Non c'è una zona grigia tra il nero del male e il bianco del bene

A. C. Quarello - Janet la stortaNon c’è una zona grigia tra il nero del male e il bianco del bene. Non c’è perché non esistono gesti in parte crudeli o in parte buoni. E ciascuno di noi, che lo voglia o meno, è portatore sia di quel bianco che di quel nero, e, come esplicitato da Goffredo Fofi nella postfazione a questo lampo che è Janet la storta di R. L. Stevenson, “il male ha le sue attrattive, come ogni fuoriuscita dalla regola, dall’ordine imposto. Crescere vuol dire questo, e vuol dirlo da sempre: capire la differenza tra il bene e il male”.

Un capolavoro di sessantaquattro pagine in cui Maurizio A. C. Quarello, l’illustratore, riesce a dialogare con Stevenson su pari livello. Gli occhi iniettati di sangue di Janet (la storta), i corvi che sembrano trovare nel suo cappello il proprio nido hanno la stessa valenza delle parole di Stevenson: sfogli le pagine, le incontri, ne sei colpito, sei costretto da un desiderio misto ad angoscia a indugiare sui dettagli, Ti colgono di sorpresa e ti lasciano turbato.

Aveva ragione la maggior parte della gente a mettere in guardia il giovane reverendo Murdoch Soulis? Avrebbe dovuto assecondare il pregiudizio di un aspetto assolutamente poco confortante? L’uomo nero, del resto, lo sanno tutti che può nascondersi ovunque, albergare in esseri anche meno inquietanti di Janet; Janet dalla risata inconcludente, dai gesti convulsi, dall’incedere incespicante e furioso.

A. C. Quarello - Janet la stortaA. C. Quarello - Janet la storta

Siamo tutti dalla parte di Janet quando le comari puritane tentano di annegarla secondo lo schema classico della lotta alle streghe: se affoga, peccato… se resta, caparbiamente, a galla peccato… è una strega. E queste parrocchiane non fanno nulla per scardinare l’appoggio pieno che il lettore dà al reverendo. Agiscono da ottuse; si comportano come se fossero investite da una facoltà di giudizio ineccepibile. Eppure Janet da quel bagno di soffocante inquisizione esce inospitale a qualsiasi empatia e la tensione sale.

Ripenso a L’isola dei morti alla desolazione imperante in quel dipinto come nello spaventoso isolamento del reverendo; ripenso ai toni dell’ocra e del bruno che toccano quella tela come queste pagine e inzuppano delle acque dello Stige ogni frase, ogni parola. Parole e frasi che, in perfetto stile short story, evocano con intensità e freddezza: ogni pensiero è lancinante, comincia e si conclude senza strascichi senza commistioni. A ogni momento la sua personale paura.

La vecchia Janet un po’ strega, un po’ diavolo, un po’ maga è storta; ancora riprendo Goffredo Fofi e la sua postfazione “Janet sta tutta da una sola parte, la parte dell’oscurità, della notte, del male, di ciò che continuiamo a chiamare demonio”: è thrawn, come in scozzese si dice per twisted, crooked, perverse. Perfettamente “storta”. Altrettanto calzante la traduzione di Paola Splendore che riesce a restare fedele a quella freddezza di ritmo e intensità che rendono questa lettura per adolescenti e adulti piena.

*A. C. Quarello quest’anno ha vinto il Premio Andersen come miglior illustratore e in regalo con questo albo un poster.*

Titolo: Janet la Storta
Autore: R. L. Stevenson, A. C. Quarello
Traduttore: Paola Splendore
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 64 pp., 15,00 €

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Seleziona il prodotto e scopri come morirai

Verrà la morte, e avrà l’aspetto imprevisto, asettico e un po’ squallido di un distributore automatico pubblico. Di quelli che si trovano ovunque, tra centri commerciali, stazioni dei treni, ingressi dei supermercati, sale giochi, bagni della metropolitana. Solo che da quel distributore non usciranno caramelle, giocattoli usa-e-getta o preservativi sottomarca, ma semplici cartoncini bianchi con una scritta nera che, come sempre, si porteranno via la primavera. Nessuna data, su quei cartoncini, nessun dettaglio; soltanto un’unica, solitaria parola che racchiude la sentenza che tutti vorremmo conoscere, ma nessuno vuole sapere: la causa, ambiguamente inesorabile, della nostra morte. Dai classici “Cancro”, “Suicidio”, “Enfisema”, “Fame”, ai più accattivanti “Marshmallow in fiamme”, “Non facendo ciao, ma annegando”, o “Sfinimento da sesso con minorenne”.

