Femmine contro maschi

Cosa abbiamo in comune con le donne dell’antica Grecia? Semplice: ci facciamo ancora del male per amore. Come ci racconta (facendoci ridere) lo scrittore napoletano.

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Le donne sono più belle (degli uomini). È l’assunto dal quale parte l’ingegner De Crescenzo che, con la sua consueta e adorabile ironia, dà vita ad alcuni ritratti mitologici della femminilità. Per sondare un mistero che nemmeno Freud riuscì a decifrare (del resto, il celeberrimo psicoanalista non era probabilmente dotato di leggerezza e umorismo, due qualità fondamentali per arrivare al cuore delle donne). Ed è proprio per venire incontro all’ignoranza maschile sul gentil sesso che De Crescenzo si prodiga nella descrizione di qualità e difetti che, a quanto pare, ci accomunano dalla notte dei tempi. Quello che ne risulta è un universo ricco di sfumature legate da un unico filo conduttore: la capacità di amare frammista a masochismo, che avvicina la minore delle ninfe alla più autorevole delle dee e  alla più nevrotica delle manager attuali. Di diverso, oggi, c’è solo la terminologia che, togliendo poesia alle gesta amorose più eclatanti, le incanala nel solco della patologia, all’interno di rassicuranti punti di riferimento scientifici. L’autore prende spunto dalle Heroides di Ovidio, per rileggere in chiave moderna “le lettere spedite dalle eroine ai loro rispettivi eroi, sempre nell’ipotesi che le eroine sapessero scrivere e gli eroi leggere”. Ed ecco quindi sfilare personaggi come Arianna e Teseo, Didone ed Enea, Penelope e Ulisse. Certo, lo scrittore non è esente da un certo maschilismo, probabilmente inconsapevole (sarà un suo retaggio da ingegnere?). È infatti innegabile che l’attribuzione di alcune caratteristiche alla struttura di personalità femminile sia quantomeno anacronistica. Noi di Atlantidezine ci riserviamo infatti la possibilità di dubitare di alcuni assunti sulla cosiddetta natura (in quanto contrapposta alla cultura).

153030PenelopeNon essendo certi che le donne soffrano per amore più degli uomini (Donne che amano troppo non mi ha convinta fino in fondo), ci godiamo comunque la carrellata di esempi fornitaci da De Crescenzo, quantomeno per potercene, se possibile, scostare nella vita quotidiana. Anche l’idea che il sesso sia più importante per il maschio lascia qualche riserva a chi scrive (in quanto donna) ma il nostro amico filosofo è troppo simpatico per poterlo odiare a causa di affermazioni che risulterebbero vetuste e odiose sulla bocca (o sulla penna) di chiunque altro. Sarà che sono cresciuta a pane e De Crescenzo ma non riesco ad accanirmi con lui. Potere dell’ironia. Potere della lingua tagliente. Il merito maggiore dello scrittore è indubbiamente quello di aver fatto fatto accostare le persone digiune di filosofia e mitologia a questi due mondi meravigliosi e affascinanti. Pur nella loro apparente banalità, alcune descrizioni lasciano comunque aperte delle domande, per esempio sull’assenza di filosofe nella storia della cultura occidentale. Insomma, a qualunque sesso si appartenga, Le donne sono diverse è una lettura piacevole e istruttiva e De Crescenzo mostra di amare ‘a femmena, anche se nella sua accezione più antica, quantunque venata da riflessioni sempre attuali.

le-donne-sono-diverse-di-luciano-de-crescenzo-L-nAH3YWTitolo: Le donne sono diverse
Autore: Luciano De Crescenzo
Editore: Mondadori
Dati: 2001, 210 pp., EUR 9,50

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Design minimalista e filosofia: Philographics

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La fortuna del design minimalista non accenna a scemare, e, dopo averne segnalato un esempio proprio qualche giorno fa, abbiamo notato un’altra serie di poster capace di generare un consistente “buzz” in rete, sia sui siti che si occupano di design, sia, più prosaicamente, sui social network (Tumblr e Pinterest in testa).

carrerasLa serie, intitolata Philographics II,  è stata realizzata dal designer Genís Carreras, spagnolo di nascita e londinese d’adozione, e prosegue l’esplorazione dell’idea avviata qualche anno fa con la prima serie Philographics, ovvero quella di “rappresentare grandi idee attraverso forme semplici”. Un concetto perfettamente aderente all’estetica dello stile neo-minimalista esploso in questi anni, applicando il quale Carreras sta perseguendo l’ambizioso obiettivo di realizzare un vero e proprio “dizionario visivo della filosofia”. La nuova serie mantiene fermo questo proposito e compie un ulteriore passo verso il completamento di quest’opera, illustrando in modo semplice ed iconico, attraverso forme geometriche e colori accesi, le grandi tendenze del pensiero filosofico e politico.

philosophygraphics01L’artista spagnolo ha anche avviato una campagna di raccolta fondi attraverso Kickstarter, mediante la quale mira a finanziare la pubblicazione di un libro che raccoglie tutti i poster realizzati fino ad ora (sono 95 in tutto) e la produzione di un box che contiene gli stessi poster in formato cartolina.

Di seguito, alcuni tra i vari “-ismi” realizzati per la nuova serie di Philographics.

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Via mmminimal

Goethe Muore

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Potrebbe essere difficile individuare Goethe Muore tra gli scaffali di una libreria: quegli scaffali che sembrano cedere sotto il peso di tomi autobiografici che si attestano intorno alle novecento pagine, quasi sempre posizionati con la copertina in bell’evidenza a nascondere tutto ciò che sta dietro, e che accolgono, sotto l’imponente scritta “Impossibile non leggerli” che campeggia in alcuni settori di famose catene librarie, le opere, pur sempre dignitose, di Saviano e Gramellini, tanto per dirne due. Così, per riuscire a scovare quel centinaio di paginette che Adephi ha deciso di regalarci, per la nostra delizia, occorre impegnarsi, e leggere, dopo aver sollevato e rimosso quei tomi da novecento pagine, il dorso dei libri, giustamente collocati di taglio, a partire dalla lettera B, fino ad arrivare a Bernhard Thomas. Un’attività di ricerca, sempre consigliata (metti il caso che poi ci  si imbatta in un autore sconosciuto), che verrà ripagata dal piacere della lettura di questo piccolo grande tesoro  che, se per caso ce ne fosse bisogno, riconcilia con la letteratura. Perché le poche pagine di questi quattro brevissimi racconti (Goethe muore; Montaigne. Un racconto; Incontro; Andata a fuoco. Relazione di viaggio a un ex amico) è come se fossero mille pagine di riflessioni sulla condizione umana, sui metodi educativi, sul decadimento della società, sulla filosofia e sulla letteratura,  trattate con la vena satirica che contraddistingue lo stile di Bernhard, e l’ironia che si trasforma in dramma e lamento con l’assillante ripetizione delle parole. Racconti legati da un filo comune rappresentato dall’ossessione che i protagonisti manifestano verso un sistema educativo oppressivo che trova fonte indifferentemente nei propri genitori e nella patria (Germania o Austria nazionalsocialista che sia), in un crescendo di denuncia che trova riscontro nell’esperienza dell’autore contenuta nei suoi cinque romanzi autobiografici (L’origine. Un accenno; La cantina. Una via di scampo; Il respiro. Una decisione; Il freddo. Una segregazione; Un bambino).

