Noi, creature belle e piene d’amore

Coraggio. Una parola densa che non figura solo nel titolo ma riempie le pagine di questo piccolo manuale, intitolato, appunto, Donne che hanno coraggio. Il perché, non troppo misterioso, è presto detto: il gentil sesso dovrebbe imparare a farsi carico di una qualità che solo apparentemente non è ad esso connaturato. Al di là di tutte le retoriche di genere, è infatti innegabile che il coraggio viene attribuito da tempo immemorabile agli uomini. Cosa significa allora essere donne coraggiose? Guidare un caccia? Urlare in piazza? Non per l’autrice che, lungi dal fornire soluzioni preconfezionate, si limita a indicare una direzione a tutte le lettrici che si trovano ad affrontare situazioni difficili o che, semplicemente, desiderano diventare padrone della propria vita. Respingere la paura di non essere accettate, sradicare le nostre paure più radicate, soffermarsi nell’oasi del silenzio: sono solo alcune delle tante indicazioni snocciolate in circa trecento pagine che si leggono tutte d’un fiato.donne coraggio

Perché la donna, originariamente, è maestra di coraggio ed è ingiusto che anni di discriminazione e abitudini sbagliate deformino il concetto che ognuna ha di sé. Il saggio è diviso in dodici capitoli. Un numero non casuale perché, come spiega Patton Thoele nell’introduzione, la lettrice abbia la libertà di sceglierne uno al mese, procedendo per ordine o aprendolo a caso. In effetti questo libro va letto con molta attenzione, anche perché ciascun paragrafo termina con una breve serie di frasi ed esercizi da fare con la dovuta concentrazione. Ed ecco che se a gennaio possiamo affrontare il tema delle nostre paure ancestrali, a luglio si può dare libero sfogo al corpo, ma sempre guidate da un minimo di tecnica. A dire la verità, le prime venti pagine mi hanno lasciata perplessa: pensavo che si trattasse del classico manuale da self-help, confezionato per accontentare tutti i gusti e pieno di istruzioni mostrate come miracolose. Ma mi sono dovuta ricreder. Sarà che l’autrice segue un percorso in crescendo (si va dalla semplicità dei primi capitoli alla profondità degli ultimi), ma l’impressione è quella di entrare, mano a mano, dentro di sé. Non che Donne che hanno coraggio sia un capolavoro di psicologia ma lo si può tranquillamente considerare un libricino prezioso, che riesce a toccare molte corde. È probabile che le scettiche leggano i mantra di fine paragrafo storcendo un po’ il naso ma non è possibile non affezionarsi a queste pagine proprio per la loro immediatezza, che almeno rischiara le menti dei più intellettualizzati. Inoltre il libro è sincero e la presenza di chi scrive è tangibile. Patton Thoele parte infatti dalla sua esperienza di psicoterapeuta e non esita a raccontare qualcosa di sé, come la morte della madre che ricorre spesso tra le pagine, impregnandole di umanità vissuta. E comunque, se gli uomini vogliono accomodarsi, lo facciano pure. Tanto la sensibilità non ha sesso e prima che l’indurimento prenda piede, è bene che diano anche loro un’occhiata dentro di sé.

donne-hanno-coraggioTitolo: Donne che hanno coraggio. Riflessioni e consigli per vivere con pienezza la propria femminilità
Autore: Sue Patton Thoele
Editore: Armenia
Dati: 2001, 318 pp., prezzo 13 €

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La maga buona che coltiva gli iris

Devo ammetterlo. Sono caduta anch’io nella rete del luogo comune: ho desiderato leggere il libro edito da Editoriale Scienza su Eva Mameli soprattutto perché era la madre di Italo Calvino. E per fortuna, perché nel farlo ho scoperto che donna decisa fosse, che piglio energico avesse nei confronti della propria vita, del proprio tempo, della scienza.

Dalla Sardegna dell’infanzia e degli studi liceali e universitari, alla ricerca a Pavia e poi a Cuba, dal matrimonio alla nascita dei figli, al ritorno in Italia c’è sempre, nella vita di Eva Mameli Calvino un filo conduttore, una radice, direi meglio, che tutto tocca e collega: la passione per la botanica e la biologia vegetale. Fu una delle scienziate più importanti del primo Novecento italiano, Eva Mameli, e nel 1915 riuscì, prima donna in Italia, a conseguire la libera docenza in botanica.

Lo stesso Calvino la ricorda per la sua forte personalità e per il suo rigore, entrambe condizioni necessarie per riuscire a coltivare una passione, quella per il mondo vegetale, che divenne (o forse lo era sempre stata) una professione per il senso di rigore che questo termine implica.

Fiori in famiglia fa parte di una serie dedicata al racconto della vita di donne che hanno dato un grande contributo alla scienza; la storia di Eva Mameli scorre con la leggerezza che il figlio le rimprovera di non aver mai avuto. Elena Accati, che la racconta, non trascura nulla e, come se fosse proprio la protagonista a parlare, ne ripercorre le diverse tappe con un linguaggio fresco e un lessico molto accurato e puntuale; del resto, l’argomento scientifico e la personalità di Eva Mameli lo richiedono.

La storia è illustrata da Anna Curti con acquerelli dai colori vivissimi; in appendice una sezione di approfondimento da cui traggo queste parole usate da Italo Calvino per descrivere la madre che ho trovato molto in linea con l’idea che io stessa mi sono fatta di questa donna leggendo di lei: “Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non lo ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata da bougainvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva”.

 

Titolo: Fiori in famiglia
Autore: Elena Accati
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2011, 91 pp., € 12,00

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Il caso è chiuso

Non sempre per trovare dei titoli interessanti bisogna esplorare oscuri network minori di paesi negletti. A volte i buoni prodotti sono proprio lì, sotto il nostro naso, per quanto il mainstream possa non essere trendy. Quindi oggi parliamo di una serie longeva e di successo, trasmessa e replicata anche sulla tv pubblica; una serie che magari avete snobbato facendo zapping pensando che fosse più adatta a vostra mamma che a voi.

Il genere è classicamente poliziesco, infatti The Closer segue le vicende della squadra Omicidi Prioritari della polizia di Los Angeles. La serie inizia con l’arrivo di un nuovo capo  ma, inaspettatamente, questo capo è una donna (la pluri premiata Kyra Sedgwick).
Non fa fatica ammettere che in USA, come in Italia, le opportunità siano ben lungi dall’essere pari, e, infatti, il Vice Capo Brenda Leigh Johnson deve lottare non poco per guadagnarsi una stima e un rispetto che, se non portasse la gonna, discenderebbero automaticamente dal suo titolo.