L’idea, nata in rete da una striscia comica di Ryan North, prevede l’esistenza di un mondo in cui chiunque, facendosi fare un semplice esame del sangue, riceverà subito un fogliettino che gli rivelerà il modo in cui è destinato a morire. Subito il successo riscosso dall’ipotesi di un mondo del genere è stato tale, che centinaia di scrittori o aspiranti tali hanno deciso di sviluppare, ognuno dal suo punto di vista, le infinite possibili declinazioni di una premessa tanto affascinante, inquietante, comica o enigmatica. Il risultato sono i trentacinque racconti che compongono l’antologia La macchina della morte, appena edita in Italia da Guanda.

Ora, come norma generale, quando sento parlare di antologie di racconti scritti da esordienti, per sicurezza metto mano alla pistola. In questo caso poi stiamo parlando di un’antologia presentata da un T-Rex parlante e in cui il cognome di uno dei tre curatori si scrive con il punto esclamativo; e ogni racconto è introdotto da un’illustrazione perlopiù bruttissima; e in fondo al volume ci sono le biografie degli autori scritte in quel modo simpatico da ggiovani esordienti della letteratura, del tipo “James Foreman abita a Pittsburgh e probabilmente in questo momento sta bevendo caffè”, oppure “Dean Trippe è un mago ninja robot e alieno (venuto dal futuro) che crea fumetti” (sic). Sì, decisamente ho ucciso per molto meno. Ma poi.

Ma poi, procedendo racconto dopo racconto (letteralmente; i libri li leggo dall’inizio anche quando non è necessario), sempre più avvincente diventava l’inesorabile meccanismo a orologeria che governava questo mondo in cui tutti sanno di che morte moriranno, ma non hanno bene idea di come, dove o quando succederà. In cui le diverse possibilità narrative offerte dall’esistenza di una Macchina della Morte si esprimevano in tutta la loro ambiguità già dai titoli, con quell’unica parola netta e lapidaria come una sentenza, ma enigmatica come il responso di un oracolo che – come tutti gli oracoli che si rispettino – schiude infinite alternative nel momento stesso in cui sembra specificarne una soltanto.

il trionfo della morte regina e la danza macabraLa scelta più apprezzabile consiste proprio nel tentare di rispondere alla domanda di fondo (come cambierebbe il mondo se tutti sapessimo come moriremo?) riducendo al minimo lo spazio della filosofia spicciola sul libero arbitrio e sul fatto che la causa della nostre morte sia da sempre infallibilmente codificata nel nostro sangue, e concedendo invece tutto il palco a Sorella Falce, allo sviluppo puro e semplice delle varie situazioni di coloro che si preparano ad affrontarla, all’esplorazione dei mondi e delle strutture sociali creati dalla presenza di una Macchina in grado di predire la morte. Come nel primo racconto (Marshmallow in fiamme), divertentissima teen tale in cui il responso, fornito ai ragazzi al compimento dei 16 anni, coincide con l’inizio di una nuova vita e l’ingresso in nuovi gruppi accomunati proprio dall’identica previsione: così quello dei “bruciati” è il gruppo dei ragazzi fighi, i suicidi sono una specie di gruppo emo e quelli che moriranno di vecchiaia i più pallosi della scuola. O in Verdure (forse il più bel racconto della raccolta), in cui la morte equivale alla liberazione dei veri istinti del protagonista, che solo dopo aver scoperto il responso che lo riguarda realizza finalmente la propria intima, “elettrizzante” personalità.

Niente di inquietante o angosciante, insomma. Potrete leggere questi racconti anche (anzi, soprattutto) se avete paura della morte, o (come il sottoscritto) dei prelievi di sangue. Anche perché, a farla da padrone su tutti i casi umani che si trova a governare, è quasi sempre l’umorismo volontario o involontario di un responso che rivela nascondendo. “Vecchiaia”, ad esempio, potrà voler dire morire nel proprio letto a cent’anni, ma anche essere investito da un’auto guidata da un vecchio mentre si va al supermercato; o “Suicidio”, che non per forza dovrà essere il tuo, quando ti toccherà… Insomma, la morte, come la vita, dimostra qui di avere un sense of humour tutto suo. Ma non illudetevi: anche nel più bizzarro dei mondi, a ridere per ultima è sempre lei.

