3 cose su: 12 anni schiavo

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “12 anni schiavo” di Steve McQueen che, nel frattanto, ha anche vinto l’Oscar come miglior film.

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  1. Black Oscars. Non so se lo sapete ma 12 anni schiavo ha vinto l’Oscar 2014 come miglior film, la meravigliosa Lupita Nyong’o ha portato a casa la statuetta come miglior attrice non protagonista (strameritato sotto qualsiasi punto di vista) e lo sceneggiatore John Ridley quella per la miglior sceneggiatura non originale tratta dal libro autobiografico di Solomon Northup. È la prima volta che un film diretto da un regista nero vince l’Oscar più importante e questo potrebbe rappresentare un momento di svolta per i registi di colore per quanto, al netto di alcune critiche come quelle lette su Carmilla che personalmente ritengo molto fuori bersaglio, questo film appartenga a quegli schemi culturali in cui il cinema afroamericano è ancora ingabbiato, come sottolinea Roxanne Gay su Vulture. Il fatto che 12 anni schiavo abbia vinto gli Oscar poi ha a mio avviso poco a che vedere con il senso di colpa e il lavarsi la coscienza della giuria WASP dell’Academy: ha vinto, nonostante la grande qualità degli altri nominati, perché è un grande film e questo è certamente un passo importante ma non certo un punto di arrivo.
  2. Schiavismo. Non so se si possa definirlo un trend ma in un anno o poco più sono arrivati nelle sale ben tre grandi produzioni sul tema dello schiavismo americano, che invece nella storia del cinema ha sempre avuto poco spazio: Django UnchainedLincoln e 12 Years a Slave. E non solo si tratta di tre grandi produzioni ma anche di tre film d’autore e di tre autori profondamente diversi tra loro con tre idee di cinema profondamente diverse tra loro. Se l’approccio di Tarantino da queste parti non era stato apprezzatissimo mentre quello di Spielberg ci aveva convinto, il film di McQueen condivide con Lincoln alcuni un elemento per noi fondamentale: il basarsi sui documenti e il lavoro di ricerca nella minuziosa e rigorosa ricostruzione storica. 12 anni schiavo è basato sull’omonimo libro di Solomon Northup nel 1853 in cui narra la sua drammatica esperienza: Northup, figlio di uno schiavo affrancato, viveva da un uomo libero a Saratoga, stato di New York, quando venne rapito con l’inganno e venduto come schiavo nel sud degli Stati Uniti d’America, condizione in cui rimase per 12 anni assistendo e sopportando ogni genere di atrocità e ingiustizia, lottando per la sopravvivenza in attesa dell’occasione che gli permettesse di tornare libero per ricongiungersi con la propria famiglia. Andando oltre la mera (ma comunque significativa) considerazione che si tratta di vicende di neri narrate da un autore nero, il film di McQueen è insieme un tributo all’eroismo di Northup e un cinico, impassibile, inesorabile racconto della disumana pratica dello schiavismo negli Stati Uniti d’America del 19esimo secolo. Il film è importante perché onesto, rigoroso e attendibile e queste sue qualità non solo vanno ben oltre le (soggettive) valutazioni estetiche e artistiche sull’opera, ma per certi versi vanno a loro discapito: l’autore di un film che voglia restare il più possibile rispettoso e fedele nei confronti della realtà storica dovrà resistere ad ogni tipo di espediente narrativo, arricchimento simbolico, retorico o emozionale, dovrà evitare di essere brillante o arguto e mettere la propria intelligenza e le proprie capacità al servizio della Storia, limitare al massimo il proprio intervento autoriale e la propria personalità. Addiction by subtraction come si suol dire, compito niente affatto facile. Il risultato finale potrà sembrare piatto, frammentario, poco coinvolgente (anche se a parere mio non è il caso di questo film dove la drammaticità degli eventi narrati è sufficiente a stimolare la mia sensibilità di spettatore e mantenere alto il livello di tensione) ma alla fine si otterrà qualcosa di somigliante a un documento da consegnare alla società e alle future generazioni per raccontare una reale vicenda storica. E questo ha un valore enorme.

