3 cose su: 12 anni schiavo

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “12 anni schiavo” di Steve McQueen che, nel frattanto, ha anche vinto l’Oscar come miglior film.

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  1. Black Oscars. Non so se lo sapete ma 12 anni schiavo ha vinto l’Oscar 2014 come miglior film, la meravigliosa Lupita Nyong’o ha portato a casa la statuetta come miglior attrice non protagonista (strameritato sotto qualsiasi punto di vista) e lo sceneggiatore John Ridley quella per la miglior sceneggiatura non originale tratta dal libro autobiografico di Solomon Northup. È la prima volta che un film diretto da un regista nero vince l’Oscar più importante e questo potrebbe rappresentare un momento di svolta per i registi di colore per quanto, al netto di alcune critiche come quelle lette su Carmilla che personalmente ritengo molto fuori bersaglio, questo film appartenga a quegli schemi culturali in cui il cinema afroamericano è ancora ingabbiato, come sottolinea Roxanne Gay su Vulture. Il fatto che 12 anni schiavo abbia vinto gli Oscar poi ha a mio avviso poco a che vedere con il senso di colpa e il lavarsi la coscienza della giuria WASP dell’Academy: ha vinto, nonostante la grande qualità degli altri nominati, perché è un grande film e questo è certamente un passo importante ma non certo un punto di arrivo.
  2. Schiavismo. Non so se si possa definirlo un trend ma in un anno o poco più sono arrivati nelle sale ben tre grandi produzioni sul tema dello schiavismo americano, che invece nella storia del cinema ha sempre avuto poco spazio: Django UnchainedLincoln e 12 Years a Slave. E non solo si tratta di tre grandi produzioni ma anche di tre film d’autore e di tre autori profondamente diversi tra loro con tre idee di cinema profondamente diverse tra loro. Se l’approccio di Tarantino da queste parti non era stato apprezzatissimo mentre quello di Spielberg ci aveva convinto, il film di McQueen condivide con Lincoln alcuni un elemento per noi fondamentale: il basarsi sui documenti e il lavoro di ricerca nella minuziosa e rigorosa ricostruzione storica. 12 anni schiavo è basato sull’omonimo libro di Solomon Northup nel 1853 in cui narra la sua drammatica esperienza: Northup, figlio di uno schiavo affrancato, viveva da un uomo libero a Saratoga, stato di New York, quando venne rapito con l’inganno e venduto come schiavo nel sud degli Stati Uniti d’America, condizione in cui rimase per 12 anni assistendo e sopportando ogni genere di atrocità e ingiustizia, lottando per la sopravvivenza in attesa dell’occasione che gli permettesse di tornare libero per ricongiungersi con la propria famiglia. Andando oltre la mera (ma comunque significativa) considerazione che si tratta di vicende di neri narrate da un autore nero, il film di McQueen è insieme un tributo all’eroismo di Northup e un cinico, impassibile, inesorabile racconto della disumana pratica dello schiavismo negli Stati Uniti d’America del 19esimo secolo. Il film è importante perché onesto, rigoroso e attendibile e queste sue qualità non solo vanno ben oltre le (soggettive) valutazioni estetiche e artistiche sull’opera, ma per certi versi vanno a loro discapito: l’autore di un film che voglia restare il più possibile rispettoso e fedele nei confronti della realtà storica dovrà resistere ad ogni tipo di espediente narrativo, arricchimento simbolico, retorico o emozionale, dovrà evitare di essere brillante o arguto e mettere la propria intelligenza e le proprie capacità al servizio della Storia, limitare al massimo il proprio intervento autoriale e la propria personalità. Addiction by subtraction come si suol dire, compito niente affatto facile. Il risultato finale potrà sembrare piatto, frammentario, poco coinvolgente (anche se a parere mio non è il caso di questo film dove la drammaticità degli eventi narrati è sufficiente a stimolare la mia sensibilità di spettatore e mantenere alto il livello di tensione) ma alla fine si otterrà qualcosa di somigliante a un documento da consegnare alla società e alle future generazioni per raccontare una reale vicenda storica. E questo ha un valore enorme.

