Barney Panofsky? No, questa è casa Shapiro. 'Joshua allora e oggi' di Mordecai Richler

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Il marketing è un aggeggio davvero diabolico: necessario e fruttifero, certo, ma anche insidioso e infido. Per dire, prendete Joshua allora e oggi di Mordecai Richler. Pubblicato nel 1980 – diciassette anni prima dell’uscita de La versione di Barney; tradotto in Italia da Adelphi solo pochi mesi fa, Anno di Grazia 2013 – cioè dodici anni dopo la prima edizione italiana de La versione di Barney. Un sacco di tempo: abbastanza perché a quel punto in Italia, come del resto in tutto il mondo, Richler sia ormai perfetto sinonimo di Barney, e allora non c’è scelta: se vuoi vendere Joshua, devi partire da Barney, e presentare il primo come il “vero progenitore romanzesco di uno dei personaggi più amati degli ultimi anni”. Et voilà, les jeux sont faits! Joshua è il nuovo Barney, prendete e leggetene tutti! Tutti felici e contenti, quindi? Non proprio: perché più d’uno, chiuso il libro, ha dovuto ammettere che sì, ok, i due un po’ si somigliano, ma in fondo in fondo neanche tanto. Ci avevate promesso Barney, dove l’avete nascosto? Ed ecco l’insidia del marketing: spingerci a cercare nel libro una cosa che non c’è, finendo per fare uno sgambetto al romanzo stesso.

Che è un ottimo romanzo, intendiamoci, per un sacco di buone ragioni. Solo che con Barney Panofsky non c’entra quasi nulla.

La storia in breve? Un bel giorno Joshua Shapiro, giornalista sportivo e autore di un fortunato libro sulla guerra civile spagnola, si risveglia in un letto d’ospedale con un sacco di bende addosso, tutte le ossa fracassate, nessun ricordo di cosa gli sia capitato, la moglie sparita e le ombre di uno scandalo di natura omosessuale che minacciano di travolgerlo e da cui il padre ex pugile e il suocero ex senatore cercano a tutti i costi di proteggerlo. Nel tentativo di ricomporre i pezzi del puzzle della propria vita, Joshua ripercorre con la memoria la sua intera esistenza: dall’infanzia negli anni ’30 a St. Urbain Street ai viaggi in Europa tra Parigi, Londra e Ibiza, tra l’ambizione di diventare un giornalista e il bellicosissimo rapporto con la propria identità ebraica. Ci sono anche uno chalet sul lago, un mistero del passato su cui non si fa chiarezza fino alla fine, il necessario contorno di amici bislacchi, riti camerateschi e alcuni altri ingredienti che, presi in se stessi, sulle prime hanno fatto gridare a tutti noi all’unisono “BAR-NEY! BAR-NEY!”, e liquidare così più o meno l’intera faccenda. Solo che Joshua Shapiro ha, di suo, alcune peculiarità che sparigliano un po’ tutte le carte.

Il fatto è che Joshua è al tempo stesso qualcosa di più e qualcosa di meno di Barney. Non vuole avere a tutti i costi l’ultima parola, non racconta la propria storia per convincerci della propria verità a scapito di quella degli altri. A essere precisi, non ci racconta proprio nessuna storia: la narrazione in prima persona che costituirà la cifra essenziale dell’Homo Barneyanus qui lascia il posto a una voce narrante (all’università la chiamerebbero “onnisciente”) che si incarica di raccontarci la vita di Joshua al posto suo, senza ambiguità e ipocrisie, e senza sconti per nessuno dei suoi protagonisti. Così gestito, il romanzo non è solo la storia di un uomo che ripercorre la propria esistenza cercando di giustificarsi per averla vissuta così. Diventa il racconto del grande mito ebraico-americano di rancori, rivalse, successi e cadute, integrazioni fallite; il tentativo doloroso di fare i conti con la propria identità, con le proprie origini, con il fardello di essere un membro del Popolo Eletto in un’epoca che sta mettendo in atto l’Olocausto, e poi ancora dopo, a guerra finita, quando i relitti del Nazismo – fallito ma mai obliterato – spuntano fuori qua e là con altri nomi, o nei panni di ex ufficiali rivestiti da romanzieri western sotto pseudonimo, o anche solo nella forma persistente di pregiudizi antisemiti incancellabili.

Il risultato è un romanzo intricato, contorto, ribollente, elaboratissimo, tanto giovanilmente incazzato quanto Barney – con i suoi sigari, il MacAllan, la grande casa vuota, l’Alzheimer – era cinico, disincantato e disilluso. Una ferita ancora aperta che non smette di fare male, e che il narratore tiene viva versandoci sopra sale a barili nello sforzo di capire come se la sia fatta.

Del resto, se Joshua non è ancora Barney, Richler è già pienamente Richler, con tutto il suo irresistibile disprezzo per le facili convenzioni di una narrazione lineare. E così ecco il testo narrativo disintegrarsi, lungo le linee contorte del tempo e della memoria, nell’equivalente di un gigantesco specchio infranto, che ancora conserva nei suoi mille frammenti l’immagine riflessa del proprio osservatore, ma la polverizza in tanti pezzi quanti ne richiede la complessità delle esperienze vissute. Il gioco dei salti temporali su e giù, avanti e indietro dai quattro diversi piani lungo i quali si snoda il racconto, realizza un frenetico e ininterrotto andirivieni da cui pian piano prende forma sotto i nostri occhi una storia della quale all’inizio non capiamo assolutamente nulla, ma la cui trama si dipana di pari passo con il crescere dello stesso personaggio che la vive. Un movimento narrativo parallelo che costruisce insieme storia e personaggio, affinando al tempo stesso la tecnica di racconto che sarebbe poi esplosa, diciassette anni dopo, con Barney.

Tirando le somme: Joshua Shapiro è il nuovo Barney Panofsky? No; e non è nemmeno il vecchio Barney, il Barney prima di Barney. Inutile cercare Barney in Joshua allora e oggi, è come aspettare Godot. Quella di Joshua è proprio un’altra storia, e va letta e goduta e soprattutto compresa per se stessa: una storia bruciante di lotte e rivalse, di mondi inconciliabili che si scontrano collidendo con il fragore di una cannonata, di ingiustizie impunite, di successi e fallimenti. Di cinismo? Un poco: ma un cinismo che non fa ancora ridere, perché la sua fonte arde ancora troppo viva in chi lo prova. Non chiedete a Joshua di farvi sbellicare con la storia della sua vita, perché lui è lì per prendervi a cazzotti in faccia. Quando li vedete arrivare, non spostatevi: i cazzotti tirati dai buoni libri fanno sempre bene.

