Viaggio a Nord-Ovest di Londra

NW è il titolo dell’ultimo e atteso romanzo di Zadie Smith.

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NW è la zona nord-ovest di Londra, Willesden, una periferia multiculturale, abitata da persone pronte a fuggire e da altrettante persone rassegnate a rimanere.

NW è una trappola, come lo sono anche le relazioni in cui sono imprigionati alcuni dei protagonisti, costretti, per scelta o loro malgrado, a vivere un matrimonio in cui addirittura non si riesce a nascondere l’entusiasmo per il lunedì mattina, unica via di scampo da un week end che convoglia tutti i malumori e le insofferenze della coppia.

NW è il quartiere in cui vivono Leah e Michel, e i loro amici Natalie e Frank; ad accomunarli frustrazioni e insoddisfazioni alle quali non sembra esserci rimedio.

NW è un quartiere in cui tutte le vecchie conoscenze, quelle della scuola, hanno un destino diverso da quello atteso, tra crack, eroina, vagabondaggio, diverso da quello di Natalie e Leah; un destino che genera una differenza sociale e culturale di cui Leah sente tutto il peso, diversamente dai suoi amici, che quella differenza sembrano coltivarla.

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NW è il luogo in cui risulta impossibile affrancarsi dalla propria condizione, dal proprio disagio interiore e da quello sociale, in cui resta definitivamente seppellito il desiderio di staccarsi dal quartiere a cui si è legati, quasi come se fosse una condanna, perché si è devoti a questi cinque chilometri quadrati di città come altri lo sono alla famiglia o alla patria.

NW è il posto in cui qualche coraggioso perdente cerca di lasciarsi alle spalle quelle fonti di energie negativa che risucchiano verso il fondo: una nuova possibilità di redenzione che passa sempre attraverso la solidarietà, aprendo la porta a chi bussa disperatamente (e furbescamente) in cerca di comprensione, in un paese in cui normalmente non si offre tè a una sconosciuta, tendendo la mano verso chi è più debole, anche quando il più debole non è disposto ad aspettare l’arrivo di qualcuno in groppa a un cavallo bianco.

NW-Zadie-SmithCon uno stile ritmato, sin dall’inizio, Zadie Smith restituisce una spietata e cruda fotografia dei meccanismi di coppia e di una larga fetta della cosiddetta società “minore”; con una struttura frammentata che non rispetta l’ordine cronologico degli eventi (dopo i primi cupi capitoli, con un salto mortale si viene catapultati indietro nel tempo per scoprire la genesi dei protagonisti, la loro formazione) e in cui i dialoghi hanno la preminenza, Zadie Smith racconta anche le vicissitudini di altri personaggi (Felix, Grace, Annie), esseri umani inghiottiti da un vortice d’alcol, coca, pillole, in una periferia dimenticata da tutti ma non dal degrado, dove è ancora possibile morire assassinati per un telefono in una banale rapina da strada.

Questa volta l’attesa è durata bene sette anni; un lungo periodo che, come spesso accade con gli autori di culto, non ha fatto altro che accrescere le aspettative, le quali, anche se non fino in fondo, sono state ripagate dal piacere della lettura e dall’acutezza delle riflessioni, che nei libri di Zadie Smith non manca mai. “Non fino in fondo” perché Zadie Smith sembra risentire dell’importanza del nuovo ruolo assegnatole (considerata ormai l’esponente più importante della letteratura anglosassone), e finisce per lasciarsi alle spalle la leggerezza apparente dei suoi precedenti romanzi per riversare sul lettore tutto il peso (e questo non è un male, forse) del suo pessimismo.

NW è un libro serio, attuale, uno spaccato della periferia londinese e della società che la abita, per nulla ottimista, in cui l’ironia alla quale Zadie Smith ci aveva abituati fa solo capolino, e per di più limitatamente alla parte centrale dell’opera, per lasciar spazio alla gravità del racconto che, a conti fatti, assume la tonalità del grigio, come il cielo di Londra, come la vita dei protagonisti.

3-COP_Zadie-Smith10-660x975Titolo: NW
Autore: Zadie Smith
Traduzione: S. Pareschi
Editore: Mondadori
Dati: 2013, pp. 353, euro 18,00

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Il futuro immaginato che ci racconta il nostro presente

Fu nel maggio del 1942 che si sentì parlare per la prima volta della Fondazione. In quella data, infatti, la rivista di fantascienza americana Astounding Science-Fiction pubblicava un racconto intitolato proprio Fondazione, firmato da un certo Isaac Asimov. Ne seguirono altri, sette per la precisione, che insieme a un ottavo mai uscito sulla rivista furono raccolti in tre libri – Fondazione (1951), Fondazione e Impero (1952) e Seconda Fondazione (1953) – che divennero rapidamente una pietra miliare della fantascienza.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov (cover)

La storia narrata nella trilogia si dipana su un arco temporale di poco meno di 400 anni, seguendo le vicende che ruotano intorno al crollo dell’Impero Galattico e al periodo di decadenza che ne deriva. Una colossale crisi che però era stata prevista da qualcuno; si tratta di Hari Seldon, il massimo esperto di una disciplina scientifica nota come psicostoriografia, che consente di analizzare matematicamente le variabili politiche, sociali ed economiche al punto da poterle addirittura predire. Sapendo che nessun governante prenderà sul serio le sue previsioni, Seldon inizia a predisporre delle contromisure per fronteggiare l’imminente disastro. Lo scienziato sa benissimo di non poter fermare il crollo dell’Impero ma è convinto di poter ridurre la successiva barbarie salvaguardando il sapere scientifico. A questo scopo, istituisce due Fondazioni, poste ai due estremi della Galassia. Saranno proprio queste due Fondazioni le vere protagoniste della trilogia; soprattutto la prima, poiché l’esistenza della seconda rimane un mistero per gran parte della storia.

Già solo leggendo la trama si capisce come la fantascienza di Asimov fosse, in un certo senso, fuori dagli schemi: invece di parlare di alieni e viaggi nell’ignoto, che ai tempi andavano per la maggiore, lo scrittore americano di origini russe preferì raccontare vicende politiche e sociali, in buona parte caratterizzate da una certa verosimiglianza scientifica. Non bisogna infatti dimenticare che Asimov era laureato in chimica ed eccelleva nella divulgazione, ambito per il quale addirittura abbandonò quasi completamente la narrativa fra il 1960 e il 1970. Un particolare, questo, di cui è importante tenere conto quando si valuta il suo stile, estremamente asciutto e lineare, a volte fin troppo. Asimov voleva soprattutto farsi capire. Poco interessato all’azione, preferiva dare spazio alla storia, in un fluire di eventi e personaggi che però, di tanto in tanto, risulta essere troppo rapido. Ciò è soprattutto vero nel primo libro, che racconta l’espansione della Prima Fondazione, dove l’evidente natura a puntate del romanzo fa sì che l’avvicendarsi dei suoi primi eroi e delle loro vicende non sempre dia tempo al lettore di affezionarsi ad alcuni di essi. Nei due libri successivi lo scorrere della narrazione rallenta, consentendo un maggiore approfondimento. Non a caso, alcuno dei personaggi più interessanti – come Bayta, il Mule, Pritcher, Arcady – entrano in scena a partire da qui. Ciò non toglie che la maggior attenzione che Asimov dedica allo scorrere degli eventi contribuisca a dare l’idea del grande macchinario della Storia, che avanza lungo un percorso sul quale i singoli individui hanno spesso poca occasione di intervenire.

