La mostra più importante. Martin Scorsese a Torino

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«Lasciatemelo dire: è la mostra più importante che si tenga quest’anno a Torino». Con queste parole termina il breve intervento introduttivo di Ugo Nespolo, noto artista nonché presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino. È una frase che ci si aspetta venga proferita da qualsiasi presidente di una nota istituzione museale, in occasione di una qualsiasi grande mostra. Ci mancherebbe che Nespolo non cerchi di portare acqua al suo mulino. Eppure, il suo tono di voce, seppur nella fretta di terminare il proprio intervento nel minor tempo possibile, tradisce la soddisfazione, ampiamente condivisa dal resto dell’apparato del museo, di aver dato vita a qualcosa di bello, enormemente interessante e, per riprendere le sue parole, importante.

Il protagonista non può intervenire fisicamente, perché preso dalla fase di montaggio del suo prossimo film – The Wolf of Wall Street, con Leonardo Di Caprio nuovamente nella parte del protagonista –, ma fa sentire la sua presenza e il suo sentito apprezzamento tramite un breve video-messaggio. C’è una sua stretta collaboratrice a sostituirlo: Sandy Powell, costumista britannica candidata nove volte agli Academy Awards e vincitrice di tre statuette, una delle quali per The Aviator, film del 2004 con Leonardo Di Caprio, ancora lui, nei panni del miliardario Howard Hughes. Un capolavoro, certo, ma forse non tra i film migliori di Martin Scorsese e questo è già un’indicazione della sua grandezza come regista e come artista.

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Avendo a che fare con un nome del genere, sarebbe stato facile abbozzare una semplice mostra con una selezione di fotogrammi e immagini dal set e ottenere comunque l’attenzione del pubblico e dei media. Grazie alla splendida scenografia della Mole Antonelliana, che ospita il Museo del Cinema, sarebbe anche stato facile farla franca, ma Nespolo, il direttore Alberto Barbera e i curatori Kristina Jaspers e Nils Warnecke, della Deutsche Kinemathek di Berlino, che ha coprodotto l’evento, hanno probabilmente colto l’immoralità di rendere un omaggio solo di facciata a un tale genio vivente, e hanno lavorato puntigliosamente su ogni minimo dettaglio, dall’allestimento, alla ricchezza e varietà del materiale presente, sino al catalogo e al supporto iPad per rendere la visita ancor più approfondita e interattiva.

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La mostra SCORSESE raccoglie una mole enorme di materiali, molti dei quali inediti e di appartenenza dello stesso regista e del suo approfonditissimo archivio privato, e si snoda a partire dall’Aula del Tempio, cuore del museo torinese in cui troneggia la gigantesca statua del dannunziano Cabiria, in cui quattro teche contenenti i costumi originali di Gangs of New York, L’età dell’innocenza e Toro scatenato e un’affascinante mappa luminosa rendono omaggio alla New York scorsesiana, vera prima donna della maggior parte delle sua pellicole. Proseguendo sulla rampa elicoidale si entra in stretto contatto con la vita e il lavoro del regista, l’una fonte d’ispirazione dell’altro, declinate in nove tematiche esemplari: famiglia, fratelli, uomini e donne, eroi solitari, New York, cinema, riprese, montaggio e musica. Sarebbe facile aspettarsi che le fotografie che ritraggono Scorsese e i tanti grandissimi protagonisti dei suoi film siano la parte più affascinante dell’insieme, ma non è così, per quanto anche queste non manchino di interesse. Gli storyboard originali, tra cui quello di Taxi Driver, le sceneggiature, tutti i documenti in cui è viva e presente la mano del regista, attraverso note minuziose, sono le testimonianze più fertili della sua passione per il cinema e della mania connaturata al suo genio e la mostra ne è letteralmente piena, tanto da arrivare quasi a supplire alla mancata presenza del regista newyorkese all’evento.

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Questa è davvero una mostra importante e non soltanto per gli appassionati di cinema. Scorsese è uno dei più grandi autori della seconda metà del Novecento e non si meritava nulla di meno.

Fino al 15 settembre 2013
Museo Nazionale del Cinema
Mole Antonelliana
Via Montebello 20, Torino
Info: www.museocinema.it

Di corsa alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

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La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, centro per l’arte contemporanea di Torino, presenta corsART, la prima corsa dentro un museo.
Il contest, lanciato nella pagina Facebook della Fondazione, permetterà ai visitatori di correre liberamente dentro lo spazio espositivo.
A differenza dei protagonisti di Band à part di Jean-Luc Godard e di The Dreamers di Bernardo Bertolucci che correvano nelle sale del Louvre, i visitatori non dovranno battere un record.