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  1. Corpi. Se poco fa parlavamo dei punti di contatto tra Lincoln e 12 anni schiavo c’è una sostanziale dicotomia di fondo tra i due film: quella tra astratto e concreto, tra tra mente e corpo. Del resto il tema portante della poetica del regista britannico Steve McQueen è proprio questo: il corpo, la carne, come veicolo di cambiamenti interiori ed esteriori, individuali, sociali e politici. Così come in Hunger (ma anche in Shame e nelle sue opere audiovisive come Western Deep), in 12 anni schiavo lo sviluppo narrativo passa attraverso il corpo dei personaggi: i segni sulla pelle e sul fisico dei personaggi diventano dei veri e propri significanti che non solo tengono traccia dello sviluppo degli eventi narrati ma si fanno specchio della crescita interiore dei personaggi e, per certi versi, diventano loro strumento anche volontario per comunicare all’esterno, sia con altri personaggi all’interno del racconto che, naturalmente, con lo spettatore. Da questo punto di vista il corpo diventa un vero e proprio mezzo di comunicazione. Se in Lincoln il racconto storico era basato sulla parola, sui discorsi, sui testi, in 12 anni schiavo è basato sulla pelle del protagonista: quando lo schiavista vuole inviare un messaggio allo schiavo lo frusta, lo sfregia, lo tortura, quando è lo schiavo a inviare il suo messaggio (allo schiavista, ai suoi compagni, alla Storia) resiste, cura le ferite, sopravvive. La condizione di schiavo del resto omette intrinsecamente la possibilità/diritto di significare attraverso la parola, dato che per fare questo bisognerebbe essere riconosciuti come persone, non come schiavi, la cui funzione è meramente meccanica e ogni deviazione da essa è giudicata pericolosa: Northup stesso sa che sarebbe probabilmente ucciso se il suo padrone semplicemente scoprisse che è in grado di leggere e scrivere. Non c’è spazio per l’intangibile. E Lincoln avrà bisogno di una guerra, di lacerare migliaia di altri corpi, perché ai neri, negli stati del sud, venga riconosciuto anche il diritto ad esprimere e raccontare con la parola la propria individualità, le proprie storie, la propria Storia.

twelve_years_a_slave_poster12 anni schiavo (12 Years a Slave) – USA, 2013
di Steve McQueen
Con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti
BIM – 134 min.

Giallo di China

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (1)Ho scoperto da poco che un noto ristorante romano offre, nel suo menù, accostamenti  culturalmente arditi come i ravioli al vapore ripieni di coda alla vaccinara. Questo incipit è solo apparentemente disgiunto dal nostro oggetto di discorso perché guardare Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma ha suscitato in me più o meno le stesse sensazioni che, immagino, si provino nel trovarsi di fronte suddette proposte gastronomiche. Mi spiego meglio. Il regista di questo film era stato etichettato, all’apice della sua carriera, come lo Steven Spielberg di Hong Kong (povero Spielberg, ma quanti suoi cloni esistono in giro per il mondo?!). Intuisco che ciò significhi budget lussuosi, una certa attenzione alla storia e una regia dotata di personalità.

Se è vero che Tsui Hark ha avuto Spielberg come modello di riferimento, probabilmente non ha pensato a quello emozionale e riflessivo degli ultimi film ma a quello più avventuroso e giocherellone degli anni ’80 e ’90. Insomma, lasciando stare i giri di parole, questo film si ispira dichiaratamente a Indiana Jones, persino nella struttura del titolo. Ma se è piuttosto plausibile per lo spettatore immaginare il professor Jones alle prese con una misteriosa avventura ambientata in Cina (cosa c’è di più esotico e misterioso della Cina?!) risulta invece un po’ più impegnativo, almeno per noi occidentali, seguire le vicende di un personaggio stile Indiana Jones ma appartenente lui stesso alla cultura cinese e, per di più, protagonista di una storia ambientata secoli e secoli fa.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2)

