Date ai bambini quel che è dei bambini

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Si tratta di un viaggio in una storia che è fatta di sequenze, sette sequenze. Quella iniziale racconta della scuola e del suo orologio fermo di cui nessuno si preoccupa, del tragitto verso casa che pare pensoso o distratto e di una casa, con l’ausilio di tre immagini, sei parole, due virgole e un punto. La sequenza iniziale finisce qui, col punto su una deliziosa merenda. La seconda riparte daccapo, dalla scuola, senza indugiare sull’orologio, poi passa per la strada e stavolta lascia il tragitto per avventurarsi nella foresta e giungere a casa, per mezzo di cinque immagini, dieci parole, quattro virgole e un punto.

Ballata, Blexbolex - 2013, Orecchio acerbo

Di sequenza in sequenza s’aggiungono le immagini, inserendosi laddove ce l’aspettiamo, laddove non diremmo affatto, laddove a ben guardare sembrano proprio dover stare. E a far loro da guida s’aggiungono le parole e poi incominciano a ballare perché, non l’ho ancora detto?, questa storia è una ballata. E ballano e ballano, le parole, e ballando fanno capriole, si mescolano, si mettono a testa in giù, si stancano e lasciano la pista, poi, ringalluzzite, magari tornano e piroettano fino a raddoppiare nell’impeto, scomporsi, cambiare veste e tono.

Ballata, Blexbolex - 2013, Orecchio acerbo

Una ballata nasce per essere cantata e poi rinarrata e dunque raccontata ancora, da diversi cantastorie o sempre dallo stesso per ascoltatori diversi. Ogni volta che la si canta, la ballata si condisce di nuovi ingredienti, senza scordare quelli iniziali ché altrimenti ne perderebbe in sapore e ricordi. Qualche personaggio viene, qualche altro se ne va; alcuni cambiano, altri sono proprio come non li vorremmo però rapiscono e agiscono fra le pagine come solo dei veri attori saprebbero fare e quindi ci innamoriamo anche di loro. Per questa ragione questa di Blexbolex dal raccontare il semplice tragitto da scuola verso casa di un bambino, diviene fantastica, epica, magica, di quella magia che è sì propria di incantesimi, streghe e folletti (che in questa storia albergano numerosi) ma è propria su tutto delle parole, di singole parole danzanti su una musica che cambia a seconda del bambino che la leggerà e del momento in cui sarà portato a farlo.

Ballata, Blexbolex - 2013, Orecchio acerbo

Blexbolex gioca con la narrazione e con i lettori, invitandoli a far lo stesso. I bimbi potranno provare a individuare le norme che la regolano (paradossalmente matematiche), a interpretarne immagini e parole sfogliando velocemente o indugiando su ciascuna di esse. E poi c’è un regalo, un vero regalo d’autore: la settima sequenza, che è piena di spazi vuoti da riempire, indovinare, narrare, giocare. È un libro splendido, corposo e immaginifico, allegorico. È un libro che non può mancare nella libreria di un bambino, qualsiasi età abbia. Ma attenzione! Non datelo agli adulti, che pur lo desidereranno al solo sfiorare con lo sguardo il giallo delle vesti della principessa in copertina: Blexbolex ha creato una ballata per bambini, adatta al loro gusto, al loro mondo, ai loro mondi, alla loro immaginazione scevra. Diamo loro ciò che è loro.

PS. Ballata è uno dei titoli del brillante catalogo Orecchio acerbo. Di questi libri a scoprirne uno si desiderano tutti e un modo per non perderne nessuno c’è, e io ve lo consiglio, abbonarsi, costa il giusto e avrete a che fare per un anno intero con compagni irrinunciabili.

ballata copTitolo: Ballata
Autore: Blexbolex (con la traduzione di Paolo Cesari)
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 280 pp., 18,00 €

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Articolo pubblicato originariamente su AtlantideKids

La rotonda perfezione della felicità sta nel ricercarla

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

 

Spesso si tende a considerare la doppia pagina di un albo illustrato un unico sfondo su cui si muovono i protagonisti di una stessa illustrazione, legati a doppio filo da quello della cucitura del libro. In realtà ciascuna pagina vive una propria indipendenza sebbene (anche a causa di una certa tradizione editoriale) faccia parte di un tutt’uno. Questa semplice “regola” trova la sua espressione più completa nell’albo di Shel SilverStein edito da pochi giorni da Orecchio acerbo.

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

L’albo si svolge in orizzontale e ogni immagine investe la doppia pagina; ciò che accade a destra, però, continua, si rivela, a sinistra e al contempo rimane compiuto restando a sé stante; così come leggibili singolarmente sono i tratti lineari che si muovono alla base delle pagine a sinistra. Il che è possibile grazie alla struttura della storia così come a un profondo lavoro autoriale di ideazione e costruzione (di sottrazione anelante alla leggerezza à la Calvino direi).

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

In generale trovo la perfezione noiosa, specie se applicata agli individui (specie se professata dagli individui). Trovo la perfezione immobile e l’immobilità stanca, spesso irrita, e mal si coniuga con la scoperta.

Molto più interessante è la ricerca della perfezione: alla maniera umanistica, essa è difficile, entusiasmante, faticosa, intelligente e uno di quegli atti destinati a rimanere, in molti e fortunati casi, non compiuto. Laddove si compia, dal dinamismo si passa alla staticità e il cerchio si chiude in un’irritante noia.