Joshua allora e oggi di Mordecai RichlerMordecai Richler
Joshua allora e oggi
Traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti
Adelphi
2013, 466, € 20,00

Dalla sua parte: la malattia mentale come laboratorio di coscienza

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Stare Dalla sua parte è quando la malattia mentale di un padre diventa viatico per superare l’autobiografia ed entrare senza forzature ma neanche pudori nella letteratura passando dall’ingresso principale. Dalla sua parte è a un tempo catarsi e riscatto in forma narrativa della sofferenza psichica di un genitore  affetto da disturbo bipolare e di tutto lo sterminato riverbero di disagi e condizionamenti familiari prolungati per anni. È risorgere trasformando dolenti noti personali in occasione di speranza, speranza ‘ecumenica’ perché travasata dalla letteratura alla vita, a disposizione di chi sconta il disagio mentale di un proprio congiunto e si logora nella contrizione e nel silenzio. Dalla sua parte (Edizioni Ensemble, 2013, € 15,00) è opera prima di Isabella Borghese, giornalista, scrittrice, responsabile della rubrica Libri & Conflitti sul quotidiano on line controlacrisi.org. Il romanzo, perché di questo si tratta, brilla di luce propria grazie a due requisiti fondamentali: una trama di sostanza perché affronta il tema del disturbo bipolare e uno stile che la sostiene e le conferisce il carattere di necessità poetica e strutturale. L’impatto è con una storia forte mai forzata, casomai contraddistinta da nitida schiettezza, a cui corrisponde una composizione trafelata, nervosa, densa e insieme scarna che nulla concede all’inessenziale e tesse un racconto sull’orlo del precipizio. Spesso si fa racconto estremo, molto più che sull’orlo del precipizio; cronaca di uno stato di calamità permanente. Tale stato colpisce non solo il padre ma anche la figlia, la protagonista, nonché Lina, la madre e gli altri familiari.

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Ci sono resoconti crudi di un dolore non abbordabile altrimenti, che arrivano alle viscere e strattonano le emozioni letargiche. “I miei occhi l’hanno visto morire almeno sei volte. E ogni volta per suicidio. E ogni volta in modo diverso. Mio padre è un volo giù dal quinto piano del palazzo in calzoncini e canottiera che si spiaccica al piano terra di marmo freddo bianco e nero. È lanciarsi dalla finestra della sala e precipitare nell’ingresso che precede il portone. Mio padre è un salto nel vuoto da un ponte e dio solo sa se mai avrei potuto riconoscerlo. Ma è anche impugnare coltelli in cucina da toglierglieli con la forza che non ho mai saputo di possedere. Mio padre è la paura di nulla. L’ho visto morire così tante volte davanti ai miei occhi stremati e angosciati che un giorno avrei voluto supplicarlo: “Ti prego papà, adesso o mai più”! Francesca è un’eroina dei nostri giorni:  dotata di coraggio intermittente, spesso adombrata dalla paura della propria passione oltre che dalle circostanze. Cresciuta troppo in fretta, costretta a ‘raffreddarsi’ per sostenere il perpetuo surriscaldamento paterno tanto più angosciante nella fase depressiva, privata della possibilità di  scagliare al mondo i propri lapilli di lava ma anche cenere se non attraverso la creazione di gioielli e il dipingere,  ‘allevata’ alla cura del padre, a organizzare i suoi ricoveri, a gestire i tentativi di suicidio, l’alcolismo, i comportamenti distruttivi, cosa che sua madre troppo innamorata del marito non sa né può fare. Quasi fino a eclissarsi come madre tant’è che la protagonista la chiama con il nome di battesimo, mai mamma o quasi mai finché maturano svolte inattese. La vicenda si concentra nel giro di qualche giorno, sono i giorni delle festività natalizie durante i quali si riannodano fili familiari, altri si spezzano per sempre; riemergono spine antiche; forse fioriranno rose e ricongiungimenti.

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Il difficile percorso della protagonista è quello di un’emancipazione progressiva dalla propria storia per come si è svolta fino a quel momento: non basta più l’aver lasciato materialmente la casa dei genitori e aver conquistato un proprio nido, il rifugio sicuro almeno dai tempi e modi totalizzanti della malattia del padre. Lei stessa si prefigge un salto di stato: avviare un processo individuativo, cercarsi, trovarsi, abitare la propria interiorità, diventare ciò che già è, coincidere con i propri sussulti, far esplodere la voglia di esistere e amare. È quanto avviene attraverso l’incontro scontro con due personaggi, Paolo e Gemma, due possibilità d’amore tra libertà e anticonformismo, due occasioni per trovare la forza di essere sganciandosi da catene antiche. Ci saranno esiti sorprendenti, spesso la vita prende una piega drammatica, ma anche questa può consentire di far fluire energie altrimenti bloccate e avviare trame impensate così da non restare reclusi nel personaggio creato dalle circostanze familiari. L’impossibilità d’amare a cui si è confinata Francesca non è che una  difesa, la paura di diventare come suo padre e cagionare la stessa sofferenza agli altri. Lei, costretta all’apnea, lo racconta in un monologo d’intensa liricità: “Mio padre e mia madre devono avermi insegnato che l’amore non fa respirare. Toglie l’aria. Non permette di parlare con gli altri, né di aprire la finestra se si è in casa. Ho visto che nelle passeggiate le donne camminano davanti e gli uomini dietro a controllare. Questo è stato da piccola il mio incedere con la mamma: io e lei davanti, mio padre sempre dietro. Hanno poi cercato di condurmi in uno spazio di vita in cui al di là della famiglia non esiste niente e nessuno. Solo cattiveria e diffidenza. Mi hanno fatto capire che l’amore uccide la libertà. Ruba la spontaneità. Estirpa i sogni alla radice. Grida ogni sua manifestazione egoista. Non ha silenzio né riservatezza. Fa perdere se stessi nel ritrovarsi un’unica persona con l’amata. Mio padre mi ha insegnato che un papà può essere figlio del proprio. Può piangere, gridare, tirar botte, soffrire, ammalarsi, e consegnarti la sua malattia come fosse la tua dote. Io non so vivere senza respirare e senza seguire i miei istinti. Io non so se avrò per sempre la forza di non innamorarmi più, ma so con certezza di non poter pensare di compromettere un amore, di trasformarlo in confusione privandolo di ogni bellezza. Non sono neanche capace di pensare che un giorno un uomo potrà accompagnarmi e lasciarmi ammalata in una clinica mentre i miei figli, quelli che non ho, potrebbero stare a casa … a piangermi? ad aspettarmi? O forse no? perché si saranno liberati dall’angoscia della mia presenza? Non sono neanche in grado di sbarazzarmi di questi pensieri. Si può imparare tutto nella vita, anche attraversare i cancelli di una clinica psichiatrica senza nessuno che ci accompagni (…). Finché la protagonista scopre che la dote può essere anche quella che ognuno, a dispetto della propria storia, si regala concedendosi la possibilità di amare ed essere amati.