Infine, ennesima secchiata di benzina sul fuoco della curiosità, questo film si presenta come un giallo classico, completo di omicidi apparentemente inspiegabili. E siccome l’estate non è estate senza aver visto almeno un film giallo, ecco che l’avventura di detective Dee diventa irrinunciabile.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (3)La partenza è ben congegnata: nella Cina del 600 la prima imperatrice donna sta per essere incoronata, nonostante l’esplicito scontento dei tradizionalisti. I preparativi per la cerimonia, però, vengono interrotti da una serie di morti che sembrano causate dall’ira degli Dei. A investigare su di esse viene chiamato un carismatico detective (ma esistevano i detective nella Cina del‘600? È proprio vero che hanno inventato tutto prima di noi) che ha un controverso passato da ribelle proprio contro l’imperatrice che ora è chiamato a difendere. Anche il finale è indubbiamente un’espressione di ottimo cinema, da tutti i punti di vista: effetti speciali maestosi e ben realizzati, la storia che si conclude con grazia, persino una morale interessante e non didascalica. Il sottofinale, poi, è un vero e proprio tocco da maestro che lascia la porta aperta ad eventuali nuove avventure di Dee, se possibile ancora più improbabili di quelle che gli sono appena occorse.

Ciò che mi lascia perplessa è tutto quello che c’è tra questo buon inizio e questa ottima fine. In primo luogo gli interminabili combattimenti volanti che, confesso, preferirei veder vietati per legge. Senza di quelli il film durerebbe mezz’ora in meno e sarebbe incalcolabilmente più godibile. In secondo luogo la trama si rivela sempre più farraginosa: non solo poco credibile – il che non sarebbe un vero problema in un contesto di genere che confina spesso con il fantasy – ma soprattutto poco logica e poco scorrevole. O l’ennesima serie di calci rotanti ha intorpidito le mie facoltà di comprensione o gli sceneggiatori hanno ritenuto la consequenzialità e la coerenza requisiti secondari di questa avventura. Infine un problema del tutto culturale: la comicità orientale inserita in un film dall’impianto tutto sommato classicamente hollywoodiano, talvolta lascia sinceramente interdetti.

Se vi consiglio di vedere questo film quando uscirà in sala alla fine di Agosto? Le recensioni degli specialisti del genere sono entusiaste. Come quelle dei ravioli al vapore ripieni di coda alla vaccinara.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (poster)Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (Di renjie)
China/Hong Kong 2010
regia di Tsui Hark
con Andy Lau, Carina Lau, Bingbing Li, Tony Leung Ka Fai, Chao Deng
durata 122 minuti

in Italia dal 26 Agosto 2011

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Una vita tra sacrifici e fiori di ciliegio

Ogni volta che si legge un libro dopo aver visto la sua trasposizione cinematografica si ha qualche difficoltà ad esprimere dei giudizi puri. Non foss’altro che per la natura delle immagini, più immediate della parola scritta e che ad essa si vengono a sovrapporre. Spesso riaffiorano allamemoria anche le musiche, condizionando quindi l’atmosfera di un romanzo. Ma Memorie di una geisha è prima di tutto letteratura e lasciamo ad altri lo sterile quesito se sia meglio il libro o il film. Semplicemente, sono due cose diverse.

Per quanto mi riguarda, tanto di cappello ad Arthur Goldenper aver descritto con dovizia di particolari e sensibilità femminile pensieri e sentimenti della protagonista, arricchendo la narrazione di dettagli storici e paesaggistici, ai limiti del pittorico. Come dimenticare ad esempio il volto del padre di Chiyo, scavato dalle rughe e immobilizzato in un’espressione arcaica da una mistura di povertà, fatica, rassegnazione? E come non paragonare la descrizione della casa ubriaca all’arte espressionista?