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

Protagonista di questa storia di ricerca della perfezione è quello che una volta, prima di perdere un pezzo, era un cerchio perfetto. Nonostante uno spicchio di sé rimanga vuoto lasciando spazio a un sorriso pieno, il tondo non è affatto contento della sua condizione e parte, quindi, alla ricerca del pezzo perduto. Cerca col caldo e con la neve, cerca tra l’erba alta, cerca in montagna e in pianura, cerca vagando per gli oceani e mentre cerca, rotola e vaga, canta. Canta la ricerca del suo pezzo perduto. E sembra felice; anche perché ha l’occasione di incontrare e superare un bacherozzo, così come di esserne sorpassato una volta diventato farfalla. Rotola di avventura in avventura e talvolta nel pezzo che potrebbe essere quello mancante si imbatte. Solo alla fine, però, trova davvero quello giusto. Sarà questa la conclusione della sua ricerca? La felicità risiede nella perfezione, che lo rende veloce, inespressivo e completo o altrove, nell’accettazione di quel sé cantante e felice?

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

Prima di incontrare il nostro tondo protagonista si percorrono numerose pagine, inclusi risguardi e colophon, che guidano per mezzo di un unico tratto lineare, che è una strada, e suggeriscono una ricerca, così come una lettura consapevole; suggeriscono la ricerca di un inizio che è già pieno della storia; fino alla comparsa, sulla pagina di destra, dell’imperfetto tondo, triste, senza un pezzo di sé.

Ritorniamo quindi al discorso iniziale, che prosegue fino alla quarta di copertina lasciando aperta la possibilità di nuovi sviluppi. La pagina di destra dialoga con quella di sinistra con una semplicità lineare, monocroma e narrativa, lasciando intendere altre e nuove storie: cosa pensa il pezzo mancante che si rivela sproporzionato, per esempio, mentre guarda allontanarsi il cerchio imperfetto? Gli augura forse di trovare presto quello giusto? È perplesso per essere stato un pezzo di passaggio, provato e poi scartato senza tanti giri di parole? Sta decidendo di unirsi a lui in una sua propria, personale, ricerca?

Una cosa è certa, questo libro sull’imperfezione è quasi perfetto.

Alla_ricerca_coverTitolo: Alla ricerca del pezzo perduto
Autore: Shel Silverstein
Editore: orecchio acerbo
Dati: 2013, 108 pp., 19,00 €

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Una spiaggia magica che sfugge alla marea

“Che Spiaggia magica [di Crockett Johnson] sia riemerso e veda nuovamente la luce, è un vero miracolo.” (Dalla prefazione di Maurice Sendak)

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

È stato necessario che molto tempo passasse dal 1965 affinché editori capaci di vivere con levità sia nella realtà che nell’irrazionalità, raggiungendo un equilibrio che è sana attitudine, pubblicassero Spiaggia magica (che allora era Castle in the sand) con le tavole originali del suo autore. Orecchio acerbo ha avuto l’equilibrio, la sana attitudine, di munirsi di sabbia e dita e soprattutto della capacità di scrivere sulla sabbia “tavole autentiche e dall’indiscussa genialità”: ed ecco apparire la bellissima edizione italiana di Magic Beach di Crockett Johnson. Certo, il mio incedere potrebbe dar adito a un sospetto surrealismo. Non lo nego, faccio molta fatica in questo caso a distinguere le varie facce e i vari protagonisti di quest’opera: Crockett Johnson, l’autore; la storia narrata e i suoi due (tre, quattro) protagonisti; la casa editrice; Maurice Sendak che ne introduce la lettura; Elena Fantasia, che lo traduce; Philip Nel che ne firma la postfazione.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Crockett Johnson è l’autore di Harold e la matita viola, Maurice Sendak fu uno dei suoi più grandi sostenitori, nonché collaboratori. Partirei da qui, mi sembra sufficiente, per passare direttamente alla storia che è quella di un bambino e una bambina che su una spiaggia incantata (magia che potremmo ritrovare anche nella nostra, di spiaggia, quella familiare) scoprono il potere delle parole; si cimentano con la scrittura, creandole e associando ad esse una carica fortemente magica. In inglese il parallelo è molto più intuitivo e immediato Ann e Ben giocano e imparano a usare lo spell-ing e lo spell: ortografia e incantesimo.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

“Non mi dispiacerebbe se fossimo in una storia” disse Ann. “Perché nelle storie le persone non vanno in giro tutto il giorno in cerca di una vecchia conchiglia. Succedono cose interessanti”.

“Nulla accade realmente in una storia” disse Ben “le storie sono parole. E le parole sono lettere. E le lettere sono diversi tipi di segni”.

Ann è portatrice di magia, la storia per lei è la possibilità di evadere da una realtà semplice e forse un po’ noiosa. Le parole che compongono la storia sono incantesimi. Ben è portatore, invece, della tecnica, della razionalità per cui la storia non è che un insieme di parole e via via all’indietro fino ai segni, semplici e lineari che le compongono. Entrambi, con i diversi approcci che li caratterizzano, hanno una qualità comune: il coraggio, lo stesso che ho tirato in ballo all’inizio di queste mie considerazioni, di vivere nel reale e nell’irreale allo stesso tempo. Lo sottolinea lo stesso Sendak che attribuisce a questo libro, così come alle altre opere di Crockett Johnson, l’aver “contribuito a cambiare il volto imbalsamato dell’editoria per ragazzi”.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Ben e Ann sono sulla spiaggia. Ann ha fame e anche Ben, considerato che scrive sulla sabbia “marmellata”. Un’onda leggera arriva a coprire e cancellare la scritta di Ben. Al suo posto però, non la luminescenza del sole sullo strato trasparente della risacca, non lo schiarirsi della sabbia mano a mano che l’acqua ritorna al suo mare, piuttosto un bel vassoio pieno di marmellata. Ben e Ann lo fissano perplessi: certe cose succedono solo nelle storie e nemmeno in tutti i tipi di storie… Ben allora scrive “pane”, la marmellata è piuttosto buona, e dopo aver ottenuto il pane, scrive anche latte, ed esso appare in due calici di cristallo.

