Melisenda e altre storie da non credere

 Lidsey Yankey - Melisenda e altre storie da non credere 2012 L'eccentrico usurparore in abiti di flanella
Lidsey Yankey – Melisenda e altre storie da non credere, 2012 – L’eccentrico usurparore in abiti di flanella

Che cosa c’è di più stuzzicante del dare un ordine inverso alle cose uscendo dagli schemi, lasciando saltellando sentieri già battuti e lanciarsi di corsa su altri, mai o poco percorsi in cui incrociare stravaganze, umorismo, creazioni surreali, tradizioni rivisitate e bizzarrie?

E cosa piace molto fare ai bambini se non cercare percorsi alternativi in cui sentirsi liberi di cercare altri punti di vista, altre conclusioni, magari non conservatrici o e reazionarie?

Se questi nove racconti di Edith Nesbit si incontrano da adulti bisogna superare la barriera della stravaganza, mentre se si propongono ai ragazzi e ai bambini essi non avranno alcuna difficoltà a divertirsi e a cogliere quel genio e sregolatezza che è la forza di questa autrice che Bianca Pitzorno (che tra i suoi 100 libri per navigare nel mare della letteratura della Nesbit consiglia Cinque bambini e la cosa) definisce “profonda conoscitrice della psicologia infantile”. Refrattaria alle morali, allergica agli intenti educativi, Edith Nesbit è straordinaria nel divertire e nel farlo raccontando.

Per questi nove racconti, scritti immediatamente prima dei suoi più celebri romanzi, ormai classici in Inghilterra, Rita Valentino Merletti ha scritto una succosa introduzione in cui, tra le altre cose interessanti, opera un intelligente parallelo tra uno dei racconti (Le conseguenze dell’aritmetica) e Lewis Carrol e il suo Gioco della logica.

Melisenda  ci è piaciuto per il suo essere stravagante e per le belle illustrazioni di Lindsey Yankey. mentre invece la resa delle illustrazioni ci sembra non perfetta, l’effetto è un po’ sbiadito.

raccomandato: agli amanti delle storie divertenti e non convenzionali

Titolo: Melisenda e altre storie da non credere
Autore: Edith Nesbit, Lidsey Yankey
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 258 pp., 25,00 €

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I Grimm come non li avete mai letti

Il signor Dettofatto, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.
Il signor Dettofatto, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.

Sono passati duecento anni dalla pubblicazione delle loro fiabe, le fiabe dei fratelli Grimm, intendo, e a tutt’oggi sono decine, centinaia direi, le forme in cui esse sono state riproposte: dalle più nobili e fedeli, dalle varianti più o meno brillanti, fino alle orride riduzioni, che purtroppo vanno per la maggiore, perché più semplici (laddove questa splendida parola si svuota del suo altissimo valore), perché più veloci, perché banali.

Rare sono però le occasioni di poter leggere quelle fiabe dei Grimm che esulano dai confini del consueto, a meno che non si attinga all’opera completa originale, ma anche in questo caso, e facendo riferimento alla meglio nota tra tutte le edizioni delle fiabe dei fratelli Grimm, la settima del 1857 (Kinder- und Hausmärchen), solo alcune tra quelle selezionate da Jack Zipes sono riconoscibili o familiari: alcune sono state riselezionate dai Grimm durante la loro instancabile opera di scelta filologica, altre modificate perché si adattassero meglio alla tradizione tedesca e perdessero un po’ della loro origine straniera, altre ancora hanno cambiato titolo, altre, invece, sono state del tutto eliminate.

Per questa ragione Principessa Pel di Topo (e altre 41 fiabe da scoprire)  è un volume imperdibile, prezioso: raccoglie 42 fiabe dei fratelli Grimm sorprendenti e quantomai autentiche. Fiabe dai personaggi in via d’estinzione, la morte per esempio (processo che riguarda, ahimè, solo il personaggio), la fame, le madri crudeli, la rivalità tra fratelli, la malvagità nella sua forma più estrema.