Thomas Bernhard

Il primo racconto vede protagonista Goethe che negli ultimi giorni della sua vita (una vita e una storia reinventata da Bernhard) ha il solo desiderio, quello che lo renderà l’uomo più felice della terra, di incontrare colui che ritiene il suo legittimo successore: Wittgenstein; un desiderio osteggiato da tutti i suoi consiglieri, che non ritengono il filosofo del Tractatus logico-philosophicus (quello stesso Tractatus che Goethe custodisce sotto il cuscino) all’altezza del poeta (un pensatore austriaco! per di più), e che non verrà esaudito per una tragico evento. Qui, Bernhard gioca con lo stile, riportando, con una serie di rimandi, ciò che altri hanno sentito da altri, con giochi di parole e rincorrersi di nomi in cui è facile incartarsi: In effetti Kräuter, così Riemer, ha tentato ancora più volte di dissuadere Goethe dal far venire Wittgenstein a Weimar, e del resto non era poi neppure sicuro, così Kräuter, che Wittgenstein sarebbe davvero venuto a Weimar, anche se a invitarlo era Goethe, il più grande dei tedeschi, giacché il pensiero di Wittgenstein faceva vacillare tale sicurezza, così Kräuter alla lettera; lui, Kräuter, così Riemer, aveva però usato […].  Nel brevissimo racconto però ad emergere è la satira che raggiunge il culmine nel momento in cui si dubita (lo ammette lo stesso Goethe) della genuinità dell’opera goethiana, che non soltanto ha il merito, o la colpa, di aver paralizzato per un paio di secoli la letteratura tedesca, ma altro non è che il frutto di un raggiro beffardo nei confronti del popolo tedesco: così questi tedeschi, che si prestano come nessun altro, io li ho imbrogliati ben bene.

La verve ironica di Bernhard, però, prende un’altra piega, cupa e penetrante,  nel secondo racconto della raccolta, nel quale i destinatari delle invettive del protagonista sono i genitori, rei di una condotta educativa a dir poco repressiva:

Se ti avvicini al pozzo ti ammazziamo di botte, mi avevano detto quando avevo quattro o cinque anni. Se entri nella biblioteca vedrai cosa ti succede, mi dicevano, e intendevano niente di meno se non che mi avrebbero ammazzato di botte. Così, da bambino di quattro e cinque anni, mi avvicinavo al pozzo sempre e soltanto di nascosto, e da adulto, si fa per dire, entravo nella biblioteca sempre e soltanto di nascosto. Loro mi avevano dato a intendere che al pozzo avrei perso l’equilibrio e ci sarei precipitato dentro, senza possibilità di salvezza. E mi avevano sempre dato a intendere che nella biblioteca e in certi libri ben precisi, non dicevano esplicitamente libri filosofici, avrei perso l’equilibrio e ci sarei precipitato dentro, senza possibilità di salvezza.

Così, l’unico rifugio clandestino rimane la biblioteca della torre, e l’unica scialuppa di salvataggio la filosofia di Montaigne, autore di riferimento e ispiratore di tutta l’opera di Bernhard. La letteratura e la filosofia come unici strumenti che rendono l’uomo libero e pienamente realizzato.

Portrait of Montaigne (detail)

Ossessione, quella dei genitori e del sistema educativo, che ritorna ancora più prepotente in Incontro, in cui il racconto di un dialogo tra amici si trasforma in accorato monologo che nonostante il delirante crescendo dei ricordi del protagonista, si conclude con la frase finale dell’interlocutore che ribalta cinicamente ogni prospettiva.

Una foga accusatoria che nell’ultimo racconto prende di mira un altro simbolo della cultura oppressiva , quella ridicola Austria, di cui non vale la pena più parlare.

Temi ricorrenti, quelli di Goethe muore, che trovano conferma in altre opere di Bernhard e nella sua esperienza adolescenziale, come ne Il Freddo (letto in concomitanza), in cui Bernhard, ricoverato suo malgrado in un sanatorio per tubercolotici, cella per i suoi desideri e le sue inclinazioni, ha come unica via di scampo la poesia: esistevo soltanto quando scrivevo.

È lo stesso motivo per cui noi, comuni mortali, dovremmo leggere di letteratura e di poesia. La stessa ragione per entrare in libreria e cercare Goethe muore.

"Ghoethe muore" di Thomas Bernhard (cover)Titolo: Goethe muore
Autore: Thomas Bernhard
Editore: Adelphi
Dati: 2013 (1963), 111 pp., prezzo € 11,00

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Bauman-Galimberti: dialogo a distanza nel mare della psicoterapia

C’è un frizzantino dialogo a distanza nelle pagine del libro Il nostro mare affettivo (Alpes edizioni) che è  la trascrizione di un convegno del 2010 della Federazione italiana delle associazioni di psicoterapia, ma anche una riflessione globale, con tanto di contributi esterni, sul compito e sul senso delle psicoterapie in Italia negli ultimi 20 anni. Il dialogo a distanza è tra un sociologo, cittadino del mondo, e un filosofo che è insieme antropologo e fenomenologo. Il libro ospita, infatti, un’intervista a Zygmunt Bauman, il sociologo più famoso al mondo, inventore della categoria della ‘liquidità’ per interpretare il ‘clandestino’ vivere post-moderno e un paio di capitoli che riportano gli interventi di Umberto Galimerti al convegno già citato. Bauman sostiene che per capire quanto il senso della psicoterapia sia cambiato bisogna rivolgersi alla letteratura e leggere o rileggere per esempio I Buddenbrook di Thomas Mann, saga di una ricca famiglia di mercanti. Nel XIX e XX secolo, secondo Bauman, mantenere lo status sociale di rispettabili borghesi era facile purché si aderisse a regole precise, “perché tutto il mondo era un mondo di prescrizione e proibizionismo”. Lo stile di vita era stabile, i cambiamenti erano molto lenti. Oggi invece vige l’assenza di regole, valori, la cosiddetta ‘generazione Y’ vive una stabile instabilità. L’impermanenza è applicata ai consumi: la rapidità con cui si cambia auto, cellulare, partner, vita, almeno in apparenza, è diventata sinonimo di capacità e successo sociale.  Anche il pensiero, le idee risentono di questa instabilità.

Forte di questa analisi, Bauman ritiene che la psicoterapia sia nata come “una componente indispensabile nel mondo moderno” per aiutare i cittadini non in grado di integrarsi a un simile sistema. All’origine della modernità infatti, secondo il sociologo c’è l’idea di un individuo facilmente suggestionabile e dell’uso delle terapie mentali a beneficio di reietti della società, disadattati. Con Freud però si fa strada l’idea che potenzialmente la patologia è sempre in agguato e nessuno è sicuro in casa propria. “Adesso sfortunatamente non c’è un traguardo, c’è l’orizzonte. E come sapete, quando ci si avvicina all’orizzonte, l’orizzonte si allontana, quindi non si raggiunge mai”. Il mercato si adegua meglio e in tempi più veloci agli utenti non dovendosi confrontare, come nel caso di chi svolge professioni d’aiuto psichico, con rigorosi codici professionali. La ‘generazione Y’,  generazione triste, fornirà secondo Bauman prossimi ‘clienti’ agli psicoterapeuti, clienti con una visione del mondo come gigantesco contenitore pieno di opportunità e di pezzi di ricambio ma senza punti in cui ancorarsi. Anche la famiglia è liquida: molto poco oggi è condiviso nel suo ambito. La famiglia prima era unità di consumo e produzione: oggi stazione di sosta obbligata per mancanza di risorse proprie. Allora insegnanti e psicoterapeuti sono esposti, più dei propri studenti o pazienti, all’invecchiare precoce  di conoscenze, regole e norme. Molto difficile dunque il loro ruolo.  Galimberti nel capitolo intitolato ‘dialogo sulla modernità’ precisa che le analisi della società di Bauman evidenziano i sintomi ma non spiegano le cause, non vanno al cuore del problema, molto più disperato: “siamo entrati nell’epoca che Nietzsche definisce nichilista: manca cioè lo scopo,  il perché, tutti i valori si svalutano. È  finito tutto l’ottimismo di cui era animata la cultura occidentale grazie al cristianesimo”. La fiducia sconfinata nel futuro  è svanita. “La speranza – sostiene Galimberti – è un sostantivo della passività ma in un contesto cristiano diventa figura di fiducia nel futuro”.