Dopo un pic nic all’ombra di una quercia (meglio scrivere “quercia” piuttosto che “ombrellone”, l’ombra è più profumata), Ann suggerisce di scrivere “re”, e il re effettivamente compare. È un re malinconico, incompleto: non ha un regno, di conseguenza non regna su villaggi e foreste: ma i bambini sono capaci di evocare anch’esse. Il re si allontana a cavallo: “dovete lasciare questo regno”. I bambini non sono affatto d’accordo ma interviene la realtà. Interviene la marea a ricondurli, per mezzo di un breve viaggio, nei pressi di casa. La magia è scomparsa, ma c’è stata. Con essa sono scomparsi il re e il suo regno; rimane la consapevolezza di poter ricreare un’altra storia, rimangono le parole e la possibilità di scriverle sulla sabbia confondendo in maniera creativa incantesimi e ortografia.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Le illustrazioni raccontano sfruttando lo stesso processo: non spiegano, non indugiano in sterili suggerimenti. Si limitano, nella loro linearità d’inchiostro, a vivere nei segni con semplicità e coerenza, sfruttando la carica magica dell’immaginazione.

copertinaTitolo: Spiaggia magica
Autore: Crockett Johnson
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 64 pp., 16,00

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Un paese delle meraviglie a pois. I pois di Yayoi Kusama

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carrol – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

Alice moriva di noia a starsene seduta con la sorella sulla proda, senza far niente; aveva sbirciato un paio di volte il libro che la sorella stava leggendo, ma non c’erano né figure, né dialoghi, “e a cosa serve un libro” pensava Alice “senza figure né dialoghi?”

Già, a cosa serve?
Se poi si tratta di Alice nel paese delle meraviglie, probabilmente il più immaginifico, sognante, allucinato ed esplosivo libro degli ultimi secoli, davvero, a che cosa serve?
A ben poco direi.

Certo le illustrazioni narrative (talvolta spiccatamente didascaliche) cui la traduzione classica ci ha abituato subirebbero uno scossone non da poco a sfogliare queste pagine in cui Alice passa attraverso lo specchio e l’arte di Yayoi Kusama.

In un’intervista rilasciata a Bomb nel 1999 (che se volete potrete leggere per intero qui) Yayoi Kusama dichiarava che la propria arte si origina da allucinazioni che solo lei può vedere; leggendo quel passaggio che si inserisce in un contesto di chiara lucidità assertiva è stato come se un alito di tenerezza vibrasse sul mio collo, mi parlasse di un limes buio e luminosissimo sul quale, non oltre, non prima, può accadere di tutto, si può anche incontrare un sorriso senza corpo, un sorriso umano che è il sorriso di un gatto, su cui s’appoggia una farfalla nera e dal quale pende un cordoncino con all’estremità un bottone. Un sorriso che ciascuno può appuntarsi alla giacca, alla memoria, tanto concreto, tanto largo, a ricordarci che certe immagini sebbene abbiano il potere di scomparire sono lì proprio per restare, e parlare. Magari sorridere.

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carrol – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

La tavola apparecchiata in occasione del tè dei matti è un trionfo di mosaici e di pois colorati, che pezzetto di fianco a pezzetto, pallino di fianco a pallino compongono immagini che sono dettagli e che suggeriscono un contesto dal quale sono stati esclusi i protagonisti: rimane un cappello, svolazzano le farfalle (coloratissime, questa volta), mollemente si rilassano le posate che qualcuno ha usato per mangiare l’anguria o zuccherare il tè.

Ma Alice, dov’è? Si è persa in un pois? Ha mangiato qualcosa che l’ha fatta divenire tanto piccola da essere invisibile ai nostri occhi? Magari, c’è, solo si nasconde sotto la corolla dall’aspetto poco edibile di un fungo, o sul dorso di una lumaca poco lesta.

Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carroll – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

La incrociamo solo due volte, la prima volta ne vediamo il collo lungo, lunghissimo, dopo aver scoperto ciò che può accadere a seguire i consigli di un bruco; la seconda ci saluta con un’ombra corrucciata, dal davanzale di una finestra incastonata in un peperone. Il fiore orologio segna le tre, la sorella di Alice la immagina da grande; “cercò di immaginarsi come questa sorellina si sarebbe trasformata in un prossimo futuro, in una donna adulta; e come avrebbe mantenuto attraverso tutti gli anni della sua maturità il cuore semplice e affettuoso dell’infanzia”. Forse crescendo è divenuta altro, forse ci sono decine, centinaia, di Alice che non hanno disatteso le aspettative e i sogni dell’infanzia, forse, anzi, per certo Yayoi Kusama è una di loro. D’altra parte lo afferma lei stessa in una dichiarazione brevissima, che ha un tono deciso e il sapore della serenità: “Io, Kusama, sono la moderna Alice nel paese delle meraviglie”.

Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol - copyrigth © yayoi kusama - Orecchio acerbo
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carroll – copyrigth © yayoi kusama – Orecchio acerbo

Alice_coverTitolo: Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. 
Autore: Lewis Carroll, Yayoi Kusama
Traduttore: Milli Graffi
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 192 pp., 30,00 €

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Avvicinatevi signore e signori, venite tutti! Guardate tutti, guardate tutti, Guardate!

 Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt - Orecchio acerbo

C’era una volta un grande tendone rosso, e un lungo, lunghissimo cappello rosso che stava sulla testa di un omino dal costume giallo e questo omino, senza prendere fiato nemmeno una volta, stava proprio dinanzi a quel grande tendone rosso che, sì, era il tendone di un circo, e l’omino – non conosciamo il suo nome – , dunque, che di quel circo e di quel tendone era il proprietario, tanto che tutti lo chiamavano “L’uomo del circo”, tutto d’un fiato chiama a viva voce gli spettatori e, con convincente insistenza, promette cose straordinarie, rivelazioni incredibili, visioni improbabili per mezzo di una mini, minuscola scatolina gialla.

Pipìui! No, non è il nome dell’uomo del circo, e nemmeno un suono di curiosità e impazienza per significare: su! Apri la scatola! Pipìui è il nome del cane. Ma non un cane qualunque e nemmeno un cane capace di fare cose straordinarie (posto che farsi amare da tutti non lo sia), un cane piccolo, talmente minuscolo da essere contenuto in una scatolina piccola, talmente piccola da stare comoda sul palmo di una mano.

Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt – Orecchio acerbo
Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt – Orecchio acerbo

Pipìui non sa fare capriole, non sa stringere la mano, non sa fare nulla ma nell’istante in cui salta fuori dalla sua custodia gialla tutti se ne innamorano; e non a caso lo ama la donna che sta in equilibrio con la testa sulla punta di un ombrello e intanto con un piede regge una tazza di latte e con l’altro un paio di forbici, lo ama l’enorme gigante, lo ama il bambino forzuto… insomma, tutti amano Pipìui e tutto va meravigliosamente sotto il grande tendone rosso dell’uomo del circo, fino a quando non accade qualcosa di imprevisto: Pipìui incomincia a crescere e crescere e a crescere ancora di più, fino a divenire straordinariamente normale.

La storia di Pipìui non finisce qui e per tutte le pagine a seguire è assolutamente e altrettanto esilarante e toccante giacché crescere è difficile, ancora più complicato lo è quando l’essere piccolo è tutto quel che ci contraddistingue. Però crescere può rivelarsi interessante, specie se sei un cane che una volta era minuscolo, se sei un cane rosso che una volta era minuscolo e se sei il protagonista di una storia, anch’essa tutta morbide linee nere che acchiappano e contengono tutto il giallo e il rosso che c’è, surreale, spiritosa e buffa.

Apri la scatola! È illustrato e scritto da Dorothy Kunhardt e tradotto da Elena Fantasia; non segue nessun tracciato prestabilito, è precipitoso, è disarmante, ha un suo ritmo interno perfetto che scombina il concetto stesso di ritmo (testi fitti s’alternano e inseguono testi brevi, che lasciano il posto a testi brevissimi per tornare a crescere e crescere e crescere). È uno degli albi più divertenti in cui io mi sia imbattuta quest’anno.

apri la scatola copTitolo: Apri la scatola!
Autore: Dorothy Kunhardt
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 64 pp., 15,00 €

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Ciascuno ha i propri pensieri, pesanti o leggeri. E tu, a che pensi?

Laurent Moreau - a che pensi?

Quando le mattine accolgono i miei passi con una brezza fresca, i pensieri che durante la notte s’erano ampliati e gonfiati rimpiccioliscono e si cristallizzano nell’istante in cui il portone si chiude alle mie spalle lasciando il posto ad altri, i quali, molto più pratici e imminenti, s’affacciano e affollano: quale maestra accoglierà oggi la mia bambina? Incrocerò il vecchietto che mi induce a pormi così tante domande sulla mia tolleranza? Troverò in offerta il pesce che voglio cucinare stasera? Intanto sorrido, perché la mia bambina mi sta parlando di certe spericolate avventure che da piccola intraprendeva con il suo amico orsetto Junior, e mentre sorrido incrocio la fruttivendola che sorride anch’essa ma so preoccupata perché nessuno compra la frutta al suo bancone e il cartello “cedesi attività” scritto a mano e un po’ sbilenco è specchio manifesto dei suoi di pensieri. Arrivate a scuola, la maestra mi chiede se ho un’idea per raccogliere e conservare i cartelloni dei bambini perché non si sciupino. Mi domando da quando l’urgenza di questo pensiero di premura sia nella sua mente; ci penso da ieri, mi ha detto.

Laurent Moreau - a che pensi?

Ciascuno ha i propri, di pensieri, e non necessariamente li manifesta. Piuttosto, spesso, cerca di camuffarli, o li esplicita, suo malgrado, con gesti, sguardi, sospiri. La curiosità di scoprire quelli che realmente si nascondono nella quieta apparenza è gatta. Ed è proprio un gatto, infatti, protagonista e narratore di questo albo illustrato di Laurent Moreau, a cogliere i gesti più lievi, gli sguardi furtivi o sognanti dei passanti. Grazie a lui scopriamo che Elena, a volte, ha bisogno di stare sola; così come Maria è terribilmente gelosa. Così come Barbara gode dell’aria fresca e la Signora Elsa pensa preoccupata al suo lavoro.