Sono fiabe raccolte tra il 1815 e il 1817 non del tutto adatte ai bambini, molto più affini alla tradizione magico/popolare, la quale però rientra assolutamente nell’ambito del fiabesco e proprio da quel contesto attinge a piene mani per sdrammatizzare la realtà, per renderla, nel contrasto, evidente, per rasserenare. E le illustrazioni, esattamente come in tutte le fiabe che si rispettino, intervengono a sottolinearne proprio la radice comune: sono di Fabian Negrin e sono splendide. Ho individuato un filo rosso tra tutte le tavole e tra le tavole e le fiabe: l’urgenza di rendere tutto il senso di ogni storia con nettezza, velocemente, senza cornici, introduzioni o orpelli. Riflette quest’urgenza l’origine orale di queste fiabe, e risolve quest’urgenza la capacità quantomai straordinaria di Fabian Negrin di raccontare un’intera storia in una sola immagine.

pel di topo grimm_copertinaTitolo: Principessa Pel di Topo e altre 41 fiabe da scoprire
Autore: di Jacob e Wilhel Grimm, a cura di Jack Zipes con 15 tavole originali di Fabian Negrin
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 200 pp., 23,90 €

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La differenza c'è e questo è bellissimo!

Miriam Koch - Bice Speciale

Se volete che il vostro bambino gusti appieno questo libro dovete mettervi ben comodi: seduti a un tavolino ampio, il bimbo a destra, il genitore a sinistra. Perché anche il formato di questo albo è come Bice: speciale (30,5×11,5).

Avendo lo spazio per aprirlo tutta la lettura ne guadagna: la pagina di sinistra ariosa e spaziosa contiene poche intense parole che, senza fronzoli, comunicano con immediatezza il punto di vista di Bice, pecora speciale, senza dubbio e manifestatamente giacché a striscie bianche e rosse nel manto e nella profondità (e autonomia) di pensiero. La pagina di sinistra si compone di blocchi ben distinti di colori. L’immagine è come composita: aree di verde su cui s’adagiano aree soffici di bianco, su cui spicca lo spazio occupato da un bianco e rosso unico (sebbene come una caramella, come il bicchiere di una bibita, come una mongolfiera). Le immagini sembrano quasi volersi contenere in tinte ocra e grigie, per poi indicare con colori brillanti e pieni pezzetti di mondo (topolini, cartacce, cani). Naturalmente su tutto spicca lei, Bice.

“Ovunque tu vada, vacci con tutto il cuore”; lo diceva Confucio. Bice Speciale è una pecora. Una pecora speciale; si sente sola perché non è come le altre, non può godere del tepore dello stare vicine, del fare gruppo, spalleggiarsi, sostenersi. Non c’è posto per lei nel gregge, così sente Bice. Nel profondo del suo cuore sa, però, che certamente esiste un posto dove poter essere speciale. Bice Speciale fa sua la massima di Confucio (è filosoficamente speciale questa pecorella a striscie!) e parte; parte quasi inconsciamente, casualmente. Parte alla ricerca di se stessa inseguendo un qualcosa che pare rassomigliarle, dimenticandosi del valore della sua unicità sminuisce un po’ il senso del suo viaggio.

Miriam Koch - Bice Speciale

Ma ogni viaggio ha la sua storia e Bice, attraversando la città, distante dai luoghi a lei familiari, si ritrova sola. Addirittura più sola di prima. Fino a quando la luce di un faro speciale e il cambio di prospettiva le illuminano la vista, il punto di vista, più propriamente. E Bice sceglie il suo posto, in cui poter essere speciali dipende solo da sé.

Miriam Koch - Bice Speciale

Le matite di Miriam Koch sottolineano ed evidenziano con estrema naturalezza e semplicità un’idea di tolleranza che toccherà il bimbo lettore o ascoltatore; gli oggetti colorati sembreranno distrarlo, si divertirà a individuare tutti quelli che rassomigliano a Bice (ma no, non sono affatto come lei!); sembrerà curioso dell’evolversi della storia e, come dicevo, il linguaggio diretto e senza fronzoli si presta a questo approccio. Mentre farà tutte queste cose, mentre scambierà con Bice informazioni e gioco, respirerà l’aria frizzante e tersa del mare del Nord, correrà libero sulle lunghe spiagge, sui prati. E lo scambi che tra libro e bambino sempre dovrebbe esserci sarà completo: comprenderà come per essere vicini agli altri sia assolutamente necessario essere vicini a sé stessi.