Perché vedere The Closer?
Innanzitutto perché è un prodotto di ottima qualità. Tutti gli attori sono straordinariamente nella parte, le trame e i dialoghi sono interessanti e ben strutturati sin dalla prima serie, i casi sono credibili, avvincenti e mai ripetitivi. Non manca nemmeno un tocco di commedia, indispensabile per alleggerire la tensione. Dal punto di vista di genere, The Closer è indiscutibilmente ben fatto.

Un altro motivo è proprio lei, Brenda Leigh. Erano anni che nelle crime stories non compariva un personaggio così deliziosamente improbabile. Il vice capo Johnson è una donna di quarant’anni con un guardaroba piuttosto personale, enormi borse stracolme, un addiction per i dolci e per il proprio lavoro. Qualcosa in lei richiama sicuramente il modello del Tenente Colombo: Brenda lascia che gli altri la sottovalutino per avere la possibilità di studiarli (e manipolarli) meglio.

Un altro motivo per appassionarsi a questa serie sono tutti i personaggi che ruotano intorno a Brenda. Probabilmente è proprio questo il segreto della lunga vita di una serie il cui livello qualitativo sembra costantemente in crescita, nonostante si sia appena conclusa la sesta stagione. Accanto a Brenda lavorano ogni giorno i suoi colleghi, dal ruvido tenente Provenza che non vuole andare in pensione per non pagare una quota più alta di alimenti all’ex moglie, al brillante tenente Gabriel che è il più capace ma anche il più intemperante. Gli autori, saggiamente, hanno scelto di  espandere sempre di più il mondo finzionale in cui Brenda si muove (e che diventa familiare allo spettatore) includendo i rapporti con la stampa, con l’FBI, con gli informatori, con l’Ufficio degli Affari Interni, componendo un quadro d’insieme sempre più interessante perché sempre più vicino alla complessità della vita reale.

Una menzione a parte meritano i rapporti familiari di Brenda, dal fidanzato e poi marito Fritz – non sempre a proprio agio con il fatto che sua moglie ricopra un ruolo più prestigioso del suo – ai due genitori, classica coppia di pensionati del Sud composta da una mamma svampita e un padre autoritario. Non importa quali criminali feroci Brenda possa aver incastrato e affrontato senza battere ciglio: al comparire dei suoi genitori il Vice Capo Johnson è sempre assalito da un’ansia spaventosa. Non vi sembra uno straordinario tocco di realtà?

Infine, se posso avventurarmi al di fuori dalle mie competenze, credo che The Closer sia un prodotto estremamente interessante anche perché presenta un modello vincente di leadership femminile. Innanzitutto porta sullo schermo tutte le diffidenze  di genere non confessate eppure accettate dal sistema; in secondo luogo mostra come un capo donna possa creare un gruppo coeso ed efficace senza cercare di riproporre malamente la classica leadership autoritaria maschile. La caratteristica di Brenda è quella di essere “the closer”, ovvero di riuscire a chiudere i casi facendo confessare i colpevoli spontaneamente. E per ogni criminale Brenda costruisce una diversa tattica basata, a seconda dei casi, sulla comprensione, sulla giustificazione, sul rimprovero.

In altre parole Brenda ha fondato la sua carriera su un’empatia tutta femminile. E per quanto la sua scrivania sia sommersa dal caos, il Vice Capo è invece estremamente chiara nel distribuire compiti ai suoi collaboratori, nell’assecondarne le inclinazioni, nello scegliere l’agente giusto per il compito giusto. Intuizione, immaginazione, comprensione, immedesimazione. Tutte caratteristiche di un nuovo modo di lavorare, di un nuovo modo di comandare.

Non crediate, però, che Brenda sia una tenera fricchettona. È inflessibile, manipolativa, prepotente. In fondo è pur sempre un capo. Ma di fronte a tutte le barriere invisibili che le donne incontrano nella loro carriera Brenda risponde nell’unico modo possibile: essendo di gran lunga la migliore nel suo campo.

 

The Closer, US 2005-in corso
serie ideata da James Duff e Michael M. Robin
per il network TNT
con Kyra Sedgwick, J. K. Simmons, Corey Reynolds

Life and loves of miss Anne Lister: gentle(wo)man

Tra i numerosi motivi che possono spingerci a tenere un diario personale (bisogno di riflettere, narcisismo, paura di dimenticare sono i primi che mi vengono in mente) uno di quelli che trovo più affascinanti è la segreta speranza che qualcuno legga ciò che abbiamo scritto. In questo modo, credo, si viene sedotti dalla tentazione di lasciare una traccia, di essere ricordati. In fondo è per questo che tanti artisti e tanti eroi spendono il loro genio e le loro energie: poter entrare a far parte di una storia e, lì, vivere per sempre.

Si potrebbe obiettare che se miss Anne Lister avesse davvero voluto che qualcun altro partecipasse della sua vita privata, non avrebbe usato un personalissimo codice crittografico per scrivere la maggior parte dei suoi diari. Ma forse, invece, questo eccentrico e affascinante personaggio ha voluto non solo mettere in salvo la sua privacy da qualche lettura indesiderata ai suoi tempi, ma anche sfidare chi avrebbe ritrovato le sue memorie molti anni dopo. La sfida, difatti, se così vogliamo vedere le cose, non è stata da poco, innanzitutto per la mole di documenti lasciati da Anne Lister, e, in secondo luogo, perché il suo codice non si è rivelato di facile soluzione. In altre parole abbiamo dovuto aspettare 150 anni perché quelle persone, quelle emozioni tornassero a vivere: eteree come fantasmi e altrettanto immortali, ma per nulla spaventose.

Quei diari e le confidenze che essi contengono sono diventati un film per la televisione diretto da James Kent e prodotto dalla BBC inglese; perché imbattersi in un personaggio così eccezionale e in una storia così intensa e, per di più, vera è una condizione ideale per qualunque narratore. Nessuna remora di turbare il pudore di miss Lister; primo perché ormai è trascorso un secolo e mezzo da quelle vicende, in secondo luogo perché questa donna del pudore ha sempre avuto un’idea piuttosto originale.

