Archeologia e psiche: più che scavare occorre scovare la narrazione giusta!

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Sempreverde e allettante è la metafora del sottosuolo: che si riferisca alla psiche, che rinvii all’archeologia, che connetta saperi distinti, comunque allude a simboli reconditi e memorie accantonate. Metafora da cui è perciò naturale esser tentati  per fare il punto sullo stato dell’arte, che sia psicologica o archeologica: idea avuta dal Secondo centro di terapia interpersonale di Roma che ha organizzato sul tema una conferenza e a seguire persino esplorazioni guidate nel sottosuolo della città eterna. Memorie del sottosuolo, la stratigrafia come metafora psichica è il titolo dell’incontro introdotta dalla psicoterapeuta Maria Beatrice Toro, direttrice del centro di psicologia, e svolto in tandem da Bianca Crocamo, psicologa e psicoterapeuta, e Luca Giovanetti, archeologo dell’associazione Artefacto. Il sottosuolo di riferimento per l’avvio d’ogni ricognizione di meandri inesplorati è stato quello letterario di Dostoevskij. Rendiamo grazie alla letteratura sempre perché illumina il percorso umano, esistenziale nonché scientifico. “Come è noto, tornato dall’esperienza della reclusione, Fedor Dostoevskij scrisse Memorie del sottosuolo a cui ci siamo rifatti – così Beatrice Toro –  perché nel sottosuolo c’è tutto e come psicologi siamo interessati a portare alla luce ogni simbolo psichico e anche artistico”. Con un preciso intento: aggiornare la metafora che lega psicologia e archeologia o meglio che la psicoanalisi, anzi il suo padre fondatore, Sigmund Freud ha ‘scippato’, ed è stato un furto con destrezza, alla tanto amata archeologia, per trovare nuove connessioni nella contemporaneità. “La metafora nasce con Freud – ha spiegato Bianca Criocamo –  che per descrivere il metodo psicoanalitico la utilizzò abbondantemente. La psicoanalisi freudiana immaginava il lavoro psicologico come processo indiziario, scavo nell’inconscio per fare affiorare fatti che potevano essere occultati da meccanismi difensivi”. Tanta operosità per recuperare la memoria, disseppellire il cruciale reperto nascosto nei recessi della mente, far emergere il trauma d’origine dimenticato “così da generare l’evento catartico” e la guarigione. Oggi questo è uno stereotipo obsoleto, sia pure ancora diffuso tra esperti di psiche. Cent’anni e oltre, passati da alcuni sotto i ponti e nel sottoscala dell’anima ma da tanti altri sopra i lettini psicoanalitici, hanno modificato forma e sostanza della prassi psicoterapeutica grazie anche alle teorie costruttiviste e relazionali della mente, all’impostazione epistemologica più complessa che ha contagiato le scienze umane: “Le nuove acquisizioni della psicologia cognitiva – ha spiegato Crocamo – hanno arricchito il concetto di memoria. Diceva Giovanni Jervis che l’identità è memoria ovvero rintracciare costanti che definiscono nel tempo l’uomo sia per quel che è che per quel che non è”.

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 Stando così le cose, che ne è di tanto affannoso scavare? Come la psicologia cognitiva ha arricchito il senso della memoria? Dove è la differenza con Freud? “La memoria non è più intesa come fotografia statica di un passato, ma è un processo cumulativo. C’è un’attività soggettiva di rielaborazione degli eventi: continuamente li rievochiamo e trasferiamo, tutto ciò si sedimenta stratificandosi e generando condizionamenti. Il lavoro psicologico diventa una possibilità narrativa. Lo strato di sotto dipende dallo strato di sopra. Si può raccontare narrativamente. La psicologia diventa la possibilità di co-costruire un nuovo racconto decostruendo quello passato per raccontarsi una nuova storia”: questa la mirabile sintesi di Bianca Crocamo. Prioritario non è più riportare alla luce ricordi dimenticati ma ricostruirli narrativamente nel rapporto terapeuta-paziente integrando aspetti emotivi e cognitivi.

E a questo punto l’archeologia a sua volta cosa è o cosa è diventata oggi?: “È la scienza non troppo esatta che studia la cultura del passato in relazione all’ambiente  – così Luca Giovannetti –   e questo studio avviene attraverso la raccolta e l’interpretazione di reperti per creare una storia quanto più possibile verosimile, non la fotografia esatta del passato”.  La stratigrafia in questo ambito è più che metafora ma dai tempi di Schliemann e della scoperta di Troia molto è cambiato anche in questa scienza. “Il mio maestro, Andrea Carandini diceva che l’archeologo è artigiano della memoria. Posto che tutto è aleatorio e dipende dal punto di vista soggettivo, è stata introdotta una metodologia scientifica dello scavo per cui oggi gli strati che si sono formati nel sottosuolo si rimuovono in ordine inverso: dal più recente al più antico”.  Un po’ come si fa nell’attuale prassi psicoterapeutica.

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“Anche la psicologia – ha ricordato Bianca Crocamo –  raccoglie strati e ciò perché nel processo diagnostico facciamo il lavoro di mettere insieme tanti frammenti del comportamento, da quello più visibile, apparente, a quello latente”. In effetti, il nucleo centrale che unisce psicologia e archeologia  è la memoria intesa quale elemento costitutivo dell’identità: ricostruirla in forma di racconto serve a rendere comprensibile come siamo. Entrambe le scienze poi lavorano in stato di privazione: contemplano l’assenza, la mancanza, il vuoto, la lacuna da colmare sia che riguardi la storia personale e come si è edificata la struttura della personalità,  che la mancanza di materia e di tracce umane anche per secoli. “L’incredibile Roma – ha ricordato Giovannetti che con la sua associazione Artefacto composta da archeologi e storici dell’arte organizza visite guidate alla scoperta dei più affascinanti reperti – ha una stratificazione plurimillenaria dal  XII secolo a.C.   E oltre a una stratificazione verticale, c’è anche una compenetrazione perché  alcuni edifici sono stati riutilizzati nel tempo e in questo modo il passato condiziona ancora di più il presente”. Conta l’attualità.  L’appartenenza a un luogo è costitutiva dell’identità secondo una branca della psicologia cognitiva che è la psicologia ambientale che procede da John Bowlby e dalla sua teoria dell’attaccamento: “Recuperare memoria, sottosuolo e passato sia dal punto di vista intrapsichico che interculturale significa non solo riappropriarsi di una parte di noi ma anche dell’identità collettiva, operazione che ci fa sentire più sicuri specie in un mondo globalizzato”.  A ciascuno la sua narrazione; a ogni disciplina la sua modalità narrativa secondo caratteristiche proprie. Suggerirebbe Alberto Savinio, tanto per tornare alla letteratura, come di fatto poi ha scritto:  “Narrate, o uomini, la vostra storia, che nel raccontarla la rivivete doppiamente, soprattutto quando sentite che qualcuno vi ascolta, che qualcuno vi legge, qualcuno partecipa alla vostra vita, meglio: alla vostra storia e vi fa sentire meno soli”.

Per informazioni sull’Associazione culturale Artefacto e su Il secondo centro di terapia interpersonale di Roma, è possibile consultare direttamente i siti dai link sotto indicati.

http://www.artefactoroma.it/

http://www.duetc.it/

Potere ai timidi!

“Non c’è nessuna correlazione tra essere il migliore conversatore e avere le idee migliori”

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È con questa frase-simbolo che si può riassumere il significato del prezioso saggio, dedicato alle persone chiuse e a chi ha a che fare con esse. Per scoprire che il nostro mondo ha bisogno di meno chiacchiere e più pensiero.

Susan Cain (@susancain) è un ex avvocato che oggi dedica tutte le sue energie alla scrittura e alla famiglia, come lei stessa ammette in Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare (sito ufficiale). Perché il bello di questo saggio è proprio il parlare in prima persona, non solo tra le righe: Susan Cain, infatti, non è una psicoanalista né una sociologa, ma un’introversa che ha deciso di devolvere le sue energie alla scoperta di quell’esigua percentuale di popolazione di cui lei stessa fa parte, per esaltarne le qualità, misconosciute ai più.

Nella nostra cultura, infatti, chi dice introverso dice misantropo, dice chiuso, dice insomma un qualcosa di negativo, addirittura ai limiti col patologico, ignorando che tra le più grandi personalità (come Einstein, ad esempio) spiccano proprio gli introversi. Esseri generalmente delicati e propensi più alla riflessione che alla socializzazione, particolarmente sensibili nel cogliere gli stati d’animo altrui e i molteplici aspetti della realtà.

susan cainSusan Cain cita molti esempi, tra cui imprenditori originariamente solitari come Steve Jobs o ponderati uomini del mondo della finanza, accomunati da pregi quali pazienza, calma e lentezza. Difficile che nel 2013 si considerino accattivanti caratteristiche di questo tipo, ma è proprio grazie ad esse che, per esempio, i banchieri più introversi si salvarono dal fallimento, a differenza dei loro impulsivi colleghi estroversi.

