Noi, creature belle e piene d’amore

Coraggio. Una parola densa che non figura solo nel titolo ma riempie le pagine di questo piccolo manuale, intitolato, appunto, Donne che hanno coraggio. Il perché, non troppo misterioso, è presto detto: il gentil sesso dovrebbe imparare a farsi carico di una qualità che solo apparentemente non è ad esso connaturato. Al di là di tutte le retoriche di genere, è infatti innegabile che il coraggio viene attribuito da tempo immemorabile agli uomini. Cosa significa allora essere donne coraggiose? Guidare un caccia? Urlare in piazza? Non per l’autrice che, lungi dal fornire soluzioni preconfezionate, si limita a indicare una direzione a tutte le lettrici che si trovano ad affrontare situazioni difficili o che, semplicemente, desiderano diventare padrone della propria vita. Respingere la paura di non essere accettate, sradicare le nostre paure più radicate, soffermarsi nell’oasi del silenzio: sono solo alcune delle tante indicazioni snocciolate in circa trecento pagine che si leggono tutte d’un fiato.donne coraggio

Perché la donna, originariamente, è maestra di coraggio ed è ingiusto che anni di discriminazione e abitudini sbagliate deformino il concetto che ognuna ha di sé. Il saggio è diviso in dodici capitoli. Un numero non casuale perché, come spiega Patton Thoele nell’introduzione, la lettrice abbia la libertà di sceglierne uno al mese, procedendo per ordine o aprendolo a caso. In effetti questo libro va letto con molta attenzione, anche perché ciascun paragrafo termina con una breve serie di frasi ed esercizi da fare con la dovuta concentrazione. Ed ecco che se a gennaio possiamo affrontare il tema delle nostre paure ancestrali, a luglio si può dare libero sfogo al corpo, ma sempre guidate da un minimo di tecnica. A dire la verità, le prime venti pagine mi hanno lasciata perplessa: pensavo che si trattasse del classico manuale da self-help, confezionato per accontentare tutti i gusti e pieno di istruzioni mostrate come miracolose. Ma mi sono dovuta ricreder. Sarà che l’autrice segue un percorso in crescendo (si va dalla semplicità dei primi capitoli alla profondità degli ultimi), ma l’impressione è quella di entrare, mano a mano, dentro di sé. Non che Donne che hanno coraggio sia un capolavoro di psicologia ma lo si può tranquillamente considerare un libricino prezioso, che riesce a toccare molte corde. È probabile che le scettiche leggano i mantra di fine paragrafo storcendo un po’ il naso ma non è possibile non affezionarsi a queste pagine proprio per la loro immediatezza, che almeno rischiara le menti dei più intellettualizzati. Inoltre il libro è sincero e la presenza di chi scrive è tangibile. Patton Thoele parte infatti dalla sua esperienza di psicoterapeuta e non esita a raccontare qualcosa di sé, come la morte della madre che ricorre spesso tra le pagine, impregnandole di umanità vissuta. E comunque, se gli uomini vogliono accomodarsi, lo facciano pure. Tanto la sensibilità non ha sesso e prima che l’indurimento prenda piede, è bene che diano anche loro un’occhiata dentro di sé.

donne-hanno-coraggioTitolo: Donne che hanno coraggio. Riflessioni e consigli per vivere con pienezza la propria femminilità
Autore: Sue Patton Thoele
Editore: Armenia
Dati: 2001, 318 pp., prezzo 13 €

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La maga buona che coltiva gli iris

Devo ammetterlo. Sono caduta anch’io nella rete del luogo comune: ho desiderato leggere il libro edito da Editoriale Scienza su Eva Mameli soprattutto perché era la madre di Italo Calvino. E per fortuna, perché nel farlo ho scoperto che donna decisa fosse, che piglio energico avesse nei confronti della propria vita, del proprio tempo, della scienza.

Dalla Sardegna dell’infanzia e degli studi liceali e universitari, alla ricerca a Pavia e poi a Cuba, dal matrimonio alla nascita dei figli, al ritorno in Italia c’è sempre, nella vita di Eva Mameli Calvino un filo conduttore, una radice, direi meglio, che tutto tocca e collega: la passione per la botanica e la biologia vegetale. Fu una delle scienziate più importanti del primo Novecento italiano, Eva Mameli, e nel 1915 riuscì, prima donna in Italia, a conseguire la libera docenza in botanica.

