Strategia K. Teatro multimediale a Milano

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Nei giorni dell’arte alla portata di tutti, quella dell’edizione milanese dell’Affordable Art Fair (dal 5 al 9 marzo), la Zona K di Via Spalato presenta una performance teatrale della compagnia Dehors/Audela intitolata Strategia K: un’opera multimediale frutto di stratificazione e di sedimentazione tra linguaggi. È anche un progetto di ricerca fotografica a più tappe e un corpus video artistico in divenire.

Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’evento.


STRATEGIA K
6, 7 marzo 2014
Ore 21
ZONA K
Via Spalato 11, 20124 Milano +39 02 97378443

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E’ in dubbio la sua fertilità. Forse non potrà procreare. Fino ad ora non aveva considerato il problema. Basta che un elemento non funzioni per destabilizzare l’insieme.

Supplire l’eventuale assenza di un figlio. Prendersi cura di chi, poiché nato, è destinato a perire. La possibilità di non generare un’altra vita, un altro scheletro.

Ossa di vacca, emblema del nutrimento primario: il latte. Incontro tra corpo e ex corpo. L’uno inerte nella sostanza, l’altro inabile rispetto alle sue naturali funzioni preposte, si incontrano, dialogano muti.

Un cortocircuito inaspettato provoca lo scarto tra mimesi e realtà. Il rischio è l’opportunità d’essere una macchina celibe.

Strategia K rielabora la storia dell’isteria (uno dei più complessi paradigmi del problema mente-corpo), patologia che si credeva un tempo legata a problemi di procreazione, ricollegandosi al “reale” problema di presunta infertilità della performer in scena e creando un’inedita partitura fisica attingendo da fonti extra-teatrali come l’etologia, come l’Iconographie photographique de la Salpêtrière, un serbatoio visionario e ossessivo di spettacolarizzazione del dolore ante-litteram, o ancora come il pensiero di Didi Huberman (soprattutto il suo L’invenzione dell’isteria).

La spettacolarizzazione del dolore e del dramma privato, oggi approdata a livelli vertiginosi, ha origini più antiche di quanto si pensi: a fine Ottocento, le presunte isteriche della Salpêtrière venivamo messe letteralmente in scena, fatte esibire davanti a un pubblico di medici, costrette ad avere degli attacchi e premiate con un applauso finale.

Il foyer di Zona K ospiterà nei giorni della performance parte del nostro lavoro.

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concept DEHORS/AUDELA
azione scenica ELISA TURCO LIVERI
drammaturgia audiovisiva SALVATORE INSANA
con le voci di GIOVANNA BELLINI, LUCA BONDIOLI, VANIA YBARRA
sound ALBAN DE TOURNADRE
light design GIOVANNA BELLINI
tecnico del suono MARCO DE TOMMASI
costumi OLIVIA BELLINI
produzione COMPAGNIA DEL META-TEATRO
co-produzione DEHORS/AUDELA – LYRIKS
con il sostegno di ELECTA CREATIVE ARTS e ASS. CULT. RESINE