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  1. Corpi. Se poco fa parlavamo dei punti di contatto tra Lincoln e 12 anni schiavo c’è una sostanziale dicotomia di fondo tra i due film: quella tra astratto e concreto, tra tra mente e corpo. Del resto il tema portante della poetica del regista britannico Steve McQueen è proprio questo: il corpo, la carne, come veicolo di cambiamenti interiori ed esteriori, individuali, sociali e politici. Così come in Hunger (ma anche in Shame e nelle sue opere audiovisive come Western Deep), in 12 anni schiavo lo sviluppo narrativo passa attraverso il corpo dei personaggi: i segni sulla pelle e sul fisico dei personaggi diventano dei veri e propri significanti che non solo tengono traccia dello sviluppo degli eventi narrati ma si fanno specchio della crescita interiore dei personaggi e, per certi versi, diventano loro strumento anche volontario per comunicare all’esterno, sia con altri personaggi all’interno del racconto che, naturalmente, con lo spettatore. Da questo punto di vista il corpo diventa un vero e proprio mezzo di comunicazione. Se in Lincoln il racconto storico era basato sulla parola, sui discorsi, sui testi, in 12 anni schiavo è basato sulla pelle del protagonista: quando lo schiavista vuole inviare un messaggio allo schiavo lo frusta, lo sfregia, lo tortura, quando è lo schiavo a inviare il suo messaggio (allo schiavista, ai suoi compagni, alla Storia) resiste, cura le ferite, sopravvive. La condizione di schiavo del resto omette intrinsecamente la possibilità/diritto di significare attraverso la parola, dato che per fare questo bisognerebbe essere riconosciuti come persone, non come schiavi, la cui funzione è meramente meccanica e ogni deviazione da essa è giudicata pericolosa: Northup stesso sa che sarebbe probabilmente ucciso se il suo padrone semplicemente scoprisse che è in grado di leggere e scrivere. Non c’è spazio per l’intangibile. E Lincoln avrà bisogno di una guerra, di lacerare migliaia di altri corpi, perché ai neri, negli stati del sud, venga riconosciuto anche il diritto ad esprimere e raccontare con la parola la propria individualità, le proprie storie, la propria Storia.

twelve_years_a_slave_poster12 anni schiavo (12 Years a Slave) – USA, 2013
di Steve McQueen
Con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti
BIM – 134 min.

3 cose su: Nebraska

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Nebraska” di Alexander Payne.

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  1. Bianco e nero. Non basta il bianco e nero per fare un film d’autore e francamente di solito questi piccoli artifici formali mi fanno storcere il naso, ma in questo caso devo dire che la scelta del bianco e nero ci sta tutta e contribuisce a conferire al film quel sapore vissuto e lo-fi come una ballata folk ascoltata su un vecchio 45 giri. Non solo, la sottrazione dei colori, a parere mio, spoglia un po’ luoghi e personaggi dei loro aspetti più superficiali e contribuisce a conferirgli un po’ più di spessore, profondità e universalità e, attraverso il processo di astrazione, ci aiuta ad identificarci con i personaggi (come insegna McCloud). Approvo.
  2. Road Movie. Se anche a voi la parola Nebraska fa subito venire in mente (dopo il disco di Springsteen) l’iconica immagine di una strada che attraversa praterie sterminate perdendosi all’orizzonte questo film non vi deluderà: si tratta infatti di un road movie in cui David Gant (Will Forte) accompagna il suo anziano e ormai non più tanto lucido padre Woody in un viaggio insensato dal Montana, dove vivono, a Lincoln in Nebraska all’inseguimento di una fantomatica vincita di 1 milione di dollari che l’anziano Woody non accetta di  riconoscere quale la fraudolenta trovata di marketing che chiaramente è. Il Nebraska però è anche lo stato dove Woody è nato e cresciuto e lungo il viaggio si fermeranno per un weekend nel suo anonimo paese nativo; qui David avrà modo di scoprire gli angoli nascosti del passato e del carattere del suo taciturno padre e, in questo modo, di comprenderlo e amarlo fino in fondo (nonché forse di capire e amare di più di anche sé stesso).