Un modo divertente di vivere il museo, all’insegna della trasversalità e della contaminazione: cinema, arte, sport, creatività e fotografia.
Le foto inviate a press@fsrr.org verranno pubblicate nella pagina Facebook della Fondazione.

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Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16 Torino
www.fsrr.org

Sono Elliott Erwitt

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«Sono Elliott Erwitt e lo sono stato per un certo numero di anni». Lo è stato a lungo, dal 1928 per essere precisi, anno in cui è nato a Parigi da genitori russi di origine ebraica, per poi trasferirsi quasi subito a Milano e, pochi anni dopo, nel 1939, scappare con la famiglia negli Stati Uniti, per sfuggire al fascismo che aveva recepito le leggi razziali hitleriane. Lo è stato intensamente. Il suo sguardo attento e curioso, erede della lezione di Robert Capa – suo vicino di mostra, fino al 14 luglio a Palazzo Reale – ed Henry Cartier-Bresson, ha scrutato e immortalato un’importante porzione del Novecento e continua a posarsi, a volte impietoso, altre ironico o pungente, sul terzo millennio. È l’ultimo testimone di una generazione di fotografi che hanno fatto grande la Magnum e l’hanno resa sinonimo di fotogiornalismo e fotografia documentaria. Grazie al fortunato sodalizio tra l’agenzia americana e la città di Torino, è possibile vedere una ricchissima selezione dei suoi scatti a Palazzo Madama, fino al prossimo 1 settembre.

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Il percorso è composto da tre sezioni, ciascuna delle quali è incentrata su un tema significativo all’interno del vasto repertorio iconografico del fotografo, nel quale ricorrono frequentemente immagini di bambini, animali domestici, personaggi famosi, scatti pubblicitari, scorci di città, visitatori di musei, tutti colti con lucidità, prontezza e arguzia in pose originali, ironiche e rivelatrici di manie, stranezze, splendori e assurdità umane, immortalabili solo ed esclusivamente da un fotografo iniziato all’arte paziente e vigile del “momento decisivo”. «Si tratta di reagire a ciò che si vede, senza preconcetti – spiega Erwitt –. Si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente notare le cose e la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparsi dell’umanità e della commedia umana».

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È soprattutto l’ironia di molte sue immagini a rendere unico il suo lavoro. La serie iniziale dei cani e quella finale di Museum watchers, in questo senso, sono emblematiche e sorprendenti per l’abilità con cui il fotografo riesce a umanizzare gli amici a quattro zampe – «i cani sono creature comprensive, presenti ovunque nel mondo. Non li disturba essere fotografati, non chiedono le stampe… essenzialmente per me sono persone interessanti con più peli» – e sbeffeggiare gli esseri umani.

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L’universo di Erwitt è infinito e infinitamente popolato. Qualsiasi manifestazione di umanità merita di farne parte, perché, per il fotografo e il suo “occhio nudo”, prima ancora che il contenuto è importante la forma. «Io non indago, scatto semplicemente, se le immagini assumono un significato per l’osservatore mi sta bene, ma va bene anche se ciò non accade. Queste [le fotografia della serie Middle Class] posso dire di averle realizzate al volo. Sono basate su varie osservazioni, che in fin dei conti è tutto ciò di cui la buona fotografia è fatta: principalmente osservazione dei fenomeni».

Grazie al cielo, Elliot Erwitt, continua a essere Elliott Erwitt.

Fino all’1 settembre 2013
Palazzo Madama
Piazza Castello, Corte Medievale
Info: www.palazzomadamatorino.it

Liu Bolin – l'artista camaleonte

Hiding in the City no. 96 Supermarket III 2010

Da quando nel 2005 il suo studio è stato distrutto per i lavori di adeguamento previsti dai Giochi Olimpici di Pechino, Liu Bolin ha abbandonato la scultura e si è dedicato alla fotografia, adottando però un approccio singolare al medium: camaleontico. Avevamo parlato di lui quando era venuto ad esporre in Italia, adesso ci siamo imbattuti in una impressionante galleria di suoi lavori e non abbiamo potuto non condividelre con i nostri lettori.