Questo percorso è stato però previsto da Seldon, seppure in maniera probabilistica, il che l’ha portato a elaborare un piano che consentisse alle Fondazioni di sopravvivere agli inevitabili scossoni cui la Storia le sottoporrà. L’invenzione della psicostoriografia si rivela una delle intuizioni più felici di Asimov, che tira fuori dal cilindro un potente spunto narrativo in grado di combinare la solidità e la credibilità di un approccio scientifico rigoroso con l’elemento profetico che richiama l’epica della mitologia. Non a caso, nel corso della storia, la scienza della Fondazione arriverà a essere percepita come una forza sovrannaturale e i suoi studiosi come temibili maghi, da parte degli abitanti di altri pianeti, travolti da una decadenza non solo politica ed economica ma anche culturale e scientifica. Come non sorridere di fronte all’immagine dei tecnici della Fondazione, venerati come sacerdoti e, in quanto tali, unici detentori dei segreti dell’energia atomica? Questo artificio consente ad Asimov di muoversi su più binari narrativi, innestando elementi di generi diversi – poliziesco, spy story, thriller politico, avventura e addirittura romanzo distopico – sulla struttura di un classico della sci-fi come la space opera.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov

Ma la psicostoriografia, per quanto basata su rigorose formule matematiche, ha ovviamente i suoi limiti. Per esempio, funziona solo quando applicata a popolazioni umane estremamente numerose. Inoltre, la stragrande maggioranza di queste popolazioni deve essere all’oscuro delle sue predizioni. Ma soprattutto, essa non può prevedere il comportamento dei singoli individui. Un problema ben spiegato da Bayta Darell, eroina del secondo libro: “Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore.” È proprio nel secondo libro che il pericolo rappresentato dalle variazioni individuali si scatena: compare infatti sulla scena il Mule, un mutante dotato di grandi poteri, in grado di controllare l’emotività delle persone. Di fronte a un singolo caso così eccezionale, il Piano Seldon rischia di sfaldarsi. Difficile non vedere, nell’ascesa del Mule, la rappresentazione del dittatore che affascina le masse e stravolge il corso della storia; i capitoli dedicati al gerarca mutante furono pubblicati come racconti nel 1945.

Per frenare lo strapotere del Mule dovrà entrare in campo la Seconda Fondazione, fino a quel momento rimasta nell’ombra. A essa è dedicato il terzo libro della trilogia, dove si assiste a un deciso cambio nei toni e nelle atmosfere; la Seconda Fondazione, infatti, non è in grado di imporsi grazie alla superiorità scientifico-industriale come la Prima, ma si è concentrata sullo sviluppo della psicologia e delle arti del controllo mentale. Grazie al suo intervento il Mule viene fermato ma ciò suscita l’attenzione della Prima Fondazione, la cui consapevolezza dell’esistenza della gemella, sperduta chissà dove nella Galassia, diventa un problema per il Piano Seldon. Lo scontro fra le due Fondazioni, con la Prima desiderosa di liberarsi dell’onnipresente influenza della Seconda, è gestito da Asimov come una serrata partita a scacchi, immersa in un clima di paranoia e sospetto dove nessuno è più davvero sicuro non solo delle intenzioni di chi ha vicino, ma neanche delle proprie. La visione positivista della storia di Asimov rivela così le sue zone d’ombra, poiché il prezzo da pagare per la salvaguardia del Piano Seldon è la limitazione della libertà individuale.

La Trilogia della Fondazione è dunque un eccellente esempio di letteratura nella quale l’intrattenimento si sposa con affascinanti speculazioni sociologiche e tecnologiche. Asimov sa catturare il lettore con diversi espedienti narrativi, principalmente colpi di scena, caratteristici di molta letteratura di evasione, ma sa anche lasciar trasparire profonde riflessioni sul ruolo della scienza nella società senza mai diventare didascalico. Sebbene criticato per uno stile considerato letterariamente scarno, Asimov rientra in quella categoria di scrittori che, con asciutta semplicità, ha saputo creare storie dotate di più piani di lettura, in grado al tempo stesso di intrattenere e di far riflettere.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov (cover)Titolo: Trilogia della Fondazione
Autore: Isaac Asimov
Traduzione: C. Scaglia
Editore: Mondadori
Dati: 2004 (1951/53), pp. 628, euro 15

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Femmine contro maschi

Cosa abbiamo in comune con le donne dell’antica Grecia? Semplice: ci facciamo ancora del male per amore. Come ci racconta (facendoci ridere) lo scrittore napoletano.

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Le donne sono più belle (degli uomini). È l’assunto dal quale parte l’ingegner De Crescenzo che, con la sua consueta e adorabile ironia, dà vita ad alcuni ritratti mitologici della femminilità. Per sondare un mistero che nemmeno Freud riuscì a decifrare (del resto, il celeberrimo psicoanalista non era probabilmente dotato di leggerezza e umorismo, due qualità fondamentali per arrivare al cuore delle donne). Ed è proprio per venire incontro all’ignoranza maschile sul gentil sesso che De Crescenzo si prodiga nella descrizione di qualità e difetti che, a quanto pare, ci accomunano dalla notte dei tempi. Quello che ne risulta è un universo ricco di sfumature legate da un unico filo conduttore: la capacità di amare frammista a masochismo, che avvicina la minore delle ninfe alla più autorevole delle dee e  alla più nevrotica delle manager attuali. Di diverso, oggi, c’è solo la terminologia che, togliendo poesia alle gesta amorose più eclatanti, le incanala nel solco della patologia, all’interno di rassicuranti punti di riferimento scientifici. L’autore prende spunto dalle Heroides di Ovidio, per rileggere in chiave moderna “le lettere spedite dalle eroine ai loro rispettivi eroi, sempre nell’ipotesi che le eroine sapessero scrivere e gli eroi leggere”. Ed ecco quindi sfilare personaggi come Arianna e Teseo, Didone ed Enea, Penelope e Ulisse. Certo, lo scrittore non è esente da un certo maschilismo, probabilmente inconsapevole (sarà un suo retaggio da ingegnere?). È infatti innegabile che l’attribuzione di alcune caratteristiche alla struttura di personalità femminile sia quantomeno anacronistica. Noi di Atlantidezine ci riserviamo infatti la possibilità di dubitare di alcuni assunti sulla cosiddetta natura (in quanto contrapposta alla cultura).

153030PenelopeNon essendo certi che le donne soffrano per amore più degli uomini (Donne che amano troppo non mi ha convinta fino in fondo), ci godiamo comunque la carrellata di esempi fornitaci da De Crescenzo, quantomeno per potercene, se possibile, scostare nella vita quotidiana. Anche l’idea che il sesso sia più importante per il maschio lascia qualche riserva a chi scrive (in quanto donna) ma il nostro amico filosofo è troppo simpatico per poterlo odiare a causa di affermazioni che risulterebbero vetuste e odiose sulla bocca (o sulla penna) di chiunque altro. Sarà che sono cresciuta a pane e De Crescenzo ma non riesco ad accanirmi con lui. Potere dell’ironia. Potere della lingua tagliente. Il merito maggiore dello scrittore è indubbiamente quello di aver fatto fatto accostare le persone digiune di filosofia e mitologia a questi due mondi meravigliosi e affascinanti. Pur nella loro apparente banalità, alcune descrizioni lasciano comunque aperte delle domande, per esempio sull’assenza di filosofe nella storia della cultura occidentale. Insomma, a qualunque sesso si appartenga, Le donne sono diverse è una lettura piacevole e istruttiva e De Crescenzo mostra di amare ‘a femmena, anche se nella sua accezione più antica, quantunque venata da riflessioni sempre attuali.

le-donne-sono-diverse-di-luciano-de-crescenzo-L-nAH3YWTitolo: Le donne sono diverse
Autore: Luciano De Crescenzo
Editore: Mondadori
Dati: 2001, 210 pp., EUR 9,50

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A caccia dell'orso

Scrivere di A caccia dell’orso è certamente difficile, giacché per il suo essere un classico moderno della letteratura per l’infanzia, tutto, o molto, è stato detto in merito. Ritengo però che, vista la nuova edizione di Mondadori, in libreria dal 3 marzo, sia giusto approfittarne per consigliarne la lettura o l’ascolto a tutti i bambini, per molti perché.

Il primo è la qualità della struttura narrativa sia per parole che per immagini. Michael Rosen (autore prolifico di cui però mi risulta che solo A caccia dell’orso sia tradotto in italiano) e Helen Oxenbury (della quale in italiano si possono trovare È in arrivo un bambino per Motta junior e 10 dita alle mani e 10 dita ai piedini per Il Castoro) costruiscono un albo che come prima qualità ha quella di essere vivo e dinamico. A caccia dell’orso comincia sin dalla copertina che è essa stessa narrativa, anticipa la storia e si svolge anche sulla quarta.

