Smettetela di dire che Lou Reed è morto

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Lou Reed era brutto, aveva una brutta voce e ha cantato le brutture della New York underground come nessun altro. E allora perché adesso che è morto – i media ce l’hanno ripetuto fino alla nausea – ci sentiamo tutti un po’ orfani e andiamo frugare nel hard disk in cerca del nostro brano preferito, del disco che ascoltavamo e riascoltavamo da adolescenti o della copertina di Andy Warhol che battezzò i Velvet Underground?

Cominciò così, la storia è nota. I Velvet Underground erano formati da Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen “Moe” Tucker. Andy Warhol, che aveva un discreto orecchio nel recepire lo spirito del tempo, produsse il disco d’esordio, impose la partecipazione di Nico – la siderale cantautrice e modella tedesca –  e visto che si trovava, realizzò la famosa copertina con la banana stilizzata. Le undici tracce di The Velvet Undergroung & Nico cambiarono per sempre la storia del rock. Era il 1967. Cos’altro succedeva intanto nel mondo?

Negli Stati Uniti sta per esplodere la Summer of love, tra i giovani monta la contestazione anti-Vietnam, i Doors esordiscono con l’album omonimo. Di quel disco ricco di gemme il più grande successo – guardando la classifica di fine anno su Billboard – fu, manco a dirlo, Light my fire (You know that it would be untrue / You know that I would be a liar / If I was to say to you / Girl, we couldn’t get much higher): l’amore, seppur maledetto, trascina sempre le masse. Non se la cavano male nemmeno I Turtles con Happy together (I can’t see me lovin’ nobody but you / For all my life / When you’re with me, baby the skies’ll be blue / For all my life), in una variante del tema certo più spensierata. E in Italia? In Italia Orietta Berti arriva quinta nel Sanremo del suicidio di Luigi Tenco cantando Io, tu e le rose (Io, tu e le rose / Io, tu e l’amore / Quando, quando / Tu respiri accanto a me / Solo allora / Io comprendo di essere viva). Tuttavia l’amore melodico inizia a conoscere qualche variante meno edulcorata (Via del campo c’è una puttana / Gli occhi grandi color di foglia / Se di amarla ti vien la voglia / Basta prenderla per la mano), se si è disposti a seguire Fabrizio De André lungo Via del campo. Ma non è questo il punto: i Velvet Underground, sul muro di distorsioni di Heroin, disegnano ben altri rapporti viscerali (Heroin, be the death of me / Heroin, it’s my wife and it’s my life), ti trascinano lì sul posto mentre sta succedendo, ti fanno sentire un tossico mentre si buca e non ti importa davvero più di niente, di nient’altro al mondo (‘Couse when the smack begins to flow / Then I really don’t care anymore). È una trasfusione iperrealista di morte in diretta. È vita, vera.

reed-01I Velvet Underground si scioglieranno nel 1973, Lou Reed continuerà a reinventarsi in una lunga carriera solista, segnata da qualche prova incolore – soprattutto in epoca recente – grandi album e dischi memorabili, come Transformer (1972) e New York (1989). È sempre New York, the big city, trasfigurata da uno sguardo marginale e notturno, a dipanare il fil rouge tra la cantilena di NY telephone conversation – I am calling, yes I am calling / Just to speak with you / For I know this night will kill me / If I can’t be with you e il parlato-gospel di Dirty Boulevard – A small kid stands by the Lincoln Tunnel / He’s selling plastic roses for a buck / the traffic’s backed up to 39th street / The TV whores calling the cops out for a suck. La voce apatica di Lou Reed non aveva una grande estensione, ma era fatta apposta per il suo ruolo di storyteller metropolitano – lui che era stato allievo di Delmore Schwartz, lui che avrebbe attualizzato Edgar Allan Poe nei duetti recitati di The raven (2003).

Il resto lo sapete, l’avete letto nei tanti articoli commemorativi di questi giorni, lo conservate nella memoria. Se chiudete gli occhi è facile che rivediate il suo volto emaciato su sfondo nero – il trucco pesante e lo sguardo altrove nella cover di Transformer – l’icona rock e il profeta decadente di tanta musica a venire, dal noise al punk e all’industrial.

Perché in così tanti hanno amato Lou Reed? Una buona risposta la diede Lester Bangs, tra i pochi giornalisti musicali che seppero tener testa al suo storico odio verso la stampa: «Lou Reed is my hero principally because he stands for all the most fucked up things that I could ever possibily conceive of. Which probably only shows the limits of my imagination». Abbiamo bisogno di qualcuno che varchi per noi il limite della notte, di una guida nei territori delle nostre paure – almeno fintanto che gira il vinile, prima di uscire a fare due passi sul lato monotono della strada.

