3 cose su: Nebraska

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Nebraska” di Alexander Payne.

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  1. Bianco e nero. Non basta il bianco e nero per fare un film d’autore e francamente di solito questi piccoli artifici formali mi fanno storcere il naso, ma in questo caso devo dire che la scelta del bianco e nero ci sta tutta e contribuisce a conferire al film quel sapore vissuto e lo-fi come una ballata folk ascoltata su un vecchio 45 giri. Non solo, la sottrazione dei colori, a parere mio, spoglia un po’ luoghi e personaggi dei loro aspetti più superficiali e contribuisce a conferirgli un po’ più di spessore, profondità e universalità e, attraverso il processo di astrazione, ci aiuta ad identificarci con i personaggi (come insegna McCloud). Approvo.
  2. Road Movie. Se anche a voi la parola Nebraska fa subito venire in mente (dopo il disco di Springsteen) l’iconica immagine di una strada che attraversa praterie sterminate perdendosi all’orizzonte questo film non vi deluderà: si tratta infatti di un road movie in cui David Gant (Will Forte) accompagna il suo anziano e ormai non più tanto lucido padre Woody in un viaggio insensato dal Montana, dove vivono, a Lincoln in Nebraska all’inseguimento di una fantomatica vincita di 1 milione di dollari che l’anziano Woody non accetta di  riconoscere quale la fraudolenta trovata di marketing che chiaramente è. Il Nebraska però è anche lo stato dove Woody è nato e cresciuto e lungo il viaggio si fermeranno per un weekend nel suo anonimo paese nativo; qui David avrà modo di scoprire gli angoli nascosti del passato e del carattere del suo taciturno padre e, in questo modo, di comprenderlo e amarlo fino in fondo (nonché forse di capire e amare di più di anche sé stesso).

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  1. US Folk. Se la settimana scorsa su queste pagine si parlava di musica folk con Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, questa settimana continuiamo a parlare di folk con Nebraska di Alexander Payne: due percorsi molto diversi, forse diametralmente opposti per arrivare però alla stessa destinazione. Laddove il film dei Coen affronta direttamente il soggetto e scava nel tema attraverso le parole e la musica di un personaggio che negli anni ’60 tenta di costruire la sua strada nella sofisticata scena musicale newyorkese, Nebraska ci racconta invece in modo indiretto ma sobrio, delicato, lineare, la storia dal vecchio Woody Grant (uno strepitoso Bruce Dern) che negli anni ’60 ha faticosamente costruito la sua semplice vita e la sua famiglia nella rustica provincia americana: una ballata folk. I personaggi sono comuni, le storie non hanno nulla di particolarmente straordinario, lo sviluppo è prevedibile ma, se il pezzo è scritto bene e interpretato con onestà e passione, non c’è niente di meglio che fermarsi e assaporarne ogni dettaglio. E questo film è costruito con grande maestria da Payne e interpretato in modo fantastico da tutti e non mi dispiacerebbe se con personaggio di Woody Grant, dopo Cannes,  Bruce Dern dovesse portare a casa anche l’Oscar. Intanto Woody Grant si è ritagliato un posticino tra i grandi personaggi folk del Nebraska, proprio vicino a quelli del disco di Springsteen.

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di Alexander Payne
Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk
Lucky Red – 115 min.

3 cose su: Dallas Buyers Club

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Dallas Buyers Club” di  Jean-Marc Vallée.

