3 cose su: Inside Llewyn Davis

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)” di  Joel e Ethan Coen.

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  1. Filologia del folk. Una delle costanti dei film dei fratelli Coen sono le meravigliose colonne sonore che pescano dal meglio della tradizione popolare americana, in particolar modo dalla musica folk, con brani che riescono ad utilizzare in modo creativo e memorabile; particolarmente celebri (e significative per chi scrive) sono The man in me (2) di Bob Dylan ne Il grande Lebowski e The man of constant sorrow da Fratello dove sei? Questa volta i Coen si sono spinti oltre su questo sentiero: il personaggio di Llewyn Davis è un musicista folk attivo al Greenwich Village, New York, negli anni ’60, ispirato al leggendario Dave Van Ronk (aka “the mayor of MacDougal Street“), la cui autobiografia è stata pubblicata postuma nel 2005. Attraverso la storia e le sfortunate vicende di Llewyn Davis (interpretato magistralmente da Oscar Isaac) e dei vari musicisti e addetti ai lavori dell’ambiente con cui Davis entra in contatto, i Coen ci fanno ascoltare una manciata di pezzi favolosi e ci fanno intravedere le diverse anime del folk, genere che negli ani ’60 era un fenomeno in prepotente ascesa. I rimandi a pesonaggi e situazioni realmente esistiti sono tanti, oltre al protagonista ispirato a Dave Van Ronk: Justin TimberlakeCarey Mulligan interpretano i personaggi di Jim e Jane che ricordano esplicitamente due terzi di Peter, Paul e Mary, c’è F. Murray Abraham che veste i panni del produttore Grossman e, tra i tanti musicisti, alla fine si intravede anche un giovane Bob Dylan.
  2. Equilibrio. Sono un grande fan del cinema di Joel e Ethan Coen e non sono certo il solo, anzi direi che il consenso nei confronti dei loro film mi sembra pressoché unanime, quantomeno tra quelli della mia generazione: i fratelli Coen sono fra i pochi autori che ancora riescono mirabilmente a coniugare complessità e profondità con il successo di pubblico. Detto questo devo anche dire che, per quanto li apprezzi, spesso i loro film non riescono ad entusiasmarmi: a volta sembra che superino il confine che li porta a diventare troppo complicati, oscuri e poco spontanei, un cinema troppo celebrale e con poca anima; quando invece si spingono su un terreno meno impegnativo con film come Ladykillers o Il Grinta, mi sembrano semplicemente fuori dal proprio elemento. In Inside Llewyn Davis mi sembra siano riusciti a trovare quell’equilibrio che nella loro filmografia, a parer mio, avevano visto in film come Barton Fink o, concedetemelo, Il grande Lebowski: quell’equilibrio tra leggerezza e profondità, originalità e tradizione, ragione e sentimento tipico di un pezzo folk suonato da un grande cantastorie come Dave Van Ronk.

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  1. Llewyn Davis abides. Una delle sottotracce di Inside Llewyn Davis è il rapporto tra talento e successo, un rapporto purtroppo molto meno consequenziale di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Il Llewyn Davis protagonista del film è un autore e cantante dal talento strabordante (e ancora complimenti a Oscar Isaac sia per l’interpretazione del personaggio che per quella dei brani) ma la sua carriera è disastrosa e non solo per le  amare vicissitudini personali (come il fatto che il suo partner musicale si sia da poco tolto la vita): Llewyn non scende a compromessi con la propria musica e non è disposto a farlo e così, mentre vede altri molto meno dotati di lui farsi strada nell’ambiente musicale, continua a non avere fissa dimora e a passare le notti sul divano di chi di volta in volta è disposto ad ospitarlo, a incassare rifiuti e delusioni, a soppesare la possibilità di rimbarcarsi come marinaio su navi mercantili per sfuggire ai suoi fallimenti. Se volesse svoltare dovrebbe essere un po’ diverso da sé stesso, un po’ meno sincero, svendersi; e se questo era vero negli anni ’60, è tristemente molto più vero oggi. Noi siamo con te Llewyn Davis, keep doing your thing.

InsideLlewynDavis-posterA proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – USA, Francia 2013
di Joel Coen, Ethan Coen
Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett
Lucky Red – 105 min.