Lo stesso Calvino la ricorda per la sua forte personalità e per il suo rigore, entrambe condizioni necessarie per riuscire a coltivare una passione, quella per il mondo vegetale, che divenne (o forse lo era sempre stata) una professione per il senso di rigore che questo termine implica.

Fiori in famiglia fa parte di una serie dedicata al racconto della vita di donne che hanno dato un grande contributo alla scienza; la storia di Eva Mameli scorre con la leggerezza che il figlio le rimprovera di non aver mai avuto. Elena Accati, che la racconta, non trascura nulla e, come se fosse proprio la protagonista a parlare, ne ripercorre le diverse tappe con un linguaggio fresco e un lessico molto accurato e puntuale; del resto, l’argomento scientifico e la personalità di Eva Mameli lo richiedono.

La storia è illustrata da Anna Curti con acquerelli dai colori vivissimi; in appendice una sezione di approfondimento da cui traggo queste parole usate da Italo Calvino per descrivere la madre che ho trovato molto in linea con l’idea che io stessa mi sono fatta di questa donna leggendo di lei: “Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non lo ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata da bougainvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva”.

 

Titolo: Fiori in famiglia
Autore: Elena Accati
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2011, 91 pp., € 12,00

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Il caso è chiuso

Non sempre per trovare dei titoli interessanti bisogna esplorare oscuri network minori di paesi negletti. A volte i buoni prodotti sono proprio lì, sotto il nostro naso, per quanto il mainstream possa non essere trendy. Quindi oggi parliamo di una serie longeva e di successo, trasmessa e replicata anche sulla tv pubblica; una serie che magari avete snobbato facendo zapping pensando che fosse più adatta a vostra mamma che a voi.

Il genere è classicamente poliziesco, infatti The Closer segue le vicende della squadra Omicidi Prioritari della polizia di Los Angeles. La serie inizia con l’arrivo di un nuovo capo  ma, inaspettatamente, questo capo è una donna (la pluri premiata Kyra Sedgwick).
Non fa fatica ammettere che in USA, come in Italia, le opportunità siano ben lungi dall’essere pari, e, infatti, il Vice Capo Brenda Leigh Johnson deve lottare non poco per guadagnarsi una stima e un rispetto che, se non portasse la gonna, discenderebbero automaticamente dal suo titolo.

Perché vedere The Closer?
Innanzitutto perché è un prodotto di ottima qualità. Tutti gli attori sono straordinariamente nella parte, le trame e i dialoghi sono interessanti e ben strutturati sin dalla prima serie, i casi sono credibili, avvincenti e mai ripetitivi. Non manca nemmeno un tocco di commedia, indispensabile per alleggerire la tensione. Dal punto di vista di genere, The Closer è indiscutibilmente ben fatto.

Un altro motivo è proprio lei, Brenda Leigh. Erano anni che nelle crime stories non compariva un personaggio così deliziosamente improbabile. Il vice capo Johnson è una donna di quarant’anni con un guardaroba piuttosto personale, enormi borse stracolme, un addiction per i dolci e per il proprio lavoro. Qualcosa in lei richiama sicuramente il modello del Tenente Colombo: Brenda lascia che gli altri la sottovalutino per avere la possibilità di studiarli (e manipolarli) meglio.

Un altro motivo per appassionarsi a questa serie sono tutti i personaggi che ruotano intorno a Brenda. Probabilmente è proprio questo il segreto della lunga vita di una serie il cui livello qualitativo sembra costantemente in crescita, nonostante si sia appena conclusa la sesta stagione. Accanto a Brenda lavorano ogni giorno i suoi colleghi, dal ruvido tenente Provenza che non vuole andare in pensione per non pagare una quota più alta di alimenti all’ex moglie, al brillante tenente Gabriel che è il più capace ma anche il più intemperante. Gli autori, saggiamente, hanno scelto di  espandere sempre di più il mondo finzionale in cui Brenda si muove (e che diventa familiare allo spettatore) includendo i rapporti con la stampa, con l’FBI, con gli informatori, con l’Ufficio degli Affari Interni, componendo un quadro d’insieme sempre più interessante perché sempre più vicino alla complessità della vita reale.