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  1. US Folk. Se la settimana scorsa su queste pagine si parlava di musica folk con Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, questa settimana continuiamo a parlare di folk con Nebraska di Alexander Payne: due percorsi molto diversi, forse diametralmente opposti per arrivare però alla stessa destinazione. Laddove il film dei Coen affronta direttamente il soggetto e scava nel tema attraverso le parole e la musica di un personaggio che negli anni ’60 tenta di costruire la sua strada nella sofisticata scena musicale newyorkese, Nebraska ci racconta invece in modo indiretto ma sobrio, delicato, lineare, la storia dal vecchio Woody Grant (uno strepitoso Bruce Dern) che negli anni ’60 ha faticosamente costruito la sua semplice vita e la sua famiglia nella rustica provincia americana: una ballata folk. I personaggi sono comuni, le storie non hanno nulla di particolarmente straordinario, lo sviluppo è prevedibile ma, se il pezzo è scritto bene e interpretato con onestà e passione, non c’è niente di meglio che fermarsi e assaporarne ogni dettaglio. E questo film è costruito con grande maestria da Payne e interpretato in modo fantastico da tutti e non mi dispiacerebbe se con personaggio di Woody Grant, dopo Cannes,  Bruce Dern dovesse portare a casa anche l’Oscar. Intanto Woody Grant si è ritagliato un posticino tra i grandi personaggi folk del Nebraska, proprio vicino a quelli del disco di Springsteen.

Nebraska_posterNebraska – USA, 2013
di Alexander Payne
Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk
Lucky Red – 115 min.

3 cose su: Inside Llewyn Davis

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)” di  Joel e Ethan Coen.

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  1. Filologia del folk. Una delle costanti dei film dei fratelli Coen sono le meravigliose colonne sonore che pescano dal meglio della tradizione popolare americana, in particolar modo dalla musica folk, con brani che riescono ad utilizzare in modo creativo e memorabile; particolarmente celebri (e significative per chi scrive) sono The man in me (2) di Bob Dylan ne Il grande Lebowski e The man of constant sorrow da Fratello dove sei? Questa volta i Coen si sono spinti oltre su questo sentiero: il personaggio di Llewyn Davis è un musicista folk attivo al Greenwich Village, New York, negli anni ’60, ispirato al leggendario Dave Van Ronk (aka “the mayor of MacDougal Street“), la cui autobiografia è stata pubblicata postuma nel 2005. Attraverso la storia e le sfortunate vicende di Llewyn Davis (interpretato magistralmente da Oscar Isaac) e dei vari musicisti e addetti ai lavori dell’ambiente con cui Davis entra in contatto, i Coen ci fanno ascoltare una manciata di pezzi favolosi e ci fanno intravedere le diverse anime del folk, genere che negli ani ’60 era un fenomeno in prepotente ascesa. I rimandi a pesonaggi e situazioni realmente esistiti sono tanti, oltre al protagonista ispirato a Dave Van Ronk: Justin TimberlakeCarey Mulligan interpretano i personaggi di Jim e Jane che ricordano esplicitamente due terzi di Peter, Paul e Mary, c’è F. Murray Abraham che veste i panni del produttore Grossman e, tra i tanti musicisti, alla fine si intravede anche un giovane Bob Dylan.
  2. Equilibrio. Sono un grande fan del cinema di Joel e Ethan Coen e non sono certo il solo, anzi direi che il consenso nei confronti dei loro film mi sembra pressoché unanime, quantomeno tra quelli della mia generazione: i fratelli Coen sono fra i pochi autori che ancora riescono mirabilmente a coniugare complessità e profondità con il successo di pubblico. Detto questo devo anche dire che, per quanto li apprezzi, spesso i loro film non riescono ad entusiasmarmi: a volta sembra che superino il confine che li porta a diventare troppo complicati, oscuri e poco spontanei, un cinema troppo celebrale e con poca anima; quando invece si spingono su un terreno meno impegnativo con film come Ladykillers o Il Grinta, mi sembrano semplicemente fuori dal proprio elemento. In Inside Llewyn Davis mi sembra siano riusciti a trovare quell’equilibrio che nella loro filmografia, a parer mio, avevano visto in film come Barton Fink o, concedetemelo, Il grande Lebowski: quell’equilibrio tra leggerezza e profondità, originalità e tradizione, ragione e sentimento tipico di un pezzo folk suonato da un grande cantastorie come Dave Van Ronk.