Tutto il materiale del romanzo è infatti connotato da una visione emotiva delle cose, inaugurata dalla piccola Chiyo, che dopo poche pagine viene strappata alla umile famiglia di origine perché diventi una geisha. Lasciando un padre sopraffatto e una madre morente. La bambina fa così un balzo violento dal suo amato villaggio a picco sul mare alla grande città, Kyoto, dove viene affidata ad un okiya (la casa delle geishe). Il passaggio ad un’altra realtà rappresenta la fine di un’infanzia spensierata, per quanto indigente. Sentimenti adulti e crudeli si impongono davanti ai suoi occhi grigio-azzurri, gli stessi che la renderanno dopo qualche anno una celebrità. Ma non prima di aver vissuto un lungo periodo di sofferenza, durante il quale ogni suo tentativo di fuga viene punito, fino a quando la delusione delle padrone di casa si ritorce contro di lei, trasformandola in una schiava. Gli anni si susseguono e noi assistiamo alla crescita di questa bambina, che si sviluppa quasi in tempo reale, permettendo così un’immedesimazione appassionata.

Il punto di svolta nelle sue speranze è rappresentato dall’incontro con il Presidente, una figura quasi mitologica perché l’unica a rivolgerle delle gentilezze dopo anni di maltrattamenti, perpetrati soprattutto da Hatsumomo, la dissoluta geisha del suo okiya, turbata da un violento senso di competizione. Ma la vera salvezza è Mameha, la geisha per eccellenza, che la adotta come sorella minore per insegnarle l’arte di servire gli uomini ricchi, potenti e soli del Giappone anteguerra. Un destino triste, se letto con gli occhi di una donna occidentale. Ma non per le poche fortunate che, per merito della bellezza, scampavano a un destino di povertà, sostituito da agi, arte e cultura. Una gabbia dorata, dalla quale Chiyo (ormai Sayuri), alla fine, fugge per amore, un sentimento severamente proibito a chi aveva consacrato la sua vita al piacere altrui. Ad accogliere il suo sogno, una New York moderna dalla quale la protagonista inizia il suo racconto in prima persona, ormai libera e felice.

Titolo: Memorie di una geisha
Autore: Arthur Goldenper
Editore: TEA
Dati: 1997, 571 pp., 10,00 €

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Croci e delizie

Dopo Steven Spielberg, Ron Howard e Martin Scorsese anche Neil Jordan esplora il piccolo schermo.
La serie da lui diretta, dedicata alla più scandalosa famiglia del Rinascimento italiano, è un affascinante miscuglio di provenienze. La storia si svolge a Roma a cavallo tra la fine del 1400 e l’inizio del secolo successivo; i Borgia, però, sono famiglia di origine spagnola (addirittura, a sentire le malelingue, si tratterebbe di ebrei marrani); il regista, si sa, è sfacciatamente irlandese ma la serie, invece, è stata girata per la maggior parte in Ungheria. A trasmetterla, infine, è un network canadese. Quale sarà il risultato di questo cocktail?

Per quanto mi riguarda il nome di Neil Jordan è ragione sufficiente per pregustare la visione, soprattutto considerando che non è solo regista ma anche creatore, sceneggiatore e co-produttore della serie. Sembra, quindi, che Jordan non abbia considerato il suo periodo televisivo come una parentesi per mettere da parte qualche soldo in vista del prossimo progetto cinematografico ma che abbia, al contrario, studiato e sfruttato le potenzialità televisive per raccontare una storia che al cinema sarebbe andata stretta.

Roma 1492: in una sede vaticana sfarzosamente ricostruita, si svolgono le lotte di potere fra le più influenti famiglie del tempo. Tanto ossessivo impegno nel perseguire il proprio scopo è giustificato da un premio decisamente ambito: il papa è, di fatto, l’uomo più potente al mondo.
A prevalere nella lotta sarà Rodrigo Borgia che, una volta salito al soglio pontificio, dovrà consolidare la sua posizione e, al contempo, favorire e difendere familiari e protetti.
Il ruolo di Rodrigo è infelicemente affidato a Jeremy Irons che non solo è lontanissimo dall’esprimere tutto il carisma di un tale personaggio ma sembra del tutto incapace anche della più basilare recitazione. Se la cavano decisamente meglio i suoi tre figli maggiori: il tormentato Cesare (che conquisterà l’ammirazione di Machiavelli) l’irruente Juan e la bellissima e maliziosa Lucrezia (rispettivamente gli attori François Arnaud, David Oakes e Holliday Grainger).

