"Butcher's Crossing" di John E. Williams: classic western

Intuiva che si stava lasciando qualcosa alle spalle, qualcosa che avrebbe potuto essergli prezioso, se solo fosse riuscito a capire cos’era.

Nulla sfugge alla regola della ciclicità; la osserviamo negli eventi storici e naturali, nelle mode, nelle arti, sopratutto quelle figurative. Il cinema, per esempio,  riscopre i generi  e stili a cadenze prefissate,  e questo accade anche per il genere western, la cui riproposizione, però, è così frequente e ravvicinata che sembra quasi sottrarsi alla regola generale, per attraversare inossidabile ogni periodo della storia cinematografica. Basti pensare, giusto guardando gli ultimi anni, al popolarissimo e premiato Django del 2012, alle undici nomination all’Oscar del 2011 per Il Grinta, ai quattro premi Oscar per il western moderno di Non è un paese per vecchi del 2007.  Un successo, commerciale e di qualità, che ha fatto da traino anche alla produzione televisiva, come per l’americana AMC che ha dato vita all’ottima serie Hell on Wheels, arrivata alla seconda stagione e ancora inedita in Italia.

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Ma questa forza che il western ha dimostrato nel cinema non trova riscontro nella letteratura: sarebbe una sfida persa in partenza scovare, se non dopo una sudata e approfondita ricerca (fatta eccezione per i romanzi di Cormac McCarthy),  un romanzo del genere tra gli scaffali di una libreria. Una missione oggi possibile grazie a Fazi che, sull’onda della popolarità cinematografica (forse), e al successo dell’anno passato della pubblicazione di Stoner, ripropone un nuovo (del 1960) romanzo di John Williams: Butcher’s Crossing, una bella e struggente epopea western che pur presentando molte affinità con alcune opere filmiche, non prettamente di genere, non perde la sua forza narrativa.

Butcher’s Crossing è una piccola nascente comunità nel Kansas che come tante altre cittadine di frontiera vive nella speranza di un florido futuro che arriverà, se mai arriverà, su un binario: un sogno di prosperità che porta il nome di Ferrovia. Un paese ancora vergine, lontano dalla corruzione delle grandi metropoli, percorso da strade polverose; ed è polvere quella che si deposita sugli abiti immacolati del giovane Will Andrews appena il suo piede entra in contatto con il terreno: la prima esperienza in un’America nuova, sconosciuta al mondo civile, un mondo in cui la vita scorre con indolenza, con una lentezza proporzionale alle distanze che coprono quelle terre inesplorate, abitato da uomini di poche parole; tutti in attesa di qualcosa, il miracolo della ferrovia per qualcuno, un pezzo di terra su cui vivere e morire per altri.  Ed è in questo paese circondato da spazi infiniti che Will, in fuga dalla città,  si sente realmente a casa, con la natura incontaminata ad accoglierlo, con la solitudine a farlo partecipe di qualcosa di grande e profondo. È da Butcher’s Crossing che Will decide di intraprendere un viaggio iniziatico alla ricerca delle proprie origini, di una libertà che né gli uomini né il progresso sono in grado di offrire.

Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro,  si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia. Sentiva che quello era il senso più profondo che potesse dare alla sua vita.