Le sue sono foto di paesaggi urbani, in cui l’opera dell’uomo – prodotti, costruzioni, giornali, scaffali – è al centro della scena, messa lì asetticamente. Ma se aguzziamo la vista notiamo che camuffato con lo sfondo si può distinguere una figura umana, esatto, è quella di Liu Bolin, il nostro artista, perfettamente mimetizzato con l’ambiente circostante. Il senso di questa serie di opere, intitolate Hiding In The City, è fortemente critico nei confronti della società, come spiega l’artista stesso:

Le location che scelgo devono essere fortemente legate a simboli come Politica, Ambiente, Cultura […] Nei miei lavori lo sfondo costituisce l’informazione più importante: i conflitti nascono quando il mio corpo svanisce nello sfondo, un riflesso della società vista dal mio punto di vista.

Hiding in the City no. 100 Chinese Bookshelf, 2012

Non vi resta che aguzzare la vista e meravigliarvi.

Via Slate | TED Blog

We Love Movie Sets

i3hQGGrSta girando da qualche giorno su Reddit una intrigante collezione di foto di set cinematografici intitolata 100 Behind the Scenes Photos (1931-2012). Noi che amiamo le foto dai set le abbiamo guardate e riguardate e ne abbiamo scelte per voi una dozzina tra le più curiose: sapreste dire quale sul set di quale film sia stata scattata ognuna di queste foto? (hint: è facilissimo!)

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La profondità del suo sguardo

Steve McCurry, Zhengzhou, Cina, 2004
Steve McCurry, Zhengzhou, Cina, 2004

I colori sono incredibili – il rosso fuoco dei veli delle donne che si chiudono in cerchio, colte da un’improvvisa tempesta di sabbia nel Rajasthan – tanto intensi e nitidi da apparire spesso innaturali. Alcune pose dei personaggi ritratti sono sorprendenti, irripetibili, come nel caso delle fotografie scattate nei monasteri Shaolin, in Cina, o quello ancor più stupefacente dei pescatori arrampicati su uno stelo di legno in mezzo al mare dello Sri Lanka. I paesaggi, naturali o urbani, lasciano a bocca aperta generando nello spettatore un automatico desiderio d’Oriente. Poi ci sono gli occhi e sono senza alcun dubbio l’aspetto più affascinante e coinvolgente degli scatti di Steve McCurry raccolti nella mostra Viaggio intorno all’uomo, a Genova, negli spazi del sottoporticato di Palazzo Ducale, fino al 24 febbraio.

Steve McCurry, Mumbai, India, 1996
Steve McCurry, Mumbai, India, 1996

Attraversando la raccolta di oltre 200 fotografie suddivise in cinque sezioni splendidamente allestite, non si può fare a meno di incrociare gli sguardi ritratti da McCurry con la sensazione di essere a nostra volta osservati. Non sono tanto gli occhi famosi e un po’ stanchi di Robert De Niro o quelli di Aung San Suu Kyi, che si distaccano dall’obiettivo, come colti da un pensiero, a generare la vitalità estrema dell’immagine, ma quelli umidi e profondi dei nomadi indiani, che sembrano ancor più chiari in contrasto con il colore della pelle.

Steve McCurry, Peshawar, Pakistan, 1984
Steve McCurry, Peshawar, Pakistan, 1984

Emblema di tutti gli altri occhi sono quelli della ragazza afgana diventata famosissima in tutto il mondo proprio grazie alla foto che McCurry le ha scattato nel campo nomadi di Peshawar, in Pakistan, nel 1984. Il risultato di pochi scatti rubati prima che Sharbat Gula fuggisse impaurita dalla macchina fotografica che, forse, vedeva per la prima volta in vita sua. «Ho capito subito che era un ritratto importante per la profondità del suo sguardo, che raccontava tutta la tristezza della condizione del popolo afgano costretto a vivere nelle tende di questi campi profughi – spiega il fotografo – . […] Lei guardava il mio obiettivo in modo curioso». Lo stesso grado estremo di curiosità con cui l’obiettivo guardava lei, cercando di comprenderne la natura che si palesava attraverso lo specchio degli occhi per immortalarla istantaneamente. Perché il fotografo non è altro che un uomo ridotto al solo suo sguardo e McCurry è sguardo che si apre agli altri sguardi, li ricerca senza sosta, ne è irrimediabilmente attratto, se ne appropria perché chiunque possa incontrarne e conoscerne la profondità.

