OPAC SBN non deve morire #salvatesbn

21/05 – AGGIORNAMENTO: Buone (?) notizie, già in data 7 maggio la DGBID (Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti culturali e il Diritto d’autore – organo del Mibac) smentiva che l’Iccu sia a rischio chiusura e che i tagli, inizialmente previsti al 31%, sono già stati ridimensionati al 14%. (Durissimo comunque districarsi tra questi acronimi). Il direttore dell’Iccu dott.ssa Rosa Caffo rispondeva con questo altro comunicato del 10 maggio (aggiornato oggi) in cui corregge il tiro: “Il “reale” livello di allarme è questo: ulteriori tagli metterebbero a serio rischio la continuità e la qualità del servizio.”

Che l’Iccu e SBN siano effettivamente a rischio chiusura o meno ci rimane comunque la certezza che in Italia i fondi destinati alla cultura siano completamente inadeguati al Paese che più di ogni altro della cultura dovrebbe fare il suo vessillo e se si continuerà nell’opera di taglio e ridimensionamento prima o poi le strutture dovranno giocoforza chiudere o semplicemente collasseranno (come a Pompei) alla fine ci si ritroverà con in mano solo un mucchio di polvere.


Non c’è limite al degrado culturale in cui il nostro Bel Paese riesce a sprofondare: in questi giorni si fa sempre più concreta la realtà che i tagli all’Istituto centrale del catalogo unico delle biblioteche italiane (Iccu) stiano mettendo a serio rischio l’esistenza stessa dell’archivio online del catalogo unico del Sistema Bibliotecario Nazionale, il mitico OPAC SBN, che potrebbe chiudere per mancanza di fondi e di personale.

OPAC-SBN

Apprendiamo dai comunicati stampa che la situazione è drammatica e la chiusura di questo importantissimo strumento che gestisce l’archivio di oltre 5000 biblioteche italiane offrendo una serie di servizi preziosissimi per studenti, ricercatori e utenti in genere (effettua la ricerca in un database di 14 milioni di titoli) sembra inevitabile.

I numeri di OPAC sono impressionanti: oltre 2 milioni di utenti, 50 milioni di ricerche bibliografiche con più di 35 milioni di pagine visualizzate. Nel database sono presenti oltre 14 milioni di titoli con 64 milioni di localizzazioni; il servizio permette di conoscere l’ubicazione del testo, prenotare la consultazione del libro o del documento, chiederne una riproduzione e in alcuni casi il prestito.

Queste le parole del comunicato del personale dell’ICCU:

Cessare la manutenzione e rendere insostenibile l’incremento di una tale risorsa, nella solita logica di tagli indiscriminati, è, a nostro avviso, l’ennesima offesa del diritto allo studio, alla ricerca e alla crescita culturale e pertanto riteniamo doverosa questa denuncia.

La chiusura appare ormai inevitabile. Chiunque svolga un’attività di studio o di ricerca, e più in generale chiunque, in Italia o all’estero, sia interessato a ottenere in lettura un documento nell’immenso patrimonio delle biblioteche italiane conosce il Servizio Bibliotecario Nazionale e ha sperimentato l’utilità del catalogo collettivo nazionale consultabile via internet.

Adesso, taglio dopo taglio, il Catalogo unico non dispone più dei finanziamenti necessari alla sua gestione. Si e’ dovuto ridurre il livello del servizio offerte e cercare finanziamenti al di fuori del bilancio dell’Iccu.

I tagli hanno colpito pesantemente anche il personale. Da anni i pensionamenti non vengono compensati da nuove assunzioni, ma soltanto provvisoriamente e in misura minima da collaborazioni esterne. Si interrompe cosi’ il passaggio di saperi ed esperienze che da sempre ha completato la formazione dei colleghi più giovani.

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via pinobruno.globalist.it

L'estate che verrà – Sports dei Love The Unicorn

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Dei Love The Unicorn ne avevo parlato già qui, nella ormai consueta rubrica del venerdì, 3 Canzoni per il Weekend.  Toulouse mi aveva colpito per il suo essere al contempo fresca e dreamy, estiva e malinconica, uno dei mix che maggiormente preferisco in una canzone pop. Poi, qualche giorno fa, è uscito l’Ep di questi cinque baldi giovani romani, Sports, per i tipi di WWNBB, andando a confermare  le impressioni suscitate dal singolo apripista.
Sports ha un suono compatto, coerente, ben strutturato ma allo stesso tempo facile e abbordabile, sei canzoni che ti entrano in testa al primo ascolto. C’è un po’ di tutto dentro questo Ep, come se le chitarre dei Phoenix, i tempi degli Strokes e le atmosfere rarefatte dei Real Estate  fossero state inserite  insieme in lavatrice  e centrifugate.
Il mare è presente fin dalla prima traccia (se non dalla copertina), Young, con i gabbiani a introdurre la risacca sonora dell’intro. Poi le chitarre e  i ricordi cantati disegnano il quadro di riferimento: le estati passate, quelle presenti, le occasioni perse, quelle sfruttate, la giovinezza, che se ne va e non torna più se non in rigurgiti isolati e sparuti. Queste le suggestioni, queste le atmosfere (personalissime, sia ben chiaro) che si spandono come cerchi nell’acqua per tutte le sei tracce dell’Ep, dall’incalzante Ghost & Believers  a Girlfriend, dall’allegria di Never/Ending Summer alla malinconia di On The Road, con il mare – sempre lui – che torna a chiudere il disco, a coprire e a cancellare ogni cosa, una giornata che finisce o un’altra estate che se ne va. Consoliamoci però, siamo ancora a Marzo.

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Capire gennaio

Il 2012 è iniziato da appena tre settimane e già sta picchiando giù duro. Uscite discografiche su uscite discografiche appare già difficile orientarsi e capire cosa c’è di buono da ascoltare. Ecco, io vi propongo la mia personale selezione, partendo proprio dall’Italia, ché da queste parti l’aria pare frizzantina ultimamente.


I primi della lista sono i torinesi Farmer Sea usciti proprio all’inizio del mese con il loro secondo album, A Safe Place, sostanzialmente autoprodotto, visto che uno dei membri della band è anche co-fondatore (e quindi proprietario) della Dead End Record, etichetta discografica che ha dato alla luce il suddetto disco. Per la prima settimana l’album è stato in free download sulla pagina bandcamp della band, una formula che ormai si sta diffondendo sempre più a macchia d’olio e di cui noi (non parlo solo a nome mio ma per tutta la redazione della webzine) siamo assoluti fautori, viste anche le nostre compilation. La musica dei Farmer Sea è, nomen omen, un posto sicuro, un porto sicuro a cui affidarsi quando fuori piove e tira vento e decidi che non hai le carte in tavola, né la voglia per decifrare ciò che gira intorno a te. E allora ti abbandoni, metti play e ti senti a casa, quello che stai ascoltando è il classico indie rock fatto con tutti i crismi del caso, scevro da ambizioni modaiole e hipsterismi vari, che affonda le radici nei sanguinosi anni novanta. E suona così dall’inizio alla fine, dalla traccia d’apertura, The Fear, (march is here and we will march against our fear – quasi un’incitazione programmatica), fino a quella finale, For too long. Vecchia scuola insomma, melodie cristalline dal sapore agrodolce proprio come, per citare il blurb che lancia il disco, quando fuori piove con il sole. Un album che prima coccola e poi, ascolto dopo ascolto,  conquista. Higlights: The Fear, To The Sun, Lights, Nothing Ever Happened e Disappearing Season.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=2924812263/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/