Una menzione a parte meritano i rapporti familiari di Brenda, dal fidanzato e poi marito Fritz – non sempre a proprio agio con il fatto che sua moglie ricopra un ruolo più prestigioso del suo – ai due genitori, classica coppia di pensionati del Sud composta da una mamma svampita e un padre autoritario. Non importa quali criminali feroci Brenda possa aver incastrato e affrontato senza battere ciglio: al comparire dei suoi genitori il Vice Capo Johnson è sempre assalito da un’ansia spaventosa. Non vi sembra uno straordinario tocco di realtà?

Infine, se posso avventurarmi al di fuori dalle mie competenze, credo che The Closer sia un prodotto estremamente interessante anche perché presenta un modello vincente di leadership femminile. Innanzitutto porta sullo schermo tutte le diffidenze  di genere non confessate eppure accettate dal sistema; in secondo luogo mostra come un capo donna possa creare un gruppo coeso ed efficace senza cercare di riproporre malamente la classica leadership autoritaria maschile. La caratteristica di Brenda è quella di essere “the closer”, ovvero di riuscire a chiudere i casi facendo confessare i colpevoli spontaneamente. E per ogni criminale Brenda costruisce una diversa tattica basata, a seconda dei casi, sulla comprensione, sulla giustificazione, sul rimprovero.

In altre parole Brenda ha fondato la sua carriera su un’empatia tutta femminile. E per quanto la sua scrivania sia sommersa dal caos, il Vice Capo è invece estremamente chiara nel distribuire compiti ai suoi collaboratori, nell’assecondarne le inclinazioni, nello scegliere l’agente giusto per il compito giusto. Intuizione, immaginazione, comprensione, immedesimazione. Tutte caratteristiche di un nuovo modo di lavorare, di un nuovo modo di comandare.

Non crediate, però, che Brenda sia una tenera fricchettona. È inflessibile, manipolativa, prepotente. In fondo è pur sempre un capo. Ma di fronte a tutte le barriere invisibili che le donne incontrano nella loro carriera Brenda risponde nell’unico modo possibile: essendo di gran lunga la migliore nel suo campo.

 

The Closer, US 2005-in corso
serie ideata da James Duff e Michael M. Robin
per il network TNT
con Kyra Sedgwick, J. K. Simmons, Corey Reynolds

Life and loves of miss Anne Lister: gentle(wo)man

Tra i numerosi motivi che possono spingerci a tenere un diario personale (bisogno di riflettere, narcisismo, paura di dimenticare sono i primi che mi vengono in mente) uno di quelli che trovo più affascinanti è la segreta speranza che qualcuno legga ciò che abbiamo scritto. In questo modo, credo, si viene sedotti dalla tentazione di lasciare una traccia, di essere ricordati. In fondo è per questo che tanti artisti e tanti eroi spendono il loro genio e le loro energie: poter entrare a far parte di una storia e, lì, vivere per sempre.

Si potrebbe obiettare che se miss Anne Lister avesse davvero voluto che qualcun altro partecipasse della sua vita privata, non avrebbe usato un personalissimo codice crittografico per scrivere la maggior parte dei suoi diari. Ma forse, invece, questo eccentrico e affascinante personaggio ha voluto non solo mettere in salvo la sua privacy da qualche lettura indesiderata ai suoi tempi, ma anche sfidare chi avrebbe ritrovato le sue memorie molti anni dopo. La sfida, difatti, se così vogliamo vedere le cose, non è stata da poco, innanzitutto per la mole di documenti lasciati da Anne Lister, e, in secondo luogo, perché il suo codice non si è rivelato di facile soluzione. In altre parole abbiamo dovuto aspettare 150 anni perché quelle persone, quelle emozioni tornassero a vivere: eteree come fantasmi e altrettanto immortali, ma per nulla spaventose.

Quei diari e le confidenze che essi contengono sono diventati un film per la televisione diretto da James Kent e prodotto dalla BBC inglese; perché imbattersi in un personaggio così eccezionale e in una storia così intensa e, per di più, vera è una condizione ideale per qualunque narratore. Nessuna remora di turbare il pudore di miss Lister; primo perché ormai è trascorso un secolo e mezzo da quelle vicende, in secondo luogo perché questa donna del pudore ha sempre avuto un’idea piuttosto originale.

Ed ecco dunque sugli schermi, con il volto di Maxine Peake, uno stralcio della vita e degli amori di Anne Lister, contemporanea di Jane Austen, come ci tengono a sottolineare gli autori. E il fatto, occorre ammetterlo, ha la sua importanza perché il mondo di Anne Lister è molto più vivido di quello della celebre scrittrice. Se Jane Austen racconta le piccole, grandi ribellioni di giovani donne più intelligenti e meno frivole della media ma che, ad ogni modo, hanno come massima aspirazione un matrimonio felice, Anne Lister risponde vivendo in prima persona una vita appassionata, intensa, scandalosa.