Dio è morto, non fa più mondo. I giovani, al massimo della forza biologica sessuale ideativa, sono stroncati in partenza. Occidente vuol dire terra del tramonto e probabilmente per il filosofo è davvero giunta l’ora di tramontare. Per Bauman siamo in una società liquida dove tutto è possibile; per Galimberti in una società ‘fortemente cementata’ dove la libertà significa solo “possibilità di revocare tutte le scelte”. In questo contesto la psicoterapia o le psicoterapie devono vedersele con individui non più alle prese con repressioni del Super io ma in cerca d’autore e di senso, carenti di biografia perché la biografia è data da scelte irrevocabili mai compiute; individui costretti a scambiare l’identità per la funzione che l’apparato dà. La società pretende che decliniamo un nome e una qualifica perché “esistenza e funzione sono oggi imprescindibili”. Annientati Super-io e senso di colpa, vige il disagio da senso di inadeguatezza. Si vive di presente assoluto consumando finché c’è e si può. È questo l’ospite inquietante che non si può mettere alla porta perché non è che mettendolo alla porta scompaiano crisi d’ansia, insonnia e altri sintomi sparsi. Che poi, se ci chiediamo cosa davvero sia questo nostro corpo, nessuno ancora lo sa bene, anche se i medici per via riduzionista l’hanno inteso quale  contenitore di organi. E la psiche? Cosa è la psiche? È l’intangibile del corpo. “La psicologia è arte dell’interpretazione” per Galimberti e malgrado le sue pretese scientifiche cade nella contraddizione di voler rendere universali considerazioni che partono dall’unicità dell’individuo. La psiche nasce nel ‘700 come cura dell’anima; in un certo, sostiene il filosofo con sdrucciolevole ironia la psicologia “lavora sui rifiuti della medicina”, su ciò che la medicina del corpo non sa catalogare. Passati dalla società della disciplina alla società dell’efficienza (Ehnrenberg)e il prevalere del ‘modello della razionalità tecnica’ vuole che si debba essere funzionali all’efficienza del sistema. Il mondo della vita è espulso. L’individuo è costretto a una schizofrenia funzionale. La psicoanalisi funziona nella società della disciplina. In quella della tecnica secondo Galimberti il raggio d’azione si restringe: il problema è la ‘disidentità’: non si percepisce più il senso della vita. L’apparato espelle chi non è funzionale. La ricetta del filosofo è tornare alle origini, ricongiungersi alla cultura greca  per cui il tempo era circolare per cui non aveva il senso del futuro bensì della morte quindi del limite umano. Infatti ammoniva: conosci te stesso ma soprattutto conosci il tuo limite.

Titolo: Il nostro mare affettivo. La psicoterapia come viaggio
Curatore: Patrizia Moselli
Editore: Alpes Italia
Dati: 2011, 368 pp.,  25,00 €

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Dove vai se la filosofia non ce l'hai? Parola di neuroscienziato

“Più che di naturalizzare la fenomenologia, c’è bisogno di fenomenologizzare le neuroscienze”. Tradotto in parole povere, i tempi sono pienamente maturi perché le scienze empiriche includano senza più ritrosie integraliste e riduzioniste il contributo della filosofia e delle discipline umanistiche, spesso considerate portatrici di teorie suggestive ma prive di fondamento. Dolci suoni, parole di grande portata pronunciate da Vittorio Gallese, neuroscienziato, nel suo intervento alle giornate ascolane di psichiatria. Non lasciamoci spaventare dai termini. La neuroscienza è quella disciplina che cerca di sapere tutto, ma proprio tutto, del nostro cervello e del funzionamento del sistema nervoso centrale per capire come questo ingranaggio complesso ci faccia essere ciò che siamo, dall’alzare un sopracciglio al movimento di un muscolo agli innumerevoli impulsi cinetici e oltre, molto oltre. La neuroscienza, infatti, è cognitiva quando pone questo cervello in relazione alla mente, alla coscienza, al corpo, al mondo (ambiti per eccellenza della ricerca filosofica), indaga che cosa è l’intersoggettività, come si capisce l’altro, in cosa consiste la nostra competenza sociale, per poi cercare di decifrare cosa fa dell’essere umano una miscela di fenomeni, in gran parte ancora ignoti. Intanto qualcosa di fondamentale è accaduto. I neuroni a specchio scoperti nel 1992 dal team di ricercatori dell’università di Parma, tra cui lo stesso Gallese (team coordinato da Giacomo Rizzolatti), sono neuroni che ‘risuonano’ e si attivano quando compiamo una certa azione ma soprattutto quando, restando fermi, osserviamo un nostro simile compiere un’azione. Vedere non è quindi solo registrare passivamente comportamenti, ma già da subito simularli a livello pre-conscio. Il neurone dell’osservatore “rispecchia” il comportamento dell’osservato, come se stesse compiendo a sua volta l’azione. Si potrebbe dire che il neurone è intersoggettivo di suo.

All’inizio del ‘900, il filosofo Martin Buber affermò  che ‘In principio è la relazione’: siamo o no alla quadratura del cerchio? L’intersoggettività non è più una bella teoria ma, innanzitutto, un fenomeno chimico nel nostro cervello. Tutto questo cambia e in parte sovverte i consueti paradigmi della ricerca e fa cadere rigidi steccati  tra campi del sapere che non si erano incontrati. La scoperta di tali neuroni, tra le tanti implicazioni, sta a dimostrare che i filosofi hanno dalla loro parte la ragione, quella  che intuisce ciò che poi la scienza verifica e dimostra: l’intersoggettività è ontologicamente il fondamento dell’essere; la fenomenologia può portare un contributo alle scienze empiriche. A che servono altrimenti gli esperimenti di laboratorio su scimmie e primati, sia pure riuscitissimi, se rimangono confinati a un ambito ultraspecialistico e ripiegato ermeticamente su se stesso? “L’intersoggettività è fondante per capire la soggettività e come essa si deteriori nella relazione psicotica”, spiega Gallese e aggiunge: “come affrontiamo questa tematica rispetto al sistema cervello? Se non l’affrontiamo, il cervello si riduce a una sorta di scatola di meraviglie autoreferenziale”. E anche il cervello dei neuro scienziati, sembra suggerire Gallese, si restringe se non si immette nel mondo che lo alimenta. “Quel dato cervello ha assunto quella configurazione dal punto di vista filogenetico e ontogenetico, cioè individuale, in quanto legato a doppio filo al corpo e alla carne, a sua volta legati a un mondo con precise leggi fisiche e culturali, metafore linguistiche”. Non siamo una sommatoria di organi sparsi e irrelati, né anime vaganti calate in corpi e mondi. Siamo una congerie di percezione, azioni, intelligenza. E in realtà anche parlare di neuroni a specchio è una metafora ad effetto perché non funzioniamo da specchio riflettente delle azioni altrui, ma le metabolizziamo e diamo risposte personali. Gli ultimi esperimenti raccontati da Gallese, fatti da gruppi di ricerca dell’università di Lione e di Chieti, stanno provando che la dimensione autistica della schizofrenia è dovuta proprio a un deficit neuronale di sintonizzazione col mondo. Volgarizzando, il meccanismo intersoggettivo che naturalmente possediamo in dote  nel nostro cervello non funziona bene. I ricercatori dell’università di Chieti hanno studiato 24 pazienti schizofrenici a sei mesi dal primo episodio di esordio psicotico sottoposti a farmaci antipsicotici di nuova generazione. Hanno cercato di verificare nei pazienti sensazioni sulle loro parti del corpo e hanno constatato che mancano di un senso coerente del sé corporeo e non sono spinti al movimento; in loro sembra carente il meccanismo neuronale di risonanza motoria.

