3 cose su: Inside Llewyn Davis

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)” di  Joel e Ethan Coen.

InsideLlewynDavis-1

  1. Filologia del folk. Una delle costanti dei film dei fratelli Coen sono le meravigliose colonne sonore che pescano dal meglio della tradizione popolare americana, in particolar modo dalla musica folk, con brani che riescono ad utilizzare in modo creativo e memorabile; particolarmente celebri (e significative per chi scrive) sono The man in me (2) di Bob Dylan ne Il grande Lebowski e The man of constant sorrow da Fratello dove sei? Questa volta i Coen si sono spinti oltre su questo sentiero: il personaggio di Llewyn Davis è un musicista folk attivo al Greenwich Village, New York, negli anni ’60, ispirato al leggendario Dave Van Ronk (aka “the mayor of MacDougal Street“), la cui autobiografia è stata pubblicata postuma nel 2005. Attraverso la storia e le sfortunate vicende di Llewyn Davis (interpretato magistralmente da Oscar Isaac) e dei vari musicisti e addetti ai lavori dell’ambiente con cui Davis entra in contatto, i Coen ci fanno ascoltare una manciata di pezzi favolosi e ci fanno intravedere le diverse anime del folk, genere che negli ani ’60 era un fenomeno in prepotente ascesa. I rimandi a pesonaggi e situazioni realmente esistiti sono tanti, oltre al protagonista ispirato a Dave Van Ronk: Justin TimberlakeCarey Mulligan interpretano i personaggi di Jim e Jane che ricordano esplicitamente due terzi di Peter, Paul e Mary, c’è F. Murray Abraham che veste i panni del produttore Grossman e, tra i tanti musicisti, alla fine si intravede anche un giovane Bob Dylan.
  2. Equilibrio. Sono un grande fan del cinema di Joel e Ethan Coen e non sono certo il solo, anzi direi che il consenso nei confronti dei loro film mi sembra pressoché unanime, quantomeno tra quelli della mia generazione: i fratelli Coen sono fra i pochi autori che ancora riescono mirabilmente a coniugare complessità e profondità con il successo di pubblico. Detto questo devo anche dire che, per quanto li apprezzi, spesso i loro film non riescono ad entusiasmarmi: a volta sembra che superino il confine che li porta a diventare troppo complicati, oscuri e poco spontanei, un cinema troppo celebrale e con poca anima; quando invece si spingono su un terreno meno impegnativo con film come Ladykillers o Il Grinta, mi sembrano semplicemente fuori dal proprio elemento. In Inside Llewyn Davis mi sembra siano riusciti a trovare quell’equilibrio che nella loro filmografia, a parer mio, avevano visto in film come Barton Fink o, concedetemelo, Il grande Lebowski: quell’equilibrio tra leggerezza e profondità, originalità e tradizione, ragione e sentimento tipico di un pezzo folk suonato da un grande cantastorie come Dave Van Ronk.

img_7363

  1. Llewyn Davis abides. Una delle sottotracce di Inside Llewyn Davis è il rapporto tra talento e successo, un rapporto purtroppo molto meno consequenziale di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Il Llewyn Davis protagonista del film è un autore e cantante dal talento strabordante (e ancora complimenti a Oscar Isaac sia per l’interpretazione del personaggio che per quella dei brani) ma la sua carriera è disastrosa e non solo per le  amare vicissitudini personali (come il fatto che il suo partner musicale si sia da poco tolto la vita): Llewyn non scende a compromessi con la propria musica e non è disposto a farlo e così, mentre vede altri molto meno dotati di lui farsi strada nell’ambiente musicale, continua a non avere fissa dimora e a passare le notti sul divano di chi di volta in volta è disposto ad ospitarlo, a incassare rifiuti e delusioni, a soppesare la possibilità di rimbarcarsi come marinaio su navi mercantili per sfuggire ai suoi fallimenti. Se volesse svoltare dovrebbe essere un po’ diverso da sé stesso, un po’ meno sincero, svendersi; e se questo era vero negli anni ’60, è tristemente molto più vero oggi. Noi siamo con te Llewyn Davis, keep doing your thing.