Titolo: La macchina della morte.
Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire

Autore: Ryan North – Matthew Bennardo – David Malki !
Editore: Guanda
Dati: 2012, 549 pp., 19,00 €

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"Il segno era ovunque: il segno era la giovinezza"

Immaginate di essere in libreria: date uno sguardo alle nuove uscite e vi soffermate sul libro di Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, edito da minimum fax. Leggete sulla copertina che ha vinto il premio Pulitzer 2011, inequivocabile segno di affermazione nell’establishment culturale americano. Quindi cominciate a sfogliarlo: subito il vostro sguardo si ferma sulle settanta pagine elaborate come slide di PowerPoint  – ossia tutto il capitolo 12 – su quasi quattrocento pagine in totale. E in effetti, a livello comunicativo (soprattutto in rete, dove potete trovare un video con le slide a colori lette ad alta voce), questo è il romanzo con “un capitolo in PowerPoint”. Ma non bisogna fidarsi troppo del marketing, nell’economia del libro il capitolo 12 non ha più peso degli altri e anzi, per essere precisi, bisogna innanzitutto chiarire che Il tempo è un bastardo non è propriamente un romanzo e non è propriamente diviso in capitoli. Dunque ci troviamo di fronte a un testo innovativo, sperimentale? E come mai avrebbero dato il Pulitzer, un premio istituzionale, ad un testo così innovativo? La trama si infittisce, occorre fare un po’ di ordine.

Il tempo è un bastardo è suddiviso in 13 short story indipendenti ma correlate tra loro, ciascuna tratteggia il punto di vista di un personaggio diverso, la narrazione è di volta in volta in terza o in prima persona, in un caso si ricorre a un Tu colloquiale per accentuare un effetto straniante (episodio 10, Fuori dal corpo), e in un altro al narratore onnisciente (il 4, Safari, parodia dei topos di Hemingway, caratterizzato da vorticosi flash-forward che illuminano in mezza pagina sulla vita futura di alcuni personaggi). Viene da chiedersi: questi capitoli/racconti, in che modo sono collegati fra loro? Attraverso i legami sentimentali, familiari o professionali, che porteranno i personaggi ad incrociarsi nel corso del tempo. Attraverso il comune denominatore dell’industria della musica: Bennie Salazar, un ex bassista punk ora produttore e Sasha, la sua assistente con problemi reiterati di cleptomania, sono le figure germinali nella struttura narrativa, e di fatti li incontriamo fin dalle parti iniziali della narrazione. A seguire, dall’episodio 3, Sai che m’importa, al 6, X e O, espandiamo il mondo di Bennie. In Sai che m’importa (davvero preciso nel rendere la mutevolezza di stati d’animo dell’adolescenza e il fragore sottopelle col quale queste variazioni sono percepite), è Rhea, sua amica dai tempi del gruppo – i Flaming dildos, a San Francisco – che fa da voce narrante. Poi spaziamo intorno a Lou Kline, mentore di Bennie, produttore nell’epoca d’oro del rock e incapace di diventare adulto, e in X e O ritroviamo Scotty, che ha lasciato la chitarra e si abbandona a soliloqui involuti mentre pesca sull’East River. Nei tre episodi successivi il punto di vista ruoterà su Stephanie, la prima moglie di Bennie, poi sulla sua collega Dolly, rampante p.r. che per un party andato storto finirà a curare il look dei dittatori, e infine su Jules, fratello di Stephanie, giornalista, che sarà arrestato per il maldestro tentativo di stupro ai danni di un’attrice dopo un’intervista (l’episodio 9 che ricalca, nella forma, i réportage giornalistici di David Foster Wallace, comprese le note a piè di pagina). Tra il 10, Fuori dal corpo e il 12, spostiamo nuovamente il focus sui legami di Sasha: ce ne parleranno il suo compagno d’università Rob, destinato a una prematura morte; suo zio Ted, che la cercherà fra i bassifondi di Napoli, tappa momentanea della fuga della ragazza tra l’Europa e l’Asia (nei vicoli partenopei, mentre il sole picchia su civiltà sepolte, si sente quasi un eco della Venezia di Thomas Mann); sua figlia Alison, nelle ormai famose slide dell’episodio 12, Le grandi pause del rock: riferite ai microintervalli di silenzio talora inseriti nelle canzoni, vera e propria ossessione dell’altro figlio di Sasha, forse affetto da una forma di autismo. Queste pause, queste ellissi nel tempo, potrebbero fornire una chiave interpretativa di tutto il libro. Le nostre vite non sono che un continuo alternarsi di notte e giorno, di movimento e pausa. Gli intervalli, le trasformazioni, la “morte” di una condizione che permette di esperire quella successiva, gli stati di coscienza che fermiamo nella memoria, sono come tante piccole morti che permettono agli individui di essere vivi. Oppure prendiamo la nostra percezione degli altri: quanto esistono, per noi, le persone che abbiamo smesso da tempo di frequentare? Eppure a volte ci si reincontra dopo dieci anni e sembra che siano passati pochi giorni…  ma cosa è successo nel frattempo?