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  1. Llewyn Davis abides. Una delle sottotracce di Inside Llewyn Davis è il rapporto tra talento e successo, un rapporto purtroppo molto meno consequenziale di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Il Llewyn Davis protagonista del film è un autore e cantante dal talento strabordante (e ancora complimenti a Oscar Isaac sia per l’interpretazione del personaggio che per quella dei brani) ma la sua carriera è disastrosa e non solo per le  amare vicissitudini personali (come il fatto che il suo partner musicale si sia da poco tolto la vita): Llewyn non scende a compromessi con la propria musica e non è disposto a farlo e così, mentre vede altri molto meno dotati di lui farsi strada nell’ambiente musicale, continua a non avere fissa dimora e a passare le notti sul divano di chi di volta in volta è disposto ad ospitarlo, a incassare rifiuti e delusioni, a soppesare la possibilità di rimbarcarsi come marinaio su navi mercantili per sfuggire ai suoi fallimenti. Se volesse svoltare dovrebbe essere un po’ diverso da sé stesso, un po’ meno sincero, svendersi; e se questo era vero negli anni ’60, è tristemente molto più vero oggi. Noi siamo con te Llewyn Davis, keep doing your thing.

InsideLlewynDavis-posterA proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – USA, Francia 2013
di Joel Coen, Ethan Coen
Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett
Lucky Red – 105 min.

3 cose su: Dallas Buyers Club

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Dallas Buyers Club” di  Jean-Marc Vallée.

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  1. Tesoro sommerso. La trama di Dallas Buyers Club è tratta da una drammatica storia vera non priva di rischi di derive gentiste: Ron Woodroof (McConaughey) è un rustico texano appassionato di rodeo, sesso e droga cui negli anni ’80 viene diagnosticato l’AIDS in stato avanzato, pronosticati solo altri 30 giorni di vita e negate le cure con il farmaco sperimentale AZT. Da lì inizia un lungo percorso che lo porterà a superare i suoi pregiudizi nei confronti degli omosessuali (specie attraverso l’amicizia con Rayon – Jared Leto), a sperimentare metodi di cura alternativi e a mettersi in lotta contro l’industria farmaceutica e gli organismi pubblici che la proteggono. Questo è il primo film che vedo di Jean-Marc Vallée ed è stata una bella scoperta: l’autore canadese entra da subito nella lista di quei registi di cui aspetto il prossimo film.
  2. Reinvenzioni. Mattew McConaughey e Jared Leto sono entrambi personaggi pop che vengono da lontano che Dallas Buyers Club stanno dando una decisiva svolta alla propria carriera. Entrambi sono sulla scena dagli anni ’90: il primo frequentemente relegato al ruolo di belloccio in trascurabili commedie romantiche, il secondo alle prese con ruoli secondari nel cinema e una carriera musicale buona ma non esplosiva con i Thirty Seconds to Mars; questo film gli ha offerto l’occasione di due ruoli memorabili e loro hanno risposto con due ottime interpretazioni grazie alle quali stanno adesso facendo incetta di premi. Se è vero che con personaggi sopra le righe e malati terminali può essere relativamente semplice per gli attori conquistare la simpatia e l’affetto del pubblico, è anche vero che entrambi sono stati chiamati a fare qualcosa che in 20 anni di carriera non avevano mai fatto e hanno risposto in modo sorprendente. Ah, e entrambi hanno perso tantissimo peso e fatto enormi sforzi dal punto di vista fisico per interpretare al meglio i loro ruoli, se anche voi ancora attribuite un valore a questo genere di cose.