A caccia dell'orso - Michael Rosen, Helen Oxenbury, 1989 - Mondadori / Walker Books Ltd 2013
A caccia dell’orso – Michael Rosen, Helen Oxenbury, 1989 – Mondadori / Walker Books Ltd 2013

Una famiglia numerosa costituita dal papà, da quattro bambini di diverse età e un cane s’avvia decisa e allegra verso un’avventura fantastica e pericolosa: armati solo di un bastoncino vanno a caccia di un orso, anzi “dell’orso”. Il primo capitolo (la divisione in capitoli o quadri scenici viene naturale) si svolge su doppia pagina, è un acquerello in bianco e nero dinamico e fortemente impressionista: un campo fitto e alto si frappone tra gli avventurieri e l’orso; in prima fila, temerario, a braccia alzate e col suo bastoncino biforcuto in mano, uno dei fratelli avanza senza timore, segue il papà, con il neonato sulle spalle sorridente e sereno, nelle retrovie, ma proprio di fronte al lettore, la sorellina minore, tra il divertito e l’incoraggiante, trascina la maggiore, che, un po’ timorosa cerca di fare resistenza, mentre il cane, allegro e sfrenato, procede a grossi balzi. Si dipinge così un quadretto di attitudini ed emozioni vario e vasto nel quale ogni bambino potrà trovare il protagonista in cui immedesimarsi, l’emozione in cui rispecchiarsi. In alto a sinistra una filastrocca/canzoncina “A caccia dell’orso andiamo. Di un orso grande e grosso. Ma che bella giornata! Paura non abbiamo.” Filastrocca che si ripeterà ogni volta che gli avventurieri si imbatteranno in un ostacolo; e l’ostacolo lo si incontra in alto a destra: un campo! “Oh oh! Un campo! Un campo di erba frusciante! Non si può passare sopra. Non si può passare sotto.” Adattato alle diverse situazioni anche questo testo si ripeterà all’occasione. Ma allora qual è la soluzione? “Oh no! Ci dobbiam passare in mezzo!” La soluzione è semplice: andare, affrontare, superare, valicare, immergersi. Insomma, la soluzione è provare.

Si volta la pagina e “Svish svush! Svish svush! Svish svush!” un blocchetto di testo, sulla pagina di sinistra si staglia nero su bianco e in cornice su un acquerello a colori, sempre su doppia pagina, che cita teneramente e vivamente I papaveri di Monet, riportandoci all’impressionismo di cui è espressione vivace e allegra. Così comincia il ritmo, l’alternanza tra quello che precede la micro avventura incastonata nella macro avventura, bianco e nero che si avvicenda al colore pieno (colore che dall’essere luminoso e vivace tende gradatamente a scurirsi verso il finale della storia), filastrocca che s’avvicenda con l’onomatopea e induce ìl bambino a imitare, a ripetere, a cantare (a battere le mani, l’ho visto in numerosi filmati ripresi durante gli altrettanto numerosi laboratori). E tra pennellate e rime la famigliola guaderà un fiume freddo e profondo (e splish e splash), un pantano, affronterà una tormenta di neve, fino all’apice della storia: una grotta. Di fronte a quest’ultima il neonato e il cane, portatori di un timore che è ferino, che è istintivo, cercano di dissuadere gli altri che, al contrario, spiano curiosi cercando di vedere attraverso il buio fitto; il cane si mostra immobile, impaurito, a orecchie basse, il piccolo agisce, invece, tirando per la gonnellina la sorella.

Quella che fino a quel momento non era stata che una fantasticheria si concretizza in una splendida pagina sui toni dell’ocra che vede improvvisamente contrapposti il cane e un orso. Un orso vero, in pelo, carne e ossa (e unghioni).

Qui si interrompe la ritmicità lenta, che fino a questo momento si era adattata all’avanzare del gruppetto, cercando di rispecchiare quasi il tempo dell’azione, e incomincia un rocambolesco e veloce percorso a ritroso: le due pagine questa volta sono divise ciascuna in tre settori stretti, che si svolgono in orizzontale e quindi, nonostante siano sottili, risultano ariosi, quasi un susseguirsi di fotogrammi montati in sei scene. Indietro nella grotta (brrrrrrr! brrrrrrr! brrrrrrr!), indietro nella tempesta (Fiuuuuuu huuuuu! Fiuuuuuu huuuuu! Fiuuuuuu huuuuu!), indietro fino a casa ma con una differenza: l’orso li insegue ed è anche parecchio arrabbiato. La doppia pagina seguente riduce i quadri a quattro, l’avventura è al culmine e l’emozione anche. Le immagini trasmettono frenesia e timore. Poi però si volta pagina ed è un trionfo morbido e soffice di rosa: un piumone sotto cui trovare riparo tutti assieme, tranne l’orso, naturalmente che, a spalle basse, mogio mogio, torna alla sua grotta.

Rimane invece nei lettori una sensazione di brio difficile a dileguarsi, la quale non sarebbe stata possibile senza l’ottima traduzione di Chiara Carminati grazie alla quale non si rimpiange l’originale.

9788804626381-a-caccia-dell-orsoTitolo: A caccia dell’orso
Autore: Michael Rosen, Helen Oxenbury
Editore: Mondadori
Dati: 2013, 36 pp., 14,00 €

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Se avete voglia di approfondire in inglese ispirate la vostra ricerca a questi rimandi:

  • ‘Beautifully produced, written and illustrated, this is a classic work for any age at any period.’ The Independent on Sunday
  • ‘With such a partnership, how can this gorgeous great picture-book rhyme fail?’ The Guardian
  • ‘Lovely to read aloud and beautiful to look at.’ The Sunday Times
  • e, infine, leggete qui un saggio critico con il quale sono molto in linea.

In italiano, invece, ne aveva scritto Federica Pizzi su Mammeonline. Eccovi il link

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Italia, sii bella e perduta: soltanto così t'amo!

Meglio rimpiangere e desiderare a vita una donna, che sia stata certo sedotta, giammai abbandonata e perciò tanto più perduta per sempre, idealizzata al fuoco vivo della passione, che maledire un’indesiderata e molesta usurpatrice dei propri giorni, feriali e festivi, nonché notti, mesi, anni, eterni ritorni. Questa in parole povere l’ossatura nonché la polpa del libro Italia, una storia d’amore dello scrittore Piero Meldini pubblicato di recente da Mondadori nella collana Libellule. È una storia d’amore scaturita da un incontro casuale in treno,  storia concentrata in un giorno e una notte; ambientata nell’Ottocento ma postmoderna in quanto a tempistica: più da fast  che da Slow food, associazione che promuove il cibo cui l’autore da esperto di cucina e alimentazione dedica studi e saggi. Riminese, autore già di altri quattro romanzi pluripremiati (tre pubblicati da Adelphi, L’avvocata delle vertigini, L’antidoto della malinconia, Lune; uno da Mondadori, La falce dell’ultimo quarto), Meldini ha diretto per 25 anni la biblioteca Gambalunga della sua città natale, da intenditore della cucina, fa parte della redazione di Slow, rivista quadrimestrale di Slow Food; inoltre collabora alle pagini culturali di vari quotidiani nazionali.

Proprio al suo passato di bibliotecario si deve questo breve e godibile romanzo: l’autore ha scovato in un manoscritto di sole quattro pagine  “stese nel 1884 con gracile penna”  la storia di tal Achille Serpieri  e del suo incontro fulminante in treno con una Italia Colletti. Sedotto dalla storia, non l’ha più abbandonata; anzi  l’ha scritta e riscritta più volte negli anni con accanimento e furore passionale, reinventando un po’ circostanze dell’incontro e particolari, fino a realizzare una narrazione fluida, coinvolgente e avvolgente che tiene inchiodati fino all’ultima pagina. Sia che la si legga in treno, tu guarda la coincidenza, ma stando ben attenti a non  distogliere mai gli occhi da libro onde evitare incontro occasionali, certo assai meno folgoranti; sia che la si legga in casa propria, al riparo da distrazioni, non confidando in nient’altro che nel potere della trasfigurazione della parola poetica.  Il pretesto che muove l’ingranaggio è il racconto che Achille, voce narrante e protagonista, fa all’amico Domenico e ai lettori, dell’esperienza che gli ha cambiato i connotati psichici e metafisici rendendolo a sessant’anni un uomo malinconico votato al culto del ricordo. Mentre ripercorre con acuta partecipazione emotiva l’incontro con la donna, non angelicata, ma poco importa, avvenuto 40 anni prima, seduto a un tavolino di un bar a Bologna, la storia dà strattoni cercando la svolta moderna. È il ‘radioso’ (si fa per dire) aprile del 1915, vigilia della I guerra mondiale. Mentre lui è volto indietro, lo circondano parate di universitari che manifestano a favore dell’entrata dell’Italia nel conflitto. Le forze giovani della società incanalano le energie verso un futuro immaginato trionfale; il protagonista, ricorda il viaggio in treno da Bologna a Rimini, l’incontro con la bella e misteriosa sconosciuta, l’insinuarsi fulmineo di carnali esuberanze consumate in una notte soltanto. Il finale cela un capovolgimento a sorpresa: il lettore è messo nel sacco! Il romanzo ha una forte connotazione geografica, locale: vi si ritrovano paesaggi e aromi di una località ancora intatta nella sua realtà paesaggistica, Rimini; c’è il  Kursaal appena inaugurato col suo demi-monde e i suoi riti, simbolo del primo turismo balneare della città.