Merito della scrittrice è quello di aver ribaltato alcune credenze molto radicate nel mondo occidentale, specialmente americano: difficile che un newyorkese dedito al competitivo mondo del lavoro della Grande Mela pensi a scavarsi molti momenti per sé durante la giornata, cosa di cui invece un introverso ha assoluto bisogno, a costo di nascondersi nel bagno dell’ufficio pur di sfuggire a una riunione. Siamo infatti nell’epoca dei team e delle logiche di gruppo e chiunque pensi al lavoro solitario viene spesso tacciato di egoismo, altro luogo comune scagliato sui poveri introversi che, sin dall’infanzia, non fanno altro che lottare contro i tentativi di normalizzazione della famiglia, della scuola e della società, a partire da frasi come: “Suo figlio è troppo chiuso, dovrebbe socializzare di più”.

I genitori e gli insegnanti sono infatti i primi a non credere nelle potenzialità dei bambini più riservati, senza sapere che invece le loro menti fervide stanno già producendo scenari spesso favolosi. L’importante è lasciare indisturbati coloro che preferiscono l’amicizia di uno o due bambini rispetto a chi ama capeggiare interi gruppi. Ma attenzione: non si pensi che gli introversi siano privi di capacità di leadership. Al contrario: hanno dalla loro qualità come empatia e riflessività, che gli permettono di guidare un gruppo con successo.

La Cain fa un grande lavoro che tenta di scavare un solco in una società piena di stereotipi come quella americana (e, diciamocelo, anche italiana). Pecca forse di qualche tecnicismo di troppo, presumibilmente retaggio della mania d’oltreoceano di medicalizzare tutti gli aspetti della mente umana. Ma il tentativo è nobile e si esplicita nelle ultime pagine: aprire gli occhi di coloro che hanno ancora sulla punta della lingua parole tra il dispregiativo e il compassionevole nei confronti di chi usa isolarsi durante una festa o di chi predilige una tranquilla serata tra i libri a uscite con persone schiamazzanti di cui il mondo è fin troppo pieno. Da leggere.

Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlareTitolo: Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare
Autore: Susan Cain
Traduzione: C. Prosperi
Editore: Bompiani (Overlook)
Dati: 2012, pp. 432, euro 17,00

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Le figure del vuoto: i nuovi sintomi di un mondo niente affatto zen

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Può darsi che a noi ingombranti genti d’Occidente abbia ‘compromesso’ la reputazione e il sentire Aristotele da che sentenziò che la natura rifiuta il vuoto ed è tutta e sola un traboccante spazio pieno. Per cui abbiamo pensato di cavarcela di generazione in generazione riempiendo e la borsa e la vita di materia, sempre più espansa, talvolta inutile e inerte, creata e  ricreata in varie forme fino al parossismo attuale. Altrove, il vuoto non è sinonimo di nulla né sottintende nichilismo ma è parte di un processo eterno, nell’eterno e dinamico stato germinale di tutte le cose. Le tradizioni orientali considerano infatti fondamentale il non essere, quale parte costitutiva di un movimento circolare: tutto ciò che esiste ha origine da ciò che non esiste e a quello ritorna. Invece da noi vuoto è sinonimo di morte, cessazione, mancanza, privazione, negazione. Perciò l’horror vacui ha fatto molta strada, tanta carriera; si è aggiornato assecondando gli sviluppi tecnoscientifici di un mondo ultrapiatto e ultrarapido, al punto che la clinica ha bei grattacapi nell’imbattersi in forme inedite di disagio psichico, in tutto o in parte ancora da decodificare. I pazienti non sono più quelli di una volta, giocano a stupire manifestando con nuovi sintomi che l’accelerazione è un trita carne e non svuota la psiche.

Le figure del vuoto i sintomi della contemporaneità: anoressie, bulimie, depressioni e dintorni, per l’appunto, s’intitola il libro realizzato dal Centro napoletano di psicoanalisi, che è la trascrizione di un convegno tenutosi per l’appunto a Napoli lo scorso novembre. Il libro in questione è stato presentato alcuni giorni fa presso la Società psicoanalitica di Roma. (La pubblicazione a cura di Luigi Rinaldi, e Maria Stanzione, è stata edita dalla casa editrice Borla, 25,00 €). Il cuore della questione è cercare di “teorizzare le forme contemporanee della sofferenza psichica” e rispondere alla domanda cruciale “se l’epoca determini forme diverse di sofferenza oppure no, e come si iscriva nel disagio”, ha detto nell’avviare la presentazione lo psicoanalista Andrea Baldassarro. “I disagi della contemporaneità, le tematiche delle ‘nuove’ sofferenze nel tessuto sociale sono difficilmente coglibili e anche trattabili”, ancora Baldassarro. Il libro si caratterizza per complessità ed eterogeneità dei contributi che fanno affiorare più attriti che convergenze: tra gli autori non solo psicoanalisti Spi, ma anche la celebre anglicista Nadia Fusini che porta testimonianza da regni letterari che devono essere considerati con attenzione se è vero che la letteratura è la forma estetica dell’inconscio; e il celebre psicoanalista ‘lacaniano’ Massimo Recalcati.  Emerge dal testo l’esperienza dell’analista che sta a contatto con il vuoto e si chiede come poter lavorare, come verbalizzare il non rappresentabile.

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“Perché questo libro? – si è interrogato il curatore Luigi Rinaldi, presidente del Cnp – È dovuto alla sensazione che effettivamente i sintomi della contemporaneità  sono diversi dai sintomi di altri tempi”. Allora la domanda è: “Sono diversi perché rappresentano una reazione specifica ai tempi o ci sembrano diversi perché sono diverse le nostre teorie, sono cambiate”? Per Rinaldi è indispensabile partire dall’intuizione freudiana che “la psicologia individuale è sempre anche psicologia sociale”, intuizione non  sviluppata dalla riflessione psicoanalitica. Una pecca visto che per Rinaldi il condizionamento sociale è alla base  della sofferenza mentale. Così le storie cliniche mettono in risalto come la latitanza dei genitori (‘i primi soci’) “determini agli albori della vita un attentato identitario, un vuoto originario nella costituzione dell’Io, causato dalla mancanza del rispecchiamento necessario per fornire significazione affettiva alle sensazioni e percezioni”. Il sentimento dell’essere messo in forse si traduce in mancanza, l’eccesso di mancanza in vuoto. “L’ideologia del consumismo globale – ha argomentato Rinaldi – malgrado la crisi resta e mira a creare pseudo mancanze trasformate in infiniti vuoti da colmare. Anoressie, bulimie, obesità, dipendenze, sono sintomi che sembrano derive dell’attuale accumulo, simboli di ciò che non si è avuto a livello affettivo, manifestazioni della rottura dell’intersoggettività”. Queste patologie del mondo occidentale in forma di ondate epidemiche “hanno il carattere della difesa patologica che protegge dall’ansia e determina isolamenti del nucleo del sé. Patologie che sono metafore sociali  di una mutazione antropologica determinata dal fatto che il discorso del capitalista prende il posto del dovere morale di Kant. C’è una spinta al godimento illimitato”. Gli imperativi del godimento sono: “godere qui e ora e in modo solitario, non al servizio del legame; vivere in un tempo ‘puntinista’ frazionato in monadi rinchiuse in se stesse, tempo appiattito sulla dimensione del presente che non contempla né il passato né il futuro”. Lo stesso presente è polverizzato in istanti eterni. Sono “veri e propri imperativi sociali che irrompono nel soggetto desogettivandolo e impediscono lo sviluppo dell’io ma si oppongono anche all’atemporalità dell’inconscio creando vuoti solo temporaneamente colmati”.