Dehors/Audela
dehorsaudela@gmail.com

Stoned and Starving – Parquet Courts Live @ Tunnel

Parquet-Court

I Parquet Courts, lo avevo già detto qui, sono autori di uno degli album più belli usciti quest’anno, Light Up Gold. Ed è quindi con una certa euforia mista ad attesa che mi sono avvicinato a questa, purtroppo, unica data italiana tenutasi ieri sera al Tunnel di Milano. Dopo l’ottimo esordio il duo di NYC – diventato nel frattempo una band a quattro elementi in pianta stabile – ha dato alle stampe un ep, Tally All The Things That You Broke (What’s Your Rupture?, 2013) , anch’esso osannato dalla critica di settore come un piccolo capolavoro. Ed è proprio con i pezzi nuovi che i quattro hanno attaccato, diretti e senza fronzoli come sempre. Ma se le canzoni più nuove si soffermano su atmosfere più allungate e psichedeliche, con meno cantato e più parti strumentali, è con l’ottimo materiale di Light Up Gold che i Parquet Courts hanno acceso le fiamme sul palco, conquistando il pubblico,  ahimè troppo risicato, con vigorose schitarrate e avvolgenti giri di basso, liriche urlate e poderose ritmiche di batterie. Un’ora di immersione nel rock’n’roll stampo newyorkese dove Strokes e Sonic Youth, idealmente, si tendono la mano. Da applausi la chiusa finale composta dal medley N Dakota e Stone And Starving con il fantastico hung up di Light Up Gold, già suonata prima, ma richiamata per dimostrare la compatezza sonora di questa band che sembra già navigata.
Ad aprire la serata e degni di nota anche loro, son stati i britannici Mazes, più psichedelici dei loro colleghi d’oltreoceano, e autori di una sonorità già matura e densa, fatta di riff allungati e liriche a metà strada tra il noise e la ballata. Da ascoltare entrambi i loro LP, A Thousands Heys (2011, FatCat) e il nuovo Orals And Minerals (2013, FatCat). Inoltre, sempre per FatCat, è in uscita un lungo EP fatto di dieci canzoni e dal suggestivo titolo Better Ghosts. Teneteli d’occhio perché meritano.
Insomma una serata di tutto rispetto, due band serie che si alternano sul palco, due sonorità diverse ma che trovano il loro insieme di intersezione e un pubblico caldo capace di applaudire entrambe. Una piccola nota di amarezza rimane ed è legata all’audience che, come dicevo prima, è stato davvero troppo risicato e forse un po’ in là con l’età (e dentro mi ci metto anch’io) per due gruppi così. Sarà colpa di questa musica che non coinvolge più i ragazzi? Sarà colpa dei Foals che suonavano in contemporanea all’Alcatraz? Sarà colpa della crisi economica? Dei locali, dei promoter, dei social network? Sinceramente non lo so, quello che però so con certezza e che non è giusto che due gruppi così suonino di fronte a così poca gente. Poi non lamentiamoci se dall’Italia non passa mai nessuno.

Mike Kelley in mostra al Hangar Bicocca di Milano

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Domani, al Hangar Bicocca di Milano verrà inaugurata la retrospettiva Eternity is a Long Time, che raccoglie una serie di istallazioni di Mike Kelley (1954 – 2012), uno degli artisti più importanti degli ultimi trent’anni.

Tra gli eventi collaterali della mostra, ci sarà una rassegna cinematografica di B-movies, una delle grandi passioni e tra le maggiori fonti di ispirazione dell’artista americano.

Tra i grandi classici in rassegna segnaliamo Barbarella, Ultimatum alla Terra, e La cosa dall’altro mondo, a testimonianza dell’anticonvenzionalità che ha contraddistinto l’intera carriera artistica di Kelley, sempre vicino alla cultura pop, punk e alternative (è stato autore della copertina di Dirty dei Sonic Youth, per dire).

Info

Essere trentenni ieri – Tirar Mattina di Umberto Simonetta e L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich

Il romanzo generazionale sembra appartenere a tempi piuttosto recenti. Parente stretto del romanzo di formazione, con cui condivide la relativa giovane età dei personaggi, si differenzia da esso in quanto l’intenzione è quella di fotografare un determinato periodo storico: c’è quasi sempre il passaggio dall’età adolescente a quella adulta, ma è arricchito da tutto il contesto sociale e linguistico di riferimento, dallo slang al vestire, alle bevande in voga, fino all’immancabile – e fondamentale – palcoscenico cittadino dove si muovono i personaggi. Inoltre solitamente il protagonista del romanzo di formazione è un tipo solitario, che si sente straniero rispetto al consorzio sociale e che quindi, come tale, si districa a fatica nella società, compiendo scelte che vanno in senso contrario al sentire comune. Questo descrivere per contrasto è proprio il segno distintivo: portare in primo piano l’individuo per fotografare una generazione intera.

Eppure, come si diceva all’inizio, quella del romanzo generazionale non sembra una tradizione radicata: azzardo col dire che capostipite, o forse precursore,  sia stato il Giovane Holden di Salinger che, pur con tutte le sue particolarità (per esempio: l’età molto giovane del protagonista), ne riassume tutte le caratteristiche.
In particolare, il genere di cui sopra, sembra aver goduto di improvvisa fortuna oggi, o semplicemente così pare, perché abbiamo meglio sott’occhio il punto della situazione contemporanea. E in effetti, a scavare bene nel passato, viene fuori che non sono solo gli scrittori a noi contemporanei quelli che vogliono catturare un certo sentire comune, un certo afflato  e spirito, carpire le emozioni e le frustrazioni di una generazione, la nostra, che da sempre pare portata a un destino di indecisione e inadeguatezza, no: andando indietro nel tempo – non molto in realtà, basta risalire dal dopoguerra in poi – scrittori che ricercano le stesse cose ce ne sono, eccome. E meraviglia delle meraviglie, quel senso di inadeguatezza, quel sentirsi fuori luogo, quella difficoltà a diventare grandi, be’, sono le medesime. Certo si potrebbe obiettare che le condizioni socioeconomiche siano decisamente diverse, che noi, oggi, non possiamo decidere o essere padroni del nostro futuro, di quello che vogliamo fare, ma il risultato, alla fine, non è molto differente, e conoscere le divergenze con i nostri predecessori non è neppure un male, anche per evitare (o forse no) di diventare come loro. Ma andiamo ai testi.
I libri di cui vi volevo parlare sono stati pubblicati nel ’63 e nel ’73, oggi sono entrambi fuori stampa, e portano come titolo, rispettivamente: Tirar Mattina e L’Ultima Estate In Città. Gli autori? Umberto Simonetta per il primo e Gianfranco Calligarich per il secondo.

