

LINCOLN

Portandomi dietro questo bagaglio di considerazioni capite voi stessi con quale interesse e aspettative io sia andato a vedere Lincoln di Spielberg. Il film racconta sostanzialmente gli eventi dell’inverno del 1865, periodo in cui Lincoln, durante il suo secondo mandato presidenziale e mentre il Paese era sconvolto dalla guerra civile, riuscì abilmente a far passare il celebre tredicesimo emendamento che aboliva la schiavitù e di fatto metteva fine alla guerra. Metto subito in chiaro che Lincoln è un film bello, importante, da vedere e che le mie aspettative sono state assolte, sebbene non in toto. E vado brevemente a spiegarmi.

Punto di forza è certamente il rigore storico, il lavoro sui documenti, il non cedere alla tentazione di spettacolarizzare lasciando invece che la narrazione sia dominata dalla parola: dai dialoghi, o meglio, dai monologhi di Abraham Lincoln, estratti e cesellati con un abile lavoro di taglia e cuci dai documenti originali.  Nella forma si tratta di un film rosselliniano se mai ce n’è stato uno e mi sembra evidente che Steven Spielberg conosca bene il cinema (e la televisione) di Roberto Rossellini e li abbia studiati a fondo durante la realizzazione del suo Lincoln. Il modo di raccontare gli eventi storici riesce ad essere insieme chiaro, convincente ed avvincente come forse solo Spielberg è oggi in grado di fare: la caccia ai voti democratici e repubblicani necessari per far passare l’emendamento, la bravura nel tenere le fila del proprio partito e prendere decisioni coraggiose e impopolari, l’interpretare i momenti storici e diventarne autore diventano i temi di un film hollywoodiano di largo consumo e questo, francamente, ha un che di prodigioso.

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Purtroppo però Spielberg non è stato altrettanto rosselliniano, altrettanto coraggioso, sul piano dei contenuti o sulla costruzione dei personaggi e alla fine il senso stesso dell’opera, inesorabilmente, tende a sfociare nell’insidiosa retorica. Il suo Abraham Lincoln è un personaggio da noi distante anni luce, sovrumano, soprattutto nella sua attività di leader politico: non lo vediamo mai commettere un errore, mai scosso da un dubbio, sempre serafico, impassibile e mai teso o intimorito dal corso dei drammatici eventi che sconvolgono il suo Paese. E valgono a poco poi i momenti di debolezza e umanità nell’ambiente familiare, con la moglie e i figli, che cozzano talmente con la figura pubblica da apparire posticci e superflui, ininfluenti. Un altro problema nella sostanza del film è che, nonostante si parli di una grande conquista civile di cui può gioire l’intera l’umanità, la storia non riesce ad universalizzarsi, a diventare patrimonio comune, e rimane fortemente e indissolubilmente legata agli Stati Uniti d’America e solo a loro. In definitiva Lincoln, a noi spettatori europei, non appare come un film sulla Storia dell’uomo (o dell’Occidente), la nostra Storia, ma sulla Storia Americana, distante da noi quasi come si trattasse di Aragorn che da Minas Tirith riporta pace e giustizia nella Terra di Mezzo.

Spielberg è andato vicino a girare un film di ricerca e analisi storica ma ha finito per deviare verso il sentiero della glorificazione e della retorica. O forse è stato costretto ad andare in quella direzione? Oppure è stato lui a volerlo? Non saprei dirlo, ma per quanto mi riguarda molta della sua forza e del suo significato il film lo ha perso quando ha intrapreso quel sentiero. Nondimeno rimane un bel film, importante, da vedere.

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PS: una postilla da fan di Rossellini: anche io sono convinto che Daniel Day Lewis sia un grande attore ma questa parte non dice nulle sue qualità; ruoli come questi sono facilissimi e l’interpetazione è insignificante, Rossellini li affidava letteralmente a gente presa in mezzo alla strada.

Mike Schirru, condannato a morte per l'intenzione di far fuori Mussolini

Michele SchirruSi erano lasciati nel Bronx con il padre Mike che sperava per il figlio Spartaco (sic!) un avvenire libero e un’incrollabile fede anarchica. Forse sapendo che da quel viaggio sarebbe potuto non tornare vivo, l’italoamericano Michael “Mike” Schirru parte per l’Italia con un proposito nascosto: fare fuori Mussolini. Uccidere il dittatore per eliminare la dittatura, questa è l’unica soluzione possibile, non originale certo, ma chissà cosa sarebbe successo se davvero Schirru avesse compiuto il suo gesto?

Siamo nel 1929, il fascismo è al culmine del suo successo, dopo aver scampato i rischi dell’Aventino, firmato il concordato con la Chiesa cattolica, instaurato legalmente il “regime” e promesso quelle riforme strutturali di cui ancora oggi si vagheggia in Italia, Mussolini è deciso a “fascistizzare” gli italiani dalla culla alla tomba. Sono anche i tempi in cui Sacco e Vanzetti vengono condannati a morte da innocenti, con l’assoluto disinteresse del regime italiano. In questo orizzonte cresce Schirru, che scrive sul periodico anarchico “L’Adunata dei refrattari”, e si avvicina a figure come Joseph Polidori, che lo sosterrà economicamente nel suo viaggio in Europa. Finisce il il 29 maggio 1931 a Casal Braschi, non lontano da Roma, l’avventura di Schirru, che diventerà la prima vittima del famigerato codice Rocco che prevedeva la medesima pena sia in caso di reato che di tentativo o intenzione.

Impassibile la presenza di Schirru in tribunale, raccontata con lucidità, come tutta la vicenda del resto, dal giornalista Giuseppe Fiori in un libro del 1983, ripubblicato nel 2010 da Garzanti: L’anarchico Schirru. L’uomo giustiziato per aver pensato di uccidere Mussolini. Fiori, già direttore di Paese Sera e senatore per ben tre legislature, ripercorre le tappe di Schirru in Europa, da Bruxelles a Parigi, fino a Milano e infine a Roma, dove sarebbe avvenuto l’attentato. Gli stessi atti del processo consentono all’autore di ricostruire precisamente le intenzioni (è proprio il caso di dirlo) di Schirru, sulle cui tracce per mesi si perdono invano le spie del regime.