“L’intersoggettività è prima di tutto intercorporeità, su questo aveva visto lungo un altro filosofo, Merleau Ponty – spiega Gallese – Il ruolo fondamentale della relazione intersoggettiva nella costruzione della soggettività è il movimento. Il contatto con gli altri”. L’altro di fronte a noi, diviene immediatamente in condizioni non psicotiche alter ego, “condivide con noi l’umana posizione di eccentricità e questo, con buona pace dei cognitivisti, non richiede per forza una dimostrazione razionale perché grazie ai meccanismi di rispecchiamento e simulazione, l’altro è vissuto come altro da sé”. E qui si scopre che i filosofi e la fenomenologia tornano utili, anzi fanno da guida, indicano la rotta: “Ciò che ci rende chi siamo non è solo il possesso di meccanismi nervosi coordinati, ma anche un percorso storico individuale, la dimensione storica dell’essere nel mondo rimasta fino ad ora inesplorata dalla ricerca neuro scientifica”. Visto che nel cervello possediamo un meccanismo neuronale di risonanza motoria che lega chi guarda a chi fa, e visto che c’è una tradizione culturale, filosofica, psicopatologica, che si è occupata dell’intersoggettività della condizione umana, allora “questa tradizione va considerata dal neuro scienziato perché gli consente di porsi le domande giuste e correlarle ai suoi esperimenti. Il mito della scienza è che debba dare risposte giuste, un po’ è vero ma a quali domande?”. Per attivare nuovi percorsi di ricerca in ambito psichiatrico e psicoterapeutico, occorre dare ascolto a discipline che vengono da molto lontano e focalizzare sempre più l’attenzione sull’unicità della dimensione individuale, anche dal punto di vista nosografico e diagnostico. L’uomo non è le sue sinapsi né i suoi neuroni, è una “unità integrata, un uomo che agendo sente emozionandosi”. Il particolarismo delle scienze empiriche può far perdere di vista che “i neuroni a specchio sono solo la punta di un iceberg ancora tutto da scoprire. Un neurone non ha emozioni, intenzioni, non ha scopi, non ha affetti, non si spaventa e ciò che del mondo conosce è una manciata di ioni, sodio, calcio, potassio, cloro. È l’individuo che prova emozioni e angoscia, lo sappiamo”. Allora cosa ci dicono le neuroscienze dopo duemila e passa anni di cultura filosofica? Probabilmente che nessuno si può più blindare dietro il proprio sapere specialistico, ma occorre dialogare. “É  auto consolatorio dire che la complessità della condizione umana è irriducibile all’attività di pochi neuroni”. Niente trincee, quindi.

“Le neuroscienze rimettono in discussione concetti psicopatologici, nosografici, filosofici che molti ritengono scontati”. La loro missione nel prossimo futuro sarà aprire la strada a “terapie farmacologiche tagliate su misura del singolo individuo che esprime un certo disagio psichico”, esito della sua attività cerebrale calata nella sua storia umana di creatura sociale e linguistica. Il riduzionismo non giova, non porta da nessuna parte, è un binario morto. La multidisciplinarietà, d’altra parte, non è una pratica per dare una patina di cultura a un’attività di laboratorio, o per “abbellire il risultato della ricerca empirica con qualche spruzzata filosofica che la renda più appetibile”, e neanche per verificare dal punto di vista empirico l’esattezza di una teoria filosofica. È solo che lo studio della condizione umana è un tantino articolato e richiede un contributo allargato delle scienze umanistiche, filosofia, antropologia, sociologia, psicologia. Voltarsi indietro, anche molto indietro, si può e si deve per costruire il futuro di un ‘uomo nuovo’, annunciato da Giordano Bruno che da epistemologo ante litteram, non a caso, ci ha lasciato nella sua ricca produzione questo monito: “Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo”.

Il video integrale dell’intervento di Gallese alle giornate ascolane di psichiatria (via Psychiatry on line Italia)

Lo zen e l'arte della regia cinematografica, fra grazia e natura

The Tree of LifeC’è qualcosa di tremendamente sbagliato nel fatto che un’opera di Terrence Malick possa essere oggetto di hype e che sia considerato  il film più atteso della stagione cinematografica. E c’è qualcosa di profondamente sbagliato anche nel pensare di recensirla, o semplicemente giudicarla, un’opera di Terrence Malick come The Tree of Life (e resto ovviamente sbigottito da quella fetta di pubblico di critici di Cannes che si mette a fischiare un film alla fine della sua prima, neanche fosse il pubblico della Corrida di Corrado).

Terrence Malick, laureato ad Harvard e professore di filosofia al MIT, non può essere incatenato nei soliti schemi in cui la società dello spettacolo ha rinchiuso il mondo della cultura e l’industria cinematografica in particolare, quello in cui uno spettatore si aspetta di andare al cinema a passare una serata di svago e all’uscita spara il proprio giudizio critico, basato sulla piacevolezza della visione e solitamente non supportato da alcuna specifica competenza ma solo, talvolta, dalle recensioni grossolane di sedicenti cinefili o addirittura critici cinematografici (baratro in cui il sottoscritto si sforza di non cadere). Vedere un suo film è qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’essere intrattenuti o svagati: si avvicina più ad assistere a una straordinaria lezione di filosofia zen, dove poesia e prosa si incontrano in un magnifico e intensissimo racconto fatto di immagini e parole attraverso il quale Malick prova a farci entrare in contatto con le più complesse riflessioni e con le più intime emozioni umane. O meglio, prova a condividere e regalarci quanto di più profondo la sua brillante mente abbia concepito o il suo sensibile animo abbia patito. Riuscendoci.

The Tree of Life (Brad Pitt)

Come tutti saprete The Tree of Life è solo il suo quinto film dall’esordio (Badlands, 1974). Malick fa, a buon titolo, parte della mitologia Hollywoodiana quale autore per il quale attori come Pitt, Penn, Clooney, Travolta, Cusack, Nolte, Brody, Rourke ecc., sono disposti a lavorare gratis, che ha metodi di lavoro estremamente anticonvenzionali o che non rilascia interviste e non permette di essere fotografato da oltre 30 anni (alla Salinger). Francamente tutto questo, per quanto mi faccia sorridere e mi regali una certa soddisfazione, mi interessa poco; quello che mi interessa è che i suoi film continuino a uscire rispettando i suoi tempi e i suoi metodi di lavoro perché ognuno di essi finisce per risultare importante per la mia comprensione del mondo e della realtà. E da questo punto di vista probabilmente The Tree of Life è il progetto che si spinge più in là di qualsiasi altro. Inutile per me sforzarmi di non spoilerare così come sarebbe inutile tentare di spiegare; la complessità è talmente immensa che ho bisogno di tanta tanta riflessione prima di metabolizzare io stesso, figurarsi tentare di spiegare. Tranquilli comunque, perché quando dico complessità non intendo assolutamente oscurità alla David Lynch: come dicevo non ho gli strumenti per spiegarlo, ma il film mi è risultato perfettamente chiaro dall’inizio alla fine e vi ho ritrovato molte delle più profonde riflessioni che io stesso ho fatto nella mia vita e molte delle emozioni che ho provato nella mia crescita. E alla fine posso dire che la visione del film mi ha regalato qualcosa di utile alla comprensione di me stesso e della realtà.

The Tree of Life (Sean Penn)Parlando della trama, The Tree of Life racconta (indaga e sintetizza) il percorso interiore di un architetto (Sean Penn) che, nel recarsi al capezzale della madre in fin di vita, riflette sul suo passato e sulla sua stessa condizione di essere umano, creatura vivente e parte di questo universo, per affrontare le sue più profonde paure e incertezze, legate in particolare all’immenso dolore subito da lui e dalla sua famiglia al momento della morte di suo fratello, avvenuta tanti anni prima quando entrambi erano ragazzi. La narrazione si sviluppa attraverso i ricordi della sua crescita e formazione nel corso di infanzia e adolescenza, mescolati con riflessioni sue (o divagazioni dell’autore a nostro esclusivo beneficio?) sulla natura stessa della realtà, della vita, dell’universo e del nostro ruolo all’interno di esso: immagini astronomiche di nebulose, galassie e pianeti, ricostruzioni della vita sulla terra nell’era dei dinosauri, immagini naturalistiche (e non solo) del nostro pianeta (compresa una brevissima inquadratura dai Giardini di Bomarzo, che sottolineo con spirito patriottico).