Borgata Gordiani, un inedito ritratto dei ragazzi di vita

Borgata Gordiani emana, spiccatissimo, il sapore acre della nostalgia ustionante rivolta a un tempo relativamente recente e già lontanissimo, tramontato per sempre; distante anni luce da noi altri, figli dell’omologazione su scala planetaria, privi di segni di riconoscimento, figurarsi di identità. Colafranceschi, detto Cola, Farinacci er communista, Franchino er carozziere, Pino er matricida, Limone alto alto; tutti marchiati al fuoco della marginalità, sono autentici ‘ragazzi di vita’ i protagonisti del racconto scritto negli anni ‘70 da Aldo Colonna (scrittore, critico cinematografico e regista) ora pubblicato per la prima volta dall’editore Skira con la consueta cura, nella collana di narrativa. Il libro è da poco stato presentato a Roma dall’autore supportato dallo scrittore Raffaele La Capria, che ne ha curato la prefazione, dall’attore pasoliniano per eccellenza Ninetto Davoli, e dal regista Carlo Lizzani.

Si legge nella prefazione di La Capria: “Viene pubblicato per la prima volta un racconto scritto all’epoca in cui i ‘ragazzi di vita’ facevano ancora colpo. Pasolini li aveva mostrati nei suoi film e nei suoi libri ed erano loro, quei ragazzi, che con la loro feroce naturalità facevano irruzione in una letteratura dove i personaggi provenivano quasi sempre da un mondo borghese più educato e anche più convenzionale, un mondo che Pasolini voleva sovvertire”. Immortalati nel racconto fatto in prima persona da uno di loro, lui per primo stretto nella morsa del ricordo, sono i rappresentanti di quello stesso sottoproletariato urbano romano di Accattone, Ragazzi di vita, Una vita violenta: veri e truci come la vita che gli grava addosso tra discriminazioni, fame, miseria, disgrazia di non riuscire a trovare un senso né un modo di sfuggire a un destino dato. Il racconto svela l’urgenza di esistere sia pure attraverso bravate, azioni al limite della decenza e della legalità, teppismo e pratica sfrenata del sesso: modalità di affermarsi che hanno il sapore della disperazione e svelano anime fragili costrette a diventare caricature. Sono i rappresentanti di una drammatica vitalità che cerca di emergere anche attraverso  la fantasia linguistica, l’invenzione di un codice stralunato e sarcastico, macchie di colore lessicale che diventano sfida al sistema. È appena stato celebrato il 37 esimo anniversario della morte di Pierpaolo Pasolini, (lo scrittore, poeta e regista fu trovato morto il 2 novembre del 1975 in un campo incolto in via dell’Idroscalo a Ostia) e la scelta di pubblicare quest’inedito oggi suona come un implicito omaggio all’anomalo cantore della borgata e delle esperienze di marginalità il quale però, da ‘corsaro’ nel frattempo con lente preveggente poteva scorgere con esattezza il futuro prossimo della società italiana:  “L’omologazione culturale ha cancellato dall’orizzonte le ‘piccole patrie’, le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse – scriveva Pasolini – Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo: è questa la nuova società nella quale oggi ci muoviamo, testimoni e vittime dei lutti culturali”.  Al tempo stesso il racconto svela i suoi limiti, l’essere invecchiato in fretta a causa dell’accelerazione di una storia che ha stravolto luoghi e paesaggi urbani, categorie e identità sociali. È lo stessa voce narrante a dichiarare la resa a conclusione del racconto: “La borgata sembra uno sterrato raso dalla Bomba (…). Come un reperto archeologico, appena tracciato, di cui scorgiamo a malapena i tratti, solo qualche rudere ancora in piedi (…)”.

Più del racconto in sé, allora, coinvolge convince e appassiona la postfazione dello stesso Aldo Colonna. Un memoriale intimo e pubblico insieme, più forte del pezzo ‘di maniera’, che va a ricomporre  pezzi di memoria: un certo Pasolini e un certo Moravia; primi piani su una Roma sparita;  iniziazioni al fiume, o altre prove iniziatiche al sapor etilico consumate ai Castelli romani. Un mondo sparito perché il proletariato “oggi è stato sostituito da bruttoni perennemente a cavallo di fuoristrada improbabili e minacciosi”, scrive Colonna. Ricorda poi: “è in via Gordiani che ho conosciuto Pier Paolo. Avevo sì e no tredici anni e lui girava, appunto, Accattone. Gli stavamo sempre dietro io con altri quattro, cinque ‘pischelli’, e lui ci guardava divertito, nient’affatto infastidito, regalandoci a turno un buffetto. (…) Pasolini lo avrei visto spesso sui campetti di calcio delle periferie. Quando cominciai a proporgli le mie poesie, mi diede una volta appuntamento al campetto prospiciente l’aeroporto di Centocelle”. Colonna solo ultimamente ha scoperto che il suo nome era in una lista di giovani poeti che avrebbero fatto parte di un’antologia che Pasolini andava curando. “Meno male – scrive  – che non l’ho saputo allora, mi sarei montato la testa e sarei andato a gonfiare le fila dei tanti ‘nipotini’ che discettano in decine di trasmissioni fulminati da tanto imprimatur”. E sono molti a rivendicare improbabili eredità spirituali, filiazioni verso il poeta di Casarsa che sanno di falso e non d’autore.