InsideLlewynDavis-posterA proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – USA, Francia 2013
di Joel Coen, Ethan Coen
Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett
Lucky Red – 105 min.

A year in music. Il nostro 2013 in 20 dischi

20. Oneohtix Point Never – R Plus Seven/The Field – Cupid’s Head. L’elettronica che quest’anno ho consumato è targata Oneohtrix e The Field: d’atmosfera il primo, di groove il secondo.

20

20

19. Gambles – Trust. I buoni cari vecchi dischi voce e chitarra hanno ancora molto da dire e Gambles, con la sua aria dylaniana, lo dimostra alla perfezione.

19

18. Mazes – Ores & Minerals/Mazes – Better Ghosts. Due dischi per la band inglese, due ottimi dischi: trame di chitarre e melodia, ossessioni e aperture. Bella scoperta, da coltivare.

18

181

17. Sonny & The Sunset – Antenna To The Afterworld. Anno prolifico per il buon Sonny, autore oltre che di questo discone, anche di una compila niente male che potete trovare qui. Il re Mida (artistico) della west coast.

17

16. Wolther Goes Stranger – Love Can’t Talk. Italiano e inglese, rock ed elettronica, voce maschile e voce femminile: un disco di contrasti da godere fino all’ultimo minuto. Chapeau.

16

Continua

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

or

Venerdì

 

Okkervil River – It Was My Season

Quando ho letto che gli Okkervil River, in maniera del tutto inaspettata, sarebbero usciti con un nuovo album, The Silver Gymnasium, il 3 di settembre, ho fatto un salto dalla sedia. Poi, quando ho visto che addirittura in giro c’era un singolo nuovo, It Was My Season, di salti ne ho fatti tre. Ma ce ne vorrebbero molti, molti di più perché se schiacci play su questo pezzo dal sapore retro e soul, dall’architettura multiforme e dall’andamento variabile, be’ allora  sta’ sicuro che non lo abbandonerai tanto facilmente. Io ti ho avvisato, poi fai tu.

http://okkervilriver.com/

 

Sabato

 

M+A – When

L’estate è arrivata e con loro ritornano gli M+A, duo electro italiano di base a Londra. Non sentite già il fresco che arriva a sconfiggere l’afa? Non sentite l’umidità del mare? Allora fate girare When sul vostro lettore, senza aspettare oltre. Il disco completo poi – These Days – sarà possibile ascoltarlo dal 30 settembre in poi. Nel frattempo be summer.

http://www.ma-official.com/

 

Domenica

 

MiceCars – Volunteer

C’erano una volta i MiceCars, band indie rock romana che nel 2007 aveva dato alle stampe uno splendido disco intitolato I’m The Creature (se non l’avete, recuperatelo in free download qui perché è davvero enorme). C’erano una volta e ci sono ancora perché i nostri son tornati con un pezzo tutto nuovo, Volunteers, anticipazione dell’album Asimo/I – che fa presagire ci sarà anche un Asimo /II – concept album sul robot androide progettato e sviluppato dalla honda. Bentornati ragazzi, questa è davvero una bella notizia.

https://www.facebook.com/MiceCars

Buon weekend a tutti.

 

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

jr

Venerdì

Jonathan Rado – Faces

La notizia è che Jonathan Rado, uno dei due Foxygen (per intenderci: il polistrumentista, non il cantante), a settembre uscirà con un disco solista per i tipi di Woodsist,  Law And Order. In attesa di poter ascoltare tutto l’album, godiamoci questa ballad apripista.

http://jonathanrado.tumblr.com/

Sabato

Fine Before You Came – Discutibile

Ci avevano detto che si sarebbero fermati, che di loro per un po’ non avremmo sentito parlare, che la vita li avrebbe allontanati momentaneamente dalla musica. Balle. Ci hanno presi in giro. Perché i Fine Before You Came, come al loro solito, sono tornati a trovarci senza neanche avvisare, chiedere permesso, scusa, posso? No, si son presentati e basta. E noi, a braccia aperte, li abbiamo accolti ancora. Signore e signori, eccovi dunque Come fare a non tornare, disco da cui questa Discutibile  è tratta (e che potete scaricare gratuitamente, l’album tutto, cliccando sul link qui sotto). Buon ascolto.