Le patologie attuali, dunque, sono accomunate dalla presenza del vuoto; un eccesso di vuoto che racconta ciò che non si è avuto a livello simbolico e affettivo e la sofferenza “diventa cassa di risonanza del malessere della società”.  “Il passaggio dal sociale al soggettivo è operazione mai semplice e mai trasparente – ha sottolineato lo psicoanalista Paolo Cruciani – Non è tanto importante ciò che facciamo quanto ciò che facciamo di ciò che è stato fatto di noi”. Entra in gioco il discorso della transgenerazionalità. “Ma fino a che punto si può risalire all’indietro? Le manifestazioni individuali del vuoto nascono dalle evoluzioni biologiche in base a ciò che una società mette a disposizione: modelli di consumo e regolazione degli affetti”. Il vuoto o il troppo pieno sono le risposte. Per Recalcati, che non era alla presentazione ma è tra le voci del libro, poiché la trasmissione del desiderio diventa sempre più difficile, il vuoto si iscrive nell’ambito di forme neomalinconiche emergenti. Compito della psicoanalisi è per Recalcati allora quello di rianimare il desiderio e la sua trasmissione. “Questa trasmissione è diventata un compito impossibile. La psicoanalisi è una sentinella che nel sociale ha il compito militante di insistere sulla necessità della trasmissione del desiderio. Da qui una serie di trasformazioni che investono anche la nostra pratica (…) perché il problema della neomelanconia, assurdamente secondo me, lo troviamo nelle nuove generazioni sempre di più, sempre di più nei giovani noi troviamo questa dimensione apatica, nirvanica, senza desiderio…”. Alfredo Lombardozzi ha evidenziato che l’apocalissi psicopatologica può diventare culturale cioè condivisa e riaprire il senso del futuro solo se si recupera la dimensione rituale, la messinscena del dolore, la condivisione. Invece le figure sociali del vuoto sono i corpi costruiti, ricostruiti, tatuati; figure del vuoto sono le reti chiuse che crea la rete; sono i confini generazionali saltati, la mancanza di riti o riti rovesciati a cui i figli iniziano i genitori.

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Il punto è che in questa realtà occorre imparare a camminare sul vuoto indotto senza venirne risucchiati. Per san Giovanni della Croce patrono di mistici e poeti fare il vuoto era precondizione per l’ascesi e  l’unione col divino. Per lo zen senza vuoto non si diviene. Celebre in tal senso la storiella zen dello studioso che va a trovare il saggio e gli chiede di istruirlo. Il maestro zen fa accomodare l’ospite e gli serve del the. Gli pone la tazza di fronte e inizia a versare la bevanda; la tazza si riempie, ma lui continua a versare. Finché, alle rimostranze dell’allievo replica: ”Anche tu sei come questa tazza: sei pieno. Se prima non ti svuoti, come posso io insegnarti qualcosa?”. Per la studiosa e critica letteraria Nadia Fusini, in maniera similare allo zen, il vuoto non c’è: “Dal nulla Dio crea tutto. Il nulla è necessario per la creazione, perché si dia questa tutto. La grande questione è che non c’è il vuoto, ci sono figure del vuoto”. Fusini ha ricordato che la poetica di Shakespeare in cui compare il nothing  si sviluppa quando in Europa si introduce il numero zero in aritmetica.

C’è il vuoto pieno della non cosa e il vuoto che l’analista fa liberandosi dei desideri; c’è il vuoto troppo pieno e l’impatto che ha sull’analista. Poi chissà se la patologia sia provocata da eccesso di vuoto o da carenza dello stesso. Il fatto è che il vuoto nichilista è una nostra ‘specialità’ culturale mentre la fisica parlandoci di vuoto quantico istruisce con modalità zen che esso è la condizione di possibilità di tutti gli eventi, di tutte le cose. Quindi in questo senso è il massimamente pieno. “Sono il vuoto, non sono diverso dal vuoto, né il vuoto è diverso da me; in realtà il vuoto sono io”, scrisse Jack Kerouac ne I vagabondi del Dharma. Tanto varrebbe considerare l’opzione anziché patologizzarla, tenerla a mente, purché non ci riduca ad avere la mente vuota a vuoto…

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Curatore: Rinaldi L., Stanzione M.
Editore: Borla (collana Quad. centro napoletano di psicoanalisi)
Data di Pubblicazione: Gennaio 2012, pagine 192, prezzo 25,00 €

Prevenire il suicidio al tempo della crisi: le domande senza risposta

quint2Ricominciare dalla salute mentale. Poiché il nostro paese soffre di una grave patologia, la recessione, morale soprattutto, prima che economica, al di là della crisi finanziaria, subìta ma spesso usata come alibi a coprire altro, si dovrebbe lavorare a livello politico e istituzionale a “costruire una gigantesca riserva psichica mentale”, un serbatoio di benessere disponibile, oltreché potenziare servizi territoriali di cui avremo sempre più bisogno. Il tema della salute mentale ci riguarda da vicino tutti, nessuno si senta escluso, perché è in ascesa la vulnerabilità psichica: i parametri di riferimento delle nostre società occidentali sono saltati o stanno saltando uno dopo l’altro; l’individuo è smarrito se non perso in assenza d’identità sociale che era data dal lavoro, tra il venir meno della rete di ‘contenimento’ familiare e dei nuclei tradizionali di aggregazione. I modelli di riferimento culturali invece restano rigidi e la risposta individuale sta  spesso nell’incapacità di adattamento alla perdita di ogni certezza e di accettazione di un presente polverizzato dal venir meno di velleità di progresso storico lineare; d’altra parte il divario tra costo della vita e capacità di sussistenza si accentua rendendo spesso impossibile una dignitosa esistenza.

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La crisi economica (espressione vaga e svaporata perché sottintende una tale complessità di circostanze) allora si traduce nel migliore dei casi in profondo disagio mentale che implica aumento delle richieste di interventi ospedalieri e territoriali; nel peggiore, quando la sofferenza mentale è insopportabile e ingestibile, in suicidi: 4 mila l’anno secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. È come se ogni anno un comune italiano fosse spazzato via da una calamità naturale. L’idea di realizzare una gigantesca riserva psichica mentale, l’ha lanciata lo psichiatra Massimo di Giannantonio, professore ordinario di Psichiatria presso l’università degli studi D’Annunzio di Chieti e dirigente di II livello del Centro di salute Mentale della Asl di Chieti. Pare corrispondere in ambito psichico a una memorabile frase delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che  da molti indizi, mio malgrado  vedo venire”.  Se le riserve mancano e ci si accanisce con una politica di tagli sulla sanità, nell’inverno spirituale italiano da troppo tempo avanzante, come si potrà rispondere a una domanda crescente di salute mentale?  Di Giannantonio ha trattato questa complessa problematica nel corso del forum dedicato a La prevenzione del suicidio in tempi di crisi economica svolto nell’ambito del congresso della Società italiana di Psicopatologia (Roma, 13-16 febbraio, Psichiatria clinica: rigore e creatività), di ritorno da una conferenza stampa volutamente organizzata presso la sala stampa della Camera dei deputati in cui la Società italiana di Psichiatria ha presentato ai candidati alla premiership del paese domande cruciali per conoscere quali saranno le intenzioni del prossimo governo in tema di salute mentale. Domande rimaste senza risposta. La Società italiana di Psichiatria ha portato all’attenzione istituzionale “un dato di partenza epidemiologico inequivocabile e oggettivo: a ogni riduzione di punto di Pil per aziende che chiudono a seguito della crisi economica, il tasso di suicidi registrato epidemiologicamente è dello 0,97. Come va giù l’economia sale il tasso suicidario”, ha riferito di Giannantonio. A partire da questo dato incontrovertibile, gli psichiatri chiedono ai candidati di assumere precise responsabilità sul tema della salute mentale in Italia. Le domande poste riguardano i seguenti temi: investire nella salute mentale e attuare riforme con particolare attenzione al territorio; avviare programmi di supporto per i lavoratori disoccupati; potenziare i servizi sociali per offrire supporto alle famiglie; controllare prezzi e disponibilità degli alcolici;  sensibilizzare al tema delle ‘agenzie di debito’ che significano vertiginoso aumento di ludopatie e game patologico; evitare ‘l’effetto Werther’ dei media per il modo in cui si spettacolarizzano le notizie di suicidi. Sul tema dell’organizzazione della salute mentale e dei servizi, ci sono insegnamenti molto chiari che vengono da altri paesi: “In Spagna – ha detto di Giannantonio – sono stati tagliati i fondi e c’è stato il picco epidemiologico. Mentre gli stati europei che hanno affrontato l’onda della crisi economica e investito sul tema della salute mentale, arricchito la rete dei dipartimenti di salute mentale sul terreno della prevenzione, hanno avuto tassi di suicidio dimezzati, abbattuti”.