Il romano trapiantato a Londra prima e a New York adesso Mauro Remiddi, mente e braccia dietro il progetto one man band Porcelain Raft è il secondo di questa lista. Avendolo visto l’anno scorso aprire molto positivamente gli Yuck e avendo ascoltato in giro qualche pezzo convincente mi sono avvicinato con curiosità al suo primo album, Strange Weekend, uscito da poco con la Secretly Canadian. Già questo doveva convincermi della bontà del progetto visto che la casa discografica annovera Jens Lekman  e The War On Drugs fra i suoi talenti. Ebbene, ho rotto gli indugi e mi sono ritrovato in un universo onirico, fatto di musica stratificata, piena di riverberi e melodie sussurrate in punta di piedi, come in una bolla di sapone. Le canzoni, che hanno una struttura che più pop non si può (tanto da farmi pensare addirittura – udite, udite –  a George Micheal e Sinead O’Connor), sono arricchite da una produzione sì casalinga ma estremamente curata in ogni minimo dettaglio. Pezzi da ascoltare di notte, in silenzio, uno dopo l’altro, quando in casa sei solo e di andare a letto proprio non ne vuoi sapere. I brani di Porcelain Raft ti spingono a stare alzato ancora un po’, almeno il tempo di un’altra canzone, in cerca del perfetto commiato dal giorno che muore. Romanticherie. Highlights: Shapless & Gone, Put me to sleep, Unless you speak from your heart, The end of silence, Picture e The Way In. Un bel po’ insomma.

Unless You Speak From Your Heart from Porcelain Raft on Vimeo.


Poi una domenica sera accade che quei tipacci di Triste, senza avvisare, senza dire a o b o c, insieme ai diretti interessati, ossia i Fine Before You Came, decidano di dare via in free download (come è abitudine dell’etichetta e della band) Ormai, nuova fatica del suddetto gruppo. E meraviglia delle meraviglie, in poche ore i download sono già più di duemila, con mezza rete subito giù a scriverne. Ad oggi, stando alle ultime dichiarazioni dell’etichetta, ossia quelle rilasciate sulla loro pagina Facebook, siamo arrivati, in una settimana agli ottomila e rotti scaricamenti. Niente male. Ma tutta questa attenzione che ruota attorno a un gruppo come i FBYC si può dire giustificata? Be’ sì, intanto perché il modus operandi, la decisione conscia e precisa di condividere una propria creatura con il free download perenne, è temeraria e innovativa; e poi perché la qualità delle canzoni, decisamente più pop – se mi si concede il termine  – rispetto ai vecchi lavori, è sotto le orecchie di tutti. Il genere può piacere o non piacere ma quello che colpisce, quello che colpisce me in primis, è la bellezza dei testi, dal primo –urlato – verso (in tutti questi anni abbiamo detto così tante cose / ne abbiam fatte così poche), all’ultimo (io non me ne andrei / se non fosse che è arrivato il tempo in cui il tempo non c’è più / ormai il tempo non c’è più.), che si intrecciano con grande armonia (sì, armonia) col tessuto musicale fatto di sferzanti chitarre elettriche, basso e batteria. E in queste liriche, concrete, tangibili, non solo mi ritrovo, oggi come ieri, ma ci rivedo anche le esperienze, i progetti infranti, il senso di inadeguatezza, il magone che ti colpisce così, senza un apparente motivo, che sono elementi sensibili della nostra quotidianità. Il mondo descritto dai Fine Before You Came è reale e vero e porta a galla un cosmo fatto di piccole e private delusioni, senza guardare al passato con troppa nostalgia ma allo stesso tempo non serrandosi in un universo chiuso e senza speranza. Ormai è composto di sette tracce incazzate, sette racconti a tinte cupe, sette quadretti di umana solitudine tenendo sempre a mente, però, che dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=3099768476/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

Vi racconto una storia. La storia di Un fatto umano

Chi tra di noi, non riconosce nelle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino due esempi di straordinaria virtù umana e professionale? Chi non riconosce il merito di questi uomini, giudici, eroi di aver scosso un Paese che iniziava esattamente nell’anno della loro morte ad assistere allo smantellamento di un sistema politico e istituzionale vecchio di quarant’anni?

Era la primavera e poi l’estate del 1992, alcuni di noi avranno un ricordo nitido di cosa successe, qualche immagine, episodi personali legati in questo come in altri eventi alla biografia di una nazione. Altri invece, magari sanno, ma poco ricordano.

Per gli uni e per gli altri, Einaudi propone Un fatto Umano di Manfredi Giffone, Fabrizio Longo, Alessandro Parodi (Stile Libero Extra 24,00 Euro). Quasi quattrocento tavole a fumetti che ripercorrono la storia del pool antimafia. E lo fanno ricostruendo dettagliatamente la Sicilia e l’Italia in quasi trent’anni di storia, chiamando in appello tutti tra uomini di mafia, commissari, giudici, politici, bancari, giornalisti, personaggi dello spettacolo e d’affari che entrarono in contatto diretto o indiretto con Cosa nostra. E a raccontare questa lunga storia, a tessere le fila di vicende complesse e apparentemente slegate tra loro, ecco che compare uno dei più classici artifici letterari: un cantore, Mimmo Cuticchio, che come nella realtà (è come tutti gli altri protagonisti di questa storia, un personaggio realmente esistente) inscena uno spettacolo inusuale nel teatro dell’Opera dei Pupi.

Il progetto che ci troviamo tra le mani, sfogliando Un fatto umano, è ambizioso, complesso, coraggioso. Intimorisce il lettore disinteressato, con le prime e dense tavole, avvince il lettore curioso in tutte quelle seguenti mescolando cronaca, storia e umanità. Un’umanità raccontata ed espressa dai volti di animali che ricalcano come maschere i lineamenti di tutti gli attori di questa tragica storia.

Sulla gestazione dell’opera abbiamo fatto qualche domanda allo sceneggiatore Manfredi Giffone, che ci ha raccontato di come è nata l’idea, di com’è raccontare di questi temi, e di com’è farlo scegliendo il linguaggio complesso del fumetto.