I capitoli/racconti del libro di Egan sono costruiti attorno a dei punti di rottura, e talora, alla dimensione personale, fa da controcanto il piano sociopolitico: Bennie cerca di riprendersi dal fallimento del primo matrimonio nella New York post 11 settembre; Rob annega nell’East River (lo stesso fiume dove pescava Scotty), mentre Clinton, nell’autunno del 1992,  interrompe dodici anni repubblicani; Rhea e Jocelyn attraversano la linea d’ombra della giovinezza con la cresta verde e i collari borchiati, quando il punk sta rubando la scena al progressive rock – ed è curioso notare come alcuni critici abbiano paragonato il libro ad un concept album. Per Il tempo è un bastardo non è difficile trovare modelli extra-letterari, la stessa Egan ha dichiarato d’essersi ispirata a Pulp fiction per la time-line scopertamente alterata, nella quale da un episodio all’altro si salta indietro o avanti nella cronologia, spingendosi addirittura, alla fine del libro, in una New York futuribile, dove le protesi elettroniche sempre più condizionano le masse e il loro linguaggio. Temi cari al Don DeLillo di Mao II, e l’accostamento ad uno dei numi tutelari del postmoderno ci riporta alla domanda che avevamo posto all’inizio: può un romanzo innovativo vincere il Pulitzer? Forse, ma non è detto che sia questo il caso. Dal quadro che abbiamo tracciato emerge un testo proteiforme in modo quasi troppo manifesto, eccessivamente ribadito a livello superficiale. La varietà di storie e invenzioni è essenzialmente priva di centro, manca un macro-intreccio narrativo principale, piuttosto troviamo tanti micro-intrecci quanti sono i personaggi intorno ai quali è organizzato il discorso. L’elemento che concorre davvero a dare al libro un respiro più ampio, rispetto a una raccolta di racconti con i personaggi correlati, è proprio la dimensione temporale, la possibilità di inquadrare alcuni protagonisti in momenti diversi della loro vita. Ma se gli sbalzi cronologici avvengono tra un episodio e l’altro, lo sviluppo di ciascun racconto/capitolo risulta invece piuttosto lineare. Rispetto ai classici del postmoderno o anche, per dire, a Palahniuk , la sovrastruttura sociale rimane soltanto sullo sfondo, ci si concentra soprattutto sul mondo ristretto dei personaggi e questo, se da un lato ne arricchisce la caratterizzazione, dall’altro smorza l’interesse sul testo nel suo insieme, anche perché il fulcro dei racconti, nella maggioranza dei casi, tende a essere sempre lo stesso: il dolore per il tempo che passa, il rimpianto per la giovinezza perduta, l’Età dell’oro in cui tutto poteva ancora succedere. Così non resta che cercare nel sesso, nel rapporto con l’Altro, il modo per esorcizzare la paura della morte. È superfluo dire che di solito queste relazioni falliscono, e non rimane che puntare sui figli – più assennati dei padri – per sperare in un altro giro di giostra. Così alla fine, anche se ci viene ricordato per mezzo di diversi registri narrativi, dal linguaggio colloquiale alla satira di costume, la canzone, parafrasando i Led Zeppelin, rimane la stessa. Una canzone, tuttavia, quasi sempre piacevole da sentire, grazie a una scrittura fluida e sempre capace di non annoiare. Il tempo è un bastardo è soprattutto un’opera di intrattenimento ben confezionata: di questi tempi, non è certo un risultato da sottovalutare. Magari, per la fine del mondo, sceglieremo un’altra colonna sonora.