Elegante, cupa e affascinante la narrazione ci trascina nella vita privata di questa famiglia e di alcuni nobili dell’epoca.
Il soggetto si presta facilmente a diventare uno sceneggiato di scarsissimo livello, gravido di peccaminosi intrighi tesi a soddisfare le inconfessabili curiosità di un pubblico pruriginoso.
E sicuramente in questo risiede una parte dello straordinario successo che la serie ha riscosso in Canada e USA, tanto che la seconda serie è già stata confermata.
Ma Neil Jordan riesce a muoversi piuttosto bene in questo terreno accidentato e cerca di non lasciarsi invischiare dall’atmosfera scabrosa (non sempre ci riesce) facendo quello che sa fare meglio, ovvero raccontare una storia. Una bella storia, naturalmente, ha bisogno di personaggi interessanti e di relazioni complesse. E qui Jordan sembra dare il suo meglio.

Rodrigo è un uomo schiavo dell’ambizione e della passione ma, curiosamente, crede davvero di aver ricevuto da dio la missione di restaurare il potere politico della chiesa con ogni mezzo.
Anche Cesare appare nella serie ancora lontano dalla figura di stratega eccellente che la storia e la letteratura tramandano, ma è, piuttosto, un giovane uomo costretto a vivere la vita che suo padre ha scelto per lui e che abdica alla propria felicità pur di incontrare l’approvazione di un così ingombrante genitore. Cesare, inoltre, è teneramente affezionato alla bellissima sorella Lucrezia. I due sono legati da un rapporto che suggerisce qualcosa di più profondo e sensuale dell’amore fraterno ma, paradossalmente, proprio nell’affetto quasi incestuoso che sente per Lucrezia, Cesare riversa ed esprime la parte migliore di sé, quella più nobile, cavalleresca e incorruttibile. Lucrezia stessa, al contrario di quanto ci si potesse aspettare, è caratterizzata da una maliziosità tipicamente infantile e, a tratti, persino da una disarmante ingenuità.

Per ora mi sono fermata ai primi tre episodi e mi sono sembrati avvincenti e ottimamente confezionati (luci, fotografia, costumi e ambientazioni sono davvero notevoli). La predisposizione a scadere nel “telenovelismo” c’è ma, per il momento, sembra tenuta sotto controllo dalle capacità narrative di un grande autore.
Non sono in grado di dire quanto sia storicamente accurata la ricostruzione. A naso direi non troppo.
Ma il fine, si dice, giustifica i mezzi.

 

The Borgias, 2011-in corso
creata da Neil Jordan
per i network: Bravo! (Canada) e Showtime (USA)
con Jeremy Irons, François Arnaud, Holliday Grainger

Life and loves of miss Anne Lister: gentle(wo)man

Tra i numerosi motivi che possono spingerci a tenere un diario personale (bisogno di riflettere, narcisismo, paura di dimenticare sono i primi che mi vengono in mente) uno di quelli che trovo più affascinanti è la segreta speranza che qualcuno legga ciò che abbiamo scritto. In questo modo, credo, si viene sedotti dalla tentazione di lasciare una traccia, di essere ricordati. In fondo è per questo che tanti artisti e tanti eroi spendono il loro genio e le loro energie: poter entrare a far parte di una storia e, lì, vivere per sempre.

Si potrebbe obiettare che se miss Anne Lister avesse davvero voluto che qualcun altro partecipasse della sua vita privata, non avrebbe usato un personalissimo codice crittografico per scrivere la maggior parte dei suoi diari. Ma forse, invece, questo eccentrico e affascinante personaggio ha voluto non solo mettere in salvo la sua privacy da qualche lettura indesiderata ai suoi tempi, ma anche sfidare chi avrebbe ritrovato le sue memorie molti anni dopo. La sfida, difatti, se così vogliamo vedere le cose, non è stata da poco, innanzitutto per la mole di documenti lasciati da Anne Lister, e, in secondo luogo, perché il suo codice non si è rivelato di facile soluzione. In altre parole abbiamo dovuto aspettare 150 anni perché quelle persone, quelle emozioni tornassero a vivere: eteree come fantasmi e altrettanto immortali, ma per nulla spaventose.