Un vestito elegante e un certo savoir faire bastano infatti a Schirru per entrare indisturbato in Italia, con tanto di esplosivo in valigia, celato sotto un abito da sera. Abbastanza per ingannare la polizia fascista, dopo mesi di rapporti riservati inviati dagli Stati Uniti, dove la famiglia di Schirru viene spiata direttamente dal consolato italiano. L’infiltrazione di elementi fascisti tra gli emigranti per controllarne le convinzioni politiche è infatti ormai una prassi, tanto che lo stesso Mike non può più essere certo di fidarsi dei compagni belgi, francesi e italiani. Come un Don Quixote senza aiutante, Schirru decide che è giunto il momento di tentare la sorte e raggiunge Milano poco dopo l’estrosa missione degli antifascisti di Giustizia e Libertà Bassanesi e Dolci, che avevano lanciato volantini contro il regime da un improvvisato biposto in volo su piazza Duomo.

MussoliniMolto più composto e riflessivo è Schirru, che dopo aver incontrato il conterraneo – e celebre già da giovanissimo – Emilio Lussu, si convince della sua missione. Mike sa benissimo che dalla sua azione non potrà uscirne vivo, soprattutto perché ha deciso di colpire il Duce a distanza ravvicinata, come aveva tentato nel ’26 Gino Lucetti a Porta Pia, mancando il bersaglio per un soffio. Lucida è intanto la critica del fascismo, che Mike annota lungo il viaggio: “Loro dicono che l’aumento dei tabacchi è per pagare il debito pubblico” – scrive – “I milioni di dollari che ebbero in prestito sono andati in fumo, e con il fumo vogliono rifarli. I giornali si appellano al patriottismo degli italiani invitandoli a fumare di più”. Continua intanto la corrispondenza con L’Adunata dei refrattari e i compagni di movimento, sempre più braccati dalla polizia americana su segnalazione di quella italiana. Una volta a Roma però, Schirru tentenna, e invece di uccidere Mussolini finisce per essere arrestato il 3 febbraio ’31 nella hall dell’Hotel Colonna, in cui da qualche giorno aveva iniziato a frequentare una ballerina ungherese di nome Anna Lucovszky. Finisce quindi nel modo meno consono per un anarchico la sua avventura in Europa, tanto che sono in pochi tra i suoi compagni a difenderlo da quello che sarà un processo farsa con il solo scopo di condannarlo a morte.

Se però la sua condotta era stata deludente in quanto a troppa eleganza e poca determinazione nel portare a compimento l’omicidio di Mussolini, il suo temperamento si fa stoico nel gestire il processo, presieduto dal deputato fascista Guido Cristini, che riesce a far “giustiziare” Schirru nel “tempo record” di 2 giorni. Il suo scopo era uno solo – spiega candidamente Schirru al fascistissimo Cristini – uccidere Mussolini e liberare l’Italia dalla dittatura fascista. Sconcerto intanto provoca la notizia nella natìa Sardegna, dove la sorella e il padre di Schirru si affrettarono a giurare fedeltà al giudice, e su l’Unione Sarda appaiono queste parole nel giorno della sua morte: “Un senza patria e un senza famiglia, un sanguinario, un amorale che la Giustizia elimina dal consorzio degli uomini.”

Intanto a New York cresce il piccolo Spartaco, di appena 5 anni alla morte del padre, e che invece di diventare anarchico come lui diventerà sergente di fanteria nell’esercito Usa. E negli Usa morirà Spartaco, nel 2005, lasciando dietro di sé l’ultima speranza di anarchia in famiglia.

Titolo: L’anarchico Schirru. L’uomo giustiziato per aver pensato di uccidere Mussolini
Autore: Fiori Giuseppe
Editore: Garzanti
Dati: 2010, 220 pp., € 16.

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La creatività oltre l’ostacolo

Torino è sempre stata una città nostalgica, con lo sguardo e il pensiero rivolti al passato. Come darle torto? Quando si vanta un curriculum di indiscusso valore, nel quale spiccano titoli quali Capitale del Regno d’Italia, capitale dell’industria automobilistica, città olimpica e così via, viene naturale un po’ di malinconia e compiacimento verso i bei tempi andati.

Le cose, però, grazie al cielo, sono cambiate e continuano a farlo. Le nuove generazioni di torinesi sono caratterizzate dalla capacità di guardare in avanti e, soprattutto, di spingere i propri sensi oltre i confini nazionali, respirando le nuove tendenze che vengono dalle grandi città europee – Berlino, Amsterdam, Copenhagen. Sorprendentemente, alla crisi conseguente al crollo della Fiat della metà degli anni Novanta e all’immediato ingrigimento della vita cittadina, la città ha saputo rispondere con creatività e sperimentazione – risposte che hanno vissuto un’incredibile accelerazione grazie alle Olimpiadi invernali del 2006 –, soprattutto nel campo artistico e in quello dell’industria dell’intrattenimento, nonostante anche in questi ambiti non manchi un dolce passato sul quale rilassare e intorpidire la mente.

La crisi economica persiste, si è anzi ulteriormente aggravata e la mostra KM011. Arti a Torino 1995-2011, inaugurata l’11 febbraio scorso presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, con il suo budget di appena 60.000 euro ne è una lampante testimonianza, ma è anche e soprattutto un sintomo dell’intraprendenza della Torino contemporanea. Luca Beatrice – forse il curatore più dibattuto del momento, o lo si ama o lo si odia – è riuscito a mettere in piedi una mostra low cost che, pur con i suoi numerosi difetti, non manca certo di interesse, soprattutto per al fatto di essere sviluppata in sezioni tematiche che rendono conto dell’evoluzione cittadina in diversi campi artistici: le arti visive, l’architettura, la letteratura e il cinema.