Laurent Moreau ha avuto l’ardire di porre la domanda cruciale: A che pensi? A che pensi, davvero? Beh, per strada si può solo immaginare e supporre, ma tra le pagine di questo libro, grazie a delle funzionali alette e allo spirito d’osservazione di un gatto, si può vedere ciò che si nasconde nella mente a dispetto di quello che suggerisce il volto, l’espressione.

Questo è un albo interessante per la sua strutture e ideazione, molto interessante, giacché presuppone una forte impostazione filosofica, che gioca sapientemente nel campo della semiotica, e al contempo l’associa a una resa giocosa e vivace che dissimula nel gioco della scoperta e della curiosità significati pregnanti e profondi.

A ciascun personaggio, e ai suoi pensieri, è dedicata una doppia pagina; su quella di sinistra un brevissimo testo descrittivo (Mattia è semplicemente felice) che s’associa all’illustrazione che ristà nella pagina di destra in cui, in un piano americano, il protagonista risponde al proprio testo di riferimento ma non lo esplicita del tutto, esattamente come se Mattia lo incrociassimo per strada. Sollevando l’aletta, invece, troveremmo rappresentati i suoi pensieri, in questo caso l’idea di felicità di Mattia, che consiste nel pedalare mentre un piccolo stormo di uccelli gli vola intorno a condividere la libertà. Così come la gelosia di Maria è un nodo ingarbugliato di serpenti e la tristezza di Anna uno stagno di pioggia e lacrime.

Il tratto di Laurent Moreau è fluido e pieno, ritmico per come lo si percepisce, mai ridondante anche quando i pensieri sono floridi o ingarbugliati.

Un libro che consiglio vivamente e che, altrettanto vivamente, spero possa suggerire strade alternative all’apparenza, declinate più sulla consapevolezza e genuina espressione di sé e del proprio sentire che su ciò che di noi stessi costruiamo e vorremmo rendere manifesto agli altri. Per questo c’è già Facebook.

Titolo: A che pensi?
Autore: Laurent Moreau
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 44 pp., 16,50 €

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Un vuoto bisogno di Niente

Ci sono autori che non sono specificamente tali; che prima di esserlo erano altro, che mentre lo sono, sono anche e specificamente altro. Raro che qualcuno faccia bene un mestiere, quando l’eccellenza, poi, invade due campi d’azione, allora ci si ritrova nell’ambito della meraviglia: è il caso di Remy Charlip, ballerino prima che illustratore e narratore assieme ballerino. Si tratta probabilmente di possedere un unico talento, quello di riuscire a non curarsi dei confini, quello di riuscire a scavalcare i muri e agire trasversalmente col corpo, con la matita, con la penna.

E qualcosa della danza rimane sempre nei libri di Charlip. A volte essa è manifesta; lo era in Mio Miao. Il mio unico specialissimo gatto, lo era in egual misura in Fortunatamente. Meno esplicita in Niente (illustrato da Eric Dekker) sebbene la gestione dello spazio e la misura del testo siano in equilibrio rispetto al rapporto del lettore con lo spazio sia fisico che mentale.

C’è un’unica traccia di colore, in una pagina soltanto, in questo Niente. Il resto sono linee di nero che si incontrano, intersecano e allineano sul bianco per dare forma a tutto il resto e a Niente.

Smarrisce tutto questo bianco e nero, il luogo è piccolo (cm. 19 x 14,5) ma l’impressione è che sia senza limiti, immenso. Che è la stessa sensazione di smarrimento che s’avverte quando si legge Cappuccetto Bianco di Munari, che peraltro proprio a Charlip è dedicato: In tutto quel bianco c’è Cappuccetto Bianco, lo si sa,  c’è una panchina di pietra nel piccolo giardino coperto dalla neve, c’è la cuccia del cane ma non si vede niente. Qui c’è il niente, invece, ma è un niente talmente vasto e ampio che si compra.

La sala di montaggio su doppia pagina iniziale ci da l’impressione che ogni istante di questo Niente possa essere spostato nello spazio di un altro. Il risultato non cambia. D’altra parte si tratta di Niente, prodotto multifunzione, efficace per davvero nei campi più diversi, da quello dell’igiene orale a quello affettivo, a quello della salute. Niente vive della sua pubblicità, e dall’essere Niente diviene l’unica cosa capace di guarire il piccolo Zero, malato da tempo.

Il sottotitolo lo esplicita, Niente è Pubblicità. Quando è stato edito da Orecchio acerbo, nel 2007, questo albo di Remy Charlip e Eric Dekker avrà fatto sorridere per il contingente messaggio inneggiante alla vera anima del commercio, capace di tutto e fatta proprio di niente.

Titolo: Niente
Autori: Remy Charlip, Eric Dekker
Traduttore: Paolo Cesari
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2007, 48 pp., 10,00 €

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La scienza delle soluzioni immaginarie

Il bacio senza un tempo si travestì da rospo.

Una nave affondava ballerina mentre il giovane Salvo, un soldato in gamba – liberò un re – cercava una moglie d’oro.
Il principe mangiò un uovo e una gallina.

La sirena, il pesce-principessa, trasformò la sua nonna in anatroccolo. Il risveglio: la bambina cresceva e diventò un cigno con dentro nascosto un lupo; si mise in un materasso; col passare del pescatore là sotto trovò un pisello, sì!