Fino al 24 febbraio 2013
Palazzo Ducale
Piazza Giacomo Matteotti 9, Genova
Info: www.stevemccurrygenova.it

For President. Le mani e i volti di una nazione

For President, Fondazione Sandretto Re RebaudengoCi sono mani che nella folla reggono flûte colme di prosecco o bicchieroni di birra. Mani che si stringono vicendevolmente, a volte con tenerezza confidenziale, ma più spesso con la fermezza e la rigidità di chi sa di partecipare all’ennesima prova di forza. Altre mani non riescono ad astenersi dal raccogliere hamburger e hot dog, patatine e ali di pollo, fino a quando, inevitabilmente, qualcosa non cadrà dai piattini retti da altre mani non avvezze all’equilibrismo proprio dei camerieri. Poi ci sono le mani in bianco e nero che si tendono verso il basso, dove una folla di mani le attendono, mostrando tutta la gioia e la trepidazione di chi spera ardentemente in un cambiamento. Le stesse mani non tarderanno, purtroppo, ad andare a coprire volti disperati rigati dalle lacrime, il 22 novembre del 1963. Infine, ci sono quelle mani tanto discusse e odiate, proiettate all’infuori sull’asse delle spalle, indice e medio distesi in un segno di vittoria che si sarebbe presto tradotto nell’indimenticabile “I’m not a crook” (non sono un imbroglione).

For President, Fondazione Sandretto Re RebaudengoAlcune mani portano con sé il volto della persona – del Presidente – a cui appartengono e sono forse altrettanto importanti. Certo, è del viso e dei suoi particolari e irripetibili lineamenti che ci si ricorda con più facilità: delle facce che sembrano sorridenti anche quando sono serie, come quelle degli ultimi due presidenti democratici, Bill Clinton e Barack Obama; e quelle che danno l’impressione di non essere mai state solcate da un sorriso – Lincoln e Bush padre, ad esempio.

For President, Fondazione Sandretto Re RebaudengoNei ritratti, dipinti o fotografati, nei filmati raccolti da FOX News o dalla CNN e nella video-installazione realizzata da Francesco Vezzoli, in cui l’attrice Sharon Stone e l’intellettuale piacione Bernand-Henry Levy interpretano una coppia di candidati alle presidenziali; insomma, in tutto ciò che compone la mostra For President, realizzata dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in collaborazione con La Stampa e curata a quattro mani dal direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi, e dal critico Francesco Bonami, viene alla luce che, nella corsa alla Casa Bianca, il corpo e il suo linguaggio, fatto di gesti calibrati e irruzioni inconsce, sono importanti quanto quello verbale con i suoi discorsi memorabili e gli slogan.

For President, Fondazione Sandretto Re RebaudengoNell’insieme la mostra risulta estremamente interessante e, come raramente capita in ambito d’arte contemporanea – ma qui l’arte si ibrida con le testimonianze documentarie –, è in grado di comunicare direttamente con l’emotività dei visitatori. Le vicende e i personaggi sono noti a tal punto che sembra quasi che si tratti dei nostri Presidenti e non di quelli di un’altra nazione. A metà del lungo corridoio che da sull’ingresso della Fondazione c’è una gigantografia di Obama. Due bambine di non più di sette anni gli si sono gettate contro a braccia aperte, come per abbracciarlo. Non l’avrebbero mai fatto di fronte a un’immagine di Scalfaro o Ciampi. Magia dei mezzi di comunicazione e della spettacolarizzazione della politica americana, delle sue mani e dei suoi volti.

Istruzioni per l'uso: non contemplare!

Urban Quilombo © Sebastián Liste

“La fotografia è un’arte.” Probabilmente nessuno di noi avrebbe qualcosa da obiettare di fronte a una tale asserzione. La storia, in effetti, la conferma: già nella prima metà del XX secolo le fotografie hanno sostituito i dipinti sulle pareti di alcune gallerie d’arte, e i fotografi sono diventati artisti a tutti gli effetti quando le loro stampe da negativo sono state ammesse nel santuario dell’arte contemporanea, il MOMA.

Freedom Fighters © Johann Rousselot/ Signatures

Chi decide, però, quali fotografie sono arte e quale fotografo è un artista? Sul finire degli anni Settanta, negli USA, alcuni gruppi di fotografi e teorici della fotografia hanno contestato l’autorità, ai tempi pressoché assoluta in questo campo, del MOMA. Questi nuclei dissidenti sostenevano che la vera fotografia artistica non fosse quella formalista e apolitica glorificata dal museo newyorchese, ma quella postmoderna, caratterizzata da immagini con un chiaro contenuto sociale, sempre accompagnate da un testo che ne chiarisse ulteriormente il contesto storico. La fotografia documentaria, insomma, sarebbe dovuta diventare il modello di una nuova arte fotografica politicamente compromessa.