Se quest’ultimo segmento è davvero poco riuscito, con l’unico intervento del regista Marco Ponti che ha giustapposto delle scene d’amore tratte dai film “torinesi” degli ultimi anni, la sezione dedicata all’architettura restituisce, invece, un ottimo resoconto dei lavori più innovativi realizzati dai nuovi architetti torinesi all’interno dei confini cittadini e oltre quelli nazionali.

Per quanto riguarda le arti visive, bisogna ammettere che lo scarno allestimento – reso però suggestivo dalla convivenza delle opere con lo sfondo di scheletri e animali imbalsamati e tassidermizzati – vive di luci e di ombre. Torino è riconosciuta come la città italiana più all’avanguardia nel campo della video-arte e in quello della street art, eppure di entrambe le categorie non sono presentati che un paio di esemplari, che risultano comunque tra i più riusciti della mostra: il video in 3D di Coniglioviola, sulle note di Le vent nous portera dei Noir Desir, di cui riprende anche il titolo, è spensieratamente surreale e naif, mentre il poster colorato a mano di BR1 – di cui al momento è visibile un esemplare nel sua habitat naturale, per le strade della città, più precisamente in Via Guastalla –, che ritrae una donna araba dalle tinte e i lineamenti pop, ha tutta la freschezza e la semplicità che caratterizzano la street art.

Interessanti le sculture in cemento armato C’è troppa luce di Valerio Berruti, che ritraggono due pallidi e anonimi bambini rivolti verso un fascio di luce meridiana che li avvolge e in cui i due sembrano rinfrancarsi, e Vanitas, Suicide di Nicola Bolle – un cappio appeso al soffitto e una sedia rovesciata a terra, entrambi ricoperti di cristalli di swarowski su tutta la loro superficie. Il tema della vanitas ritorna nel dipinto Teschio di scheletro con lingua di Menelik di Alessandro Gioiello che, assieme alle due tele di Daniele Galliano – notevole soprattutto Costellazione, in cui una folla di persone su sfondo nero vista dall’alto restituisce un disegno informale che ricorda vagamente il dripping di Pollock – rende un amaro omaggio alla movida torinese.

La sensazione, nel complesso, è che le idee ci siano, poche ma estremamente valide; purtroppo, a renderle confuse ci pensa un allestimento eccessivamente votato alla necessità di coprire con uno o due esemplari l’intera collezione di categorie e sottocategorie che compongono l’universo dell’arte contemporanea e non tutte, purtroppo, hanno partorito opere degne di nota; a renderle monotone, invece, ci pensa la malaugurata idea di accompagnare l’allestimento con un brano degli immancabili Subsonica ripetuto allo sfinimento.

KM011. Arti a Torino 1995-2011

Museo Regionale di Scienze Naturali, Torino

Fino al 3 aprile 2011

Da Mata Hari a Matta Eri: la parabola di un'epoca labile

L’esperimento del libro pescato nel mucchio diverte e dà soddisfazione. È  un passatempo da suggerire con cognizione di causa e irraggiamento di piaceri differenziati: piace ai venditori del mercato che guadagnano nuovi  clienti e quasi abituali, piace a chi lo fa perché è giocato dal suo stesso gioco, piace al caso che lavora al modo giusto secondo il principio di sincronicità di Jung.

Questa settimana ho scovato Danza fatale, il mistero di Mata Hari, di Donatella Bindi Mondaini. Il libro delle edizioni El, fa parte della collana Sirene, destinata a un pubblico di giovanissimi lettori, preadolescenti (esistono?) e adolescenti, ma  è godibilissimo anche da parte di adolescenti di ritorno. O di anime comunque giovani, mai state adolescenti. La collana ha un taglio originale perché racconta in maniera romanzata la storia di personaggi al femminile dall’esistenza non proprio “fiabesca”, secondo un’idea convenzionale di fiaba, né di facilissimo tornaconto pedagogico, tra cui Cleopatra, Rosa Luxemburg, Cristina Belgioioso, e Artemisia.  Di Mata Hari è raccontata la vita con prosa agile e vivace, abbinata a capacità inventiva, quel tanto che basta a dare forza d’impatto e destare interesse. Il libro è un buon pretesto per ricordare questa donna. Margarethe Gertrude Zelle, di nascita olandese, è stata un’anticonformista che ha pagato caro la sua scelta, ricordata per essere stata ballerina e la prima stripteauser.

La sua storia è più o meno nota: bambina amatissima dal padre, ricco fabbricante di cappelli, destinata a una vita agiata, finché il dissesto economico paterno non cambia le cose. Nascono dissidi tra i genitori che si separano, la madre muore dopo qualche anno, la bambina viene affidata al padrino che la fa studiare come maestra d’asilo. Pare che le attenzioni del direttore della scuola nei suoi confronti, abbiano spinto il padrino a mandarla da uno zio. Margarethe risponde a un inserzione matrimoniale di un ufficiale, di vent’anni più grande di lei, si incontrano, scoppia la passione, di lì a qualche mese comincia la sua vita matrimoniale. La coppia si imbarca per Giava, Indonesia, dove il capitano presta servizio, hanno due figli. Margarethe è curiosa e inquieta. Ha occasione di assistere a una danza locale in un tempio, ne è affascinata, comincia a sviluppare interesse per la danza. Il menage coniugale non è facile a causa della gelosia del marito che la picchia e la tradisce, e la sua insofferenza a tale subalternità aumenta. Tutto precipita quando accade una tragedia familiare: il bambino muore, avvelenato da una domestica indigena solo per ragioni di vendetta. Tornano in Olanda, ma il rapporto tra i coniugi finisce, si separano, la bambina viene affidata al padre. Margarethe tenta l’avventura della grande città, va a Parigi e cerca di mantenersi prima come modella, poi facendo comparsate a teatro, ma senza successo. Finché conosce il proprietario di un circo e inizia a esibirsi come amazzone.