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Prevenire il suicidio si può, anche in un periodo di crisi economica: parola dello psichiatra Maurizio Pompili, responsabile del servizio di prevenzione del suicidio dell’ospedale Sant’Andrea di Roma, centro unico in Italia e a livello mondiale. Il suicidio è un grave problema di salute pubblica, pesa sulla collettività, ha conseguenze su chi resta. A detta di Pompili, aggrava il quadro  l’informazione o meglio la ‘mala-informazione’ dilagante: “di nuovo  il web si è popolato di scenari che inneggiano al ruolo delle istituzioni come responsabili del suicidio di imprenditori”. Il fatto è che viviamo nella bolla di un presente scollegato dal passato e non proteso verso alcun futuro, immemori di fasi storiche non meno cruciali: “A fare un salto indietro – ha detto Pompili – nel 1880 l’Italia era stata toccata da una crisi economica simile all’attuale. Quando ci fu la grande crisi del ’29 diminuirono tutte le cause di mortalità, mentre aumentò quella per suicidio. La letteratura ci dice che c’è una forte associazione tra disoccupazione e rischio suicidio”. I dati italiani su tentativi di suicidio e suicidi avvenuti riferiti al periodo 2008-10 si basano su calcoli Istat e sono incompleti. “I nuovi dati saranno disponibili tra un mese circa e riguardano il 2010, una popolazione tra i 25 e i 69 anni, cioè coloro che lavorano o vorrebbero lavorare, mentre  c’è stata una diminuzione dopo i 70 anni”. La prevenzione del suicidio si pratica in molte forme: “educando i mass media a un nuovo modo di dare le notizie, dando riferimenti chiari e precisi su dove essere aiutati e come, dando speranza e riducendo l’odio di sé; facendo una valutazione corretta del rischio suicidio. L’elemento nuovo quando non ci sono i soldi è: conoscere e riconoscere i segnali di allarme”. C’è un film d’animazione uscito qualche mese fa nelle sale, La bottega dei suicidi del regista Patrice Leconte che è parabola di speranza: un negozio offre agli abitanti di una città triste, inquinata e depressa tutti i metodi per suicidarsi. Ma proprio quando alla proprietaria nasce un bambino, la vita torna a trionfare più forte di prima. “Noi siamo l’elemento nuovo e non c’è bisogno di soldi. Abbiamo la responsabilità di mostrare altre opzioni, suggerire metodi per fronteggiare la sofferenza. Abbiamo avuto imprenditori che avevano debiti, si volevano suicidare, ora non ci pensano più”, ha concluso Pompili.

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Servizio per la prevenzione del suicidio Ospedale Sant’Andrea – Roma – Help line lun-ven dalle ore 9.30 alle ore 16.30 al numero 06 33 77 77 40. È possibile prenotare visite presso il Centro telefonando dal lunedì al venerdì dalle ore 9.30 alle ore 13.30 al numero 06/33775675. Il Centro è coordinato dal prof. Maurizio Pompili, Dipartimento di Psichiatria, Ospedale Sant’Andrea – Via di Grottarossa, 1035 – 00189 Roma – Email: maurizio.pompili@uniroma1.it

Suicidio: 'possibile categoria antropologica' di cui si straparla e mai si dice

La versione che risuona come un disco rotto è che sia tutta colpa della crisi: parola caricata di responsabilità gigantesche quanto generiche tra sottintesi e ambiguità. Invece il suicidio, perché di questo si tratta, è solo  uno dei tanti comportamenti possibili nella storia umana, non sempre facilmente ascrivibile a una causa unica, a fattori esterni o patologici né spiegabile a posteriori in base a un criterio di causa ed effetto magari applicando una tesi precostituita. Nei telegiornali, sul web  e “sulle pagine dei nostri giornali si susseguono notizie relative a condotte suicidarie. Ogni nuovo drammatico suicidio spiazza la tragedia poco prima annunciata”. Il continuo avvicendarsi di tali drammatiche notizie non dà modo di risalire dal caso singolo al fenomeno nel suo complesso. Né permette di andare oltre l’immediata risposta emotiva per avviare una riflessione non riduttiva. Intende affrontare le domande connesse al tema, introdurre elementi di chiarezza e individuare percorsi di senso il libro Il suicidio (Carocci editore, 2012, collana Bussole) scritto da Mario Rossi Monti, psichiatra e psicoanalista, con la psicologa Alessandra D’Agostino (il precedente, sempre pubblicato da Carocci, è stato L’autolesionismo).

Lo studio indaga il fenomeno secondo varie prospettive:  storica, antropologica, sociologica, culturale, clinica.  Il dato fondamentale d’avvio azzera credenze diffuse: “ogni anno circa un milione di persone muore per suicidio e un numero venti volte superiore tenta di uccidersi. Questo è il quadro che emerge da una rapida scorsa ai dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2009”. Probabilmente se si leggessero i dati Istat sul caso italiano, si dovrebbero perlomeno rivedere i comuni criteri di valutazione del fenomeno, rimodulare il taglio che viene dato a questo genere di tragiche notizie. Scrivono gli autori: “Nel nostro paese il suicidio è tra le prime dieci cause di morte; ogni anno si muore più per suicidio che per Hiv e per omicidio”. Allora forse si deve prendere atto della profonda complessità di un comportamento “trasversale e globale, che interessa l’Occidente come l’Oriente, la psicopatologia come la cultura e la società intera”. Di fatto è un gesto che trasforma un corpo vivo in un corpo morto e tronca ogni comunicazione. L’unico che potrebbe dare una qualche spiegazione, e non è detto, perché si dà il caso che i motivi del gesto possano rimanere in parte oscuri anche a chi lo compie, è il suicida che diventato però corpo morto, non ha più parola.

Anche dal punto di vista clinico le cose non sono così facili. “Ogni manuale di psichiatria o psicologia clinica dedica un capitolo al suicidio. Un capitolo che occupa una posizione anomala”. Perché? Perché “il suicidio non è una malattia, una sindrome, un disturbo”. Invece è soltanto un comportamento sia pure complesso e pluri-determinato: un punto d’arrivo di storie anche diverse che, nella maggior parte dei casi, riguarda persone che non presentano disturbi mentali. Uno dei più noti suicidologi della scena internazionale, Shneidman ha infatti ‘liberato’ il suicidio dalla coincidenza obbligata con la patologia mentale. E se anche abbia a che vedere con la patologia mentale non è detto che sia quella depressiva a cui viene ricondotto. Jaspers ce l’ha detto oltre a evidenziare che il suicidio può essere “una forma di protesta e di sfida contro una potenza sopraffattrice: in questi casi diventa il modo estremo d’esprimere la più decisa autonomia”. Emblematici in tal senso i casi del grande intellettuale belga Jean Améry, vittima della Shoah, come dello scrittore ebreo Primo Levi. O la vicenda del detenuto irlandese Bobby Sands che si lasciò morire in carcere.

Il suicidio può essere studiato sia come fatto oggettivo (cercando la ricorrenza di variabili) che soggettivo. Può avviare fenomeni di
emulazione come fu dopo la pubblicazione de I dolori del giovane Werther di Goethe nel 1774 e forse anche oggi per altre ragioni. Di interpretazioni del suicidio secondo variabili date a partire da un classico della sociologia quale è lo studio di Durkheim in poi, ce ne sono tante. Resta il fatto che “il suicidio non risponde ad alcuna legge. Siamo comunque condannati a lavorare con ricostruzioni imperfette”. Sempre Jaspers ha dato l’allerta: si può al limite solo ricostruire alcune delle circostanze che lo hanno reso possibile. Può essere dettato dall’esigenza non tanto di abbracciare la morte quanto di sbarazzarsi di un’insostenibile sofferenza psichica che rende la vita insopportabile. E il dolore mentale, di per sé, non è sinonimo di disturbo psichico. Quando “lo stato cognitivo è uno stato di chiusura a imbuto: una visione a tunnel che si accompagna a un brutale restringimento del campo di opzioni possibili”, allora togliersi la vita diventa via di fuga, unica uscita possibile. Ci sono suicidi legati alla cosiddetta new economy: così è stato ad esempio nei casi interni ad aziende come France Telecom (45 suicidi tra il 2008 e il 2010) o Disneyland Paris (3 suicidi di dipendenti nel 2010) a seguito di declassamenti o licenziamenti del personale. A farne le spese soprattutto chi si è identificato con la cultura manageriale dell’azienda al punto di non saper scoprire o riscoprire una propria identità altra e arrivare al grado zero dell’essere. Ogni cultura attribuisce poi un senso diverso al suicidio. Condannato nella nostra società di matrice cattolica, ha invece un significato rituale in altri contesti. Sacrificio in nome di Allah come hanno dimostrato i terribili attacchi terroristici del settembre 2001; dovere coniugale della sposa virtuosa casta e fedele, nel caso del suicidio delle vedove in India; modalità di espiare colpe e ritrovare la purezza per i samurai giapponesi. Diversa la vicenda dei giovani in Giappone che dalla fine degli anni ’90 hanno dato il via a catene di suicidi di gruppo contattandosi e accordandosi via Internet.

