3 cose su: Inside Llewyn Davis

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)” di  Joel e Ethan Coen.

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  1. Filologia del folk. Una delle costanti dei film dei fratelli Coen sono le meravigliose colonne sonore che pescano dal meglio della tradizione popolare americana, in particolar modo dalla musica folk, con brani che riescono ad utilizzare in modo creativo e memorabile; particolarmente celebri (e significative per chi scrive) sono The man in me (2) di Bob Dylan ne Il grande Lebowski e The man of constant sorrow da Fratello dove sei? Questa volta i Coen si sono spinti oltre su questo sentiero: il personaggio di Llewyn Davis è un musicista folk attivo al Greenwich Village, New York, negli anni ’60, ispirato al leggendario Dave Van Ronk (aka “the mayor of MacDougal Street“), la cui autobiografia è stata pubblicata postuma nel 2005. Attraverso la storia e le sfortunate vicende di Llewyn Davis (interpretato magistralmente da Oscar Isaac) e dei vari musicisti e addetti ai lavori dell’ambiente con cui Davis entra in contatto, i Coen ci fanno ascoltare una manciata di pezzi favolosi e ci fanno intravedere le diverse anime del folk, genere che negli ani ’60 era un fenomeno in prepotente ascesa. I rimandi a pesonaggi e situazioni realmente esistiti sono tanti, oltre al protagonista ispirato a Dave Van Ronk: Justin TimberlakeCarey Mulligan interpretano i personaggi di Jim e Jane che ricordano esplicitamente due terzi di Peter, Paul e Mary, c’è F. Murray Abraham che veste i panni del produttore Grossman e, tra i tanti musicisti, alla fine si intravede anche un giovane Bob Dylan.
  2. Equilibrio. Sono un grande fan del cinema di Joel e Ethan Coen e non sono certo il solo, anzi direi che il consenso nei confronti dei loro film mi sembra pressoché unanime, quantomeno tra quelli della mia generazione: i fratelli Coen sono fra i pochi autori che ancora riescono mirabilmente a coniugare complessità e profondità con il successo di pubblico. Detto questo devo anche dire che, per quanto li apprezzi, spesso i loro film non riescono ad entusiasmarmi: a volta sembra che superino il confine che li porta a diventare troppo complicati, oscuri e poco spontanei, un cinema troppo celebrale e con poca anima; quando invece si spingono su un terreno meno impegnativo con film come Ladykillers o Il Grinta, mi sembrano semplicemente fuori dal proprio elemento. In Inside Llewyn Davis mi sembra siano riusciti a trovare quell’equilibrio che nella loro filmografia, a parer mio, avevano visto in film come Barton Fink o, concedetemelo, Il grande Lebowski: quell’equilibrio tra leggerezza e profondità, originalità e tradizione, ragione e sentimento tipico di un pezzo folk suonato da un grande cantastorie come Dave Van Ronk.

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  1. Llewyn Davis abides. Una delle sottotracce di Inside Llewyn Davis è il rapporto tra talento e successo, un rapporto purtroppo molto meno consequenziale di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Il Llewyn Davis protagonista del film è un autore e cantante dal talento strabordante (e ancora complimenti a Oscar Isaac sia per l’interpretazione del personaggio che per quella dei brani) ma la sua carriera è disastrosa e non solo per le  amare vicissitudini personali (come il fatto che il suo partner musicale si sia da poco tolto la vita): Llewyn non scende a compromessi con la propria musica e non è disposto a farlo e così, mentre vede altri molto meno dotati di lui farsi strada nell’ambiente musicale, continua a non avere fissa dimora e a passare le notti sul divano di chi di volta in volta è disposto ad ospitarlo, a incassare rifiuti e delusioni, a soppesare la possibilità di rimbarcarsi come marinaio su navi mercantili per sfuggire ai suoi fallimenti. Se volesse svoltare dovrebbe essere un po’ diverso da sé stesso, un po’ meno sincero, svendersi; e se questo era vero negli anni ’60, è tristemente molto più vero oggi. Noi siamo con te Llewyn Davis, keep doing your thing.

InsideLlewynDavis-posterA proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – USA, Francia 2013
di Joel Coen, Ethan Coen
Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett
Lucky Red – 105 min.

Una cartografia dell'anima ad opera di Teju Cole

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Città aperta è l’interessante opera prima di Teju Cole, americano di origini nigeriane, che si è già aggiudicata qualche importante premio, come il PEN/Hemingway Award e il New York City Book Award, e che meritatamente si colloca tra i libri rivelazione del 2013. Meritatamente perché Teju Cole sembra mettere tutto se stesso nelle pagine del suo romanzo, senza ricorrere ad artifici linguistici o narrativi di alcun tipo, ma con la sensibilità tipica di chi sa come toccare le corde del lettore, il quale intuisce, sin dall’inizio, che in quelle pagine si narra anche di lui. La storia di Julius, giovane nigeriano specializzando in psichiatria e trapiantato a New York, è la storia di Teju Cole, ed anche la storia di milioni di altri esseri umani che, abbandonato il paese d’origine, cercano il senso della propria esistenza in terra straniera, cercano il proprio ruolo in una società distante anni luce geograficamente e culturalmente.

Perduti gli affetti della famiglia, dell’amante, dei vecchi amici, Julius è un uomo di New York, solo tra uomini soli, che tra lavoro, musica classica e letteratura, scopre l’effetto terapeutico delle lunghe passeggiate tra le strade, conosciute e meno conosciute, di una grande città che della solitudine, in un modo o nell’altro, sembra essere la culla; una città in cui a regnare è l’indifferenza e la chiusura nei confronti dell’altro, anche del vicino di casa, che alla fine altro non è che una chiusura verso se stessi.

