Ma voi gli spaghetti cozze e vongole, come li preparate?

No, non è tanto una questione di ricette, sebbene ci siano anch’esse alla fine di questi assaggi d’autore di cucina letteraria editi da Slow Food, quanto piuttosto di come si senta il sapore delle cose che si mangiano, quanto ci si sporchi le mani a prepararle, quanto quello sporco sia piacevole e bislacco, quanto ci sia di memoria e tempo in ogni ingrediente, in ogni gusto.

La questione è la storia che leghiamo (accade a tutti) a un piatto; e il tempo che si interpone tra il momento in cui assaggiamo il piatto che diventerà il Nostro si occupa del resto. Di renderlo squisito, panacea capace di cavarci d’impaccio, inimitabile, unico. E cucinare è un atto di generosità che travalica le mode e le tendenze. Per cucinare (per farlo bene) è necessario dedicarsi, mettersi a nudo: il cibo che prepariamo è assolutamente una delle nostre più genuine manifestazioni. È la parte più gustosa di noi, quella più nustriente che scegliamo di regalare, di condividere con gli altri.

Mi sto dilungando. Io adoro mangiare e cucinare mi rilassa e rinfranca, scrivere di cibo altrettanto. Perdonatemi. Per questa ragione cerco titoli, autori, che possano saziarmi in un senso e nell’altro; cerco libri capaci di nutrirmi e ritengo che le narrazioni che includono almeno una preparazione siano doppiamente accorte. Per questa stessa ragione rifuggo da ricettari blasonati e copertine urlate. Ma se negli scaffali incontro libri dalla copertina di quella ruvidezza elegante che toccarla è un piacere, senza quarta di copertina, senza strilli, piuttosto con un titolo chiaro, una citazione e una illustrazione semplice e diretta come quelle di Chiara Carrer sanno essere, allora mi innamoro. È una partita persa contro principi e propositi: cerco l’unione dei sensi; senza scampo. Del resto il prezzo di copertina lo consente con i suoi accomodanti 5,90 €.

Child Eating Soup  di Guillaumin, ArmandIl primo, azzurro carta da zucchero per confezionare Spaghetti cozze e vongole alla maniera di Nicola Lagioia; “il bello è solo il tremendo all’inizio. E tuttavia può risultare vero anche il contrario”. Così si apre questo racconto culinario di Nicola Lagioia; scavo nella mia memoria ma non mi pare di essermi mai imbattuta in un incipit più evocativo di questo. Da queste due righe in avanti la lettura è obbligata e coinvolgente. L’ho preso in mano in cucina, i miei piatti sono già sui fornelli e probabilmente dovrei seguirli con maggiore attenzione, la sedia è scomoda, non è esattamente quella che avrei scelto per leggere. La lettura non era prevista per quel momento, eppure devo leggere fino in fondo, non ho molta scelta, sono conquistata.

Sono conquistata dal ricorso al ricordo d’infanzia che si fa adulto, che ricorre e ritorna a condire e mitigare il presente. Il racconto è fedele all’impianto classico della storia che prende l’avvio da un’occasione per diventare altro, per evolversi in un’altra esperienza o un’altra occasione, per tendere la mano e salvarci. Il ricordo così com’è non basta; bisogna nutrirlo d’esperienza e l’esperienza la si fa anche in cucina. Gli spaghetti cozze e vongole mangiati da bambino nel 1981 a San Cataldo in provincia di Lecce sono “una promessa di lontananza a due passi dalla bocca”; già dal primo boccone saporito, profumato e fumante si affermano protagonisti incontrastati, archetipi. Però non ho trovato traccia di nostalgia, piuttosto la sana ricerca della perfezione cui è lecito mirare quando si è certi di averla, almeno in un’occasione, incontrata. Mi ero fatta un’idea di questo racconto che si è rivelata essere del tutto sbagliata ma non fuorviante; mi ero fatta l’idea, ingenua, che trattandosi di cibo questo racconto avrebbe avuto un gusto che invece era solo mio. Per fortuna di quell’idea è rimasto poco, certamente immutate e fresche sono invece la vitalità e l’eleganza, la profondità degli intenti e la delicatezza del risultato.