A fine volume è ricostruita la storia di suicidi celebri: la scrittrice Virginia Woolf, la poetessa Sylvia Plath, lo scrittore Cesare Pavese, ognuno contraddistinto da una tensione emotiva prevalente. Il senso di vergogna per la Woolf (a cui fu diagnostico postumo un disturbo bipolare); di vuoto per la Plath (che fu invece ricoverata per disturbo bipolare); mancanza di speranza e senso di inadeguatezza totale alla vita per Pavese. Nell’impossibilità di arrivare a una qualche conclusione che valga come spiegazione unica e tantomeno definitiva, per gli autori “è nella libertà che pare risiedere l’origine ultima del desiderio di morte. La libertà di poter scegliere se stessi”. Darsi la morte come possibilità di esercitare la propria libertà. Certo resta incomprensibile nella sua essenza, inaccettabile per chi resta e sconta l’assenza dell’altro a vita. Eppure, malgrado l’incredulità e il dolore seguendo la lezione di Bruno Callieri, dobbiamo mentalmente accogliere l’idea che sia anche “una possibile, seppure estrema, categoria antropologica”.

Titolo: Il suicidio
Autori: Mario Rossi Monti, Alessandra D’Agostino
Editore: Carocci
Dati: 2012, 124 pp., 11,00 €

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Uomini o mostri: un saggio al di là delle categorie convenzionali

“L’autentico freak è uno di noi, un figlio di genitori umani, trasformato in qualcosa di mitico da forze misteriose che non comprendiamo bene”. Leslie Fiedler,  critico letterario e professore nelle  migliori università statunitensi, nel suo ultimo saggio Freaks ci ricorda che i cosiddetti ‘scherzi di natura’ sono soprattutto immagini del nostro io segreto, nascosto, dimenticato, rimosso.

Nani, giganti, siamesi, donne barbute, ermafroditi: questi sono i freaks. Vale a dire persone dalle caratteristiche fuori dall’ordinario, che ci fanno subito perdere il senso dell’orientamento nel mondo e, di solito, provocano nel guardarli un misto di attrazione e repulsione, anche se la coscienza registra solo la seconda, ammantandola di pietà e paternalismo. Fiedler ha compiuto uno studio a metà tra la mitologia e l’antropologia per spiegare come l’impatto che il ‘diverso’ ha sul ‘normale’ coinvolga  la profondità dell’essere fino a smuovere paure primordiali e pulsioni rimosse come quella erotica. In tutta sincerità, a chi non suona strano leggere, ad esempio, che le donne barbute possano avere  avuto stuoli di corteggiatori? E così anche esemplari maschili e femminili caratterizzati  dalla mole immensa o dalla bruttezza proverbiale? Perché nonostante questa società esalti il bello come valore di riferimento, dentro di noi, anche se sopite, vivono passioni primordiali  che disconosciamo a noi stessi, che ci ricongiungono con la parte ferina che fingiamo di non avere più. L’essere umano è curioso e l’eros è spesso un mezzo per accedere a ciò che sfugge alla nostra comprensione.

Purtroppo i freaks hanno fatto ‘fortuna’ diventando nella maggior parte dei casi, loro malgrado, fenomeni da baraccone. Basti pensare al circo Barnum & Bailey, attivo nel XIX secolo. L’impresario Barnum utilizzava, per descrivere questi personaggi, la parola curiosità. Freak è invece il termine che Fiedler prende in prestito dal celebre film di Tod Browning, che nel 1933 provocò un incredibile scalpore negli  spettatori e critici cinematografici. Solo negli anni ‘60 Freaks assurse a fama mondiale come capolavoro, non solo per le qualità artistiche ma anche per aver messo in scena le vite di persone  ritenute inguardabili . Il freak è affascinante perché travalica i confini tracciati dalla cultura: sessuali (l’ermafrodita), tra animale e umano (l’uomo elefante), tra l’io e l’altro (i gemelli siamesi), ricordandoci un’unità fondamentale che nei secoli abbiamo imparato a non considerare più. Questi ‘scherzi di natura’, come venivano chiamati in epoca vittoriana, sembrano nascere per impersonare i miti che tutti conosciamo, tanto che i nomi attribuiti ad alcuni di loro, come ermafrodita li rivitalizzano. E come i miti, i diversi tra noi sottintendono  significati psicologici e sociali profondi, a ricordarci che tante divisioni sono artificiali e non naturali come siamo abituati a pensare. Perché collegare i freaks alla psicologia del profondo? Perché è solo lì che troveremo le risposte alle nostre incertezze ancestrali, quelle che fingiamo di non avere grazie a vite costruite spesso a tavolino che ci permettono di rimuovere   aspetti  scabrosi come la morte, la sessualità,  la sporcizia, l’orrore. “E la maggior parte di noi ritiene per la maggior parte del tempo che questa sia la sorte migliore … tranne quando, in un baraccone, senza sapere bene se dormiamo o siamo svegli, cogliamo per un attimo fuori del tempo la normalità dei freaks, la mostruosità dei normali, la precarietà e l’assurdità di essere, comunque vogliamo definirlo, pienamente umani”.

 Titolo: Freaks. Miti e immagini dell’io segreto
Autore: Leslie Fiedler
Editore: Il Saggiatore Tascabili
Dati: 2009, 382 pp., 12,00 €

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La vera storia di Babbo Natale, il dio dei bambini inventato dai grandi

E pensare che ha pure un luogo e una data di nascita precisi. È il 1822 quando a New York City il reverendo luterano Clement Clark Moore la notte prima di Natale scrive un breve racconto in versi intitolato ‘A visit from Saint Nicholas. Nel silenzio della notte il pastore che è il protagonista del racconto sente strani rumori: si alza e scopre una slitta piena di giochi trainata da otto renne e condotta da un vecchietto. È Saint ‘Nick’ che scende dal camino con una gerla piena di doni, vestito di pelliccia, le guance rosate, il naso a ciliegia, la pancia smisurata. Più che un santo è un buffo elfo. Moore ha creato un nuovo santo pagano trasformando la figura di San Nicola e avviando così l’iconografia convenzionale di Babbo Natale, seguito nel 1843 da Charles Dickens che, da parte sua, con il racconto Canto di Natale reinventa il Natale come festa moderna. Ci pensano poi gli illustratori, specie quelli al servizio della Coca Cola negli anni ’30 del Novecento a fissare definitivamente nell’immaginario collettivo i tratti del vecchio elfo quali li conosciamo, tratti rafforzati poi da pellicole cinematografiche a cominciare da Miracolo nella 34 esima strada del 1947 in cui si dimostra che Babbo Natale esiste davvero. A differenza di Nicola, Santa Claus è  donatore ma non protettore, eppure diventa il dio dei bambini. Una divinità imbattibile, sempre più in ascesa persino in questi tempi magri, riconosciuta a livello planetario, capace di imporsi e sbaragliare tutta la concorrenza, da Gesù Cristo ai re Magi a santa Lucia alle befane e altri esseri magici, anche se è stagionale, anzi in servizio pochi giorni all’anno e tanto effimero perché i bambini superata una certa età (di solito sette- otto anni) smettono di credere in lui.

La vera storia di Babbo Natale (Cortina editore) è raccontata in maniera sfiziosa e sagace da una coppia speciale, un padre, Alfio che è uno psicoterapeuta (docente di Psicologia del ciclo di vita a Milano) e un figlio, Michele Maggiolini, non bambino ma adulto e antropologo. Il libro esplora la storia di Babbo Natale quale trasformazione pagana di san Nicola, santo protettore dei bambini, capace di inserirsi nella tradizione del Natale, con grande forza di sopravvivenza perché, tra trasformazioni epocali e variazioni culturali effimere legate a un mondo globalizzato, assembla invarianti simboliche profonde. Lo studio ricostruisce la storia del Natale in cui solo in età recente si inserisce l’invenzione del grande vecchio vestito di rosso e di ermellino bianco, come un anomalo vescovo o un papa dei consumi, e soprattutto si interroga e ci interroga sul perché i bambini credono in questa figura, e allo stesso modo smettono di crederci.