D: In una nota introduttiva spieghi chi è Mimmo Cuticchio, il narratore che hai scelto come cornice della storia che hai deciso di raccontare. Cosa ti ha spinto invece a parlare di fatti di mafia?
R: 
Quando ho iniziato a raccogliere materiale per questa storia, grosso modo sei anni fa, già da un paio di anni insieme ai disegnatori Fabrizio Longo e Alessandro Parodi cercavamo una storia. Volevamo raccontare una storia ambientata in Italia e che si distinguesse dai temi che venivano trattati fino a quel momento nei fumetti mainstream. Dopo aver scartato un’infinità di ipotesi, una sera, parlando con la mia compagna, lei da buona palermitana con nonchalance mi disse “ma perché non raccontate la storia di Falcone e Borsellino?”. E mi si è accesa la lampadina. In un istante ho come “visto” tutta la storia e istintivamente ho pensato che potesse funzionare.

D: Tu all’epoca dei fatti che racconti eri poco più che un bambino. Hai ricordi particolari di allora?
R:
 All’epoca delle stragi di Capaci e via D’Amelio avevo 14 anni. La cosa su cui ho riflettuto a lungo in questi anni in cui ho lavorato al libro, non sono stati i ricordi che io ho dell’epoca quanto l’esatto contrario. Il giorno della strage di Capaci io non ho assolutamente idea di dove fossi e cosa stessi facendo. Non riesco a ricordarlo. Tanto che mi è venuto persino il dubbio di non aver appreso affato la notizia.

D: Questo è curioso se messo a confronto con il lavoro che sembra esserci dietro alla costruzione di questo libro… Nella storia  ci sono connessioni puntuali, senza reticenza alcuna su luoghi, tempi e soprattutto nomi. Come hai tessuto la trama della storia?
R: Ho fatto un lungo lavoro preliminare di documentazione. Poi fin da subito, prima di mettermi sulla sceneggiatura vera e propria, ho iniziato a redigere una cronologia, un file dove mi sono andato appuntando tutte le date e relativi avvenimenti che ritenevo interessanti, in un periodo compreso fra il 1968 e il 1992. Da questo file che, arrivato alla 26esima versione, conta circa 400 pagine, ho poi distillato con un po’ di fatica una trama che fosse il più comprensibile e coerente possibile.

D: Ti sei mosso con uno scopo narrativo, di finzione o di denuncia? Da ciò che racconti sembra quasi che i due moventi si siano in un certo senso avvicendati…
R: L’intenzione iniziale era quella di raccontare al meglio la storia di Falcone e Borsellino e del pool antimafia. Poi mi sono reso conto che non si poteva raccontare l’antimafia senza spiegare cosa fosse stata la mafia degli anni ’80. Ma per farlo, a mia volta dovevo andare ancora a ritroso e partire dalla fine degli anni ’70. E a quel punto mi sono reso conto che la mole di informazioni che dovevo riportare mi stavano portando su una strada ben diversa dalla narrazione di fantasia.
Ho potuto inventare molto poco alla fine. Ma ho cercato per quanto mi è stato possibile di tenermi lontano anche dalle sirene della “denuncia” o della retorica antimafia. Ho cercato di avere uno sguardo direi quasi distaccato. Ogni elemento è stato valutato a lungo prima di essere inserito nella trama o scartato.

D: Questo è molto chiaro: sembra che ogni parola sia stata calibrata al millimetro in ogni dialogo. In generale le stragi di Capaci e via D’Amelio sono due episodi molto noti della storia recente. Ma tutto quello che si allarga intorno ai singoli eventi, e che tu descrivi, è meno conosciuto e spesso non correlato dall’opinione comune. Pensi di aver creato con le tue ricerche dei collegamenti mai paventati prima? Di aver detto qualcosa che un lettore non avrebbe fino ad ora potuto leggere altrove?
R: No, non penso. Al massimo penso di aver ribadito dei concetti che magari erano stati pian piano dimenticati nelle pieghe della cronaca, come un interessantissimo discorso di Rocco Chinnici a un convegno di magistrati del 1982, o aver messo in scena degli avvenimenti che hanno trovato un loro definitivo chiarimento solo in tempi recenti. Penso ad esempio alla morte di Sindona. Per anni si è rimasti incerti se propendere per la tesi dell’omicidio o del suicidio, mentre ormai è ragionevolmente accertato che si è trattata della seconda ipotesi: un suicidio con il cianuro che simulava un omicidio per avvelenamento. E ci sarebbero altri esempi del genere. Diciamo che mettendo insieme le tessere del puzzle la vicenda assume un contorno un poco più chiaro. Ma le tessere erano e sono a disposizione di tutti. Il disegno centrale alla fine è sempre quello ma potrebbero cambiare i contorni.

D: Mai, quindi, hai avuto paura mentre scrivevi o a lavoro finito, delle conseguenze che il tuo libro avrebbe potuto scatenare?
R: Ogni tanto il dubbio è affiorato, ma devo dire che al di là delle suggestioni da cui possiamo essere stati influenzati ogni tanto noi tre autori, ragionando ogni volta a mente fredda siamo arrivati alla ragionevole conclusione che non è che stessimo correndo chissà quale rischio. Certo, dal punto di vista legale ci siamo tutelati il più possibile: ogni scena che abbiamo raccontato è riconducibile a una fonte, citata nell’apposita bibliografia.

D: Tre autori, infatti. Come hai lavorato con gli illustratori? Hai influenzato alcune scelte grafiche, o a tua volta sei stato influenzato dalle tavole che ti proponevano?
R: Abbiamo lavorato in un modo leggermente inusuale per un fumetto e forse in special modo per un fumetto italiano. Anche se i compiti hanno seguito la classica divisione sceneggiatore-disegnatori, abbiamo portato avanti il lavoro insieme. Partendo dalla sceneggiatura per ogni tavola Alessandro e Fabrizio hanno prima realizzato un layout che correggevo dove c’era bisogno. Poi dal layout si passava alle matite e alle ultime modifiche e solo a quel punto passavano alla fase finale dell’acquerello e delle rifiniture. La ricerca del materiale iconografico a partire dalle mie informazioni l’abbiamo fatta insieme, avvalendoci di ogni fonte possibile, film, documentari, foto d’epoca e anche foto realizzate ad hoc da me in vari sopralluoghi in Sicilia. Quindi direi che ci siamo influenzati reciprocamente per tutto l’arco della lavorazione.

D: I personaggi che rappresentate sono animali antropomorfi, alcuni molto riconoscibili (Falcone un gatto, Borsellino un cane) altri, almeno per una lettrice poco attenta alla zoologia, molto meno. Se un rapporto di filiazione con Spiegelman è banale, c’è da dire che la vostra declinazione dell’idea è totalmente diversa. Avete lavorato cercando delle somiglianze? O c’è un richiamo simbolico nella scelta degli animali?
R: L’idea di usare gli animali mi è venuta dopo aver letto Blacksad di Canales e Guarnido e quando l’ho proposta a Fabrizio e Alessandro l’hanno ritenuta convincente. Hanno preparato dei bozzetti preliminari di alcuni personaggi principali e ci sembrava che la cosa funzionasse. Poi da quando ci siamo messi al lavoro in maniera seria, ognuno dei circa 200 personaggi è stato reso a seconda della somiglianza, specie se si trattava di un personaggio importante come Falcone o Borsellino, e che dunque dovesse essere estremamente riconoscibile. Oppure abbiamo pensato a degli abbinamenti con un animale che suggerisse l’idea del carattere del personaggio. In un certo numero di casi siamo riusciti a unire le due cose, in altri, ma in numero tutto sommato minore credo, ci siamo lasciati andare alla metafora animale per indicare la funzione del personaggio: i segugi sono in generale giudici istruttori o investigatori e così via.