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Da evidenziare le capacità non solo letterarie ma anche organizzative di Isabella Borghese. Si sa che l’autore oggi deve farsi promotore in proprio della sua opera e portarla a giro per farla conoscere. Isabella ha avviato un faticoso tour non solo nei luoghi più o meno soliti deputati alle presentazioni di libri, ma soprattutto coinvolgendo pazienti, parenti di pazienti, psichiatri, comunità, scuole e studenti. Con la ‘scusa’ di parlare di un’opera letteraria ha dato un contributo nella lotta contro lo stigma che colpisce la malattia mentale e ha permesso a tanti cittadini le cui vite mai scritte sono anch’esse in stato di apnea, di testimoniare la propria esperienza e avviare pubblici confronti. Ma, si sa, chi scrive è inquieto, curioso, già altrove mentre cerchi di fissarlo in un racconto. Annotiamo perciò che proprio in questi giorni Isabella ha concluso un nuovo romanzo,  titolo provvisorio: Gli amori infelici non finiscono mai, sarà pubblicato da Giulio Perrone editore forse in primavera. Stavolta il tema scelto è quello della prosopagnosia, parola composita, definisce un deficit percettivo acquisito o congenito del sistema nervoso centrale che impedisce a chi ne viene colpito di riconoscere i volti delle persone. Come a trovarsi soli e stranieri tra le facce e sulla faccia della terra perché niente è riconoscibile. L’idea l’è venuta leggendo libri di Oliver Sacks. Tale disfunzione fu studiata tra i primi da Jean Martin Charcot, fondatore della neurologia, medico dell’ospedale Salpetriere di Parigi celebre perché aveva in cura le isteriche e per le sue lezioni spettacolari a cui assistettero Eugen Bleuer, Sigmund Freud, Pierre Janet e Jean Leguirec. Ma questa sarebbe un’altra storia. Comunque sempre ‘dalla sua parte’, quella della sfuggente irriducibilità  della vita a diagnosi e categorie tra il mistero della malattia e quello più fitto ancora della salute apparente.

dalla sua parteTitolo: Dalla sua parte
Autore: Isabella Borghese
Editore: Ensemble
Collana: Échos
Dati: 2013, 192 pp., 15,00 €

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Dipendere da tutto – su Adulterio in America Centrale di Clancy Martin

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Clancy Martin è uno scrittore canadese che ha vissuto molte vite. E’ stato ragazzo ribelle – figlio di un padre santone/guru che sosteneva di parlare con entità invisibili e fratello del più importante spacciatore di Calgary oltre che cleptomane, cocainomane, alcolista, venditore di gioielli, professore universitario di filosofia e, infine, scrittore. Tutto questo vantando ancora oggi una giovane età (46 anni). Con una vita così era difficile che qualcosa non andasse a finire su pagina. E infatti il suo esordio letterario, Come si vende – uscito in Italia per Adelphi nel 2010 –  trasfigura in romanzo la sua esperienza di venditore di Rolex nel Texas, perso tra feste, truffe, orge di coca e alcool: un successo di critica al primo colpo. Nomi e personaggi sono inventati ma la sostanza, come lo stesso autore conferma, viene dritta dritta dalla sua multiforme esperienza.

“Più ero dalla parte del torto e più mi risultava facile indignarmi”

Ora, messa da parte l’esperienza di venditore, nel nuovissimo Adulterio In America Centrale, novella uscita per l’attenta e coraggiosa Indiana Editore (e pubblicata in origine su The Milan Review), lo scrittore canadese ci riprova spostando l’asticella un po’ più in alto: sceglie di mettere al centro della scena Brett, donna dal nome maschile, moglie devota, ex-scrittrice ed ex-alcolista americana trasferitasi in America Centrale che, all’improvviso, manda a monte la sua vita per seguire il bel Eduard, consulente finanziario del marito di lei, Paul, imprenditore alberghiero di notevole successo. Anche qui l’esperienza personale si maschera e si incorpora nella finzione.

“Soprattutto, l’alcolista segreta fa ubriacare di continuo il suo amante. Perché un amante sobrio capisce se hai bevuto o no. Prende nota del tempo e di tutte le volte che sei andata in bagno. Si accorge che sei rimasta al minimarket per mezz’ora quando sarebbero bastati dieci minuti. Se il tuo amante è ubriaco, puoi bere per tutta la notte”

A raccontarla così potrebbe sembrare la trama scontata di una telenovela di terz’ordine, uno di quei plot stereotipati che funzionano sempre. Ma descrivere l’adulterio, le condizioni e le motivazioni che lo alimentano, che lo fanno crescere nel tempo fino a farlo diventare un tumore grosso e pulsante con cui è impossibile convivere, be’, questa è roba da scrittore e Martin la sa maneggiare con notevole cura. Attraverso una scrittura veloce, fatta di agili capitoletti in cui si descrivono gli snodi della doppia esistenza di Brett, lo scrittore canadese riesce a rendere con grande efficacia la vita di apparente benessere della ricca borghesia americana, annoiata e incapace di vivere – di provare emozioni e sentimenti, di sentirsi, in qualche modo, realizzata –  se non sotto l’effetto di sostanze, ma allo stesso tempo capace di prendere decisioni fondamentali con estrema leggerezza e con una totale mancanza di prospettiva futura.

“Tradire il marito assomiglia molto a farsi di cocaina. Non è quasi mai piacevole, ma provate un po’ a smettere”.

L’opera di Martin si inscrive così nel filone capeggiato da Bret Easton Ellis e soci, perché dietro i fatti narrati vi è una freddezza descrittiva di fondo che è figlia di quella stessa abulia che viene raccontata, una scrittura asettica e senza trasporto che è soprattutto una scelta di poetica ma che sa muovere il lettore con la stessa identica forza. Adulterio in America Centrale è un altro tassello, nella storia personale e letteraria di Clancy Martin, che lo porta più in là, è un correre verso qualcosa, già maturo e ampiamente accennato, ma che tuttavia non è ancora completo, anche se di ottima fattura. E’ un passo verso la prossima creazione, che  – a detta dello stesso autore (leggerete nell’appendice del libro una bella intervista con Matteo B. Bianchi) – potrebbe essere molto diversa. O forse no?

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Adulterio in America Centrale 

Autore: Clancy Martin
Traduttore: Costanza Prinetti
Editore: Indiana Editore
Dati: 2013, pp. 131, € 14,00

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Le vite dietro i racconti di Raymond Carver

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Forbici di Stéphane Michaka è un libro agile che in poco più di duecento pagine racconta da una prospettiva insolita la vita – le vite – di Raymond Carver (1938-1988). Le prospettive, in realtà, sono quattro, quattro voci narranti che si susseguono sotto forma di brevi paragrafi alternati, configurati di volta in volta come monologhi interiori, telefonate, lettere o dialoghi. In questo anomalo roman à clef, di ogni personaggio viene riportato soltanto il nome: Raymond (ossia Carver, il narratore dei giorni difficili di persone comuni e dimenticate); Douglas (Gordon Lish, il suo controverso editor); Marianne (Maryann Burk, la prima moglie di Carver); Joanne (Tess Gallagher), la sua seconda moglie. Due sono le vite del protagonista: nella prima, il lento apprendistato verso la conquista di uno stile di scrittura e la lotta ventennale contro l’alcolismo; nella seconda, gli anni ’80, l’insperato riconoscimento critico e l’unione con Tess Gallagher, poetessa e strenua divulgatrice della sua opera.