Una sera in una casa privata si esibisce per la prima volta in una sorta di danza giavanese, ottiene grande successo. Da lì all’approdo nei principali teatri d’Europa con il nome d’arte di Mata Hari, Occhio del giorno in malese, il passo è breve. La sua danza che abbina esotismo ad erotismo, mistero e seduzione conquista il pubblico d’Europa. La sua fama si diffonde, grazie anche al personaggio che lei stessa contribuisce a creare, un minestrone orientaleggiante, per via dei suoi connotati esotici: carnagione bruna, occhi e capelli scuri, sembrano dare ragione alle leggende sulla sua origine indiana. Già in vita sono pubblicate due biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più per esaltare se stesso, inventando anche lui parentele con re e principi, e quella, di segno opposto dell’ avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, conferma la versione del padre: l’ex-cappellaio è un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese. Contribuisce a diffondere una moda esotica e il fascino per l’Oriente, è riconosciuta come una grande ballerina, ma non riesce a farsi scritturare nella compagnia del celebre ballerino russo Diaghilev.  Colleziona successi e tanti amanti, tra i quali diplomatici e militari d’alto grado.

Quando scoppia la prima guerra mondiale,  il quadro cambia: il lavoro è poco, le condizioni incerte, ha sempre bisogno di molti soldi per continuare a fare la vita agiata che ama fare. Un suo amante, un diplomatico tedesco all’Aja, le dà un incarico segreto e un nome in codice: H21. Da allora diventa spia per conto dei tedeschi, ma non è certo se e quanto abbia davvero preso sul serio la missione. Forse vissuta come un gioco, o un modo per fare soldi. A Parigi, accetta di diventare una spia francese, dietro il compenso astronomico di un milione di franchi, pare per potersi ricongiungere con un suo amante, un capitano russo di cui è innamorata. La più famosa spia al mondo forse non ha mai svolto questo compito,  troppo occupata a guadagnare e amare. In ogni caso, quando in Germania sospettano il doppio gioco, Mata Hari è arrestata. Contro di lei mancano solide prove. Però viene condannata e giustiziata tramite fucilazione il 15 ottobre 1917. Ha 41 anni. Quella mattina si veste con cura come per eseguire al meglio la sua ultima danza, rifiuta di farsi bendare, manda un bacio al plotone d’esecuzione, il suo ultimo pubblico. Se ha avuto colpa è d’essere stata bella, indipendente, ricca, colta, avventurosa, e come da lei stesso ammesso durante il processo, di aver avuto numerosi amanti conducendo un gioco che le è costato la vita. Insomma la colpa d’essere immorale, scandalosa e libera, amante del sesso e del lusso, e di essere un perfetto capro espiatorio in un contesto alla ricerca del responsabile. La Francia stava subendo gravi perdite in guerra, aveva bisogno di un colpevole che spiegasse la morte di 50 mila soldati e rinsaldasse l’orgoglio nazionale. Chi meglio di una donna con siffatta storia?  Una prostituta, secondo la morale del tempo. Infatti la condanna è senza possibilità di appello, dopo un processo rapido e a porte chiuse.

Due ripescaggi nel ripescaggio: il film più famoso è del 1931, del regista George Fitzmaurice, con l’interpretazione di Greta Garbo, una leggenda lei stessa, che ne fa una donna senza scrupoli che utilizza il suo fascino misterioso per intessere  relazioni con importanti autorità militari. Un giovane tenente si innamora di lei e la spia ne approfitta per carpire informazioni, finché è vinta dal sentimento ricambiato che le costa la vita.
Negli stessi anni, ben alto tono e sembianze ha Mata Hari nelle mani dell’inventore dell’umorismo moderno, che ancora alimenta il serbatoio comico, cinematografico e televisivo: Achille Campanile. Una sua rubrica su un giornale umoristico, è intitolata “Matta eri”: qui il meccanismo comico si basa sull’invenzione di una rivale della spia la cui gelosia fa saltare i piani e provoca guai. C’è da fare un salto in una emeroteca, magari della Biblioteca nazionale di Roma, per saperne senz’altro di più.

Un riferimento bibliografico attuale: la biografia dell’antropologa americana Pat Shipman, Mata Hari, femme fatale rivede la storia della donna fatale alla luce di lettere e diari inediti: più che una spia traditrice  c’è il ritratto di una donna tradita dagli uomini amati, vittima del pregiudizio, ma anche della ragion di stato.  Altro suggerimento di lettura, Violent Femmes. Donne spia, da Mata Hari ad Alias, di Rosie White, (Odoya edizioni, 2008, prefazione di Carmen Covito).  La figura della donna-spia continua a suggestionare l’immaginario collettivo; dal cinema alla fiction televisiva, dalla letteratura al videogioco. Il ruolo e la rappresentazione della donna-spia si sono trasformati con l’evolversi della società. Restano sempre i pruriti e morbosità di sottofondo. Resta la contraddizione tra femminilità, potere, sessualità, identità nazionale. Certo è che Mata Hari alimenta ancora curiosità e interesse. Chissà cosa direbbe oggi, se piombasse in Italia, nel trovare in azione squadroni di cosiddette escort, lei che praticò il sesso per puro piacere, seppe inventarsi un personaggio, visse a colpi di fantasia e audacia, forse con punte di ingenuità, fu artefice delle sue fortune, meno dell’epilogo della sua vita. Chissà cosa direbbe della mostra, ovunque e comunque, di corpi nudi di donna, esibiti senza originalità né talento alcuno, o degli harem in nome neanche più di una ragione di stato ma degli appetiti del generalissimo di turno sulla via del tramonto. Chissà cosa direbbe,  infine, se mai fu spia, a vedere in questo paese uno spionaggio femminile improntato all’esercizio del ricatto, consumato attraverso telefonini in regge d’alto rango, tutte di proprietà del padrone dell’Italia spa, spionaggio praticato in cambio di tanto denaro in una botta o di una comparsata televisiva.