Titolo: Spaghetti cozze e vongole
Autore: Nicola Lagioia
Editore: Slow Food Editore
Dati: 2012, 48 pp., 5,90 €

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Pane, amore e fantasia

Fame di pane è un libro commovente, dalla prima riga all’ultima, è un libro curato in ogni dettaglio, è un libro denso di rimandi, aneddoti, arte, parole e significati, è un libro sul pane e, in qualche maniera, è come il pane: attorno ad esso ruota tutto, anche l’amore.

Perché è certamente amore la dedizione del fornaio, perché è amore quello che chiaramente trasuda dai ricordi degli anziani che il pane lo facevano con le  proprie mani; perché “io ti amo come il pane e il sale!” dice la piccola principessa nordica al proprio padre subendone la delusione e patendo il dolore dell’esilio fino a quando le sue parole non si riveleranno l’espressione più preziosa della cura e dell’affetto filiale.

Questo di Giusi Quarenghi e Alessandra Mastrangelo è un albo destinato ai piccoli lettori e rientra nella collana per mangiarti meglio di Slow Food Editore ma qui non si tratta di lupi famelici, né di cappuccetti rossi sperduti nei boschi. Per mangiarti meglio s’intende avere la coscienza, conoscere, di ciò che si mangia: perché non è per niente salutare buttar giù il primo boccone che passa e peraltro il cibo acquisisce un sapore assolutamente migliore quando si può parlare di esso, raccontarne le mirabolanti imprese, la storia, i viaggi. La lingua, la religione.

E il pane si presta benissimo a questo compito, direi che lo affronta con consapevole spavalderia, visti i risultati: la lettura di questo libro è infatti oltremodo piacevole e appassionante, c’è un’attenzione ai dettagli che ne rivela un’altra ben più preziosa: l’attenzione al lettore, che si palesa nel non cadere mai in banali sfilze di aneddoti accattivanti, o nel riproporre storie trite. Tra le pagine c’è il pane leggenda, c’è il pane storia; ci sono le storie di chi il pane lo fa per mestiere, ci sono quelle di chi lo faceva assieme ad altre donne per nutrire la propria famiglia. C’è la storia, ed è quella che ho riletto più volte, della lingua parlata dal pane, della radice comune indoeuropea pa- che vuol dire nutrire, della compagnia che nasce dal latino cum panis.

Le illustrazioni sono vivaci e suggeriscono il movimento e la vitalità di ciò che illustrano. Alla fine, i lettori più curiosi potranno anche cimentarsi nei diversi giochi proposti in appendice. Si tratta di leggere e assaporare perché di sapere, così come di pane, si ha sempre fame.

Da una finestra d’estate di una cucina nel mondo, tempo fa: Ho fame/Mangia il pane/Pane e cosa?/Pane e fame/Buonissimo!

Titolo: Fame di pane
Autore: Giusi Quarenghi, Alessandra Mastrangelo
Editore: Slow Food Editore
Dati: 2009, 72 pp., 14,00 €

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Senza letteratura, senza immaginario, restano solo gli avanzi

La premessa a questo saggio di storia e letteratura gastronomica, Il boccone immaginario, edito da Slow Food, è che sia necessario restituire alla cultura fondata sull’analisi scientifica il seme dell’immaginario. “La gastronomia – afferma Alberto Capatti, docente di Storia della cucina – è uno sguardo obliquo, interrogativo, sul piacere e sulla sua estinzione […]”.

Questo approccio ci interessa e incuriosisce perché ci domandiamo se l’autore sarà capace di mantenere in equilibrio la dimensione assolutamente personale e individuale del gusto, il suo lato irrazionale, con il metodo dello studioso che resta tale e, suo malgrado o per evidente scelta, deve rifarsi a quella storica di dimensione, quella che si barcamena e nasce tra i documenti e le fonti.