Titolo: Bice Speciale – la pecora a strisce
Autore: Miriam Koch
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 44 pp., 14,00 €

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Adelaide, la strana creatura alata del Signor Ungerer

Adelaide - Tomi UngererNon appena ho incominciato a leggere la storia di Adelaide, cangurina alata, ho subito pensato a the Artist di Michel Hazanavicius. Qual è il legame tra un albo illustrato (uno strampalato albo come sempre, magnificamente, è per Tomi Ungerer) per bambini del 1959 e un film fresco fresco di Oscar del 2012? Beh, la storia di Adelaide procede proprio come se la cangurina in questione fosse una star di Hollywood e la pellicola delle sue avventure virato seppia scorre proprio di pagina in pagina come se si trattasse dei fotogrammi della pellicola biografica e spettacolare della vita di una star del cinema o di un eroico aviatore dall’aura magica alla Saint-Exupéry.

Adelaide non è solo alata, è anche intraprendente e affascinata dal volo, quindi non esita a salutare mamma e papà e spiccare il volo alla ricerca di avventura. Si aggrega a un aviatore e assieme visitano paesi esotici; poi approda a Parigi e decide di stabilirsi lì. Per un caso fortuito incontra un gentile signore che le mostra la città. Monsieur Murius ricorda il Signor Racine di matrice sempre ungereriana, rimane intenerito e subito s’affeziona ad Adelaide e alle sue belle ali. Insieme visitano Parigi e Adelaide scopre come siano tante le creature alate che, esattamente come lei, hanno le ali sebbene non siano uccelli. La Nike di Samotracia, i Tori alati di Khorsabad al Louvre, i gargoyle e gli angeli di Notre Dame, inquietanti i primi, paciosi gli altri.

Adelaide si sente creatura meno sola all’idea che le ali rendano così originali da meritare splendide statue; paga dell’essere se stessa le mancava solo l’amore di un canguro come lei, giacché d’amore verso gli altri e di generosità il suo cuore da cangurina era ricolmo: non esita a mettere a repentaglio la propria vita per salvare quella di due bimbi da un incendio e proprio quest’atto eroico le varrà l’incontro tanto atteso con il canguro della sua vita, Leon, con il quale darà vita alla famiglia di canguri più straordinaria mai vista al mondo.

Adelaide - Tomi UngererAdelaide - Tomi UngererAdelaide - Tomi Ungerer

Essere differenti può rivelarsi un dono e Adelaide, che la sua differenza, l’abbraccia e adora, ce lo mostra con dolcezza. Il tratto di Ungerer semplice ed elegante è terso proprio come se attingesse all’aria nitida e alla brezza fresca in cui si libra Adelaide: l’acquerello si stende con morbidezza e si compiace di tinte mai urlate, piuttosto tenui: seppia, ocra, azzurro carta da zucchero, grigio e tortora conferiscono alle tavole una tale densità da non far sentire mai la mancanza dei colori più accesi, nemmeno il giallo di quel sole che, tra il perplesso e lo stupefatto, assiste dalla prima fila al primo volo di Adelaide.

Titolo: Adelaideadelaide copertina
Autore: Tomi Ungerer
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 38 pp., 17,50 €

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Il dono, che sempre scorre, dei ricordi

Aurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloQuando, nei momenti di tristezza, cerco un’immagine che mi rassicuri e rinforzi, mi capita spesso di ricordare le mani di mio nonno che racchiudono tra le pieghe di rughe profonde, solchi direi meglio, tutto quello che cerco: forza, serenità, sicurezza.

Il mio nonno mi ha donato la gioia del raccontare e ascoltare le fiabe, della sua entusiastica passione ho fatto la mia. Mi sembrava e sembra un dono meraviglioso, perché lo è, sebbene non evocativo e immaginifico come potrebbe essere stato un ruscello.