Mi faceva sempre uno strano effetto vedere la folla che si precipitava verso i sotterranei della metropolitana, e avevo la sensazione che la razza umana fosse attirata in quelle catacombe mobili da un irrazionale istinto di morte. In superficie, ero con migliaia di altre persone chiuse nella loro solitudine, ma là sotto, in mezzo a sconosciuti, a spintonarci a vicenda per un po’ di spazio e di aria rivivendo traumi ignorati, la solitudine era ancora più intensa.

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Così, le passeggiate, i percorsi notturni, si trasformano in un percorso interiore per ritrovarsi e capire il mondo; peregrinazioni senza meta in cui ogni momento, ogni incontro, più o meno fortuito, con nuovi e vecchi singolari personaggi, ma non per questo meno reali e comuni, è lo spunto per una riflessione sul senso delle cose, sulla musica e la poesia, sul riscaldamento globale e la crisi economica, sull’integrazione degli immigrati, come Julius, che hanno vissuto l’infanzia in paesi  dominati dalla violenza e dalle aberrazioni della guerra civile: riflessioni e discussioni sulla percezione del diverso.

Quelli incontrati da Julius sono, quasi sempre, uomini con drammi alle spalle, uomini che fuggono o sono fuggiti (da Haiti, dalla Liberia, dal Marocco), che a volte ce l’hanno fatta a rifarsi una vita, altre volte no. Incontri casuali, come il bellissimo incontro con Farouq, a Bruxelles, con il quale nasce una breve e spontanea amicizia, tra conversazioni filosofiche e accese discussioni sulla politica mediorientale: Farouq, il ragazzo arabo colto e idealista, per il quale la gente può vivere insieme mantenendo intatti i propri valori, che però diventa invisibile nella massa sotterranea di uomini fagocitata dalla metropolitana, o tutt’al più diviene lo sconosciuto di cui avere timore.

Città aperta è un romanzo che procede per immagini, ogni quartiere, ogni monumento e teatro in cui Julius si imbatte fa riaffiorare un ricordo; strade che si incrociano, come il passato e presente di Julius in questo suo continuo vagabondare. Un viaggio in una New York trasfigurata e nella memoria perduta di uomini le cui storie non devono essere dimenticate, e che sono la storia e il presente d’America.

Teju Cole traccia una cartografia di una città-mondo, crogiolo di razze e culture diverse, che diventa una cartografia dell’anima. E quello che resta, alla fine della lettura, è una semplice verità: occorre guardarsi intorno, ovunque ci si trovi, riconoscere se stessi e riconoscere il prossimo. Semplicemente.

Città aperta di Teju Cole (cover)Titolo: Città aperta
Autore: Teju Cole
Editore: Einaudi (i coralli)
Dati: 2013, 270 pp., EUR 17,50

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Playground & Dope – l'adolescenza sfrenata di Jim Carroll

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Di Jim entra nel campo di basket ho memoria precisa. Erano i miei primi anni d’università, a cavallo del secolo nuovo, e ricordo di aver visto questo libro, nella sua vecchia edizione (Frassinelli credo), sul comodino di uno dei miei coinquilini, quello, non me ne vorranno gli altri, più appassionato di basket. Della pallacanestro all’epoca non sapevo nulla, ero un calciofilo convinto e mi sembrava l’inferno essere capitato in una casa in cui il calcio era solo un remoto interesse per disadattati. Ho fatto resistenza, non volevo cedere alle lusinghe di un sport che si giocava con le mani, non ne volevo sapere assolutamente nulla e, seppur attratto da quella storia newyorkese di gioventù e dipendenza, ho cercato di dimenticare quel libro con tutte le mie forze. Poi ho ceduto, il feeling col mio coinquilino è cresciuto tanto da riuscire a convincermi ad andare a giocare con lui ogni pomeriggio, da maggio a luglio per quasi due anni. Mi ha insegnato i fondamentali e io, molto male e pazientemente, ho provato a impararli; mi ha introdotto alle storie folli che un campionato come la NBA può regalare; mi ha raccontato dei miti dei playground, gente che pur non essendo diventata professionista, per un motivo o per un altro (ma quasi tutti per, diciamo così, problemi con droga, giustizia, incostanza) godeva del rispetto assoluto di rinomatissimi campioni, che insomma il basket era una fucina di storie esattamente come il calcio, e come tutti gli altri sport.
E in questo pertugio, in questo interesse scavato nei pomeriggi estivi passati a cazzeggiare si insinua la mia personale lettura di Jim entra nel campo di basket, tornato in libreria grazie a minimum fax e alla precisa curatela, nonché ottima nuova traduzione di Tiziana Lo Porto.

Tutti questi discorsi seri, tutte queste facce severe e via dicendo sono una rottura. Quasi tutti quelli che protestano lo fanno solo per rimorchiare, e nessuno in quello schifo di Pentagono ci darà retta, per cui tanto vale lanciare qualche mattone invece che fare discorsi noiosi, abbiamo bisogno di più strade in rivolta che di gente che marcia. È arrivato il momento di cambiare il modo di far girare il messaggio, che resta comunque una palla.

Jim entra nel campo di basket (titolo orginale: The Basketball Diaries) non è altro che la raccolta dei diari di Jim Carroll, poeta e musicista tra i più attivi della scena newyorkese tra i ’70 e gli ’80, quando, ancora tredicenne (il periodo di riferimento è quello che va dal ’63 al ’66), talento assoluto di basket, frequentava la scuola e iniziava la sua, pesante, dipendenza dall’eroina.  Sullo sfondo New York, splendida e deprimente, capace di affascinare intensamente per il suo essere crogiuolo ma anche piena di contraddizioni, quelle contraddizioni che sono insite nella cultura americana metropolitana. Jim si muove con nonchalance in questo gigante di cemento, il suo caracollare da figo, le sue scorribande in cerca di droga o divertimento, la sua dichiarata vanità e strafottenza, i suoi racconti di scene urbane grottesche e di scopate improbabili,  ne fanno un simbolo indiscusso di cosa significhi essere giovani e ribelli, fottersene delle regole e pensare solo a sé stessi e agli amici.