Di esperienza amorosa legata alla passione, all’idealizzazione della figura femminile, è piena la letteratura d’ogni tempo. L’amore memorabile è quello che si incanala nella forma della sublimazione ideale (Petrarca verso Laura), dell’illusione spinta (Orlando verso Angelica), o dell’ immaginazione altrettanto spinta (Don Chisciotte verso Dulcinea), della clandestinità che tramuta eros in thanatos (madame Bovary), della forza distruttiva che diventa autodistruzione (Werther-Ortis). E non siamo che ai casi  esemplari. Non si è mai visto un servitium amoris di altrettanta intensità e impatto nell’ambito di un posato nido coniugale; né un servitium amoris conciliabile con il servizio buono di finissima porcellana casomai da rompere sul tappeto buono alla prima sfuriata. Quale miccia potrebbe mai accendere in uno scrittore una storia in cui Achille e Italia con tanto di lavapiatti, lavastoviglie e altri doni  chiesti nella lista di nozze e ottenuti, convolano? Sarà questa psicologia degli spiccioli di monete euro svalutate da una crisi universale, ma Achille, il vero e quello romanzato, può ritenersi fortunato a trascorrere il resto della vita a un tavolino della (ex) grassa Bologna non a desiderare la donna altrui ma quella di una volta. Non solo è meglio di niente ma quasi quasi è la miglior cosa. Meglio consumarsi nel ‘crimine dei desideri’ che in quello della noia! Oppure a voler scomodare Proust come si farebbe se si fosse nell’industria del cioccolatino finanche assortito pur sempre incartato, vale la frase: “Si ama solamente ciò in cui si persegue qualcosa d’inaccessibile, quel che non si possiede “.

Titolo: Italia, una storia d’amore
Autore: Piero Meldini
Editore: Mondadori (collana Libellule)
Data di Pubblicazione: settembre 2012
Dettagli: p. 113, Prezzo: € 10.00

Storie a confronto – Una chiacchierata con Federica Manzon e Vincenzo Latronico

Due dei libri che mi hanno particolarmente colpito l’anno passato sono di due giovani scrittori italiani. Uno è (li cito in stretto ordine di lettura) La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico e l’altro, invece, è Di fama e di sventura di Federica Manzon. Anagraficamente molto vicini i due scrittori hanno tirato fuori dal cilindro due libri densi, pieni, pregni, soprattutto di trama e tematiche. Le storie che i due romanzieri mettono in scena sono corpose e ramificate, si sviluppano nel tempo e interessano i destini e le vite di più di un personaggio. Sono, in poche parole, di ampio respiro, con annesso e connesso tutto ciò che questa espressione riporta alla mente (cosa? unicuique suum).

Va da sé che poi, nonostante le differenze di trama e di protagonista (uno, Tommaso, per la Manzon, due, Alfredo e Donka per Latronico) mi sia fermato a pensare che, guarda un po’, questi due libri hanno davvero tanto in comune, quasi fossero manifestazione di una nuova poetica, scevra di manifesti ma ricca, pare, di intenzioni. E invece di pensarla e basta, questa cosa ho deciso di discuterla direttamente con i due interessati. Poco prima di Natale li ho contattati via mail chiedendo loro se fossero interessati a subire una sorta di intervista doppia, a discutere insieme di questi due romanzi che sembrano in qualche modo somigliarsi. I due mi hanno risposto con decisione e gentilezza e così, in una fredda sera di dicembre, ci siamo messi ognuno di fronte al proprio laptop, ognuno connesso al proprio account skype, per cominciare l’avventura. Ultime premesse necessarie:

  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Federica potete dare uno sguardo qui e qui
  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Vincenzo potete dare uno sguardo qui e qui

[21:17:12] cataldo: Ho deciso di intervistare voi così, in chat e insieme, perché credo che i vostri libri, in qualche modo, si “tocchino”. Vorrei avvicinarmi a questi punti di contatto iniziando dalle tematiche. Vi chiedo quindi come mai avete deciso di ambientare le vostre storie nella finanza, e perciò di raccontarla questa finanza

[21:19:41] vincenzo latronico: (ladies first, of course)

[21:21:35] federica: Per me l’idea non è nata subito. All’inizio sapevo che Tommaso avrebbe svolto un lavoro in cui fare carriera molto rapidamente e per lo più sulla base del proprio talento, visto che lui non aveva né un buon nome di famiglia né delle buone conoscenze. Doveva essere un lavoro in cui poter raggiungere molto presto una posizione di grande prestigio… Quindi il campo era ristretto. Però all’inizio non pensavo alla finanza, fino a quando non mi hanno chiesto un racconto per Nuovi Argomenti…

[21:23:46] vincenzo latronico: Io, invece, lo avevo deciso da subito. Mi interessava parlare della “nostra classe dirigente”, per qualche senso del termine – e quindi di ambizione, nel caso dei giovani – e i soldi, in questo senso, sono un’ottimo modo per incanalare questa ambizione. C’è un libro di Vonnegut che inizia così: “Al centro di questo romanzo, che parla di esseri umani, c’è una grossa somma di denaro, un po’ come al centro di un romanzo che parla di api potrebbe esserci una grossa quantità di miele.”

[21:23:47] vincenzo latronico: Ecco.

[21:24:40] federica: L’idea era raccontare qualcosa che per noi rappresentasse gli anni 2000 (dal 2000 al 2010), un evento, una parola, una figura. Così cercando cercando mi sono imbattuta nella storia di Merkel. Un imprenditore simbolo della solida imprenditoria classica del cemento che si faceva sedurre dalla finanza. Soccombeva e finiva per togliersi la vita la notte di Natale, per la vergogna.

[21:25:15] vincenzo latronico: Che poi è vero che è “strano”, in qualche senso, parlare di finanza: perché nomini cifre molto al di fuori del range solito della letteratura italiana – no, Fede? Di solito si parla di 1000, 1200 euro – lo stipendio del precario.

[21:25:42] federica: Mi è sembrato che illuminando la piazza della finanza si potessero capire molte caratteristiche dell’uomo contemporaneo, molte delle qualità umane che sono sempre più in gioco… Come se la piazza della finanza rappresentasse un po’ il vecchio agorà greco.

[21:27:02] cataldo: Utilizzare la finanza significa dunque rendere giustizia, diciamo così, a una pulsione, quella dell’ambizione, che forse non si capirebbe se applicata ad altri contesti? Risulterebbe meno universale?

[21:28:14] vincenzo latronico: Ma no – ovviamente ce ne sono molti altri, credo. Però esatto – l’ambizione al denaro è, per dir così, astratta. È un’ambizione generica, che può passare dall’industria farmaceutica o dall’aprire un negozio di gelati, dalla finanza al furto in banca. È questo che la rende affascinante: trascura, intrinsecamente, il mezzo.

[21:28:38] federica: Per me la finanza non è tanto più universale di altri contesti, quanto più attuale, perché assieme all’ambizione mostra molte qualità che servono per soddisfarla e che mi sembrano tipiche del nostro tempo. Insomma, come se la finanza segnasse il punto e una differenza rispetto al secolo appena passato.

[21:30:54] cataldo: Io credo che la finanza, soprattutto quella attuale, ci fornisca una letteratura sconfinata. La facilità con cui si risale all’identità della persona che può aver mandato in fallimento aziende, famiglie e stato oppure creare fortune immense dal nulla è – quasi – sconcertante

[21:31:26] cataldo: Non ci sono più le banche ma le persone

[21:31:32] cataldo: singoli insomma

[21:33:04] federica: Ma davanti a un’apparente immediatezza nel riconoscimento delle responsabilità la finanza è anche gioco, vertigine, capacità di bluffare, di mescolare le carte, di rischiare, di maneggiare il virtuale… E poi film come Inside Job ci mostrano che anche se sono individuabili delle persone fisiche la rete che li protegge e li fa passare da un ruolo all’altro (controllori e controllati) rende praticamente un gioco a rimpiattino la ricerca di responsabilità.