Chiavi di lettura in apertura Malick ne fornisce due, entrambe di stampo religioso (e cristiano in particolare), anche se posso dire con certezza che quella religiosa è “solo” una componente fondamentale della formazione tanto dei personaggi quanto dell’autore, non certo una risposta ai fondamentali quesiti filosofici esistenzialisti posti dal film. La prima chiave di lettura, con cui il film si apre, è una citazione biblica:

Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra […]
mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?

Where were you when I laid the earth’s foundation […]
while the morning stars sang together and all the sons of God shouted for joy?

Giobbe (Job) 38: 4,7:

La seconda arriva dalla voce fuori campo di Jessica Chastain (che interpreta la madre del protagonista) che spiega come nella sua educazione le suore le avessero insegnato come le vie possibili per affrontare la vita siano due, quella della natura e quella della grazia: l’una più cruda e sofferta, l’altra più leggera e ascetica (per dirla fin troppo rozzamente). Il film di Malick è un percorso alla fine del quale saremo in grado di comprendere il valore di queste parole e della citazione tratta dal Libro di Giobbe, e, se ne avremo voglia, di cercare delle risposte. Altrimenti avremo comunque vissuto un’esperienza di un’indelebile intensità.

Prima di concludere sono costretto a dire che The Tree of Life, purtroppo, non è un film per tutti: benché affronti temi di assoluta universalità, si tratta di un’opera che per essere compresa richiede sensibilità, impegno e intelligenza, doti che lo spettatore cinematografico medio ha tristemente smarrito da decenni. Per questo è un sollievo che esistano ancora autori che non adattano (o che non sono costretti ad adattare) il proprio lavoro ai gusti del grande pubblico ed è un piacere perverso vedere quel pubblico alzarsi dalla poltrona e uscire dalla sala dopo i primi 30 minuti di proiezione.

The Tree of Life (Poster)

The Tree of Life – USA, India, GB 2011
di Terrence Malick
Con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain
01 Distribution – 138 min.

nelle sale dal 18 maggio 2011

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Una felicità possibile

La mente di Josef Fritzl aveva ingaggiato col corpo una scommessa impossibile: voleva risalire tutte le età dell’uomo fino al luogo in cui lo scorrere del tempo rallenta e da dove, ammesso che si sopravviva, si assiste alla nascita di ogni cosa. Accanto alla figlia avrebbe contemplato l’origine delle galassie e di ogni pulsante battito di vita, e piú in là ancora si sarebbe spinto, fino a dentro l’occhio di Dio – e come avrebbe potuto impedirlo proprio Lui, che gli occhi non li chiude mai? [Paolo Sortino, Elisabeth]

«Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». Così Camus racconta la condizione di Sisifo, condannato per l’eternità a trasportare lungo il pendio di una montagna sempre lo stesso pesantissimo masso.

Bisogna immaginare Sisifo felice. È la frase a cui pensa Paolo Sortino quando nel 2008, pochi giorni dopo la liberazione di Elisabeth Fritzl dal bunker in cui suo padre l’aveva condannata a ventiquattro anni di segregazione e violenza, la stampa riporta una sua presunta dichiarazione. Josef Fritzl, avrebbe detto sua figlia Elisabeth, era capace di odio profondo e di amore altrettanto intenso. Parole forse mai pronunciate davvero, comunque subito smentite. Eppure, nell’orrore paralizzante al quale la sua storia ci condanna, una frase come questa è un barlume improvviso, un luccichio di senso cui aggrapparsi prima che svanisca.

«Mentre raccoglievo informazioni sulla vicenda, – racconta l’autore, – la frase di Elisabeth continuava a risuonarmi nella testa, e dava da sé un’immagine a tutto ciò che poteva essere accaduto. Un’immagine dolorosa, certamente, ancora incomprensibile, oscura, persino patetica. Eppure mi sembrava che contenesse un nucleo di felicità possibile, fragile al di là di ogni sensibilità, che nascondesse una serie di possibilità taciute, alle quali forse Elisabeth poteva essersi aggrappata per sopravvivere». E allora, che siano state realmente pronunciate o no, quelle parole diventano una traccia da seguire, un indizio utile a ricostruire un’esistenza altrimenti destinata a sparire, e forse utile anche ad azzardare un tentativo di comprensione di quel dolore. «La sofferenza di lei e dei bambini avuti dal padre, ancora inimmaginabile, si stava trasformando in qualcosa che chiedeva asilo nella mia immaginazione».

Avere il coraggio di accostare la parola felicità a un inferno che sembra non lasciare scampo, ecco l’azione (filosofica, prima che narrativa) che compie Sortino, quella da cui nasce la potenza abbagliante di questo romanzo, il reagente che scatena la detonazione immaginifica. In una delle pagine più dense e suggestive di Elisabeth, Josef lancia una moneta nella piscina che ha costruito nel bunker per i suoi figli-nipoti, e l’acqua, fino ad allora apparsa come un cristallo immobile, si increspa di cerchi che si allargano sulla superficie. La materia era stata resa fluida: grazie a una semplice monetina, il padre era riuscito a commuoverla. Ecco, Sortino fa qualcosa di simile. Azzardando l’ipotesi di una felicità possibile, di una forma di amore all’interno dell’odio, increspa la materia di un orrore che appare monolitico e inscalfibile, e lo commuove. In questa prospettiva, racconta Sortino, «il dolore assumeva sembianze nuove, oppure antiche, vale a dire nuove da sempre». Elisabeth è un romanzo su ciò che da sempre esiste e che da sempre evitiamo di guardare, e l’intensità dei sentimenti, la loro assolutezza, è quella della tragedia o del mito. Dopo la breve premessa iniziale con cui l’autore riassume «il caso Fritzl», la cronaca è espulsa dalle pagine. Da quel momento in poi i fatti, o meglio, ciò che dei fatti trapela attraverso gli articoli sui giornali, su internet, inchieste più o meno realistiche e ricostruzioni, diventa lo scheletro della narrazione, una gabbia flessibile ma perfettamente articolata sulla quale innestare una voce che è insieme carne e nervi di questo romanzo.

Fedele a quel primo barlume che da solo sembra essere in grado di generare il senso, Sortino si ritrova ad avere a che fare con una questione paradossale. Se spesso uno scrittore è costretto a confrontarsi con il problema della plausibilità delle proprie invenzioni nel mondo reale, qui si pone quello opposto: selezionare ciò che, della realtà, è plausibile nel romanzo. E che Sortino è uno scrittore vero lo capiamo anche da questo, dalla sua capacità di rinunciare a tutto ciò che avrebbe deformato la struttura del suo romanzo fino a renderla storpia, di non cedere alle lusinghe di una «storia vera» fitta di dettagli insopportabili eppure ricchi di suggestioni narrative potenzialmente irresistibili. Come la notizia, resa nota durante il processo, che prima di costruire il bunker e rinchiudere Elisabeth, Josef Fritzl avrebbe tenuto prigioniera la propria madre in una soffitta per venticinque anni. Dove non sa e non può sapere, invece, Sortino riempie con l’immaginazione, aprendosi in slanci visionari che paradossalmente non fanno che aumentare la credibilità del romanzo. Non può che essere andata così, ci si dice leggendo.

Ad animare lo scheletro della storia, a riportare in vita ciò che è stato sepolto, c’è la scrittura. La voce narrante scelta da Sortino è una voce che sembra provenire dalla notte dei tempi, anch’essa «antica o nuova da sempre», una voce onnisciente che ricorda a tratti il canto di un coro greco. È una voce che si permette di abitare e scandagliare i pensieri dei personaggi, restituendoceli in una forma tanto densa da apparire essa stessa materia minerale. Nello spazio ridotto del bunker, nel tempo diluito in cui le azioni non sono altro che quelle naturali, «che non si possono abbreviare», resta l’immaginazione e resta il ragionamento, articolato con una lucidità sconcertante: i personaggi di Elisabeth capiscono, comprendono, addirittura imparano. Accumulano in continuazione piccole epifanie, strati progressivi di coscienza. Il loro pensiero non si sostituisce all’azione: è esso stesso azione, nel modo in cui è azione (dolorosa, violenta) la scrittura di Sortino: facendo esistere ciò che non aveva una possibilità di esistenza.