Poi, Il fatto che quello che stai leggendo sia stato scritto da un ragazzo nella sua piena adolescenza, quella che va, appunto, dai tredici ai sedici anni, ti ritorna alla mente a ondate e ti colpisce, perché tutto quello che ti scorre sotto gli occhi non è frutto di una rielaborazione mediata e meditata dalla memoria, no, quello che leggi è stato scritto allora. Il libro quindi si colora di due elementi molto importanti, di cui è impossibile non tener conto: 1) assume il ruolo di testimonianza dell’epoca, 2) mostra al mondo il talento cristallino di un ragazzo che, sì, è vero, ne ha viste di cotte e di crude, ma, allo stesso tempo, è riuscito ad essere straordinariamente poetico e diretto nelle sue analisi, analisi che, ricordo, sono state partorite in presa diretta, in quel momento.

Insieme a Jim cresciamo anche noi, prendiamo consapevolezza dei suoi mezzi espressivi, notiamo i suoi progressi col linguaggio. Ma non solo, siamo sempre noi che cadiamo, assieme a lui, nel tunnel dell’eroina, in una vita in cui l’unico orizzonte possibile e concreto è la prossima pera, in cui tutto il resto diventa contorno. E alle cronache di partite leggendarie (giocate assieme a gente come Lew Alcindor, aka Kareem Abdul Jabbar, ed Earl Manigault) piano piano si sostituiscono le difficoltà di accaparrarsi i soldi per una dose, i furti da quattro soldi, le descrizioni di fisici emaciati e privi di cura, le marchette desolanti e la profonda, profonda, profonda sensazione di vuoto e inutilità in cui la dipendenza ti getta. Tutto questo raccontato con un talento che pochi possiedono: la capacità di trasformare in poesia esperienze di vita degradanti (un nome su tutti: Bukowski).

Quant’è bello usare una calza di seta da donna per legarsi il braccio sopra la vena, bucarsi e starsene a guardare il sangue che sale nella siringa come un giglio del deserto che mi ricordo di aver visto una volta sull’enciclopedia dei ragazzi, rossissimo… sì, mi sparo in vena gigli del deserto.
Ultimamente ho fatto fatica a scrivere. Le immagini m’arrivano in magnifici frammenti che sembrano viaggi… sono fattissimo… mi sa che farei meglio a dormire per sempre e dimenticare… ma ci sono i moscerini che continuano a ronzarmi nell’orecchio e il caldo e i sogni…
[…]
C’è Bob Dylan alla radio. Splende nel buio e ho le dita come piume leggere che cadono e si spengono.

Il libro non ha conclusione vera e propria, semplicemente si interrompe, in quello che forse è il momento più buio dell’adolescenza di Jim. Ma, nonostante tutto, un certo vitalismo sopravvive in lui, che è ben consapevole del guaio in cui si è cacciato, e non lo fa demordere, in qualche modo prova a portarlo avanti. E qui intervengono i dettagli biografici che ci sono dopo il libro a illuminarci: Jim, più o meno, ce l’ha fatta (più o meno perché ha dovuto rinunciare a una promettente carriera cestistica), è diventato poeta e musicista e le sue idee sono state di ispirazione per gente come Patti Smith e Andy Warhol. La città e l’inquietudine dell’adolescenza non lo hanno sopraffatto, forse perché Jim è rimasto sempre sospeso in quell’età in bilico tra giovinezza e maturità, vivendo ogni giorno su quel limite, proprio come aveva imparato da ragazzo, per strada e sui campetti, alla ricerca spasmodica di un’improbabile purezza, la purezza dell’innocenza.

jimTitolo: Jim entra nel campo di basket
Autore: Jim Carroll
Editore: Minimum fax
Dati: 2013 (1963), 208 pp., prezzo € 10

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Un giorno questo dolore ti sarà utile (il film)

Con questo titolo avevo un problema, era una questione di principio. Il libro di Peter Cameron uscì per Adelphi nel 2007, sulla scia del successo, favorito dal passaparola, del precedente Quella sera dorata (The city of your final destination in originale). Avrete già capito che quest’autore con i titoli ci sa fare, quindi è ancora più bizzarra la mia avversione. Non solo, Cameron fa largo uso dei dialoghi e con pochi tratti rende vivi i personaggi: i suoi romanzi sono quasi sceneggiature, pronte ad essere trasposte sul grande schermo. Com’è infatti avvenuto per Quella sera dorata, diretto da James Ivory nel 2009 e interpretato da Anthony Hopkins e Charlotte Gainsbourg; come si è ripetuto per Un giorno questo dolore ti sarà utile, presentato al Festival di Roma e in questi giorni nelle sale, che vede alla regia Roberto Faenza, supportato da un prestigioso cast di attori americani.