Perché c’è stato un bambino il cui nonno un giorno gli ha donato proprio un ruscello. E di come questa meraviglia sia potuta accadere ce lo raccontano in uno splendido e coloratissimo albo Gaëlle Perret e Aurélia Fronty (di cui abbiamo già parlato qui). “Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello/Lo teneva stretto in mano/All’orecchio, gorgogliava dolcemente/Un fremito leggero d’ali di libellula”.

I pennelli morbidi e i colori pastosi, dai toni sempre onirici sebbene straordinariamente naturali, accompagnano con leggerezza le parole che compongono i versi di quella che è una lunga poesia in forma di prosa. Nessuna immagine è sfuggente, nessuna retorica si cela dietro alle parole misurate e belle che parlano di uccelli che s’abbeverano, dello sciabordio dell’acqua, del suo gorgogliare, dei ciottoli colorati e delle risate di un bambino, complici, divertite.

Il ruscello è un ricordo, una dolce immagine che il nonno regala al proprio nipotino, una forza fresca e scintillante che lo accompagnerà sin dai momenti di gioco spensierato e di paura dell’infanzia, fino ai fremiti e alle insicurezze dell’adolescenza, fino alla maturità consapevole dell’essere adulti. La vita scorre senza sosta, esattamente come un ruscello, ora borbottante, ora luccicante del riverbero del sole; si blocca un po’, rallenta nelle anse naturali e spigolose per poi liberarsi escivolare lieve su ciottoli levigati e brillanti.

Aurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscelloAurelia Fronty - Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello

Una sera, aprendo la porta della sua camera, il ragazzo si trova ad essere investito da una montagna di spruzzi, vede gabbiani impauriti e pesci sconvolti, c’è da combattere contro la tempesta montante; il letto diviene navicella in balia delle onde. Ma il nonno spuntato dal nulla prende il timone e appare ben deciso e saldo. Riporta la tranquillità. Rasserena fino al sonno.

Ecco, a tutti i bambini che hanno avuto la fortuna di ricevere un dono meraviglioso dai propri nonni, così come a quelli che ancora non l’hanno ricevuto, io consiglio la lettura di questo albo, e chissà che non sia esattamente questo il dono atteso capace di conforto e sorrisi.

Titolo: Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello
Autori: Gaëlle Perret e Aurélia Fronty
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 44 pp., 24,00 €

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La nostalgica dolcezza del ricordo di Natale di Truman Capote

Ricordo di Natale - Truman Capote- Beth PeckÈ la narrazione che avviene al presente che per tutto il tempo della lettura mi ha indotta a pensare di poter uscire di casa e ritrovarmi per stretti sentieri in compagnia di Buddy e Sook alla ricerca di un bell’albero di Natale. Ed è sempre il presente che si rivela magico nel sussurrare che alcuni eventi, certe persone, non passano, non cambiano, non vanno mai via: restano, si rinnovano, si ripetono in un dondolio dolce d’altalena e idealmente abbracciano e proteggono.

Buddy, sette anni, è l’alter ego di Truman Capote, Sook è sua cugina, ha settanta anni. Sono amici per la pelle e, esattamente come gli amici per la pelle condividono momenti speciali, riti che, come i tratti semplici che compongono gli arabeschi estremamente raffinati, spiccano nell’immenso panorama dei ricordi e della memoria. Ricordo di Natale è uno dei tre racconti pubblicati nel 1958 nel volume dal titolo Colazione da Tiffany – un romanzo breve e tre storie – che consacrò Capote come indiscusso talento della letteratura contemporanea.