Ma la prima vita è il nocciolo del libro, gli anni che lo hanno formato e che lo scrittore prova (a livello inconscio, senza riuscirci) a dimenticare. È possibile separare le persone che abbiamo amato – e che in senso lato, ameremo sempre – dalle tragedie che insieme a loro abbiamo condiviso? Douglas è stato l’editor che ha sostenuto Carver e  lo ha imposto come capofila del minimalismo; Douglas è soprannominato Forbici, e taglierà e modificherà i racconti (soprattutto nella seconda raccolta, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore), al punto da farli aderire più alla sua visione (solo i fatti, secchi; niente introspezione, nessuna epifania a dare un senso), che non a quella dell’autore (più aperto alla speranza e alla compassione umana nel divenire degli anni). Maryann è la donna che ha sposato a diciannove anni quando lei, sedicenne, era incinta della prima figlia; è la donna che ha sacrificato se stessa per salvarlo. A un certo punto, Douglas e Maryann diventano il passato – anche se la loro traccia rimane, indelebile, in alcuni dei migliori racconti della letteratura americana del secondo Novecento.

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Autore: Stéphane Michaka
Traduttore: Maurizio Ferrara
Editore: Edizioni Clichy
Dati: 2014, pp. 214, € 15,00

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La biblioteca che non smette di bruciare: Il bastone di Euclide, di Jean-Pierre Luminet

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La storia la conosciamo tutti: e non è una di quelle a lieto fine. Nel 642 d.C., durante la conquista araba dell’Egitto, le truppe dell’emiro Amr ibn al-As si impadronirono di Alessandria, perla orientale dell’impero bizantino e sede della più grande biblioteca del mondo, ricca di centinaia di migliaia di rotoli che abbracciavano il sapere di mille anni e di mille popoli. Ma per il califfo Omar di libro ne bastava uno solo: il Corano. Diceva già tutto ciò che era necessario sapere, tutti gli altri testi potevano essere solo inutili o pericolosi. I libri di quella famosa biblioteca potevano essere molto più utili come combustibili per le caldaie delle terme: che infatti, così alimentate, poterono bruciare per sei mesi ininterrotti. Pensare che, quando il fuoco la divorò, alla biblioteca di Alessandria mancavano pochissimi anni al suo primo millennio. Ma tranquilli: se vi piacciono gli happy ending a tutti i costi (e le frasi fatte), potete credere che, in qualche modo, la vera storia della biblioteca cominciava proprio con quell’incendio.

Nulla di meglio che distruggere un simbolo, se vuoi trasformarlo in un mito: e così, inevitabilmente, da quando il crepuscolo degli dèi ha calato il sipario sull’universo leggendario dei tempi antichi, nessun mito ha saputo dimostrare forza, significato e potenza maggiori, lungo i secoli, dei racconti originati dalla storia della Biblioteca Universale creata per custodire tutti i libri del mondo. Utopie, distopie, rielaborazioni allegoriche, giochi letterari, fantasie vertiginose à la Borges che sconvolgono e destrutturano il sogno alessandrino trasformandolo nell’anarchia di Babele; biblioteche perdute, nascoste, maledette; o semplicemente, tentativi – più o meno coinvolgenti – di comprendere significato e catastrofe della realtà esistita al di là del mito. A quest’ultima categoria appartiene Il bastone di Euclide dell’astrofisico Jean-Pierre Luminet, edito in Francia nel 2002 e portato da noi solo l’anno scorso da La Lepre Edizioni; e be’, non possiamo proprio dire che ne sia l’esempio più fulgido.

La notte prima del suo ingresso trionfale ad Alessandria, l’emiro Amrou sosta al chiaro di luna di fronte alla monumentale porta chiusa della città, interrogandosi dubbioso sull’ingrato compito che lo attende: da uomo amante della ragione e della poesia, la distruzione della biblioteca più grande del mondo non è proprio nelle sue corde. Eppure così vuole il califfo Omar: e lo sa bene anche il grammatico Giovanni Filopono, ultimo bibliotecario del Museo, che dall’altra parte di quella stessa porta, nelle sale deserte della biblioteca, attende l’alba come un condannato attende una sentenza di morte. L’incontro tra Amrou e Filopono – insieme alla bella e sapiente Ipazia (nessuna parentela) e al medico ebreo Al-Razi – dà l’avvio a una narrazione “a blocchi”, in cui i quattro ripercorrono a grandi linee, e a tratti con una certa vivacità, la storia e i protagonisti del luogo di cui stanno vivendo gli ultimi giorni: minimo comun denominatore di ogni storia è la presenza del bastone di Euclide, che i Grandi della Biblioteca si tramandano l’un l’altro attraverso i secoli, come una sorta di staffetta della conoscenza. Alla fine, Amrou si convince della necessità di preservare quel tesoro, ma non riesce a convincerne anche Omar. Il finale è noto: ma non basterà un semplice incendio – sia pur lungo sei mesi – a interrompere il cammino del bastone di Euclide.

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La scommessa non era delle più semplici: raccontare i quasi mille anni di esistenza della biblioteca di Alessandria con una narrazione in grado di rimanere agile senza diventare grossolana. Luminet stesso, nella Postfazione, ci tiene a ricordarci di aver voluto scrivere un romanzo, e non un saggio storico. Per ironia, Il bastone di Euclide funziona molto meglio nel secondo senso che non nel primo. D’accordo, all’inizio è suggestiva la trovata di Luminet di modellare il racconto sulla vicenda di Shahrazad: come la principessa persiana si salva la vita raccontando al re una storia ogni notte, per mille e una notti, così anche la biblioteca prolunga la propria esistenza con i racconti. Ma il gioco dura poco, e la struttura narrativa – già di suo un po’ gracilina per tenere in piedi da sola un romanzo – si fa subito troppo rigida e ripetitiva.