Proprio il film di cui volevo parlare, una volta esaurita la Questione Titolo. Quella sera dorata lo lessi un’estate di qualche anno fa, non era male, per cui niente escludeva di fare un altro tentativo, non fosse stato che… per me il dolore non è utile. Punto. Poi certo, non voglio mettermi da solo contro secoli e secoli di retorica tesa ad esaltare le virtù formative del dolore. Il mondo è quello che è, le masse continuano a stare male e si suppone che sia meglio, per chi non ha niente, presumere che le sue pene non siano vane. Per quel che ho visto io, il dolore, soprattutto quando diventa cronico, spezza le persone, prosciuga le energie, rèlega i sogni sotto cumuli di fallimenti e frustrazioni. Ma quello era solo un titolo, che cavolo! E infatti poi mi sono ritrovato in libreria, lo scorso novembre, senza sapere bene cosa prendere, finché non mi è apparso davanti il libro di Cameron – duecento pagine circa, la veste grafica Adelphi – mi sono detto: perché no? Questa recensione dimostra che sono sopravvissuto. È una variazione sul tema del giovane Holden, aggiornata alla New York del dopo 11 settembre, senza le anatre che portano via il lago ghiacciato di Central Park. J. D. Salinger, con quel romanzo del 1951, aveva inventato l’adolescenza moderna in letteratura. Roberto Faenza, dal canto suo, si era innamorato della storia di Holden e voleva farne un film, per cui si era messo sulle tracce del leggendario scrittore. Leggendario anche per la ritrosia verso ogni forma di contatto che lo turbasse nel suo eremo: tutto ciò che riuscì a ottenere Faenza fu un secco rifiuto. Peter Cameron è stato invece più malleabile, ha ceduto i diritti per la trasposizione e si è offerto di collaborare alla sceneggiatura.

Avevamo lasciato Roberto Faenza col documentario Silvio Forever (2011), autobiografia non autorizzata, e si spera, poco profetica, di Silvio Berlusconi, e lo ritroviamo a New York per la seconda volta dopo Copkiller, poliziesco anomalo con Harvey Keitel, che aveva girato nel 1983. Erano gli anni seguiti a Forza Italia! (se ce la fate, contenete l’effetto déjà vu, eravamo in piena Prima Repubblica), collage di spezzoni di repertorio su trent’anni di storia democristiana, che uscì a ridosso del sequestro Moro e venne fatto presto sparire dalla circolazione. Così il regista ripiegò negli Stati Uniti, dove peraltro era di casa, in quanto docente di Scienze della comunicazione all’università di Washington DC. Un regista dunque capace di mettersi in gioco, che nella sua carriera ha oscillato in prevalenza tra due poli: il cinema di protesta (Alla luce del sole, Silvio Forever) da un lato, i film intimisti/sentimentali (Prendimi l’anima, I giorni dell’abbandono) dall’altro. Fra questi ultimi rientra senza dubbio Un giorno questo dolore ti sarà utile.

Il pronipote di Holden Caulfield, nella versione di Peter Cameron, si chiama James Sveck, ha lo stesso approccio cauto e sarcastico verso i coetanei e gli adulti, ma vive in una società dove i confini generazionali si sono sfaldati. Holden, per sfuggire all’insicurezza dell’adolescenza, aveva un bersaglio chiaro contro cui prendersela, il mondo degli adulti e l’ordine costituito: non sapeva cosa voleva essere, però sapeva cosa non voleva diventare. Ai nostri giorni, il padre di James è un avvocato di successo che non disdegna il ricorso al lifting pur di piacere alle ragazze; la madre è una cinquantenne sopra le righe, gestisce una galleria di arte concettuale (con un’istallazione fatta di bidoni della spazzatura ad uso dei visitatori) e prova a raccogliere i cocci del terzo matrimonio in frantumi. Si tratta, in definitiva, di due egocentrici che non accettano l’avanzare degli anni, e vanno ad invadere e soffocare quello spazio che, in teoria, sarebbe appannaggio dei giovani che si affacciano alla vita adulta. Così tutta la ribellione si riduce, nei pensieri di James, al progetto di non andare alla Brown University e usare i soldi della retta per comprare una casa nel Midwest, dove imparare un lavoro manuale e leggere con tutta calma Shakespeare e Trollope. E se Holden si confidava con la sorellina Phoebe, James si apre con Nanette, la sua nonna bohèmienne, autrice di massime pseudo zen come: «il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono – un dono crudele, ma pur sempre un dono» (a confermare che la mia piccola crociata era perduta in partenza).

Il regista illustra il testo di Cameron smorzandone i toni pungenti, per privilegiare un andamento gradevole e vagamente stralunato, come quando sottolinea, nei personaggi, i loro aspetti più insoliti e caricaturali (vedi Gillian, la sorella di James, che vuole pubblicare la sua autobiografia a ventitre anni). Faenza filma una New York fuori dal tempo – laddove nel libro si percepivano i postumi dell’11 settembre – privilegiando le riprese in esterni e in pieno giorno, supportato della fotografia policroma di Maurizio Calvesi. In questa chiave si deve leggere anche il cambiamento apportato alla figura della terapeuta, chiamata per aiutare James a ritrovare la strada, che nel film è una life coach che tiene gli incontri mentre fa jogging (ritrovare la strada, appunto), e ha le piacevoli sembianze di Lucy Liu (Kill Bill Vol. I, Ally McBeal). Si diceva sopra del fortunato cast: oltre al giovane inglese Tobi Regbo (Harry Potter e i Doni della Morte)  che interpreta James, dobbiamo ricordare almeno Peter Gallagher (Sesso, Bugie e Videotape, The O.C.) nei panni del padre, e soprattutto, nel ruolo della nonna, Ellen Burstyn (L’ultimo Spettacolo, Requiem for a Dream, Alice non abita più qui di Scorsese. Il film è stato quindi girato in inglese e va detto, in questo caso, che i doppiatori italiani avrebbero potuto fare meglio. In compenso c’è il supporto di Elisa, sempre a suo agio con l’inglese (il singolo è Love is requited), che ha interpretato i brani di Andrea Guerra – già collaboratore di Faenza – aggiungendo un commento cantato in sintonia con i colori del film. Cosa resta da aggiungere? Un giorno questo dolore ti sarà utile dura poco più di un’ora e mezzo, un’ulteriore nota di merito per un film leggero senza pretese eccessive.