Anne, infatti, è una donna attraente, colta e benestante, dotata, allo stesso tempo, di amore per le lettere e senso degli affari. Guardare nella sua vita, nella sua interiorità è come osservare un temporale, un fiume in piena, un’eruzione vulcanica.
Impossibile catalogarla. Persino la definizione di “prima lesbica moderna” credo le calzi un po’ stretta. Avevo dimenticato di dirlo: ad Anne Lister piacciono le donne. E, considerando la media dei rapporti uomo-donna dell’epoca, è difficile non solidarizzare con lei. Ma ciò che più conta è che Anne fosse convinta che i suoi amori non dovessero essere considerati vergognosi e che non dovessero essere nascosti.

Anne, però, non è interessante solo per via della sua omosessualità (anche se, onore al merito, essere una lesbica dichiarata nell’Inghilterra di inizio ottocento non era certo cosa trascurabile), ma è un personaggio affascinante la cui ardente emotività costituisce, allo stesso tempo, la sua sorgente di forza interiore e il punto di maggiore vulnerabilità. Anne ha il coraggio di modellare la propria vita come un’opera d’arte, senza farsi scoraggiare o scolorire da coloro che le stanno intorno. Il marchio BBC garantisce la buona qualità del prodotto da tutti i punti di vista: dialoghi, sceneggiatura, direzione, recitazione, fotografia, costumi.

Forse il film risente un po’ della tentazione di raccontare troppe cose insieme e, a tratti, la trama tende a sfilacciarsi e a perdere di mordente, ma, in generale, The secret diaries of miss Anne Lister resta, fondamentalmente, una bella storia d’amore. La consapevolezza, poi, che si tratti di personaggi realmente esistiti le conferisce un tocco di intensità ulteriore e di delicata malinconia. Essendo un film televisivo non lo troveremo nei cinema, ma possiamo cercarlo in qualche rassegna lungimirante o nei festival dedicati al cinema omosessuale.

Lo so, non dovrei dirlo, ma è più forte di me: ve la immaginate la RAI italiana che dedica un film ad un’eroina lesbica?

The secret diaries of miss Anne Lister (TV) GB, 2010
regia di James Kent
con: Maxine Peake, Anna Madeley, Susan Lynch

La regina infelice e altre storie (in musica) dai Balcani

La Bosnia degli anni Novanta come metafora dolorosa di tutte le guerre di religione, che tanta parte occupano nella storia d’Europa, delle convivenze nutrite di odio malcelato, dei piccoli paesi che hanno bisogno di grandi generali; dei grandi generali che si prendono – invariabilmente – per Dio.

Passato prossimo e remoto si intrecciano nel monologo della protagonista: figlia di un generale, giovane vedova di un matrimonio misto, orfana di una madre impazzita che leggeva segretamente le memorie di Margherita di Valois. Il matrimonio della cattolica Margherita con il principe protestante Enrico di Navarra, concepito per sugellare la fine delle guerre di religione in Francia, offrì invece il pretesto per la strage della notte di San Bartolomeo; seguirono ancora quasi trent’anni di cruenta guerra civile, fomentata dagli interessi e dalle ingerenze delle potenze dell’epoca. Fazioni, religioni e rappresaglie si susseguono in un crescendo di follia e morte: assediano, invadono e annichiliscono la vita, l’amore, la speranza delle donne di questa storia: Margherita di Francia, la moglie del generale che legge le sue memorie, la figlia senza nome di una Bosnia perennemente perduta a se stessa.

Il recitato si apre con un brano di una lettera in cui Ivo Andric descrive la bellezza impossibile di Sarajevo, una città in cui cattolici, ortodossi, musulmani – e all’epoca anche ebrei – vivono da sempre gli uni accanto agli altri in ostinata separazione. Nul salus est nisi in fuga, spiega Andric prima di lasciare la Bosnia; nul salus est nisi in fuga, conclude la protagonista mentre chiude la valigia e scende dal palco. Quanti altri bosniaci e abitanti della ex Jugoslavia devono aver pensato, durante la guerra, che non ci fosse altra via di salvezza se non la fuga? E quanti lo pensano ancora oggi, vivendo sotto tutela internazionale nel rompicapo amministrativo della Bosnia pacificata, anche senza i cecchini dell’altra fazione – qualunque essa fosse – appostati sui tetti?