A year in music. Il nostro 2013 in 20 dischi

20. Oneohtix Point Never – R Plus Seven/The Field – Cupid’s Head. L’elettronica che quest’anno ho consumato è targata Oneohtrix e The Field: d’atmosfera il primo, di groove il secondo.

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19. Gambles – Trust. I buoni cari vecchi dischi voce e chitarra hanno ancora molto da dire e Gambles, con la sua aria dylaniana, lo dimostra alla perfezione.

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18. Mazes – Ores & Minerals/Mazes – Better Ghosts. Due dischi per la band inglese, due ottimi dischi: trame di chitarre e melodia, ossessioni e aperture. Bella scoperta, da coltivare.

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17. Sonny & The Sunset – Antenna To The Afterworld. Anno prolifico per il buon Sonny, autore oltre che di questo discone, anche di una compila niente male che potete trovare qui. Il re Mida (artistico) della west coast.

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16. Wolther Goes Stranger – Love Can’t Talk. Italiano e inglese, rock ed elettronica, voce maschile e voce femminile: un disco di contrasti da godere fino all’ultimo minuto. Chapeau.

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Continua

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

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Venerdì

 

Okkervil River – It Was My Season

Quando ho letto che gli Okkervil River, in maniera del tutto inaspettata, sarebbero usciti con un nuovo album, The Silver Gymnasium, il 3 di settembre, ho fatto un salto dalla sedia. Poi, quando ho visto che addirittura in giro c’era un singolo nuovo, It Was My Season, di salti ne ho fatti tre. Ma ce ne vorrebbero molti, molti di più perché se schiacci play su questo pezzo dal sapore retro e soul, dall’architettura multiforme e dall’andamento variabile, be’ allora  sta’ sicuro che non lo abbandonerai tanto facilmente. Io ti ho avvisato, poi fai tu.

http://okkervilriver.com/

 

Sabato

 

M+A – When

L’estate è arrivata e con loro ritornano gli M+A, duo electro italiano di base a Londra. Non sentite già il fresco che arriva a sconfiggere l’afa? Non sentite l’umidità del mare? Allora fate girare When sul vostro lettore, senza aspettare oltre. Il disco completo poi – These Days – sarà possibile ascoltarlo dal 30 settembre in poi. Nel frattempo be summer.

http://www.ma-official.com/

 

Domenica

 

MiceCars – Volunteer

C’erano una volta i MiceCars, band indie rock romana che nel 2007 aveva dato alle stampe uno splendido disco intitolato I’m The Creature (se non l’avete, recuperatelo in free download qui perché è davvero enorme). C’erano una volta e ci sono ancora perché i nostri son tornati con un pezzo tutto nuovo, Volunteers, anticipazione dell’album Asimo/I – che fa presagire ci sarà anche un Asimo /II – concept album sul robot androide progettato e sviluppato dalla honda. Bentornati ragazzi, questa è davvero una bella notizia.

https://www.facebook.com/MiceCars

Buon weekend a tutti.

 

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

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Venerdì

Jonathan Rado – Faces

La notizia è che Jonathan Rado, uno dei due Foxygen (per intenderci: il polistrumentista, non il cantante), a settembre uscirà con un disco solista per i tipi di Woodsist,  Law And Order. In attesa di poter ascoltare tutto l’album, godiamoci questa ballad apripista.

http://jonathanrado.tumblr.com/

Sabato

Fine Before You Came – Discutibile

Ci avevano detto che si sarebbero fermati, che di loro per un po’ non avremmo sentito parlare, che la vita li avrebbe allontanati momentaneamente dalla musica. Balle. Ci hanno presi in giro. Perché i Fine Before You Came, come al loro solito, sono tornati a trovarci senza neanche avvisare, chiedere permesso, scusa, posso? No, si son presentati e basta. E noi, a braccia aperte, li abbiamo accolti ancora. Signore e signori, eccovi dunque Come fare a non tornare, disco da cui questa Discutibile  è tratta (e che potete scaricare gratuitamente, l’album tutto, cliccando sul link qui sotto). Buon ascolto.

http://finebeforeyoucame.wordpress.com/

Domenica

Still Corners – The Trip

E’ uscito da poco il nuovo disco degli Still Corners (Strange Pleasures  – Subpop, 2013), duo electro/dream londinese che già aveva fatto parlare di sé con il precedente lavoro, Creatures Of An Hour. Ora eccoceli rispuntare decisi a riconquistarci, e se le canzoni del disco sono come questa The Trip, be’ non possono che riuscirci.

http://stillcorners.tumblr.com/

Buon weekend a tutti.