Il protagonista del romanzo di Simonetta è Aldino, trentatrenne scapestrato che ha deciso di mettere la testa a posto nella Milano degli anni’60. È arrivato il momento, finalmente, di andare a lavorare, per lui che per anni, dall’immediato dopoguerra a oggi, si è arrabattato con mille lavori diversi, il più delle volte discutibili, riuscendo a scampare la vita da operaio che gli sembrava ineluttabile. Un posto in un garage, è questo che ha trovato (lui voleva fare il commesso, ma è così difficile al giorno d’oggi) e per congedarsi dalla vita bohemienne che si è sempre riservato, decide di farsi un ultimo bicchiere e poi a nanna. Ma quei bicchieri diventeranno tanti e lui, che è un habitué della notte, non riuscirà a sottrarsi agli incontri che Milano, splendida e metropolitana come non mai in questo romanzo, gli metterà davanti, finendo immancabilmente per tirar mattina.
È Aldino che ci parla di  questa ultima notte e lo fa con uno slang a metà tra il dialetto meneghino e il gergo della strada [ la citazione di Stendhal è un chiaro manifesto poetico: Le dialect milanais est plein de sentiment (on sent bien que je ne parle pas du sentiment d’amour), l’intonation de ses paroles exprime la bonne foi et une raison douce…] fondendo tutto in un flusso di coscienza capace di mischiare passato e presente con grande e controllata abilità. Ed è attraverso la lingua e il raccontare del nostro protagonista che riusciamo, piano piano e grazie ai ricordi che improvvisi gli si affacciano alla mente, a conoscere realmente Aldino, un personaggio all’apparenza cinico e senza cuore (le donne, come tratta lui le donne, nessuno) ma che poi , proprio come dice Stendhal a proposito del dialetto, si rivela essere un animo romantico: e lo dimostra per come racconta la storia di Giannetta ad esempio, forse l’unica ragazza che abbia mai amato, o la prematura fine della giovinezza degli amici di un tempo, o ancora la furia di vivere che la guerra aveva messo addosso a tutti loro. Un esempio?
[dopo il primo incontro con Giannetta]

Torno a mettermi lì, inginocchiato vicino a lei: – Cosa c’è?
Sai perché l’ho fatto? – chiede, guardandomi bene in faccia.
Non starei lì a ripensarci troppo, l’abbiamo fatto perché ci faceva piacere di farlo.
Sì d’accordo, chi dice niente, certo che mi faceva piacere … ma anche per un altro motivo.
Accetto che me lo spieghi: ho un po’ di premura a dir la verità, vorrei tornare dal Pinun per via di quelli là che si lamenteranno. E poi è umido adesso a star qui così, eppoi è finita.
L’ho fatto perché non voglio perdere niente, – dice chiarissima, continuando a guardarmi tutta seria.
Si capisce, fai bene: non bisogna mai perdere niente! – condivido frettoloso e allegro. Insiste:
No, no, mio padre lo diceva l’altra sera: non bisogna più perdere un minuto. Perché non è mica finita cosìChi l’ha mai capita quella!
Come sarebbe non è finita così?
La guerra, – va avanti, convinta, – dice mio padre che questo non è che il principio: tutti quanti s’illudono che sia la fine: non è mica vero. Per questo non bisogna perdere niente finché siamo in tempo…
Erano i suoi soliti discorsi da ciula

Aldino si trova a vivere un’epoca di passaggio, esattamente come di passaggio si sente lui adesso che racconta, perennemente in bilico tra giovinezza ed età adulta, ultimo testimone consapevole e in forze di una Milano che fu e che inesorabilmente non tornerà, con l’imperialismo delle grandi aziende arrivato a snaturare un luogo fino a poco prima provinciale, con i suoi bar e i suoi anfratti, dove era possibile trovare un rifugio a tutte le ore del giorno e della notte, più viva della metropoli che è diventata oggi, nonostante le luci e i negozi di catena. E in tutto questo, a dispetto dei quasi cinquant’anni di differenza che dovremmo avere con lui, non possiamo fare altro che sentirlo uno di noi.