Margherita, memorie di una regina infelice è uno spettacolo complesso, giocato sull’equilibrio fra il racconto impietoso della guerra quando diventa vita quotidiana, l’alienazione di chi non trova pace nelle certezze facili dello “scontro di civiltà” e il dilemma insolubile di chi parte come se tradisse e si ritrova per questo esule, senza più alcuna appartenenza.

L’accompagnamento musicale dell’Orchestra – banda zigana di fiati e grancassa, quartetto d’archi, voci femminili della tradizione polifonica bulgara, corale maschile ortodossa e la chitarra elettrica dello stesso Bregovic– è festoso e travolgente, aulico e marziale, compassionevole e struggente. Matrimoni e funerali, naturalmente, o amore e morte: la quintessenza di un’intera regione che, a distanza di più di un decennio, vive ancora impigliata in tutti i suoi fantasmi (la leggenda vuole – meno l’etimologia – che la parola “balcani” significhi “miele e sangue”). Ma con il rimando alle memorie della regina infelice, Bregovic avverte: attenzione, Europa; la guerra non è solo una storia balcanica.

Per chi è disposto ad ascoltare.

Margherita, memorie di una regina infelice
(recitando accompagnato)
Goran Bregovic
e l’Orchestra dei Matrimoni e dei Funerali
con la partecipazione di Alyzée Soudet

Balkan Trafik, 5a edizione
Palais des Beaux Arts, Bruxelles, dal 14 al 17 aprile 2011
una co-produzione Bozar Music e 1001 Valises

Vita segreta di una teenager iraniana

Mercoledì ho fatto qualcosa di piuttosto insolito, almeno per me: sono andata a vedere un film di cui non sapevo quasi nulla.
“Bisogna sostenere Panahi” – mi avevano detto – “condannato a sei anni di carcere dal regime di Teheran e a non scrivere o girare altri film per i prossimi venti anni.“ Brutta storia, ho pensato, e così ho accettato di vedere Offside, ultimo film dello sfortunato regista; premiato a Berlino ma mai distribuito in Italia prima dei guai con la giustizia di Panahi stesso.
Per solidarietà ero pronta anche a sorbirmi un tradizionale film di denuncia con annesso finale tragico; uno di quei film che hanno un incalcolabile valore politico e sociale ma che, narrativamente parlando, rischiano di essere deprimentemente manichei.
Offside invece è qualcosa di completamente diverso.
Dopo i primi minuti mi sorprendo a notare, di nuovo, come il cinema iraniano si possa rivelare il più dignitoso erede del neorealismo italiano.

Quella di Offside, infatti, è una storia semplice (ma non per questo povera), senza fronzoli: i personaggi sono pochi, gli spazi circoscritti e il tempo della narrazione coincide con quello della partita di calcio di qualificazione per i mondiali del 2006 Iran-Bahrein.
Pur di vedere un incontro che entusiasma e infiamma tutta la nazione, alcune ragazzine sono pronte a travestirsi da uomini per intrufolarsi di nascosto allo stadio. Alle donne, infatti, non è permesso assistere agli eventi sportivi. Sarebbero esposte agli sguardi di troppi uomini estranei e poi ascolterebbero le sconcezze e le bestemmie che gli spettatori si lasciano sempre scappare nella foga del tifo.

Alcune di loro, però, vengono riconosciute, fermate, e «detenute» in una prigione improvvisata appena fuori dagli spalti dello stadio.
Panhai racconta di essersi ispirato ad un episodio realmente accaduto che coinvolgeva sua figlia, anche lei pronta a tutto pur di assistere dal vivo agli allenamenti della nazionale. Forse per questo motivo le protagoniste di Panhai sono così vitali, autentiche.
I militari, nonostante le loro uniformi, le armi e la superiorità fisica, sembrano quasi schiacciati dalle personalità dirompenti di queste energiche e testarde teen ager iraniane e il confronto è, per molti aspetti, poco lusinghiero: a un gruppetto di ragazze coraggiosamente strafottenti fa da contraltare un gruppetto di uomini imbarazzati che hanno sempre paura di essere rimproverati, di sbagliare, di deviare dal percorso.