Ho giocato, perché se c’è una cosa che mi piace fare è giocare e se c’è una cosa che mi piace fare ancora di più di giocare è giocare con le parole. Ho giocato perché oltre alle radici colte, oltre ai riferimenti classici, oltre al movimento logico e a quello illogico, oltre all’esercizio di stile (di cui comunque non mancheremo di parlare) quello che ho trovato in questo albo illustrato di Fausta Orecchio e Olivier Douzou o Fausta Oreille e Olivier Dodici (tanto a cambiare l’ordine, o la lingua, degli addendi il prodotto non cambia) è l’invito al gioco di fantasia. Impegnativo per la mia mente adulta, molto impegnativo, ma certamente leggero e strampalato, e divertente, per una mente bambina.

Fiabla-bla è il risultato del felice incontro tra 77 parole, 7 colori e 12 forme. Immaginiamo le pagine come una pista da ballo, non quelli di gruppo standardizzati e sempre uguali, uno di quei balli che basta cogliere il ritmo e poi il partner non conta, il tempo non conta, nemmeno lo spazio; uno di quei balli in cui una “principessa” non è detto che si trovi a ballare con il suo “re”, ma anche sì, in cui un “rospo” non è detto che incontri il suo “bacio”, in cui una “gamba” può finire “sotto” a un “materasso” (argh!). Le parole si incontrano, si pestano un po’ i piedi, si scostano, si rincontrano. Ballano e ridono e ridono.

L’idea della verità è la più immaginaria tra le soluzioni” è dà luogo a novità mai udite, mai lette prime, mai viste rappresentate in questo modo libero e selvaggio. La struttura si destruttura, le forme si combinano con un piglio assolutamente rigoroso per cui un pisello diviene re, diviene albero.

L’aveva già fatto Queneau, e noi amiamo il gioco delle varianti, lo amiamo in Rodari, l’abbiamo ritrovato grazie a Fabian Negrin, lo ritroviamo qui, tra le pagine di Fiabla-bla. Non è un libro (e per fortuna!) che incontrerà il gusto di tutti, del resto, come diceva un altro meraviglioso giocoliere di parole: a ognuno la sua platea.

Titolo: Fiabla-bla
Autore: Fausta Orecchio, Olivier Douzou
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 32 pp., 11,50 €

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Non c'è una zona grigia tra il nero del male e il bianco del bene

A. C. Quarello - Janet la stortaNon c’è una zona grigia tra il nero del male e il bianco del bene. Non c’è perché non esistono gesti in parte crudeli o in parte buoni. E ciascuno di noi, che lo voglia o meno, è portatore sia di quel bianco che di quel nero, e, come esplicitato da Goffredo Fofi nella postfazione a questo lampo che è Janet la storta di R. L. Stevenson, “il male ha le sue attrattive, come ogni fuoriuscita dalla regola, dall’ordine imposto. Crescere vuol dire questo, e vuol dirlo da sempre: capire la differenza tra il bene e il male”.

Un capolavoro di sessantaquattro pagine in cui Maurizio A. C. Quarello, l’illustratore, riesce a dialogare con Stevenson su pari livello. Gli occhi iniettati di sangue di Janet (la storta), i corvi che sembrano trovare nel suo cappello il proprio nido hanno la stessa valenza delle parole di Stevenson: sfogli le pagine, le incontri, ne sei colpito, sei costretto da un desiderio misto ad angoscia a indugiare sui dettagli, Ti colgono di sorpresa e ti lasciano turbato.

Aveva ragione la maggior parte della gente a mettere in guardia il giovane reverendo Murdoch Soulis? Avrebbe dovuto assecondare il pregiudizio di un aspetto assolutamente poco confortante? L’uomo nero, del resto, lo sanno tutti che può nascondersi ovunque, albergare in esseri anche meno inquietanti di Janet; Janet dalla risata inconcludente, dai gesti convulsi, dall’incedere incespicante e furioso.

A. C. Quarello - Janet la stortaA. C. Quarello - Janet la storta

Siamo tutti dalla parte di Janet quando le comari puritane tentano di annegarla secondo lo schema classico della lotta alle streghe: se affoga, peccato… se resta, caparbiamente, a galla peccato… è una strega. E queste parrocchiane non fanno nulla per scardinare l’appoggio pieno che il lettore dà al reverendo. Agiscono da ottuse; si comportano come se fossero investite da una facoltà di giudizio ineccepibile. Eppure Janet da quel bagno di soffocante inquisizione esce inospitale a qualsiasi empatia e la tensione sale.

Ripenso a L’isola dei morti alla desolazione imperante in quel dipinto come nello spaventoso isolamento del reverendo; ripenso ai toni dell’ocra e del bruno che toccano quella tela come queste pagine e inzuppano delle acque dello Stige ogni frase, ogni parola. Parole e frasi che, in perfetto stile short story, evocano con intensità e freddezza: ogni pensiero è lancinante, comincia e si conclude senza strascichi senza commistioni. A ogni momento la sua personale paura.

La vecchia Janet un po’ strega, un po’ diavolo, un po’ maga è storta; ancora riprendo Goffredo Fofi e la sua postfazione “Janet sta tutta da una sola parte, la parte dell’oscurità, della notte, del male, di ciò che continuiamo a chiamare demonio”: è thrawn, come in scozzese si dice per twisted, crooked, perverse. Perfettamente “storta”. Altrettanto calzante la traduzione di Paola Splendore che riesce a restare fedele a quella freddezza di ritmo e intensità che rendono questa lettura per adolescenti e adulti piena.