E della banda potrebbe far parte anche Leo Gazzara, nullafacente pseudo giornalista sulla soglia dei trenta, che in una Roma inospitale degli anni ’70 vive la sua avventura, raccontata, come già accennato, ne L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich. Anche questo libro, ripubblicato nel 2010 (l’edizione originale era del ’73) da Aragno Editore, è in questo momento fuori stampa (anche se voci di corridoio sembrano confermare una prossima riedizione).  Andato via da una fredda e austera Milano, allontanatosi dal nido familiare con un’unica passione in testa – quella per la letteratura – Leo si ritrova a Roma in cerca di una non meglio specificata fortuna, scroccando cene e baccagliando salotti, cercando di fuggire da un vizio che già una volta lo aveva portato vicino al baratro: il bere. Saranno l’incontro con la tormentata Arianna, ricca e viziata rampolla di una ricca famiglia di Venezia, e il conseguente amore per lei a movimentargli la sua ultima estate in città. Scritto con una lingua più canonizzata rispetto a Tirar Mattina, che vede però un utilizzo maggiore dello slang (i lettori impareranno ad amare le espressioni ricorrenti come: “alzare le vele” per “andare via”, “filarsela”; “sfinocchiato” per “sfigato”; “essere al limite” per “essere allo stremo”), il romanzo presenta anche qui un carattere, quello di Leo Gazzara, inquieto ed estraneo rispetto alla società e agli ambienti che frequenta (in questo caso quello della Roma bene e intellettuale di quegli anni), quasi un solitario insomma, che però ben estrinseca quel sentire comune di cui si parlava in precedenza. È però Giordano, il suo migliore amico, regista alcolizzato e fallito, a teorizzare questa confusione rispetto allo stare al mondo:

“Ho messo a punto una teoria. Grandi invenzioni, le teorie, molto meglio delle pratiche. Guardati intorno,” disse mentre scendevamo per via del Corso tra la gente che usciva dagli uffici, “c’è qualcosa di cui tu ti senta partecipe? No, che non c’è. E sai perché non c’è? Perché noi apparteniamo ad una specie estinta. Siamo solo dei sopravvissuti. Proprio così,” disse fermandosi per accendere un sigaro. Perché, se non lo sapevo, noi eravamo nati mentre la vecchia e bella Europa metteva a punto il suo più lucido, accurato e definitivo tentativo di suicidio. Chi erano i nostri padri? Gente che si massacrava a vicenda sui fronti di patrie che non esistevano più, ecco chi erano. Noi eravamo nati tra una licenza e l’altra e le mani che avevano accarezzato i lombi delle nostre madri grondavano sangue, mica male come immagine, oppure eravamo figli di vecchi, di malati, di rimbambiti. In ogni caso di distrutti o di distruttori. Avevamo i padri più sfinocchiati della storia.

A dieci anni di distanza dal romanzo di Simonetta, Leo non dimostra dunque un cambiamento radicale, così come forse non lo dimostra neppure confrontato con noi. È vero, le situazioni sono molto diverse, i nostri padri non hanno fatto la guerra, non almeno quella fisica, ma è indubbio che in un certo qual modo ci possiamo sentire vicini alle parole di Graziano e pensare che anche noi – e chi non lo ha fatto almeno una volta? -abbiamo avuto i genitori  più sfinocchiati della storia senza tenere conto che i nostri genitori sono gli Aldino e Leo di ieri.
In fin dei conti il risultato è sempre quello, essere figli e crescere passa per forza attraverso un conflitto con i propri genitori. Ma quando poi ci si rende conto che i genitori hanno passato e scritto e vissuto le stesse cose capitate anche noi quando avevano la nostra età, allora un po’ di confusione inizia a ronzarci in testa. E la soluzione non può essere diversa da quella di leggerli questi racconti, e non solo per un valore strettamente letterario, che pure c’è ed è molto alto e rimane forse il motivo più valido, ma anche per divenire consapevoli che passato e presente non sono sempre così distanti  e che ciò che oggi svalutiamo o non apprezziamo, ieri era esattamente, sorprendentemente come noi.