ColonnaGordianiCover_okTitolo: Borgata Gordiani
Autore: Aldo Colonna
Editore: Skira (collana NarrativaSkira)
Data di Pubblicazione: Ottobre 2012, Pagine: 96, Prezzo: 12,00 €

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Essere trentenni ieri – Tirar Mattina di Umberto Simonetta e L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich

Il romanzo generazionale sembra appartenere a tempi piuttosto recenti. Parente stretto del romanzo di formazione, con cui condivide la relativa giovane età dei personaggi, si differenzia da esso in quanto l’intenzione è quella di fotografare un determinato periodo storico: c’è quasi sempre il passaggio dall’età adolescente a quella adulta, ma è arricchito da tutto il contesto sociale e linguistico di riferimento, dallo slang al vestire, alle bevande in voga, fino all’immancabile – e fondamentale – palcoscenico cittadino dove si muovono i personaggi. Inoltre solitamente il protagonista del romanzo di formazione è un tipo solitario, che si sente straniero rispetto al consorzio sociale e che quindi, come tale, si districa a fatica nella società, compiendo scelte che vanno in senso contrario al sentire comune. Questo descrivere per contrasto è proprio il segno distintivo: portare in primo piano l’individuo per fotografare una generazione intera.

Eppure, come si diceva all’inizio, quella del romanzo generazionale non sembra una tradizione radicata: azzardo col dire che capostipite, o forse precursore,  sia stato il Giovane Holden di Salinger che, pur con tutte le sue particolarità (per esempio: l’età molto giovane del protagonista), ne riassume tutte le caratteristiche.
In particolare, il genere di cui sopra, sembra aver goduto di improvvisa fortuna oggi, o semplicemente così pare, perché abbiamo meglio sott’occhio il punto della situazione contemporanea. E in effetti, a scavare bene nel passato, viene fuori che non sono solo gli scrittori a noi contemporanei quelli che vogliono catturare un certo sentire comune, un certo afflato  e spirito, carpire le emozioni e le frustrazioni di una generazione, la nostra, che da sempre pare portata a un destino di indecisione e inadeguatezza, no: andando indietro nel tempo – non molto in realtà, basta risalire dal dopoguerra in poi – scrittori che ricercano le stesse cose ce ne sono, eccome. E meraviglia delle meraviglie, quel senso di inadeguatezza, quel sentirsi fuori luogo, quella difficoltà a diventare grandi, be’, sono le medesime. Certo si potrebbe obiettare che le condizioni socioeconomiche siano decisamente diverse, che noi, oggi, non possiamo decidere o essere padroni del nostro futuro, di quello che vogliamo fare, ma il risultato, alla fine, non è molto differente, e conoscere le divergenze con i nostri predecessori non è neppure un male, anche per evitare (o forse no) di diventare come loro. Ma andiamo ai testi.
I libri di cui vi volevo parlare sono stati pubblicati nel ’63 e nel ’73, oggi sono entrambi fuori stampa, e portano come titolo, rispettivamente: Tirar Mattina e L’Ultima Estate In Città. Gli autori? Umberto Simonetta per il primo e Gianfranco Calligarich per il secondo.