Attraverso questa voce assistiamo alle violenze insopportabili, alla costruzione meditata di una famiglia, assistiamo alla metamorfosi di Elisabeth e al progressivo coincidere della vita con quella vita. Dal centro del bunker, Sortino racconta senza mai emettere giudizi o attribuire colpe, scegliendo di accostarsi ai suoi personaggi, invece di schierarsi. Eppure, nel momento in cui il suo romanzo vuole essere un romanzo sulla felicità, è anche un romanzo profondamente morale: «La morale, – dice Sortino, – non è necessariamente legata alla colpa; certamente è connessa alla responsabilità, ma soprattutto al dovere. Io sento un dovere, nel mestiere che vorrei fare, ed è restare fedele alla complessità, quando la vedo, che spesso è un mistero per definizione, perché insondabile, eppure è lì che ci guarda. Abisso e profondità, che non sono la stessa cosa, agli occhi di uno scrittore si somigliano parecchio, e a me stanno bene così come sono».

Titolo:  Elisabeth
Autore: Paolo Sortino
Editore: Einaudi
Dati: 2011, 216 pp., 19,50 €

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Al lavoro! Che la morte ci trovi vivi e conservati al naturale

(Citazione d’avvio) Tragedia in due battute di Achille Campanile, Morto che parla
Personaggi: il morto, i parenti e gli amici del morto
La scena rappresenta una camera ardente. Il morto è steso sul letto, fra le candele e i fiori; intorno, i famigliari e gli amici singhiozzano, strillano, si disperano, si danno le pugna nel capo, si strappano i capelli, si torcono le braccia, camminano avanti e indietro imprecando e minacciando di fare qualche pazzia.
il morto: (tra sé, intravedendo la scena attraverso lo spiraglio delle palpebre non ben chiuse): “Quante esagerazioni! Ma allora che dovrei fare io?”. (Sipario)

Diamine! Si può parlare di morte, senza avere la morte nel cuore, ma sviluppando un sano coinvolgimento vitale. In fondo ci riguarda tutti l’evento che sancisce “la completa uguaglianza degli ineguali”. Peccato che il vero guaio di questi tempi è che non sappiamo di che morte morire, o meglio di che morte poter morire. In pace e in piena libertà. La medicina ci tira per la giacca o le braghe tenendoci in vita, rendendo spesso impossibile una semplice morte naturale. A proposito, di naturale sembra non sia rimasto che il tonno in scatola. Proprio mentre (è notizia di questi giorni), si sono riaccese le polemiche sul bio-testamento e il ministro Sacconi ha bloccato con una circolare i registri di 70 comuni italiani che hanno raccolto la volontà dei cittadini in materia, in un convegno organizzato dall’Istituto Gestalt Firenze (diretto da Giovanni Paolo Quattrini e Anna Rita Ravenna) intitolato “Co-costruire le relazioni”, si è discusso anche delle problematiche di fine vita. Co-costruire non è modalità interpersonale propria dell’epoca dei co.co.co, ma è specifica attitudine di una relazione costruita da ambo le parti. Così dovrebbe essere la relazione tra terapeuta e paziente, ad ogni livello, in ogni condizione. In tal senso, una sessione del convegno è stata dedicata alle vite al tramonto (avviata dalla lezione magistrale del professor Bruno Callieri su tema “Dialoghi all’imbrunire: tra involuzione e creatività”). Tre interventi tra i tanti, tutti di alto livello, per fornire qualche spunto. Michele Galgani, psicoterapeuta toscano della Gestalt Associazione Faber di Trani, lavora  in un hospice, ovvero una di quelle strutture definite anche alberghi a cinque stelle che accolgono i malati terminali.

Galgani ha dato la sua testimonianza viva e pulsante. Il concetto fondamentale che ha evidenziato è che “essere dichiarato non più guaribile, non significa non essere più curabile. Tutti noi siamo in questo istante dei terminali. Chi è definito terminale deve essere accudito”. O meglio accompagnato, secondo l’etimo per cui accompagna chi condivide il pane. “E il condividere il pane torna nel ruolo dello psicologo”. Che senso può avere allora fare lo psicologo in un hospice? “Il senso che ogni volta si rivela. Cercare di renderci e rendere il luogo familiare, come luogo delle relazioni e delle persone alle quali potersi affidarsi e con cui potersi esprimere per come si è”. La cura palliativa, che è quindi come il pallium, un mantello, copre e dà valore alla persona malata, permettendole di costruire un senso nel suo percorso di fine vita, “perché quando una persona è dichiarata inguaribile subisce un declassamento da sé stessa”. Dai gusti in fatto di cibo a un attacco d’ansia, non viene interpellata. Come se fosse già cosa inerte che non merita ascolto, comprensione, interesse. Qualche volte capitano equivoci che riportano anche i momenti più drammatici a una dimensione ludica. Come quella volta che Michele fu scambiato da Benito, suo paziente dell’hospice non abituato allo psicologo, come tanti, per un altro personaggio: “Molto bravo quel prete”, sentenziò. Lo psicologo dell’hospice a suo modo è colui che si prende cura dell’anima dell’altro, senza essere un chierico.

C’è poi il lutto che si affronta nell’esperienza analitica con il gioco della sabbia. Ne ha parlato la psicoanalista junghiana Livia Crozzoli Aite che ha costituito il gruppo eventi, associazione di volontariato e auto aiuto per le persone in lutto. Quando arriva il tempo degli addii, non sempre si riesce a iniziare un percorso rielaborativo, si vive in una dimensione di grande solitudine e di angoscia, si destruttura la temporalità, manca qualsiasi pensiero progettuale, un senso del futuro, un’adesione al presente. “

La coscienza non trova nessun appiglio cui aggrapparsi. La prima risposta a un lutto è intraprendere il cammino e l’impegno a condividere la propria sofferenza, esprimere i vissuti dolorosi, oggettivarli”. Il lutto può avviare un percorso che è insieme accettazione della perdita e ricerca di sé stessi. Questo accade se si “addomestica la perdita” e il dolore diviene una risorsa purché non ci si lasci spaventare né sedurre. L’analista utilizza da 40 anni la tecnica del gioco della sabbiera, valido strumento quando verbalizzare non basta, perché c’è di mezzo la corporeità. “è un atto psichico con valenze comunicative e anche trasformative che serve a far emergere le verità simboliche e curative della psiche attraverso il gioco. È il corpo psiche che si manifesta nel gioco dove si pongono oggetti scelti dal paziente in chiave simbolica. Il paziente vuole condividere il dolore. Il lutto è un’occasione di vita”. Una grande emersione alla vita.