Titolo: Tirar mattina
Autore: Umberto Simonetta
Editore: Einaudi
Dati: 1973, 214 pp.,  fuori stampa

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Titolo: L’ultima estate in città
Autore: Gianfranco Calligarich
Editore: Aragno
Dati: 2010 (1973), 15.00 €

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L’arte nera del ricordo

Ogni 11 settembre mi sorprendo a ripensare spontaneamente a dove fossi e a cosa stessi facendo mentre una dopo l’altra le Torri gemelle di New York venivano trafitte da due aeroplani dirottati e le immagini della mia vita scorrono intervallate nella memoria a quelle dell’attentato, all’esplosione rossa sullo sfondo azzurro del cielo limpido, il crollo dei due grattacieli e l’immensa nube di cenere nera che si sollevò in seguito ad esso, riversandosi sugli edifici, le strade, le automobili e le persone.

Ricordare è faticoso, soprattutto quando si ha a che fare con tragedie segnate da un esorbitante numero di vittime. Allo stesso tempo, però, ricordare è essenziale e ancor di più sembra esserlo di fronte a un evento di tale portata, che di fatto ha inaugurato un decennio disastroso e disgraziato sotto innumerevoli punti di vista – una decade nera che sembra ancora portare su di sé uno strato di ceneri nate da quel crollo.

Il ricordo e la testimonianza sono due dei più importanti compiti dell’arte e davanti ad un decennale così importante, non potevano certamente mancare, anche in Italia, della mostre che trovassero proprio nell’11 settembre il loro oggetto principale o il filo conduttore della loro narrazione.

A Palazzo Reale, a Milano, la mostra 11.9 Il giorno che ha cambiato il mondo. Dieci anni dopo. Documenti e immagini si pone proprio il compito di restituire al pubblico un’ampia testimonianza di ciò che successe quel giorno in soli venti minuti – tra le 8.45 e le 9.03 del mattino –, attraverso una serie di fotografie splendidamente intense realizzate da alcuni tra i più importanti fotografi contemporanei – James Nachtwey, Steve McCurry, Alex Webb, Gilles Peress e Susan Meiselas.

Oltre a dover custodire ed esibire il ricordo, l’arte ha anche il compito di rielaborarlo, di mostrarne gli effetti attraverso quei sintomi simbolici che sono le opere. È ciò che accade al Centro d’arte contemporanea del Castello di Rivara, a metà strada tra Torino e Ivrea, dove la mostra Su nero nero trova il filo conduttore per far dialogare le forme artistiche più disparate – dalla pittura, al design, alla scultura, fino alla video arte – nel colore nero, la tinta degli anni Zero, intesa come un materiale, una filosofia, una professione di fede, ma anche come il simbolo di una narrazione tragica, di una caduta libera che rispecchia il funesto evento dell’11 settembre newyorkese, scaturigine di quella stessa narrazione.