Dallas Buyers Club

  1. Tesoro sommerso. La trama di Dallas Buyers Club è tratta da una drammatica storia vera non priva di rischi di derive gentiste: Ron Woodroof (McConaughey) è un rustico texano appassionato di rodeo, sesso e droga cui negli anni ’80 viene diagnosticato l’AIDS in stato avanzato, pronosticati solo altri 30 giorni di vita e negate le cure con il farmaco sperimentale AZT. Da lì inizia un lungo percorso che lo porterà a superare i suoi pregiudizi nei confronti degli omosessuali (specie attraverso l’amicizia con Rayon – Jared Leto), a sperimentare metodi di cura alternativi e a mettersi in lotta contro l’industria farmaceutica e gli organismi pubblici che la proteggono. Questo è il primo film che vedo di Jean-Marc Vallée ed è stata una bella scoperta: l’autore canadese entra da subito nella lista di quei registi di cui aspetto il prossimo film.
  2. Reinvenzioni. Mattew McConaughey e Jared Leto sono entrambi personaggi pop che vengono da lontano che Dallas Buyers Club stanno dando una decisiva svolta alla propria carriera. Entrambi sono sulla scena dagli anni ’90: il primo frequentemente relegato al ruolo di belloccio in trascurabili commedie romantiche, il secondo alle prese con ruoli secondari nel cinema e una carriera musicale buona ma non esplosiva con i Thirty Seconds to Mars; questo film gli ha offerto l’occasione di due ruoli memorabili e loro hanno risposto con due ottime interpretazioni grazie alle quali stanno adesso facendo incetta di premi. Se è vero che con personaggi sopra le righe e malati terminali può essere relativamente semplice per gli attori conquistare la simpatia e l’affetto del pubblico, è anche vero che entrambi sono stati chiamati a fare qualcosa che in 20 anni di carriera non avevano mai fatto e hanno risposto in modo sorprendente. Ah, e entrambi hanno perso tantissimo peso e fatto enormi sforzi dal punto di vista fisico per interpretare al meglio i loro ruoli, se anche voi ancora attribuite un valore a questo genere di cose.

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  1. Storie vere. Sembra che l’industria cinematografica stia attraversando un momento di infatuazione per i film tratti da storie vere: dei nove candidati all’Oscar 2014 come miglior film ben cinque appartengono a questa categoria: oltre a Dallas Buyers Club ci sono The Wolf of Wall Street, 12 years a slave, Capitan Phllips e Philomena. Il fenomeno mi pare interessante ma, da appassionato cultore del cinema neorealista devo precisare che, di suo, il fatto che il soggetto provenga da una storia vera non è particolarmente significativo: si possono prendere persone e situazioni realmente accadute e impregnarli di retorica e sensazionalismo in modo strumentale così come si possono costruire personaggi di finzione e dargli spessore e verosimiglianza utilizzando un approccio sincero e onesto. Nel caso di Dallas Buyers Club il film non è privo di retorica e sensazionalismo ma credo che siano componenti già insite nella storia vera di Ron Woodroof, quindi direi che l’approccio degli autori è sufficientemente sincero e onesto, non strumentale. Bravi tutti.

Dallas_Buyers_ClubposterDallas Buyers Club – USA, 2013
di Jean-Marc Vallée
Con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Denis O’Hare, Steve Zahn
Good Films – 117 min.

3 cose su: The Wolf of Wall Street

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese.

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  1. Prima di vederlo era chiara la trappola in cui The Wolf of Wall Street rischiava di cadere: un altro Goodfellas, questa volta in chiave Wall Street, in cui Scorsese avrebbe di nuovo dato sfoggio delle sue grandi doti registiche, Di Caprio avrebbe offerto un’altra bella prova di recitazione (pur essendo un po’ fuori parte) ma alla fine si sarebbe trattato di ben 3 ore di film con qualche scena memorabile ma anche tanta inconsistenza. Sbagliato: se è vero che il parallelo con Quei bravi ragazzi ci può stare come parabola della ascesa e caduta dei valori di un’intera generazione attraverso la storia (vera) di un singolo (Jordan Belfort) e della sua gang senza scrupoli, è anche vero che il film cammina con le proprie gambe lungo la sua strada, è solido sotto ogni aspetto e in particolare i personaggi  e i temi sono profondi e ben costruiti. Arrivano forti e chiari.
  2. Per come la vedo io la carriera di Martin Scorsese ha avuto un lungo periodo di appannamento che è iniziato subito dopo Casinò (o forse proprio con Casinò?) ed è passato attraverso grandi fallimenti come Gangs of New York e The Aviator (due dei più grandi progetti in cui il regista si sia imbarcato ma che alla fine sono stati profondamente deludenti) ed è continuato con film come The Departed o Shutter Island che (per quanto sempre splendidamente confezionati) non avevano assolutamente lo spessore e la profondità del giovane Scorsese. Il periodo di crisi ai miei occhi è ufficialmente finito con Hugo Cabret e adesso, con The Wolf of Wall Street, mi sento di dire che l’autore stia vivendo una seconda giovinezza e che, accanto alle sempre eccelse doti formali, i suoi film hanno ritrovato profondità e spessore, quella consistenza che sembravano aver perso. E finalmente anche l’ottimo Leonardo Di Caprio ha il suo film indimenticabile (e il personaggio larger than life) diretto da Martin Scorsese.