[21:34:00] cataldo: Quindi in sostanza il mondo della finanza è una grande rappresentazione dell’avventura?

[21:34:49] vincenzo latronico: Credo di sì – in fondo è la caratteristica dell’immaginario del mondo di oggi esattamente come l’esplorazione e la conquista coloniale potevano esserlo per il grande romanzo d’avventura.

[21:35:10] federica: Dell’avventura contemporanea (virtuale, inconsistente, rischiosissima). Anche perché come ogni vera avventura si anima con degli eroi, spesso tragici.

[21:35:11 ] vincenzo latronico: C’è tutto: il “mandato morale” di un’epoca intera, la crucialità politico-sociale, le menti migliori di ogni generazione che scondinzolando corrono al richiamo flautato del denaro…

[21:36:06] vincenzo latronico: Sono d’accordo con Federica: in fondo sono i nostri “eroi” – quelli le cui gesta sono cantate dai giornali di oggi – quelli che si conquistano i galloni sul campo e poi incassano il prestigio (pensa a Monti!) in politica.

[21:36:08] federica: D’accordo con te. La grande forza della finanza, nel romanzesco, è che rappresenta un’epoca e il suo spirito (per dirla con parole esagerate).

[21:36:21] vincenzo latronico: Ma che esagerate! Secondo me è proprio così.

[21:36:52] federica: Era il mio understatement 🙂

[21:37:54] vincenzo latronico: Eh lo so ma è strano, no? Ci fa PAURA (a noi scrittori) dire una cosa che fino a qualche generazione fa era scontata:

[21:37:55] vincenzo latronico: voglio parlare di un’epoca

[21:38:01] vincenzo latronico: del suo spirito

[21:38:02] vincenzo latronico: ecc

[21:38:12] federica: è anche interessante vedere come sia cambiato il rapporto politica-economia, il peso diverso che hanno assunto sia nel determinare i destini dei singoli, sia il cammino delle nazioni.

[21:38:12] vincenzo latronico: no: a noi è stato insegnato che dobbiamo parlare “di ciò che conosciamo”, “di quello che ci circonda”, “della nostra generazione”. E diciamo pio pio, bau bau, miao miao, perché non proviamo neanche a immaginare un tirannosauro o una carica di elefanti.

[21:39:06] cataldo: E quindi sempre lì torniamo, ambizione

[21:40:00] federica: Una cosa che mi piace del tuo libro, e che trovo in alcuni romanzieri giovani, è che intendiamo ridare un potere grande alla letteratura. Nel senso non solo di raccontare la cameretta, ma di confrontarsi con le grandi categorie… quello che in qualche modo secondo me è il compito ultimo della letteratura (e lo dico da lettore).

[21:40:40] vincenzo latronico: Esattamente! Ed è una cosa che vedo ORA: quest’anno, in Italia, già mi viene in mente il tuo, quello di Alessandro Mari, il mio… Anche solo due o tre anni fa mancava questo, credo.

[21:40:53] vincenzo latronico: E si parlava di camerette.

[21:41:07] vincenzo latronico: (E parlo anche del mio romanzo scorso, in questo senso: pur se a Parigi, sempre una cameretta era.)

[21:41:28] cataldo: Ecco dunque un altro tema comune: raccontare il proprio tempo

[21:42:24] cataldo: per fare questo avete ripreso, secondo me entrambi, l’impianto del romanzo classico con alcune “correzioni”

[21:42:28] federica: Già. Per me lo scrittore deve essere una specie di sismografo del proprio tempo. E quanto più è sensibile, tanto meglio e con maggiore precisione saprà dare conto delle scosse anche minime che si muovono sotto la superficie della realtà.

[21:44:26] vincenzo latronico: È vero (sia per il romanzo classico che per il “tempo”). A modo suo, credo che sia l’unico romanzo che mi abbia davvero appassionato. Leggi Balzac e ti dici: ma siamo sicuri che la grande svolta modernista, intima, psicologica, astrusa nella forma e miniaturizzata nell’ampiezza dei contenuti, sia stata una cosa sana? Aveva davvero ragione la Woolf? O in fondo era meglio Gombrowicz, che però era in Sudamerica e quasi nessuno se lo filava?

[21:47:47] federica: In questo io dissento un pochino. D’accordo su grande romanzo, ma non avrebbe senso tornare al solo impianto ottocentesco. Ci sono state molte cose (una a caso: la scoperta dell’inconscio) e l’individuo è cambiato. Non si possono più raccontare le cose come prima. Io darei ragione a Cataldo, si riprende la tradizione del romanzo classico ma mostrando che qualcosa è cambiato. (anche se poi penso alla Austen e a quanta ironia postmoderna e quanta fine introspezione c’era già nei suoi dialoghi)

[21:50:00] vincenzo latronico: Ma certo – hai ragione. E però, appunto: si riparte da lì, non tanto ignorando quel che è venuto dopo ma considerandolo, almeno da parte mia, un tentativo in fondo ormai infertile; si riparte da lì (dall’Ottocento) e lo si cambia, se ne fa altro, buttando certe cose, e cambiandone altre, e barattandone altre ancora e infine portando quel che resta al banco dei pegni, e col denaro così ottenuto giocando in borsa, e come va va.

[21:50:28] cataldo: L’anno scorso mi sono ritrovato a leggere Il Conte di Montecristo. Be’ penso sia un romanzo totale che mette in scena davvero tutte le passioni umane. E quando ho letto i vostri mi sono ritrovato a provare una disposizione molto simile. Solo che la dimensione del tempo in quei romanzi – quelli ottocenteschi  –  è completamente diversa dal vostro. Io trovo che questo sia un primo, netto, scarto.

[21:51:16] vincenzo latronico: Be’ – Il Conte di Montecristo – che dire? Io l’ho letto, per la prima volta, l’estate scorsa. E poi ho pensato di andare a friggere hamburger, che mi viene meglio.

[21:52:11] federica: Hai ragione, anche l’uso del tempo nei nostri romanzi credo che segni il passo di un diverso modo di narrare che, ci piaccia o meno, risente di tutta la decostruzione fatta…

[21:52:54] vincenzo latronico: ecco, appunto: a proposito di 800.

[21:53:40] federica: forse aveva ragione quello che diceva (prima del motto di steve jobs ma con lo stesso spirito) siate inattuali! 🙂

[21:53:50] vincenzo latronico: ah!

[21:53:12] cataldo: Una cosa di cui sono curioso è appunto sapere come avete proceduto con il montaggio

[21:55:18] federica: Per me il montaggio è una cosa che è andata di pari passo alla voce. Io non riesco a scrivere nulla finché non capisco CHI racconta quella storia e PERCHÉ. Una volta trovata la voce narrante è stata lei a mescolare le carte del tempo e insieme a permettermi di tenere il filo del montaggio.

[21:56:53] vincenzo latronico: Mah – in realtà qui sto dando, di nuovo, ragione a Federica – nel senso: io in origine avevo in mente un impianto molto più lineare, ottocentesco: 1-2-3. Poi mi sono reso conto che, per varie ragioni, non quadrava – e ho girato l’ordine delle parti in 2-1-3, e la 1, come saprai, è in realtà un (1) o un {1}* o una operazione  complessa che come risultato dà 1, forse una potenza a esponente nullo.

[21:57:35] vincenzo latronico: E questo mi è stato possibile perché il narratore non c’è – o meglio: perché ce ne sono due incompatibili, uno ottocentesco, onnisciente, e uno novecentesco e parziale e inaffidabile, che mi ha permesso di rimescolare le carte.

[21:57:59] vincenzo latronico: Perché è vero quello che dicevi: la voce e il montaggio sono uno. E infatti per “rimontare” ho aggiunto una voce…

[21:59:44] cataldo: E veniamo a un altro elemento di contatto: il narratore testimone. Uno che sa i fatti e in parte ne è partecipe. Perché questa scelta? Altra differenza con gli illustri classici?

[22:01:29] vincenzo latronico: Per me è stato necessario avere un narratore-testimone per evitare che fosse un narratore-giudice. Questo sì è un grande stacco dal romanzo balzachiano, in cui l’onnisciente è per ciò stesso RETTO, e scrive la storia per illustrare le modalità di questa rettitudine. Un atteggiamento del genere è repellente e sbagliato e ipocrita, oggi, o almeno mi sembra.