Il teatro disopprimente

“Bisogna fare uno sforzo per risalire il corso delle cose, e capovolgere gli eventi. Con purezza e sincerità di fronte a noi stessi… perché vivere non è seguire come pecore il corso degli eventi, nel solito tran tran di questo insieme di idee, di gusti, di percezioni, di desideri, di disgusti che confondiamo con il nostro io e dei quali siamo appagati senza cercare oltre, più lontano. Vivere è superare se stessi, mentre l’uomo non sa far altro che lasciarsi andare”. A suo tempo, un uomo straordinario (e perciò, in vita come in arte eccessivo), che rispondeva al nome di Antonin Artaud ideò e praticò il teatro della crudeltà, dove crudeltà non è violenza ma espressione di passioni e delle convulsioni psichiche e fisiche che la realtà provoca. Un teatro che è potente catarsi sia per lo spettatore che per l’attore: liberazione dello spirito dalle prostrazioni del mondo e dagli inganni dell’io. Il riferimento viene da sé nell’annunciare un festival teatrale anomalo, al di fuori di circuiti teatrali ufficiali,  lontano dai riflettori che il più delle volte riflettono il nulla. Il festival del teatro di-sopprimente. Lo organizza il centro diurno di riabilitazione psichiatrica di Cinisello Balsamo gestito dall’associazione culturale Mirmica. Ecco talvolta a che servono i “matti”: a farci da specchio, a darci notizia di chi siamo, scrostata la patina di superficie.  Il centro inizialmente promuoveva un laboratorio teatrale rivolto ai pazienti, uomini e donne contraddistinti da ciò che il gergo della finta benevolenza sociale chiama oggi con lessico asettico disabilità di carattere relazionale, sociale, lavorativo. Un passo alla volta, dopo sette anni di gestazione, il laboratorio composto da pazienti, attori professionisti, educatori con specifiche competenze teatrali, si è trasformato in una compagnia teatrale denominata Imov, movimenti teatrali.  Oggi è la stessa compagnia a promuovere il festival disopprimente che si svolge dal 25 e al 27 marzo a Cinisello Balsamo (presso il cineteatro Marconi, via della Libertà 108)  Se siete in zona, non mancate l’appuntamento. Perdereste un’occasione di trovarvi nel grande mare della disgregazione. Nell’oppressione di questa realtà, ci piace l’invito dritto al cuore a di-sopprimerci, riavvolgere il nastro, o, incapaci di riavvolgerlo, farlo girare in altro modo e con uno spiraglio di senso.  Ci piace partire da Cinisello Balsamo, che non è Arcore con tutto il rispetto per chi ci abita, ma in questo caso è un simbolo opposto, per dare voce a un’Italia altra, attiva di fatto e senza clamori, che non fa sceneggiate di potere e pochezza, ma teatralizza le nostre dinamiche, riabilita i malati riabilitandoci, offrendoci una via di riabilitazione, e non è un gioco di parole; l’Italia di un fare altro, che non è propaganda, è operosità militante, che mira a sviluppare inclusione sociale passando per  il cuore e la psiche degli individui. Le compagnie selezionate per il festival sono di diversa provenienza e origine, così come le associazioni culturali e di promozione sociale invitate all’evento.

Alla rassegna parteciperanno cinque compagnie teatrali: “Lab 121”, “PAT&PAT” e “Maledirezioni”, tutte provenienti da Milano, oltre a “iMOV movimenti teatrali” di Cinisello Balsamo, e infine, come ospite speciale da Marsiglia (Francia), la compagnia di giovani ragazzi tra i 15 e i 18 anni “Cie 2b2B”. Completano il programma la proiezione di video realizzati da associazioni del territorio, workshop e momenti di incontro animati dagli artisti e aperti alla comunità, per intensificare lo scambio artistico, culturale e dunque sociale. Non solo. Intento del festival è utilizzare l’esperienza artistica come strumento di trasformazione culturale; aprire gli spazi del servizio psichiatrico  per combattere ciò che i tecnici chiamano stigma, pregiudizio nei confronti dei malati mentali. Sono previsti anche laboratori aperti e gratuiti con gli artisti del festival.  Siamo parti di uno stesso mondo e il mondo degli altri, anche nell’apparente totale difformità di vita e storie personali, oltre il discrimine labilissimo salute-malattia mentale dietro il quale ci nascondiamo accampando pretese di normalità, è anche il nostro, ci riguarda. Tornando nei nostri luoghi, spazi, ambienti soliti con questa coscienza acquisita, risvegliata o nascente, potremo incidere in piccolo sulla formazione delle idee. Superare  noi stessi, contrastare l’abbandono a noi stessi, come indicava Artaud. La deriva è sempre in agguato, a ogni istante.

Ricco il cartellone. Apre il festival, la rappresentazione “Cercando Volume III, l’epilogo”, per la regia di Wauder Garrambone. Una piece che offre agli spettatori la possibilità di riflettere sulle fratture che tutti abbiamo e che spesso ci fanno essere malati inconsapevoli a vita. Quanto mai pertinente, indicativa del clima che si respira e delle perniciose corrispondenze tra dentro e fuori, è Maledirezioni,  Countdown (uno studio su “il bel paese”) per la Regia di Carlotta Origon. Come possiamo rimpossessarci della storia? “Countdown”  ripercorre la storia Italiana più recente e immediata: quella degli ultimi due anni.  Si tenta di fare la cronaca di una caduta, un conto alla rovescia verso quella che ancora non sappiamo cosa sia, se un’esplosione o un’implosione o semplicemente l’arresto del dispositivo. È un teatro sperimentale e innovativo, gratuito e necessario. “Da tutti prende qualcosa per portarlo da un’altra parte, con la sola missione di contaminare, di creare percorsi invisibili, rotta dopo rotta, che costruiscano reti di comunicazione in questa società disgregata. Perché il teatro sia incontro delle formiche e non il parco giochi dei soliti noti”, avverte il manifesto programmatico dell’associazione. (Tutti gli eventi del festival sono a ingresso gratuito)