Ed ecco dunque sugli schermi, con il volto di Maxine Peake, uno stralcio della vita e degli amori di Anne Lister, contemporanea di Jane Austen, come ci tengono a sottolineare gli autori. E il fatto, occorre ammetterlo, ha la sua importanza perché il mondo di Anne Lister è molto più vivido di quello della celebre scrittrice. Se Jane Austen racconta le piccole, grandi ribellioni di giovani donne più intelligenti e meno frivole della media ma che, ad ogni modo, hanno come massima aspirazione un matrimonio felice, Anne Lister risponde vivendo in prima persona una vita appassionata, intensa, scandalosa.

Anne, infatti, è una donna attraente, colta e benestante, dotata, allo stesso tempo, di amore per le lettere e senso degli affari. Guardare nella sua vita, nella sua interiorità è come osservare un temporale, un fiume in piena, un’eruzione vulcanica.
Impossibile catalogarla. Persino la definizione di “prima lesbica moderna” credo le calzi un po’ stretta. Avevo dimenticato di dirlo: ad Anne Lister piacciono le donne. E, considerando la media dei rapporti uomo-donna dell’epoca, è difficile non solidarizzare con lei. Ma ciò che più conta è che Anne fosse convinta che i suoi amori non dovessero essere considerati vergognosi e che non dovessero essere nascosti.

Anne, però, non è interessante solo per via della sua omosessualità (anche se, onore al merito, essere una lesbica dichiarata nell’Inghilterra di inizio ottocento non era certo cosa trascurabile), ma è un personaggio affascinante la cui ardente emotività costituisce, allo stesso tempo, la sua sorgente di forza interiore e il punto di maggiore vulnerabilità. Anne ha il coraggio di modellare la propria vita come un’opera d’arte, senza farsi scoraggiare o scolorire da coloro che le stanno intorno. Il marchio BBC garantisce la buona qualità del prodotto da tutti i punti di vista: dialoghi, sceneggiatura, direzione, recitazione, fotografia, costumi.

Forse il film risente un po’ della tentazione di raccontare troppe cose insieme e, a tratti, la trama tende a sfilacciarsi e a perdere di mordente, ma, in generale, The secret diaries of miss Anne Lister resta, fondamentalmente, una bella storia d’amore. La consapevolezza, poi, che si tratti di personaggi realmente esistiti le conferisce un tocco di intensità ulteriore e di delicata malinconia. Essendo un film televisivo non lo troveremo nei cinema, ma possiamo cercarlo in qualche rassegna lungimirante o nei festival dedicati al cinema omosessuale.

Lo so, non dovrei dirlo, ma è più forte di me: ve la immaginate la RAI italiana che dedica un film ad un’eroina lesbica?

The secret diaries of miss Anne Lister (TV) GB, 2010
regia di James Kent
con: Maxine Peake, Anna Madeley, Susan Lynch

La regina infelice e altre storie (in musica) dai Balcani

La Bosnia degli anni Novanta come metafora dolorosa di tutte le guerre di religione, che tanta parte occupano nella storia d’Europa, delle convivenze nutrite di odio malcelato, dei piccoli paesi che hanno bisogno di grandi generali; dei grandi generali che si prendono – invariabilmente – per Dio.

Passato prossimo e remoto si intrecciano nel monologo della protagonista: figlia di un generale, giovane vedova di un matrimonio misto, orfana di una madre impazzita che leggeva segretamente le memorie di Margherita di Valois. Il matrimonio della cattolica Margherita con il principe protestante Enrico di Navarra, concepito per sugellare la fine delle guerre di religione in Francia, offrì invece il pretesto per la strage della notte di San Bartolomeo; seguirono ancora quasi trent’anni di cruenta guerra civile, fomentata dagli interessi e dalle ingerenze delle potenze dell’epoca. Fazioni, religioni e rappresaglie si susseguono in un crescendo di follia e morte: assediano, invadono e annichiliscono la vita, l’amore, la speranza delle donne di questa storia: Margherita di Francia, la moglie del generale che legge le sue memorie, la figlia senza nome di una Bosnia perennemente perduta a se stessa.

Il recitato si apre con un brano di una lettera in cui Ivo Andric descrive la bellezza impossibile di Sarajevo, una città in cui cattolici, ortodossi, musulmani – e all’epoca anche ebrei – vivono da sempre gli uni accanto agli altri in ostinata separazione. Nul salus est nisi in fuga, spiega Andric prima di lasciare la Bosnia; nul salus est nisi in fuga, conclude la protagonista mentre chiude la valigia e scende dal palco. Quanti altri bosniaci e abitanti della ex Jugoslavia devono aver pensato, durante la guerra, che non ci fosse altra via di salvezza se non la fuga? E quanti lo pensano ancora oggi, vivendo sotto tutela internazionale nel rompicapo amministrativo della Bosnia pacificata, anche senza i cecchini dell’altra fazione – qualunque essa fosse – appostati sui tetti?

Margherita, memorie di una regina infelice è uno spettacolo complesso, giocato sull’equilibrio fra il racconto impietoso della guerra quando diventa vita quotidiana, l’alienazione di chi non trova pace nelle certezze facili dello “scontro di civiltà” e il dilemma insolubile di chi parte come se tradisse e si ritrova per questo esule, senza più alcuna appartenenza.

L’accompagnamento musicale dell’Orchestra – banda zigana di fiati e grancassa, quartetto d’archi, voci femminili della tradizione polifonica bulgara, corale maschile ortodossa e la chitarra elettrica dello stesso Bregovic– è festoso e travolgente, aulico e marziale, compassionevole e struggente. Matrimoni e funerali, naturalmente, o amore e morte: la quintessenza di un’intera regione che, a distanza di più di un decennio, vive ancora impigliata in tutti i suoi fantasmi (la leggenda vuole – meno l’etimologia – che la parola “balcani” significhi “miele e sangue”). Ma con il rimando alle memorie della regina infelice, Bregovic avverte: attenzione, Europa; la guerra non è solo una storia balcanica.

Per chi è disposto ad ascoltare.