Quei diari e le confidenze che essi contengono sono diventati un film per la televisione diretto da James Kent e prodotto dalla BBC inglese; perché imbattersi in un personaggio così eccezionale e in una storia così intensa e, per di più, vera è una condizione ideale per qualunque narratore. Nessuna remora di turbare il pudore di miss Lister; primo perché ormai è trascorso un secolo e mezzo da quelle vicende, in secondo luogo perché questa donna del pudore ha sempre avuto un’idea piuttosto originale.

Ed ecco dunque sugli schermi, con il volto di Maxine Peake, uno stralcio della vita e degli amori di Anne Lister, contemporanea di Jane Austen, come ci tengono a sottolineare gli autori. E il fatto, occorre ammetterlo, ha la sua importanza perché il mondo di Anne Lister è molto più vivido di quello della celebre scrittrice. Se Jane Austen racconta le piccole, grandi ribellioni di giovani donne più intelligenti e meno frivole della media ma che, ad ogni modo, hanno come massima aspirazione un matrimonio felice, Anne Lister risponde vivendo in prima persona una vita appassionata, intensa, scandalosa.

Anne, infatti, è una donna attraente, colta e benestante, dotata, allo stesso tempo, di amore per le lettere e senso degli affari. Guardare nella sua vita, nella sua interiorità è come osservare un temporale, un fiume in piena, un’eruzione vulcanica.
Impossibile catalogarla. Persino la definizione di “prima lesbica moderna” credo le calzi un po’ stretta. Avevo dimenticato di dirlo: ad Anne Lister piacciono le donne. E, considerando la media dei rapporti uomo-donna dell’epoca, è difficile non solidarizzare con lei. Ma ciò che più conta è che Anne fosse convinta che i suoi amori non dovessero essere considerati vergognosi e che non dovessero essere nascosti.

Anne, però, non è interessante solo per via della sua omosessualità (anche se, onore al merito, essere una lesbica dichiarata nell’Inghilterra di inizio ottocento non era certo cosa trascurabile), ma è un personaggio affascinante la cui ardente emotività costituisce, allo stesso tempo, la sua sorgente di forza interiore e il punto di maggiore vulnerabilità. Anne ha il coraggio di modellare la propria vita come un’opera d’arte, senza farsi scoraggiare o scolorire da coloro che le stanno intorno. Il marchio BBC garantisce la buona qualità del prodotto da tutti i punti di vista: dialoghi, sceneggiatura, direzione, recitazione, fotografia, costumi.

Forse il film risente un po’ della tentazione di raccontare troppe cose insieme e, a tratti, la trama tende a sfilacciarsi e a perdere di mordente, ma, in generale, The secret diaries of miss Anne Lister resta, fondamentalmente, una bella storia d’amore. La consapevolezza, poi, che si tratti di personaggi realmente esistiti le conferisce un tocco di intensità ulteriore e di delicata malinconia. Essendo un film televisivo non lo troveremo nei cinema, ma possiamo cercarlo in qualche rassegna lungimirante o nei festival dedicati al cinema omosessuale.

Lo so, non dovrei dirlo, ma è più forte di me: ve la immaginate la RAI italiana che dedica un film ad un’eroina lesbica?

The secret diaries of miss Anne Lister (TV) GB, 2010
regia di James Kent
con: Maxine Peake, Anna Madeley, Susan Lynch

Viva l'Italia, presa a tradimento

Quando sento la parola “Risorgimento” la mia memoria opera un collegamento immediato e inevitabile: torno bambina sui banchi di scuola mentre ascolto perplessa il mio maestro elementare che racconta la storia di Mazzini e dei giovani Carbonari e mi accorgo che la voce gli trema dall’emozione e che sta per mettersi a piangere.
Patetici strascichi di un’educazione fascista? Forse sì.
Ma quello che mi colpisce ancora oggi, se ripenso a quel momento della storia italiana, è lo stesso aspetto che, stando alle interviste, pare abbia colpito anche Giancarlo De Cataldo (e forse persino il mio maestro): la potenzialità epica.