Si sa che il Natale da sempre è stata la festa del sole che rinasce all’indomani del solstizio del 21 dicembre, giorno  in cui si ha il minimo di ore di luce e il tempo pare arrestarsi, il sole fermarsi e morire; poi è diventata la festa della famiglia, dei doni e dei bambini. A Roma c’erano due protagonisti del Natale, il dio Saturno e il re Mitra: i Saturnali erano all’insegna di travestimenti, eccessi alimentari e sessuali (associati oggi più al Capodanno) e rituali che continuano a caratterizzare le feste del solstizio d’inverno come lo scambio di doni che rafforza i legami sociali e affettivi. Mitra, divinità solare che guida un carro alato, precede Babbo Natale che a buon diritto si colloca nella famiglia degli dei solari. Dopo Mitra, Cristo divenne il nuovo sole della cristianità a cui però sono i Magi a portare doni, perché lui non ne dà. Solo dall’Ottocento il Natale diventa la festa della famiglia, dei doni e dei bambini. L’avvento di Babbo Natale, invenzione del capitalismo americano, porta alla moderna versione della festa dei consumi. Unico scopo di questo vecchio e neonato insieme piuttosto bizzarro è produrre felicità, soddisfare desideri; si espande il suo credo/culto perché è un personaggio duttile, internazionale e interreligioso, capace di sostenere dal punto di vista antropologico e psicologico un mito collettivo. Tuttavia, a differenza delle divinità tradizionali, gli adulti non credono in lui, il che lo assimila alle credenze e alle pratiche dei riti di passaggio. È un dio iniziatico, anomalo dunque, perché divide la popolazione per fasce d’età in una società che oltretutto quasi non ha più riti iniziatici. Ha una funzione simbolica perché rappresenta “un cambiamento soggettivo come marcatore di un passaggio evolutivo”. Ed ecco il cuore della questione: la credenza in Babbo Natale fa parte delle universali bugie della tradizione. I bambini credono in lui non perché, come riteneva lo psicoanalista Jean Piaget, dotati di un pensiero magico e perciò cognitivamente immaturo. Le recenti teorie psicologiche hanno rivisto questa concezione che considera i bambini portatori di un pensiero animistico come fossero primitivi. Babbo Natale è un’invenzione dell’immaginazione degli adulti i quali spingono i bambini a crederci. Finché verso i sette-otto anni cambia non già “il modo di comprendere la realtà oggettiva quanto piuttosto di comprendere se stessi”. Gli autori scorgono in questa svolta una modalità d’ingresso nel simbolico per cui i bambini scoprono insieme all’inganno il modo in cui funzionano le credenze condivise: esiste un altro livello di realtà, la realtà del simbolico. Ne escono quasi sempre senza traumi i piccoli, al punto che quasi sempre diventano complici dei genitori nel sostenere la bugia verso i fratelli più piccoli. “Per gli adulti in effetti Babbo Natale non è un dio, ma un simbolo. È il rappresentante immaginario della funzione di donatore” e “di una fede, seppure per bambini che non ha bisogno di religione”.

L’ultima domanda è allora: perché educhiamo i bambini mentendo, creando figure di fantasia magari per trasmettere valori di altruismo e bontà, sia pure in modalità pagane e secolarizzate? Babbo Natale è un residuo sia pure laico del senso del sacro, “una rappresentazione immaginaria di una funzione spirituale: la legge simbolica universale che impone ai grandi di  rendere omaggio ai piccoli”. Pare che oggi più che mai sia la risposta all’assenza del padre di cui ha scritto con largo seguito lo psicoanalista Massimo Recalcati: non più un padre di matrice freudiana che regola il desiderio attraverso il divieto ma che, bonario e generoso,  lo asseconda, lo esalta e lo moltiplica. Concludono gli autori: forse bisogna accontentarsi di restare senza una risposta unica;  perseverare nella credenza di Babbo Natale fa piacere a tutti, al di là di giustificazioni morali, religiose, alimenta la festa. In un mondo in cui la luce specie quella interiore spesso si spegne, l’esaurirsi delle risorse planetarie contrasta con il modello consumistico, il capitalismo sta facendo schiere di vittime, l’auspicio è che il Babbo rinsavisca, il Natale recuperi il nucleo originario e torni “a rendere omaggio al Sole e all’energia perenne del mondo”. (Piera Lombardi)

Titolo: La vera storia di Babbo Natale
Autore: Alfio Maggiolini, Michele Maggiolini
Editore: Cortina Raffaello
Dati: 2011, 14,00 €, 175 pp.

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Corpo, riflessione, immagine: una trinità di senso multiverso

“Il corpo è il punto zero del mondo; laddove le vie e gli spazi si incrociano il corpo non è da nessuna parte: è al centro del mondo, questo piccolo nucleo utopico a partire dal quale sogno, parlo, procedo, immagino, percepisco le cose al loro posto e anche le nego attraverso il potere infinito delle utopie che immagino”. Questa concentrata esplosione di senso del filosofo francese Michel Foucault sembra contenere i temi portanti del libro Corpo riflessione immagine (Alpes edizioni), raccolta di brevi saggi curata dagli analisti junghiani e psicoterapeuti Simonetta Putti e Ferdinando Testa. Si tratta di un volume polifonico e composito che indaga la triade corpo, riflessione, immagine. Triade declinata, scomposta e ricomposta da ogni singolo autore a seconda dell’ambito di applicazione. Ognuno ha un osservatorio privilegiato da cui  guardare il modo di avvolgersi e intersecarsi di tale movente fondamentale dell’essere: vita  morte ed elaborazione del lutto (Marta Paniccia); terapia analitica (Francesco Montecchi); arti terapie con malati oncologici (Paola Caboara Luzzatto); filosofia gnostica (Giorgio Antonelli); funzione immaginativa dell’inconscio e significato simbolico dei miti (Silvana Ceresa); fotografia e cinema (Roberto Cantratrione, Amedeo Caruso); body art e tatoo (Desirèe Pangerc); teatro (Marcello Cotugno); giurisprudenza e vincolo a norma del diritto all’immagine (Letizia Proietti). È omessa dalla trattazione la parola, quasi stazione periferica rispetto ai linguaggi del corpo e dell’immagine. Certo, il fil rouge delle singole elaborazioni è l’ “invenzione” di Jung più volte ribadita, di considerare la riflessione come la creatività quali ‘fattori istintivi’ sui generis, capaci di mutare radicalmente le dinamiche interiori fino a sbocchi creativi verso l’individuazione, meta di ogni viandante.

A fare da apristrada di questo percorso, composito, eterogeneo e polisemico, è un saggio (che dà il nome all’intera raccolta) a firma di Simonetta Putti e Bruno Callieri. La ‘trinità’ corpo riflessione immagine è ambito di osservazione e terreno di lavoro privilegiato dell’analista che può riscontrare come il corpo sia metafora vivente; custode di disagi, blocchi; sapiente testimone di quel che la psiche ancora non sa a livello cosciente. Finché, nel percorso del paziente si osservano i modi e i tempi in cui interviene la riflessione, junghianamente sospensione della scarica energetica e sua introversione, fino a attivare la facoltà di produrre immagini nuove ‘individuanti’ perché artefici di una trasformazione creativa. Simonetta Putti nel coniugare pensiero junghiano e approccio fenomenologico parla di “creatività del quotidiano” come “possibilità di rielaborare il noto nel nuovo ri-ordinando quindi le componenti del nostro vivere”, transitando “dalle immagini primordiali (archetipi) verso l’immagine nuova e individuante (simbolo) e talvolta anche a ritroso”. Bruno Callieri, padre italiano della fenomenologia, in tempi di “monarchia clinico-nosografica” invita a superare le sirene neurobiologiche incantevoli ma non sufficienti a spiegare cosa si prova a essere se stessi. Occorre che lo psicopatologo e lo psicoterapeuta siano “anarchici epistemologici” con in dotazione un sentimento della complessità da non lasciare  mai: “Essere consapevoli sempre della multidimensionalità dell’uomo – scrive Callieri – ci consente di cogliere nell’uomo paziente la variegata significanza di ogni sua parte costitutiva: corpo, fantasia e immaginazione, pensiero”. Per evitare la caduta in un modello riduttivo dell’uomo ogni contributo è utile. In questo libro si possono pescare spunti di ogni genere. Sulla contemporaneità, illuminante è il capitolo dedicato alla ‘dispercezione’ di cui scrive Luigi D’Elia, quale percezione distorta dal corpo al mondo.

“L’immagine è psiche” e poi “ogni accadimento psichico è un’immagine e un immaginare”, sosteneva Jung.