"Butcher's Crossing" di John E. Williams (1960)Will Andrews ha la stessa spinta al cambiamento, alla ricerca, al rifiuto delle distorsioni tipiche della società moderna, gli stessi sogni del Christopher McCandless di Into the wild, con il quale però condivide anche la stessa ingenuità e un destino di disillusione. E non è un caso che mentre  nell’isolamento  McCandless legge Henry David Thoreau, in particolare Walden ovvero Vita nei boschi,  Will legge Ralph Waldo Emerson, filosofi e amici, figure centrali del trascendentalismo nord americano.  Ma se eguali sono le motivazioni e il fine, differente è il mezzo; perché Will, per il lungo e faticoso percorso di formazione, all’affrancamento dal genere umano preferisce la compagnia di uomini che, a differenza sua, non hanno nulla da perdere. Così inizia una spedizione per una spietata caccia al bisonte, destinata non a salvare il mondo ma a sgretolarlo,  fino a rimanerne schiacciati.  Un viaggio che si trasforma in una sfida alla natura indomabile – che assume sempre forme diverse, una tormenta di neve, la siccità, la furia mortale di un torrente in piena -, e in una sfida ai propri limiti. E se da un lato, la contemplazione della natura rende coscienti dell’insondabilità dell’animo umano, dall’altro, l’incontro con la morte, la crudeltà della caccia, l’atavica necessità di manifestare  la superiorità dell’uomo, l’agonia di animali destinati all’estinzione, esattamente come accade per gli indiani, fanno della disillusione l’unico bottino dei protagonisti. Basta un inverno per cambiare un uomo e per cambiare un mondo.

Butcher’s Crossing è un romanzo nella tipica tradizione western, che utilizza gli stereotipi del genere: nuove frontiere da esplorare, paure da sconfiggere, lotta disperata per la sopravvivenza, uomini e animali da sottomettere; un romanzo pronto per l’adattamento cinematografico (pare che Sam Mendes ne sarà il regista) che non cade mai nella banalità, in cui non c’è traccia di superfluo, che fa sentire tutto il peso della sconfitta e del disincanto di una generazione, di un’era e del Far West, sotterrandone il mito. Un romanzo che invoglia a leggere ad alta voce, proprio come si dovrebbe leggere un classico della letteratura.

"Butcher's Crossing" di John E. Williams (Fazi)Titolo: Butcher’s Crossing
Autore: John E. Williams
Editore: Fazi
Dati: 2012, 359 pp., 17,50 €

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Lo specchio dei desideri di Jonathan Coe

Lo specchio dei desideri - Chiara Coccorese
Lo specchio dei desideri – Chiara Coccorese

Ogni libro di Jonathan Coe è portatore di una certa sperimentazione. Questa volta la sperimentazione si spinge oltre la satira, oltre lo stile e si spinge oltre il genere: Lo specchio dei desideri, da poco edito da Feltrinelli, è infatti un libro per ragazzi.

A causa di un litigio fra i genitori la piccola Claire esce di casa per raggiungere un giardino segreto un po’ sopra le righe: la discarica. Passeggiando tra i rifiuti trova un pezzo di specchio dalla vaga forma di stella e ne è fortemente attratta: è un pezzo di vetro tagliente e sporco ma ha in sé una qualità magica: ha il potere di riflettere e rimandare una visione più rosea rispetto alla realtà. E Claire ne è stregata. Cerca nello specchio una tavola armoniosa, un cielo che non sia grigio, un viso senza acne. Mano a mano che Claire cresce lo specchio diviene una sorta di chiave/compagna interpretativa della realtà. Ne rimanda una consolatoria, illusoria. Lascia il fiabesco e il magico per insinuarsi nel campo della menzogna e questo a Claire non piace. Decide di buttar via lo specchio ma scopre che un suo vecchio compagno delle medie ne possiede un pezzo simile; e come lui altri.Ogni pezzo di specchio fa parte, con le proprie, personali visioni, di un puzzle più ampio che coinvolge le speranze e i sogni di molte persone.

Il romanzo di Coe è effettivamente ben costruito ma qualcosa non mi convince. A fine lettura permane la sensazione di una storia in sospeso in cui i protagonisti subiscono gli eventi, quelli reali così come quelli immaginari, con passività. Crescono ma non si evolvono, restano per sempre dei comprimari e fanno le spese dello specchio, potente come solo una fucina di sogni può esserlo. Nell’immaginario simbolico lo specchio, peraltro, ha sempre avuto valenze contraddittorie: oggetto fonte dell’inganno per Platone è anche fonte non solo di visione e rimando di un’immagine illusoria superando successivamente il limite del visivo per sconfinare in una conoscenza più  meditativa e meno narcisistica.