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  1. Storie vere. Sembra che l’industria cinematografica stia attraversando un momento di infatuazione per i film tratti da storie vere: dei nove candidati all’Oscar 2014 come miglior film ben cinque appartengono a questa categoria: oltre a Dallas Buyers Club ci sono The Wolf of Wall Street, 12 years a slave, Capitan Phllips e Philomena. Il fenomeno mi pare interessante ma, da appassionato cultore del cinema neorealista devo precisare che, di suo, il fatto che il soggetto provenga da una storia vera non è particolarmente significativo: si possono prendere persone e situazioni realmente accadute e impregnarli di retorica e sensazionalismo in modo strumentale così come si possono costruire personaggi di finzione e dargli spessore e verosimiglianza utilizzando un approccio sincero e onesto. Nel caso di Dallas Buyers Club il film non è privo di retorica e sensazionalismo ma credo che siano componenti già insite nella storia vera di Ron Woodroof, quindi direi che l’approccio degli autori è sufficientemente sincero e onesto, non strumentale. Bravi tutti.

Dallas_Buyers_ClubposterDallas Buyers Club – USA, 2013
di Jean-Marc Vallée
Con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Denis O’Hare, Steve Zahn
Good Films – 117 min.

3 cose su: The Wolf of Wall Street

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese.

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  1. Prima di vederlo era chiara la trappola in cui The Wolf of Wall Street rischiava di cadere: un altro Goodfellas, questa volta in chiave Wall Street, in cui Scorsese avrebbe di nuovo dato sfoggio delle sue grandi doti registiche, Di Caprio avrebbe offerto un’altra bella prova di recitazione (pur essendo un po’ fuori parte) ma alla fine si sarebbe trattato di ben 3 ore di film con qualche scena memorabile ma anche tanta inconsistenza. Sbagliato: se è vero che il parallelo con Quei bravi ragazzi ci può stare come parabola della ascesa e caduta dei valori di un’intera generazione attraverso la storia (vera) di un singolo (Jordan Belfort) e della sua gang senza scrupoli, è anche vero che il film cammina con le proprie gambe lungo la sua strada, è solido sotto ogni aspetto e in particolare i personaggi  e i temi sono profondi e ben costruiti. Arrivano forti e chiari.
  2. Per come la vedo io la carriera di Martin Scorsese ha avuto un lungo periodo di appannamento che è iniziato subito dopo Casinò (o forse proprio con Casinò?) ed è passato attraverso grandi fallimenti come Gangs of New York e The Aviator (due dei più grandi progetti in cui il regista si sia imbarcato ma che alla fine sono stati profondamente deludenti) ed è continuato con film come The Departed o Shutter Island che (per quanto sempre splendidamente confezionati) non avevano assolutamente lo spessore e la profondità del giovane Scorsese. Il periodo di crisi ai miei occhi è ufficialmente finito con Hugo Cabret e adesso, con The Wolf of Wall Street, mi sento di dire che l’autore stia vivendo una seconda giovinezza e che, accanto alle sempre eccelse doti formali, i suoi film hanno ritrovato profondità e spessore, quella consistenza che sembravano aver perso. E finalmente anche l’ottimo Leonardo Di Caprio ha il suo film indimenticabile (e il personaggio larger than life) diretto da Martin Scorsese.

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  1. Dicevamo che quella raccontata nel film è una storia vera, tratta dall’autobiografia di Jordan Belfort, The Wolf of Wall Street, certamente con qualche piccola variazione. Il paragone con il film Wall Street di Oliver Stone e il Gordon Gekko interpretato da Michael Douglas è stato automatico, ma è stato lo stesso Jordan Belfort a sottolineare la differenza di fondo: se Gordon Gekko era un personaggio di finzione di cui lo spettatore non vede mai davvero il declino, nel film di Scorsese è evidente che Jordan perda tutto e come questo succeda, quindi in questo caso si tratta di un racconto di ammonimento, una lezione morale per tutti. Sì, a chiacchiere. Perché a quanto pare Jordan Belfort non sembra aver imparato nulla dalla sua stessa storia, che del suo libro e di questo film quello che gli importa sia vendere per riempirsi le tasche e che per raggiungere il suo obiettivo di guadagnare una barca di soldi ancora oggi non si faccia tanti scrupoli a mentire. Pensa un po’.