Baba Yaga – la sorprendente alchimia sonora dei Futurebirds

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Voglio raccontarvi una storia, la storia di un disco. Probabilmente Baba Yaga dei Futurebirds passerà quasi inosservato da queste parti, oppure forse no, forse verrà incensato su tutte le riviste di settore, forse diverrà addirittura oggetto da classifica, ma molto più probabilmente no, e a me questa cosa proprio non va giù, per nulla, perché Baba Yaga si è presentato alle mie orecchie, fin da subito,  come una delle opere più belle di questo 2013.

I Futurebirds sono un gruppo folk/rock che ha base ad Athens, in Georgia, USA, composto da sei elementi e che ha pubblicato due dischi, Hampton’s Lullaby, uscito nel 2010, e questo Baba Yaga (Fat Possum, 2013), dato alle stampe proprio qualche settimana fa. Sembra una storia lineare, come quella di qualunque gruppo, a leggerla così, solo che la genesi di questo secondo lavoro è stata lunga e sofferente. Ci sono voluti più di 45 giorni in studio spalmati su sette mesi per chiudere il disco e questo perché, durante le registrazioni, la band ha continuato a suonare in giro incessantemente per finanziarsi, visto che nessuna etichetta si era ancora fatta avanti. E questo andare in giro, questo suonare di spalla per gente come Drive-by-Truckers e Band Of Horses, ha avuto un duplice effetto positivo: 1) i nostri hanno trovato una casa discografica accasandosi presso la Fat Possum; 2) l’approccio live della band si è ben radicato in ognuna delle 13 canzoni che compongono l’album, rendendolo un’opera diretta e spaziosa proprio come quella di un concerto ( e lo sta a dimostrare la lunghezza dei pezzi, che in più di un episodio superano i sei minuti). Il titolo del disco è stato scelto per questo, perché questa seconda opera agli occhi di chi l’ha scritta sembrava proprio come una creatura mitologica nascosta nei boschi, quella Baba Yaga presa a prestito dal folklore slavo (e che nulla, davvero nulla, ha a che fare con le sonorità dei Futurebirds). Ma a parte tutte queste chiacchiere intorno alla realizzazione del disco che cosa possiamo dire della musica?

Be’ Baba Yaga colpisce al cuore, fin dalla prima canzone, Virginia Slims, che alle chitarre riverberate accompagna liriche evocative e narrative secondo la tradizione del migliore songwriting americano. E di una ricerca sulla tradizione, in fondo, si tratta: tutto il disco è pervaso dagli echi di band e numi tutelari della canzone americana quali The Band, Neil Young, Bruce Springsteen, Dylan (periodo elettrico) e Eagles. La miscela è perfetta e si passa dalla carica di Serial Bowls agli spazi vasti e solitari di American Cowboy e Felix Helix, per approdare alla splendida (stunning in inglese forse rende di più) Dig, anima del disco, pesantemente influenzata da quell’approccio live di cui sopra, che inizia in un modo e si sviluppa poi in due, tre, quattro diversi senza mai dare punti di riferimenti all’ascoltatore che, magicamente, si ritrova proiettato in un universo sonoro altro. Ma non è finita qui: Keith & Donna è una ballad elettrica che si perde nel refrain corale e nelle evoluzioni chitarristiche della coda; Death Awaits cresce come il mare durante le maree, che piano piano, con leggerezza, inesorabilmente, copre tutto, in un crescendo incalzante; Heavy Weights ha invece il passo scanzonato del country folk in cui le due voci, quella principale e quella dei controcanti, si intersecano perfettamente andando a ricreare un atmosfera solare, easy like Sunday morning; e poi, a chiudere, c’è la bellissima e straziante St. Summercamp, una ballad tenera e nostalgica come i ricordi, che esplode (si fa per dire, è una questione prettamente emozionale) con la magnifica coda finale strumentale, il cappello perfetto a un disco, fatemelo dire, eccezionale.
Qualcuno potrebbe storcere il naso per tutti questi superlativi e lodi sperticate, qualcuno potrebbe dire dove le novità, quali le innovazioni dei Futurebirds? Di queste cose poco me ne importa quando la classe compositiva, di songwritng e musicale, è così ostentatamente palese . Ce ne fossero di dischi così: classici eppure capaci di colpire al cuore così profondamente. Prendete e diffondetene tutti. Non mi resta che dire viva i Futurebirds, viva Baba Yaga.