Margherita, memorie di una regina infelice
(recitando accompagnato)
Goran Bregovic
e l’Orchestra dei Matrimoni e dei Funerali
con la partecipazione di Alyzée Soudet

Balkan Trafik, 5a edizione
Palais des Beaux Arts, Bruxelles, dal 14 al 17 aprile 2011
una co-produzione Bozar Music e 1001 Valises

Vita segreta di una teenager iraniana

Mercoledì ho fatto qualcosa di piuttosto insolito, almeno per me: sono andata a vedere un film di cui non sapevo quasi nulla.
“Bisogna sostenere Panahi” – mi avevano detto – “condannato a sei anni di carcere dal regime di Teheran e a non scrivere o girare altri film per i prossimi venti anni.“ Brutta storia, ho pensato, e così ho accettato di vedere Offside, ultimo film dello sfortunato regista; premiato a Berlino ma mai distribuito in Italia prima dei guai con la giustizia di Panahi stesso.
Per solidarietà ero pronta anche a sorbirmi un tradizionale film di denuncia con annesso finale tragico; uno di quei film che hanno un incalcolabile valore politico e sociale ma che, narrativamente parlando, rischiano di essere deprimentemente manichei.
Offside invece è qualcosa di completamente diverso.
Dopo i primi minuti mi sorprendo a notare, di nuovo, come il cinema iraniano si possa rivelare il più dignitoso erede del neorealismo italiano.

Quella di Offside, infatti, è una storia semplice (ma non per questo povera), senza fronzoli: i personaggi sono pochi, gli spazi circoscritti e il tempo della narrazione coincide con quello della partita di calcio di qualificazione per i mondiali del 2006 Iran-Bahrein.
Pur di vedere un incontro che entusiasma e infiamma tutta la nazione, alcune ragazzine sono pronte a travestirsi da uomini per intrufolarsi di nascosto allo stadio. Alle donne, infatti, non è permesso assistere agli eventi sportivi. Sarebbero esposte agli sguardi di troppi uomini estranei e poi ascolterebbero le sconcezze e le bestemmie che gli spettatori si lasciano sempre scappare nella foga del tifo.

Alcune di loro, però, vengono riconosciute, fermate, e «detenute» in una prigione improvvisata appena fuori dagli spalti dello stadio.
Panhai racconta di essersi ispirato ad un episodio realmente accaduto che coinvolgeva sua figlia, anche lei pronta a tutto pur di assistere dal vivo agli allenamenti della nazionale. Forse per questo motivo le protagoniste di Panhai sono così vitali, autentiche.
I militari, nonostante le loro uniformi, le armi e la superiorità fisica, sembrano quasi schiacciati dalle personalità dirompenti di queste energiche e testarde teen ager iraniane e il confronto è, per molti aspetti, poco lusinghiero: a un gruppetto di ragazze coraggiosamente strafottenti fa da contraltare un gruppetto di uomini imbarazzati che hanno sempre paura di essere rimproverati, di sbagliare, di deviare dal percorso.

Fin qui potremmo sorridere di questo espediente comico di Panahi che, con grazia, ribalta gli stereotipi di genere. E infatti sorridiamo.
Sebbene Offside non sia propriamente una commedia, vi si avvicina spesso e piacevolmente. Ma il regista iraniano, a mio parere, compie un percorso più interessante, cercando di mostrare quanto siano limitative e limitanti le categorie in cui rinchiudiamo le persone. Facile dire “le donne sono tutte così” o “i militari sono tutti così”, meno facile è avere a che fare con delle singole individualità e scoprire che sono infinitamente più complesse (e interessanti) di quanto ci abbiano insegnato a credere.

Non so se aver visto Offside abbia, in qualche modo, aiutato Panahi. Quello che posso dire è che, al di là della sua situazione, sarei stata contenta di averlo visto in ogni caso, perché, senza essere qualcosa di indimenticabile e nemmeno di particolarmente notevole, è un film intellettualmente onesto e sufficientemente ben fatto. Il regista tende a scomparire, con discrezione, dietro la macchina da presa e questo, insieme alla recitazione naturalissima del cast, regala la sensazione quasi magica di osservare davvero un pezzo di vita reale. Senza artificiosità, senza forzature, e, soprattutto, senza ideologismi.
La partita, curiosamente, rimane fuoricampo per tutto il film. Persino la “telecronaca in diretta” di una delle guardie che osserva il gioco da uno spiraglio non è attendibile perché non rispecchia la formazione reale della nazionale in campo ma quella che la guardia stessa avrebbe preferito. Le ragazze, in fin dei conti, la partita non la vedranno affatto. Verrebbe quasi da chiedersi perché non siano rimaste a casa, davanti a un televisore che la trasmettesse in diretta. Probabilmente ognuna di loro ha una motivazione diversa ma tutte sono lì a sfidare col sorriso sulle labbra un regime repressivo. Solo chi ha ancora la forza di sognare, di appassionarsi, di entusiasmarsi, sembra dirci Panhai, ha ancora la forza di ribellarsi e i sogni, per fortuna, non si possono censurare.

 

Offside, Iran 2006
di Jafar Panahi
con Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani
93 minuti

nelle sale dall’8 Aprile 2011

All'apparir del vero. Incontro con Lucia Etxebarria

“Lucía, hay otra entrevista”.

Due minuti dopo essere stato così annunciato al telefono, busso alla porta della camera di Lucía Etxebarría all’Hotel Manin di Milano, dove la scrittrice spagnola si trova per promuovere in Italia il suo ultimo romanzo, Il vero è un momento del falso (Guanda, 2011). Non sono il primo, in camera c’è un giornalista che sta finendo le sue domande; e non sarò nemmeno l’ultimo, anche se Lucía inevitabilmente comincia ad accusare il jet lag dell’autopromozione. Mentre faccio anticamera in attesa del mio turno, noto su un tavolino d’ingresso una di quelle brochure sui servizi disponibili che si trovano in genere sui tavolini d’ingresso degli alberghi di lusso. Mi colpisce immediatamente lo scarso discernimento, tipico di questo genere di servizi, con cui la brochure dà il benvenuto a Lucía: “Welcome Mr Etxebarría”. “Mr”? Come se Lucía Etxebarría non fosse una scrittrice che, in un’intervista su Cafebabel di qualche tempo fa, si lamentava della letteratura “maschilista”, più maschilista di tutte le altre arti, in cui “gli uomini artisti sono degli artisti, le donne artiste sono delle donne”. Come se il suo nuovo romanzo non ruotasse principalmente intorno alle confessioni di un gruppo di donne, paranoiche, complesse, problematiche, affascinanti. Come se il succo del romanzo non fosse proprio quel problema, teorizzato da Guy Debord nel 1967 e oggi così bollente, dell’allontanamento della realtà che, rimossa sullo sfondo, si trova ad essere sempre più frequentemente sostituita da una rappresentazione, dallo spettacolo.