Ci meravigliamo e incominciamo a dubitarne nel momento in cui si chiama in causa Brillat-Savarin, brillante gastronomo, gastronomo intellettuale, che condisce la cucina di informazioni scientifiche, storia, riflessioni filosofiche. Ci rincuoriamo non appena cogliamo il senso critico di questa chiamata: lo “scientismo” di Savarin va messo in un angolo, come in una cucina ottocentesca potevano essere relegati in un angolo i rimasugli destinati a ingrassare i polli, e affermazioni celebri (“la gastronomia è la conoscenza ragionata di tutto ciò che si riferisce all’uomo in quanto egli si nutre”) lasciano il posto a considerazioni ben argomentate che rivendicano una dimensione imprevedibile del desiderio così come del gusto, e che creano un’affinità elettiva tra il cibo e colui che lo mangia.

Tra i tanti, piacevoli, capitoli quello che più mi ha intrigata è il nono, dedicato ai resti, agli avanzi. Il titolo a questa recensione ne è riprova, sebbene io abbia scoperto quanta personalità e quanta obliqua consistenza essi abbiano.

Leggo dettagli truculenti, da storcere il naso; il mio personale gusto mi induce ad arricciarlo, immaginando odori molli, dolci, stucchevoli di passata freschezza, di molteplici manipolazioni. Esiste una cucina dei lesinanti? Esiste, è esistita, una cucina basata sulla regola del risparmio, o dell’ingegno o dell’avarizia? Nel Cinque-Seicento i lesinanti si affollavano dinanzi ai banchi di coloro che recuperavano dalla spazzatura il cibo avanzato e buttato via, dedicando la notte a ricomporlo in porzioni dall’aspetto persino rassicurante oltre che nutriente, per poi venderlo a pochi soldi a poveri ma anche a impiegati e donne. Sono gli avanzi discesi dalle tavole dei ricchi a quelle dei poveri, pietanze ricostruite; è “il superfluo ridiventato necessario” un arlequin, come lo definisce Carlo Dossi. Mi sconforta il ricordo molto contemporaneo dei pensionati che frugano tra le cassette di frutta avanzata rimaste di fianco ai cassonetti dopo il mercato. Scopro, in fatto di avanzi, l’esistenza di un cibo che a Milano fra Otto e Novecento assomigliava all’arlequin: la repubblica “un disordinato cumulo di fette di salame, di lardo, di formaggio, le prime fette e i pezzetti di scarto” e mi chiedo quanti pasti ancora dovremo consumare a base di questa o simili repubbliche prima che esse tornino a essere il cibo onirico, il boccone immaginario che realmente ci nutre.

Titolo: Il boccone immaginario.
Saggi di storia e letteratura gastronomica

Autore: Alberto Capatti
Editore: Slow Food editore
Dati: 2010, 200 pp. 14,50 €

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Non l'ho letto ma mi piace – Ep. 13

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

“Ho scoperto Robin Hobb, secondo pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden (il primo è quello usato per la pubblicazione di celebri romanzi fantasy-contemporanei, Megan Lindholm), ritrovandomi tra le mani un volume dalla copertina un po’ pacchiana con colori sgargianti e toni zingareschi molto carichi. Mi sono detta, questa saga dei mercanti di Borgomago non s’ha da leggere. Poi l’ho letta, invece, convinta da cosa non so, e ho fatto molto bene, perché ho scoperto una delle più grandi autrici di fantasy epico-medievale e una delle storie (in mezzo al guazzabuglio di storie tutte uguali) più originali per ambientazione e tono. Il luogo è il mare, anzi, si può restringere lo spazio a una nave; una nave simbolo di un mondo a parte capace di muoversi in uno ostile come quello marino, sconfinato e caratterizzato da tempi molto dilatati, e al contempo capace di raggiungere la terra e ad essa essere radicata e radicarsi con tradizioni familiari, intrighi politici e magia secolare. Per questo, mentre aspettiamo i mercanti di Borgomago (che Fanucci sta per pubblicare) pensiamo che Il mago della foresta non potrà assolutamente essere da meno; del resto sul New York Times Book Review si dice che: con un linguaggio brillante e il tocco garbato delle fate, Robin Hobb è autrice di romanzi davvero epocali. [Barbara Ferraro]
Robin Hobb
Fanucci, 768 pp., 25,00 €