Ricordo di Natale - Truman Capote- Beth PeckQuesto pezzo di storia personale rivive dunque nella memoria di Buddy e i piccoli accadimenti dei giorni semplici di un bambino e della sua migliore amica si svolgono dapprima dolcemente “Immaginate una mattina di fine novembre. Una di quelle mattine che preannunciano l’inverno, più di venti anni or sono”; si sente l’odore delle foglie secche crepitanti nel camino, si sente il profumo del tempo, dell’aria secca e fredda dell’inverno e si concorda con Sook che appannando con il fiato i vetri della finestra esclama: “è proprio tempo da panfrutto!”. Poi man mano, mentre i due si procurano gli ingredienti per preparare i dolci da spedire agli amici più cari (Presidente Roosevelt compreso) i ricordi si inseguono e il ritmo diviene più serrato, le frasi più brevi, quasi come se si volesse rifuggire il finale già noto al protagonista. Come se riservare ai ricordi dolorosi meno parole, meno spazio, curasse la memoria e ne addolcisse il sapore. “Questo è l’ultimo Natale che trascorriamo insieme. La vita ci separa”. Trovo queste due frasi, nella loro semplicità, intense e struggenti. La vita li separa, così come la morte che ha allontanato dal terzetto il cagnolino Queenie, vivace terrier mirabilmente ritratto nella sua vitalità da Beth Peck, sopravvissuto a due morsi di serpente a sonagli e al cimurro, che sempre li accompagnava nelle loro scorribande con la vecchia carrozzina adattata a carriola.

Ricordo di Natale - Truman Capote- Beth PeckLe tradizioni che divengono riti sono buffe, talmente semplici da intenerire: la caparbia convinzione di Sook di non doversi alzare dal letto il tredici di ogni mese, il confezionare da sé i regali (aquiloni colorati di anno in anno sempre più belli), il preparare i dolci. Azioni cicliche, rassicuranti che contribuiscono a creare l’atmosfera, anch’essa tradizionale, del Natale. Le gote di Buddy sono sempre rosse, le gote di Sook pure: del tipico rossore dell’infanzia per un bimbo e per una donna anziana rimasta bambina. Alle loro gote rosse s’accosta lo scodinzolio del cagnolino col muso teso all’insù; tutti e tre entusiasti di un invidiabile entusiasmo.

Gli acquerelli di Beth Peck curano ogni dettaglio: dall’ombra del calzino mal arrotolato all’intreccio dell’impagliatura della carrozzina,alle rose di velluto sbiadito sul cappello di Sook.

Questa è una storia di memoria destinata a entrare nella personale tradizione dei bambini cui si avrà il gusto e la dolcezza di raccontarla.

Titolo: Ricordo di Natale
Autore: Truman Capote
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 62 pp., 14,00 €

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Adattamento televisivo con Geraldine Page. (1967)

Sono quel che sono

l'orso che non lo era, Frank Tashlin

No, io sono quel che sono e chi mira
ai miei errori, colpisce solo i propri;
potrei esser io sincero e loro non dire il vero,

non venga il mio agir pesato dal loro pensar corrotto;
a men che non sostengano questo mal comune –
l’umanità é malvagia e nel suo mal trionfa.

[William Shakespeare, sonetto 121]

La dolcezza incantata di un orso che annusa l’aria autunnale e, mentre foglie brune sfiorano il suo naso morbido, decide che è l’ora di trovare un cantuccio in una caverna in cui svernare, bruscamente si incrina in un crepitio di macchine e voci concitate che misurano, spalano, scavano e profanano la collinetta sotto cui l’orso dorme, ignaro di tutto. L’incrinatura mette in allarme il lettore mentre l’orso placidamente riposa e s’intuisce che il suo mondo fatto d’istinto, di cicli stagionali rassicuranti sta per essere definitivamente violato, interrotto.

In inverno sulla caverna dell’orso sorge una fabbrica e stride e lavora senza sosta. In primavera l’orso si sveglia, sbadiglia, torna alla sua foresta, ai suoi fiori, alla sua vita. Ma la foresta non c’è, gli alberi nemmeno. Al loro posto le macchine in moto, la macchina in moto della fabbrica in cui ogni uomo è ingranaggio. E l’orso si ritrova prigioniero. Il caporeparto lo scorge, gli intima di tornare al lavoro.

l'orso che non lo era, Frank Tashlin

“Io non lavoro qui. Io sono un orso”. Troppo tardi, il nostro assonnato protagonista è solo un babbeo con un cappotto trasandato e barba e capelli da tagliare. È un uomo ingranaggio, un orso ingranaggio. Deve lavorare per non essere maltrattato, deriso. Deve scegliere di adattarsi. E lo fa per mesi. Era un martedì quando annusava l’aria d’autunno. In attesa di un martedì simile, aspettiamo che l’orso abbia la sua rivalsa perché è anche la nostra. Perché ogni lavoratore ha diritto alla propria identità e a non perderla a causa dello sfruttamento e perché così come il nostro eroe protagonista non è un babbeo, e nel suo intimo sa di non esserlo, anche noi non siamo tali.