Un giorno questo dolore ti sarà utile – USA, Italia, 2011
di Roberto Faenza
con Toby Regbo, Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu, Aubrey Plaza
01 Distribution – 98 min.

L’arte nera del ricordo

Ogni 11 settembre mi sorprendo a ripensare spontaneamente a dove fossi e a cosa stessi facendo mentre una dopo l’altra le Torri gemelle di New York venivano trafitte da due aeroplani dirottati e le immagini della mia vita scorrono intervallate nella memoria a quelle dell’attentato, all’esplosione rossa sullo sfondo azzurro del cielo limpido, il crollo dei due grattacieli e l’immensa nube di cenere nera che si sollevò in seguito ad esso, riversandosi sugli edifici, le strade, le automobili e le persone.

Ricordare è faticoso, soprattutto quando si ha a che fare con tragedie segnate da un esorbitante numero di vittime. Allo stesso tempo, però, ricordare è essenziale e ancor di più sembra esserlo di fronte a un evento di tale portata, che di fatto ha inaugurato un decennio disastroso e disgraziato sotto innumerevoli punti di vista – una decade nera che sembra ancora portare su di sé uno strato di ceneri nate da quel crollo.

Il ricordo e la testimonianza sono due dei più importanti compiti dell’arte e davanti ad un decennale così importante, non potevano certamente mancare, anche in Italia, della mostre che trovassero proprio nell’11 settembre il loro oggetto principale o il filo conduttore della loro narrazione.

A Palazzo Reale, a Milano, la mostra 11.9 Il giorno che ha cambiato il mondo. Dieci anni dopo. Documenti e immagini si pone proprio il compito di restituire al pubblico un’ampia testimonianza di ciò che successe quel giorno in soli venti minuti – tra le 8.45 e le 9.03 del mattino –, attraverso una serie di fotografie splendidamente intense realizzate da alcuni tra i più importanti fotografi contemporanei – James Nachtwey, Steve McCurry, Alex Webb, Gilles Peress e Susan Meiselas.

Oltre a dover custodire ed esibire il ricordo, l’arte ha anche il compito di rielaborarlo, di mostrarne gli effetti attraverso quei sintomi simbolici che sono le opere. È ciò che accade al Centro d’arte contemporanea del Castello di Rivara, a metà strada tra Torino e Ivrea, dove la mostra Su nero nero trova il filo conduttore per far dialogare le forme artistiche più disparate – dalla pittura, al design, alla scultura, fino alla video arte – nel colore nero, la tinta degli anni Zero, intesa come un materiale, una filosofia, una professione di fede, ma anche come il simbolo di una narrazione tragica, di una caduta libera che rispecchia il funesto evento dell’11 settembre newyorkese, scaturigine di quella stessa narrazione.

La quiete dopo la tempesta

Il nuovo album degli Antlers era tra le uscite che più aspettavo quest’anno. Il loro precedente lavoro, Hospice, mi era molto piaciuto e per mesi e mesi (fino ad arrivare a oggi) ha albergato nel mio lettore per la sua carica emotiva e la capacità con cui riusciva a comunicarmi certe sensazioni. Archiviata dunque la tristissima fatica (si trattava di uno struggente concept album su un morboso rapporto amoroso raccontato attraverso l’analogia infermiere/paziente terminale – potete immaginarne dunque l’allegria) il trio di Brooklyn capitanato da Peter Silberman si è concentrato nella stesura del nuovo album. Ecco dunque che a distanza di pochi anni viene fuori Burst Apart anch’esso, a mio avviso, con una splendida copertina disegnata dal bravo Zan Goodman.

Ad un primo ascolto il disco mi era sembrato molto meno incisivo del primo: le canzoni spingono di meno e si adagiano intorno a loop scarni e ripetuti, alcuni pezzi si tingono di soul e le atmosfere si fanno rarefatte. Le violente esplosioni di Sylvia o i cambi di passo di Bear sembrano lontani, alla tempesta una certe quiete di fondo pare aver ceduto il passo. E questa quiete, questo mare calmo, pezzo dopo pezzo, ascolto dopo ascolto conquista forse in maniera ancora più decisa di quanto aveva fatto Hospice. C’è da dire che gli Antlers e Silberman in particolare, autore di tutte le canzoni, lavorano su melodie che sono molto simili tra di loro: Every night my teeth are falling out, Corsicana e Putting the dog to sleep si concentrano su evoluzioni vocali molto simili a quelle di Hospice (soprattutto l’ultima citata che assomiglia a una Sylvia dilatata e stirata). Tutto questo però non restituisce un’idea di non originalità, ma piuttosto sembra che alla band di Brooklyn piaccia esplorare e scardinare una melodia fino a trovarne ogni recondita sfumatura: aprirla per vedere quante combinazioni diverse possano venir fuori da uno stesso giro di accordi o da uno stesso pattern di note. E se nel primo disco questo elemento era più evidente per alcuni incisi che venivano ripetuti all’interno di canzoni diverse, in Burst Apart invece vi è un gioco di vedo non vedo (sento non sento) che trasporta l’album a un livello di composizione probabilmente più alto.