Il protagonista del romanzo di Simonetta è Aldino, trentatrenne scapestrato che ha deciso di mettere la testa a posto nella Milano degli anni’60. È arrivato il momento, finalmente, di andare a lavorare, per lui che per anni, dall’immediato dopoguerra a oggi, si è arrabattato con mille lavori diversi, il più delle volte discutibili, riuscendo a scampare la vita da operaio che gli sembrava ineluttabile. Un posto in un garage, è questo che ha trovato (lui voleva fare il commesso, ma è così difficile al giorno d’oggi) e per congedarsi dalla vita bohemienne che si è sempre riservato, decide di farsi un ultimo bicchiere e poi a nanna. Ma quei bicchieri diventeranno tanti e lui, che è un habitué della notte, non riuscirà a sottrarsi agli incontri che Milano, splendida e metropolitana come non mai in questo romanzo, gli metterà davanti, finendo immancabilmente per tirar mattina.
È Aldino che ci parla di  questa ultima notte e lo fa con uno slang a metà tra il dialetto meneghino e il gergo della strada [ la citazione di Stendhal è un chiaro manifesto poetico: Le dialect milanais est plein de sentiment (on sent bien que je ne parle pas du sentiment d’amour), l’intonation de ses paroles exprime la bonne foi et une raison douce…] fondendo tutto in un flusso di coscienza capace di mischiare passato e presente con grande e controllata abilità. Ed è attraverso la lingua e il raccontare del nostro protagonista che riusciamo, piano piano e grazie ai ricordi che improvvisi gli si affacciano alla mente, a conoscere realmente Aldino, un personaggio all’apparenza cinico e senza cuore (le donne, come tratta lui le donne, nessuno) ma che poi , proprio come dice Stendhal a proposito del dialetto, si rivela essere un animo romantico: e lo dimostra per come racconta la storia di Giannetta ad esempio, forse l’unica ragazza che abbia mai amato, o la prematura fine della giovinezza degli amici di un tempo, o ancora la furia di vivere che la guerra aveva messo addosso a tutti loro. Un esempio?
[dopo il primo incontro con Giannetta]

Torno a mettermi lì, inginocchiato vicino a lei: – Cosa c’è?
Sai perché l’ho fatto? – chiede, guardandomi bene in faccia.
Non starei lì a ripensarci troppo, l’abbiamo fatto perché ci faceva piacere di farlo.
Sì d’accordo, chi dice niente, certo che mi faceva piacere … ma anche per un altro motivo.
Accetto che me lo spieghi: ho un po’ di premura a dir la verità, vorrei tornare dal Pinun per via di quelli là che si lamenteranno. E poi è umido adesso a star qui così, eppoi è finita.
L’ho fatto perché non voglio perdere niente, – dice chiarissima, continuando a guardarmi tutta seria.
Si capisce, fai bene: non bisogna mai perdere niente! – condivido frettoloso e allegro. Insiste:
No, no, mio padre lo diceva l’altra sera: non bisogna più perdere un minuto. Perché non è mica finita cosìChi l’ha mai capita quella!
Come sarebbe non è finita così?
La guerra, – va avanti, convinta, – dice mio padre che questo non è che il principio: tutti quanti s’illudono che sia la fine: non è mica vero. Per questo non bisogna perdere niente finché siamo in tempo…
Erano i suoi soliti discorsi da ciula

Aldino si trova a vivere un’epoca di passaggio, esattamente come di passaggio si sente lui adesso che racconta, perennemente in bilico tra giovinezza ed età adulta, ultimo testimone consapevole e in forze di una Milano che fu e che inesorabilmente non tornerà, con l’imperialismo delle grandi aziende arrivato a snaturare un luogo fino a poco prima provinciale, con i suoi bar e i suoi anfratti, dove era possibile trovare un rifugio a tutte le ore del giorno e della notte, più viva della metropoli che è diventata oggi, nonostante le luci e i negozi di catena. E in tutto questo, a dispetto dei quasi cinquant’anni di differenza che dovremmo avere con lui, non possiamo fare altro che sentirlo uno di noi.

E della banda potrebbe far parte anche Leo Gazzara, nullafacente pseudo giornalista sulla soglia dei trenta, che in una Roma inospitale degli anni ’70 vive la sua avventura, raccontata, come già accennato, ne L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich. Anche questo libro, ripubblicato nel 2010 (l’edizione originale era del ’73) da Aragno Editore, è in questo momento fuori stampa (anche se voci di corridoio sembrano confermare una prossima riedizione).  Andato via da una fredda e austera Milano, allontanatosi dal nido familiare con un’unica passione in testa – quella per la letteratura – Leo si ritrova a Roma in cerca di una non meglio specificata fortuna, scroccando cene e baccagliando salotti, cercando di fuggire da un vizio che già una volta lo aveva portato vicino al baratro: il bere. Saranno l’incontro con la tormentata Arianna, ricca e viziata rampolla di una ricca famiglia di Venezia, e il conseguente amore per lei a movimentargli la sua ultima estate in città. Scritto con una lingua più canonizzata rispetto a Tirar Mattina, che vede però un utilizzo maggiore dello slang (i lettori impareranno ad amare le espressioni ricorrenti come: “alzare le vele” per “andare via”, “filarsela”; “sfinocchiato” per “sfigato”; “essere al limite” per “essere allo stremo”), il romanzo presenta anche qui un carattere, quello di Leo Gazzara, inquieto ed estraneo rispetto alla società e agli ambienti che frequenta (in questo caso quello della Roma bene e intellettuale di quegli anni), quasi un solitario insomma, che però ben estrinseca quel sentire comune di cui si parlava in precedenza. È però Giordano, il suo migliore amico, regista alcolizzato e fallito, a teorizzare questa confusione rispetto allo stare al mondo:

“Ho messo a punto una teoria. Grandi invenzioni, le teorie, molto meglio delle pratiche. Guardati intorno,” disse mentre scendevamo per via del Corso tra la gente che usciva dagli uffici, “c’è qualcosa di cui tu ti senta partecipe? No, che non c’è. E sai perché non c’è? Perché noi apparteniamo ad una specie estinta. Siamo solo dei sopravvissuti. Proprio così,” disse fermandosi per accendere un sigaro. Perché, se non lo sapevo, noi eravamo nati mentre la vecchia e bella Europa metteva a punto il suo più lucido, accurato e definitivo tentativo di suicidio. Chi erano i nostri padri? Gente che si massacrava a vicenda sui fronti di patrie che non esistevano più, ecco chi erano. Noi eravamo nati tra una licenza e l’altra e le mani che avevano accarezzato i lombi delle nostre madri grondavano sangue, mica male come immagine, oppure eravamo figli di vecchi, di malati, di rimbambiti. In ogni caso di distrutti o di distruttori. Avevamo i padri più sfinocchiati della storia.

A dieci anni di distanza dal romanzo di Simonetta, Leo non dimostra dunque un cambiamento radicale, così come forse non lo dimostra neppure confrontato con noi. È vero, le situazioni sono molto diverse, i nostri padri non hanno fatto la guerra, non almeno quella fisica, ma è indubbio che in un certo qual modo ci possiamo sentire vicini alle parole di Graziano e pensare che anche noi – e chi non lo ha fatto almeno una volta? -abbiamo avuto i genitori  più sfinocchiati della storia senza tenere conto che i nostri genitori sono gli Aldino e Leo di ieri.
In fin dei conti il risultato è sempre quello, essere figli e crescere passa per forza attraverso un conflitto con i propri genitori. Ma quando poi ci si rende conto che i genitori hanno passato e scritto e vissuto le stesse cose capitate anche noi quando avevano la nostra età, allora un po’ di confusione inizia a ronzarci in testa. E la soluzione non può essere diversa da quella di leggerli questi racconti, e non solo per un valore strettamente letterario, che pure c’è ed è molto alto e rimane forse il motivo più valido, ma anche per divenire consapevoli che passato e presente non sono sempre così distanti  e che ciò che oggi svalutiamo o non apprezziamo, ieri era esattamente, sorprendentemente come noi.

Titolo: Tirar mattina
Autore: Umberto Simonetta
Editore: Einaudi
Dati: 1973, 214 pp.,  fuori stampa

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Titolo: L’ultima estate in città
Autore: Gianfranco Calligarich
Editore: Aragno
Dati: 2010 (1973), 15.00 €

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Deep through the ages #2 – 1972

Dopo il 1962 il mio piccolo viaggio da un decennio all’altro prosegue con quelli che  sono secondo me i migliori dischi del 1972. Gli anni ’70 non hanno bisogno di grandi presentazioni: dopo l’esplosione del decennio precedente il rock ha preso un deciso e completo sopravvento sulla musica leggera e sulla cultura popolare tutta (su quella giovanile in particolare) e comincia a cambiare forma e prendere le distanze dal folk e dal blues: il decennio è appena iniziato ma il glam e il progressive si stanno già imponendo (si sono già imposti?) e all’orizzonte si intravedono il metal (Black Sabbath, Deep Purple) e il punk. A fare da guida in campo musicale è sempre più l’Inghilterra.

Marylin Monroe - Life Magazine1972In giro per il mondo nel 1972 intanto succedono un sacco di cose: nei cinema esce Il Padrino di Coppola, nei bar accanto ai flipper fa il suo ingresso il primo videogioco della storia (il mitico Pong), a Monaco di Baviera si svolgono le Olimpiadi più drammatiche di sempre, gli inglesi si scannano con gli irlandesi, gli americani si scannano con i vietnamiti e il mondo ricorda Marilyn Monroe a 10 anni dalla sua tragica scomparsa. E, come dicevamo, in campo musicale è in atto un’inesorabile rivoluzione. Date un’occhiata all’elenco di artisti e dischi quì sotto e giudicate se si tratti o no di musica rivoluzionaria e se questi siano effettivamente i migliori otto album del 1972. Se così ritenete che non sia, prendetevela con me. Ma non vi scaldate se manca qualcuno che secondo voi avrebbe dovuto esserci e se c’è qualcuno che invece pensate non meriti, queste liste sono sempre soggettive e poi tanto ho ragione io.