Non è ripetendoci allo sfinimento ciò che siamo, o non siamo, che taluni si arrogano e conquistano il diritto di imporci il proprio punto di vista. Siamo quel che siamo e abbiamo il dovere di perseguire il nostro istinto e la nostra natura. E se il nonsense de L’orso che non lo era può aiutarci a metabolizzare questo punto fermo allora questo tassello s’incastra come un cammeo nell’insieme splendido di illustrazioni e testo che rendono questo piccolo libro edito da Donzelli uno strumento di crescita, un piacere allo sguardo, un libro per bambini tenero e ardito, un libro per adulti satirico e complesso.

Frank Tashlin è un grande regista, un maestro dell’animazione americano oltre che un raffinato illustratore. Non a caso L’orso che non lo era del 1946 (parte di una serie di Tashlin di cui fanno parte “The Possum that Didn’t” e “The World That Isn’t”) nel 1961 è diventato anche un cartoon diretto da Chuck Jones.

Titolo: L’orso che non lo eracopertina
Autore: Frank Tashlin
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 58 pp., 12,50 €

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di bluebird1111

Storie straordinarie attorno a un fuso e una scarpetta

rackham cenerentolaCi sono fiabe che non s’addormentano mai, altre che dopo balli principeschi e ridde sfrenate nei prati s’assopiscono per qualche tempo, stanche, altre si addormentano per sempre e giacciono dimenticate in qualche angolo di soffitta o sul fondo di qualche scatolone impolverato, senza che nessun principe arrivi a risvegliarle.

Altre ancora che, pur essendo lette e rilette, riscritte e rinarrate, celebri e rinomate, a volte si ritrovano ad essere sminuite dalla loro stessa celebrità e pagano, senza colpa, banalizzazioni mediocri e figlie della lettura, o narrazione, mordi e fuggi.

rackham la bella addormentataPer fortuna alcuni editori investono le fiabe del loro originale valore; ci credono, come si suol dire. Rosaspina e Cenerentola quindi, l’una col suo fuso e l’altra con la sua scarpetta, hanno l’occasione di rivivere e svestirsi degli sfrontati e chiassosi panni e corpetti in cui certe edizioni le hanno costrette.

È del 2009 una straordinaria edizione di Donzelli di entrambe le fiabe raccontate da Charles Evans e disegnate da Arthur Rackham (nella traduzione di Luca Guerneri) che ci riporta indietro nel tempo (a inizio secolo scorso), quando ancora il rinarrare partendo dai canovacci delle storie celebri non era diventato un filone della letteratura così come lo è per noi lettori contemporanei. Charles Evans non è Antonia Byatt o Angela Carter, le sue non sono riscritture che migrano e si trasformano quanto piuttosto si ampliano e arricchiscono di immagini e dettagli. Ogni scena ha il suo climax narrativo, ha un periodo o una frase che è sua propria e da sola sta in piedi e s’affigge nella memoria. Lo spazio della narrazione si amplia grazie a quello concesso ai particolari e rifugge dalla consuetudine alla semplificazione o, peggio, alla riduzione. Nei due romanzi di Evans trovano spazio anche le voci inudite, i personaggi dimenticati: Mentre si svolge il battesimo della principessa Rosaspina per strada s’affollano le persone; “Alcuni ragazzi si erano appollaiati sui rami degli alberi e sui lampioni in modo da poter vedere meglio, e mi è stato rackham cenerentolariferito di una povera donna che non vide un bel niente perché suo figlio aveva cercato di arrampicarsi sull’insegna di una taverna dalla quale poi pencolò in modo così pericoloso che la povera vecchia fu costretta a stare per tutto il tempo con la schiena rivolta alla processione in preda all’ansia, tenendogli strette le gambe perché non cadesse”.