Lo specchio dei desideri - Chiara Coccorese
Lo specchio dei desideri – Chiara Coccorese

“Un romanzo di trasformazione” dice la quarta di copertina, questa definizione mi piace; meno mi piace il suggerimento che sia una parabola politica per ragazzi e una fiaba contemporanea per adulti. Una parabola politica non può esserlo se non nel finale ma in maniera un po’ forzata insistendo sul concetto classico dell’unione che fa la forza. Per quanto riguarda l’universalità della lettura credo invece che in questo caso la frase logora “un romanzo per ragazzi che non dispiacerà agli adulti” non funziona per nulla. Credo sia un romanzo per ragazzi (che gli adulti potranno godibilmente leggere), impostato sui ragazzi, raccontato ai ragazzi da altri ragazzi. E lo specchio frastagliato e lucente in fondo alla storia lo conferma. Mi sono specchiata in esso e l’immagine che vi ho vista riflessa era esattamente quella che mi aspettavo: la mia.

Una trattazione a parte meritano le illustrazioni di Chiara Coccorese. Chiara Coccorese è una fotografa, ritrae dunque la realtà interpretandola ma sostanzialmente restandogli fedele. Dunque, quand’è che i suoi scatti divengono illustrazione? Io credo che il prodigio avvenga nell’istante stesso dello scatto, momento in cui l’immagine è già stata composta, il pensiero si fa concretezza e i dettagli divengono parte integrante della totalità, sostanza sine qua non. La fotografia si completa con l’allestimento scenografico e si nutre, acquisendo uno status sospeso tra visione e realtà, della postproduzione digitale. Chiara Coccorese fa un po’ quello che fa Claire: usa uno strumento per tingere la realtà e renderla altro purché resti al contempo se stessa; deformata, surreale o iperrealistica.

Titolo: Lo specchio dei desideri
Autore: Jonathan Coe
Editore: Feltrinelli
Dati: 2012, 96 pp., 12,00 €

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Il realismo magico dello zoo di mezzanotte

C’è una qualità che su tutte impera in questo romanzo di Sonya Hartnett: la misura calibrata tra lirismo e fermezza del tono. Lo zoo di Mezzanotte risuona di ululati, lamenti sussurrati, parole, vagiti di neonati e sogni. Lo zoo di Mezzanotte risuona, fortemente, di latrati affamati, di guerra, di libertà. Una libertà paradossale e ferma, una libertà che nemmeno le sbarre reali delle gabbie, così come quelle razziali, possono limitare.

Lo zoo di mezzanotte - Andrea OffermanLo zoo di mezzanotte - Andrea Offerman

Ci sono tre bambini nello zoo; sono arrivati in questo piccolo posto che sopravvive integro all’interno di un paese distrutto dopo una lunga fuga dai soldati che hanno sterminato la loro famiglia e tutte le famiglie cui si accompagnavano. Sono rom, sono fratelli, sono due bimbi e una neonata. Sono tutti e tre portatori di una saggezza e una forza che solo il dolore può conferire oppure lo stile senza sbavature, senza indugi zuccherosi, di una scrittrice.

Leggendo, sono stata portata a pensare che la guerra che bimbi e animali subiscono fosse la Seconda Guerra Mondiale. In realtà quella è la guerra che nella mia memoria è più radicata, la guerra cui penso quando di guerra si parla, ma quella de Lo zoo di mezzanotte potrebbe essere anche la guerra serbo-croata. O qualsiasi altra guerra abbia lacerato infanzie e vite.

L’avventura si coniuga con la Storia, con la ricerca della libertà con la speranza, alternando riflessioni filosofiche profonde a ingenue paure infantili; grazie a ciò i piccoli, pur essendo investiti da un ruolo adulto, restano tali agli occhi del lettore che ne fa un esempio di coraggio, fratellanza e generosa determinazione. I personaggi sono tutti, animali e bambini, assolutamente genuini e unici. Nessuno si rifà all’altro, ciascuno ha le proprie paure, i propri ricordi; tutti lo stesso sogno: riconquistare la libertà; libertà che non è solo il poter oltrepassare le sbarre, quanto piuttosto potersi affrancare dal controllo altrui, dall’essere dipendenti da mani altre, dallo sfuggire alla crudeltà e al razzismo umano che nemmeno sotto le bombe s’affievolisce, dall’evadere dalla guerra che tutto schiaccia senza cognizione o dubbio.