Fin qui potremmo sorridere di questo espediente comico di Panahi che, con grazia, ribalta gli stereotipi di genere. E infatti sorridiamo.
Sebbene Offside non sia propriamente una commedia, vi si avvicina spesso e piacevolmente. Ma il regista iraniano, a mio parere, compie un percorso più interessante, cercando di mostrare quanto siano limitative e limitanti le categorie in cui rinchiudiamo le persone. Facile dire “le donne sono tutte così” o “i militari sono tutti così”, meno facile è avere a che fare con delle singole individualità e scoprire che sono infinitamente più complesse (e interessanti) di quanto ci abbiano insegnato a credere.

Non so se aver visto Offside abbia, in qualche modo, aiutato Panahi. Quello che posso dire è che, al di là della sua situazione, sarei stata contenta di averlo visto in ogni caso, perché, senza essere qualcosa di indimenticabile e nemmeno di particolarmente notevole, è un film intellettualmente onesto e sufficientemente ben fatto. Il regista tende a scomparire, con discrezione, dietro la macchina da presa e questo, insieme alla recitazione naturalissima del cast, regala la sensazione quasi magica di osservare davvero un pezzo di vita reale. Senza artificiosità, senza forzature, e, soprattutto, senza ideologismi.
La partita, curiosamente, rimane fuoricampo per tutto il film. Persino la “telecronaca in diretta” di una delle guardie che osserva il gioco da uno spiraglio non è attendibile perché non rispecchia la formazione reale della nazionale in campo ma quella che la guardia stessa avrebbe preferito. Le ragazze, in fin dei conti, la partita non la vedranno affatto. Verrebbe quasi da chiedersi perché non siano rimaste a casa, davanti a un televisore che la trasmettesse in diretta. Probabilmente ognuna di loro ha una motivazione diversa ma tutte sono lì a sfidare col sorriso sulle labbra un regime repressivo. Solo chi ha ancora la forza di sognare, di appassionarsi, di entusiasmarsi, sembra dirci Panhai, ha ancora la forza di ribellarsi e i sogni, per fortuna, non si possono censurare.

 

Offside, Iran 2006
di Jafar Panahi
con Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani
93 minuti

nelle sale dall’8 Aprile 2011

All'apparir del vero. Incontro con Lucia Etxebarria

“Lucía, hay otra entrevista”.

Due minuti dopo essere stato così annunciato al telefono, busso alla porta della camera di Lucía Etxebarría all’Hotel Manin di Milano, dove la scrittrice spagnola si trova per promuovere in Italia il suo ultimo romanzo, Il vero è un momento del falso (Guanda, 2011). Non sono il primo, in camera c’è un giornalista che sta finendo le sue domande; e non sarò nemmeno l’ultimo, anche se Lucía inevitabilmente comincia ad accusare il jet lag dell’autopromozione. Mentre faccio anticamera in attesa del mio turno, noto su un tavolino d’ingresso una di quelle brochure sui servizi disponibili che si trovano in genere sui tavolini d’ingresso degli alberghi di lusso. Mi colpisce immediatamente lo scarso discernimento, tipico di questo genere di servizi, con cui la brochure dà il benvenuto a Lucía: “Welcome Mr Etxebarría”. “Mr”? Come se Lucía Etxebarría non fosse una scrittrice che, in un’intervista su Cafebabel di qualche tempo fa, si lamentava della letteratura “maschilista”, più maschilista di tutte le altre arti, in cui “gli uomini artisti sono degli artisti, le donne artiste sono delle donne”. Come se il suo nuovo romanzo non ruotasse principalmente intorno alle confessioni di un gruppo di donne, paranoiche, complesse, problematiche, affascinanti. Come se il succo del romanzo non fosse proprio quel problema, teorizzato da Guy Debord nel 1967 e oggi così bollente, dell’allontanamento della realtà che, rimossa sullo sfondo, si trova ad essere sempre più frequentemente sostituita da una rappresentazione, dallo spettacolo.

La questione è calda. Sarà per questo che, mentre io cerco di iniziare girandoci un po’ intorno, Lucía mi richiama subito all’ordine. Quello ha scritto, e di quello vuole parlare. E come resisterle?

D: Lei ha cominciato la sua carriera letteraria con Aguanta Esto…
R: No no, quel libro non ha assolutamente niente a che vedere con la mia carriera letteraria! All’epoca avevo 25 anni, facevo la giornalista per una rivista che si occupava di musica rock, c’erano quattro giornalisti in Spagna che si occupavano di questo particolare settore, io avevo bisogno di soldi e le altre tre hanno detto di no, e così l’ho fatto io, ecco. Quello fu un libro scritto su commissione, che non fa parte dei miei libri.