  • The Rolling Stones – Exile on Main St.

The Rolling Stones - Exile on Main St.

  • Nick Drake – Pink Moon

Nick Drake - Pink Moon

  • David Bowie – The Rise and Fall of Ziggy Stardust

David Bowie - The Rise and Fall of Ziggy Stardust

  • Randy Newman – Sail Away

Randy Newman - Sail Away

  • Lou Reed – Transformer

Lou Reed - Transformer

  • Big Star – #1 Record

Big Star - #1 Record

  • Neil Young – Harvest

Neil Young - Harvest

  • Tim Buckley – Greetings from L.A.

Tim Buckley - Greetings from L.A.

The Last Revelation – la musica di Bill Fay

Inverno 2011. Mi arriva una mail nella casella di posta elettronica. È la newsletter degli Okkervil River che mi annuncia una sorpresa, un ep di cover da scaricare gratuitamente. Non esito un attimo e in due click il mini album sta girando sul player. Le canzoni sono molto belle quindi con piglio certosino inizio a cercare in rete gli originali, e poi dopo gli originali gli album da cui sono tratti, e magari anche la discografia. Una volta ci mettevi un sacco di tempo e spendevi un mucchio di energie, oggi invece, a dirla lunga, basta una mezz’ora e l’opera è completata. Passo all’ascolto dei dischi dunque. Il primo della lista, chissà perché, è The time of the last persecution di Bill Fay, 1971, Inghilterra, da cui è tratta la superba Plan D. Schiaccio play e la mia ricerca si ferma lì. Da quel momento il disco di Bill Fay si impossessa di me e festa finita: almeno una volta al giorno devo ascoltare quest’album, quasi fosse un bisogno fisico. E siccome non può terminare così, con una questione privata, ho deciso di condividerla, questa ossessione. Anche perché la storia che si cela dietro il misterioso cantautore è a suo modo affascinante.

Bill Fay dunque, chi è costui? Sacrosanta domanda. Si tratta infatti di un misconosciuto cantautore inglese attivo (per quello che poteva) negli anni ’70 a Londra. Il primo singolo Some Good Advice/Screams In The Hear uscì per i tipi della Deram nel 1967. Il primo album invece vide la luce solo tre anni più tardi, nel 1970 (S/T). I riscontri commerciali di questo pomposo e orchestrale disco d’esordio (quasi prog oserei dire) furono, come ci si può aspettare, pessimi, nonostante la fattura dei brani fosse più che buona, forse un po’ troppo caricati per i miei gusti. Bill, viste le difficoltà incontrate, voleva cambiare aria, lasciare la Deram (una costola della più famosa Decca) e cercare magari fortuna altrove. Ma il contratto firmato qualche tempo addietro lo blindava lì e così ecco che il secondo disco, The time of the last persecution, viene fuori ancora una volta sotto l’egida della suddetta etichetta. Bill si affida questa volta ad arrangiamenti più semplici, le suite orchestrali sono ridotte all’osso e l’approccio assume una dimensione intimista. Il risultato artistico è davvero convincente, la bellezza del disco è manifesta e sbandierata, le canzoni sono una più bella dell’altra e tutto questo concentrato in solo 40 minuti (i pezzi sono 14, si badi bene). Niente da fare, fiasco completo anche a questo giro. Viene addirittura aspramente criticato per il look barbuto e capelluto (la rivista The Wire lo definisce un “mad bearded Rasputin with a resemblance to Charles Manson) con cui appare in copertina. Il povero Bill allora decide di ritirare baracca e burattini e  scomparire.

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Ma le cose belle, quelle belle davvero sono dure a morire. E nonostante la difficoltà nel reperire copie dei suoi dischi e nel racimolare informazioni su di lui, Bill una piccola fama, quasi racchiusa in un aura magica, riesce a ritagliarsela. Diventa uno di quegli artisti che piacciono agli artisti. Il grande pubblico gli è negato ma riesce a salire sugli allori di chi la musica la fa in prima persona. Un onore forse poco remunerativo ma forse la migliore delle ricompense se si pensa strettamente all’arte. Jim O’Rourke, gli Okkervil River, i Current 93 e i Wilco (con i quali addirittura nel 2007 e nel 2010 sale sul palco per cantare Be not so fearful – tratto dal primo omonimo), sono solo alcuni degli artisti che nel corso degli anni hanno deciso di coverizzare il cantautore inglese. La sua fama dunque cresce tanto da spingere alcune etichette – piccole –  a ripubblicare i primi due dischi, nonché a dare spazio ancora alla sua creatività. Esce così nel 2004 From the bottom of an old grandfather clock, raccolta di demo e rarità (ovvero rarità delle rarità) seguito nel 2005 da quello che sarebbe dovuto essere il terzo disco del nostro e non è mai stato, Tomorrow, tomorrow, tomorrow. Infine nel 2010 viene dato alle stampe addirittura un doppio, Still some light che vede nel primo disco una raccolta di rarità (ancora) e nel secondo invece un album homemade registrato nel 2009.