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  1. Dicevamo che quella raccontata nel film è una storia vera, tratta dall’autobiografia di Jordan Belfort, The Wolf of Wall Street, certamente con qualche piccola variazione. Il paragone con il film Wall Street di Oliver Stone e il Gordon Gekko interpretato da Michael Douglas è stato automatico, ma è stato lo stesso Jordan Belfort a sottolineare la differenza di fondo: se Gordon Gekko era un personaggio di finzione di cui lo spettatore non vede mai davvero il declino, nel film di Scorsese è evidente che Jordan perda tutto e come questo succeda, quindi in questo caso si tratta di un racconto di ammonimento, una lezione morale per tutti. Sì, a chiacchiere. Perché a quanto pare Jordan Belfort non sembra aver imparato nulla dalla sua stessa storia, che del suo libro e di questo film quello che gli importa sia vendere per riempirsi le tasche e che per raggiungere il suo obiettivo di guadagnare una barca di soldi ancora oggi non si faccia tanti scrupoli a mentire. Pensa un po’.

The Wolf of Wall StreetThe Wolf of Wall Street – USA, 2013
di Martin Scorsese
Con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler
01 Distribution – 180 min.

La guerra infinita

Figliolo, è per te che facciamo questa guerra.
John Wayne in Berretti verdi

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Nel marzo del 2003 George W. Bush autorizzò l’invasione dell’Iraq dando il via a quella che fu dichiarata guerra di liberazione.  Una “guerra in diretta”  della quale, nonostante la morbosa attenzione mediatica, non è possibile decretare, se non approssimativamente, il numero di caduti, fatta eccezione per i morti sul campo delle forze ufficiali di “liberazione”:  a fine 2011 se ne contavano  4.484.  L’impossibilità di riferire dati certi sembra, per alcuni deprecabili smemorati, sminuire la vastità della tragedia, laddove le decine di migliaia di morti delle forze irachene e le ancor più numerose perdite civili fanno della guerra d’Iraq il più sanguinoso dei conflitti moderni.  A dieci anni di distanza, nonostante il colpevole lavoro di rimozione di una parte dei media, e nell’attesa che i libri di storia (previsione ottimistica oltre misura) facciano luce sul reale senso di questo olocausto in divenire, un percorso di riflessione è possibile anche grazie a Kevin Powers e al suo romanzo d’esordio Yellow birds, in cui per la prima volta la guerra irachena è raccontata non da un giornalista, ma da un giovane che in prima linea ha vissuto da soldato, e che è stato capace di restituirci una toccante cronaca di sentimenti. Powers lo fa attraverso la storia del suo alter ego John Bartle, inviato, come tanti altri inconsapevoli giovani, in Iraq nel 2004 a combattere la battaglia di Al Tafar, e della sua infausta e ingenua promessa di prendersi cura dell’amico Daniel, promessa impossibile da mantenere di fronte all’imprevedibilità del fuoco nemico e amico, e alla prevedibilità degli effetti della guerra sulla psiche. Così, tradito il giuramento, John precipita in un vortice depressivo, perseguitato dal fantasma dell’amico e dal senso di colpa per esserci stato, lì tra gli orrori, ed esserci ancora, oggi, lontano dall’Iraq solo geograficamente.

Pur scandito dai momenti cruciali della vita del protagonista, il racconto avanza per flashback, con una storia da ricostruire, senza il pericolo di perdersi, perché Powers si impegna a prendere il lettore per mano e a condurlo passo dopo passo, come farebbe un padre che accompagna un figlio sui luoghi della propria giovinezza, per spiegare ciò che è stato, con la sua lirica perfetta e leggera che, paradossalmente, rende la tragedia ancora più immane; perché di tragedia e di morte si narra, sin dall’incipit: La guerra provò a ucciderci in primavera.  La compagnia quotidiana della paura della morte rende ordinaria quell’angoscia e normale la lotta per la sopravvivenza, e nonostante lo spirito di corpo e l’amicizia nata tra la polvere, la paura è tale che l’individualismo, a cui ci ha abituati la tranquilla e pacifica vita nella nostra società occidentale, è pronunciato a dismisura perché Se muori tu, aumentano le probabilità che non muoia io. È ciò che fa la guerra, uccide: la vera grande arma di distruzione di massa in terra d’Iraq.