*A. C. Quarello quest’anno ha vinto il Premio Andersen come miglior illustratore e in regalo con questo albo un poster.*

Titolo: Janet la Storta
Autore: R. L. Stevenson, A. C. Quarello
Traduttore: Paola Splendore
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 64 pp., 15,00 €

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Marco Cavallo e il folle coraggio di raccontare ai bambini

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Certo che solo un dottore matto, ma matto da legare, poteva pensare di dar voce ai matti, quelli veri, quelli la cui anima è in costante sofferenza, quelli di cui si ha paura, che si scansano, quelli che a guardarli inseguire una foglia o contare i sassi si stringe il cuore.

Iréne Cohen-Janca li definisce proprio “coloro che hanno male all’anima”, ed è una definizione calzante quanto scomoda, considerato che per molti i matti nemmeno ce l’hanno un’anima o se ce l’hanno è ammuffita, marcia, vuota.

Questo albo (che è un racconto) è certamente il più difficile libro per bambini che io mi sia trovata a recensire, quando non a leggere; ce ne sono stati altri che mi hanno messa nella situazione scomodissima, nell’impasse, di voler comunicare tutto quello che loro hanno comunicato a me con il risultato che la lingua si impasta in un groviglio di sensazioni e afflati che poco hanno a che spartire con l’oggettività giornalistica. Così è stato per L’albero di Anne, o L’autobus di Rosa entrambi editi da Orecchio acerbo e illustrati da Maurizio Quarello che figura i tratti di questo grande cavallo blu narrato da Iréne Cohen-Janca che anche della storia di Anne, non a caso, era stata portatrice.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluMaurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Mi chiedo se sia una coincidenza o se sia la forza delle parole, la sapienza con cui il lessico di un ospedale psichiatrico diviene il lessico di una favola, la forza con cui i matti stilizzati proiettano sulla pagina la propria ombra, traccia sì e indelebile della propria, concreta, esistenza, o se si tratti del coraggio di portare sulla carta scritta, nero su bianco con tracce indimenticabili di blu, una storia per bambini che gli adulti faticano a digerire se non a concepire.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluTutto questo mi chiedo quando leggo Il grande cavallo blu; Paolo è il protagonista di questa storia: figlio della lavandaia dell’ospedale vive in questo mondo per nulla ovattato, isolato da quello esterno che ben si guarda dal lanciare uno sguardo oltre le cancellate di questa isola piena di matti, battuta dalla bora triestina. Paolo vive nell’ospedale psichiatrico, al San Giovanni, dunque. Il suo unico amico è Marco, il cavallo dalla stella bianca sulla fronte che trasporta la biancheria. Paolo conosce i matti rinchiusi nell’ospedale ma nella propria tenerezza di bambino essi assumono i tratti quantomai esacerbati della fiaba: c’è l’uomo-albero su cui si posano merli che conservano sulle piume il blu intenso del cielo aperto e libero da cui provengono, c’è la signora bella, col belletto sulle labbra che vaga scalza, sempre con le scarpe in mano, c’è l’uomo che cattura e spezza il collo agli uccelli, inquietante, fa paura, ci sono esseri senza età, fermi nel tempo, vecchi che sembrano bambini e bambini che paiono vecchi. Le tavole illustrate si susseguono con un ritmo grigio e bianco pervaso da pause tintinnanti di blu: il blu del mare, il blu del cielo, il blu di tutto quello che può essere libero per natura o perché ha ottenuto la libertà, come Marco, il cavallo, simbolo della libertà conquistata perché concessa da un uomo libero, perché atto di coraggio. Perché frutto di una follia sana, di cui, a ben guardare, da vicino, come sosteneva Basaglia, ciascuno di noi è portatore.

Marco il cavallo dalla fronte stellata è vecchio e stanco, merita di riposare piuttosto che di andare al macello, Paolo merita di salvarlo, e i matti si meritano l’aria oltre le cancellate, quella sferzante di libertà. A simboleggiare come l’infermità del singolo isolata può divenire incomprensibile malattia da sedare con camicie di forza ed elettroshock, sebbene non sia altro invece se non specchio dell’infermità collettiva non senziente, gretta, pavida. Almeno fino a quando un dottore “ostinato come il vento e matto da legare” non decida di aprire le porte e far varcare il cancello a un grande cavallo blu e ai matti, sostenendo che la libertà sia la medicina migliore.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluMaurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Titolo: Il grande cavallo blu
Autore: Irène Cohen-Janca, Maurizio Quarello
Traduttore: Paolo Cesari
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 44 pp., 12,50 €

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L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile”(F. Basaglia. Conferenze brasiliane, 1979)

“In un certo senso, viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo dentro questo manicomio, internati che lottano per la libertà. Ma non possiamo sperare nei liberatori, perché se speriamo in loro saremo ancora una volta imprigionati e oppressi. È la stessa storia dell’operaio che non può sperare che la direzione del sindacato lo liberi. È lui stesso che deve lottare e dare ai dirigenti del sindacato gli elementi per liberarlo. È questa la nostra funzione di leader in una società in cambiamento. Dobbiamo capire insieme con gli altri quello che dobbiamo fare e non dirigere gli altri in un modo o nell’altro, perché facendo così saremmo noi stessi nuovi padroni”. Trent’anni e passa sono trascorsi da quando uno psichiatra “anti-psichiatria”, si chiamava Franco Basaglia, pronunciò questo e altri memorabili discorsi. Lo stesso uomo dimostrò, inoltre, come l’impossibile qualche volta diventa possibile persino a partire da episodi all’apparenza di nessun conto.