D: Il libro è uscito circa da tre settimane. Cosa ti aspetti? Come si vive il periodo dopo un lavoro così grande, così lungo? Hai già in mente nuovi progetti?
R: Non ho sinceramente idea di cosa stia succedendo davvero, se il libro stia andando bene o meno. Vedo che stanno uscendo diverse recensioni e che sono positive e questo fa di certo un grande piacere. Ma non c’è molto tempo per fermarsi a rallegrarsene perché al momento siamo impegnati in modo piuttosto intenso nel cercare di promuovere quanto più possibile il nostro lavoro. Quindi direi che dopo un lavoro così lungo c’è ancora tanto da fare, anche se sicuramente cercare di raccogliere i frutti di una lunga gestazione è un’occupazione di gran lunga più piacevole che stare seduti per ore davanti al computer o chini sul tavolo da disegno. Insomma stiamo ancora lavorando a Un fatto umano e per il momento quindi non ho in mente altri progetti.

Titolo: Un fatto umano. Storia del pool antimafia
Autore: Manfredi Giffone, Fabrizio Longo, Alessandro Parodi
Editore: Einuaudi (Stile Libero Extra)
Dati: 2011, 24,00 €, 375 pp.

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A Gang Of Five – Intervista agli A Classic Education

Il disco degli A Classic Education, Call It Blazing (Lefse/La Tempesta International/Tannen Records 2011), è uno di quelli che maggiormente mi ha colpito ultimamente, uno di quelli che, instancabilmente, continua a girare su player e lettori di vario formato. Questo, già di per sé, bastava perché ne scrivessi. Poi però non volevo fare la solita cosa e cioè una lunga e noiosa disamina del disco, così come sono abituato a fare. Mi sono detto, cazzo, ce li ho sotto casa, intervistiamoli! Ho scritto a Jonathan Clancy, cantante e chitarrista della band, e ci siamo messi d’accordo per una chiacchierata in chat. Solo che poi è arrivato il tour con gli Okkervil River, così, all’improvviso e bisognava  preparare, organizzarsi e allora abbiamo deciso di rimandare.

Avevo però un ultimo asso nella manica da giocarmi: il concerto degli Okkervil River al Café de la Danse, a Parigi. Opening Act: A Classic Education. “Perché no?”, mi sono detto. “Perché no?”, ha risposto Jon. E così sono finito a intervistare un gruppo italiano a Parigi, altro che sotto casa. E quello che è venuto fuori è stata una lunga chiacchierata a tutto tondo sulla musica, il disco, i live, la poetica e l’estetica, insomma tutto. E direi che ci siamo divertiti un bel po’.

Un’avvertenza prima di leggere: ho tentato, per quanto possibile, di lasciare il discorso colloquiale, l’intervista è stata un faccia a faccia (vis à vis dai, eravamo in Francia!) quindi non mediata da alcun tipo di mezzo, spero risulti tutto comprensibile.

A rispondere alle mie severe domande Jonathan Clancy, voce e chitarra, e Luca Mazzieri, chitarra.

Iniziamo con una domanda diretta: voi siete nati quando, quando è nato il gruppo?

J: Boh, nel 2007 più o meno.

2007 dunque, il nome è A Classic Education. Il ragazzino è andato a scuola, si è svezzato ed è entrato nella gang.

J: Più o meno sì, mi piace, è un buon modo di vederla.
L: Sì, forte.

Quindi l’evoluzione c’è stata anche da un punto di vista sonoro. Io mi ricordo quando vi ho visto la prima volta in assoluto; è stato quando avete aperto agli Arcade Fire a Ferrara. Là mi sembravate adatti a quel tipo di musica. Adesso invece mi sembrate andati oltre quel tipo di sonorità. Come si è evoluto il vostro suono?

J: Ecco, col tempo, è venuto fuori anche parlandone con Luca, nel senso che in realtà abbiamo fatto passare un sacco di tempo. Le band ormai sono abituate a fare il singolo velocemente, se ne parla su internet, esce il video su Vimeo, due-tre robe, tac e fai il disco. Noi abbiamo quasi fatto il giro opposto, nel senso, abbiamo fatto uscire tanti ep, secondo me anche per imparare a conoscerci. Hey There Strangers (d’ora in poi HTS) in particolare, cioè l’ep di mezzo, quello dopo First Ep, secondo me è stato il momento a livello anche personale di scrittura in cui ci siamo detti: “Cazzo adesso abbiamo qualcosa di nostro”. All’inizio siamo partiti dicendo facciamo qualcosa di diverso rispetto alle band che avevamo: vogliamo cercare di far uscire la melodia, abbiamo tutti questi strumenti nuovi, abbiamo l’organo, abbiamo gli archi, mettiamoci tutto e cerchiamo di spingere con tutti ‘sti giocattoli nuovi, e il risultato è stato il First Ep. Piano piano secondo me ci siamo conosciuti meglio, abbiamo iniziato a sottrarre, anche se non è stata una cosa voluta, cioè la riprocesso adesso, adesso riesco a dirtela, non ce ne siamo neanche accorti. Siamo arrivati a HTS con quel tipo di suono.

Cioè non è stato un progetto ben preciso, è stato un work in progress anche se è brutto utilizzare queste espressioni quando riguardano i processi artistici.

L: Sì esatto, quando ci siam trovati è stata questa voglia di scrivere canzoni a unirci, venivamo da progetti dove si suonavano pezzi fondamentalmente. Abbiamo avuto voglia di scrivere canzoni, e all’inizio magari c’è questa bulimia totale per cui senti il bisogno di usare quello che non hai mai usato, quello che appartiene al bagaglio culturale che hai, perché tutti comunque siamo dei grossi fruitori di musica, una cosa che secondo me ci ha accumunato tanto è stata la passione incredibile per la musica in generale. Poi pian pianino questa voglia di scrivere canzoni e il conoscerci ha fatto sì che venisse fuori una voce nostra e che le influenze si diluissero in un suono comune perché sai, tu porti la tua esperienza, lui porta la sua, all’inizio è forte, all’inizio magari si sente poi pian pianino si diluisce in quello che stai diventando.

E quindi è stato il tempo il maggiore collante.


J: Sì, per noi il tempo è stato un amico. Sembra una banalità ma fare le cose con calma ci ha aiutato tantissimo a focalizzare la scrittura, il tipo di scrittura, e anche poi tra l’altro citavi il concerto di Ferrara con gli Arcade Fire dove secondo me sì, per il tipo di gruppo che eravamo, che siamo, cioè con degli archi ecc. ecc. l’accostamento può venire abbastanza naturale ma penso che la nostra scrittura sia molto più, come posso dire, intima; ma non intendo che la loro non sia intima però la nostra appunto è più da persona a persona, faccia a faccia. Loro hanno quella incredibile qualità di essere una band oceanica, noi invece anche nei testi e nelle canzoni, non abbiamo quel tipo di approccio, non siamo portati verso quel tipo di comunicazione. A me piace una versione più intima…

L: Confidenziale.