Attraverso i racconti struggenti degli animali in gabbia si intersecano tasselli di storia nella macrostoria della guerra che colpiscono l’immaginario emotivo per il loro essere così pregnanti nonostante siano raccontati da dietro alle sbarre e con voce animale. I bambini apportano ad ogni scena un’umanità densa di tradizione e saggezza che smarriscono. Questo romanzo lo rileggerò. Lo regalerò. Ne suggerisco senza dubbio la lettura.

“Andrej non trovava un senso per quel mondo: era l’involucro duro e gelido di una realtà priva di compassione. Ma nonostante tutto aveva ancora fiducia. E si stupì di scoprirlo e di capire che al di là del dolore e della disillusione, credeva ancora in un mondo buono. E quanto più diventava difficile trovare la bontà. Tanto più si rafforzava la sua convinzione che esitesse”.

Lo zoo di mezzanotte - Andrea OffermanLo zoo di mezzanotte - Andrea Offerman

Le illustrazioni che ho messo a corredo dell’articolo arricchiscono l’edizione originale e sono di Andrea Offerman.

copertina zoo di mezzanotteTitolo: Lo zoo di mezzanotte
Autore: Sonya Hartnett
Editore: Cairo Publishing
Dati: 2012, 220 pp., 13,00 €

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Storie a confronto – Una chiacchierata con Federica Manzon e Vincenzo Latronico

Due dei libri che mi hanno particolarmente colpito l’anno passato sono di due giovani scrittori italiani. Uno è (li cito in stretto ordine di lettura) La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico e l’altro, invece, è Di fama e di sventura di Federica Manzon. Anagraficamente molto vicini i due scrittori hanno tirato fuori dal cilindro due libri densi, pieni, pregni, soprattutto di trama e tematiche. Le storie che i due romanzieri mettono in scena sono corpose e ramificate, si sviluppano nel tempo e interessano i destini e le vite di più di un personaggio. Sono, in poche parole, di ampio respiro, con annesso e connesso tutto ciò che questa espressione riporta alla mente (cosa? unicuique suum).

Va da sé che poi, nonostante le differenze di trama e di protagonista (uno, Tommaso, per la Manzon, due, Alfredo e Donka per Latronico) mi sia fermato a pensare che, guarda un po’, questi due libri hanno davvero tanto in comune, quasi fossero manifestazione di una nuova poetica, scevra di manifesti ma ricca, pare, di intenzioni. E invece di pensarla e basta, questa cosa ho deciso di discuterla direttamente con i due interessati. Poco prima di Natale li ho contattati via mail chiedendo loro se fossero interessati a subire una sorta di intervista doppia, a discutere insieme di questi due romanzi che sembrano in qualche modo somigliarsi. I due mi hanno risposto con decisione e gentilezza e così, in una fredda sera di dicembre, ci siamo messi ognuno di fronte al proprio laptop, ognuno connesso al proprio account skype, per cominciare l’avventura. Ultime premesse necessarie:

  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Federica potete dare uno sguardo qui e qui
  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Vincenzo potete dare uno sguardo qui e qui

[21:17:12] cataldo: Ho deciso di intervistare voi così, in chat e insieme, perché credo che i vostri libri, in qualche modo, si “tocchino”. Vorrei avvicinarmi a questi punti di contatto iniziando dalle tematiche. Vi chiedo quindi come mai avete deciso di ambientare le vostre storie nella finanza, e perciò di raccontarla questa finanza

[21:19:41] vincenzo latronico: (ladies first, of course)