E proprio sulle tracce di quest’Italia altra, di operosità artistica ed etica, capace di un’arte non autoreferenziale e narcisista, ma al servizio della comunità, ci piace segnalare un’altra importante esperienza. Anche nei dintorni di Roma c’è chi ha messo il suo talento al servizio di un uso terapeutico e sociale del teatro. A Nazzano Davide Marzattinocci, attore e regista di Metamorfosi Teatro, dal 2010 anche docente in Dramma Terapia presso la scuola di Arti Terapie del centro studi Antigone di Enna, con un curriculum formidabile nelle arti terapie (dramma terapia, musicoterapia, danza terapia), terrà questa domenica un laboratorio aperto (presso il teatro-sala polivalente del museo del fiume, piazza Belvedere, Nazzano). Si intitola “Teatro e disabilità”: il laboratorio vuole far incontrare due gruppi teatrali (Teatro Buffo – cooperativa Spes contro Spem e  Teatro del Lipirone – cooperativa Brutto anatroccolo) che coinvolgono persone con disabilità, i loro operatori e gli attori che ne fanno parte, ma è aperto anche agli altri. La valenza sociale dell’esperienza è confermata dal fatto che non è richiesta alcun tipo di abilità artistica.  I posti sono limitati per cui è necessario prenotare (al numero 340-1486357). Al termine dell’esperienza, si pranza tutti insieme.

Nel pomeriggio, invece, a partire dalle 17 e 30,  stesso luogo, il teatro Ygramul inscenerà le “Fiabe del nero, giro del mondo in riciclo”, mentre il  gruppo Metamorfosi Teatro rappresenterà Pantalone Innamorato, un canovaccio inedito di commedia dell’arte (l’ingresso è libero). A proposito del Teatro Buffo, spiega Davide Marzattinocci: “Il laboratorio teatrale Teatro Buffo nasce nel mese di maggio 2007, come risposta efficace alle esigenze di integrazione, socializzazione e divertimento al di fuori dello spazio domestico, emerse dall’esperienza di servizio alle persone disabili nelle case famiglia gestite dalla cooperativa. Nel progetto vengono coinvolte le case-famiglia Casablu e Casa Salvatore, gestite da Spes contra spem, e Sei come Sei, gestita dalla cooperativa Perla, una realtà nata nel 2007, come nuova iniziativa di cooperazione promossa da Spes contra Spem. Al laboratorio partecipano quindi sei persone, abitanti nelle case, tre operatori dai quali vengono accompagnati, con l’aggiunta di un operatore e due attori volontari. Il gruppo è diretto da me e coordinato da un responsabile. Tutte le persone partecipanti sono parte attiva e integrante del gruppo teatrale. Il teatro si propone come il mezzo attraverso il quale i partecipanti sperimentano la possibilità di sciogliere le proprie tensioni e superare le proprie inibizioni, divertendosi e vivendo le emozioni dell’esperienza teatrale; dalla creazione di una storia, alle prove fino alla rappresentazione per un pubblico”.

Ce ne vorrebbero di iniziative del genere nel fantastico mondo “normodotato” che spesso in dote porta l’incapacità di svelarsi con purezza e sincerità, la contraffazione e la maschera del cattivo buona per ogni stagione. È la maschera di cui parla Bertolt Brecht in una sua poesia: “Sulla mia parete è appesa una xilografia giapponese. La maschera di un demone cattivo, dipinta con la lacca d’oro. Pieno di compassione vedo le gonfiate vene frontali, segno di quanto è faticoso essere cattivo”. Eppure c’è chi, malgrado la fatica non rinuncia alla cattiveria, intesa anche come cinismo, e non sa vedere altro modo di stare al mondo. Allora, ancora non è chiaro chi sono i veri minorati psichici?

iMOV festival 2011
Cineteatro Marconi
viale Libertà 108 Cinisello Balsamo (Milano)
25 e 26 MARZO 2011

 

Teatro e Disabilità: un laboratorio aperto
Domenica 27 marzo 2011, ore 10-13
Teatro-Sala Polivalente del Museo del Fiume
Piazza Belvedere, Nazzano (Roma)