È quasi sorprendente, da questo punto di vista, rendersi conto di come, da anni, questa occasione vada sprecata. E non intendo aprire un discorso politico, ma restare in un ambito strettamente narrativo: il Risorgimento italiano è, potenzialmente, una bella storia; una storia intensa, eroica, disperata. Vi compaiono esplicitamente numerosi archetipi narrativi: la forza dell’ideale, figli che lottano contro i padri, cospirazioni, alleanze e tradimenti fino alla soppressione del sogno a favore di quello che poi, freddamente, viene considerato il bene comune (o spacciato per tale).

L’unità d’Italia è stato un processo controverso e chi venga dal Sud Italia lo sa, probabilmente, meglio di chiunque altro. E, in questo anno di celebrazioni, è facile sentirsi sommersi dalla retorica così come dall’antiretorica.
Credo che, a questo punto, l’unico antidoto sia informarsi, ascoltare voci diverse e provare, per quanto sia possibile, a elaborare una propria opinione.

Per questo mi ha fatto piacere scoprire che uno degli autori più in auge del momento come De Cataldo ha dedicato la sua ultima fatica all’Unità d’Italia.
Ma, lasciando da parte il valore dell’operazione culturale, il romanzo I Traditori è innanzitutto un’opera letteraria e in quanto tale va considerata.
Se lo scopo dell’autore era quello di esporre delle notizie storiche in forma narrativa o divulgativa, l’intento mi sembra ampiamente fallito. La storia vera, quella documentata, si intravede appena, e la commistione tra personaggi storici e creazioni letterarie è talmente stretta e sbilanciata a favore di questi ultimi da togliere ogni traccia di credibilità o affidabilità al racconto.
De Cataldo afferma di aver studiato a fondo diari, lettere, cronache dell’epoca. In tutta sincerità nelle pagine di questo romanzo ne resta poca traccia, se non come sfondo agli eventi narrati, quasi la scenografia di un film in costume.

Qualcosa di buono ne I Traditori sicuramente c’è. Innanzitutto l’idea di fondo che anche il più idealista e disinteressato dei rivoluzionari possa ritrovarsi ad essere una pedina ignara di ben altri giochi politici. In secondo luogo il ritratto di Mazzini – l’unico personaggio interessante di tutto il romanzo – figura enigmatica per metà affascinante e per metà inquietante. Infine il vero valore aggiunto mi sembra la scelta di inserire, come attori politici dell’Unità d’Italia, anche le Mafie e le loro strutture consolidate, mostrando come, sin dall’inizio, il potere in questa nazione abbia considerato la criminalità organizzata un interlocutore imprescindibile.
Per il resto, anche se spiace dirlo, siamo di fronte a personaggi vuoti, che appaiono poco più che figurini di cartone ritagliati da qualche illustrazione dozzinale.

Mi piace pensare che De Cataldo si sia divertito a scrivere questo romanzo, come potrebbe divertirsi un ragazzino infervorato. Il problema è che, purtroppo, I Traditori sembra davvero scritto da un adolescente, e risulta caratterizzato da una triste e quasi ridicola prevedibilità delle azioni e dall’abuso dilettantistico di frasi fatte e luoghi comuni.

Si potrebbe sperare che questo effetto da romanzo d’appendice di seconda scelta sia voluto, che sia una trovata stilistica. Se non fosse che, in ogni singola pagina, l’autore si prende irrimediabilmente sul serio, privando di qualsiasi appiglio il lettore, che pure lo ha in simpatia e vorrebbe giustificarlo.
Dal punto di vista della qualità letteraria, I Traditori è un romanzo semplicemente imbarazzante. Peccato. Ancora una volta il nostro Risorgimento è andato sprecato.

 

TITOLO: I Traditori
AUTORE: Giancarlo De Cataldo
EDITORE: Eiunaudi
DATI: 2010, pp 582, € 21,00
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The Black Brothers

Dopo una lunga assenza, il regista John Landis torna al grande schermo con una storia piuttosto bizzarra: la vicenda di Burke e Hare, due immigrati irlandesi che, nella Scozia di inizio Ottocento, uccisero diciassette persone per venderne i corpi a un istituto di ricerca anatomico.