La questione è calda. Sarà per questo che, mentre io cerco di iniziare girandoci un po’ intorno, Lucía mi richiama subito all’ordine. Quello ha scritto, e di quello vuole parlare. E come resisterle?

D: Lei ha cominciato la sua carriera letteraria con Aguanta Esto…
R: No no, quel libro non ha assolutamente niente a che vedere con la mia carriera letteraria! All’epoca avevo 25 anni, facevo la giornalista per una rivista che si occupava di musica rock, c’erano quattro giornalisti in Spagna che si occupavano di questo particolare settore, io avevo bisogno di soldi e le altre tre hanno detto di no, e così l’ho fatto io, ecco. Quello fu un libro scritto su commissione, che non fa parte dei miei libri.

D: Questo vuol dire che quel libro non lo riconosce più?
R: No, semplicemente non è un libro che definirei “letterario”.

D: D’accordo, allora riformulo: Lei ha cominciato la Sua carriera di scrittrice con un libro su Courtney Love, e adesso ritorna al mondo della musica, con un romanzo il cui protagonista, Pumuky, è un cantante pluritossicomane…
R: Sì, anche se poi ciò che ho voluto scrivere non è un romanzo sul mondo della musica, né su un cantante rock, ma un romanzo sulla spettacolarizzazione della realtà. Per questo il protagonista poteva essere anche una star della televisione, o un attore, o qualsiasi altro personaggio dello spettacolo. Ho scelto il contesto del rock solo perché ci ho lavorato per lungo tempo, perciò è un mondo che conosco molto molto bene.

D: E non anche perché, conoscendolo così bene, forse Lei ritiene il mondo del rock particolarmente significativo per esprimere il determinato tipo di relazioni sociali – sclerotizzate, paranoiche – che si viene a creare nel romanzo?
R: Beh, come tutte le rock-star il protagonista è un narcisista che chiede, pretende attenzione: i personaggi del rock sono estremamente narcisisti. Come del resto estremamente narcisista è la società contemporanea in cui viviamo: una società di consumo, di individualismo, di soddisfazione immediata. Normalmente tutti i nostri eroi contemporanei, i cantanti rock, gli attori, i personaggi della televisione, sono personalità narcisiste: anzi, narcisisti-vampiro.

D: Nelle primissime battute del romanzo, uno dei personaggi parla della rarità della vera amicizia: quando il gruppo era famoso, amici anche da sotto i sassi, salvo poi svanire tutti. Discorso attualissimo, nella social era di Facebook.

R: Sì, in Spagna infatti abbiamo un modo di dire: “Vali meno di un amico di Facebook”! Anche se tra gli attori è esattamente la stessa cosa: se sei un attore famoso di un teleromanzo o di una serie televisiva che dura un anno, per quell’anno non ti capiterà mai di pagare la consumazione del bar. Come finisce quell’ingaggio, scompari, sparisci, così.

D: Come nei reality-show, no? C’è ancora il Grande Fratello in Spagna?
R: (smorfia) Sì, c’è, sul canale di Berlusconi, che dopo Telecinco ha appena comprato, l’anno scorso, La Cuatro.

D: Lei ha citato Berlusconi: e sa che in Italia il rapporto donna-corpo-spettacolo è un argomento caldo, ultimamente. Nel suo romanzo assume un notevole peso proprio il rapporto della donna con il suo corpo; penso ad esempio a Olga.
R: Sì, Olga, o Valeria, che è addirittura anoressica. Noi viviamo evidentemente in una società in cui il rapporto di una donna con il proprio corpo è del tutto innaturale: ci vengono imposte delle donne assolutamente fuori dalla natura e dalla realtà, un canone di donne magrissime ma con seni molto prosperosi, il che non esiste in natura, no? Ed è un canone, ancora un volta, consumista, un canone per donne ricche, nel senso che essendo non naturale dimostri di aver avuto i soldi necessari per rifarti, per toglierti i fianchi, aggiungerti il seno… Io non credo di conoscere nessuna donna che non abbia tentato una dieta: molte donne vivono costantemente all’erta, perché è la società che ti impone quel canone e tu ti convinci che è giusto, che bisogna seguirlo. E non è un caso che questa pulsione esista anche per gli uomini, etero o omosessuali, perché entrano in un collettivo sociale che pretende un determinato canone di bellezza come condizione necessaria al conseguimento del successo e del riconoscimento.

Avrei altre domande, ma il tempo è scaduto. Bussano come pochi minuti prima avevo bussato io. Hay otra entrevista, Lucía. Ho giusto il tempo di farmi autografare il romanzo. Lucía Etxebarría mi ringrazia del mio tempo; ma in realtà sono io che devo ringraziare lei, che – come tutti i veri scrittori – cerca di aprire gli occhi dall’esterno a chi si ostina a volerli tenere chiusi, preferendo accontentarsi di un momento di verità nascosto, quasi invisibile, tra le pieghe di un enorme quadro falso.

Né bugiarda né reticente: a lezione di stile da Franca Valeri

“La mente è una minuziosa macchina da presa che entra in tutte le stanze del passato, non sfugge uno sgabuzzino né il balcone di una cucina”. La mente di Franca Valeri è una prodigiosa macchina da guerra, irriverente e umoristica, che disgrega l’ordine costituito delle cose e lo riaggrega secondo la loro vera natura, sempre e comunque assurda e che, anche quando deve assemblare frasi per raccontare episodi drammatici, trova sempre il risvolto burlesco. È la mente di una signora di 90 anni, intellettuale non organica a nulla che non sia lo spirito d’osservazione e l’arguzia sapida, prestata al romanzo popolare e alle cronache di poveri non amanti, che sforna sceneggiature e sketch anche quando pensa a voce alta alla sua vita di notte quando non dorme e parla a sé stessa, ai suoi amati animali, quando affronta i ricordi. In fondo cosa è la vita?