Il pensiero gnostico è almeno in parte all’origine dell’immaginazione attiva di Jung: “Occorre rinascere attraverso l’immagine”, scrive nel Vangelo di Filippo un eretico gnostico. Antonelli ricorda che nel vangelo gnostico ci sono istruzioni date al morente per incamminarsi nel viaggio ultraterreno. Tecniche di visualizzazione estatica necessarie perché l’anima  si nutre d’immagini, compresa l’angoscia, fino poi al venir meno della dimensione immaginale stessa con l’avvento salvifico della vera gnosi. Immagini come principio di ogni azione: “immaginazione, attività dell’immaginare, l’energia che si concentra nel pensare” anche come origine dell’azione violenta, fino alle scene violente dei film che attraggono perché permettono un’esplorazione protetta dell’Ombra: questa la tesi di Amato Luciano Fargnoli. Alle immagini cinematografiche dedica un capitolo Amedeo Caruso (che analizza i film ‘Il corpo dell’anima’, ‘L’immagine allo specchio’, ‘Quell’oscuro oggetto del desiderio’, ‘Riflessi in un occhio d’oro’). Sua è anche l’intervista a Silvia Rosselli, parte della storia italiana della psicologia analitica perché allieva di Ernst Bernhard, ma anche della storia italiana da ricordare a mente perché lo zio e il padre furono assassinati barbaramente nel 1937 in Francia per ordine del regime fascista. Nel ritrovare immagini intese come fotografie del passato possiamo riscoprire il percorso e il significato di una vita secondo Roberto Cantatrione.

Ci sono le immagini prodotte dai malati oncologici grazie all’arte terapia con cui riescono a manifestare l’inesprimibile; mentre il gioco della sabbia è un metodo terapeutico che coinvolge il corpo e l’immaginario anche del terapeuta. Ricorda Franco Bellotti nel suo articolo sulla psicologia analitica che Jung nel commentare l’Ulisse di Joyce passò da un giudizio estremamente negativo a un graduale ripensamento fino a riconoscerne la grandezza perché quell’opera all’apparenza inaccessibile rivela “in forma di immagine, la simultaneità di contenuti sia coscienti che inconsci; mostrando nella sua globalità la dimensione psichica”. Già per Baudelaire l’immaginazione è “regina del vero”. Pensare per immagini è superamento di ogni dualità fino al grado assoluto dell’essere. L’immaginazione abbinata alla riflessione diventa per Jung  modalità scientifica e poetica “di dare un senso alla conoscenza simbolica e trasformativa”. Lo ricorda Ferdinando Testa nella postfazione. Il corpo stesso è parte di questo itinerario. Jung scrisse: “L’esperienza visionaria strappa dall’alto al basso il velo sul quale sono dipinte le immagini del cosmo, e consente allo sguardo di intravedere le inafferrabili profondità di ciò che non è ancora nato”.

 Titolo: Corpo riflessione immagine
Curatore: Simonetta Putti, Ferdinando Testa
Editore: Alpes Italia
Dati: 2011, 200 pp., 21,00 €

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Sesso e "fiasco": la grande metafora corporea della difficoltà d’incontrarsi

Per poco che amiate con passione una donna o che la vostra immaginazione non sia esaurita, se ella è incauta al punto di dirvi una sera con aria tenera e interdetta: venite domani a mezzogiorno, non riceverò nessuno, non dormirete la notte per l’agitazione nervosa. In mille forme immaginiamo la felicità che ci aspetta, la mattinata è un supplizio; finalmente l’ora suona, e pare che ogni colpo dell’orologio vi batta sul diaframma. Vi avviate verso quella via palpitando, non avete la forza di fare un passo: intravedete dietro la persiana la donna che vi attende: salite facendovi coraggio … e fate fiasco”. Meno male c’è la letteratura a cui chiedere aiuto per trattare argomenti che sono spine. Stendhal nel trattato De l’amour del 1822, ci ha raccontato l’ansia da prestazione appropriandosi della parola italiana “fiasco”. Pure alla letteratura hanno fatto riferimento i sessuologi riuniti a Roma al convegno “Impotenza maschile, femminile e di coppia” organizzato da Gennaro Scione direttore dell’Arpci (Associazione per la Ricerca in psicoterapia cognitivo-interpersonale) e dell’Accademia italiana di sessuologia. A parlare per prima di impotenza maschile in letteratura come ha ricordato Giorgio Rifelli (Responsabile servizio sessuologia clinica, università di Bologna), è stata una donna, la duchessa  Claire de Duras nata Kersaint nel romanzo Olivier ou le secret, scritto nel 1821 e pubblicato solo nel 1971: tanto ritardo vorrà pur dire qualcosa. Il segreto di Olivier era l’impotenza.

La citazione letteraria più inflazionata in tema è tratta però dal Bell’Antonio di Vitaliano Brancati per il quale l’impotenza è una disgrazia: “Domineiddio mi manda la disgrazia più cattiva, più nera, più velenosa che si possa mandare a un uomo”. Rifelli ha osservato che il modo di nominare le cose sottende una cultura e fa la differenza: “Impotenza è termine ereditato dalla lingua latina e dall’uso che ne ha fatto il codice di diritto canonico per classificare tutte le forme di difficoltà che impedivano di consumare il matrimonio e lo facevano considerare nullo”. Oggi si parla di disfunzione sessuale.  A definire come, quando, quanto siamo impotenti o disfunzionali, (maschi, femmine, mutanti), non sono solo le parole che si scelgono ma anche le teorie di riferimento. Nel corso del convegno si sono confrontate almeno tre teorie. Grazia Attili (professore ordinario di Psicologia sociale presso l’università La Sapienza di Roma), ha fatto riferimento alla teoria dell’attaccamento elaborata dallo psicoanalista britannico John Bowlby: tutto si spiegherebbe in base alla relazione con la madre, ai modelli operativi interni che ognuno di noi va sviluppando, alle credenze e aspettative che plasmano le relazioni successive, specie con un partner. In base alla tipologia materna l’individuo sceglie inconsapevolmente su che binario viaggiare: sicuro, ambivalente, evitante, disorganizzato. “La teoria dell’attaccamento – ha voluto sottolineare Grazia Attili – è una teoria scientifica e si basa su evidenze empiriche. L’attaccamento è l’esito dell’ambiente e dell’interazione madre-bambino”. Ecco allora che apllicando questo modello, “i partner si scelgono sulla base dell’attivazione del sistema dell’attaccamento e l’insicurezza nell’attaccamento provoca come effetti disturbi sessuali, rappresentazioni mentali di sé e degli altri che si intersecano con quelle del partner”. Neutralizzare una bomba a idrogeno è più facile. Fatto sta che “i sintomi in ambito sessuale sono sintomi di un disagio nella relazione”. Cara madre a causa tua si può avere o troppa paura dell’abbandono o terrore dell’intimità: persino d’essere sminuzzati, triturati a chissà quanti watt. In tal caso accade che le donne evitanti arrivano a “un comportamento che impedisce l’attecchimento degli ovuli. È una strategia inconsapevole per mantenere le distanze”.

Secondo Giorgio Rifelli (medico e psicoterapeuta, responsabile del Servizio di Sessuologia del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, docente di Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale presso la Facoltà di Psicologia della stessa Università), “tutte le patologie della sessualità sono patologie dell’aggressività”. Persino predatoria. Fondamentali sono le categorie culturali e quindi lessicali in cui sono inserite le malattie o per meglio dire i sintomi. L’uomo con disturbi sessuali è stato tradizionalmente definito impotente “perché a lui spetta il compito di prestare efficienza”; la donna invece è stata etichettata frigida perché per cultura lei deve essere accogliente in tutti i sensi ed elargire sensibilità. Ma poiché “le culture producono le loro malattie, la nostra sintomatologia è diversa  da quella conosciuta fino a una ventina di anni fa”. Ecco allora “uomini che raccontano un vissuto di frigidità, non hanno desiderio, non provano piacere e rompono gli schemi”. Di eiaculazione precoce invece si è iniziato a parlare solo quando “è emersa come legittima la possibilità che la donna potesse provare piacere”. Fatto salvo che si tratta di patologie dell’essere, non del fare o del sentire, in mancanza di una rappresentazione linguistica idonea, a parte i tecnicismi del gergo medico, Rifelli ha proposto una sua formula a spiegarle: “Incapacità di essere uomo o di essere donna che può nascere dalla reale o presunta compromissione di uno, di alcuni, di tutti i momenti biologici della sessualità che definiscono la virilità o la femminilità in un determinato contesto socioculturale”. Spesso non si tratta di malattie ma di sintomi che si manifestano anche se la sessualità è disgiunta dall’affettività.