La storia, ancorché sorprendente, è vera (“tranne per le parti che non lo sono”, come precisa Landis all’inizio del film) e i due malfattori sono piuttosto celebri nelle British Isles tanto che sono già stati protagonisti di racconti letterari – come quello di Robert Louis Stevenson – pièce teatrali e film hollywoodiani – come quello celeberrimo con Boris Karloff e Bela Lugosi – tutti ispirati alla loro vicenda. A dire il vero, però, prima di Landis nessuno aveva mai pensato di trasformare questa storia in una commedia.

Nel pieno dell’entusiasmo illuminista, a Edimburgo svolgono la propria attività ben due rinomatissime scuole mediche: quella del dottor Knox e quella del dottor Monroe. Per entrambi gli istituti, il principale elemento di prestigio e richiamo è l’insegnamento dell’anatomia “dal vivo” (se così si può dire), ovvero mediante la dissezione di cadaveri umani. Secondo la legge del tempo, però, solo i corpi dei criminali giustiziati o dei senzatetto non reclamati possono essere, come dire, lasciati alla scienza. Questo rende ogni cadavere di malfattore una risorsa ambita e contesa dai due titolari delle scuole rivali. Ma Monroe ha gli appoggi politici giusti e riesce a ottenere un’esclusiva.

La domanda, si sa, crea l’offerta e ai problemi di Knox rispondono due improbabili imprenditori (già esperti del settore in quanto profanatori di tombe) che si offrono di procurare all’illustre scienziato una così inusuale materia prima. All’inizio i due complici si limitano a portare a Knox persone accidentalmente decedute per cause naturali. Poi l’affare prende loro la mano e i due si trasformano in assassini seriali.

La vicenda è, a suo modo, gustosissima e la rete abbonda di notizie su questo sconvolgente fatto di cronaca.
Landis, come è giusto che sia, si prende qualche licenza presentando una strana coppia composta da un cinico e manipolativo Hare (Andy Serkis), il cui unico punto debole è l’affetto per l’ancora più cinica moglie dedita all’alcol, e un romantico e idealista Burke (Simon Pegg).
Un’attività così florida non poteva passare inosservata a lungo, soprattutto perché, a leggere qualche notizia storica, sembra che i veri Burke ed Hare fossero inetti e pasticcioni quasi quanto le loro caricature cinematografiche.

Anche se non è assolutamente polite ridere di due serial killer che ammazzarono per denaro molte persone innocenti, non si può negare che la commedia di Landis sia piuttosto godibile. Non siamo certo di fronte alla comicità più raffinata, ma quantomeno a una dignitosa black comedy che, a dirla tutta, è molto meno cruda di una qualsiasi puntata di CSI o di una trasmissione di Bruno Vespa. Gli attori si prestano bene alle loro caratterizzazioni un po’ eccessive e riescono a interpretare i rispettivi ruoli senza strafare. Il ritmo è buono, la sceneggiatura discreta.

Che fine abbiamo fatto Burke e Hare ce lo raccontano le cronache dell’epoca. Ma se i fatti non si possono cambiare, sulle motivazioni gli autori (e gli spettatori) possono divertirsi a formulare le ipotesi più fantasiose. Solo uno dei due assassini verrà condannato (indovinate quale?) e, se capitaste a Edimburgo, potreste vedere nel museo della scienza il suo cranio conservato. È sembrato quasi karmico, infatti, che il colpevole, in quanto criminale giustiziato, subisse la stessa sorte delle sue vittime. Il condannato è stato tradito dal suo complice (come suggeriscono i documenti) o si è sacrificato per salvare una persona cara (come ipotizza Landis)?

A voi la scelta: decidete voi se preferite credere alla nuda realtà dei fatti o a una improbabile versione secondo cui, anche la commedia più nera può rivelarsi una tenera storia d’amore.

Ladri di cadaveri (Burke & Hare), 2010
regia: John Landis
con: Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher
UK, 91 minuti

Nelle sale dal 25 febbraio 2011

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