J: Sì one on one, ecco, ci piace di più come registro.

 

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F23433568 A Classic Education – Forever Boy by A Classic Education

Leggendo un po’ di recensioni in giro sul vostro disco Call It Blazing si dice spesso che gli ACE sono una band italiana ma non suonano come una band italiana. Come vi spiegate questa etichetta da parte della stampa?

J: Ma secondo me è veramente un po’ un pregiudizio, nel senso: che cosa è essere una band italiana? Noi siamo una band che ha le proprie influenze, è cresciuta ascoltando e facendo un certo tipo di musica. Luca è cresciuto ascoltando gli Smiths, io un altro gruppo… E non sono cresciuto ascoltando i Litfiba, non c’è niente di male. Semplicemente tu riprocessi questo, noi siamo una band tra l’altro che è stata anche definita esterofila perché andavamo a suonare spesso all’estero. In realtà per noi non è che c’è un meglio o un peggio, semplicemente la nostra idea è non avere confini. Se la mia band preferita suona su un palco a Monaco o a New York o a Lubjana io voglio essere lì e confrontarmi con quello anche. E voglio suonare pure a Casalecchio, voglio suonare pure a Modena o a Voghera ma devo potermi confrontare con tutto, non capisco perché… Cioè, non ci sono confini.

Ma infatti vedendo la vostra carriera live si può dire che siete stati gruppo spalla di tante band e molte di queste scelte da voi. Faccio un esempio: i Real Estate a Milano, unica data italiana, voi avete preso gli strumenti e siete andati là. Ora gli Okkervill River, prima gli Arcade Fire, poi in tour con i British Sea Power. Quindi voi li andate a cercare questi confronti.

L: Sì ma è ance un misto, a volte accade anche il contrario, in questa occasione siamo stati cercati come anche con i British Sea Power.

J: Noi siamo un band anche un po’ naif, molti vedono dietro al fatto che abbiamo suonato con diversi gruppi una sorta di progettazione che in realtà non c’è. Per esempio i Real Estate sono una delle nostre band preferite degli ultimi anni, allora abbiamo scritto a La Casa 139 e gli abbiamo detto “Cazzo veniamo a suonare a gratis”, ci piacciono e così è stato. Poi abbiamo risuonato con loro altre volte e si è creato un collegamento tanto che quando sono tornati a Forlì, in realtà non ricordo se sia stato prima Forlì o Milano, hanno chiesto loro: dai, venite a suonare. Poi abbiamo registrato il disco ai Rear House dove anche loro hanno registrato. Alla fine quello che conta è il rapporto umano, è il rapporto umano che cementifica e fa andare avanti tutte queste cose e spero ovviamente anche la bravura.


A Classic Education – Call It Blazing 100% from A Classic Education on Vimeo.

CONTINUA…

500 Vite. Un anno di eventi per Giorgio Vasari

Vasari - Vite

Manca poco meno di un mese alla scadenza esatta del quinto centenario vasariano e già in Toscana si fa fatica a contare le innumerevoli manifestazioni incentrate sul poliedrico personaggio rinascimentale. Giorgio Vasari, nato ad Arezzo il 30 luglio 1511, è conosciuto ai più per aver pubblicato nel 1550, e poi nel 1568 in versione rieditata e ampliata, il trattato sulle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, vera e propria pietra miliare della storiografia italiana che, ancora oggi, risulta un punto di partenza imprescindibile per lo studio dei centosessanta artisti in essa descritti.

Non tutti sanno, però, che il Vasari era lui stesso un pittore, uno scultore e uno dei più importanti “architettori” della corte di Cosimo I de’ Medici, tanto che fu proprio l’aretino a realizzare il progetto di un’altra opera fondamentale per la storia dell’arte italiana, anch’essa, come le Vite, intesa, in un secondo momento, a raccogliere in un solo luogo molti dei suoi più illustri predecessori: gli Uffizi di Firenze.

Gli UffiziLa mostra Vasari, gli Uffizi e il Duca si pone l’obiettivo di ripercorrere proprio il rapporto tra Cosimo I e il Vasari e come questo sia sfociato nella realizzazione architettonica dell’idea di accentramento politico della corte medicea. L’edificio infatti è un vero e proprio frammento di città, che salda in un unico organismo le due residenze ducali di Palazzo Vecchio, sede del governo, e di Palazzo Pitti, al di là dell’Arno, imprimendo su Firenze la presenza fisica del Potere, sotto forma di architettura e custodendo, prima di trasformarsi in uno dei più importanti e famosi musei del mondo, l’intero apparato governativo del Granducato di Toscana. Attraverso un’ampia serie di testimonianze e carteggi d’epoca, la mostra – alla Galleria degli Uffizi fino al 30 ottobre 2011 – ripercorre la realizzazione del più imponente cantiere architettonico del Cinquecento italiano e il modo in cui esso ha radicalmente cambiato l’assetto urbano della città.

Il Vasari pittore, invece, è celebrato nella nativa Arezzo con ben due mostre. La prima, Giorgio Vasari, pittore e disegnatore, raccoglie una serie di opere estrapolate dalle collezioni di alcuni dei più importanti musei europei, tra i quali il Louvre e il British Museum, e l’altra, dall’infelice titolo Vasari: santo è bello, ma dal ricco allestimento, presenta, accanto ad alcuni dei più importanti dipinti dal tema religioso dell’artista toscano, tra cui il Cristo nell’orto, anche delle opere scelte dalla collezione del museo diocesano di Arezzo, utili a contestualizzare la produzione pittorica vasariana, che lo stesso aretino considerava la principale delle sue numerose attività, nonostante il suo stile, spesso confuso e oscillante tra richiami michelangioleschi e raffaelleschi, non riuscisse a sollevarsi molto al di sopra di un’oratoria magniloquente.

Giorgio Vasari - AutoritrattoIntanto, il nostro, nonostante i cinquecento anni, è capace di risultare ancora enormemente attuale e al passo con i tempi. Nella primavera scorsa, infatti, gli studenti dell’Istituto “Giorgio Vasari” di Figline Valdarno hanno creato un blog dedicato proprio all’illustre personaggio che da il nome alla loro scuola, mentre la Regione Toscana sta progettando una banca dati che raccolga le voluminose Vite. La stessa imponente opera storiografica, sin dal 3 marzo scorso, da Firenze a Pisa e, ovviamente ad Arezzo, è il centro di una serie di letture pubbliche che si protrarranno per l’intero anno e che daranno vita alle centosessanta storie che il Vasari aveva ideato sul modello classico di Plutarco, scrivendo con efficacia letteraria, sceneggiando i fatti che era andato raccogliendo nei suoi viaggi di ricerca, interpretandoli e attraendo il lettore con aneddoti curiosi e a volte divertenti, seguendo l’antico principio dell’Ars poëtica oraziana di insegnare dilettando, conscio del fatto che «ottiene ogni voto colui che mescola l’utile al piacevole, dilettando il lettore e al tempo stesso ammaestrandolo».