Titolo: Danza fatale. Il mistero di Mata Hari
Autore: Donatella Bindi Mondaini
Editore: EL
Dati: 2004, 136 pp., 12,00 €

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L’esperimento del libro pescato nel mucchio diverte e dà soddisfazione. È un passatempo da suggerire con cognizione di causa e irraggiamento di piaceri differenziati: piace ai venditori del mercato che guadagnano nuovi clienti e quasi abituali, piace a chi lo fa perché è giocato dal suo stesso gioco, piace al caso che lavora al modo giusto secondo il principio di sincronicità di Jung. Questa settimana ho scovato “Danza fatale, il mistero di Mata Hari”, di Donatella Bindi Mondaini. Il libro delle edizioni El, fa parte della collana Sirene, destinata a un pubblico di giovanissimi lettori, preadolescenti (esistono?) e adolescenti, ma è godibilissimo anche da parte di adolescenti di ritorno. O di anime comunque giovani, mai state adolescenti. La collana ha un taglio originale perché racconta in maniera romanzata la storia di personaggi al femminile dall’esistenza non proprio “fiabesca”, secondo un’idea convenzionale di fiaba, né di facilissimo tornaconto pedagogico, tra cui Cleopatra, Rosa Luxemburg, Cristina Belgioioso, e Artemisia. Di Mata Hari è raccontata la vita con prosa agile e vivace, abbinata a capacità inventiva, quel tanto che basta a dare forza d’impatto e destare interesse. Il libro è un buon pretesto per ricordare questa donna. Margarethe Gertrude Zelle, di nascita olandese, è stata un’anticonformista che ha pagato caro la sua scelta, ricordata per essere stata ballerina e la prima stripteauser.

La sua storia è più o meno nota: bambina amatissima dal padre, ricco fabbricante di cappelli, destinata a una vita agiata, finché il dissesto economico paterno non cambia le cose. Nascono dissidi tra i genitori che si separano, la madre muore dopo qualche anno, la bambina viene affidata al padrino che la fa studiare come maestra d’asilo. Pare che le attenzioni del direttore della scuola nei suoi confronti, abbiano spinto il padrino a mandarla da uno zio. Margarethe risponde a un inserzione matrimoniale di un ufficiale, di vent’anni più grande di lei, si incontrano, scoppia la passione, di lì a qualche mese comincia la sua vita matrimoniale. La coppia si imbarca per Giava, Indonesia, dove il capitano presta servizio, hanno due figli. Margarethe è curiosa e inquieta. Ha occasione di assistere a una danza locale in un tempio, ne è affascinata, comincia a sviluppare interesse per la danza. Il menage coniugale non è facile a causa della gelosia del marito che la picchia e la tradisce, e la sua insofferenza a tale subalternità aumenta. Tutto precipita quando accade una tragedia familiare: il bambino muore, avvelenato da una domestica indigena solo per ragioni di vendetta. Tornano in Olanda, ma il rapporto tra i coniugi finisce, si separano, la bambina viene affidata al padre. Margarethe tenta l’avventura della grande città, va a Parigi e cerca di mantenersi prima come modella, poi facendo comparsate a teatro, ma senza successo. Finché conosce il proprietario di un circo e inizia a esibirsi come amazzone. Una sera in una casa privata si esibisce per la prima volta in una sorta di danza giavanese, ottiene grande successo. Da lì all’approdo nei principali teatri d’Europa con il nome d’arte di Mata Hari, Occhio del giorno in malese, il passo è breve. La sua danza che abbina esotismo ad erotismo, mistero e seduzione conquista il pubblico d’Europa. La sua fama si diffonde, grazie anche al personaggio che lei stessa contribuisce a creare, un minestrone orientaleggiante, per via dei suoi connotati esotici: carnagione bruna, occhi e capelli scuri, sembrano dare ragione alle leggende sulla sua origine indiana. Già in vita sono pubblicate due biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più per esaltare se stesso, inventando anche lui parentele con re e principi, e quella, di segno opposto dell’ avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, conferma la versione del padre: l’ex-cappellaio è un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese. Contribuisce a diffondere una moda esotica e il fascino per l’Oriente, è riconosciuta come una grande ballerina, ma non riesce a farsi scritturare nella compagnia del celebre ballerino russo Diaghilev. Colleziona successi e tanti amanti, tra i quali diplomatici e militari d’alto grado. Quando scoppia la prima guerra mondiale, il quadro cambia: il lavoro è poco, le condizioni incerte, ha sempre bisogno di molti soldi per continuare a fare la vita agiata che ama fare. Un suo amante, un diplomatico tedesco all’Aja, le dà un incarico segreto e un nome in codice: H21. Da allora diventa spia per conto dei tedeschi, ma non è certo se e quanto abbia davvero preso sul serio la missione. Forse vissuta come un gioco, o un modo per fare soldi. A Parigi, accetta di diventare una spia francese, dietro il compenso astronomico di un milione di franchi, pare per potersi ricongiungere con un suo amante, un capitano russo di cui è innamorata. La più famosa spia al mondo forse non ha mai svolto questo compito, troppo occupata a guadagnare e amare. In ogni caso, quando in Germania sospettano il doppio gioco, Mata Hari è arrestata. Contro di lei mancano solide prove. Però viene condannata e giustiziata tramite fucilazione il 15 ottobre 1917. Ha 41 anni. Quella mattina si veste con cura come per eseguire al meglio la sua ultima danza, rifiuta di farsi bendare, manda un bacio al plotone d’esecuzione, il suo ultimo pubblico. Se ha avuto colpa è d’essere stata bella, indipendente, ricca, colta, avventurosa, e come da lei stesso ammesso durante il processo, di aver avuto numerosi amanti conducendo un gioco che le è costato la vita. Insomma la colpa d’essere immorale, scandalosa e libera, amante del sesso e del lusso, e di essere un perfetto capro espiatorio in un contesto alla ricerca del responsabile. La Francia stava subendo gravi perdite in guerra, aveva bisogno di un colpevole che spiegasse la morte di 50 mila soldati e rinsaldasse l’orgoglio nazionale. Chi meglio di una donna con siffatta storia? Una prostituta, secondo la morale del tempo. Infatti la condanna è senza possibilità di appello, dopo un processo rapido e a porte chiuse.

Due ripescaggi nel ripescaggio: il film più famoso è del 1931, del regista George Fitzmaurice, con l’interpretazione di Greta Garbo, una leggenda lei stessa, che ne fa una donna senza scrupoli che utilizza il suo fascino misterioso per intessere relazioni con importanti autorità militari. Un giovane tenente si innamora di lei e la spia ne approfitta per carpire informazioni, finché è vinta dal sentimento ricambiato che le costa la vita.