3 canzoni per il weekend

Una canzone per ogni giorno del weekend, venerdì, sabato e domenica, per racchiudere in pochi minuti lo spirito della giornata e per riassumere in breve la settimana o il mese musicale

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Venerdì

Hookworms – Away/Towards

Gli Hookworms vengono da Leeds e fanno un rock psichedelico denso e saturo senza disdegnare melodie vocali à la Velvet Underground o Rolling Stones. Il loro primo disco, Pearl Mystic, è uscito a marzo, anche se da queste parti non sembra aver avuto molte attenzioni. Voi però fatevi un favore: recuperate tutto ciò che c’è di loro in giro, ne ve ne pentirete.

http://parasiticnematode.blogspot.it/

 

Sabato

Savages – Shut Up

Le londinesi Savages saranno la nuova next big thing? Non sappiamo dirlo con certezza, anche se l’hype intorno all’imminente disco di debutto è così alto da rasentare  livelli di rischio. Il loro post-punk è abbastanza classico ma ciò che non si può negare è che sappiano  toccare determinate corde spingendo sull’acceleratore senza quasi neanche guardare la strada. Musica materica.

http://silenceyourself.savagesband.com/ 

Domenica

C+C=Maxigross – Holynaut
http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/track=2925065873/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

Il mese scorso è uscito il secondo disco dei C+C=Maxigross, Ruvain, per i tipi di Vaggimal e questa non può essere che una bella notizia. Il loro multiforme folk psichedelico esplora: la musica americana, la musica brasiliana, la musica italiana lasciando di sasso l’ascoltatore. Un po’ disordinato allora? Fa niente perché poi ci sono canzoni come questa che ti fanno dire va là, sono proprio bravi, questi.

https://www.facebook.com/cpiucugualmaxigross

Buon weekend a tutti.

L'estate che verrà – Sports dei Love The Unicorn

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Dei Love The Unicorn ne avevo parlato già qui, nella ormai consueta rubrica del venerdì, 3 Canzoni per il Weekend.  Toulouse mi aveva colpito per il suo essere al contempo fresca e dreamy, estiva e malinconica, uno dei mix che maggiormente preferisco in una canzone pop. Poi, qualche giorno fa, è uscito l’Ep di questi cinque baldi giovani romani, Sports, per i tipi di WWNBB, andando a confermare  le impressioni suscitate dal singolo apripista.
Sports ha un suono compatto, coerente, ben strutturato ma allo stesso tempo facile e abbordabile, sei canzoni che ti entrano in testa al primo ascolto. C’è un po’ di tutto dentro questo Ep, come se le chitarre dei Phoenix, i tempi degli Strokes e le atmosfere rarefatte dei Real Estate  fossero state inserite  insieme in lavatrice  e centrifugate.
Il mare è presente fin dalla prima traccia (se non dalla copertina), Young, con i gabbiani a introdurre la risacca sonora dell’intro. Poi le chitarre e  i ricordi cantati disegnano il quadro di riferimento: le estati passate, quelle presenti, le occasioni perse, quelle sfruttate, la giovinezza, che se ne va e non torna più se non in rigurgiti isolati e sparuti. Queste le suggestioni, queste le atmosfere (personalissime, sia ben chiaro) che si spandono come cerchi nell’acqua per tutte le sei tracce dell’Ep, dall’incalzante Ghost & Believers  a Girlfriend, dall’allegria di Never/Ending Summer alla malinconia di On The Road, con il mare – sempre lui – che torna a chiudere il disco, a coprire e a cancellare ogni cosa, una giornata che finisce o un’altra estate che se ne va. Consoliamoci però, siamo ancora a Marzo.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=3449200660/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/