La signora della comicità e del teatro ci insegna che è una sceneggiatura, di estensione, accidenti e densità variabile, che se la calchi sulle tavole di un palcoscenico ti passa in forma quasi indolore e aggiri le ordinarie sofferenze e le ritualità comuni e tutte quelle manfrine sul cosa fare o cosa non fare nell’arco di un giorno comune o festivo. Sessanta anni sulle scene e il miracolo della freschezza nell’impatto con le esperienze o la loro  rievocazione: “Francamente trovare idee per la mia vita mi sembrerebbe troppo, avendola anche vissuta”, scrive. Sintesi e sospiri, sospiri e sarcasmo però ci sono tutti per raccontarlo, questo miracolo. Bugiarda no, reticente: intendiamoci questa è la modalità di Franca Valeri di raccogliere i ricordi e ricapitolare i fatti, dichiarata fin dal titolo del suo libro senza infingimenti. In verità lei non è né bugiarda né reticente, solo spiritosa e anticonformista, ma non ci sono pose né forzature. C’è modo e modo di ideare, realizzare e porgere un’autobiografia, infatti. Tutto sta alla personalità dell’estensore.

Non si è certo arresa alla sollecitazione narcisistica dell’autoreferenzialità, percorso quasi scontato. A parte il fatto che avrebbe potuto permettersi questo e altro, non può essere che la signorina Snob, la sora Cecioni, la Cesira e via e via tanti personaggi fino alla moglie di Socrate, ecco non è possibile che componga una autobiografia convenzionale. Non la si cerchi, che tanto non la si trova nel suo libro. L’ha anche detto in un’intervista: niente  autobiografia sul genere del confessionale. Pudore sentimentale, scandaloso in questi tempi: in ciò consisterebbe il suo essere reticente, che era un appellativo che le aveva dato sua madre, molto amata e ricordata, a cui è  dedicato il libro. Il titolo sembra fare il verso casomai a un’altra autobiografia coi fiocchi e i lazzi, quella di Paolo Poli, uscita nel 2009, Siamo tutte delle gran bugiarde. Franca che di cognome si chiama Norsa, scelse il cognome  d’arte Valeri su suggerimento di una sua compagna di liceo, in omaggio al  poeta Paul Valery. Nel suo memoriale scritto che procede a salti e disordinata vivacità, c’è la rievocazione di un mondo, quello della borghesia milanese. Franca è figlia di un padre ebreo e di una madre cattolica, la sua è una giovinezza dorata: fin da piccola serate alla Scala con il fratello e la mamma bella ed elegante, villeggiature lunghissime al mare, a Riccione e all’Hotel des Bains del Lido di Venezia, in montagna sulle Dolomiti.

Vita felice stravolta dalle leggi razziali che costringono la famiglia alla diaspora: il padre in fuga in Svizzera, i gioielli di famiglia seppelliti in una cassetta di ferro nell’orto di amici in Brianza, lei e la mamma costrette a cambiare continuamente casa per cercare di sfuggire ai nazifascisti. Roba tosta e cruenta della grande storia che questa signora affronta senza retorica e con quella particolare impronta che ce l’ha fatta amare al cinema, in teatro, in tv. Dopo il fascismo e la guerra, arriva l’anelito alla libertà e all’affermazione di un’identità femminile emancipata; l’inizio della carriera e gli episodi più importanti: la radio, il teatro, il trasferimento da Milano a Roma dove tuttora vive, la nascita dei personaggi più celebri, il leggendario Teatro dei Gobbi fondato con Caprioli (che sarà suo marito, da cui poi divorzierà), Alberto Bonucci e Luciano Mondolfo che trionfò a Parigi, il Piccolo Teatro di Strehler e Grassi dove recita in La Maria Brasca, il cinema. E tanti personaggi soli incontrati o con cui ha condiviso anni di lavoro: Peppino Patroni Griffi, Nora Ricci, Sordi, Chaplin, il bellissimo Lawrence Olivier, la Callas, e poi la galleria di donne che le sono passate accanto e che ha saputo reinventare in palcoscenico.

Niente di organico e di ordinato nel racconto, e perché poi? Forse la vita lo è? Esemplare è la sua sintesi sferzante e vera di tanti anni trascorsi: “A vent’anni era affondare il fascismo, a trenta avere in pugno il teatro, a quaranta tutto, a cinquanta occhiali e quasi tutto, e… eccomi”. Anche gli amori ci sono, certo che ci sono, però quasi periferici e marginali, marginalità che spetta ai “traditori” come lei li chiama: due uomini, uno Vittorio Caprioli, raccontati senza nulla concedere al pettegolezzo, ma con la discrezione di una signora che resta indomita e pungente. Merito proprio di quella mente che le permette di andare dove vuole, sorvolando sui colpi meschini, planando sui grandi e piccoli accadimenti senza compiacimenti né lamentele. Casomai praticando lo sberleffo ben temperato. Certo c’è la vita, sostanza, fatti, itinerari, ma la trascrizione più efficace resta quella della sua vera vita nella vita, il lavoro, al teatro. Pagine poetiche perché il racconto non è mai autocelebrazione, ma invenzione eccentrica mossa dal senso del ridicolo e dall’autoironia. Un assaggio: “Ma sono stata fedele al mio lavoro? Sostanzialmente sì. Perché la fedeltà non è una mia virtù. È una mia necessità. Il motivo è molto semplice, è la sostanza di una scelta. Non sono mai stata scelta, né da un uomo, né da un amico, né da un mobile. C’è in genere la reciprocità, anzi sempre, ma la scelta è tua. Il proprio lavoro è quel meraviglioso individuo (dai più odiato) che ci accompagna. È stato per me generoso, ma pretende. È giusto. Vedermi piegata in due a insaponare un uomo distratto gli dava certamente ai nervi. È evidente che mi rappresento anche lui in fattezze umane, è la tendenza delle nostre limitate capacità d’astrazione”. Il lavoro a teatro, vero compagno di vita: “Invecchia tenendomi d’occhio. Io lo rassicuro, ti sarò fedele. Sembra che mi dica: Invecchiando si può perdere il controllo. Anche lui qualche volta dice delle sciocchezze, se si perde il cervello non si lavora più. Su questo pensiero consolatorio mi addormento”.