Forse, il cinqucentenario Vasari non sarà stato un pittore abile quanto lui stesso credeva di essere, ma, senza alcun dubbio è stato un notevole “architettore” e un abilissimo scrittore e sono state proprio queste due ultime attività, da lui ritenute secondarie, a consegnarlo alla storia e a far sì che la Toscana e l’Italia intera si ricordino ancora di lui e che il suo anniversario non risulti “di troppo” in un anno decisamente colmo di importanti ricorrenze.

Rimanere lì sdraiato non ti servirà mai a niente

È questa la frase che viene fuori urlata dagli altoparlanti mentre sul lettore gira Materasso, traccia numero 5 dell’ep omonimo dei Do Nascimiento. Un consiglio che chissà quante volte avremo ricevuto o ci saremo intimamente sussurrati nelle giornate e in quei periodi no che non riescono a farci vedere nulla di positivo. Un consiglio, un’esortazione che magari detta da altri ci avrebbe fatto infastidire, stizzire per quella autentica ingenuità che lo accompagna, quell’ingenuità però che è allo stesso tempo genuinità e giovinezza. Sì perché dirsi rimanere lì sdraiato non ti servirà mai a niente, ma soprattutto rimanere lì sdraiati a dirselo è la quintessenza della giovinezza. Struggersi nell’ignavia di un materasso, rimuginare sui pensieri per poi urlarli a squarciagola in una canzone questo significa essere giovani. E questa sensazione si sparge da ognuno dei sei pezzi che compongono l’ep, come autentici cazzotti in piena faccia. È la gioventù che ti sta parlando e lo fa per bocca dei Do Nascimiento.

C’è tutta una scena che sembra stia tornando alla ribalta, una scena che dieci anni fa impazzava e di cui io, come dicevo qui, non conoscevo assolutamente nulla. Dieci anni fa ero da un’altra parte, urla e chitarre non mi interessavano, oddio le chitarre sì ma le urla no.

Quindi delle radici e della nostalgia non ne so proprio un bel niente. Quello che so è che ‘sta roba la sto ascoltando adesso e, perbacco, mi piace un bel po’. Dopo Distanti, Crash Of Rhinos e Raein ecco i nuovi arrivati Do Nascimiento, un nome doppiamente suggestivo, che riporta alla mente un immarcescibile campione sudamericano e un marcio  (santos) mago brasileiro. Sei brani in free download che diventeranno a breve una cassetta a tiratura limitata, sei brani co-prodotti da (vita) di legno e two two cats bad tapes. Il dischetto è uscito venerdì e in poche ore ha contato ben più di cento scaricamenti, magie del free download (di cui noi qui, su queste pagine, siamo fan sfegatati e che forse, il free downloard, meriterebbe una trattazione a sé).

Ma qui si parla dei Do Nascimiento e del loro ep e quindi visto che di parole al vento ne abbiamo buttate già assai passiamo alla musica e mettiamo play. Prima però, mi raccomando, scaricate.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=3171138717/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

Tesori sempre più sommersi: il web contro la censura di AGCOM

Forse siete già informati, probabilmente no: dal 6 giugno in Italia avremo tutti il privilegio di essere cavie nel più avanzato e subdolo esperimento al mondo di imbavagliamento del World Wide Web. Il tutto in barba ai regimi totalitari di mezzo mondo che hanno ancora l’ingenuità di chiamare le cose con il loro nome (censura) e in assoluta controtendenza rispetto agli altri paesi occidentali (l’Islanda in testa) che invece si dotano di leggi per la difesa e la tutela della libertà di pensiero e di espressione attraverso i nuovi media. In questo contesto noialtri affidiamo alla nostra “prestigiosa” Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (la barzelletta Agcom, servi dei servi dei servi dei servi, basti vedere il meccanismo delle nomine) il divertente compito di oscurare sommariamente e istantaneamente qualsiasi pagina web sulla base di semplici sospetti di violazione del copyright, dall’oscuramento della singola pagina fino all’intero dominio, come già da tempo avviene con il sito svedese thepiratebay.org (che, ci tengo a precisare, è visibile in qualsiasi altro paese del mondo e i cui gestori siedono al parlamento europeo). Una delibera in nome del caro vecchio diritto d’autore, che, insieme alla privacy, a nostro parere sta diventando la truffa del secolo, il pretesto con cui calpestare i più fondamentali diritti democratici in nome di un’ipotetica (e spesso utopica) tutela commerciale della proprietà intellettuale (mentre in realtà sono le stesse dinamiche di mercato a privare di fatto gli autori della proprietà delle loro opere).

Non fatevi fregare, la vostra privacy non vale nulla (se non avete reati da nascondere) e non esistono autori che vivono grazie al copyright (che in realtà non tutela gli autori ma i produttori). E in ogni caso è nostra assoluta convinzione che la libera diffusione dei contenuti, in un’epoca che ne rende possibile la circolazione in tempo reale e a costo zero, sia un valore che tutti dovrebbero perseguire e difendere, un valore che va ben oltre le grette logiche di mercato. Ma stiamo andando fuori traccia: questo è un discorso molto complesso (oddio, a noi in realtà sembra semplicissimo) che speriamo di riuscire ad affrontare prossimamente su queste pagine.

Per ora torniamo alla porcata della delibera n. 668/2010 dell’Agcom. Non ci vuole una ricerca approfondita per capire quale sia l’intento reale dell’operazione: colpire i nuovi media digitali e il web 2.0 (in particolare siti come Youtube in cui gli utenti hanno la possibilità di caricare contenuti liberamente) per tutelare gli interessi dei media tradizionali e dei loro editori, in testa a tutti il nostro buon presidente del consiglio, che già ha tanti guai, e la sua Mediaset.

E il rischio, naturalmente, è quello del controllo sociale e culturale; che con la vecchia scusa di privacy e copyright si possa in quattro e quattr’otto oscurare qualsiasi blog/sito/portale che non vada a genio, magari per motivi politici, senza possibilità di ricorsi e appelli. Poi, che il diritto di autore sia fondamentalmente un pretesto è evidente per il semplice fatto che è assurdo solo pensare che l’Agcom possa realmente avere la capacità di intervenire capillarmente a rilevare e oscurare tutte le violazioni del copyright presenti in rete. Sarei proprio curioso di vedere come e quanto si attiverà l’Agcom quando un pinco pallino qualsiasi gli dovesse segnalare che un grosso portale (come repubblica.it o tgcom.mediaset.it) abbia utilizzato un estratto di un suo post o una sua immagine o un suo filmato, come del resto è prassi nel mondo mediatico italiano. Detta la nostra, se volete continuare ad informarvi (o attivarvi) vi segnaliamo quest’ottimo articolo di Tom’s Hardware, l’appello di Agorà Digitale e la petizione, che vi invitiamo a firmare immediatamente.