http://finebeforeyoucame.wordpress.com/

Domenica

Still Corners – The Trip

E’ uscito da poco il nuovo disco degli Still Corners (Strange Pleasures  – Subpop, 2013), duo electro/dream londinese che già aveva fatto parlare di sé con il precedente lavoro, Creatures Of An Hour. Ora eccoceli rispuntare decisi a riconquistarci, e se le canzoni del disco sono come questa The Trip, be’ non possono che riuscirci.

http://stillcorners.tumblr.com/

Buon weekend a tutti.

Baba Yaga – la sorprendente alchimia sonora dei Futurebirds

babayaga

Voglio raccontarvi una storia, la storia di un disco. Probabilmente Baba Yaga dei Futurebirds passerà quasi inosservato da queste parti, oppure forse no, forse verrà incensato su tutte le riviste di settore, forse diverrà addirittura oggetto da classifica, ma molto più probabilmente no, e a me questa cosa proprio non va giù, per nulla, perché Baba Yaga si è presentato alle mie orecchie, fin da subito,  come una delle opere più belle di questo 2013.

I Futurebirds sono un gruppo folk/rock che ha base ad Athens, in Georgia, USA, composto da sei elementi e che ha pubblicato due dischi, Hampton’s Lullaby, uscito nel 2010, e questo Baba Yaga (Fat Possum, 2013), dato alle stampe proprio qualche settimana fa. Sembra una storia lineare, come quella di qualunque gruppo, a leggerla così, solo che la genesi di questo secondo lavoro è stata lunga e sofferente. Ci sono voluti più di 45 giorni in studio spalmati su sette mesi per chiudere il disco e questo perché, durante le registrazioni, la band ha continuato a suonare in giro incessantemente per finanziarsi, visto che nessuna etichetta si era ancora fatta avanti. E questo andare in giro, questo suonare di spalla per gente come Drive-by-Truckers e Band Of Horses, ha avuto un duplice effetto positivo: 1) i nostri hanno trovato una casa discografica accasandosi presso la Fat Possum; 2) l’approccio live della band si è ben radicato in ognuna delle 13 canzoni che compongono l’album, rendendolo un’opera diretta e spaziosa proprio come quella di un concerto ( e lo sta a dimostrare la lunghezza dei pezzi, che in più di un episodio superano i sei minuti). Il titolo del disco è stato scelto per questo, perché questa seconda opera agli occhi di chi l’ha scritta sembrava proprio come una creatura mitologica nascosta nei boschi, quella Baba Yaga presa a prestito dal folklore slavo (e che nulla, davvero nulla, ha a che fare con le sonorità dei Futurebirds). Ma a parte tutte queste chiacchiere intorno alla realizzazione del disco che cosa possiamo dire della musica?

Be’ Baba Yaga colpisce al cuore, fin dalla prima canzone, Virginia Slims, che alle chitarre riverberate accompagna liriche evocative e narrative secondo la tradizione del migliore songwriting americano. E di una ricerca sulla tradizione, in fondo, si tratta: tutto il disco è pervaso dagli echi di band e numi tutelari della canzone americana quali The Band, Neil Young, Bruce Springsteen, Dylan (periodo elettrico) e Eagles. La miscela è perfetta e si passa dalla carica di Serial Bowls agli spazi vasti e solitari di American Cowboy e Felix Helix, per approdare alla splendida (stunning in inglese forse rende di più) Dig, anima del disco, pesantemente influenzata da quell’approccio live di cui sopra, che inizia in un modo e si sviluppa poi in due, tre, quattro diversi senza mai dare punti di riferimenti all’ascoltatore che, magicamente, si ritrova proiettato in un universo sonoro altro. Ma non è finita qui: Keith & Donna è una ballad elettrica che si perde nel refrain corale e nelle evoluzioni chitarristiche della coda; Death Awaits cresce come il mare durante le maree, che piano piano, con leggerezza, inesorabilmente, copre tutto, in un crescendo incalzante; Heavy Weights ha invece il passo scanzonato del country folk in cui le due voci, quella principale e quella dei controcanti, si intersecano perfettamente andando a ricreare un atmosfera solare, easy like Sunday morning; e poi, a chiudere, c’è la bellissima e straziante St. Summercamp, una ballad tenera e nostalgica come i ricordi, che esplode (si fa per dire, è una questione prettamente emozionale) con la magnifica coda finale strumentale, il cappello perfetto a un disco, fatemelo dire, eccezionale.
Qualcuno potrebbe storcere il naso per tutti questi superlativi e lodi sperticate, qualcuno potrebbe dire dove le novità, quali le innovazioni dei Futurebirds? Di queste cose poco me ne importa quando la classe compositiva, di songwritng e musicale, è così ostentatamente palese . Ce ne fossero di dischi così: classici eppure capaci di colpire al cuore così profondamente. Prendete e diffondetene tutti. Non mi resta che dire viva i Futurebirds, viva Baba Yaga.