Allo stesso modo sono sempre i dettagli il perno attorno cui si muovono le illustrazioni di Rackham in cui il nero s’adagia sul bianco dando luogo a “impressioni” vividissime e in cui talvolta fanno capolino degli ocra intensi, dei verdi mediterranei, dei rossi vittoriani a dare ancora più profondità e risalto agli orli sfrangiati della consunta coperta di Cenerentola, o ai fili di paglia che pendono dalla sedia, unico arredo della sua camera assieme al ritratto della madre.

Titolo: Il fuso e la scarpetta. La bella addormentata e Cenerentola
Autore: Charles Evans, Arthur Rackham
Editore: Donzelli
Dati: 2009, 232 pp., 24,00 €

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L'estate è quasi finita e Garmann ha paura

L'estate di Garmann - Stian HoleMi è capitato che mi si chiedesse il perché del mio interesse (della mia passione direi meglio) per i libri per bambini. Molto spesso mi sono limitata a rispondere che nei libri per bambini ritrovo quello che c’è nei grandi classici della letteratura e offerto con raffinatezza. In realtà c’è anche più di questo; non per ultimo c’è la capacità rara di alcuni libri per bambini di porre con naturalezza quelle immense domande esistenziali così raramente espresse nel quotidiano e altrettanto artificiosamente poste nella letteratura destinata agli adulti.

Poi naturalmente c’è la magia, c’è l’incanto, c’è quell’ardimentoso sfiorare il grottesco che è divertente, spassoso… E ne L’estate di Garmann c’è ancora altro. C’è la poesia di immagini così fantasiose e vere da essere ciascuna un sogno, un ricordo, una speranza, un’ansia. E ritrarre curiosità e paura non è mai facile, certamente mai universale, perché mai universalmente intese.

Garmann è un bambino e Stian Hole riesce magistralmente nell’impresa di raccontarci le sue paure e le sue ansie non abbandonando mai l’ambito dell’introspezione, neppure quando al meditare teso del bambino, che ha paura del suo primo giorno di scuola e soprattutto di affrontare il suo primo giorno di scuola senza aver perso nemmeno un dente, si alternano le domande dirette alle tre anziane zie in visita a casa sua per l’estate o al padre violinista o alla madre capace di coltivare un giardino di impareggiabile bellezza.

Rispondere con sincerità a una domanda di portata tale quale: “di cosa hai paura?” comporta diversi accidenti: il primo, quello più rischioso, è che la persona a noi di fronte ci ami e quindi risponda sinceramente; il secondo, meno ardito del primo ma comunque impegnativo, è che la risposta che si ottiene sia poco chiara e prolissa; il terzo, e questo è il caso delle ziette, che si ottengano delle risposte dolci come certe bacche di gelso ma vere e grevi: “Ho paura di morire”; “Ho paura di dover presto usare un deambulatore”; La paura del papà “ho paura di doverti lasciare”.

La terza zietta non ricorda più le cose, ha perso la memoria per cui è al riparo delle paure e si culla nel desiderio della torta di mandorle. Garmann è un bambino e alla fine dell’estate dei suoi sei anni andrà per la prima volta a scuola e ha paura, sente il peso del confronto con gli altri bambini capaci di fare mille cose e già senza qualche dente ma si ripara nella naturalezza della speranza nel fronteggiarla.

Le illustrazioni, assolutamente originali, sono un bizzarro collage di incisioni, ritagli di vecchie carte da parati, foto, ritocchi digitali. Esse stesse specchio della vita, del suo evolversi, mutare e della natura poetica dell’animo umano.

L'estate di Garmann - Stian Hole (copertina)Titolo: L’estate di Garmann
Autore: Stian Hole
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 44 pp., 19,90 €

Miti fantasiosi queste "Storie proprio così": teneri, intensi e divertenti

Storie proprio così, Just so Story (com’è il titolo originale della prima edizione del 1902), storie che riescono a celare dietro alla propria semplicità la complessità del sofismo ad hoc, la capacità eccellente di dare a un fatto (la gobba del cammello, per esempio) una spiegazione che segue linee logiche in un contesto che di logico non ha nulla, piuttosto si nutre di fantasia. Le pourquoi stories sono le più antiche, le più familiari, le storie più intriganti che prevedono decine di varianti perché sono anche le più adatte a essere raccontate ad alta voce, esattamente come ha fatto (e traccia esplicita ne è l’intercalare Angelo mio, con il quale lo scrittore si rivolgeva alla figlioletta) Rudyard Kipling che le raccontava al momento di andare a letto alla figlia Effie.