Ma quella guerra non ha prodotto, con la sua efficientissima industria, solo morti sul campo, milioni di profughi ed esiliati, elevati tassi di mortalità infantile post-bellica (sono inconfutabili gli effetti dei materiali tossici, disseminati sul territorio, sulla gravidanza), essa porta con se i drammi delle famiglie e dei reduci. Al disturbo post-traumetico da stress (che accomuna, secondo recenti studi, i veterani delle guerre del Golfo e i sopravvissuti all’Olocausto) si accompagnano fenomeni di emarginazione sociale, che segnano oggi in America un’alta percentuale di suicidi; e a questo  triste e drammatico destino non si sottrae John Bartle, il quale faticosamente e fortunatamente rimane intrappolato in una rete familiare che gli consentirà di riappropriarsi di quelle consuetudini quotidiane necessarie ad adattarsi alla normalità della vita e di sfuggire all’abitudine alla violenza.

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Un percorso di riadattamento che passa attraverso un’altra lotta, quella contro il ricordo. Destreggiarsi tra l’impossibilità di rimuovere gli orrori vissuti e l’indeterminatezza dei volti dei compagni caduti e delle vittime innocenti,  nonché la difficoltà di dare un senso agli accadimenti, questo forse significa fare i conti con la memoria. Semplicemente.

E se Bartle dubita di se stesso e della sua fedeltà ai fatti, in questa personale impresa di ricostruzione storica (Mi resi conto, fermo in quella chiesa, che esiste una netta distinzione tra ciò che è ricordato, ciò che è detto, e ciò che è vero. E pensai che mai avrei imparato a distinguere tra le cose.), allora dovremmo altresì dubitare della genuinità del racconto di Powers, se non fosse per il fatto che, in questo caso, il confine tra la finzione del romanzo e la documentata realtà della guerra irachena è invisibile. Come invisibile agli occhi dei soldati era il vero fine della missione, uno scopo vago ed estraneo come le albe e i crepuscoli indistinguibili che lo accompagnavano, laddove oggi, invece, come acclarato, quello scopo ha assunto colori ben definiti, quello dei dollari e dell’oro nero.

Dopo questo triste, intenso, e bel romanzo di formazione, aspettiamo Kevin Powers alla prossima prova letteraria; nell’attesa ci si può soffermare e riflettere su quale apporto al miglioramento della condizione umana possano dare quei paesi che perseguono la pace, esportano la guerra, e cercano il petrolio.

9788806213800Titolo: Yellow birds
Autore: Kevin Powers
Editore: Einaudi. Stile libero big
Dati: 2013, 192 pp., prezzo € 17,00

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OBEY THE GIANT – un cortometraggio sui primi anni dello street artist Shepard Fairey

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OBEY THE GIANT è un cortometraggio sugli anni della formazione dell’artista Shepard Fairey e sulla nascita della sua celebre campagna di street art OBEY GIANT. Il film parte periodo di studio di Fairey alla  Rhode Island School of Design (1989-1992), durante il quale l’artista compose il primo dei suoi pezzi di street art a tema André the Giant. Il film è diretto da Julian Marshall.

via OBEY THE GIANT

"Butcher's Crossing" di John E. Williams: classic western

Intuiva che si stava lasciando qualcosa alle spalle, qualcosa che avrebbe potuto essergli prezioso, se solo fosse riuscito a capire cos’era.

Nulla sfugge alla regola della ciclicità; la osserviamo negli eventi storici e naturali, nelle mode, nelle arti, sopratutto quelle figurative. Il cinema, per esempio,  riscopre i generi  e stili a cadenze prefissate,  e questo accade anche per il genere western, la cui riproposizione, però, è così frequente e ravvicinata che sembra quasi sottrarsi alla regola generale, per attraversare inossidabile ogni periodo della storia cinematografica. Basti pensare, giusto guardando gli ultimi anni, al popolarissimo e premiato Django del 2012, alle undici nomination all’Oscar del 2011 per Il Grinta, ai quattro premi Oscar per il western moderno di Non è un paese per vecchi del 2007.  Un successo, commerciale e di qualità, che ha fatto da traino anche alla produzione televisiva, come per l’americana AMC che ha dato vita all’ottima serie Hell on Wheels, arrivata alla seconda stagione e ancora inedita in Italia.