Dopo un tot di ascolti la prima impressione che viene in mente è che Burst Apart sia stato concepito e scritto come una colonna sonora (è forse troppo azzardare la citazione di Band à part di Godard, se non altro solo per assonanza?). La produzione apparentemente scarna e i suoni soffusi e ripetuti rimandano a scenari da film e le melodie, sempre molto emozionali, paiono scritte proprio per delle scene. E così l’album diventa una sorta di soundtrack personale, da adattare ai vari momenti della giornata o a determinate stagioni della propria vita. Ne sono diretto esempio, secondo me, pezzi come No Widows, Rolled Togheter, Tiptoe e Hounds. Mentre gli altri brani, quelli che più di tutti aderiscono alla forma canzone si stagliano scintillanti all’interno dell’album. I due pezzi d’apertura I don’t want love e French Exit rappresentano rispettivamente il vecchio e il nuovo degli Antlers: la seconda in particolare, nel suo ricercato arpeggio stoppato, sembra indicare la nuova strada intrapresa dalla band. Parentheses ci riporta alla psichedelia mentre l’energica Every Night My Theet Are Falling Out ci trascina nei territori delle rock ballad. La doppietta finale invece  restituisce gli Antlers che sanno pugnalare mortalmente al cuore: la romanticissima Corsicana, con la sua storia tragica di una famiglia morta a causa di un incendio (anche la semplicità delle liriche è toccante – una composizione pressoché perfetta), e la struggente Putting the dog to sleep, che esplora le paure di rimanere soli,  chiudono l’ottimo disco in un crescendo di emozioni. La voce di Silberman che modula con eleganza falsetto e squillanti toni alti ci regala un epilogo denso, pieno e avvolgente. Ancora una volta gli Antlers sono riusciti a colpire nel segno confermandosi tra le band più interessanti e originali della scena contemporanea. Non ci resta che vederli dal vivo dunque, sperando che qualcuno riesca a portarli dalle nostre parti.

So here we are. Where are we?

Parliamo della trama. Louis Ives (Paul Dano, perfettamente in parte) è un giovane insegnante di letteratura inglese con una viscerale passione per gli anni ’20, sia in termini di autori letterari che di stile di vita. Alla passione per Francis Scott Fitzgerard e per gli anni ruggenti si affiancano però alcuni problemi irrisolti legati alla sua maturazione sessuale, problemi che lo rendono tremendamente impacciato con l’altro sesso e irrefrenabilmente attratto dal travestitismo (dall’indossare abbigliamento intimo femminile, per dirla con maggiore precisione).  Questa sua ultima inclinazione, che davvero non vogliamo chiamare perversione, finirà per fargli perdere il suo lavoro a Princeton e la cosa lo getterà in un composto e malinconico sconforto. Ma lo convincerà anche a mettersi in gioco e seguire le sue ambizioni e aspirazioni. Louis decide quindi di trasferirsi a New York, a Manhattan, e di tentare di intraprendere la strada dello scrittore. Il contesto newyorkese finirà però per diventare un moltiplicatore della sua eccentricità, anche perché il coinquilino che il destino gli ha riservato è tale Henry Harrison (un favoloso Kevin Kline), gentiluomo decaduto nella fortuna economica ma non nella personalità,  nei modi e nello stile di vita, in un irresistibile miscuglio di eccentricità, candore, formalità, sfrontatezza e affettuosità. Henry nella vita, oltre ad affittare una scomoda stanza nel suo appartamento nell’Upper West Side,  è un accompagnatore, un extra man, e in particolare il favorito di un’anziana e ricchissima nobildonna. Questo gli permettere di vivere nella più grande delle contraddizioni: al suo essere completamente spiantato si contrappone infatti il suo partecipare a serate di gala nei più esclusivi locali di New York.

La struttura narrativa è quella tradizionale del romanzo di formazione: il protagonista si ritrova (da solo) in un contesto per lui nuovo nel quale cercherà faticosamente di ritagliarsi il proprio spazio e, quando sembra destinato al fallimento, scopre che invece le sue qualità e il suo impegno hanno dato i loro frutti. Un perfetto gentiluomo, giunto nelle nostre sale quasi un anno dopo la sua uscita oltreoceano, è tratto dal secondo romanzo di Jonatham Ames, autore anche della serie tv Bored to Death, ed è evidente che chi scrive ha un debole per questo autore.  Il romanzo di Ames è stato ben adattato e messo in scena dai registi Shari Springer BermanRobert Pulcini (coppia sia nel lavoro che nella vita) e interpretato splendidamente da un cast di signori professionisti che mi hanno dato l’impressione di essersi divertiti un mondo a lavorare in questo film. Un film il cui punto di forza sono i dettagli: le sfumature che danno profondità ai personaggi, i dialoghi brillanti, le situazioni grottesche. E il fatto che io abbia un debole per l’immaginario di Jonathan Ames è confermato dal fatto che ho scoperto che dietro questo film ci fosse la sua penna solo dopo averlo visto, senza pregiudizi o aspettativa alcuna. E ne ero rimasto incantato.

Incantevole. Se dovessi scegliere una parola per definire questo film userei proprio questa. Non eccelso, forse un po’ irrisolto, ma comunque incantevole. The Extra Man finisce per confermare l’impressione già ricevuta da risultano essere stranianti, personaggi e situazioni sono un po’ ardui da comprendere perché sono sempre giocati sulla contraddizione e un equilibrio da giocoliere tra reale e surreale, tra l’essere assolutamente straordinari e tremendamente ordinari. Se, come spiegava Hitchcock da qualche parte nella sua famosa conversazione con Truffaut, “i protagonisti dei film sono come noi ma in meglio” Ames sembrerebbe rispettare perfettamente questo insegnamento del grande maestro del cinema; e se avete dubbi se effettivamente Louis Ives sia come voi ma in meglio, forse dovreste prendere esempio dai suoi modi gentili e sinceri.

Un perfetto gentiluomo (The Extra Man) – USA, FR, 2010
di Shari Springer Berman, Robert Pulcini
Con Kevin Kline, Katie Holmes, John C. Reilly, Paul Dano
Bim – 105 min.

nelle sale dal 13 maggio 2011
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The Pains of Being Pure At Half

Ci sono alcuni dischi che ti prendono per i loro inizi fulminanti, perché riescono a inanellare di seguito quelle tre o quattro canzoni (ma ne basterebbe forse una) che ascolteresti solo in modalità repeat, capaci di ipnotizzarti per ore per poi scoprire, ansioso, che il resto non è poi ‘sto granché. A questo giro purtroppo è toccato a Belong, seconda fatica dei Pains of Being Pure At Heart.