Circostanze marginali che scatenano l’immaginazione troppo a lungo implosa, tenuta in catene, costretta nella camicia di forza, capace di trasformare orrore e sofferenze in avventure di libertà e avviare trasformazioni epocali. C’era una volta un re, allora direte voi? No. C’era una volta un cavallo addetto al trasporto di biancheria, scarti di cibo e roba vecchia, in servizio all’ospedale psichiatrico di Trieste. Perché è da un cavallo che comincia questa storia unica. Le istituzioni volevano mandarlo al macello perché vecchio e sostituirlo con un motocarro. Ma l’animale puntò zoccoli e ferri e recalcitrò. O meglio degenti e personale del San Giovanni di Trieste scrissero una lettera alle istituzioni. L’animale fu salvato e da allora divenne simbolo di una lotta contro ogni oppressione, a cominciare da una psichiatria antiquata che trattava i malati mentali da rei privandoli di fondamentali diritti civili e della dignità umana.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluIl cavallo in carne e ossa ispirò nel 1973 la creazione di un simbolo potente: ‘Marco Cavallo’, macchina teatrale di legno e cartapesta azzurra. Emblema di una battaglia di libertà e liberazione contro tutti i manicomi e le coercizioni, da allora non ha mai smesso di viaggiare e portare il suo messaggio in ogni parte del mondo per contrastare la smemoratezza che rischia di cancellare le tracce di un passato ancora troppo vicino che specie i più giovani ignorano. Marco Cavallo è anche simbolo della cosiddetta riforma Basaglia, la legge 180/1978 che ha sancito la chiusura dei manicomi sostituiti da centri territoriali e permesso al ‘matto’ di riappropriarsi della sua dignità di cittadino con diritti, doveri e responsabilità, punibilità compresa se si commettono reati. Resta in piedi la complessa questione degli aspetti della riforma ancora non attuati, del grave fardello che spesso è toccato e tocca in sorte alle famiglie costrette a farsi carico di parenti malati psichiatrici senza il supporto di idonee comunità terapeutiche. Qui si vuole solo evidenziare che davvero nella nostra recente storia l’impossibile è accaduto e tutti noi beneficiamo di un dono non scontato. Una simile rivoluzione nella psichiatria moderna non sarebbe stata possibile senza Basaglia e suoi colleghi nonché grazie alla fattiva collaborazione della provincia di Trieste, allora guidata da Michele Zanetti.

Basaglia era uno psichiatra veneziano, che all’arrivo nel 1971 a Trieste, aveva già avuto un impatto durissimo col manicomio di Gorizia dove aveva cercato di avviare un’esperienza di comunità terapeutica e una prima rivoluzione eliminando contenzione fisica, uso dell’elettroshock e aprendo i reparti. Una volta a Trieste però, a questo psichiatra intriso di letture esistenzialiste e in piena sintonia con le correnti psichiatriche di ispirazione fenomenologica ed esistenziale (Karl Jaspers, Eugéne Minkowski, Ludwig Binswanger), con il pensiero di Michel Foucault e Ervinng Goffman nella critica all’istituzione psichiatrica, ma capace di concretezza a partire dall’immersione nella realtà manicomiale senza mai negare la malattia mentale, non volle più sforzarsi di “umanizzare” il manicomio. Puntò a distruggerlo, perché lager e copertura di un sistema coercitivo che esclude il malato per non vedere le proprie contraddizioni patologiche. Dal ’73 nel manicomio di Trieste fu creata una cooperativa di lavoro retribuito per i pazienti, avviato un laboratorio condotto da Giuliano Scabia, artista poliedrico con l’aiuto di tanti, tra cui Vittorio Basaglia, pittore, scultore, fratello di Franco, e poi medici, infermieri, internati che realizzarono Marco Cavallo. Il colosso azzurro fu portato all’aperto il 25 febbraio del 1973 dopo che venne aperta una breccia nel muro di cinta del manicomio che lo stesso Basaglia spaccò con una panchina di ghisa.

Con Marco Cavallo sfilò per Trieste un corteo con più di 600 matti: la follia finalmente dilagava nella città e la città si apriva tra gioco e paura alla realtà vera dell’essere umano. Nello stesso anno Basaglia fondò Psichiatria democratica, movimento che favoriva la diffusione dell’antipsichiatria, corrente di pensiero che bersagliava il meccanismo segregante ed escludente delle istituzioni sanitarie. Nel ’77  fu dichiarata la chiusura del manicomio di Trieste. Nel 1978 si approvò la legge 180 che avviò la chiusura dei manicomi su tutto il territorio nazionale e la sostituzione, secondo l’esperienza triestina, con centri territoriali. Marco Cavallo ha ancora tanto lavoro da fare: tra i servizi psichiatrici e nelle cliniche private dove spesso la contenzione è tuttora realtà e di psichiatria si muore ancora, ma soprattutto negli ospedali psichiatrici giudiziari dove le condizioni sono arcaiche e disumane.

Entro il 31 marzo del prossimo anno tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia devono essere chiusi. I detenuti, 1500 persone circa, saranno trasferiti in centri idonei a curarli. Non è che l’inizio di un percorso lungo. Già Basaglia invitava alla cautela: “Attenzione alle facili euforie. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi del malato di mente. Negli ospedali ci sarà sempre il pericolo dei reparti speciali, del perpetuarsi d’una visione segregante ed emarginante”. Marco Cavallo ci sarà a raccontare lo spaventoso manicomio che sta fuori e pare invincibile.