Se, d’altro canto, capovolgiamo la prospettiva e leggiamo il testo di Luminet come un’esposizione divulgativa, colloquiale e un po’ romanzata della storia della più grande biblioteca del mondo antico, allora sì che scopriamo un testo approfondito, ricco di dettagli, talvolta problematico (come nelle parti che affrontano il complicato rapporto tra scienza e religione, o tra religioni diverse; o la questione, di vibrante attualità, della discriminazione razziale), e vissuto nell’intimo da un autore che alla scienza e al sapere ha dedicato la propria intera vita. Certo non manca qualche svarione – sostenere che prima di Callimaco in Grecia non esisteva la poesia lirica è un po’ come dire che il romanzo non esisteva prima di Camilleri; e qua e là si nota una certa fretta nell’affrontare alcune parti della storia che avrebbero meritato ben altra attenzione- come la vicenda di Ipazia, che stranamente resta un po’ buttata lì (ma su Ipazia La Lepre ha pubblicato nel 2010 un romanzo anni luce più riuscito di questo).

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Il guaio è che, a meno che non siate appassionati di storia della scienza, o cultori di immaginari bibliotecari, temo che facilmente vi cadrà la palpebra dopo i primi due capitoli. Peccato, perché a giudicare dalle parti più specificamente narrative – i primi due capitoli, o l’intermezzo notturno sul Faro – non c’è dubbio che Luminet sappia creare atmosfere, rievocare luoghi, scenari e sensazioni, in una parola: che sappia scrivere. Purtroppo (per noi, o per lui), non ha saputo scrivere questo romanzo.

Il bastone di EuclideJean-Pierre Luminet
Il bastone di Euclide
Traduzione: Dora Marinari Tomasone
La Lepre Edizioni
2013, 256, € 22,00

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A year in books. Il nostro 2013 in 10 libri.

Ecco i miei 10 libri del 2013. L’ordine è solo quello delle uscite in libreria. Buona lettura!

Stella distante, Roberto Bolaño, Adelphi
Torna in libreria questo piccolo grande libro del 1996, nato da una costola de La letteratura nazista in America, che indaga le molte vite di Carlos Wieder: aviatore che scrive poesie in cielo, torturatore sotto Pinochet e chissà cos’altro. Ho detto Bolaño, non basta?

Roberto Bolaño, Stella Distante, Adelphi

La caduta, Giovanni Cocco, Nutrimenti
«Non siamo che particelle invisibili di un disegno ben più complesso»: siamo esseri umani dentro la Storia, siamo destini paralleli e incrociati: a Parigi tra le banlieue in fiamme, nella Londra degli attentati o fra le rovine di New Orleans. Più che postmoderno, un post-romanzo.

Giovanni Cocco, La Caduta, Nutrimenti

Il corpo docile, Rosella Postorino, Einaudi
È possibile che i bambini nascano ancora in carcere? In Italia succede, Milena è una di loro. Ma quale sarà la vita dopo? Saprà liberarsi (anche) del suo passato? Se inizierete a conoscere Milena, dovrete arrivare fino in fondo.

Rosella Postorino, Il Corpo Docile, Einaudi

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, D. T. Max, Einaudi
È difficile parlare di questa prima biografia di David Foster Wallace. Forse è passato troppo poco tempo, da quella morte, perché l’aspetto emotivo non condizioni il giudizio. Ci sono tutti i suoi libri, c’è la depressione, c’è la lotta di un uomo per quella che è poi la battaglia di tutti: vivere.

D.T.Max, Ogni Storia d'Amore È Una Storia di Fantasmi. Vita di David Foster Wallace, Einaudi

Addio a Berlino, Christopher Isherwood, Adelphi
Prima del Terzo Reich, prima che l’Europa si distruggesse, l’occhio di Isherwood fotografò la Berlino dei primi anni ’30 – fra giovani attrici infatuate di cinema, giri di locali notturni, prostitute e intellettuali infelici. Divenne un film di successo, Cabaret. Il libro è meglio.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino, Adelphi

Yellow Birds, Kevin Powers, Einaudi
Powers, che ha partecipato davvero alla guerra in Iraq, con questo esordio certifica di essere un vero scrittore. Il suo alterego, Bartle, tornato da quell’inferno dovrà fronteggiare il fantasma di Murphy, l’amico che non ha riportato a casa. Rompendo una promessa che diventò una condanna.

Kevin Powers, Yellow Birds, Einaudi

I fratelli Burgess, Elizabeth Strout, Fazi
«La chiave della felicità era non chiedersi mai il perché». Perché, dopo un trauma infantile, un fratello diventa un avvocato di successo a New York, l’altro è schiacciato dal rimorso, e la sorella minore non lascerà mai quel paesino nel Maine? I fratelli Burgess ha il respiro di un classico.

Elizabeth Strout, I Ragazzi Burgess, Fazi

Un posto anche per me, Francesco Abate, Einaudi
Peppino ha trentotto anni, una faccia da ragazzo, la gente pensa che sia un po’ stupido. Gira in autobus di notte, a Roma, per fare delle misteriose consegne. È cresciuto in Sardegna, ha una famiglia «piena di vergogne». Il riso e il tragico si avvicendano mentre ci racconta la sua vita.

Francesco Abate, Un Posto Anche Per Me, Einaudi

Passi, Jerzy Kosinski, elliot
Storie di uomini senza nome in un’America imprecisata. Racconti come schegge a formare un insieme più solido di un romanzo. Schegge affilate come la penna di Kosinski – per un libro spietato da riscoprire.

Jerry Kosinski, Passi, elliot

Dieci dicembre, George Saunders, minimum fax
Lungo il solco postmoderno di Barthelme, Vonnegut e David Foster Wallace, arriva anche da noi la quarta raccolta di racconti George Saunders. Parliamo di famiglie americane devastate negli anni di W. Bush, parliamo di varietà, virtuosismi, parodie e fantascienza. Parliamo di Saunders.

George Saunders, Dieci Dicembre, minimum fax

L'algida bellezza dell'orrore – Su Passi di Jerzy Kosinski

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Mi hanno sempre affascinato gli scrittori che riescono a scrivere romanzi in una lingua acquisita. La costanza, l’impegno che ci hanno messo per diventare scrittori in una seconda lingua, con una consapevolezza estrema di quelle che sono le regole, il suono, le costruzioni sintattiche e oltre a questo la capacità di romperle, quelle regole, di creare a partire da un pugno di parole e segni d’interpunzione, be’, devo ammetterlo, è la cosa che più di tutte mi fa pensare all’esistenza di un demone della letteratura. Questi autori non sono molti e nel mio immaginario si tratta sempre di esuli che per forza di cose hanno dovuto imparare una seconda lingua. C’è Nabokov, tra questi, ci sono Joyce, Kundera, Solzenicyn, Beckett e c’è anche Jerzy Kosinski. Emigrato negli Stati Uniti alla fine degli ’50, Kosinski si è ambientato relativamente presto, diventando da subito un frequentatore assiduo  del jet-set e il prototipo dello scrittore mondano per eccellenza. Dietro questa facciata luccicante emersero però misteriosi episodi legati al passato, forse legami con i servizi segreti o altri risvolti ambigui mai del tutto chiariti.