Leggi il primo articolo su Il tempo è un bastardo qui!

Titolo: Il tempo è un bastardo
Autore: Jennifer Egan
Editore: EMinimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2011, 18,00 €, 391 pp.

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"La nostalgia era la fine, lo sapevano tutti"

Jennifer EganQuesto pensiero, espresso all’interno di un lungo rimuginare, appartiene a Bennie Salazar, discografico ex-indipendente, e co-protagonista de Il tempo è un bastardo (A Visit from the goon squad il titolo originale) di Jennifer Egan, uscito ormai qualche settima fa per Minimum fax nella traduzione di Matteo Colombo. Si trova a pagina 51 questo pensiero, nel secondo capitolo/racconto (intitolato La cura dell’oro), all’interno del lato A (ossia prima parte – vi state già perdendo vero? Tranquilli ne usciremo) di questo romanzo sui generis. All’inizio dunque, visto che complessivamente il volume consta di quasi quattrocento pagine.

Si localizza lì, questo pensiero, e raccoglie e sintetizza molto bene la sensazione che provo nel trovarmi a vivere in quest’epoca. Ma non parlo di tempi lunghi, di ventenni o decenni o quinquenni. No, parlo dell’assolutamente contingente, del qui e dell’ora (d’altronde sempre in un’altra battuta si dice  “cinque anni sono cinquecento anni” – e questa è la percezione). E cioè che adesso siamo mangiati vivi da questo, dalla nostalgia – cosa  che capita anche a Bennie, che non fa in tempo a pensarlo che già si rende conto di essere finito irrimediabilmente nelle sue brame. Ma non ne siamo vittima solo noi, che siamo sui trenta e ci ricordiamo quanto belli e spensierati fossero gli anni ’90 (col cazzo! Tra l’altro) o quanto figo fosse essere più giovani (ma giusto un po’), no, capita anche a quei ragazzi che non hanno ancora avuto modo di poterla effettivamente provare questa sensazione, perché il tempo gettatosi alle spalle è ancora troppo poco. E lo stanno a dimostrare la passione per il vintage, per le foto effettate dalle sfumature giallo-ocra, le reunion di band che non avrebbero dovuto parlarsi mai più, il ritorno del vinile (in alcuni casi della musicassetta), i vestiti che tanto si mettevano negli anni ’60 (ma anche nei ’70, negli ’80, nei ’90), la cura per i particolari e i dettagli, l’artigianato, insomma tutto, tutta l’industria culturale di una parte (sia ben chiaro non voglio e non posso assolutamente essere omnicomprensivo, non ne ho gli strumenti – tra l’altro la reductio ad unum che mi viene imposta dai vari social network mi permette di osservare i comportamenti miei e dei miei amici, cioè dei miei simili, di coloro che voglio seguire. E quindi di una piccola, piccolissima parte del consorzio umano, una nicchia insomma, quella della cosiddetta controcultura. O meglio una delle controculture. Ma mi sto perdendo e necessito di tornare sui miei passi, non me ne vogliate) tutta l’industria culturale di una parte, dicevo, delle generazioni che si trovano a vivere questo tempo sembra invasa da questo sentimento vintage. Viviamo in una cover, l’idea è questa, giusta o sbagliata non sta a me giudicarlo. E quel pensiero di Bennie Salazar, la nostalgia era la fine, lo sapevano tutti, immediatamente, quando l’ho letto mi ha riportato alla mente come un’onda travolgente tutto il “ragionamento” che vi ho appena sparato, con la conseguente intima convinzione che Il tempo è un bastardo sia qualcosa di importante.

Per come la vedo io credo che la narrativa americana attraversi un periodo di stanca: si avvoltola negli esempi dei grandi narcisi, come li chiamava Wallace, e cioè Roth, Updike e Mailer; nel fortunato filone della narrativa postmoderna arrivata quasi, ormai, alla canna del gas; e, chiaramente, nel genere dove gli americani sono ancora oggi gli indiscussi maestri nonostante gli svedesi. Ma questo, volendo, è un ragionamento che si può ampliare a gran parte dei fenomeni culturali contemporanei occidentali. Ma non ampliamolo, per carità.