Infine la teoria sistemica a cui si è riferito Carmelo Saccu (neuropsichiatra e psicoterapeuta, già professore associato di neuropsichiatria infantile, responsabile settore di terapia familiare) mira a integrare la psicodinamica con altri sistemi di pensiero  per gestire la complessità umana e sviluppare da sessuologi modelli terapeutici altrettanto complessi, capaci di affacciarsi oltre la genitalità. La sessualità è metafora di conflitti profondi, resta fondamentale la rivelazione freudiana che l’io si tiene in equilibrio sulla sommità di un iceberg, tutto il resto è sommerso. Saccu ha anche aggiunto che spesso quel che succede in una relazione non ha a che vedere solo con la storia delle due persone ma con la storia bigenerazionale o trigenerazionale. Dimentichiamo insomma, teoria della collusione a parte, che vagano fantasmi anche dove la casa sembrerebbe illuminata a giorno. L’auspicio emerso è di cercare non solo di far coesistere ma di integrare modelli anche lontani, non essere rigidi nell’applicare da terapeuti il proprio modello di riferimento e soprattutto non credere di avere in tasca verità assolute (talvolta neanche noccioline), intendere in maniera socratica la psicoterapia quale via di comprensione e relazione con il disagio dell’altro. Assecondando questa impostazione, vale l’avvertenza del filosofo Emil Cioran sulla malattia in genere: “La malattia, accesso involontario a noi stessi, ci assoggetta alla profondità, ci condanna a essa.  Il malato? Un metafisico suo malgrado”.

Fiabe sulla morte per imparare a vivere

“Perché noi siamo solo guscio e foglia. La grande morte che ciascuno ha in sé è il frutto intorno a cui tutto si svolge”: nei versi del poeta Rainer Maria Rilke (Il libro della povertà e della morte), c’è tutto il nucleo autentico del nostro esistere. La vita è a ogni istante creazione o dono della “grande morte” e andrebbe plasmata in base a questi presupposti. Tempo fa c’è l’ha ricordato con espressioni inequivocabili il filosofo Martin Heidegger: essere nel mondo è “esser per la morte”; “la morte sovrasta l’esserci”. Stanti tali premesse, si dovrebbe aprire le porte alla coscienza anziché rimuovere la finitezza come il nostro mondo di apparenze fa. Fiabe e sogni, come sempre, manifestano questioni ontologiche fondamentali. Due fiabe dei fratelli Grimm, in particolare, Il compare e Comare morte (nell’interpretazione del teologo e psicoterapeuta Eugen Drewermann, pubblicata da Magi editore) danno risposte diverse allo stessa questione. Nella prima fiaba, un uomo ha tanti figli e non trova chi faccia da padrino all’ultimo nato. Sogna che deve accogliere come padrino il primo che incontra per caso. Obbedisce al sogno: un forestiero gli regala una boccetta d’acqua magica. Da quel momento scopre che può guarire i suoi simili, ma a partire dalla visione della morte che gli è concessa avere: se la morte è al capezzale del malato lo potrà guarire; se invece ai suoi piedi, nulla potrà fare. Per due volte l’uomo guarisce un principino, ma alla terza non può più salvarlo: la morte è ai piedi del bambino pronta a portarlo via. L’uomo allora decide di far visita al suo compare per raccontargli l’accaduto e scopre che ha due lunghe corna e scappa terrorizzato. In Comare morte c’è ancora un uomo che alla nascita del tredicesimo figlio, cerca un padrino. Stavolta non si affida ai sogni per trovarlo ma va in strada. Incontra il “buon Dio” ma l’uomo lo rifiuta per compare perché è il Dio dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza sociale. Si propone il diavolo: rifiuta ancora perché è ingannatore. Arriva un terzo personaggio: “sono la morte che fa tutti uguali”. Stavolta l’uomo accetta. La morte fa da madrina di battesimo del figlio e per regalo lo farà diventare un medico famoso. Stavolta la morte gli dona un’erba che può guarire i malati, ma ancora una volta solo se è lei a concedere di guarirlo. Il giovane diventa “il medico più famoso di tutto il mondo”. Si ammala un re e la morte è ai piedi del letto: il medico vuole imporsi, cerca di ingannarla e volta il malato cosicché la morte si trova alla sua testa e il re guarisce. La signora nera è leggermente risentita. Si ammala la principessa, di cui il medico si innamora tanto è bella. Di nuovo il medico ricorre al suo trucco per salvare la ragazza. Ma la morte defraudata per la seconda volta, se lo prende e lo porta in una caverna sotterranea e gli mostra migliaia e migliaia di candele, grandi, medie, piccole; alcune ardono, altre si spengono, qualcuna si riaccende. Le candele sono le vite umane. Il medico implora la madrina che riaccenda il suo moccolo flebile; lei finge di esaudire la sua richiesta ma il moccolo si spegne e il medico cade a terra finito.

Queste fiabe, dietro la loro apparente vaghezza, allusività simbolica, sono invece precise parabole sul mestiere del medico, sul concetto di guarigione e sulle vere proporzioni tra vita e morte. Nella prima, l’uomo non viene esplicitamente definito medico; nella seconda sì. Nella prima l’uomo diventa medico a partire da un sogno: per vedere bisogna affidarsi al fratello della morte, il sonno e il processo onirico, come fa la psicoanalisi. Il  medico come lo sciamano, come il guaritore può e dovrebbe essere un “dio vestito di bianco” a condizione però che riconosca la giusta costellazione della morte, la sua posizione rispetto al malato e il suo essere la regina del mondo. Il medico è figlioccio della morte perché sa e vede che è incessantemente presente: la cura altro non è che una proroga  che lei concede. La “grande morte” di Rilke cresce e matura con noi e dentro di noi fino a che il guscio si rompe. Nella prima fiaba, tuttavia, il medico non sopporta la visione della fine del principino nel fiore degli anni, e quando la morte glia ppare in forma di caprone, atterrito scappa. Non può reggere la verità nuda e cruda. Può vivere solo dimenticando. In Comare morte, invece, all’opposto il medico si ribella alla morte e cerca di ingannarla. Non si affida alle visioni, ma alla ragione e da medico “ateo” ignora il buon Dio come il diavolo. Sceglie pur sempre come madrina la morte perché è con lei che vanno fatti i conti. Ma l’erba di cui dispone non è una pozione magica. Possiede solo e soltanto una forza che gli è concessa in prestito per breve tempo. Commenta Drewermann: “Noi esseri umani non siamo altro che esistenze in prestito. Nessun medico sarà in grado di modificare questo elemento centrale della nostra povertà; anzi un medico sarà tanto migliore quanto più accetterà di guardare ciò che è immutabile”.

Il medico della seconda fiaba, reso tronfio dal successo e dalla fama, supera i limiti del suo agire. Diventa figlioccio disobbediente. In nome della responsabilità (verso il re) e dell’amore verso la principessa, amore che fa vedere il lato malvagio e oscuro della morte, riesce a  prolungare la loro permanenza sulla terra. Ma cerca di ottenere qualcosa che non potrà mai ottenere: l’immortalità dell’esistenza individuale. L’agire del medico è legato a filo doppio a ciò contro cui combatte: l’eterno gioco di costruzione e distruzione che è legge di natura e sola permette che il mondo continui ad esistere. L’amore però lo trasforma: non è più il medico distaccato, smette “di recitare la farsa del servizievole gregario della morte”, diventa umano, vulnerabile, compassionevole. Non possiamo pensare allora che la fiaba sia solo una parabola moralistica deprimente in cui la morte lo punisce perché se l’è cercata. Orfeo va nel regno delle ombre per strappare la sua amata Euridice al buio eterno. Che il destino vada dove vuole o deve. Intanto scegliendo l’amore il medico si trasforma da figlioccio della morte in servitore dell’amore, in una persona vera.  Quando tocca a lui, sembra che le conquiste interiori fatte svaniscano: la paura della morte fa sì che desidera solo che la vita gli sia prolungata a qualunque prezzo. Il finale della fiaba “lascia aperte molte più questioni di quante ne risolva”. La nostra cultura duale ci  insegnato a considerare la morte un’avversaria, la nemica. Queste fiabe ci invitano a vederla come una realtà costante. Imparare a vivere è imparare a vivere con la morte, “assumerla come maestra abbandonando la presa sulle cose”. Considerare la vita “un favore immeritato finché dura”. Recita il finale di una poesia degli indios: “siamo diventati erba di primavera, arriva, vibra, mette i boccioli. Il nostro cuore, il fiore del nostro corpo., apre un paio di foglie; poi si spegne”.

Dedicato a James Hillman, psicoanalista, filosofo e poeta dell’anima

 

Titolo: Il compare-Comare morte-Ucceltrovato.
Un’interpretazione delle fiabe dei fratelli Grimm sulla base della psicologia del profondo
Autore: Eugen Drewermann
Editore: Ma. Gi.
Dati: 2007, 95 pp., 16,00 €

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