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Ed eccoci a The time of the last persecution, il nostro oggetto principale. Come detto esce nel 1971 inserendosi a cavallo tra il prog, che in quel periodo andava per la maggiore, e il folk-pop intimista di Nick Drake. Possiamo dire che Bill Fay è un buon compromesso: non disdegna l’orchestrazione ma al contempo ama le atmosfere morbide. Il suo strumento principe però è un altro, non la chitarra, bensì il piano. E si sente. Il primo pezzo del disco Omega Day parte proprio con una serie di accordi di pianoforte per poi lasciare spazio alla voce e al crescendo di fiati proto-soul. La chitarra fa da contorno ma lo fa bene. Seconda traccia è Don’t let my marigolds die, una classica ballad di pregevole fattura. Ma è con I Hear You Calling che il disco cambia passo elevandosi a capolavoro. Una dietro l’altra si susseguono canzoni senza tempo dalla perfetta struttura pop, equilibrate in ogni loro parte, liriche e allo stesso tempo concrete, che trovano i propri highlight (se di highlight si può parlare) oltre che nelle già citate Omega Day e I Hear You Calling, anche in ‘Til The Christ Come Back, Release In The Eyes, Laughing Man, Tell It Lik It Is, Plan D e Pictures Of Adolf Again. Ma è impossibile slegare questi pezzi dal resto del disco che rimane di altissima fattura, da sentire di seguito, volta dopo volte, canzone dopo canzone. Ed eccola dunque un’altra peculiarità, l’incredibile unità che lo possiede, da cima a fondo, quell’unità granitica che appartiene solo alle grandi composizioni. I miei toni sono entusiastici, lo so, e potrei sembrarvi davvero poco obiettivo. Ma è proprio per questo che ho aspettato diverso tempo per scriverne, quasi due mesi dal primo fulminante ascolto , per capire se fosse un effetto momentaneo o semplice suggestione vintage. Be’ devo dire che praticamente nulla è cambiato, e l’album veleggia tranquillo in cima agli ascolti, così come anche molte delle altre cose di Bill Fay. Una scoperta che mi porterò dietro ancora per molto.

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1971: l’anno in cui c’era solo il rock

Sabato scorso, dopo aver letto il bell’articolo di Massimo Basile sui dieci migliori dischi del 1991, mi è sorta spontanea una domanda: ma se lo stesso autore si fosse trovato a scrivere un articolo a metà dicembre di quello stesso 1991, avrebbe forse stilato una lista dei migliori album del 1971? Probabilmente no [forse sì invece, ndmb], perché, a differenza di quel che accade oggi, vent’anni fa, quando ci si trovava tra le mani un album come Ten dei Peal Jam, Nevermind dei Nirvana o Innuendo dei Queen, non si avevano dubbi riguardo alla loro qualità. Certo, c’erano sempre i classici insuperabili degli anni ’70, ma quelle novità erano piene di sostanza, a differenza di quel che accade oggi.

Però c’erano sempre i classici insuperabili di vent’anni prima e se a Massimo Basile, troppo preso dalle esaltanti novità discografiche che giungevano dalla baia di San Francisco, non sarebbe neanche lontanamente passato per la testa di stilare quella lista sui dieci migliori album del 1971, be’, al posto suo sono sicuro che ci avrebbe pensato l’Andrea Rodi del 1991, tanto è vero che si accinge a farlo ora, convinto più che mai che il mondo debba ricordarsi, almeno una volta ogni decade, di quell’anno in cui vennero pubblicati alcuni dei dischi più belli di sempre.


The Who – Who’s Next

Subito dopo la pubblicazione del leggendario Tommy, Pete Townshend, chitarrista e geniale mente degli Who, decise di imbarcarsi in un altro progetto concettuale, ancor più ambizioso di quello precedente, intitolato Lifehouse, che, però, franò davanti alla sua stessa complessità. Dalle sue macerie il gruppo estrasse delle vere e proprie gemme – Baba O’Riley, Bargain, Behind Blue Eyes e Won’t Get Fooled Again – che diedero vita a quello che è senza alcun dubbio il loro miglior disco non concettuale.