“Tornai a guardare il suo vestito e a un tratto mi resi conto che era un uomo. Il mio stato d’animo mutò di colpo. Sentivo dentro di me una sete di piacere e di abbandono, ma avevo anche l’impressione di essere stato accettato troppo prontamente: a un tratto, tutto era diventato molto prevedibile. Tutto quello che potevamo fare era esistere l’uno per l’altro solo come promemoria dell’io.”

Chi fosse veramente K nessuno lo seppe mai, sappiamo però che decise di porre fine alla sua vita suicidandosi all’improvviso, nel 1991. Possiamo inoltre affermare con certezza  è che è stato uno scrittore, uno dei primi a giocare con l’autofiction, uno dei primi a mettere la propria biografia, filtrata dalla scrittura, al centro di una poetica coesa, e tutto questo non parlando direttamente di sé, ma servendosi di allusioni significative e di continui rimandi. Non siamo soliti fare processi alle vite degli autori, né tantomeno esaminare  le loro opere attraverso le biografie, ma quando il gioco si fa esplicito risulta difficile non tenerne conto.

“Come l’hai conosciuta?
Abitava nel mio palazzo
Allora è stato un caso?
Non proprio. C’erano alcune centinaia di inquilini nel palazzo – è lungo un intero isolato, sai – e io avevo captato le voci di molti di loro, la sua voce era tra le voci.
Come sarebbe a dire “tra le voci”?
Tra le voci, le loro voci; sai, ho firmato il contratto di affitto quando il palazzo era ancora in costruzione, e potevo gironzolare negli appartamenti non finiti. Allora mi interessavo di elettronica. In tutti gli appartamenti del mio piano e dei due piano sottostanti nascosi una microspia. […] Nel mio appartamento installai una radio fatta apposta con la quale potevo ricevere le trasmissioni ogni volta che volevo: e ascoltare le loro voci. […]ùDopo che cominciaste a uscire insieme… le dicesti che l’avevi tenuta sotto controllo?
No.
Continuasti a tenere sotto controllo l’appartamento?
Per qualche tempo sì. Ma smisi presto. Mi sentivo come uno scienziato che ha portato a termine il suo studio: l’esemplare osservato e registrato e analizzato per tanto tempo ha cessato di essere un mistero. Ora potevo manipolarla: era innamorata di me.”

Prendiamo Passi, suo romanzo  capolavoro e vincitore del National Book Award nel 1968, da poco edito in Italia da Elliot. Ecco, Passi è tutto incentrato sul concetto di ambiguità: non ci sono collocazioni temporali, non ci sono coordinate spaziali, non ci sono nomi, non ci sono cognomi, non vi è alcuna linearità narrativa. Cosa abbiamo invece? Abbiamo una voce che in prima persona descrive delle situazioni, racconta degli episodi in soggettiva; abbiamo dialoghi in presa diretta, scritti in corsivo; abbiamo un solo intervento di un narratore in terza persone, e si tratta dell’intervento finale, quello conclusivo. Si possono intuire un regime,una guerra, una società capitalistica, una società individualista, delle periferie rurali, dei centri urbani, ma è tutto avvolto in una nebbia di fondo. La mancanza di coordinate, unita all’algida bellezza e trasparenza di una lingua che sembra padroneggiata fin nei minimi dettagli, creano un effetto di fondo che è di spaesamento e di terrore.  Gli episodi, tutti narrati con freddo distacco dal protagonista, raccontano storie di individui normali, razionali, che compiono gesti orribili – come a dire che il male è insito nell’animo umano e perpetrarlo non è poi così difficile, basta spingersi un attimo più in là, basta fare quel passo in più che ti fa scavalcare la linea di demarcazione da quello che eravamo soliti chiamare “bene”. L’impressione generale di questi spaccati è quella di un affresco orribile e spaventoso, che ricorda Bosch, che ricorda Lovecraft, in cui l’umanità dell’uomo sembra lontana e persa. Non c’è consolazione, né possibilità di recupero: la violenza e il dominio del male si rincorrono in una sorta di meccanismo perverso, che supera ogni ostacolo e ogni immaginazione. Il lettore osserva tutta questa decadenza, tutto questo sfiorire da una visuale privilegiata, una terrazza sull’orrore raffigurato con sapienza artistica da Kosinski, pezzo dopo pezzo, passo dopo passo. Benvenuti all’inferno, c’eravate già.

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Passi 

Autore: Jerzy Kosinski

Traduttore: Vincenzo Mantovani
Editore: Elliot
Dati: 2013, pp. 156, € 16,00

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Umorismo, Pastiche letterario ed Emarginati – Gli ingredienti di Dieci Dicembre di George Saunders

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Pare un buon momento per i racconti, là fuori. E questo non da un punto di vista della produzione, i buoni racconti si sono sempre scritti e sempre se ne scriveranno, no, io parlo dell’aria mediatica che si respira intorno o, se vogliamo essere più contemporanei e à la page, dell’hype. La Munro vince il Nobel, Jennifer Egan il Pulitzer con un romanzo in forma di racconti, si riscoprono autori come Silvio D’Arzo e anche da queste parti, finalmente, iniziamo ad accorgerci che la short story è un mondo affascinante. Insomma, è davvero un buon momento per un genere che in passato, ma forse anche adesso, è sempre stato alquanto avversato dall’industria culturale: convincere una casa editrice a pubblicare una raccolta di racconti non è cosa facile, i racconti non si vendono, i racconti non li legge nessuno, meglio un romanzo. Eppure la tempesta di premi che sta piovendo addosso a chi i racconti li ha sempre scritti sta forse cambiando qualcosa. E allora ecco che anche case editrici  come la Minimum Fax, che nei racconti ci ha sempre creduto, anzi, ne ha fatto per un certo verso il suo cavallo di battaglia, iniziano a raccogliere giustamente un po’ di frutti da questa nuova primavera delle narrazioni brevi.

Siamo andati via di casa, ci siamo sposati, siamo diventati genitori, abbiamo scoperto che il seme della grettezza fioriva anche dentro di noi

Dieci dicembre di George Saunders è l’ultimo arrivo in casa Minimum Fax, una raccolta di racconti, la quarta per lo scrittore americano (che prima in Italia era pubblicato da una non troppo convinta Einaudi), in lizza – e pure tra i più accreditati – per il National Book Award. Saunders si inscrive in quella tradizione americana che si è concentrata sul comico e sull’ironia come, per citarne alcuni, Donald Barthelme, Kurt Vonnegut e David Foster Wallace. Ed è proprio questo il carattere distintivo dello scrittore Texano, l’umorismo, accompagnato da una verve linguistica istrionica, capace di mutare voce a seconda del personaggio che in quel momento sta raccontando la storia: tutti i racconti di Saunders infatti hanno uno o più narratori interni, una tecnica mimetica che rende la lettura piacevole e coinvolgente. Infatti le vette più alte della raccolta, almeno secondo chi scrive, coincidono quando due punti di vista si scontrano nel raccontare lo stesso evento: i due bambini protagonisti de Il giro della vittoria, o le due mamme a confronto ne Il Cagnolino, e il bellissimo racconto finale Dieci dicembre, che dà il nome all’intera raccolta, in cui un uomo ammalato di tumore allo stadio terminale cerca il suicidio e viene salvato da un bambino che a sua volta si mette nei guai.