[21:21:35] federica: Per me l’idea non è nata subito. All’inizio sapevo che Tommaso avrebbe svolto un lavoro in cui fare carriera molto rapidamente e per lo più sulla base del proprio talento, visto che lui non aveva né un buon nome di famiglia né delle buone conoscenze. Doveva essere un lavoro in cui poter raggiungere molto presto una posizione di grande prestigio… Quindi il campo era ristretto. Però all’inizio non pensavo alla finanza, fino a quando non mi hanno chiesto un racconto per Nuovi Argomenti…

[21:23:46] vincenzo latronico: Io, invece, lo avevo deciso da subito. Mi interessava parlare della “nostra classe dirigente”, per qualche senso del termine – e quindi di ambizione, nel caso dei giovani – e i soldi, in questo senso, sono un’ottimo modo per incanalare questa ambizione. C’è un libro di Vonnegut che inizia così: “Al centro di questo romanzo, che parla di esseri umani, c’è una grossa somma di denaro, un po’ come al centro di un romanzo che parla di api potrebbe esserci una grossa quantità di miele.”

[21:23:47] vincenzo latronico: Ecco.

[21:24:40] federica: L’idea era raccontare qualcosa che per noi rappresentasse gli anni 2000 (dal 2000 al 2010), un evento, una parola, una figura. Così cercando cercando mi sono imbattuta nella storia di Merkel. Un imprenditore simbolo della solida imprenditoria classica del cemento che si faceva sedurre dalla finanza. Soccombeva e finiva per togliersi la vita la notte di Natale, per la vergogna.

[21:25:15] vincenzo latronico: Che poi è vero che è “strano”, in qualche senso, parlare di finanza: perché nomini cifre molto al di fuori del range solito della letteratura italiana – no, Fede? Di solito si parla di 1000, 1200 euro – lo stipendio del precario.

[21:25:42] federica: Mi è sembrato che illuminando la piazza della finanza si potessero capire molte caratteristiche dell’uomo contemporaneo, molte delle qualità umane che sono sempre più in gioco… Come se la piazza della finanza rappresentasse un po’ il vecchio agorà greco.

[21:27:02] cataldo: Utilizzare la finanza significa dunque rendere giustizia, diciamo così, a una pulsione, quella dell’ambizione, che forse non si capirebbe se applicata ad altri contesti? Risulterebbe meno universale?

[21:28:14] vincenzo latronico: Ma no – ovviamente ce ne sono molti altri, credo. Però esatto – l’ambizione al denaro è, per dir così, astratta. È un’ambizione generica, che può passare dall’industria farmaceutica o dall’aprire un negozio di gelati, dalla finanza al furto in banca. È questo che la rende affascinante: trascura, intrinsecamente, il mezzo.

[21:28:38] federica: Per me la finanza non è tanto più universale di altri contesti, quanto più attuale, perché assieme all’ambizione mostra molte qualità che servono per soddisfarla e che mi sembrano tipiche del nostro tempo. Insomma, come se la finanza segnasse il punto e una differenza rispetto al secolo appena passato.

[21:30:54] cataldo: Io credo che la finanza, soprattutto quella attuale, ci fornisca una letteratura sconfinata. La facilità con cui si risale all’identità della persona che può aver mandato in fallimento aziende, famiglie e stato oppure creare fortune immense dal nulla è – quasi – sconcertante

[21:31:26] cataldo: Non ci sono più le banche ma le persone

[21:31:32] cataldo: singoli insomma

[21:33:04] federica: Ma davanti a un’apparente immediatezza nel riconoscimento delle responsabilità la finanza è anche gioco, vertigine, capacità di bluffare, di mescolare le carte, di rischiare, di maneggiare il virtuale… E poi film come Inside Job ci mostrano che anche se sono individuabili delle persone fisiche la rete che li protegge e li fa passare da un ruolo all’altro (controllori e controllati) rende praticamente un gioco a rimpiattino la ricerca di responsabilità.

[21:34:00] cataldo: Quindi in sostanza il mondo della finanza è una grande rappresentazione dell’avventura?