Schermo piatto non l’ho letto ma mi piace perché il titolo è molto simpatico, perché stimo Slow Food e le idee che promuove comunicando e studiando la cultura del cibo in tutti i suoi aspetti e soprattutto dandoci modo di educare il nostro gusto condendolo con la coscienza della salvaguardia dell’ambiente e della promozione di nuovi modelli alimentari rispettosi delle tradizioni e delle identità culturali. Schermo piatto è un libro in due tempi, leggo sul sito della casa editrice. Nel primo, un viaggio attraverso il cibo nel cinema, interpretato dalla personalità del viaggiatore-autore e fatto di inclusioni ed esclusioni, soste, esplorazioni, passaggi. Un invito ad arricchire questi percorsi con appunti personali. Nel secondo si passa al racconto, con undici storie che portano il cinema in cucina o il cibo dentro lo schermo, rivelando moltissime possibilità di sviluppare l’argomento e moltissime chiavi di lettura. [Maddalena Bonparola]

Antonio Attorrei
Slow Food editore, 14,50
Bruno Arpaia è uno dei personaggi più interessanti della cultura italiana contemporanea. Giornalista, letterato, traduttore, la sua penna è riuscita a ricreare con straordinaria vividezza momenti cruciali della nostra storia costringendoci – con intelligenza – alla riflessione.
Per questa ragione non potevamo farci sfuggire il suo nuovo romanzo, L’enegria del vuoto, nato dall’incontro di Arpaia con una nuova passione, la scienza, e, per la precisione, con la più filosofica delle scienze ovvero la fisica.
Riallacciandosi alla tradizione umanistica italiana che vede l’arte e la scienza indissolubilmente legate, Arpaia usa i teoremi della fisica per costruire l’intelaiatura di un’avincente spy story internazionale, e, allo stesso tempo, usa la sua abilità di narratore per dare voce e corpo a delle teorie scientifiche.
Questa è la storia: una scienziata del cern scompare in circostanze misteriose. Alla sua ricerca partono il marito e il figlio adolescente, intraprendendo un lungo viaggio in auto attraverso le campagne franco-spagnole. Le indagini e i colpi di scena si alternano ai momenti intimisti caratteristici delle road stories. Ma a tenere le fila di tutto sono sempre le teorie e i paradossi della fisica.
Il romanzo di Arpaia sarà avvincente, interessante e sorprendente come si annuncia? Non potremmo affermarlo: “nella scienza non si sa nulla finché non si sperimenta”. [Valeria Vitale]
Bruno Arpaia
L’energia del vuoto
Guanda 2011, pp 266

A due anni dalla pubblicazione esce in edizione economica Il lamento del bradipo, opera seconda di Sam Savage, autore del caso-editoriale Firmino, romanzo d’esordio datato 2006. Protagonista del romanzo è Andrew Whittaker, editore di una rivista letteria, marito, uomo, al centro del vortice di una profondissima crisi professionale, sentimentale e umana. Ma Whittaker non si dà per vinto ed energicamente prova a percorrere tutte le strade, a dar fondo a tutte le sue risorse per rimettersi in piedi. E poi comincerà a riprendere tutti i pezzetti e frammenti della sua vita che troverà e inizierà a rimetterli insieme. Stralci di un romanzo mai finito, risposte agli autori, comunicazioni della banca, lettere della moglie che lo ha lasciato, pagine di diario, liste della spesa: ripescati e archiviati nel disperato tentativo di dare un senso al caos da cui è sommerso. insomma, non sarà stato un caso editoriale ma questa edizione economica vale senza dubbio una bella lettura [Massimo Basile]

Sam Savage
Einaudi (Stilelibero), 238 pp., € 12