Anders ha detto: Chissà come sembro strano agli uccelli. Non ha riso nessuno, abbiamo solo fatto verso che uno fa invece di ridere, così Anders non rimaneva male, dato che sua madre morta da poco.

Ma non finisce qui, la trasversalità compositiva di Saunders si applica anche sul piano formale: il pastiche, il crocevia dei generi e il suo utilizzarli per poi ribaltarli, rivoltarli coma un calzino, unito all’uso di forme di scrittura della vita quotidiana come le mail o il diario sono altri elementi che caratterizzano la sua scrittura. Ed ecco allora la fantascienza comparire in Fuga dall’Aracnotesta e ne Le Ragazze Semplica, il documento ufficiale in Memorandum, il diario sempre ne Le Ragazze Semplica. Ne viene fuori un quadro molto eterogeneo da un punto di vista stilistico, ma estremamente coeso dal punto di vista tematico, simile, se vogliamo, ad un’opera cubista. Le narrazioni di Saunders riguardano tutte la grande società capitalista, i danni che ha provocato e dove ha portato i rapporti umani, dove li ha spinti, che cosa significa far parte di una famiglia, cosa significa avere dei sentimenti, delle ambizioni, dei desideri in un consesso umano dove la mercificazione, l’intrattenimento, la competizione, la regolazione del mondo  sono penetrati così nel profondo. E lo sguardo non è, come già detto, quello tragico del non-c’è-più-niente-da-fare, lo sguardo è quello penetrante del dubbio, perché è grazie al dubbio, alla messa al bando di ogni certezza, che potremmo tirarci fuori, forse, dalla melma in cui tutti noi siamo caduti. Ma Saunders lo dice meglio e in maniera più delicata e divertente della mia, quindi fatevi un favore, leggetevelo.

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 Dieci Dicembre

Autore: George Saunders

Traduttore: Cristiana Mennella
Editore: Minimum Fax
Dati: 2013, pp. 224, € 15,00

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Milioni di dei e di animali ma un solo mare

flying-fish-and-richard-parkerPiscine Molitor Patel è combattuto tra fede e ragione, tra la solida razionalità del padre e le credenze della madre. Tra la vita animale e quella spirituale. Ma è destinato a trovare l’armonia tra i due opposti, anche se in seguito a un triste incidente.

Non capita tutti i giorni di trovarsi in mezzo all’oceano, a bordo di una scialuppa di salvataggio e in compagnia di una tigre del Bengala. A meno che non si parli per metafore. In Vita di Pi ci sono entrambe le dimensioni: quella pratica, del corpo, e quella dello spirito, ed entrambe sono l’uno lo specchio dell’altra. Ci sono un ragazzo in carne e ossa, un animale pericoloso, una distesa d’acqua sconfinata e vari dettagli botanici e zoologici. Ma anche la ricerca di se stessi, di Dio e il passaggio dalla vita infantile a quella adulta. Il tutto dosato a meraviglia. Non è un caso che il protagonista racconti fin da subito di essersi laureato in zoologia e in teologia, due materie apparentemente antitetiche ma che danno la misura di una visione del mondo omnicomprensiva.

martel-754389Il romanzo di Yann Martel può infatti essere letto su due livelli (e da pubblici diversi): sul primo scorrono le vicende di un ragazzino indiano che salpa alla volta del Canada, in cerca di fortuna, insieme alla famiglia d’origine. Un sedicenne introverso, curioso e aderente a tre fedi diversi (induismo, cristianesimo e Islam) e alle innumerevoli divinità di un panteon particolarmente affollato. Ma a una lettura più profonda, si può scorgere il cammino intrapreso da ogni uomo in Terra, anche se le domande esistenziali che permeano il racconto sono certamente frutto di una sensibilità elaborata.

Pi è il diminutivo di un nome imbarazzante (Piscine) ma anche una cifra infinita (il famoso pi greco che tutti abbiamo studiato). In modo simile a quanto avviene nella migliore letteratura indiana, nel romanzo di Martel tutto è collegato a tutto: Dio e natura, matematica e filosofia, angoscia e felicità suprema. Con un linguaggio semplice e asciutto, l’autore guida il lettore verso altri scenari, lasciandogli la libertà di interpretare tutto quanto sia sotto i suoi occhi, compreso lo spiazzante finale. A fine lettura, infatti, è inevitabile chiedersi quanto ci sia di reale (sempre letterariamente parlando) e quanto di inventato nel metaracconto (quello del protagonista, non dell’autore). È per questo che si sconsiglia la visione del film prima di aver letto il libro, sia per non sciupare la sorpresa delle ultime pagine, sia perché le immagini di Ang Lee hanno una tale potenza da imprimersi nella memoria, impedendo alla fantasia di avere la meglio nel corso della lettura. Vita di Pi è un libro pieno di sentimento, poesia e pensiero. Un’opera che del classico best seller ha ben poco, se si esclude la sua fruibilità.

Vita di PiTitolo: Vita di Pi
Autore: Yann Martel
Casa Editrice: Piemme (collana Bestseller)
Dati: 2o07, 334 pp, € 17,50

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Soprattutto, un fottuto essere umano. Vita di David Foster Wallace

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Ci sono un paio di cose da tenere ben presenti, quando si legge Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi.

Innanzitutto la sua “primogenitura”: quella tentata da D.T. Max (DeeTee, per gli amici) è la prima ricostruzione completa di una personalità umana e letteraria di straordinaria complessità come quella di David Foster Wallace. È una grossa responsabilità da portare sulle spalle: significa, in parte, tracciare un solco interpretativo con cui gli eventuali tentativi futuri non potranno evitare di misurarsi. In qualche modo, come per ogni biografia, significa riplasmare la figura che si vuole descrivere: ma quando lo fai per la prima volta, devi avere una bella mano ferma e un’autoconsapevolezza grande come una montagna.