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

Hookworms-Pearl-Mystic

Venerdì

Hookworms – Away/Towards

Gli Hookworms vengono da Leeds e fanno un rock psichedelico denso e saturo senza disdegnare melodie vocali à la Velvet Underground o Rolling Stones. Il loro primo disco, Pearl Mystic, è uscito a marzo, anche se da queste parti non sembra aver avuto molte attenzioni. Voi però fatevi un favore: recuperate tutto ciò che c’è di loro in giro, ne ve ne pentirete.

http://parasiticnematode.blogspot.it/

 

Sabato

Savages – Shut Up

Le londinesi Savages saranno la nuova next big thing? Non sappiamo dirlo con certezza, anche se l’hype intorno all’imminente disco di debutto è così alto da rasentare  livelli di rischio. Il loro post-punk è abbastanza classico ma ciò che non si può negare è che sappiano  toccare determinate corde spingendo sull’acceleratore senza quasi neanche guardare la strada. Musica materica.

http://silenceyourself.savagesband.com/ 

Domenica

C+C=Maxigross – Holynaut
http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/track=2925065873/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

Il mese scorso è uscito il secondo disco dei C+C=Maxigross, Ruvain, per i tipi di Vaggimal e questa non può essere che una bella notizia. Il loro multiforme folk psichedelico esplora: la musica americana, la musica brasiliana, la musica italiana lasciando di sasso l’ascoltatore. Un po’ disordinato allora? Fa niente perché poi ci sono canzoni come questa che ti fanno dire va là, sono proprio bravi, questi.

https://www.facebook.com/cpiucugualmaxigross

Buon weekend a tutti.

L'estate che verrà – Sports dei Love The Unicorn

ltu

Dei Love The Unicorn ne avevo parlato già qui, nella ormai consueta rubrica del venerdì, 3 Canzoni per il Weekend.  Toulouse mi aveva colpito per il suo essere al contempo fresca e dreamy, estiva e malinconica, uno dei mix che maggiormente preferisco in una canzone pop. Poi, qualche giorno fa, è uscito l’Ep di questi cinque baldi giovani romani, Sports, per i tipi di WWNBB, andando a confermare  le impressioni suscitate dal singolo apripista.
Sports ha un suono compatto, coerente, ben strutturato ma allo stesso tempo facile e abbordabile, sei canzoni che ti entrano in testa al primo ascolto. C’è un po’ di tutto dentro questo Ep, come se le chitarre dei Phoenix, i tempi degli Strokes e le atmosfere rarefatte dei Real Estate  fossero state inserite  insieme in lavatrice  e centrifugate.
Il mare è presente fin dalla prima traccia (se non dalla copertina), Young, con i gabbiani a introdurre la risacca sonora dell’intro. Poi le chitarre e  i ricordi cantati disegnano il quadro di riferimento: le estati passate, quelle presenti, le occasioni perse, quelle sfruttate, la giovinezza, che se ne va e non torna più se non in rigurgiti isolati e sparuti. Queste le suggestioni, queste le atmosfere (personalissime, sia ben chiaro) che si spandono come cerchi nell’acqua per tutte le sei tracce dell’Ep, dall’incalzante Ghost & Believers  a Girlfriend, dall’allegria di Never/Ending Summer alla malinconia di On The Road, con il mare – sempre lui – che torna a chiudere il disco, a coprire e a cancellare ogni cosa, una giornata che finisce o un’altra estate che se ne va. Consoliamoci però, siamo ancora a Marzo.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=3449200660/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