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A monday night on the dancefloor

Il lunedì sera è ben strano a Milano. Di solito, nell’immaginario comune, è proprio quella giornata in cui non vuoi fare niente se non startene a casa: un’altra settimana è iniziata, il weekend è giusto alle spalle e il prossimo sembra così lontano da venire. Divano, film, televisione, serie tv, ciabatte, pigiama sono le parole chiave di ogni lunedì che si rispetti. A Milano no, anche queste semplici regole universali sono rotte con disarmante semplicità. E così in una serata grigia e tiepida di metà marzo ecco che hai la possibilità di scegliere fra tre concerti: Glasvegas, Allo Darlin e The Go! Team. A due, ça va sans dire, devi rinunciare per forza. Mi tocca scegliere dunque e lo faccio anche con una certa scioltezza: The Go! Team. Volevo vederli dal lontano 2004 quando era uscito il folgorante album d’esordio Thunder, Lightening, Strike un mix di sonorità anni ’70, chitarre noise e campionamenti che aveva lasciato di sasso un po’ tutti. A questo era seguito Proof of Youth nel 2007 che ben si iscrive nella ricerca sonora che Ian Parton, fondatore e mente della band, porta avanti. E adesso, proprio in occasione dell’uscita di Rolling Blackouts (Memphis Industries, 2011) – disco più squisitamente pop rispetto ai precedenti –  eccoli per la prima e unica volta – almeno così mi pare ma potrei sbagliarmi – in Italia.

Inforco le cuffie dunque e mi dirigo solitario verso il Tunnel, location del concerto. Arrivo presto, le nove, mi piace presentarmi rispettando gli orari indicati, anche perché ho preso un bel po’ di fregature assecondando il senso comune sull’inizio dei concerti. Manca molto? Pazienza, aspetterò sorseggiando una birra e scambiando due chiacchiere con qualche faccia conosciuta. L’ultimo disco della band di Brighton mi era sembrato meno incisivo rispetto ai precedenti nonostante però ci fossero pezzi di tutto rispetto come T.O.R.N.A.D.O. o Ready to go steady, nonché il singolo Buy Nothing Day, cantato su disco da Bethany Costantino, in arte Best Coast, ma che dal vivo immagino sarà interpretato dalla sempre presente Ninja. Dicevo disco meno incisivo. Ma questo non preoccupa molto le mie aspettative, conosco la musica della band e sono, già prima che cominci, intimamente convinto che sapranno trasmettere tutta l’energia necessaria a farmi sudare un bel po’ e allontanare, seppure brevemente, quelle preoccupazioni che un trentenne a Milano può avere (mettete dentro quello che vi pare, ognuno completi con ciò che ha).

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F7783532 The Go! Team – Buy Nothing Day by thegoteam

Detto fatto: appena i sei imbracciano gli strumenti (da notare: due batterie) ecco che il putiferio si scatena in sala. Nel giro di qualche pezzo sono fradicio, quattro pinte mi sono finite addosso e tutti gli astanti sono colpiti da un movimento sussultorio difficile da arginare. Può sembrare indelicato dirlo proprio in questi giorni ma in fin dei conti è quello che i Go! Team sono, un terremoto. Nonostante la voce della scatenata Ninja sia male equalizzata (si sente veramente poco e niente) e alcuni suoni non arrivino proprio nitidi l’impressione è quella di una band che dal vivo smuove le folle e separa le acque. Energia e intensità condite da un’ottima attitudine da palco trasformano un lunedì qualunque in una serata da dancefloor dove non si fa in tempo a rifiatare che si riprendono le danze ancora più scatenate di prima. Un’ora e venti in apnea, senza pause o tentennamenti, dove anche gli ultimi pezzi appaiono già ottimamente rodati. Si va dai classiconi quali Ladyflash o Junior Kickstart alle poppeggianti Secretary Song e Buy Nothing Day, dalla potenza di The Power is On e Flashlight Fight alla delicatezza di Yosemite Theme passando per il funk di Grip Like A Vice.

Contro tutte le difficoltà, soprattutto tecniche (il palco piccolo e i problemi acustici), i Go! Team dimostrano di essere un grande gruppo capace di far ballare tutto il pubblico per tutto il tempo, riuscendo a diffondere sulle facce di tutti degli stupidi sorrisi di felicità. A concerto finito sono sudato e affaticato, esattamente come mi ripromettevo di essere. Posso andare a casa tranquillo dunque pensando che sì, ho fatto bene a venire ad ascoltare i Go! Team.

The Go! Team – Apollo Throwdown from memphis industries on Vimeo.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F221440&secret_token=s-Rh2FG&thegoteam.co.uk by thegoteam