[22:02:12] federica: Io ho scelto un narratore che fosse in parte testimone e in parte archivista, nel senso che deve andare a ricostruire quella parte della vita di Tommaso che non conosce, e allora si documenta, interroga, legge. Ma tutto questo per poi capire che alla fine, nelle storie (e forse non solo) non è importante conoscere la verità, “le cose come sono andate davvero”, ma è importante sapere la verità di cui ti importa. Alla mia narratrice non interessa ricostruire un ritratto di Tommaso com’è davvero, ma di Tommaso come lei lo immagina… e in questo gli rimane più fedele.

[22:04:33] vincenzo latronico: È vero: anche questa idea di verità ambigua, o contestuale, vale in un certo senso anche nel mio romanzo. Che si chiude, non a caso, con una domanda.

[22:04:43] vincenzo latronico: E questa è tutta anti-ottocentesca. (L’idea di verità di Federica: non la domanda)

Capire l’India moderna grazie a un racconto fanta–reale

È solo una questione di pazienza. Alcuni libri non catturano subito l’attenzione del lettore. Ma, come succede anche nella vita, spesso sono i migliori. Le prime cento pagine de I figli della mezzanotte, infatti, non scorrono. Si ha la sensazione di trovarsi davanti a una serie di dettagli inutili, troppo precisi per chi ancora non sia nel bel mezzo della storia. Ma Rushdie è uno scrittore magico: ogni minuzia trova la propria spiegazione un centinaio di pagine più in là e il lettore paziente viene premiato da un romanzo appassionante, umanamente ricco, spiazzante. Il libro racconta le vicende dei mille bambini nati il 15 agosto 1947, a mezzanotte. La stessa data in cui l’India proclamò l’indipendenza dall’Impero britannico. A distinguerli dagli altri, sono le loro doti straordinarie: c’è chi possiede una forza erculea, chi sa viaggiare nel tempo, chi riesce a far sparire le persone e chi, come il protagonista, è in grado di leggere nella mente altrui.

È proprio Salem Sinai che, in punto di morte, racconta il prima, il durante e il dopo questa data-spartiacque, inserendo nel fiume di parole centinaia di particolari apparentemente inspiegabili, ma collegati l’uno all’altro da un filo invisibile, di cui ci si rende conto solo proseguendo con la lettura e non scoraggiandosi al primo ostacolo. Perché gli indiani hanno la splendida capacità di trovare collegamenti tra tutte le cose e un senso anche laddove non sembra ci sia. La loro cultura è olistica, omnicomprensiva, enciclopedica; non è soggetta alle leggi occidentali della linearità. Per questo, credo che leggere I figli della mezzanotte sia soprattutto un’esperienza per la mente, una spinta a ragionare in modo diverso, utile a chiunque voglia penetrare i segreti di una storia, di una nazione e, perché no, della vita senza troppi punti e virgole, ma abbandonandosi al vortice logorroico di Rushdie.

I figli della mezzanotte è come una giungla, apparentemente ostile, ma generosa con chiunque riesca ad attraversarla. Il flusso di pensieri dell’autore-protagonista (rimane sempre il dubbio che la storia non sia del tutto inventata) è paragonabile a un racconto per immagini. Molte, infatti, le metafore cinematografiche. E come potrebbe essere altrimenti? Non dimentichiamo che l’India è anche Bollywood. Infatti la storia si svolge principalmente a Bombay, dove Salman va spesso al cinema e ha modo di ammirare divi e dive, non solo sullo schermo, ma anche per la strada e tra i suoi parenti, tra cui lo zio adorato e la moglie, attrice melodrammatica. Non solo: il famoso Pioneer Cafè è luogo di soste a metà tra il deluso e lo speranzoso delle tante comparse in attesa di un ingaggio.

Il linguaggio stesso è cinematografico: molti i primi piani, i dettagli e i flashback. Termini talvolta utilizzati esplicitamente ma più spesso suggeriti dal modo di procedere, che lascia la sensazione di essere al cinema, più che sul divano di casa. Sconsigliato a chi si aspetta una storia immediatamente comprensibile. Consigliato, invece, a chi è disposto ad affrontare centinaia di pagine per godersi alla fine uno splendido panorama.

Titolo: I figli della mezzanotte
Autore: Salman Rushdie
Editore: Mondadori
Dati: 2007, XVI-525 pp., 9,40 €

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Le foto sono di Mario e Thomas, viaggiatori. Qui il loro blog

Non l’ho letto, ma mi piace – Ep. 9

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

Personaggio amato e odiato, strenuo difensore della cristianità contro l’eresia, Nicolas Eymerich è un eroe negativo, cui in qualche modo ci si affeziona e di cui non si può smettere di leggere. Finemente votato al razionalismo estremo, cinico e impietoso. Senza voler scomodare a vuoto mostri sacri della letteratura, fa il verso alla figura tragica del Grande Inquisitore di Dostoevskij, convinto che le masse, ignoranti e meschine, non possano godere della libertà, perché non ne sarebbero capaci. Valerio Evangelisti riesce con maestria a mescolare due generi apparentemente inconciliabili: la fantascienza e la narrazione storica. Nove romanzi da divorare, ognuno a sé stante. Rex tremendae maiestatis è ciò a cui tutte le strade convergono, il decimo e ultimo del ciclo. La resa dei conti del Magister, che come tutti gli eroi, per essere ricordato come tale, deve uscire di scena. Con intelligenza, ne siamo convinti. [Maria Nesticò]
Valerio Evangelisti
Rex tremendae maiestatis
Mondadori, pp. 483, € 18,50
L’ho letto, tanti anni fa, Il giardino segreto. Si trattava proprio di un regalo di Natale e sulle prime non mi piacque per nulla. Fuori contesto, quindi, in questa rubrica, del tutto. In effetti, però, non del tutto, anzi, affatto, perché, superata la prima impressione e la netta avversione per la ragazzina intrattabile e viziata protagonista della storia, Il giardino segreto divenne col tempo uno dei miei libri prediletti e poi perché la versione di cui vi scrivo è quella completamente rinnovata nella traduzione di Beatrice Masini (e dalla copertina accattivante) edita da Fanucci. Questa storia di Frances Hodgson Burnett, straordinariamente densa di realismo, eventi soprannaturali, spunti rivoluzionari, è certamente da riscoprire e gustare, assolutamente apprezzabile quindi il volerle ridare lustro. [Barbara Ferraro]
Frances Hodgson Burnett
Il giardino segreto
Fanucci, pp. 278, € 11,00
Torna nelle librerie, e sotto i nostri alberi di Natale, uno degli scrittori del fantastico più celebrati dalla critica e coccolati dal pubblico: Neil Gaiman. Il suo nuovo libro Odd e il gigante di ghiaccio riporta Neil in un territorio che gli è caro e in cui si muove piuttosto felicemente: l’eccezionale patrimonio narrativo costituito dai miti nordici, già al centro del suo romanzo American Gods. Ed ecco di nuovo dei antichi (Odino, Thor e Loki, per la precisione, ma in sembianze animali) alle prese con il mondo moderno e con nuovi eroi umani, o aspiranti tali.
La struttura sembra quella molto classica del viaggio di formazione con tanto di prova finale che sancirà il valore – e il destino – del piccolo protagonista. Il libro, edito da Mondadori, in verità, lo troverete nello scaffale della letteratura per ragazzi, ma le storie di Neil Gaiman spesso hanno il pregio di farsi amare anche da un pubblico più adulto.
Odd e il gigante di ghiaccio è un patetico tentativo di ricalcare formule di successo o è una nuova bella storia partorita dal più amabile degli autori gotici contemporanei? Non lo sappiamo, ma noi, dobbiamo confessarlo, a Neil vogliamo molto bene e preferiamo sperare per il meglio. Impreziosito dalle belle illustrazioni di Brett Helquist, questo libro potrebbe essere un ottimo regalo per avvicinare qualcuno alla lettura e non necessariamente di età compresa tra gli 11 e i 13 anni. Attenti però: una volta scoperto Neil Gaiman potrebbe non volersi fermare più. [Valeria Vitale]
Neil Gaiman
Odd e il gigante di ghiaccio
Mondadori, pp. 120, € 14,00