Natura e solitudini – il doppio ritorno di Mount Eerie

Anacortes è una cittadina di 20.000 anime situata ai confini dello stato di Washington, aggrappata a montagne e oceano, dove Phil Elverum, mente dietro Microphones e Mount Eerie, ha deciso di vivere per un po’, costruendosi il proprio studio all’interno di una chiesa sconsacrata. Ed è quel posto, Anacortes, che il cantautore americano ha deciso di raccontare nei due dischi targati Mount Eerie usciti quest’anno: Clear Moon (P.W. Elverum & Sun, 2012), che ha visto la luce questa estate, e il più recente Ocean Roar (P.W.Elverum & Sun, 2012), stampato e distribuito a settembre. Mi ci è voluto un po’ di tempo perché questi album entrassero, si sedimentassero e chiedessero, anch’essi, di essere raccontati. Il tempo giusto perché musica e parole attraversassero strati di vita per diventare concreti.
Scritti entrambi durante una lunga pausa dai tour, con l’intenzione di raccontare un luogo e i suoi stati d’animo,  Clear Moon e Ocean Roar sono due facce della stessa medaglia. Se il primo è più placido, dai suoni più soffici e acustici, il secondo colpisce per la vibrante potenza, per il respiro epico e naturistico delle composizioni, meno adattabili a rientrare nello schema classico della canzone pop. Ma procediamo con ordine, parliamo di Clear Moon.

La copertina del disco è già di per sé emblematica: le montagne si stagliano all’orizzonte e una foschia ammanta tutto il paesaggio, eppure la luna, lassù, è forte, luminosa, fa valere la propria presenza. La prima canzone, Through the trees pt 2, introdotta da una accordo di chitarra pizzicato, riflette alla perfezione l’immagine di copertina: le atmosfere soffuse, il cantato sussurrato, le liriche evocative (“Misunderstood and disillusioned, /I go on describing this place and the way it feels to live and die/The “natural world” and whatever else it’s called/I drive in and out of town, seeing no edge, breathing sky/And it’s hard to describe without seeming absurd/I know there’s no other world:/Mountains and websites”), tutto porta l’ascoltatore a immergersi in un luogo non solo fisico, ma anche psichico. La doppietta successiva, The Place Lives e The Place I Live, suggerisce un contrasto tra l’umano e la natura, tra il pensiero cosciente e la vita naturale, in una continua inversione di ruoli (“Watching the light change, I see the place lives/I’ve stayed here long enough” e “But I see nothing/Rocks, and water, and wood/Not speaking to me”).  (Something), il primo intermezzo strumentale, introduce un trittico che si distanzia musicalmente dai pezzi precedenti, una pausa, una cesura all’interno del disco: ci sono le dissonanze di Lone Bell, i droni di House Shape, le chitarre distorte di Over Dark Water, a ricordare quelle influenze black metal ben presenti nel lavoro precedente, Wind’s Poem . Il secondo intermezzo strumentale riporta invece i toni su una certa quiete, riaccordandoli a quelli di inizio disco: c’è il misticismo di Clear Moon, seguito dalla notturna e ovattata Yawning Sky, per poi finire con (syntethizer) che, come la nebbia, ammanta cose e colori in un caos onirico e indistinto.