Il Visa pour l’Image di Perpignan è senza dubbio il festival di giornalismo fotografico più noto a livello europeo. Ogni anno, nel mese di settembre, diversi edifici storici della cittadina francese si trasformano in musei, e ospitano i lavori di numerosi fotografi più o meno noti a livello internazionale. La possibilità di visitare gratuitamente tutte le mostre crea lunghe code in cui si mescolano fotografi dilettanti, professionisti e semplici curiosi delle più diverse provenienze e fasce d’età.

Anche se il giornalismo fotografico e la fotografia documentaria sono due pratiche teoricamente distinte – la seconda, ad esempio, si serve spesso di immagini costruite che sono rigorosamente vietate nella prima -, a Perpignan, dove il contenuto sociale e la valenza politica dell’immagine sono gli indiscutibili protagonisti del festival, è difficile non pensare all’insegnamento del postmodernismo americano.

The Marsh Arabs of Iraq © Nik WheelerD’altra parte, nei ventisette reportage fotografici presenti quest’anno – che trattano sia i fatti più discussi dai media mondiali sia quegli eventi che tanta stampa internazionale ignora sistematicamente perché non fanno notizia – la fotografia non è mai concepita in senso formalista come mezzo autosufficiente: ogni esposizione è infatti introdotta da un testo che si propone di contestualizzare con precisione le immagini e chiarificare le dinamiche politico-economiche che sono all’origine degli avvenimenti rappresentati. Le didascalie al di sotto di ogni fotografia sono un ulteriore invito ad un rapporto più cognitivo che contemplativo con il contenuto visuale rinchiuso nei bordi della cornice.

Parafrasando un’esponente di spicco del postmodernismo fotografico statunitense, Martha Rosler, si tratta di poche immagini che, a differenza di molte altre, anziché esortare alla contemplazione del mondo-come-spettacolo obbligano a riflettere sulla responsabilità sociale ed esortano all’azione. Se dovessimo credere a quei gruppi di fotografi critici nordamericani che negli anni Settanta si opposero al formalismo dominante, a Perpignan avremmo a che fare, una volta tanto, con vera arte fotografica.

North Korea © Pedro Ugarte & Ed Jones

Post Scriptum. Poiché i ventisette documentari fotografici trattano ognuno un tema diverso, abbiamo deciso di non tentare di riassumerne qui in poche righe i contenuti – che sono reperibili nella sezione esposizioni della pagina web del festival -, con un’operazione che sarebbe l’esatta antitesi della necessità della contestualizzazione chiara degli eventi affermata sopra.

Perpignan

Fino al 16 settembre

Perpignagn, Francia

http://www.visapourlimage.com

La mania del souvenir

Estate. Da almeno un secolo la stagione più calda dell’anno è anche la più desiderata: per molti l’arrivo dell’estate è sinonimo di fuga dalla routine quotidiana, di partenze per destinazioni vicine e lontane, di viaggi più o meno risposanti, insomma di vacanze e soprattutto di turismo.

Anche a Barcellona il termometro parla chiaro: con l’aumento della temperatura, gli indigeni affollano gli aeroporti e i visitatori – già numerosi nel resto dell’anno – si appropriano definitivamente delle ramblas. Ad entrambe queste schiere di viaggiatori – quelli che arrivano in città e quelli che si preparano a lasciarla – sembra rivolgersi l’unica esposizione estiva del Centre de Cultura Contemporània de Barcelona (CCCB), intitolata emblematicamente (ed internazionalmente) Souvenir.

Si tratta di una mostra dedicata a Martin Parr, fotoreporter e fotografo britannico, membro della nota agenzia Magnum Photos, autore di una cinquantina di libri di fotografia e protagonista di un numero ben più alto di esposizioni monografiche.

Martin Parr potrebbe essere facilmente catalogato come fotografo documentarista. Le sue immagini sono un susseguirsi di istantanee di vita quotidiana, riprodotte senza alcuna forma di lirismo, come se il loro unico fine fosse quello di andare ad occupare le pagine di un memorandum degli usi e costumi del nostro secolo. L’osservatore contemporaneo, però, posto di fronte a questa ordinarietà cui non è stata concessa alcuna redenzione estetica, è quasi costretto a fermarsi a riflettere su ciò che fino ad un attimo prima avrebbe velocemente liquidato come fatto ovvio, normale. La finalità critica del lavoro di Parr è immediatamente evidente, ma si tratta di una critica ironica, condotta a colpi di lenti macro, colori ipersaturati e soggetti che suscitano il sorriso.