Siamo appena usciti da un una tornata referendaria che ci ha ridato un po’ di speranza su come la società civile, dal basso, possa riuscire a rialzare la testa e mettere i bastoni tra le ruote a questo becero regime oligarchico che spadroneggia in Italia, speriamo di riuscire a rovesciarli anche qui. Forza.

Il crocifisso di Stato: una storia da raddrizzare

Il 18 marzo 2011 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo – organo del Consiglio d’Europa e non dell’Unione Europea come spesso erroneamente si sostiene – si è pronunciata contro la signora Soile Lautsi, cittadina italo-finlandese di Abano Terme, in provincia di Padova. Nel procedimento Lautsi vs. Italy, la nostra concittadina aveva sostenuto che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche costituiva una violazione della Costituzione italiana, che dal 1984 non riconosce più la religione cristiana, cattolica e romana come unica religione di Stato. Dopo un primo pronunciamento a lei favorevole nel 2009 e dopo il ricorso da parte dello Stato italiano, è arrivata la sconfitta, salutata in coro dalla nostra classe politica, che quando si parla del simbolo religioso si raccoglie in una prodigiosa union sacrée. Di sconfitta si tratta, non bisogna girarci attorno. Ma di che tipo di sconfitta stiamo parlando: soltanto giuridica o ben più ampia, culturale, politica, storica?

Il crocifisso di Stato, «libretto polemico» (così lo definisce l’autore stesso) di Sergio Luzzatto, brillante storico della Rivoluzione francese e dell’Italia del Novecento, è uscito poco prima della sentenza in questione. Ma questo poco importa al lettore, dato che il testo si occupa, più che di questioni giuridiche, della dimensione profonda, storica del problema della presenza pubblica del simbolo religioso, del rapporto tragico e profondo tra le nostre esistenze quotidiane, le nostre istituzioni e la Chiesa cattolica. Con le sue parole: «Il crocifisso sul muro non è soltanto una questione di diritto, una questione di codici o di codicilli. Il crocifisso sul muro è soprattutto un problema di storia. Una storia lontana o anche lontanissima, risalente fino al Medioevo, e una storia vicina o anche vicinissima, dal primo Novecento a oggi. In Italia il crocifisso è là, davanti ai banchi dei bambini nelle scuole elementari, sopra il letto dei pazienti nelle stanze d’ospedale, dietro le sedie dei giudici nelle aule dei tribunali, perché là lo ha preparato a giungere un passato remoto, perché là lo ha imposto un passato prossimo, perché là lo mantiene una specie di presente storico».

La storia del crocifisso di Stato è la nostra storia peggiore, la «storia da rifiutare», conclude Luzzatto. Possiamo ben vedere che lo storico assume fin dalle prime pagine un atteggiamento trasparente: quello che avete tra le mani non è un libro di distaccata analisi storica, ma un libro che unisce il tono polemico del pamphlet al rigore della ricostruzione storica; mantiene però sempre dritta la direzione: il crocifisso sui nostri muri pubblici non è un simbolo universale, non esprime l’essenza profonda della nostra identità nazionale e non è affatto innocuo. Luzzatto ci mostra, in poche pagine che tengono assieme con sorprendente leggerezza e sapienza narrativa una matassa complessa di trame macro e microstoriche, perché è importante fare la storia di un problema presente: solo in questo modo possiamo accorgerci che il nostro presente non è condannato all’immutabilità, ma è talmente fragile da poter essere rivoltato.

Come dicevamo, le tesi di Luzzatto sono essenzialmente tre, e contrastano punto per punto la vulgata bipartisan pro-crocifisso. In primo luogo, il crocifisso non è un simbolo che unisce ma un simbolo che divide, come mostrano le sue origini risalenti ai secoli XII e XIV dell’Occidente cristiano, lo stesso periodo che vede le prime violente persecuzioni antiebraiche, da cui nascono le conseguenti attività vandaliche contro il simbolo da parte ebraica. In secondo luogo, il crocifisso non è un simbolo universale, non esprime un messaggio di pace che viene rivolto a tutti, ma parla a una parte precisa di fedeli e urla la sofferenza del Cristo, al punto che seguire il ragionamento degli «atei devoti» nostrani significherebbe insultare la sua potenza stessa e farne implicitamente un simbolo muto, quasi impotente. Infine, se è una verità banalissima che la nostra identità nazionale ha delle “radici cristiane”, è anche vero che l’identità di un paese, così come i simboli attraverso cui si esprime, è qualcosa che evolve, muta, si trasforma radicalmente con il tempo: l’identità di un paese non è un’essenza immutabile ma una trama di eventi storici in perenne mutamento. Perché infatti, domanda provocatoriamente Luzzatto, non si parla mai della presenza o dell’assenza del crocifisso dalle case degli italiani, e soltanto della sua presenza pubblica? Non sarà forse che l’enfasi sulla sua pubblicità serva a oscurare il fatto che si tratta di un simbolo sempre meno presente nelle vite reali e negli spazi che concretamente abitano gli italiani?

Tutto questo è argomentato tramite il ricorso a una cronologia e a una geografia estremamente variegate: dalla Cuneo degli anni Ottanta al Medioevo di Francesco d’Assisi, dal Gargano di Padre Pio all’esposizione della Sindone l’anno scorso a Torino, dal Cristo parlante e amichevole di Guareschi alla marcia su Roma descritta da Curzio Malaparte. La difesa del crocifisso delinea inoltre inedite e bizzarre convergenze, scenari surreali in cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la grande scrittrice Natalia Ginzburg, Marco Travaglio, Mariastella Gelmini e il cardinale Bertone si sono trovati, negli ultimi 25 anni circa, dalla stessa parte della barricata. Tra le diverse storie che si intrecciano e si agglomerano nel nostro presente storico, ne scelgo soltanto una, quella degli anni che vanno dal 1922 al 1926, gli anni della nascita del fascismo, o meglio del clerico-fascismo, perché ci consente di gettare, al di là di tutti i recenti e pietosi revisionismi, un ponte verso quel passato, un ponte tanto più spaventoso quanto molto trafficato ai nostri giorni. Il clerico-fascismo, categoria ambigua ma pregnante trattata da Luzzatto in maniera più articolata nel suo splendido libro su Padre Pio del 2007, sembra riagguantarci – beninteso, in forme nuove: la storia non si ripete – e prenderci alle spalle proprio quando credevamo che fosse diventata una mera materia scolastica.

Dunque, è proprio vero che il crocifisso è sempre stato appeso nelle nostre scuole, caserme, ospedali, tribunali? No. Nonostante una legge Casati del 1859 stabilisse l’obbligo di esporre il crocifisso e il ritratto del re in tutte le scuole elementari del regno, nell’Italia laica e post-unitaria, nata non senza la Chiesa ma contro la Chiesa, la direttiva era ampiamente disattesa, tanto che il 22 novembre 1922, neanche un mese dopo la marcia su Roma, il governo Mussolini, per mano del sottosegretario all’istruzione, emanava una circolare in cui lamentava questo stato di cose e prescriveva di rimettere subito i simboli al loro posto. Ben presto, tra il ’23 e il ’26, la direttiva venne estesa a tutti gli edifici pubblici, a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, e infine ai tribunali. Dietro questa serie di decreti stava, e Luzzatto ricorda alcune eloquenti biografie, una pattuglia di gerarchi del Fascio con le mani ancora sporche di sangue.