The Wolf of Wall StreetThe Wolf of Wall Street – USA, 2013
di Martin Scorsese
Con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler
01 Distribution – 180 min.

Venere in pelliccia, l’ironica resa di Polanski alla Musa

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Giù le luci, si comincia. Siete a bordo di un immaginario autobus che solca un viale grigio sotto la pioggia, varcate senza soluzione di continuità la doppia soglia di un teatro fatiscente, venite accompagnati per contrasto dal brioso motivo carnevalesco di Alexandre Desplat. In questo piano sequenza iniziale si nota già l’ambivalenza del film, in costante equilibrio sul bordo fra comico e tragico, fra improvvisi slanci di recitazione e la claustrofobia della sala teatrale – l’unico set impiegato per tutti i novantasei minuti della pellicola. Scopriamo presto che questa soggettiva sottende il punto di vista di Vanda Jordan, una donna irruente, sfiorita, sboccata, che indossa un bustier di pelle nera e un collare sadomaso in modo da entrare subito nella parte di Wanda von Dunajew, la protagonista di Venere in pelliccia, romanzo del 1870 di Leopold von Sacher-Masoch, divenuto presto l’archetipo letterario del masochismo nell’immaginario collettivo (ispirando anche la celebre Venus in fur dei Velvet Undeground).

Vanda sente che quella parte deve essere sua, soltanto che è troppo tardi, le prove dello spettacolo – una riduzione teatrale dal romanzo – si sono già concluse, il regista sta andando via. Il regista è Thomas Novachek, un intellettuale narcisista, cerebrale, arrogante (Vanda incarna tutto quello che lui non sopporta). Eppure lei è così insistente, trascinante, così viva… Alla fine cede, la fa recitare, la dirige: lui sarà Severin von Kusiemski, giovane aristocratico sedotto dalla nobildonna Wanda von Dunajew – che dietro l’algida bellezza cela un animo tagliente – e presto Severin abbasserà le difese per rivelarle inconfessati segreti, come quando, da bambino, una zia l’aveva fustigato mentre stava disteso su una pelliccia e non aveva provato soltanto dolore, ma anzi… Non è solo Severin a perdere l’autorità e il contegno: avviene lo stesso per Thomas, non appena guarda Vanda recitare e trasformarsi: è perfetta in dizione e gestualità, conosce il copione a memoria, si muove a suo agio sul palco e sa perfino regolare le luci di scena… I ruoli si ribaltano, i personaggi sul palcoscenico sovrascrivono il copione: Thomas, attraverso Severin, si sottomette a Vanda – dietro la macchina da presa, il regista reale, finge di lasciarli fare.

Dietro la macchina da presa c’è la mano attenta di Roman Polanski, ottant’anni ben portati, qui alla seconda – e più convincente – prova di cinema-teatro dopo il precedente Carnage (2011), che era stato tratto da Art,  la pièce dell’autrice francese Yasmina Reza. Venere in pelliccia traspone invece su schermo l’omonimo spettacolo Off-Broadway di David Ives. In entrambi i casi l’adattamento è piuttosto fedele, ma quest’ultimo lavoro, nonostante la rigida unità di tempo e di luogo, risulta essere più “filmico”, meno statico, grazie ad un uso del campo-controcampo che riduce al minimo i piani frontali e ad una profondità nella messa a fuoco che limita l’effetto di schiacciamento dell’immagine.