Il libro della Egan, fresca vincitrice – a merito – del premio Pulitzer, è invece una ventata d’aria fresca, qualcosa d’altro, di diverso. In primis la struttura: non si tratta di un normale romanzo in cui i protagonisti sono gli stessi dall’inizio alla fine, né dove i capitoli si susseguono regolari con un andamento lineare, no. Questo è un romanzo formato da racconti, particelle perfettamente indipendenti tra di loro, eppure tutte indissolubilmente legate da link che sta al lettore trovare. Non vi è nulla di troppo complicato in questo, state tranquilli, anzi vi ravviverà la lettura in una continua sfida di rimandi. Anche la linea temporale è sballata, non si va da un inizio a una fine, ma si salta da un momento all’altro nelle vite dei vari personaggi (passato, presente e futuro compreso). E se la facciata impone come protagonisti Bennie Salazar, prima musicista punk e poi discografico, e la sua assistente Sasha (e, di conseguenza, le storie della loro vita), il vero protagonista di questo romanzo è però il tempo, come da titolo (italiano). Montando una serie di storie slegate da un continuum la Egan ci mostra diversi episodi della vita dei due protagonisti (o di persone a loro vicine, che parlano di loro e con loro) in momenti diversi della loro formazione. Le conclusioni a cui si giunge sono molteplici: innanzitutto viene meno il fluire, ciò che lega e diluisce le esperienze umane: gli episodi sono netti, quelli e basta, hanno un inizio e una fine, hanno quei ben precisi attori e non altri. E questo evidenzia quanto e in che profondità un individuo possa cambiare nel corso del tempo: certi particolari rimangono ma le trasformazioni possono essere radicali. E così stentiamo a riconoscere la Sasha di Oggetti ritrovati, in quella dello splendido racconto ambientato a Napoli Addio Amore Mio, o ancora nella Sasha vista attraverso i power point del racconto Le grandi pause del rock. E lo stesso vale per Bennie e per tutti i personaggi che compaiono più di una volta in questi racconti. Ad ognuno di essi, dei racconti, è affidato un narratore diverso, mai lo stesso e questo accentua ancora di più le differenze degli stessi personaggi non solo presi in momenti diversi ma visti anche da occhi diversi.

E mano a mano che si va avanti il romanzo si configura come un puzzle avvincente per il lettore, sia per i già citati giochi di rimandi, sia per la costruzione che piano piano ci si fa dei diversi individui con cui avremo a che fare – un gioco che potenzialmente sarebbe potuto andare avanti all’infinito.

Ma non solo, con questa tecnica, che sembra più figlia delle serie tv che della letteratura tout court, la Egan riesce in parte nell’impresa di storicizzare il contemporaneo, massima ambizione dello scrittore di oggi, dispiegandocelo sotto gli occhi come un tempo segmentato, spezzettato, dettato dai ritmi degli strumenti tecnologici e dei social network, ma allo stesso tempo pronto a rielaborare tutto ciò che sembrava genuino, autentico e originale facendolo suo, sia nel bene che nel male, nella ricerca dell’autentica ispirazione.

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La bravura tecnica dunque e il virtuosismo scrittorio (il fatto che ogni racconto abbia uno stile a sé non è affatto da sottovalutare). Ma non solo, perché la grande capacità della Egan sta nel rendere questo impianto, così pensato, estremamente emozionale. I personaggi che la scrittrice mette sulla pagina (e le loro evoluzioni nel tempo) sono assolutamente empatici e, come si suol dire, veri. Soffriamo con Sasha, capiamo la frustrazione di Jules Jones e la disperazione di Rob; captiamo l’entusiasmo di Bennie quando suonava nei Flaming Dildos e la sua disillusione riguardo la musica una volta entrato nel business; sentiamo l’affetto che Dolly prova per la figlioletta e il disagio di Sasha per il suo problema con, ehm, i portafogli; ma soprattutto proviamo il loro medesimo languore di fronte al tempo che passa.

Con tutto questo non voglio dire che il libro della Egan sia un capolavoro, è troppo presto per dirlo, ma sicuramente ci troviamo di fronte a un’opera importante e intelligente, qualcosa con cui fare i conti. Il resto poi sarà il tempo, che è un bastardo, a deciderlo.

Leggi il secondo articolo su Il tempo è un bastardo qui!

Titolo: Il tempo è un bastardo
Autore: Jennifer Egan
Editore: EMinimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2011, 18,00 €, 391 pp.