L’album d’esordio di questa band di timidoni di NYC aveva colpito tutti per la freschezza semplice delle canzoni, per i testi intimi e l’approccio schivo all’ambiente musicale. Eccoli quindi, dopo due anni, un ep e una manciata di singoli, di ritorno sulla scena con un disco nuovo fiammante. L’etichetta è la stessa, la Slumberland, a indicare un percorso ben preciso e pensato, un segno di continuità che in questi tempi, in cui il salto di qualità è forse un’ossessione troppo calcata, non può che essere un’ indicazione di una scelta ragionata da parte della band.

Se però l’etichetta è la stessa, cambiano i produttori. Dietro il mixer si sono intervallate due grosse personalità della scena musicale, Alan Moulder e Flood (produttori di gente come PJ Harvey e U2), che hanno dato all’album un inconfondibile suono anni ’90 percepibile fin dalla prima pennata di chitarra. Più sporcizia e meno pulizia nei cantati e nelle distorsioni, più elettriche e meno acustiche. Il risultato? I primi quattro pezzi sono dei singoli spacca pista come non ne sentivo da tempo. Belong, come hanno detto molti, ha il carattere degli Smashing Pumpkins di Siamese Dream mentre Heaven’s gonna happen now con il suo riff travolgente ti accompagna dritta dritta al giro di basso che apre il singolone per eccellenza di questo disco, Heart in your Heartbreak, canzone perfettamente costruita su tutti i pregi della band: strofa incalzante che poi si apre nel ritornello mnemonico (nel senso che impari a memoria dopo un ascolto). E poi ancora, il falso synth-pop di The Body a chiudere il quartetto iniziale.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F12674015 The Pains of Being Pure at Heart – Heavens Gonna Happen Now by adam-abraxis

E dopo? Ecco, finalmente prendiamo fiato, c’è Anne With an E. Ora ci aspetteremmo nuovamente qualcosa di tosto ma invece, stranamente, il disco non riprende più. Le canzoni successive risultano, paragonate alle prime, ben più fiacche e si fatica a ritornare sui ritmi iniziali. Forse, ma solo forse, ci si arriva con la canzone finale, Strange, ottimo commiato, allo stesso tempo malinconico e tirato. Ma le altre, quelli lì nel mezzo, soffrono il distacco e rimangono per lo più anonime. Peccato perché questi ragazzi sono seri e hanno talento. Un album riuscito a metà dunque dove a cose egregie, veramente egregie, si alternano pezzi poco memorabili; un lavoro comunque gradevole ma che manca di quella marcia in più che ci saremmo aspettati; un disco probabilmente di passaggio verso qualcos’altro.

Ascolta l’intero album qui

The Pains of Being Pure At Heart “Heart In Your Heartbreak” from Slumberland Records on Vimeo.

Underground New York 1974 – 1978 [podcast]

La cantina del rock - Underground New York 1974/1978La cantina del rock in un’ora di trasmissione, in compagnia del giornalista musicale Roberto Calabrò, ripercorre la nascita a New York del punk e di una scena i cui semi malati sarebbero fioriti creando un vero terremoto musicale e culturale. Buon ascolto!

[audio:http://www.e-x-p.it/mp3/16rp.mp3|titles=Ascolta il Podcast]

Il punk prima del punk. La scena underground di New York alla metà degli anni Settanta fu la culla di trasgressioni, poesia rock e band irresistibili. Cinque anni che condensano il rock’n’roll a venire, cinque anni come ventata di aria nuova nella musica e nella cultura in generale. Prima del 1977 e dei Sex Pistols, i germi del punk avevano già attecchito altrove. Negli enormi spazi metropolitani di New York, dall’inizio degli anni ’70, l’underground musicale e culturale è in pieno fermento.

Lo storico locale Max's Kansas City in NYCSi parla di una scena all’inizio molto piccola, gravitante attorno a pochi locali, oggi entrati nella mitologia del rock’n’roll: CBGB’s, Max’s Kansas City, Mercer Arts Center. Oltraggiosi apripista del proto punk newyorchese sono le New York Dolls,  decadenti nella musica e trasgressivi nell’immagine, che riportano il rock’n’roll alla sua selvaggia primogenitura. Il vaso di Pandora è stato aperto. In pochi anni, alla metà degli anni Settanta, vengono fuori molte band dallo stile talvolta molto diverso, ma dal sound e dall’estetica terribilmente punk. E Punk è anche il nome di una fanzine creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeill ed uscita per la prima volta nel gennaio del 1976.

Da Wayne County ai Dictators, a Johnny Thunders che dopo le New York Dolls forma gli Heartbreakers e regala l’inno Born to Lose. La miccia è stata innescata e di lì a poco esploderà in mille rivoli musicali. Si spazia dal blitzkrieg rock’n’roll dei “Fast Four” Ramones alla sacerdotessa del punk Patti Smith, dal pop raffinato dei Blondie alle visioni acide e innovative dei Television. E poi la new wave che arriva con il canto disarticolato di David Byrne e dei Talking Heads e lo choc sonoro metropolitano dei Suicide. Fino al party rock’n’roll dei Fleshtones e alla loro travolgente carriera che li porta ancora oggi sui palchi di tutto il mondo.