Nella bella introduzione della curatrice e traduttrice è riportata una citazione da Kipling stesso che così scriveva a proposito delle prime tre storie che compongono questa raccolta e della quale mi sembra illuminante riproporre l’incipit “ci sono storie pensate per essere lette in silenzio e altre pensate per essere lette ad alta voce. Ci sono storie buone solo per le mattinate di pioggia, altre che vanno bene per i lunghi pomeriggi caldi da trascorrere sdraiati all’aria aperta, e altre ancora adatte a quando viene l’ora di andare a letto… Le prime si potevano cambiare a piacimento; ma la sera era il momento delle storie pensate per mettere Effie a letto, e quelle era assolutamente vietato toccarle, fosse anche una sola parola”. Storie dunque malleabili in numerose varianti al momento dell’ideazione ma che, per esigenze dettate dall’uditorio, una volta create non potevano essere modificate in alcun modo (tanto più se ciò comportava il destarsi dall’assopimento della bambina per la necessità urgente di correggere il narratore e farlo rientrare nei ranghi della storia).

Questa è un’esigenza antica, comune a tutti i bardi e cantori, i quali una volta generata la propria storia/variante la costruivano con moti, ritmo, rime, musicalità tale da favorirne il ricordo, da farle divenire familiari, da renderle note e originali.

E Kipling, novello cantastorie, non è da meno considerate le rime, le assonanze; considerato il ricorrere a parole inventate o a nomi di luoghi di fantasia in modo da investire una storia di magia o di richiamare in essa tratti ancestrali e misteriosi. Suggerisce la bellezza del ripetere ad alta voce, a volte esplicitamente (“Se provi a dirlo in fretta e a voce alta, vedrai quant’era ombrosa quella foresta!” p. 82) altre ricorrendo a escamotage capaci di indurre al canticchiare.

Leggo alcuni gruppi di parole unite da trattini che divengono nomi (“esserino-scostumato-che andrebbe-sculacciato”; “mondo tutto-bello-nuovo”…) per poi divenire, richiamando alla memoria uno strampalato enjambemant, cantilene e punti di raccordo per la musicalità della storia proprio così.

Queste storie sono state scritte per bambini di 5-6 anni e sono assolutamente adatte loro così come Il libro della giungla lo è per bambini più grandi; Perché la pelle del rinoceronte è grinzosa? Come mai una farfalla chiede una pedata? Come fu scritta la prima lettera?

Quesiti interessanti e curiosi, buffi, dalla spiegazione altrettanto buffa o magica o grottesca; caratterizzati dalle strabilianti invenzioni capaci di far chiudere gli occhi e immaginare di essere parte stessa di quei mondi fantastici, di quelle terre assolate, di assistere divertiti alla loro risoluzione; quesiti dalla spiegazione sempre e comunque profonda e sapientemente letteraria, cosa che rende piacevole e divertente la lettura anche agli adulti.

All’epoca Kipling stesso realizzò delle incisioni su legno in bianco e nero per illustrare le sue storie, oggi Donzelli le correda con 150 incisioni a colori di May Angeli; incisioni grazie alle quali questo libro da raccontare e da ascoltare diviene anche da guardare per avere riscontro dell’intensità del blu di certi mari in cui una balena si ritrova a poter mangiare, giocoforza, solo pesci piccolissimi, o della morbidezza della savana dopo le piogge, o della ferina ottusità di un grigio e imponente rinoceronte che cerca di togliersi di dosso le briciole. Ottima anche la traduzione della Lazzaro grazie alla quale nulla dell’intento originale e della musicalità si perde.

[leggi l’originale in inglese di Storie proprio così con le incisioni di Kipling]

Titolo: Storie proprio così
Autore: Rudyard Kipling
Editore: Donzelli
Dati: 2010, 333 pp., 24,00 €

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