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Amori al singolare

Donne che non. Vent’anni e passa di rifiuti e fallimenti amorosi in meno di dieci briose pagine, zeppe di occasioni perdute, figuracce adolescenziali, limonate e pastrugnamenti. Sei lì che leggi, sorridi e pensi che anche a te è andata così. E allora decidi che Amori al singolare di Teo Lorini è un libro che ti piace.
Per fortuna l’autore riesce a non farti cambiare idea nelle restanti pagine. I brevi fallimenti sono seguiti da tre racconti più articolati, brillanti come i precedenti e trascinati da personaggi azzeccati, talvolta eccentrici ma mai troppo sopra le righe. Ed è questo che ci piace, del Lorini, la sobrietà con cui tratteggia le sue storie, senza calcare troppo la mano, senza forzare ironie o malinconie. Una sobrietà che non va a scapito del senso dell’umorismo e che si traduce in uno stile pulito ed essenziale. Avete presente tutti quei fronzoli e quelle esagerazioni che spesso farciscono i romanzi d’esordio di giovani che parlano di giovani per dimostrare quanto sono bravi nel descrivere profondi ritratti generazionali? Bene, per sua e nostra fortuna, Lorini non fa parte di questa cricca.

Nella seconda parte del libro (“terza persona singolare”) l’autore si concentra su un singolo racconto lungo e lascia da parte l’ironia per una malinconia del crescere che avvolge un gruppo di amici. Il tema non è certo originale – l’ingresso nell’età adulta, la perdita dell’innocenza, il separarsi di strade un tempo comuni – ma poco importa, perché l’occhio di Lorini, come già dimostrato nei racconti iniziali, sa cogliere quei dettagli e quelle sfumature che meglio ci trasmettono le sensazioni dei personaggi. Va detto che questa seconda parte soffre il confronto con la prima, più frizzante e efficace; l’autore si dimostra più bravo a giocare con un’ironia leggera ma mai superficiale che non nel narrare scorci di vita adulta in agrodolce. Il che non toglie che Amori al singolare sia, nel complesso, un romanzo d’esordio che merita di essere letto e apprezzato per questa levità, che per molti autori dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere mentre per Lorini è un interessante punto di partenza.

Titolo: Amori al singolare
Autore: Teo Lorini
Editore: Effigie
Dati: 2010, pp.101, euro 12

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Le lenzuola sporche dei fantasmi si lavano in famiglia

È molto difficile parlare di questa storia gotica senza svelarne il finale. Cercherò di farlo nel rispetto del lettore appassionato del genere che invito caldamente a procurarsi questo racconto di fantasmi di Mary Wilkins Freeman Il vento nel cespuglio di rose edito da Coniglio editore nella deliziosa collana curata da Riccardo Reim.

E invito gli appassionati del genere perché, non mi stancherò mai di sottolinearlo, il vero orrore risiede in queste pagine perbene, nei passi ovattati e morbidi della buona educazione, nelle maniere cortesi e determinate di signore borghesi di mezza età, e non piuttosto nella pelle trasparente di certi vampiri che si aggirano mellifluamente minacciosi e fascinosamente ingombranti tra gli scaffali delle nostre librerie; specie d’estate.

Mary Wilkins Freeman, scrittrice americana, è nata il giorno di Halloween; non poteva che scrivere di fantasmi dunque, è l’ovvietà del caso. L’America puritana dei suoi tempi trova spazio e luogo nei suoi racconti in cui il cupo non detto e il mistero angosciante sono pura espressione di una pressione sociale reale e concreta che si attua soprattutto all’interno della famiglia, microcosmo a sé stante, e per questo ancor più chiuso, che si inserisce a sua volta in una società altrettanto misurata e cieca. Il soprannaturale che si specchia nella realtà e in essa trova la sua più pura espressione.

Una donna di mezza età arriva, dopo un viaggio già denso di rimandi ambigui, nella casa della defunta sorella con l’intenzione di adottare la nipote rimasta orfana. Viene accolta da una serie di eventi/sensazioni angosciose, da una matrigna ingombrante che gestisce la casa e l’ospite con costruita intransigenza, insinuando di continuo dubbi e incertezze nella già fragile predisposizione d’animo della zia e, non per ultimo, da un cespuglio di rose che dal portico manda messaggi lugubri e preoccupanti. Sul finale, come da premessa, non dirò nulla se non che è espressione dello stile della Wilkins che intreccia e mescola reale e irreale laddove l’uno giustifica e al contempo complica l’altro. Il tutto condito da un’ostilità che non è mai violenta ma che impregna ogni atto, fino al più estremo.