Su Ocean Roar di certo non si può dire che inizi dove Clear Moon si interrompe. La forza evocativa e prorompente di Pale Lights ci porta immediatamente su altri territori: quelli del mare grosso dell’inverno, delle onde in tempesta che, smosse dal vento, si accavallano impetuose e imperterrite. Dura nove minuti la canzone e in questi nove minuti Elverum ci dispiega sotto gli occhi tutte le sfumature che la sua musica è capace di ricreare: dalla potenza elettrica, fino alla lirica sospesa degli organi. Una intro, per quanto lunga, che ti sbatte in faccia la forza della natura, della sua vita, rispetto all’atomo insignificante rappresentato  dalla singola esistenza umana. Una composizione grandiosa e magniloquente, fatta con i canoni lo fi marchio di fabbrica di Mount Eerie. E, come a voler fare da contraltare al barocchismo della prima traccia, ecco arrivare la title track, Ocean Roar, gioiello pop, una delle più belle canzoni dell’ultimo anno, capace di amalgamare romanticismo lirico (romanticismo alla Dylan Thomas, che non ha nulla a che fare con le smancerie: “Sitting in the car after the music stopped abrupt/ We arrived in the dark, lost and disoriented” oppure “Out past waves rolling /Broad deep sky”) a sonorità morbide e avvolgenti, in cui alla voce di Elverum se ne intreccia una femminile, in controcanto, e, sullo sfondo, lontano, proprio come lo sono i ricordi della giovinezza, un coro di bambini che giocano. La componente emozionale di imberbi ricordi in riva al mare gioca ancora la sua parte nella brevissima Ancient Times mentre la successiva Instrumental monta la carica esplosiva di Waves, dove le onde che si infrangono violente sulla battigia le puoi quasi respirare oltre che vedere: le liriche si fanno più essenziali e rarefatte, delle pennellate, giusto per suggerire qualche timido dettaglio, ma è il suono a comandare, a portare l’ascoltatore dove l’uomo non può nulla ed è solo natura. La stessa potenza la ritroviamo nella traccia successiva, Engel Der Luft cover dei Popol Vuh, rumorosa ed elettrica, spoglia delle suggestioni new age o ambient dell’originale (presente nella colonna sonora di Fitzcarraldo di Herzog). Una passeggiata notturna solitaria è invece oggetto di I Walked Home Beholding, ballad d’atmosfera che esplicita in maniera chiara i temi dei due dischi: la solitudine, l’insensatezza del vivere e il distacco che ne viene da questa consapevolezza (“A moment of clear air breathing, seeing the expanse/Totally at peace with the meaningless of living”).

Clear Moon e Ocean Roar parlano entrambi, anche se in maniera diversa, di immense solitudini, di contemplazioni interiori, di lunghi sguardi e passaggi sul mondo naturale. Sono due dischi diretti, senza fronzoli, che colpiscono come un pugno nello stomaco e ti lasciano bocconi. Due opere intense, da ascoltare una dietro l’altro, farsene avvolgere, introiettarle, per poi tornare, ancora una volta, nel mondo, lasciandosi indietro ogni altro pensiero.

Deep in the Woods

I Woods sanno come iniziare un album. Da Song Of Shame (Woodsist, 2009), passando per At Echo Lake (Woodsist 2010) e Sun And Shade (Woodsist, 2011), fino all’ultimo, fresco di stampa, Bend Beyond (Woodsist, 2012), la band di Brooklyn è sempre riuscita, col primo pezzo, a farmi saltare giù dalla sedia. Ma se nei primi album si trattava di ballate lo-fi psichedeliche dal sapore allegro, questa Bend Beyond, oltre al fatto di essere elettrica, si distingue per una tinta cupa, malinconica. Le suggestioni west coast sono le stesse di sempre, come anche l’approccio psichedelico – la lunga escursione chitarristica rispetto alla parte cantata ne è la dimostrazione – ma qualcosa è cambiato nell’atteggiamento e nei testi.  Intanto il pezzo assomiglia più a un miraggio desertico, a un colpo di sole, alla descrizione di un’allucinazione piuttosto che alle ballad spensierate a cui eravamo abituati  (Blood Dries Darker o To Clean fino ad arrivare alla solare Pushing Onlys). E c’è anche il testo ad accompagnare questa sensazione: l’attacco è affidato a una negazione – I won’t take a part of it –  e il cantato in falsetto di Jeremy Earl è meno leggero del solito. Per non parlare poi dei suoni, chiari, nitidi, distinti come non mai con i Woods: c’è una produzione, e anche importante, c’è uno studio sull’arrangiamento più meditato. Insomma c’è un cambio di rotta, leggero se lo si guarda dalla superficie, ma inequivocabile, e si propaga per tutto il disco.