Negli stessi anni, ben alto tono e sembianze ha Mata Hari nelle mani dell’inventore dell’umorismo moderno, che ancora alimenta il serbatoio comico, cinematografico e televisivo: Achille Campanile. Una sua rubrica su un giornale umoristico, è intitolata “Matta eri”: qui il meccanismo comico si basa sull’invenzione di una rivale della spia la cui gelosia fa saltare i piani e provoca guai. C’è da fare un salto in una emeroteca, magari della Biblioteca nazionale di Roma, per saperne senz’altro di più.

Un riferimento bibliografico attuale: la biografia dell’antropologa americana Pat Shipman, “Mata Hari, femme fatale” rivede la storia della donna fatale alla luce di lettere e diari inediti,: più che una spia traditrice c’è il ritratto di una donna tradita dagli uomini amati, vittima del pregiudizio, ma anche della ragion di stato. Altro suggerimento di lettura, “Violent Femmes. Donne spia, da Mata Hari ad Alias”, di Rosie White, (Odoya edizioni, 2008, prefazione di Carmen Covito). La figura della donna-spia continua a suggestionare l’immaginario collettivo; dal cinema alla fiction televisiva, dalla letteratura al videogioco. Il ruolo e la rappresentazione della donna-spia si sono trasformati con l’evolversi della società. Restano sempre i pruriti e morbosità di sottofondo. Resta la contraddizione tra femminilità, potere, sessualità, identità nazionale. Certo è che Mata Hari alimenta ancora curiosità e interesse. Chissà cosa direbbe oggi, se piombasse in Italia, nel trovare in azione squadroni di cosiddette escort, lei che praticò il sesso per puro piacere, seppe inventarsi un personaggio, visse a colpi di fantasia e audacia, forse con punte di ingenuità, fu artefice delle sue fortune, meno dell’epilogo della sua vita. Chissà cosa direbbe della mostra, ovunque e comunque, di corpi nudi di donna, esibiti senza originalità né talento alcuno, o degli harem in nome neanche più di una ragione di stato ma degli appetiti del generalissimo di turno sulla via del tramonto. Chissà cosa direbbe, infine, se mai fu spia, a vedere in questo paese uno spionaggio femminile improntato all’esercizio del ricatto, consumato attraverso telefonini in regge d’alto rango, tutte di proprietà del padrone dell’Italia spa, spionaggio praticato in cambio di tanto denaro in una botta o di una comparsata televisiva.

Il caso, la scoperta di un boia, i crimini di qualche tempo fa che ancora fanno ribrezzo

In questo disaggregato e morboso paese, l’Italia, spesso e volentieri ci si sente in balia del nulla. E se il nulla è già qualcosa, allora si è in balia del nulla meno, meno, meno. Si è stanchi di ogni richiamo e di ogni forma promozionale, e anche nella scelta di un libro, si lascia fare alla casualità, succeda quel che succeda. E si scopre che la casualità ha le sue ragioni e sa come manovrare il destino. Ho pescato a caso un libro nei banchi espositivi permanenti a ridosso di Castel Sant’Angelo, Roma, banchi più di residuati e roba per turisti che altro. L’occhio è caduto sul titolo Mastro Titta – il boia del papa Re, un libro della collana Scopri Roma di una casa editrice, Polo Books, specializzata evidentemente in tascabili mordi e fuggi. Il caso vuole che il libro, pur nella sua approssimazione contenutistica e interpretativa nonché grafica, abbia un suo perché e nel flusso dell’universo si immetta in un gioco di rimandi e corrispondenze. Il boia del Papa operava, più o meno proprio dove ora sono le bancarelle, fino a un secolo e mezzo fa, appena prima degli eventi risorgimentali decisivi in nome dei quali oggi si celebra o si tenta di celebrare una ricorrenza: i 150 anni d’unità d’Italia. È trascorso meno di niente rispetto ai cicli cosmici da che siamo una repubblica, da che siamo un paese unificato e unito sulla carta, uno stato nazionale, da che il Papa non è più re (o forse su questo punto occorre ancora rettificare), da che la giustizia non si esercita mandando a morire uomini e donne al patibolo in pubblica piazza. Siamo appena un po’ più civili da questo punto di vista. Per uno che è un ricordo, quanti “maestri di giustizia” e boia per conto di un’autorità suprema esercitano a pieno titolo ed eseguono condanne a morte di colpevoli? Il mondo è ancora pieno di maestri di giustizia presi e compresi nell’esercizio delle loro funzioni.

Curiosamente, poi, nella catena del gioco della casualità, casualmente scopro che nel 2010, sono uscite due edizioni dell’autobiografia di mastro Titta, al secolo Giovan Battista Bugatti, e cioè le Memorie di un boia (Barbès Editore, pp. 320, 8 €) e le Memorie di un carnefice scritte da lui stesso (Incontri Editrice, pp. 360, € 12). Che poi tanto autobiografia non è: è ormai noto che Bugatti non è il vero autore dell’opera, pubblicata per la prima volta nel 1891. Il boia di Roma, infatti, nella sua lunga vita si limitò a tenere un quaderno in cui trascriveva nomi, crimini e resoconti dettagliati delle modalità di esecuzione delle sue «giustizie». Queste memorie, rielaborate quando l’unificazione d’Italia era compiuta, e Roma si avviava ad essere città borghese e ministeriale, furono romanzate da uno scrittore (probabilmente Ernesto Mezzabotta) interessato a tracciare un quadro della Roma papalina e alle torpide vicende di cronaca nera.

Tornando invece al libro scelto a caso dal mazzo, elenca la molteplicità e varietà di metodi usati dal Medioevo in poi per mettere a morte i rei, e permette di farsi un’idea di come funzionasse la giustizia papale a Roma nell’ ‘800. Mastro Titta è passato alla storia perché operò per lo Stato Pontificio, in un lunghissimo periodo di tempo, 68 anni: dal 1796, appunto, fino al 1864, quando, già ottantacinquenne, fu messo a riposo da papa Pio IX che gli assegnò un vitalizio, e dovette cedere l’incarico al suo assistente, tale Vincenzo Calducci, che lavorò fino al 1870. Decapitazioni, squartamenti, mazzolate, frustate a morte, torture: erano queste le “specialità” di mastro Titta, che fece 516 esecuzioni capitali.