“Molti muoiono troppo tardi. Alcuni troppo presto. Ancora suona strano il precetto: muori al tempo opportuno”. La frase di Friederich Nietzsche in Così parlò Zaratustra è sapientemente citata dal professor Sandro Spinsanti, esperto di bioetica e presidente dell’Istituto Giano di Roma,  ad apertura del suo intervento sulle decisioni di fine vita e le relazioni d’aiuto. Nietzsche profeticamente aveva messo a fuoco un tema che oggi ci coinvolge più che mai: l’ars moriendi. “Non solo perché – ha sottolineato lo stesso Spinsanti – da una settimana si è riacutizzato questo tema culturale esistenziale politico comunicativo sull’eredità biologica, che ritorna in forma: sei favorevole o contrario all’eutanasia? Sei per la sacralità della vita o contro? Ma perché è indice di un malessere che c’è. Noi non siamo contenti di come si realizza la fine della vita”. Quello che disturba non è solo il tempo del morire, spesso frutto di una decisione unilaterale del medico, ma anche il luogo, il modo. E così, registra Spinsanti “cent’anni e più dopo Nietzsche siamo in uno scenario in parte uguale, in parte profondamente diverso”. Così come vivere male, anche morire male, non è difficile, non richiede poi molte accortezze, non ci vuole neanche la pratica: basta far decidere gli altri, i medici, o mettersi nelle mani dei familiari. Un medico palliativista citato da Spinsanti ne è convinto. Chi deciderà per noi quando non saremo in grado di decidere? Dai tempi di Nietzsche, più di qualcosa è cambiato: la medicina è in grado di prolungare la vita umana, ma bisogna vedere che tipo di vita prolunghi; l’individuo è in grado di manifestare la sua differenza di gusti ad oltranza e vorrebbe decidere anche sulla sua morte. La medicina, che è la medicina di stampo ippocrateo, non al passo coi tempi, decide per noi e “determina anche la modalità e il tempo che ci viene assegnato di sopravvivenza che costituisce non la nostra speranza, ma il nostro incubo. Fino a ieri il medico poteva fare buona medicina in scienza e coscienza senza informare il paziente. Ma ora anche nelle decisione di fine vita abbiamo bisogno di due visioni complementari. Quello che la medicina può fare e quello che le persone decidono, per arrivare a una soluzione che non sia imposta ma condivisa”. Scherza Spinsanti, ma fino a un certo punto, quando dice che è giunta l’ora di cambiare teste senza mozzarle: la testa dei medici, ma anche dei familiari. In mezzo, stanno gli psicologi, chiamati a una gran bella sfida. Vedersela con le emozioni, anche di chi è a fine vita, ora che al paziente va detto tutto e pure di più. “E le emozioni son cose pesanti, umide. Le decisioni, anche quelle finali, insomma, vanno co-costruite”.  Ancora il co-costruire. Perché si possa diventare responsabili dalla nascita alla morte. Dall’ars vivendi all’ars moriendi. Ovvero ci si possa organizzare secondo la propria specificità, ognuno in casa propria perché la morte ci trovi vivi, come insegnò l’umorista Marcello Marchesi.

Siamo esseri condannati alla fretta. Prigionieri di un incatesimo temporale, solo la filosofia può liberarci

“Il tempo non è più che velocità, istantaneità e simultaneità” (Heidegger, Introduzione alla metafisica)

“La nostra storia si è tramutata in una ininterrotta storia della cancellazione istantanea del presente” (Anders, L’uomo è antiquato)

In alto i calici. A fraternità e libertà stiamo messi male, ma l’uguaglianza in terra c’è. Come, non l’avete riconosciuta? Fatto salvo l’essere mortali, noi abitatori del tempo, siamo uguali nel sentimento della fretta che tutti ci pervade e ci corrode. Se c’è una cosa, nell’essere disuguali a oltranza, che ci rende “ugualissimi” oltrepassando ogni barriera, è la percezione della mancanza di tempo, di essere a corto di tempo e quindi la nevrosi della fretta con infiniti risvolti patologici.

Viva, viva, viva, l’epoca postmoderna e i suoi sintomi di sfacelo, individuale e collettivo. Da dove viene questo tempo accelerato, e dove va, se va da qualche parte; e la fretta perché germoglia, quali radici storiche ha, che connotazioni psicologiche assume, lo spiega magnificamente il filosofo Diego Fusaro nel saggio Essere senza tempo, dove essere vale sia come sostantivo che come infinito con tutte le sfumature del caso. E il senza è una spia allarmante. Segno che dall’ “Essere e tempo” di Heidegger in poi qualcosa di grosso è accaduto e ci ha cambiato irreversibilmente i connotati. Il sottotitolo è “accelerazione della storia e della vita”. La trattazione articolata è rispettosa di tutti i riferimenti disciplinari storico-filosofici (sapientemente citati e utilizzati, con un apparato bibliografico molto esaustivo). Però si colora e distingue per il taglio originale, perché capace di tessere una storia del tempo e delle sue metamorfosi non solo attraverso la classica documentazione degli eventi storici e politici, ma anche utilizzando l’intreccio di saperi e una capacità di attingere alla storia delle idee, degli usi e costumi e degli oggetti. Formidabile, ad esempio la storia dei generi voluttuari tramata nella narrazione principale, e la ricostruzione del passaggio dalla pipa alla sigaretta, o dalla cioccolata dell’aristocrazia al caffè, quali prove della frenesia borghese e dell’insonnia metropolitana. C’è anche, oltre alla ricostruzione di un passaggio epocale che scontiamo ogni giorno sulla nostra pelle, il coraggio di prendere posizione e dire la propria: le ideologie attuali al servizio del “turbo capitalismo”, secondo un processo previsto da Marx (non dimentichiamo che Fusaro ha curato l’edizione bilingue di diverse opere di Marx ed è l’autore del saggio Bentornato Marx), hanno espropriato l’uomo da se stesso, quindi della possibilità di disporre del proprio tempo. E il tempo libero non è che un rafforzativo dell’assenza totale di libertà. La fretta è l’unica modalità in cui l’anima schiacciata, persa a sé stessa, reificata, manifesta un residuo d’esistenza propria, uno scatto d’insofferenza, la ribellione soppressa, così come attraverso la distrazione, perché molto altro non resta. La filosofia è l’alternativa, la cura, il farmaco dell’anima, a cominciare dai suoi tempi lenti.

Secondo la lezione dello storico Reinhart Koselleck, Fusaro ritrova l’origine di ciò che siamo diventati, nel passaggio dalla concezione del tempo del mondo antico fondato su un criterio di stabilità e ripetibilità, a una lineare caratterizzata da eventi unici, irripetibili, gravidi di avvenire. A stravolgere i ritmi stabili e ricorsivi del cosmo naturale, con qualche anticipazione secondo alcuni storici nei secoli precedenti, sono state la rivoluzione industriale inglese e la rivoluzione francese. La prima segna l’avvento dell’era tecnico-scientifica, del capitale e dell’homo economicus; la seconda cambia i connotati sociopolitici della realtà. Il grande libro della natura, “cede il passo nella seconda metà del XVIII secolo al poderoso libro della storia”. L’illuminismo nasce dall’esigenza di recuperare i secoli perduti e teorizza la fretta. Comincia la corsa. Perché la modernità non solo è convinta che il tempo abbia preso a scorrere più velocemente, ma istiga e promuove questa accelerazione, di cui l’invenzione del treno che azzera lo spazio è il simbolo per eccellenza. Nasce un’impazienza patologica, nasce la sensazione della fretta, perché l’uomo non coincide più con i cicli cosmici, i ritmi della vita urbana non corrispondono a quelli biologici, e la storia deve correre verso le regioni dell’avvenire e del progresso. Questo processo si è definitivamente chiuso per Fusaro nel 1989 (caduta del muro di Berlino) con l’eclissi della storia, la fine di qualsiasi possibilità di futuro, la resa alla condizione liquida (così definita dal sociologo Bauman) e l’avvento del postmoderno: “Una situazione di accelerazione senza futuro storico, svuotata di ogni passione progettuale e ripiegata autoreferenzialmente su se stessa”.