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Ma questa forza che il western ha dimostrato nel cinema non trova riscontro nella letteratura: sarebbe una sfida persa in partenza scovare, se non dopo una sudata e approfondita ricerca (fatta eccezione per i romanzi di Cormac McCarthy),  un romanzo del genere tra gli scaffali di una libreria. Una missione oggi possibile grazie a Fazi che, sull’onda della popolarità cinematografica (forse), e al successo dell’anno passato della pubblicazione di Stoner, ripropone un nuovo (del 1960) romanzo di John Williams: Butcher’s Crossing, una bella e struggente epopea western che pur presentando molte affinità con alcune opere filmiche, non prettamente di genere, non perde la sua forza narrativa.

Butcher’s Crossing è una piccola nascente comunità nel Kansas che come tante altre cittadine di frontiera vive nella speranza di un florido futuro che arriverà, se mai arriverà, su un binario: un sogno di prosperità che porta il nome di Ferrovia. Un paese ancora vergine, lontano dalla corruzione delle grandi metropoli, percorso da strade polverose; ed è polvere quella che si deposita sugli abiti immacolati del giovane Will Andrews appena il suo piede entra in contatto con il terreno: la prima esperienza in un’America nuova, sconosciuta al mondo civile, un mondo in cui la vita scorre con indolenza, con una lentezza proporzionale alle distanze che coprono quelle terre inesplorate, abitato da uomini di poche parole; tutti in attesa di qualcosa, il miracolo della ferrovia per qualcuno, un pezzo di terra su cui vivere e morire per altri.  Ed è in questo paese circondato da spazi infiniti che Will, in fuga dalla città,  si sente realmente a casa, con la natura incontaminata ad accoglierlo, con la solitudine a farlo partecipe di qualcosa di grande e profondo. È da Butcher’s Crossing che Will decide di intraprendere un viaggio iniziatico alla ricerca delle proprie origini, di una libertà che né gli uomini né il progresso sono in grado di offrire.

Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro,  si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia. Sentiva che quello era il senso più profondo che potesse dare alla sua vita.

"Butcher's Crossing" di John E. Williams (1960)Will Andrews ha la stessa spinta al cambiamento, alla ricerca, al rifiuto delle distorsioni tipiche della società moderna, gli stessi sogni del Christopher McCandless di Into the wild, con il quale però condivide anche la stessa ingenuità e un destino di disillusione. E non è un caso che mentre  nell’isolamento  McCandless legge Henry David Thoreau, in particolare Walden ovvero Vita nei boschi,  Will legge Ralph Waldo Emerson, filosofi e amici, figure centrali del trascendentalismo nord americano.  Ma se eguali sono le motivazioni e il fine, differente è il mezzo; perché Will, per il lungo e faticoso percorso di formazione, all’affrancamento dal genere umano preferisce la compagnia di uomini che, a differenza sua, non hanno nulla da perdere. Così inizia una spedizione per una spietata caccia al bisonte, destinata non a salvare il mondo ma a sgretolarlo,  fino a rimanerne schiacciati.  Un viaggio che si trasforma in una sfida alla natura indomabile – che assume sempre forme diverse, una tormenta di neve, la siccità, la furia mortale di un torrente in piena -, e in una sfida ai propri limiti. E se da un lato, la contemplazione della natura rende coscienti dell’insondabilità dell’animo umano, dall’altro, l’incontro con la morte, la crudeltà della caccia, l’atavica necessità di manifestare  la superiorità dell’uomo, l’agonia di animali destinati all’estinzione, esattamente come accade per gli indiani, fanno della disillusione l’unico bottino dei protagonisti. Basta un inverno per cambiare un uomo e per cambiare un mondo.

Butcher’s Crossing è un romanzo nella tipica tradizione western, che utilizza gli stereotipi del genere: nuove frontiere da esplorare, paure da sconfiggere, lotta disperata per la sopravvivenza, uomini e animali da sottomettere; un romanzo pronto per l’adattamento cinematografico (pare che Sam Mendes ne sarà il regista) che non cade mai nella banalità, in cui non c’è traccia di superfluo, che fa sentire tutto il peso della sconfitta e del disincanto di una generazione, di un’era e del Far West, sotterrandone il mito. Un romanzo che invoglia a leggere ad alta voce, proprio come si dovrebbe leggere un classico della letteratura.