Titolo: Bugiarda no, reticente
Autore: Franca Valeri
Editore: Einaudi (collana Supercoralli)
Dati: 2010, 103 pp., € 17,00

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Donne invisibili: l'umanità senza voce negli scatti di Sheila McKinnon

Qualsiasi vocabolario chiarisce che il sostantivo femminile “donna” sta a indicare un individuo adulto di specie femminile, ovvero la femmina adulta di homo sapiens per chi ami i risvolti etologici. Resta una grave omissione: donna è sostantivo che da solo non si tiene, non si spiega. D’altro canto, hai voglia di abbinarle aggettivi soliti e declinarla in locuzioni d’uso comune, esplicitate nei vocabolari. Donna è vocabolo che porta con sé solo e soltanto, come fosse il peccato originale, l’attributo che da sempre è destino, con varie gradazioni, dell’individuo adulto di specie femminile: invisibile. Chi dice donna dice essere invisibile.

Può sembrare un controsenso piagnucoloso e vittimista, visto e considerato che in apparenza la nostra beneamata civiltà dell’immagine e dell’esibizione ha dilatato la donna fino alla gigantografia. Ma quale donna? La donna immagine, appunto, manichino, membra, brandelli di carne, polpa pronta. Anche questo è un modo paradossale, corpulento e macroscopico di rendere invisibile la donna. Altrove, nel mondo altro la cui priorità è la sopravvivenza, le donne sono invisibili secondo inclinazioni e declinazioni della propria cultura d’appartenenza, pur sempre misogina e patriarcale, e condizioni socio-economiche del proprio paese. Invisibili dalla nascita e fino alla morte. Destino toccato a milioni di donne, che riguarda milioni di adolescenti per le quali il passaggio in terra è una pena da espiare senza trovare spiegazione, se non nelle imposizioni paterne e maschili.

“Born invisible”, adolescenti ai margini, è il titolo della mostra di fotografie della italo-canadese Sheila Mckinnon che si inaugura il 3 febbraio alla Loggia degli Abati di palazzo ducale a Genova. La mostra è organizzata dalla Fondazione Edoardo Garrone insieme all’Aidos, associazione italiana donne per lo sviluppo, ed è ospitata dalla Fondazione per la cultura palazzo ducale. Born invisibile, nate invisibili, sono spose bambine, madri troppo giovani, ragazze stuprate, sieropositive, abbandonate, sole, dimenticate.

Fotografie come narrazioni, “rivelazione dell’invisibile”, ritratti di adolescenti, indiane, asiatiche, africane, sospese tra realtà, possibilità, persino un tenue vagheggiamento onirico negli occhi, mentre tutt’intorno il contesto svela emarginazione e degrado. La cifra stilistica che caratterizza questi lavori è la duplicazione dell’immagine, una sorta di radiografia della luce dentro il corpo comune che sottolinea una storia parallela, la storia interiore, a cui non corrisponde la vicenda esterna obbligata: l’ adolescenza non vissuta, la strada come condizione imposta dalle famiglie ed esercizio della sopravvivenza, oppure il matrimonio precoce come scelta paterna, o le gravidanze precoci, le malattie. Le foto raccontano ragazze nate senza voce a cui è richiesto un unico requisito: essere invisibili, non disturbare, non intralciare la logica delle cose. L’arte di raddoppiarle in foto vuole essere un mezzo di farle parlare e riscattarle dal destino di marginalità umana. Compito difficile perché la fotografia cade spesso in trappole di segno opposto: il manierismo estetico o il sensazionalismo cronicistico.

“Il mestiere di fotografo, come di tutti coloro che lavorano con l’immagine, è sempre più esposto al rischio di produrre belle immagini che sono fine a sé stesse”, scrive Maria Giovanna Musso, sociologa dell’arte, nel catalogo. “Oppure – aggiunge la studiosa – specie nel caso della fotografia sociale, per definizione volta alla denuncia – si orienta alla ricerca di immagini forti, scandalistiche, urlanti, che tendono ad estremizzare la ferocia e la brutalità del mondo”.

Le immagini di Sheila McKinnon, invece, non sono autoreferenziali e neanche sensazionalistiche. Sono una cronaca della realtà abbinate allo svelamento dell’anima che finalmente dà voce a bambine e adolescenti. La ragazzina del Burkina Faso è incorniciata con il secchio da lavoro in mano, in primo piano forse proiettata altrove e libera dalla sua corvee, gli occhi che anelano una qualche liberazione. Il gruppo di bambini indiani sta tra taniche d’acqua e provvisorietà auto-sostenendosi in un cammino di vita casuale. La bambina della Sierra Leone ha gli occhi allarmati sotto l’ombrello a righe rosso e nero che dovrebbe proteggerla da un destino avverso e creare un piccolo spazio onirico. Forse potrebbe avere un’esistenza altra se il caso girasse appena l’angolo e potesse fare cose normali, da bambina. La “blue girl” vietnamita mostra le piaghe di un’esistenza di sfruttamento e lavoro minorile, il cappellino rosa in testa è l’unica variante gentile. La bambina indiana dalla gonna rossa sembra abbia l’opportunità, sia pure momentanea, di vivere l’avventura della lettura in un mondo di lamiere e baracche. Nel deserto del Morocco le donne bambine accudiscono fratelli, o forse figli, che non fa differenza, hanno fisionomie, il volto è annebbiato, irradia luce potenziale, ma anche la costrizione a non essere se la vita diventa inferno. La mostra si inserisce in un percorso che la Fondazione Edoardo Garrone ha iniziato già da alcuni anni con le associazioni non governative Aidos e Amref con le quali Sheila Mckinnon collabora da anni, oltre al lavoro svolto per testate giornalistiche europee e americane.

“Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo le bambine e le adolescenti occupano l’ultimo gradino della scala gerarchica familiare – spiega Daniela Colombo, presidente dell’Aidos – Sono sfruttate per ogni sorta di lavori domestici o di attività generatrici di reddito, come ad esempio la tessitura. Spesso sono abusate sessualmente da membri della loro stessa famiglia, sono sottoposte a pratiche tradizionali quali le mutilazioni dei genitali femminili e sono costrette a matrimoni precoci e forzati in cambio del cosiddetto “prezzo della sposa”.

“Questa è semplicemente la normalità in tanti paesi – aggiunge Daniela Colombo – il modo in cui si costruiscono i ruoli di genere in società patriarcali che assegnano a uomini e donne compiti e funzioni diverse e che solo ora cominciano a riconoscere la profonda iniquità iscritta nella tradizionale costruzione dell’identità di genere. E mentre tante organizzazioni si impegnano per l’infanzia, pochissimi programmi cercano di far fronte specificamente ai bisogni delle adolescenti e, soprattutto, di quelle più povere. Che nascono e continuano a crescere “invisibili”, sotto il peso di responsabilità adulte arrivate troppo presto che cancellano i loro sogni e le loro aspirazioni”.