D: Questo vuol dire che quel libro non lo riconosce più?
R: No, semplicemente non è un libro che definirei “letterario”.

D: D’accordo, allora riformulo: Lei ha cominciato la Sua carriera di scrittrice con un libro su Courtney Love, e adesso ritorna al mondo della musica, con un romanzo il cui protagonista, Pumuky, è un cantante pluritossicomane…
R: Sì, anche se poi ciò che ho voluto scrivere non è un romanzo sul mondo della musica, né su un cantante rock, ma un romanzo sulla spettacolarizzazione della realtà. Per questo il protagonista poteva essere anche una star della televisione, o un attore, o qualsiasi altro personaggio dello spettacolo. Ho scelto il contesto del rock solo perché ci ho lavorato per lungo tempo, perciò è un mondo che conosco molto molto bene.

D: E non anche perché, conoscendolo così bene, forse Lei ritiene il mondo del rock particolarmente significativo per esprimere il determinato tipo di relazioni sociali – sclerotizzate, paranoiche – che si viene a creare nel romanzo?
R: Beh, come tutte le rock-star il protagonista è un narcisista che chiede, pretende attenzione: i personaggi del rock sono estremamente narcisisti. Come del resto estremamente narcisista è la società contemporanea in cui viviamo: una società di consumo, di individualismo, di soddisfazione immediata. Normalmente tutti i nostri eroi contemporanei, i cantanti rock, gli attori, i personaggi della televisione, sono personalità narcisiste: anzi, narcisisti-vampiro.

D: Nelle primissime battute del romanzo, uno dei personaggi parla della rarità della vera amicizia: quando il gruppo era famoso, amici anche da sotto i sassi, salvo poi svanire tutti. Discorso attualissimo, nella social era di Facebook.

R: Sì, in Spagna infatti abbiamo un modo di dire: “Vali meno di un amico di Facebook”! Anche se tra gli attori è esattamente la stessa cosa: se sei un attore famoso di un teleromanzo o di una serie televisiva che dura un anno, per quell’anno non ti capiterà mai di pagare la consumazione del bar. Come finisce quell’ingaggio, scompari, sparisci, così.

D: Come nei reality-show, no? C’è ancora il Grande Fratello in Spagna?
R: (smorfia) Sì, c’è, sul canale di Berlusconi, che dopo Telecinco ha appena comprato, l’anno scorso, La Cuatro.

D: Lei ha citato Berlusconi: e sa che in Italia il rapporto donna-corpo-spettacolo è un argomento caldo, ultimamente. Nel suo romanzo assume un notevole peso proprio il rapporto della donna con il suo corpo; penso ad esempio a Olga.
R: Sì, Olga, o Valeria, che è addirittura anoressica. Noi viviamo evidentemente in una società in cui il rapporto di una donna con il proprio corpo è del tutto innaturale: ci vengono imposte delle donne assolutamente fuori dalla natura e dalla realtà, un canone di donne magrissime ma con seni molto prosperosi, il che non esiste in natura, no? Ed è un canone, ancora un volta, consumista, un canone per donne ricche, nel senso che essendo non naturale dimostri di aver avuto i soldi necessari per rifarti, per toglierti i fianchi, aggiungerti il seno… Io non credo di conoscere nessuna donna che non abbia tentato una dieta: molte donne vivono costantemente all’erta, perché è la società che ti impone quel canone e tu ti convinci che è giusto, che bisogna seguirlo. E non è un caso che questa pulsione esista anche per gli uomini, etero o omosessuali, perché entrano in un collettivo sociale che pretende un determinato canone di bellezza come condizione necessaria al conseguimento del successo e del riconoscimento.

Avrei altre domande, ma il tempo è scaduto. Bussano come pochi minuti prima avevo bussato io. Hay otra entrevista, Lucía. Ho giusto il tempo di farmi autografare il romanzo. Lucía Etxebarría mi ringrazia del mio tempo; ma in realtà sono io che devo ringraziare lei, che – come tutti i veri scrittori – cerca di aprire gli occhi dall’esterno a chi si ostina a volerli tenere chiusi, preferendo accontentarsi di un momento di verità nascosto, quasi invisibile, tra le pieghe di un enorme quadro falso.