Teatrale è il numero ridotto degli attori, soltanto due (erano tre nel suo primo film, Il coltello nell’acqua (1962), ambientano quasi interamente su una barca a vela); teatrale è il ritmo da black comedy negli scambi di battute fra i protagonisti, che si sovrappongono fino a confondersi con le linee di dialogo dell’adattamento di Sacher-Masoch, man mano che il piano della realtà (Thomas e Vanda che fanno le prove della pièce), viene fagocitato da quello della finzione (Severin e Wanda che si impossessano dei loro interpreti).

In questa faglia si innesta il discorso metatestuale, che utilizza in chiave anti-naturalistica elementi sia del cinema che del teatro. Sul palco ci si muove tra gli arredi, ormai inutili, di un musical belga ispirato a Ombre rosse di John Ford (Stagecoach – diligenza, in originale, a evidenziare la più stretta correlazione con Boule de suif di Maupassant, virtuosistica novella tutta ambientata in una carrozza), e si susseguono uno dopo l’altro i riferimenti materici – in un’autocitazione feticistica forse troppo estenuata – all’intera filmografia di Polanski (il vestito di Wanda era stato usato per il ruolo di Tess da Nastassja  Kinski; l’apparizione – verso la fine – del coltello, rimanda a Rosemary’s baby; il ricorso al travestimento di Severin – ormai divenuto schiavo – rievoca L’inquilino del terzo piano), come se il regista polacco volesse stilare un bilancio macabro e al contempo ironico della sua poetica (il sadomasochismo di Repulsion o Luna di fiele).

4. VP

Il macabro e l’ironico si fondono in quest’ultimo film declinando il paradigma del metatesto teatrale, attraverso il progressivo smascheramento dell’illusionismo scenico, con la reiterata violazione della mimesi tra lo spettatore e la narrazione filmica. Prendiamo ad esempio l’addizione/sottrazione degli oggetti scenici: gli effetti sonori del tintinnio del cucchiaino nella tazzina mentre fingono di prendere un caffè o quelli del fruscio della carta quando Severin-Thomas mima la firma dell’immaginario contratto di sottomissione; o l’addizione di elementi anti-naturalistici quali una pistola o un coltello che Vanda tira fuori misteriosamente dalla sua borsa. La recita della pièce nel film è interrotta di continuo dal personaggio anti-intellettuale di Vanda, che contesta le battute nel copione, deride la sacralità della rappresentazione, attualizza il testo di Sacher-Masoch polemizzando goffamente contro il sessismo ottocentesco del romanzo, e allo stesso tempo, senza volerlo, contro l’abuso di anti-sessismo contemporaneo – imputabile a volte di soffocare o fraintendere l’espressione artistica – e suscitando così più di un sorriso nel pubblico in sala.

La levità è la cifra che fa da contrappeso al crescendo di ambiguità e inquietudine della seconda parte del film, man mano che ci si spinge più a fondo nei recessi dell’animo di Thomas/Severin, nel suo rispecchiarsi in Wanda per dare un volto al desiderio sessuale che lo avvince. Questo sdoppiamento del sé raffigura l’incapacità dell’uomo di sublimare in unità la parte istintuale e quella speculativa, esprime il tentativo di colmare il senso di incompletezza attraverso l’immagine mitica della donna che incarna il Tutto, così come la Venere allo specchio di Tiziano funge da modello per Severin in Sacher-Masoch. Nel dualismo del romanzo che si fa teatro –  simmetrico rispetto all’occhio del regista e del pubblico che osserva dall’ideale seconda platea – le ipotesi interpretative freudiane sembrano includere in un rapporto di reciprocità la dimensione sadica e quella masochistica: è Thomas (sadomasochista) che forza la natura di Vanda, la rende dominatrice e le impone così di appagare il suo piacere nel dolore; oppure è Vanda che assecondando la propria indole sadica umilia Thomas (rapporto sadomasochistico).

Sarà Gilles Deleuze, ne Il freddo e il crudele, a depotenziare la valenza sadica insita nel masochismo: «se la donna-carnefice non può essere sadica, è proprio perché è parte integrante della situazione masochista: ella appartiene al masochismo. Non in quanto avrebbe gli stessi gusti della vittima, ma perché possiede quel ‘sadismo’, assente nel sadico, che è come il doppio, l’immagine riflessa del masochista.[…]. Noi diciamo che la donna carnefice appartiene interamente al masochismo, che non è di certo un personaggio masochista, ma è un puro elemento del masochismo».