"Butcher's Crossing" di John E. Williams (Fazi)Titolo: Butcher’s Crossing
Autore: John E. Williams
Editore: Fazi
Dati: 2012, 359 pp., 17,50 €

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Django e l'iper-western tarantiniano

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Quello di Quentin Tarantino è un cinema ad orologeria, programmatico e perfetto nei suoi meccanismi interni, sempre ben studiati a tavolino. Tra i segreti del mestiere dell’orologiaio del Tennessee c’è sicuramente il saper muoversi con maestria attraverso i generi, montati e smontati come pochi sanno fare, nonostante le molte imitazioni.

Iniziamo quindi dal genere la nostra intrusione tra gli ingranaggi di quest’ultima creatura. La sfida di Django unchained è tra le più ambiziose, essendo il western il genere per eccellenza del cinema americano, il più antico ed esigente, irrimediabilmente diviso tra storia e mito, tra realtà e falsificazione. Se infatti il “primo western” di Porter (The great train robbery, 1903) può essere considerato un inconsapevole precursore del neorealismo (la prima rapina in automobile è datata 1911 nei pressi di Parigi, messa a segno dalla famigerata banda Bonnot), nel secolo seguente abbiamo assistito all’evoluzione del cowboy da eroe senza macchia a bandito sanguinario (pensiamo al passaggio da Ombre rosse a Sentieri selvaggi) e degli indiani da feroci assassini a vittime (Piccolo grande uomo, Soldato blu, con un occhio al Vietnam più che ai “pellerossa”). Il contributo dato in questa direzione dall’Italia è notevole, avendo spinto il genere verso le vette iperrealiste e violente che conosciamo, quelle di un mondo popolato da pistoleri infallibili e spietati, sadici e votati solo al dollaro.

Tutto ciò per dire che l’utilizzo del western, per di più con una sfumatura all’italiana, consente a Tarantino di danzare abilmente sulla linea che separa la storia dalla farsa, la datazione del film (1858) dai numerosi anacronismi, la realtà dello schiavismo dall’irrealtà della vicenda, le violenze reali dalle concessioni pulp, il riferimento alla frenologia dal siparietto degli incappucciati (precursori del non ancora nato ku klux klan e padri spirituali dei “nazisti dell’Illinois”), in una (con)fusione che alla fine appiattisce le differenze tra i due registri sino a renderle indistinguibili, fino a renderle fiction.

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Per cui lo sfondo storico è puramente funzionale al proseguimento del filone ucronico inaugurato nel film precedente, dove all’innocente giovane ebrea trasformata dalla storia in vendicatrice (sempre la vendetta!) che arriva a realizzare il sogno di intere generazioni di cittadini (salvo qualche eccezione della quale non ci curiamo di sostenere le ragioni), cioè uccidere Hitler, si sostituisce l’eroe nero che vendica gli schiavi, anche se sembra vendicare solo se stesso, in perfetto stile western, o se si preferisce nello stile del violento e amorale individualismo americano.

Quanto alla trama, così come nello stile del Nostro, si tratta di una serie di pretesti per mettere in scena i virtuosismi dell’autore, sempre più il movente principale del suo cinema, con gli omaggi del pubblico e della critica. Non si aspetta di vedere cosa succederà, essendo tutto già visto e prevedibile, ma solo come verrà messo in scena. Non a tutti è concesso questo privilegio, e Tarantino ha saputo ritagliarsi questa sua identità di illusionista nel corso di una filmografia che già a partire dal suo capolavoro Pulp fiction diceva che non c’è più niente da dire, che il frammento vale più dell’insieme, autentico manifesto postmoderno.

Aggiungiamo in conclusione che il fatto che l’architrave narrativo del film sia il donchisciottesco afflato del bravo e premiato Waltz per una “nativa” Broomhilda/Dulcinea (in ogni caso relegata ad un ruolo poco più che ornamentale, anche qui in continuità con il genere, ma insolitamente in Tarantino, che ha sempre fatto delle eroine il suo marchio di fabbrica) costituisce un elemento di debolezza narrativa, l’introduzione di un “buono” nella sua filmografia che stona col mondo violento del film e sembra una scorciatoia narrativa perché accada quello che ordina l’orologiaio, presente in corpore, non a caso, in una delle scene meno credibili del film (quale cowboy che si rispetti metterebbe una pistola carica in mano ad un negro?).

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