The woods decay, the woods decay and fall,
The vapours weep their burthen to the ground,
Man comes and tills the field and lies beneath,
And after many a summer dies the swan.
(Lord Tennyson, Tithonus)

Non l’ho letto ma mi piace perché per raccontare un punto di vista, il proprio, sulla cultura americana e il suo narcisismo, la sua superficialità e la sua ossessione per la giovinezza nessun altro titolo avrebbe colto così profondamente il segno. Dopo molte estati muore il cigno di Aldous Huxley: una storia, al tempo stesso satirica e filosofica, incentrata sull’antico, e quantomai contemporaneo e sfibrante, desiderio dell’uomo di vivere per sempre. Da quando nel 1939 fu data alle stampe per la prima volta ogni volta si rinnova attorno a questo suo nucleo e perno: con tutte le paure e le incertezze che gli sono complementari. Di Aldous Huxley Cavallo di Ferro ha pubblicato anche I diavoli di Loudun. che il New York Times Book Review ha definito «Il culmine della straordinaria carriera di Huxley». [Maddalena Bonparola]

Aldous Huxley
Dopo molte estati muore il cigno
Cavallo di ferro, 333 pp., € 19,00

Non l'ho letto, ma mi piace – Ep. 6

Rubrica settimanale arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

A Mosca, a Mosca! è il grido, a metà tra il non-c’è-più-niente-da-fare e il un-giorno-cambierà-tutto, lanciato più volte dalle tre sorelle Olga, Mascia e Irina nell’omonimo dramma di Anton Cechov; ed ora è anche il titolo dell’ultimo romanzo-saggio di Serena Vitale, raffinata studiosa di letteratura russa e saggista inclassificabile (nel senso di sfuggente alle classificazioni, come ammette lei stessa; ma potrebbe essere altrimenti per una che è stata  allieva di Angelo Maria Ripellino?). Solo che, a differenza delle tre sorelle di Cechov – che a Mosca avevano trascorso l’infanzia e per tutta la vita nutrirono il desiderio insoddisfatto di tornarci – Serena Vitale ci arrivò nel 1967 con una borsa di studio e non se n’è andata mai più (perlomeno con la mente; la borsa finì l’anno successivo). Quarant’anni di amore per la Russia che ora confluiscono in questa raccolta di racconti che, a giudicare dalla scheda, ha tutte le caratteristiche della Vitale che ci piace di più: profondità di sguardo, complessità di analisi alla ricerca del rispecchiamento del Grande Evento nel piccolo quotidiano, amore sincero per l’oggetto del proprio racconto, affascinante indifferenza per le barriere che troppo spesso ancora oggi separano storia, cultura, letteratura e società. E ancora ironia, insieme a un notevole quantitativo di quella tensione che la realtà di un paese allora in piena Guerra Fredda, guerre di spionaggio interno ed estero e abissali diseguaglianze sociali offriva in abbondanza. Ho detto “allora”? Perché, oggi è diverso? “Ah, poterlo sapere, poterlo sapere…” (cit.)
Serena Vitale
A Mosca, a Mosca!
Mondadori, pp. 238, € 19,00
Avvertenza al lettore: Rinascimenti, il titolo dell’ultimo libro dell’antropologo britannico Jack Goody edito da Donzelli, contiene uno spoiler; e ancor più il sottotitolo, che ci pone il provocatorio interrogativo: “Uno o molti? L’Europa, il mondo arabo, l’India e la Cina alle origini dell’età moderna”. Dal tono della domanda, mi sa che i più svegli di voi hanno già capito dove si vuole andare a parare. E cioè che conviene rassegnarsi: lungi dall’essere un fenomeno solo occidentale, anzi solo europeo, anzi solo italiano, anzi solo toscano (in un progredire potenzialmente infinito di riduzioni campanilistiche), “di Rinascimento non ce n’è uno solo – quello italiano ed europeo –, e quest’ultimo non è neppure l’unica radice della nostra nozione di modernità. Altri bacini culturali hanno avuto un loro Rinascimento e a essi, peraltro, quello europeo ha attinto nei secoli a piene mani”. Affermazione, più che sovversiva, addirittura pericolosa, per i tempi che corrono: e se pensate che si esageri, considerate che secondo la scheda Goody si spingerebbe “fino a destrutturare la teoria della supposta supremazia occidentale e a svelare rischi e limiti della contrapposizione Oriente/Occidente”. In ogni ricerca di Goody, la parola magica è “comparazione”. Ma la comparazione, si sa, pone dei problemi ideologici. Noi come loro? Follia! Loro prima di noi? Eresia! E meno male che siamo nell’era della globalizzazione, dello scambio, dell’intercultura. O forse vogliamo ostinarci a credere di aver inventato noi anche quelle?
Jack Goody
Rinascimenti. Uno o molti?
Donzelli, pp. VI-380, € 28,00
Periodo fortunato, per Gilbert K. Chesterton, il padre di Padre Brown (scusate il volontarissimo bisticcio). Mentre le edizioni Lindau si impegnano a portare in Italia i suoi saggi meno noti, Guanda ripropone in questi giorni, con un’irresistibile copertina in perfetto stile noir londinese che ti fa decisamente venire voglia di saltarci dentro, un testo delizioso come Il club dei mestieri stravaganti. Una vicenda di investigazioni tanto paradossali che da sola basta a capire perché Borges considerasse Chesterton uno dei suoi maestri. Al centro del racconto, “sei storie di delitti, sei detective stories, in cui in realtà non viene commesso nessun delitto”. A giocare il ruolo dell’anti-Holmes a questo giro è Basil Grant, ex-giudice allontanato dal ruolo per manifesta pazzia, il cui metodo investigativo consiste, come nel più classico Chesterton, proprio nel ribaltamento ontologico del metodo sherlockiani, nella convinzione che i fatti mentono, distraggono, sviano, indicano in ogni direzione ed ognuna è sbagliata; l’unica verità è l’immaginazione, che crea la realtà, i fatti stessi e la loro interpretazione. Nel costruire detective stories il cui principale indiziato è la capacità della mente umana di creare una realtà distorte scambiandola per quella vera, Chesterton fu davvero maestro, e non solo di Borges (anche un certo Guglielmo da Baskerville risolse un mistero percorrendo una strada di errori). Quali siano i mestieri stravaganti del titolo, è difficile immaginare; ma, stando alla scheda, in quel club ci si deve divertire da pazzi.
Gilbert K. Chesterton
Il club dei mestieri stravaganti
Guanda, pp. 156, € 15,00

Attorno a Il libro selvaggio di Juan Villoro ho girato un po’. Non riuscivo a decidermi se segnalarlo o no. Mi attraeva, come mi attraggono tutti i libri che parlano di libri; ma al tempo stesso me ne allontanava il timore di incappare nell’ennesima sòla, così frequente in libri del genere, che spesso non sono altro che collage rifritti di storie già lette, atmosfere già vissute, plot più che mediocri. Poi mi sono accorto, leggendo la scheda, che in questo gioco di attrazione, repulsione e ritorno stavo seguendo inconsapevolmente la concezione di fondo del libro: e cioè che non il lettore sceglie il libro, ma viceversa. Quella scheda parla della storia di Juan, quattordici anni, che “trascorre le vacanze dallo zio Tito, il bibliofilo più pazzo del mondo. Nel labirinto della sua biblioteca Juan scopre che i libri hanno una vita propria. Alcuni addirittura cambiano contenuto a seconda di chi li legge. Altri, invece, si nascondono”. Come Il libro selvaggio che dà il titolo al romanzo, che sfugge a tutti i lettori in attesa di quello giusto e che, par di capire, gioca con il protagonista a un nascondino analogo a quello cui stavo giocando io con il volume che ne racconta la storia. E così l’ho preso. Volete sapere il resto della storia? Allora fate come me: leggetelo.

Juan Villoro
Il libro selvaggio
Salani, pp. 224, € 13,00

Non l'ho letto, ma mi piace – Ep. 3

Non ci credevate che saremmo arrivati al n. 3, vero? Beh, ho una sorpresa per voi: non ci credevo nemmeno io. Invece eccoci qui, uomini di poca fede che non siamo altro: e insieme a noi, questa settimana, abbiamo scacchi, gatti, libri, social network e birra. What else?