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F61213076 Woods – Bend Beyond by ciaciod

La forma canzone è tenuta in maggior conto, e lo si vede dalla durata dei pezzi: solo Bend Beyond supera i quattro minuti, i restanti brani si tengono intorno ai due minuti, e gli squarci psichedelici sono affidati ad intermezzi come Cascade o a canzoni ristrette come Find Them Empty o la californiana Size Meets The Sound. Il resto sono ballad agrodolci le cui liriche oscure sembrano venire da qualcosa di sofferto e doloroso. In  Is It Honest, per esempio, le parole fanno da contraltare alla melodia, insolitamente radiosa: you’d dream we’d move closer to sunset  / but it’s so fucking hard; in Lily – splendido puzzle che di secondo in secondo si arricchisce di un  nuovo strumento in un crescendo che termina però brusco e improvviso, come fosse michelangiolescamente incompleto – c’è il racconto della nostalgia: what a wonderful waste /oh those were the days; stessi temi in Back To The Stone – ideale seguito della dolce e bellissima It Ain’t Easy, solo a bpm aumentati (la pioggia cantata nel pezzo la puoi quasi sentire addosso): walking down streets back to the stone /covering eyes /wandering off to see how we used to; ma è con Impossible Skys che il disincanto raggiunge la sua forma più completa e concreta: it’s not our time, it’s horrible I’m awake / it’s not our turn, looking up i can see the most impossible skies awake / it’s not our time, it’s horrible I’m awake.
Una menzione la meritano anche Cali In A Cup, malinconica canzone invernale, da tazza fumante e primo singolo dell’album, e la cupa Something Surreal i cui accordi chiudono un disco che è più di un piccolo gioiello. I puristi e i fan della prima ora storceranno un po’ il naso, diranno che la band si è normalizzata, passando a strutture e forme più canoniche e meditate. Però, per come la vedo io, questa è la svolta che stavo aspettando dai Woods: una maggiore  attenzione alla canzone in sé, spogliata di tutti i fronzoli da jam, insomma un dedizione al songwriting in generale perché se c’è un talento cristallino nei Woods è proprio questo, quello di scrivere delle bellissime canzoni.

Contatti ravvicinati del terzo tipo – la storia e la musica di Jim Sullivan

La storia di Jim Sullivan, cantautore originario del Nebraska, vale la pena di essere raccontata a prescindere delle valenze artistiche della sua opera, che pure ci sono, e sono molte;  la storia di Jim Sullivan va raccontata anche perché è una bella storia, piena di avventura e mistero, iniziata come un sogno e terminata nel deserto del New Mexico con un punto interrogativo. La macchina aperta, la chitarra abbandonata nel motel insieme agli effetti personali. E lui? Dove si era cacciato Jim? Dove era finito? Niente, nessuna traccia. Di lui non si è saputo più nulla.

Jim era un ragazzone alto e robusto, settimo figlio di un fattore del Nebraska trasferitosi a San Diego a causa del Dust Bowl, un insieme di tempeste di sabbia che in quegli anni spazzavano gli Stati Uniti centrali, rendendo la vita difficile ad agricoltori e allevatori. Jim, grazie alla sua prestanza fisica, durante l’high school, si mise subito in mostra come quarterback,  attirandosi le attenzioni di Barbara, la reginetta del ballo, che poco dopo sposò e da cui ebbe un figlio, Chris.
Fin qui tutto normale, Jim si arrabattava con qualche lavoretto, suonicchiava, così, in giro, mentre Barbara aveva un buon impiego presso il giornale locale. Ma tutto questo al nostro eroe stava stretto, la sua passione era la musica e prima di diventare troppo vecchio aveva deciso di provarci seriamente. Insieme alla moglie e al figlio si trasferì a Los Angeles, per provare a inseguire il suo personalissimo sogno americano.
Nel 1969 ecco che U.F.O., disco d’esordio, esce per i tipi della Century City. I pezzi ruotano tutti intorno a un folk psichedelico carico di misticismo, un album al contempo delicato e caldo. Ma ci torneremo dopo, ora continuiamo con la storia.