E se fossimo invece condannati a scoprire cosa non siamo al prezzo di ignorare cosa vogliamo essere? Verrebbe da aggiungere che per fortuna è soltanto un film – forse Polanski ci ha presi in giro di nuovo, e ha disseminato Venere in pelliccia di falsi indizi, facendo per giunta interpretare Vanda da sua moglie, una bravissima Emmanuelle Seigner, e Thomas da Mathieu Almaric, che ricalca per fisionomia, gestualità e tic il regista polacco da giovane.

Certo, a me il film è piaciuto – ma non saprei dire qual è la soglia di dolore che devo superare per raggiungere il piacere…

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Gondry ha un sogno: girare un film con Boris Vian

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Mood Indigo – La schiuma dei giorni, ultimo film di Michel Gondry, chiede di duramente misurarsi con la surrealtà. Perché la visione proceda spedita e appassionata occorre avere occhi e orecchie abituati all’immaginazione vertiginosa e non preoccuparsi di nulla; bisogna deporre le vesti di spettatori smaliziati e abbandonarsi alla piena del fiume; guardare rompersi gli argini della fantasia senza mai cedere alla tentazione umana di prendere le parti di una o dell’altra invenzione visiva; abbandonarsi al piacere infantile di sentirsi raccontare una storia senza tempo. Per semplificare, ci venisse chiesto di porre una postilla al suggerimento di correre al cinema per strappare la pellicola alle miserie della distribuzione nostrana, inviteremmo a fare una pace preventiva col mare incontenibile di invenzioni che contiene. Poste queste premesse, questi inviti spassionati per spettatori severi, il film di Gondry è un capolavoro. Ma chi scrive sa che non in ognuno di voi è conservato il cuore di un lettore sentimentale; vi è contenuto al contrario l’animo corrosivo (non vi è punta di biasimo) di chi chieda precise risposte a sempre opportune domande. Quelli di voi (forse la gran parte) che leggano ogni opera con spirito cinico, mai con affezione romantica, troveranno il film una congerie inutile di protovisioni (quasi non vi è ricorso al digitale), un cumulo di nullità senza costrutto.

La storia è una storia semplice, un soggetto che potrebbe raccontarsi in due righe: lui ama lei, lei ama lui, si mettono insieme ma una malattia si frappone all’idillio. A riassumerlo in questo modo era lo stesso Boris Vian a chi gli chiedesse di spiegare di cosa parlasse il suo La schiuma dei giorni, romanzo di cui il film di Gondry è la riduzione cinematografica. Il regista dice di avere custodito da sempre l’idea di poter tradurre in immagini le pagine del libro. Occorre credergli, e accettare che tra i due autori  esista un legame indissolubile che li stringe l’uno all’altro di là dalle strettezze di un secolo: Gondry ama Vian, Vian avrebbe amato Gondry.

Tra le pieghe delle generosissime invenzioni visive ci sta una Parigi retro-futurista (indimenticabile la sequenza del volo romantico su una nuvola-cigno sollevata da una gru), un amore, lo spettro della malattia.

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La deliziosa Audrey Tatou, protagonista femminile, si concede generosa al proprio personaggio. Sembra quasi che nei primi piani dell’attrice sia custodito il mistero della pellicola. Nel ruolo del protagonista maschile Romain Duris appare perfetto: stralunato, generoso, idealista.

Sappiate infine che tutto procede secondo i tempi e i modi del Gondry regista di videoclip, l’inventore funambolico e provetto, nascosto dietro le quinte dell’Arte del Sogno, non già dell’artigiano dimesso prestatosi con amore al genio incontenibile di Charlie Kaufman.

Mood-indigoMood Indigo – La schiuma dei giorni
Francia, Belgio 2013
di Michel Gondry
con Romain Duris, Audrey Tautou
125 minuti

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