Lo so, quello che sto per chiedervi è impegnativo. Durante la giornata abbiamo tutti un sacco di cose da fare. La bionda dell’università o dell’ufficio accanto ha appena postato su Facebook le sue foto in costume da bagno sulla spiaggia di Mallorca: perciò, dopo averlo detto a tutti su Twitter, dobbiamo inviarle con Gmail a tutti quelli che conosciamo; poi, perché no?, photoshopparle un filino e caricarle su Myspace; così, per far credere agli altri rosiconi che su quella spiaggia con lei c’eravamo anche noi. Lo capisco. Però, se alla fine della giornata vi avanzano un cinque minuti, andate in libreria e sfogliatevi Tu non sei un gadget, il nuovo libro di Jaron Lanier: che si dà il caso sia uno dei signori che negli anni ’80 hanno creato la realtà virtuale. Insomma, uno che la cybercultura l’ha inventata: e che adesso prende la parola per criticarla. Più precisamente, per accusare un’evoluzione informatica ormai progressivamente appiattita su un sistema, quale quello dei social network, che di social ha sempre meno. Trattasi infatti, secondo Lanier, di nient’altro che “poltiglia”, che riciclano vecchi contenuti spacciandoli per folgoranti novità; che generano una socialità falsa, fatta di sterili apprezzamenti virtuali a perfetti sconosciuti accumulati come “amici” e di cui leggiamo quotidianamente l’evolversi di una vita che non ci interessa; che, insomma, rappresentano un’involuzione proprio di quel potenziamento dell’individualità umana che il computer voleva essere, trasformandoci in oggetti statistici. Perché dài, diciamocelo: quando abbiamo finito con le foto della bionda e alziamo gli occhi dal pc, ci ritroviamo in una stanza a ridere da soli di quanto siamo simpa.
Jaron Lanier
Tu non sei un gadget
Mondadori, pp. 265, € 17,50
Il giocatore occulto di Arturo Pérez-Reverte è il libro che tutti voi avete voglia di leggere adesso. Per quanto in genere io diffidi degli scrittori quando ci presentano un nuovo romanzo assicurandoci di aver scritto “la loro opera più completa”, la scheda sembra effettivamente promettere molto bene. Immaginate che il Capitano Alatriste, nella miglior atmosfera sinistra del Club Dumas, giochi una tesissima partita a scacchi con il Muñoz de La tavola fiamminga, e avrete una quantità di ragioni che lèvati per buttarvi a capofitto in questo nuovo romanzo. Del resto, già qualche mese fa la Marco Tropea ci aveva convinti con un esperimento piuttosto ben riuscito di romanzo storico dalle tinte fortemente noir (possiamo parlare di un nuovo genere letterario? io credo di sì) come Ladri di inchiostro; il fatto poi che questa nuova incursione nel genere sia affidata alla penna di un narratore rodato come Pérez-Reverte significa che dovrebbe impegnarsi davvero parecchio per deludere. E io scommetto che non ci riuscirà. P.S. Stavolta la Tropea ha fatto le cose proprio per benino: del libro c’è pure il sito.
Arturo Pérez-Reverte
Il giocatore occulto
Marco Tropea, pp. 640, € 20,00
Alessandro Carrera lo conosciamo soprattutto come l’autore di La vita meravigliosa dei laureati in lettere, fortunato libretto di qualche anno fa il cui protagonista, neolaureato in lettere, si trova ben presto costretto ad abbandonare i suoi sogni di gloria per finire a scrivere i bigliettini dei biscotti della fortuna cinesi. Me lo regalarono alcuni amici simpaticoni il giorno della mia laurea (in lettere), e me lo lessi tra grasse ghignate, con gli occhi ancora velati dalla prospettiva di un radioso futuro. Poi mi sono accorto che era tutto vero. Grazie, ragazzi: finisco con i bigliettini di oggi e ci vediamo in sala giochi. Comunque. Il suo nuovo libro, Librofollia, è una raccolta di sessantaquattro raccontini sulla passione/malattia/ossessione della letteratura: frammenti paradossali in cui il virus della parola assume le dimensioni di una vera e propria epidemia, contagiando con i suoi eccentrici sintomi lettori, scrittori, appassionati del libro e coinvolgendoli in situazioni al limite del delirio. Dalla scheda: “un anziano professore seduto sulla panchina di un parco legge un libro in greco antico, strappando e gettando al vento ogni pagina che finisce; uno scrittore che ha solo sei mesi di vita decide di trascorrerli in sciali e perversioni; una poetessa dei sensi riesce a vivere, scrivere e amare solo se mette in rima il suo nome; un’associazione di Sognatori di Libri fa telefonate minatorie agli scrittori esordienti, diffidandoli dallo scrivere un secondo romanzo; un biblioterapeuta cambia la vita ai suoi pazienti prescrivendogli libri impossibili”. Una sorta di analisi della bibliofilia per paradossi in cui sento un po’ aria di Borges. E quindi ci metto la firma.
Alessandro Carrera
Librofollia
Cairo editore, pp. 144, € 13,00
Se siete di quelli per i quali “Sì, carino il gatto, però il cane è meglio perché è fedele”, potete anche fermarvi qui e bussare alla vostra vicina di casa per discutere sul fatto che le mezze stagioni non esistono più e che Sean Connery è più bello da vecchio che da giovane. Perché da queste parti i pregiudizi sui felini sono ancora meno tollerati di un editoriale di Minzolini. Tuttavia, forse c’è speranza anche per voi: perché il classico C’è una tigre in casa (1920) di Carl van Vechten, finalmente portato in Italia da Elliot, è uno di quei libri in grado di smuovere anche le menti più rigide. In una panoramica storica che, pur sorretta da una notevole cultura, non perde mai il placido sapore delle carezze davanti al camino, van Vechten ripercorre la storia del rapporto tra l’uomo e il gatto, fin dal giorno remoto in cui quest’ultimo decise, per sua cortese volontà, che forse il terreno era buono per costruirci qualcosa. Da quel momento, consapevoli di avere di fronte una creatura senz’altro fuori dal comune, gli umani non hanno mai smesso di tessere intorno alla piccola tigre domestica una ridda di leggende, miti, simbolismi che col tempo sono diventati parte integrante dell’immaginario collettivo. Immergendoci nel racconto di van Vechten (stavolta baro, perché l’ho già sfogliato), ci accorgiamo che, da quasi ogni anfratto del folklore, della musica, della letteratura, dell’arte, spunta fuori lo zampino di un gatto, ora dio, ora demone, ora consigliere, o più semplicemente compagno. Una storia lunga, affascinante, poetica. Fossi in voi ci farei un pensiero. Anche se vi piacciono i cani.
Carl van Vechten
Una tigre in casa
Elliot, pp. 320, € 17,50
Tra le novità in uscita presso minimum fax che ho spulciato con l’ingrato compito di selezionarne una e una sola (altrimenti questa settimana la rubrica sarebbe stata tranquillamente dedicata tutta a loro; ma voi potete guardarvele tutte comunque), spicca senz’altro Sabato sera, domenica mattina, che – oltre a essere il momento della settimana preferito da ognuno di noi – è anche un romanzo dissacrante di Alan Sillitoe (già autore de La solitudine del maratoneta) che vi provocherà importanti scompensi all’articolazione della mascella. “Beve. Mente. Tradisce. S’infuria. Picchia. Si mette nei guai e prova a uscirne”. Questa la descrizione del protagonista e della sua vita quotidiana fornita da Diego De Silva nella prefazione al volume; non so voi, ma io ero già conquistato al “Beve”. Gli ingredienti del romanzo sono infatti quelli che in genere inserisco nella categoria “colpo sicuro”: società borghese inglese anni ’50, costrizione e convenzione sociale, ribellione. Arthur Seaton, ventiduenne operaio alla catena di montaggio di una fabbrica di Nottingham, vive un’esistenza statica e preordinata quanto il suo lavoro. Un bel giorno decide che la sua grigia quotidianità ha bisogno di una scossa, e ritiene che birra, risse e adulterio potrebbero forse aiutarlo nel suo intento. Ci riuscirà? La scheda non lo dice (e ci mancherebbe), e io vi ricordo che la prima parte del titolo di questa rubrica dice “Non l’ho letto”, quindi non ne ho la più pallida idea. Però è anche vero che la seconda dice “Ma mi piace”. E con presupposti del genere, io davvero mi chiedo come potrebbe essere altrimenti.
Alan Sillitoe
Sabato sera, domenica mattina
minimum fax, pp. 307, € 12,50