A monday night on the dancefloor

Il lunedì sera è ben strano a Milano. Di solito, nell’immaginario comune, è proprio quella giornata in cui non vuoi fare niente se non startene a casa: un’altra settimana è iniziata, il weekend è giusto alle spalle e il prossimo sembra così lontano da venire. Divano, film, televisione, serie tv, ciabatte, pigiama sono le parole chiave di ogni lunedì che si rispetti. A Milano no, anche queste semplici regole universali sono rotte con disarmante semplicità. E così in una serata grigia e tiepida di metà marzo ecco che hai la possibilità di scegliere fra tre concerti: Glasvegas, Allo Darlin e The Go! Team. A due, ça va sans dire, devi rinunciare per forza. Mi tocca scegliere dunque e lo faccio anche con una certa scioltezza: The Go! Team. Volevo vederli dal lontano 2004 quando era uscito il folgorante album d’esordio Thunder, Lightening, Strike un mix di sonorità anni ’70, chitarre noise e campionamenti che aveva lasciato di sasso un po’ tutti. A questo era seguito Proof of Youth nel 2007 che ben si iscrive nella ricerca sonora che Ian Parton, fondatore e mente della band, porta avanti. E adesso, proprio in occasione dell’uscita di Rolling Blackouts (Memphis Industries, 2011) – disco più squisitamente pop rispetto ai precedenti –  eccoli per la prima e unica volta – almeno così mi pare ma potrei sbagliarmi – in Italia.

Inforco le cuffie dunque e mi dirigo solitario verso il Tunnel, location del concerto. Arrivo presto, le nove, mi piace presentarmi rispettando gli orari indicati, anche perché ho preso un bel po’ di fregature assecondando il senso comune sull’inizio dei concerti. Manca molto? Pazienza, aspetterò sorseggiando una birra e scambiando due chiacchiere con qualche faccia conosciuta. L’ultimo disco della band di Brighton mi era sembrato meno incisivo rispetto ai precedenti nonostante però ci fossero pezzi di tutto rispetto come T.O.R.N.A.D.O. o Ready to go steady, nonché il singolo Buy Nothing Day, cantato su disco da Bethany Costantino, in arte Best Coast, ma che dal vivo immagino sarà interpretato dalla sempre presente Ninja. Dicevo disco meno incisivo. Ma questo non preoccupa molto le mie aspettative, conosco la musica della band e sono, già prima che cominci, intimamente convinto che sapranno trasmettere tutta l’energia necessaria a farmi sudare un bel po’ e allontanare, seppure brevemente, quelle preoccupazioni che un trentenne a Milano può avere (mettete dentro quello che vi pare, ognuno completi con ciò che ha).

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F7783532 The Go! Team – Buy Nothing Day by thegoteam

Detto fatto: appena i sei imbracciano gli strumenti (da notare: due batterie) ecco che il putiferio si scatena in sala. Nel giro di qualche pezzo sono fradicio, quattro pinte mi sono finite addosso e tutti gli astanti sono colpiti da un movimento sussultorio difficile da arginare. Può sembrare indelicato dirlo proprio in questi giorni ma in fin dei conti è quello che i Go! Team sono, un terremoto. Nonostante la voce della scatenata Ninja sia male equalizzata (si sente veramente poco e niente) e alcuni suoni non arrivino proprio nitidi l’impressione è quella di una band che dal vivo smuove le folle e separa le acque. Energia e intensità condite da un’ottima attitudine da palco trasformano un lunedì qualunque in una serata da dancefloor dove non si fa in tempo a rifiatare che si riprendono le danze ancora più scatenate di prima. Un’ora e venti in apnea, senza pause o tentennamenti, dove anche gli ultimi pezzi appaiono già ottimamente rodati. Si va dai classiconi quali Ladyflash o Junior Kickstart alle poppeggianti Secretary Song e Buy Nothing Day, dalla potenza di The Power is On e Flashlight Fight alla delicatezza di Yosemite Theme passando per il funk di Grip Like A Vice.

Contro tutte le difficoltà, soprattutto tecniche (il palco piccolo e i problemi acustici), i Go! Team dimostrano di essere un grande gruppo capace di far ballare tutto il pubblico per tutto il tempo, riuscendo a diffondere sulle facce di tutti degli stupidi sorrisi di felicità. A concerto finito sono sudato e affaticato, esattamente come mi ripromettevo di essere. Posso andare a casa tranquillo dunque pensando che sì, ho fatto bene a venire ad ascoltare i Go! Team.

The Go! Team – Apollo Throwdown from memphis industries on Vimeo.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F221440&secret_token=s-Rh2FG&thegoteam.co.uk by thegoteam