A seguire  La camera a sud Ovest sempre della Wilkins, e, in linea con la struttura della collana, le due appendici; la prima dedicata come sempre alla Scapigliatura italiana con un racconto di Luigi Gualdo, La canzone di Weber, che da solo vale l’acquisto, e la seconda con la resa in fumetti di Frankestein.

Della stessa collana abbiamo letto Olio di cane di Ambrose Bierce e La monaca insanguinata di Charles Nodier.

 

Titolo: Il vento nel cespuglio di rose
Autore: Mary Wilkins Freeman
Editore: Coniglio editore
Dati: 2011, 119 pp., 10,50 €

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La vita bislacca di uno scrittore fuori dagli schemi

Storie di ordinaria follia. Erezioni Eiaculazioni Esibizioni: cosa significa prendere in mano un libro del genere nel 2011? Una raccolta di racconti autobiografici e non, scritta in un’epoca rivoluzionaria (gli anni ’70), di cui oggi rimangono solo echi nostalgici e imitazioni posticce. Leggere Bukowski significa anzitutto tollerarne la volgarità. Sì, anche se viviamo in un mondo sfacciatamente impudico, queste storie possono risultare insopportabilmente sboccate. A prima vista, infatti, sembrano solo un concentrato di sesso, droga e rock’n’roll, al limite del pornografico: Bukowski era un alcolista (termine troppo politicamente corretto per lui), faceva scommesse agli ippodromi trovandosi regolarmente senza un dollaro in tasca e i suoi rapporti con l’amore erano promiscui, compulsivi e a tratti violenti.

Eppure, dietro a parole e definizioni pesanti, si cela un’anima sensibile e sofferta. Di una sofferenza, questa sì, pudica, che si nasconde tra le pieghe di un atteggiamento strafottente nei confronti del mondo e della letteratura. L’impressione, infatti, è che alla base di quel cinismo fastidioso ci sia una bella dose di finzione: la classica difesa che i “delusi dalla vita” adottando per apparire più forti, prima di tutto a se stessi. E allora via libera ai vocaboli più fantasiosamente triviali e al disprezzo per le buone maniere e la società intera, ad eccezione dei poveri e degli emarginati. La punteggiatura, fedele allo stile-non stile di Bukowski (abbasso la Cultura!), non è rispettata, così come altre regole sintattiche e semantiche sono stravolte, a favore di un linguaggio popolare, non elitario, dialettale.

I pensieri si rincorrono in una sorta di flusso di coscienza che attraversa tutti i racconti, legati da un unico filo conduttore, quasi a formare un romanzo spezzettato. E così Bukowski racconta dipendenze patologiche e relative conseguenze con ironica impassibilità: il carcere, l’isolamento e la malattia ci appaiono eventi tragicamente comici. Perché, in ossequio alla sua (mistificata) indifferenza per la vita, Bukowski se ne infischia anche della morte. Di questo rimanere ai margini dell’esistenza, lo scrittore ha fatto nel tempo motivo di orgoglio: impossibile non notare una punta di autocompiacimento nel parlare di sé come relitto umano. Un personaggio “contro”, che detestava l’atteggiarsi a qualunque cosa.

Un intellettuale difficilmente schematizzabile, forse perché sapeva cosa voleva dire fare l’operaio per vivere e scrivere di notte per passione, spesso senza ricavarne un soldo. Chi non capisce Bukowski, reagisce odiandolo. Chi lo intuisce, lo idolatra. Se siete in grado di sopportare la dissacrazione sistematica del vostro mondo e addentrarvi nei pensieri esacerbati da un misto di alcool e sensibilità (e quindi forse ancor più saggi), allora potete leggere Storie di ordinaria follia comodamente seduti in poltrona e, probabilmente, innamorarvi dell’autore. Anche perché avere qualche dubbio in più e non rassegnarsi a una vita acquiescente non può fare del male a nessuno.

 

Titolo: Storie di ordinaria follia. Erezioni Eiaculazioni Esibizioni
Autore: Charles Bukowski
Editore: Feltrinelli, Collana Vintage
Dati: 2005,  pp 341, 10,00 €

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