Dunque le accelerazioni, secondo Fusaro sono state tre in simultanea nell’epoca moderna: del progresso tecnico-scientifico, del progresso sociopolitico e del tempo della vita. Se l’uomo antico era stato padrone del suo tempo, quello moderno lo subisce, ma lo subisce in vista di “una consolante prospettiva del futuro”, che sia conforme alla morale umana secondo la lezione di Kant che aggiusta l’ottimismo futurologico degli illuministi. Intanto però il loro sogno di rendere tutti i popoli contemporanei al presente si realizza perché la borghesia “con la sua esigenza di trovare sempre nuovi sbocchi per le proprie merci, ha esportato l’accelerazione della storia in tutto il globo,costringendo le zone più remote del pianeta ad assumere una forma di produzione e di esistenza di tipo capitalistico”. E così, l’analisi marxiana, malgrado l’interpretazione unilaterale basata sul fattore economico, ha evidenziato un aspetto fondamentale del nostro vivere, attuale più che mai: il “feticismo del tempo”, per cui “l’uomo moderno, schiavo del modo capitalistico di produzione e di esistenza, è al servizio dell’accelerazione, e non viceversa”. Il capitale è un progetto pienamente compiuto. L’unico, alla faccia delle ideologie. Quelle superstiti, sono ad esso asservite. La storia, invece, ha disatteso le sue promesse. Il futuro rincorso come redenzione dell’umanità non c’è stato. L’unico spettro che si aggira, non solo per l’Europa ma per il mondo, è quello dell’accelerazione svuotata di ogni valore e contenuto. Il postmoderno non ha più alcun progetto emancipativo rivolto all’avvenire, e si caratterizza per una “accelerazione senza futuro, in una eclissi generale nella speranza del domani e nella fede nelle leggi inesorabili della storia come corsa unidirezionale verso l’avvenire”. Morto il futuro, non resta che il presente, ma un presente puntinistico, “costantemente riprodotto a velocità sempre più intensa”. L’uomo postmoderno vive il “sentimento emergenziale” della mancanza di tempo. Non più o non solo chi è piccolo, ma chi è lento è tagliato fuori, secondo la “nuova” scala di valori di società complesse “caratterizzate da un’alta segmentazione dei sottosistemi”. Paradossalmente, i “privilegiati” sono gli emarginati, subito seguiti dai disoccupati: poveri di tutto, unici però ad essere ricchi di tempo. Per tutti gli altri, i ritmi sono stravolti, anche quelli fisici, corporali, e non è più solo una percezione soggettiva, o una elettrizzante attesa di chissà che. È la resa alla tecnica, nata per l’uomo, anziché servirlo, lo rende servo delle funzioni di produzione e consumo in una successione folle di istanti-presente.

È l’eterno ritorno dell’uguale, profetizzata da Nietzsche, ma anche l’avverarsi della profezia di Heidegger che nel saggio “Introduzione alla metafisica” del 1935 scrive: “il tempo non è più che velocità, istantaneità e simultaneità, mentre il tempo come storicità autentica è del tutto scomparso dalla realtà di qualsiasi popolo”. In questa “universale crono povertà”, si è creato un dislivello prometeico, l’uomo è antiquato (titolo e saggio di Anders, citato trai tanti da Fusaro): l’uomo non si considera più soggetto della storia, al suo posto c’è la tecnica rispetto alla quale è lento ed arretrato. Ed ora che con Internet si è attuata la sincronizzazione universale e si è realizzato il sogno illuminista di poter essere almeno virtualmente in ogni luogo e di aver azzerato lo spazio, siamo giunti al grado zero della storicità. Ultima tappa sarà la società senza tempo, anziché senza classi. Nella desertificazione dell’avvenire e nella rinuncia c’è la fine della modernità. “L’uomo postmoderno ha voltato le spalle al futuro per convertirsi all’ideologia dell’eterno presente”. È ridotto a homo consumens, mero consumatore. Il capitalismo giunto nella sua fase “imperiale “non ha più bisogno di futuri alternativi, ma mira semplicemente a una eterna riproposizione dello stesso presente (capitalistico) compiuta a velocità sempre maggiore”, secondo il suo obiettivo di produrre profitto a velocità sempre più intensa. In questo presentismo, unica divinità è il mercato e la religione del mercato ci chiama a compiere non scelte camuffate da scelte qui ed ora trasformandoci in “macchine desideranti”. In questo deserto, la filosofia è per Fusaro, atto anti-idolatrico e iconoclasta per eccellenza, resistenza alla fretta nichilistica come sola morale provvisoria, mezzo per riappropriarsi dei tempi della propria vita e segnalarci “l’incantesimo temporale in cui siamo sospesi e di cui non sembriamo avere coscienza”.

Titolo: Essere senza tempo. Accelerazione della storia e della vita
Autore: Diego Fusaro
Editore: Bompiani
Dati: 2010, 411 pp., 12,00 €

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L'eleganza del pensare: pagine e pentagrammi ispirati dalle Muse

Franco Battiato: un nome e un cognome che racchiudono un universo sonoro complesso e profondo, stratificato nella comunicazione, che da 40 anni pervade l’Italia. La pagine del libro di Christian Zingales (i suoi articoli si possono leggere su Blow Up e su XL, il mensile musicale di Repubblica) sono il risultato di un’attenzione “filologica” ai testi delle canzoni, di un ascolto concentrato delle interviste e di una visione sostanziale del cinema dell’artista siciliano.

Battiato on the beach si apre con un salto all’indietro nel tempo, portandoci nel 1981, anno in cui l’Italia attraversava una fase negativa: decadenza, inflazione, lo scandalo del Banco Ambrosiano, le Brigate Rosse. Alla decostruzione sociale italiana si oppone la configurazione, anche commerciale, del cantante, che con i suoi toni suadenti e crudi intraprende un intimo percorso di conoscenza.
Da qui ha inizio la riflessione trasversale di Zingales, il quale, percorrendo gli anni di carriera dell’artista (dai primi anni ’70 fino all’ultimo lavoro del maggio 2010), riesce a scrivere un libro che si trasforma in una sorta di contenitore dell’“intelletto Battiato”. In questa prospettiva, le vie della riflessione e del pensiero si impongono nel lettore come un dialogo maieutico, permettendo la consapevolezza di ciò che si sta leggendo.

Grazie all’omogeneità tra il libro e i testi delle canzoni dell’artista, chi legge oscilla, come un pendolo, tra la contemplazione della parola scritta e la fantasticheria di mondi possibili. Servendosi dell’accurata analisi che Zingales opera sui brani musicali, la coscienza si inabissa in acque profonde esistenziali, sollecitata anche dai numerosi riferimenti filosofici presenti in Battiato. Il libro si trasforma in un seme fecondo per la mente: elude e polverizza il radicato, l’imperturbabile, il conformismo e la comodità di pensiero.

La storia artistica di Battiato è raccontata magistralmente da Zingales con la descrizione delle parole dei testi delle canzoni, percepite sia nella loro nascita sia nell’impianto creativo di un uomo che, nato tra il profumo del mare siciliano e delle zagare, ha fatto della sua vita lo slancio verso il superamento dei limiti umani. Si nasconde nei capitoli una sensibile compartecipazione emotiva dell’autore stesso, sensibilità che gli ha permesso di “parlare” dell’artista senza banalità, senza retorica.
Zingales e Battiato si fondono in unica cellula concettuale, che trova ospitalità nelle pagine del libro: il pensiero s’innalza al di sopra del contingente, si riavvicina allo spirito di curiosità e di conquista del significato della parola. Più in particolare le osservazioni dell’autore affrontano al cuore suoni e immagini della carriera di Franco Battiato, servendosi del rapporto tra testo e contesto, fra suono organizzato e cultura, fra analisi e descrizione musicale e analisi e descrizione degli aspetti non – musicali della musica (simbolici, sociali, psicologici e filosofici).

Ciò che si intende sottolineare è il carattere estremamente articolato e dialettico della posizione di Zingales, nella ricerca intorno al comportamento musicale dell’uomo Battiato, che gli consente di evitare soluzioni troppo facili. Al centro di tutto c’è il processo cognitivo e il momento in cui si vive la musica, e questa si rivela nel rapporto produzione artistica (Battiato) / produzione letteraria (Zingales). Battiato on the beach risulta essere un manifesto di come le Muse siano in grado di ispirare e di come l’uomo può aprirsi e “allenare la mente a nuovi stati di coscienza”. (F. Battiato, Personalità Empirica).

Titolo: Battiato on the beach
Autore: Christian Zingales
Editore: Arcana
Dati: 2010, 210 pp., € 17, 50

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