Esistenza senza fondo: chiamato ad eseguire la legge, una legge che puniva gli omicidi e non solo (anche chi aveva commesso talvolta reati comuni) uccidendoli, il boia era un criminale autorizzato dalla ragion di Stato a sopprimere altri criminale. Si racconta nel libro che era temuto ed avversato, costretto a una sorta di auto reclusione, viveva “in domicilio coatto, situato in Vicolo del Campanile 2, una traversa dell’attuale via della Conciliazione e pertanto situato nella zona vaticana, rione di Borgo, sulla sponda sinistra del Tevere”. Esercitava un occasionale secondo lavoro, era un “verniciatore di tele per ombrelli ordinari” che riparava e vendeva come un qualunque artigiano, con cui arrotondava lo stipendio pontificio. Certo è che con questo incarico, anche a salvaguardia della sua incolumità, non poteva oltrepassare il Tevere se non per motivi ufficiali. E così divenne d’uso dire “mastro Titta passa ponte”, volendo ad intendere che era imminente una pubblica esecuzione capitale, spettacolo gratuito offerto ai sudditi del Papa-re a scopo ammonitorio-intimidatorio, soprattutto presso ponte Sant’Angelo o a piazza del Popolo, ma anche in ogni luogo dello stato pontificio. Passava ponte, infatti, con indosso un mantello rosso che ora si trova al museo criminologico di Roma. Il pegno da pagare per la sua “carriera”, un isolamento a vita. “Era una figura temuta e rispettata, ma anche da evitare o di far finta di non vedere, qualora ci si fosse imbattuti in strada con lui”, racconta Maurizio Moretto nel libro. Nei diari, il boia di Roma racconta del suo esordio a fino a particolari raccapriccianti a dimostrare la sua abilità: “Avevo allora 17 anni compiti e l’animo mio non provò emozione alcuna”. Dopo l’impiccagione, annota il celebre boia, “staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d’una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo. Quindi con una accetta gli spaccai il petto e l’addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio”. Diligente spietatezza, cinica freddezza, sono motivi persino di un auto elogio Tale orrendo spettacolo che si offriva alla vista dei sudditi del Papa re suscitò il ribrezzo di due celebri viaggiatori, i letterati George Gordon Byron e di Charles Dickens. Molto dettagliato il ricordo di Dickens nel suo libro “Lettere dall’Italia” di un’esecuzione: “Fu uno spettacolo brutto, sporco, ributtante; il cui unico significato non era altro che un’opera di macelleria”.

E ancora: “Il boia: un fuorilegge ex officio (quale ironia della giustizia) che per la vita non osa traversare il ponte di Sant’Angelo se non per svolgere il proprio lavoro, si ritirò nella sua tana e lo spettacolo poté dirsi concluso”. Crimini e criminali di Stato,hanno funestato la storia umana, e non sono ricordi del passato. Ci piace pensare che allo stesso modo del mantello di mastro Titta e del suo armamentario, anche gli accessori e i costumi di scena di ultratecnologici boia tuttora in servizio per conto di stati ammaestrati e maestri di democrazia e civiltà, divengano reperti da museo criminologico, unico spettacolo che sia di monito al genere umano.

¡Que viva Mexico!

Non capita molto spesso di avere la possibilità di uscire di casa, prendere la metropolitana, andare in centro, farsi una piacevole passeggiata in un museo e, in una manciata di ore, costruirsi un’idea strutturata e sfaccettata da molteplici punti di vista su un posto e una cultura distantissimi sia nello spazio che nel tempo che nei valori e nell’immaginario. In questi mesi questa possibilità è privilegio della città di Roma: al Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale sono in corso tre mostre raggruppate sotto il tag ‘mexico’ (biglietto unico – intero € 12, 50 – info):

Mexico. Teotihuacan, Città degli Dei (poster) Mexico. Immagini di una rivoluzione (poster)

Teotihuacan - Vaso zoomorfo (la gallina pazza)Senza nulla togliere alle altre due componenti del pacchetto ‘mexico’ quella più affascinante, impressionante ed esclusiva è quella che il visitatore si trova di fronte appena entrato: Teotihuacan – La città degli Dei, la misteriosa città le cui rovine si trovano 50 km a nord di Città del Messico,  centro dell’omonima civiltà precolombiana che dominava il Centroamerica nella stessa epoca in cui Roma dominava l’Europa. La città di Teotihuacan aveva una popolazione di centinaia di migliaia di abitanti quando, nel corso del 7° secolo d.C., venne inspiegabilmente abbandonata lasciando che i suoi splendidi templi, le due mastodontiche piramidi del Sole e della Luna e le raffinate sculture e decorazioni cominciassero pian piano a deteriorarsi e venire sommerse dallo scorrere del tempo, senza però essere mai dimenticata. Quando 1000 anni dopo i conquistadores spagnoli arrivarono in centroamerica la potente civiltà Atzeca aveva ancora ben vivo il ricordo e il rispetto per quella mitologica città il cui nome originario era andato perduto e che loro chiamavano Teotihuacan, “il luogo in cui gli uomini diventano dei”.

Teotihuacan - Affresco raffigurante il dio della pioggia Tláloc (part.)Ed è impressionante la quantità e la qualità dei materiali che gli organizzatori (l’Instituto Nacional de Antropología e Historia messicano) sono riusciti a portare in mostra a Roma dal sito archeologicono mesamericano e dal Museo Nazionale di Antropologia della Città del Messico: oltre 450 pezzi tra cui sculture monumentali, oggetti ornamentali, maschere, pitture murali, vasi, incensari, tutti sbarcano in Italia per la prima volta e molti lasciano i confini messicani per la prima (e forse anche l’ultima) volta. I temi sono quelli che fanno parte del comune immaginario messicano: serpenti piumati, giaguari piumati, il gusto del macabro (teschi, collane a forma di mandibola, statue sacrificali), spettacolari incensari  ed eccentici oggetti di uso quotidiano. Un’esposizione splendidamente curata in ogni dettaglio, estremamente stimolante, affascinante e sorpendente, che ti fa tornare a casa con la voglia di esplorare i siti di viaggi a caccia di un biglietto aereo don destinazione Messico.