Verve documentaria, critica e ironia si mescolano anche nell’esposizione organizzata dal CCCB. I souvenir del titolo sono innanzitutto quelli acquistati e prodotti nell’esercizio della pratica di massa per eccellenza dei nostri giorni, il turismo. Le fotografie di Parr raccolte per l’occasione – tra cui la serie inedita realizzata a Barcellona – sono una fenomenologia in immagini del viaggio-vacanza e della necessità documentaria che anima i suoi protagonisti, ritratti in possesso di cartoline e oggetti immancabilmente kitsch, mentre scattano istantanee in luoghi-simbolo o inseguono la testimonianza più effimera del soggiorno tropicale, l’abbronzatura.

Sulle pareti del CCCB, però, la critica diventa autocritica, e lo sguardo ironico del fotografo si rivolge verso se stesso. Nell’esposizione si trovano infatti fianco a fianco gli scatti sarcastici del Parr fotografo e le cartoline e gli oggetti banali che il Parr collezionista ha raccolto nel corso degli anni, nonché una serie di autoritratti in cui è l’artista a fare la parte del turista, immortalato a colori sgargianti da fotografi di mezzo mondo. Riunite in uno stesso luogo, queste immagini svelano il collezionista di souvenir che si nasconde in ogni fotografo, produttore per eccellenza di oggetti – le fotografie – che immobilizzano un momento soltanto per rivederlo. E a tutti noi, turisti e fotografi d’occasione, Martin Parr sembra domandare perché sentiamo il bisogno di registrare in una fotografia o in un oggetto un’esperienza che comunque rimarrà impressa nella nostra memoria – la sua risposta, la potete trovare nel suo blog.

Fino al 21 ottobre 2012
CCCB ( Centre de Cultura Contemporània de Barcelona
C/ Montalegre 5, 08001 Barcellona
http://www.cccb.org/

Il Fotografo. Henri Cartier-Bresson a Torino

Non c’è che dire, quello nato tra la città di Torino e la mitica agenzia fotografica Magnum Photos è uno di quegli amori tanto intensi che i due membri della coppia non riescono a stare l’uno senza l’altro nemmeno per un singolo istante. Mentre alla Fondazione Merz vanno in scena gli scatti realizzati da Josef Koudelka in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006, Palazzo Reale, terminata la grande mostra fotografica L’Italia e gli italiani, frutto del lavoro di nove artisti dell’agenzia newyorkese, ospita, dal 21 marzo scorso, un’ampia retrospettiva dedicata al maestro Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 1908 – L’Isle-sur-la-Sorgue, 2004), padre indiscusso del fotogiornalismo.

La mostra, intitolata significativamente Photographe – perché Cartier-Bresson era tutt’uno con la sua macchina fotografica, estensione meccanica del suo occhio, della mente e del cuore – raccoglie ben 130 riproduzioni in bianco e nero che spaziano lungo tutta la carriera del genio francese, dai primi anni ’30, alla fine degli anni ’70, regalando ai visitatori la possibilità di immergere lo sguardo dentro a una serie di momenti ricchi di senso per l’intera storia dell’umanità, come la Cina alla fine del Kuomintang, il funerale di Mahatma Gandhi in India, il campo di deportazione di Dessau in Germania, nel 1945. Eventi raccontati con un tale sforzo di rigore e di misura da spingerci a pensare che non sarebbe stato possibile restituirli in maniera differente dal modo in cui Cartier-Bresson li ha fissati per sempre nel nostro immaginario. Sono immagini di una tale forza che riescono a sostituirsi agli eventi stessi che rappresentato diventandone i ricordi condivisi.

A stupire e affascinare ancor di più sono quegli scatti che ritraggono la gente comune in pose tutt’altro che comuni. Qui viene esaltata l’assoluta maestria del fotografo nel cogliere il “momento decisivo”, quella posa densa di significato che dura un singolo istante e non si ripeterà mai più e che per essere immortalata richiede tanta prontezza quanta pazienza, doti che in Cartier-Bresson lambivano, come in nessun altro, la loro perfezione platonica. Lui lo sapeva che il momento era l’essenza stessa della fotografia e non mancava mai di sottolinearlo. «Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento», ripeteva da teorico follemente innamorato del suo medium artistico. «Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere».

Credits:
© Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Henri Cartier-Bresson – Photographe

Fino al 24 giugno 2012

Palazzo Reale, Torino

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