Sembrava andare tutto per il verso giusto  insomma.  Jim suonava in giro, il suo talento e le sue canzoni iniziavano a circolare ma la scarsa capacità del nostro di autopromuoversi o di seguire i canonici percorsi dello show biz lo portarono poco lontano: il successo che sperava di raggiungere e che credeva di meritare, spinto anche da chi gli voleva bene, non arrivò mai. Ecco che allora comparve la bottiglia.
Barbara e Chris, insieme alla nuova figlioletta Jamie ritornarono a San Diego. Jim raccattò i pochi spiccioli rimasti e decise di intraprendere un lungo viaggio verso Nashville: Los Angeles non aveva funzionato, era tempo di provare una nuova città.
Ma durante la traversata qualcosa andò storto. Intorno a metà Marzo del 1975 la polizia chiamò il fratello di Jim e gli comunicò di aver trovato la sua macchina abbandonata nel deserto, vicino Santa Rosa, nel New Mexico. Di lui nessuna traccia. Che l’avessero rapito quegli U.F.O a cui aveva intitolato il suo primo disco?

Le cose per un certo verso potrebbero stare proprio così, anzi sarebbe stato bello fossero andate così. Barbara ricordava la fascinazione che Jim subiva nei confronti dell’ignoto e con chiarezza raccontava di come alcune notti scendessero in spiaggia con l’unico intento di stare a guardare, per ore, le stelle. Sarebbe stato bello, rapito dagli alieni.
Ma la dura realtà spingeva verso un’altra direzione: il fatto che avesse abbandonato la sua amata chitarra nella camera di motel nella quale alloggiava non faceva sperare in nulla di buono. E quello che probabilmente successe, stando alla confessione dello sceriffo della zona che in seguito a questa dovette rassegnare le proprie dimissioni, fu quanto segue.

Jim quella sera aveva comprato al liquor store una bottiglia di vodka e, salito sulla macchina, si era allontanato nel deserto, finendo nella proprietà privata della famiglia Genetti, imparentata, a quanto si dice, con la mafia di Chicago. Questi accortesi dell’intruso si precipitarono a “chiarire” la situazione e probabilmente Jim era troppo sbronzo per rispondere tranquillamente o rendersi conto in che pasticci si fosse cacciato. Fatto sta che il suo corpo non è stato mai più trovato e i Genetti, un mese dopo l’accaduto, chiusero baracca e burattini per trasferirsi alle Hawaii.

Nel 2010 la meravigliosa etichetta Light In The Attic, attraverso un certosino lavoro di recupero dovuto all’introvabilità del master, ristampa U.F.O e dona al mondo questo piccolo gioiello di cui si erano perse le tracce. Il disco, come già accennato, è fatto di 10 ottime canzoni folk, tutte scritte con la chitarra acustica, in cui la voce calda e pastosa di Jim Sullivan viene ben messa in evidenza dagli arrangiamenti della produzione.  Le atmosfere si alternano tra l’euforia di alcuni pezzi e l’intimità di altri, ma tutte sono ugualmente pervase da un certo misticismo, o senso di mistero, proprio come l’artwork sta a sottolineare (sul retro un uomo avvolto in un mantello – Jim – attraversa a piedi il deserto: profezia?). Canzoni come Jerome, Whistel Stop, U.F.O (coverizzata recentemente dagli Okkervil River) e So Natural difficilmente potranno restare indifferenti per la bellezza delle melodie e il trasporto emotivo che sono capaci di suscitare.
Jim pensava di non esserci riuscito, che aveva fatto troppo poco perché il suo nome venisse ricordato, e invece no, per fortuna non è così. Per fortuna, quella notte di marzo, oltre a macchina, chitarra e qualche effetto personale, Jim si era lasciato alle spalle anche un disco, U.F.O., che da queste parti ascolteremo ancora per lungo tempo.

http://grooveshark.com/widget.swf