Rivoluzione - Carmen Robles, donna colonnello zapatista, Guerrero, 1913 ca.Ma anche se la mostra al piano terra vi avrà già ampiamente saziato, lasciatevi un bel po’ di tempo per la mostra fotografica al piano di sopra. Con ogni probabilità le Immagini di una rivoluzione vi faranno lo stesso effetto dei reperti di Teotihuacan e, anche se natura della mostra, epoca e scenario sono estremamente diversi, il sapore di fondo sorpendentemente è lo stesso, forse a causa di due elementi comuni: la fierezza e l’estro della gente messicana e il macabro vissuto come elemento ordinario, quotidiano. Si tratta in questo caso di una mostra fotografica, anch’essa realizzata dall’Instituto Nacional de Antropología e Historia, composta da 179 scatti in bianco e nero eccezionali sotto ogni aspetto: eccezionali gli eventi fotografati, la rivoluzione Zapatista che festeggia il suo centenario, ed eccezionale il lavoro dei fotografi che riuscirono a ritrarre perone ed eventi con un realismo tanto vivido quanto crudo ma al contempo estremamente evocativo. Il tutto lavorando con gli strumenti fotografici ingombranti e macchinosi di inizio secolo. Davvero un’incredibile collezione che merita il tempo di una visita attenta e accurata alla fine della quale le immagini rimarranno ben impresse nella vostra memoria e avrete imparato tanto sia sugli eventi che dal 1910 al 1917 portarono al rovesciamento dell’ordinamento politico messicano, sia sull’eroismo degli uomini e delle donne che ne furono artefici.

Rivoluzione - Esecuzione di Marcelino Martínez, Arcadio Jiménez e Hilario Silva per omicidio, Chalco, 28 aprile 1909

Carlos Amorales Remix (dett.)A rappresentare una piacevole digressione incuneata tra la storia recente e quella antica del Messico sono le stupefacenti ed imponenti installazioni dell’artista contemporaneo Carlos Amorales, letteralmente sospese tra il bianco e il nero, tra realtà ed immaginazione e in cui, anche qui, il senso del macabro compare talvolta a fare da contrappunto ad un contesto che ispira pace e serenità.

Se, come me, amate le mostre che sottendono un progetto scientifico e culturale, da cui dovete venire via a forza, controvoglia, ma arricchiti nella mente e nello spirito, oltre che negli occhi, il “pacchetto mexico” a Palazzo delle Esposizioni è semplicemente imperdibile.

Chi c'è dietro lo scippo dell'olio di Venafro?

Uno scienziato del gusto in piena regola, Corrado Barberis, perché del tutto in linea con la definizione che di questa particolare specie di dotti della tradizione culinaria dà Tallemant des Réaux. Nelle sue Historiettes il biografo francese narra di come nella prima metà del 1600 dei veri intenditori del cibo «pensarono “di andare a schiumare tutte le delizie di Francia”, vale a dire recarsi luogo per luogo nella stagione in cui il prodotto è migliore. Davano così prova di essere non dei ghiottoni ma degli autentici scienziati del gusto», appunto.

In questa “Mangitalia” non si rischia di incorrere nelle solite trovate turistiche zeppe di ricette infedeli e scipite, che magari per facilitare la realizzazione di piatti antichi e complessi ricorrono a ingredienti di ripiego sciupandone gusto e integrità; si tratta di tradizione culinaria, quella vera, da intenditori, arricchita da rimandi, note storiche e aneddoti, l’unica della quale si può parlare solo con competenza ma che ciascuno può sperimentare assaggiando, preferibilmente in loco.

Dalla fontina “una e trina” valdostana alla disputa del cappero siciliana “la storia d’Italia è servita in tavola”. Una tavola assolutamente ben imbandita ma scevra degli orpelli similsalutistici che affliggono e oscurano gran parte della tradizione culinaria italiana riducendola a insalatine condite di sole e aria di Mediterraneo, nella quale centrale protagonista, oltre che il cibo chiaramente, è il territorio e la sua storia. Corrado Barberis presiede l’Istituto nazionale di sociologia rurale e il testo, per fortuna, ne risente. E infatti, per ogni elemento citato, sia esso un ingrediente, un luogo, una procedura, a suo sostegno Barberis porta informazioni e ricerche di carattere storico non indulgendo nella scelta, semplicistica, del giudizio, rimanendo piuttosto, con competenza,  nel contesto sociologico quando non artistico, letterario o geografico.

Persino la prosa ampollosa di D’Annunzio tra queste pagine riesce a stuzzicare la fantasia: che cosa sono questi “invogli di fronde compresse e risecche, venuti di Calabria… un che di ardente senza fiamma” (La leda senza cigno) di eredità romana? Panicilli di uva passa, dolcetti che rivelano un gusto antico e semplice tipico dell’antica cucina romana e scoprono una Calabria che conserva, più delle altre, questa tradizione. Tradizione in cui rientra anche quella squisita rosamarina di novellame da spalmare sul pane tanto simile al garum dei Romani, o la lagana, ossia le tagliatelle di farina e acqua condite con la verdura di cui era ghiotto Orazio. E siamo rimasti solo nel cosentino, cosa scopriremmo se proseguissimo verso Reggio Calabria o addirittura varcassimo lo stretto? Quale storia racconta la cassata siciliana? E se risalissimo verso l’Emilia Romagna? qual è il legame tra la mortadella e il salame rosa?

Una storia che suggerisce il piacere dell’esperienza e che associa al piacere del palato a quello del viaggio e della storia.

Titolo: Mangitalia
Autore: Corrado Barberis
Editore: Donzelli
Dati: 2010, XII-292 pp., 19,50 €

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