Con le dovute differenze, tutte le società sono misogine e “tollerano” la donna a condizione che sia “invisibile”, che compaia o meno. L’invisibilità femminile è coltivata ad arte persino nella ricostruzione storica. Qui da noi stiamo festeggiando, almeno sulla carta i 150 anni dell’unità di Italia. Ma che tipo di festeggiamenti sono? C’è una madornale omissione che è emblematico specchio della società attuale. Sembra che il Risorgimento sia stato una vicenda di soli uomini. La rappresentazione dell’unificazione nazionale è tutta maschile. Nulla si ricorda delle donne che parteciparono alle cospirazioni carbonare, al dibattito culturale, al Risorgimento. E se si ricordano, se sono entrate nei libri di storia non è per meriti propri, ma per essere state (come Anita Garibaldi, Teresa Casati Confalonieri, Giulia Beccaria) compagne o madri di personaggi maschili, degne d’attenzione perché “aiutanti” di campo dell’eroe, e idealizzate in una dimensione tragica. Se proprio vivono di vita autonoma è in un ambito di “pertinenza” tipicamente femminile, quella dell’intrigo, ancor meglio se a sfondo erotico, come la contessa Oldoini di Castiglione. E non è un caso se alla pinacoteca provinciale di Bari è in corso una mostra (fino al 29 maggio) dedicata alle Eroine invisibili. Storie di donne dalle collezioni della provincia di Napoli e della Pinacoteca di Bari. Storie in pitture del ruolo civile e sociale svolto dalle donne in due secoli di storia italiana, prima e oltre gli stereotipi femminili della bellezza. Eppure sembra quasi moderata la misoginia dell’Italia risorgimentale e postrisorgimentale, a confronto con la fallocrazia che la cronaca ci restituisce ogni giorno. Purtroppo però, lo spaventoso arretramento fino all’harem e al sultanato è avallato e favorito da stuoli di ragazzine che si credono emancipate o astute ma maschiliste quanto e più dei loro sfruttatori, rafforzano la visione della donna come merce. La buona notizia viene da Kabul: ha da poco riaperto il giardino delle donne, composto da 3500 mandorli in fiori e cinquemila rose rosa appena piantati. Qui le donne prima dell’arrivo dei talebani potevano passeggiare a capo scoperto e sentirsi libere. La cosa non piacque e i talebani distrussero il giardino. Ora rinasce. Rose e fiori di mandorlo: armi gentile contro la rozzezza di un potere flaccido.

La mostra di Sheila McKinnon è visitabile dal 4 al 20 febbraio dalle ore 10.00 alle 19.00.

Ingresso libero.

We want sex… equality

A Dagenham, distretto industriale dell’Essex, nel 1968 succede qualcosa di straordinario; qualcosa che, certo, meritava di essere raccontato.
È strano pensare che, solo quarant’anni fa, le donne ricevessero, da contratto, circa la metà della paga oraria dei colleghi uomini per svolgere lo stesso lavoro. Oggi suona come un paradosso, un’assurdità, qualcosa di inaccettabile. Eppure il 1968 non è poi così lontano.
Furono proprio una manciata di operaie della Ford di Dagenham, solo 187 su uno stabilimento che dava lavoro a più di 50.000 dipendenti, a cambiare le cose.

Quelle donne decisero di non accettare più un’immotivata subalternità e di lottare per ottenere pari diritti rispetto ai colleghi uomini e un sistema salariale basato sul merito e non sull’appartenenza di genere.
Richiesta più che legittima, diremmo oggi, e invece allora sembrò scandalosa, inappropriata, esagerata: le donne, prima di quel momento, non avevano mai scioperato. La direzione della Ford scelse un atteggiamento di completa chiusura e le donne furono costrette a portare avanti la protesta a oltranza finché non si guadagnarono, con la loro determinazione, l’appoggio dell’allora Ministro del Lavoro Barbara Castle.
È interessantissimo vedere messe in scena dinamiche di relazione industria-sindacati-governo che risultano ancora attualissime; i reciproci ricatti, le contrattazioni e le strategie che, troppo spesso, nulla hanno a che fare con il benessere dei lavoratori o della nazione intera.

Il film presenta moltissimi spunti di riflessione. Non solo accende i riflettori sull’ovvia ingiustizia della disparità retributiva, ma cerca di mostrare anche quanto offensivo potesse essere l’atteggiamento paternalisitico e accomodante di quegli uomini che pensavano fosse necessario proteggere o difendere un gruppo di donne che, al contrario, ha dimostrato di essere perfettamente in grado di cavarsela da sé.
Il pensiero corre inevitabilmente alla situazione odierna ed è impossibile non deprimersi pensando a quante conquiste dei nostri padri, o addirittura dei nostri nonni, vengano oggi messe in discussione se non esplicitamente calpestate. Della condizione specifica delle donne in Italia, poi, meglio non parlare perché il quadro si commenta da solo.

Nigel Cole, autore di L’erba di Grace, ha il merito indiscusso di aver portato sugli schermi una storia vera di lotta e di speranza che, forse, in questo momento è il nutrimento di cui molti animi sfiduciati hanno bisogno.
Tuttavia, dal punto di vista strettamente cinematografico, We want sex si è rivelato un po’ deludente. La sensazione generale è quella di un film costruito a tavolino, con un dosaggio quasi matematico delle necessarie componenti: commedia, tema sociale, relazioni umane, tragedia. Il risultato è un prodotto che suona spesso poco sincero. Dalla sceneggiatura sono eliminati tutti i veri contrasti e la storia procede come su un binario obbligato, in maniera tristemente prevedibile. Ma, soprattutto, non c’è nessun antagonista interessante. Le operaie sono tutte buone, motivate e in gamba, gli altri sono tutti stupidi, avidi e cattivi. Le scene comiche costituiscono, talvolta, delle vere e proprie cadute di stile e anche i dialoghi scivolano spesso nel cliché, soprattutto per i personaggi minori.
Film come We want sex fanno bene alla società. Un po’ meno al cinema.

 

We want sex (Made in Dagenham), GB 2010
di: Nigel Cole
con: Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson
Lucky Red, 113 minuti
nelle sale dal 3 Dicembre 2010