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Ma soprattutto, Ogni storia d’amore è una storia in cui alla fine il protagonista muore. Lo sappiamo tutti: l’autore ancor prima di cominciare a scrivere il libro, il lettore prima ancora di iniziare a leggerlo. Nessuno può fare nulla per evitarlo. Chi scrive il libro, però, parla per primo, il che ci mette di fronte a un altro curioso dilemma: come possiamo essere sicuri che la conoscenza anticipata del finale non rischi di indurre l’autore a sovrainterpretare la realtà che dovrebbe limitarsi a registrare? Esempio: lungo tutto il corso della parabola esistenziale di Wallace, Max semina fuggevoli ma incisivi accenni alla presenza latente del suicidio: nella sua narrativa, nel suo pensiero, nella sua ironia. Tu sei lì che leggi, e ogni tanto te lo ritrovi davanti, come un monito, o una minaccia. Mi sono ritrovato a chiedermi: e se DFW non si fosse suicidato? Ci sembrerebbero davvero ancora così inquietanti, così onnipresenti, queste brevi e continuative ricorsività? Lo so, è un paradosso accademico; ma anche un po’ wittgensteiniano. Cos’è la biografia di un suicida? La registrazione di fatti, o la riscrittura di una storia a partire dal finale? Chissà cosa ne avrebbe pensato DFW.

Mi ero fatto le stesse domande leggendo, anni fa, A Beautiful Mind di Sylvia Nasar, la biografia del matematico schizofrenico John Nash (poi interpretato straordinariamente da un Russell Crowe non ancora bolsissimo). In effetti la figura di Nash presenta anche alcune coincidenze inaspettate con quella di DFW per come la tratteggia Max. Al di là delle somiglianze caratteriali (ossessiva ricerca della novità nei rispettivi campi, competitività, complessi di inferiorità sublimati in senso di superiorità, egocentrismo, ambizione, rapporto di amore-odio con l’insegnamento e la vita accademica), ciò che accomuna DFW e John Nash è proprio il complesso rapporto che i due intrattengono con la realtà. A entrambi si adatta benissimo il motto della terapia di riabilitazione “A ridurmi così sono state le mie grandi idee”: menti troppo complesse che cercano di interpretare e mettere in ordine realtà troppo complesse. L’uno con i numeri, l’altro con le parole. Solo che – DFW se ne accorge presto – è impossibile mettere ordine nella realtà, “semplicemente perché è troppa!”. Un fragoroso e costante mitragliare di input di informazione, stimoli cognitivi, sensoriali, pubblicitari: un “Rumore Totale” di fronte a cui la mente passiva si annulla, e la mente ricettiva implode per l’impossibilità di elaborarli tutti.

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Allo stesso modo è difficile elaborare tutta in una volta la biografia di Wallace scritta da Max. Non per la quantità di dati che fornisce: anzi, a differenza di altri testi del genere la butta molto meno sull’erudito, e per nulla sul gossipparo (P.S.: grazie, DeeTee). Semmai, per l’immediatezza senza sconti dell’impatto con l’esperienza di vita di DFW a cui il testo di Max costringe il lettore. Rapporto con la madre, confronto-scontro con la scrittura (sempre più travagliato e impotente), sessuomania, droga, alcol e riabilitazione, donne (tantissime donne), successo letterario vissuto come fallimento, relazioni-rifugio con colleghi come Franzen e DeLillo: Max ci guida attraverso la vita di DFW senza mai lasciarsi andare alla facile tentazione di calare nel suo racconto l’esca del sentimentalismo. Racconta e descrive con l’obiettività analitica del vero biografo, e a volte si ha quasi l’impressione straniante – quando le cose cominciano ad andare per il verso giusto, i tasselli della vita di DFW sembrano incastrarsi senza scosse, insegnamento, scrittura e riabilitazione vanno a gonfie vele – che in fondo un finale diverso sia possibile, che forse la corsa verso il buio non sai poi così scontata. Ma ovviamente l’epilogo non poteva essere che un finale alla DFW: brusco, quasi interrotto, in cui la parola sembra scomparire e lasciare una sospensione a forma di spazio vuoto. Come in Infinite Jest, il vero finale è al di là del testo.

Questo per quanto riguarda il racconto della vita intesa come successione di fatti. Ma quella di DFW è stata soprattutto una vita letteraria, e a Max non sfugge mai di mano il doppio filo che intesse il racconto. In parallelo con la propria riabilitazione, DFW intendeva anche guarire la narrativa contemporanea: che gli sembrava anch’essa malata di un solipsismo passivo utile solo a precipitare ulteriormente gli uomini in una gabbia di solitudine ed esclusione. Le soluzioni escogitate da chi lo aveva preceduto – postmodernisti, realisti, minimalisti – si erano rivelate non solo inefficaci, ma controproducenti: l’ironia con cui avevano cercato di scuotere i lettori altro non era se non una forma alternativa, disincantata del male stesso. L’intrattenimento insomma aveva fallito, ci voleva qualcosa che andasse oltre. E proprio “Un intrattenimento fallito” doveva essere il sottotitolo (poi rifiutato dall’editor Michael Pietsch) di Infinite Jest: l’opera che doveva guarire il lettore distogliendolo dalla pura passività del consumatore e sfiancandolo, costringendolo a continui andirivieni, stordendolo con una trama distorta, enciclopedica, vorticosa, forzandolo ad andare oltre il racconto stesso per comprenderne davvero il significato.

Le pagine dedicate alla complessa lavorazione di Infinite Jest, così come quelle in cui Max analizza il rapporto sempre problematico di Wallace con la propria opera, con i suoi colleghi o le correnti letterarie a cui aderiva contrapponendosi, sono tra le migliori del libro. Perché ci mostrano, in fieri, la costruzione di un nuovo concetto di narrativa ad opera di un uomo che, nel frattempo, andava anch’egli costruendosi o disfacendosi di pari passo con la sua opera. E che, nella propria esistenza quotidiana, sembrava riflettere come in uno specchio distorto tutte le complesse problematiche del suo lavoro di scrittore. Vista in questa luce, sembra assumere un significato del tutto particolare anche la circostanza che DFW se ne sia andato lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Il re pallido, su cui si era impantanato al punto da prosciugare del tutto le proprie residue energie. Una vita incompiuta per un’opera incompiuta.

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L’ironia ultima è che DFW sia diventato proprio ciò che aveva sempre rifuggito: una rockstar. Un idolo incondizionato delle masse di lettori (o, più spesso, di non-lettori) che hanno finito per trasfigurarlo in una sorta di Kurt Cobain della narrativa, distorcendo completamente quel messaggio che per tutta la vita aveva cercato di trasmettere. Proprio per questo uno dei pregi migliori del libro di Max sta nell’intensità con cui ci ricorda, ad ogni pagina, la sostanza di quel messaggio. Che è semplice, guardate: ci vuole un libro intero a spiegarcelo, ma una volta capito è proprio semplice.

Dice solo: non venerate gli idoli, non ingabbiate la vostra anima. Dimenticatevi di me. Leggete. E lasciate che la letteratura cerchi di insegnarvi cosa significa “essere un fottuto essere umano”.

ognistoriadamoreeunastoriadifantasmiOgni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace
Autore: D.T. Max
Traduttore: Alessandro Mari
Editore: Einaudi
Dati: 2013, pp. 512, € 19,50

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Articolo apparso originariamente su holdenandcompany.com
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