Anche se sono da prendere con le molle, ricordiamoci delle parole con cui Malaparte descriveva la marcia su Roma: si trattava della sospirata e tanto attesa «vittoria dell’Italia cattolica, terragna, antimoderna, anticivile» contro quell’altra «Italia laica, cittadina, esterofila e viziosa». Ricorda qualcosa?

Titolo: Il crocifisso di Stato
Autore: Sergio Luzzatto
Editore: Einaudi
Dati: 2011, 100 pp., 10,00 €

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Dopo la tv c'è il cinema, dopo il cinema la radio e poi la morte – l'Italia secondo Boris

Domenica sera. Sono, come al solito, di fronte al computer a leggiucchiare qualcosa quando squilla il telefono. Rispondo, amici. Mi comunicano che se divento liker della pagina Boris il Film su Facebook posso vincere biglietti per un’ anteprima che si terrà il giorno dopo presso il multisala Uci Cinemas di Milano Fiori. Non ci penso su due volte, mi loggo e partecipo al contest che, dopo pochi secondi, vinco. Una mail nella mia casella mi dice che ho diritto a due biglietti gratuiti. Quasi esulto per la manna ricevuta, mica mi è mai capitata una roba del genere. E poi Boris in anteprima, un film che tutti, me compreso, nonostante i preconcetti da snob che mi contraddistinguono, stanno aspettando.

La serie tv dopo tre fortunatissime stagioni approda sul grande schermo e tutti coloro che l’hanno apprezzata, e sono molti, non aspettano altro da mesi. Si parlava di un anti-cinepanettone poi però la data è stata spostata verso un più consono, forse, primo aprile. E io alla fine buono, buono aspettavo il mio turno quando mi viene fatto questo inaspettato regalo. Che, in fin dei conti, non mi ha sorpreso più di tanto. Il modo in cui Boris è stato sempre pubblicizzato e promosso, dai tempi della serie, sembra stridere con tutte le logiche di mercato, almeno quelle tradizionali. Avendo un pubblico culturalmente elevato e internet -friendly (credo, anzi ne sono convinto, che il successo di pubblico sia dovuto più alla rete che ai canali di pay tv su cui è stato trasmesso) le strategie comuni sono state ribaltate tant’è che le ultime due puntate della terza serie erano state rilasciate in anteprima sul myspace del telefilm (ricordo bene?). Roba inconcepibile.

E ora i promotori del film che fanno? Semplice regalano biglietti a mezza Italia per delle anteprime che anticipano l’uscita del film di quasi una settimana. Noi non possiamo che ringraziare, prendere atto della singolare dinamica e recarci senza alcuna esitazione verso la sala preposta. Partiamo con largo anticipo perché non sappiamo assolutamente in quale luogo sperduto dell’hinterland milanese si trovi il cinema per poi scoprire che in realtà è a cento metri dalla neo-fermata Assago Nord, immerso  in una cittadella innaturale in cui gli unici negozi presenti sono  fast food di tutti i tipi da cui fuoriesce lo stesso medesimo gradevole odore: quello di olio fritto saturo . Per il resto tutta campagna e autostrada.

Il cinema è pieno e la fauna rappresentata, come si poteva immaginare, è quella di ragazzi, più o meno trentenni, che ben si possono identificare nel protagonista iniziale della serie, Alessandro, simbolo del precariato sociale, intellettuale, totale in cui ci si muove, ormai forse da troppo tempo, in questo paese. C’è addirittura chi si è spinto a portare un pesce rosso in un vasetto, incarnando le attese in un gesto inequivocabile. Boris è dunque un fenomeno generazionale? Sì e no, probabilmente è stato uno dei prodotti meglio riusciti all’industria culturale italiana degli ultimi anni, una sit-com dove la tragedia (e la morte) sono  sempre dietro l’angolo, in cui a paillettes e lustrini fa da contraltare la descrizione amara, disillusa e impietosa di un paese allo sfascio, in cui la decadenza stessa diventa oggetto di risate, grasse, sguaiate e liberatorie. E forse dietro questa propensione al carnevalesco si nasconde la vera essenza del popolo italiano, talmente legato a se stesso e alle sue macchiette da riderne anche se sa che non sono divertenti (Martellone, la linea comica, ne è l’esatta esemplificazione).

E il film in questo non tradisce la serie, anzi, si presenta ancora più cinico e pessimista se possibile. Scherza con gli spettatori ed è violento nella sua critica al mondo televisivo/cinematografico/culturale evidenziando come questo in realtà non ci sia, non esista. Casomai vi sono delle nicchie, ma è tutto qui. Diego Lopez, viscido direttore di rete, lo evidenzia bene nelle prime battute del film dopo che il regista René Ferretti, stanco della monezza che sta girando minaccia di passare alla concorrenza: “La concorrenza?” – dice –  “Ma che minchia dici, la concorrenza non esiste. Siamo noi la concorrenza”. Ecco dietro questa frase crudele e senza speranza pronunciata praticamente all’inizio del film c’è tutta la verità del ridicolo e sciatto declino di una nazione e dei suoi abitanti.

Della trama non dirò di più, chi ha seguito la serie in questi anni si troverà perfettamente a suo agio, chi invece non l’ha fatto e ha intenzione di vedere il film (che consiglio) non avrà particolari problemi anche se gustarsela per intero prima della visione è vivamente caldeggiato. Un elemento senz’altro positivo è che il film non è slegato dalle puntate precedenti, anzi. L’operazione sembra proprio essere la conclusione di un ciclo iniziato anni fa forse un po’ per gioco, quasi per scommessa e terminato nell’anno 2011 per acclamazione di pubblico. Gli scettici ci sono e hanno le loro ragioni, più o meno buone, ma non si può assolutamente dire che Boris non sia (stato) il fenomeno che è. Forse l’unico (ripeto) prodotto culturale capace di unire il sentire di un’intera generazione, quella che ha perso le speranze in se stessa e, più in generale, nel paese. Una generazione colpita, massacrata, distrutta che rischia di non avere, oltre al presente, un futuro.

[spoiler alert]

E ‘sti cazzi!!!

Boris il film – ITA, 2011
di Ciarrapico, Torre, Vendruscolo
Con Luca Amorosino, Valerio Aprea, Ninni Bruschetta, Paolo Calabresi, Antonio Catania, Carolina Crescentini, Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggeri, Alberto Di Stasio, Roberta Fiorentini, Caterina Guzzanti, Francesco Pannofino, Andrea Sartoretti, Pietro Sermonti, Alessandro Tiberi, Giorgio Tirabassi
Commedia – 108 min.
Wildside – 01 distribution

Nelle sale dal 1 aprile

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