Ramones (live)

La Cantina del Rock va in onda ogni sabato pomeriggio alle ore 18.30 su Radio Popolare Roma – FM 103.3 mhz, Roma e provincia – e ovunque in streaming: www.radiopopolareroma.it

Quattro squatter sensibili ai tempi della crisi

Ci sono poche certezze nella vita e con il passare degli anni sembra che diventino sempre meno. Un povero lettore naufrago in balia delle migliaia di nuovi titoli e nuove voci che continuamente vanno ad aggiungersi alla marea del panorama letterario, però, può stare sicuro di poter contare su un approdo garantito, un porto che con una regolarità estrema si apre ai naviganti con una scadenza da festa comandata. Ogni anno, infatti, è indubitabile che girando tra gli scaffali di una libreria si scorgerà in esposizione un nuovo romanzo di Paul Auster – scrittore newyorkese noto ai più per la Trilogia di New York, la sua superba opera prima in ambito romanzesco.

Paul AusterIl sessantatreenne Auster, nonostante nelle interviste sembri sempre lasciar trasparire una certa mancanza di idee riguardo ai suoi progetti futuri, si è ormai tramutato in un vero e proprio stacanovista della macchina da scrivere. Se per quanto riguarda i quattro o cinque romanzi che hanno preceduto l’ultimo Sunset Park, non si può dire che questa frenesia creativa abbia dato dei frutti completamente all’altezza delle aspettative, proprio la fatica pubblicata da Einaudi nel novembre scorso restituisce, finalmente, un Paul Auster quasi al massimo della forma.

Forse quest’ultimo romanzo non raggiunge il livello intricata bellezza della già citata Trilogia o di Leviatano, e non possiede neanche quel fascino perturbante di Nel paese delle ultime cose e La musica del caso, ma bisogna anche rilevare che la scrittura di Auster è cambiata molto negli anni e maturando l’autore sembra essersi allontanato sempre di più dalle kafkiane metafore filosofiche dei titoli appena citati, per alcuni eccessivamente complicate e a tratti cervellotiche, per prendere una direzione decisamente più emozionale e forse più calda rispetto a prima.

Il punto di forza di Sunset Park non risiede tanto nell’interessante e ben riuscita trovata di cambiare punto di vista ad ogni capitolo, quanto in alcuni passaggi realmente toccanti, in cui lo stile pulito ed essenziale dello scrittore è il tramite perfetto per creare una perfetta empatia tra il lettore e i personaggi e le loro vicende. Il libro scorre via veloce, nonostante superi le trecento pagine, e conferma Auster come un maestro assoluto della narrazione.

La vicenda ruota attorno ad un gruppo di quattro ventenni, due uomini e due donne, che si trovano a condividere abusivamente una casa abbandonata nel quartiere popolare di Sunset Park, a Brooklyn – a poche centinaia di metri di distanza da dove vive realmente lo scrittore –, durante il periodo iniziale della recente crisi economica. Uno di questi, Miles Heller, arriva nella casa dopo essere dovuto fuggire dalla Florida, dove lavorava recuperando gli oggetti lasciati negli appartamenti abbandonati e dove viveva con la fidanzata minorenne, perché la crudele sorella di quest’ultima voleva utilizzare la loro relazione illecita per obbligarlo a rubare alcuni degli oggetti per lei. Veniamo a sapere che Miles è un ragazzo intelligente e profondo, ma problematico, estremamente chiuso in se stesso e totalmente privo di ambizioni. Ha passato gli ultimi sette anni della sua vita in una sorta di esilio autoimposto, girovagando di lavoro in lavoro per gli Stati Uniti, dopo aver abbandonato la sua famiglia, senza dire una parola, a causa di un incidente traumatico che ha segnato la sua esistenza e quella dei suoi genitori. Un altro dei quattro coinquilini, Bing, oltre ad essere l’iniziatore dello “squatteraggio”, funziona anche da tramite tra Miles ed il padre, fornendo a quest’ultimo le informazioni che ha riguardo al primo.

AusterÈ proprio il rapporto tra il padre e il figlio, il loro lento riavvicinarsi l’uno all’atro descritto con delicatezza e privo di qualsiasi patetismo, a risultare la vera spina dorsale del romanzo. Le riflessioni e le vicende di Morris Heller, il padre di Miles, che occupano la parte centrale del romanzo, sono senza dubbio la sua parte meglio riuscita. Lo stesso vale per tutti gli altri rapporti interpersonali che si creano tra i protagonisti mano a mano che la storia prosegue. Si ha quasi la sensazione che i personaggi si accendano proprio quando interagiscono l’uno con l’altro. Allora Ellen, la depressa e sola agente immobiliare che sogna di fare la pittrice, ha il suo momento di grazia quando decide di abbandonarsi alla sua intensa, e tratti perversa, curiosità sessuale decidendo di ritrarre se stessa nuda e poi utilizzando Bing come modello. Solo la relazione tra Miles e Pilar – la fidanzata minorenne – appare un po’ stiracchiata, poco significativa e intrigante.

Chi conosce Paul Auster sa bene che in tutti i suoi romanzi, ad un certo punto, succede qualcosa che sconvolge completamente le vite dei protagonisti, e il finale ottimamente congeniato di Sunset Park, per fortuna, non è un eccezione a questa regola.

È dal bellissimo Il libro delle illusioni del 2002 che Auster non pubblicava un romanzo così ispirato e pieno di spunti di riflessione. Forse non è un capolavoro e certe insistenti ripetizioni di temi – come il ripresentarsi incessante del film I migliori anni della nostra vita, amato alla follia da tutti i personaggi a cui è capitato di rivederlo, guarda caso, pochi giorni prima che gli venisse nominato da qualcuno – o di frasi, risultano stucchevoli, però fa certamente ben sperare per l’immancabile uscita del prossimo anno.

Titolo: Sunset Park
Autore: Paul Auster
Editore: Einaudi
Dati: 2010,  222 pp., 19,50 €

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