[21:34:49] vincenzo latronico: Credo di sì – in fondo è la caratteristica dell’immaginario del mondo di oggi esattamente come l’esplorazione e la conquista coloniale potevano esserlo per il grande romanzo d’avventura.

[21:35:10] federica: Dell’avventura contemporanea (virtuale, inconsistente, rischiosissima). Anche perché come ogni vera avventura si anima con degli eroi, spesso tragici.

[21:35:11 ] vincenzo latronico: C’è tutto: il “mandato morale” di un’epoca intera, la crucialità politico-sociale, le menti migliori di ogni generazione che scondinzolando corrono al richiamo flautato del denaro…

[21:36:06] vincenzo latronico: Sono d’accordo con Federica: in fondo sono i nostri “eroi” – quelli le cui gesta sono cantate dai giornali di oggi – quelli che si conquistano i galloni sul campo e poi incassano il prestigio (pensa a Monti!) in politica.

[21:36:08] federica: D’accordo con te. La grande forza della finanza, nel romanzesco, è che rappresenta un’epoca e il suo spirito (per dirla con parole esagerate).

[21:36:21] vincenzo latronico: Ma che esagerate! Secondo me è proprio così.

[21:36:52] federica: Era il mio understatement 🙂

[21:37:54] vincenzo latronico: Eh lo so ma è strano, no? Ci fa PAURA (a noi scrittori) dire una cosa che fino a qualche generazione fa era scontata:

[21:37:55] vincenzo latronico: voglio parlare di un’epoca

[21:38:01] vincenzo latronico: del suo spirito

[21:38:02] vincenzo latronico: ecc

[21:38:12] federica: è anche interessante vedere come sia cambiato il rapporto politica-economia, il peso diverso che hanno assunto sia nel determinare i destini dei singoli, sia il cammino delle nazioni.

[21:38:12] vincenzo latronico: no: a noi è stato insegnato che dobbiamo parlare “di ciò che conosciamo”, “di quello che ci circonda”, “della nostra generazione”. E diciamo pio pio, bau bau, miao miao, perché non proviamo neanche a immaginare un tirannosauro o una carica di elefanti.

[21:39:06] cataldo: E quindi sempre lì torniamo, ambizione

[21:40:00] federica: Una cosa che mi piace del tuo libro, e che trovo in alcuni romanzieri giovani, è che intendiamo ridare un potere grande alla letteratura. Nel senso non solo di raccontare la cameretta, ma di confrontarsi con le grandi categorie… quello che in qualche modo secondo me è il compito ultimo della letteratura (e lo dico da lettore).

[21:40:40] vincenzo latronico: Esattamente! Ed è una cosa che vedo ORA: quest’anno, in Italia, già mi viene in mente il tuo, quello di Alessandro Mari, il mio… Anche solo due o tre anni fa mancava questo, credo.

[21:40:53] vincenzo latronico: E si parlava di camerette.

[21:41:07] vincenzo latronico: (E parlo anche del mio romanzo scorso, in questo senso: pur se a Parigi, sempre una cameretta era.)

[21:41:28] cataldo: Ecco dunque un altro tema comune: raccontare il proprio tempo

[21:42:24] cataldo: per fare questo avete ripreso, secondo me entrambi, l’impianto del romanzo classico con alcune “correzioni”

[21:42:28] federica: Già. Per me lo scrittore deve essere una specie di sismografo del proprio tempo. E quanto più è sensibile, tanto meglio e con maggiore precisione saprà dare conto delle scosse anche minime che si muovono sotto la superficie della realtà.

[21:44:26] vincenzo latronico: È vero (sia per il romanzo classico che per il “tempo”). A modo suo, credo che sia l’unico romanzo che mi abbia davvero appassionato. Leggi Balzac e ti dici: ma siamo sicuri che la grande svolta modernista, intima, psicologica, astrusa nella forma e miniaturizzata nell’ampiezza dei contenuti, sia stata una cosa sana? Aveva davvero ragione la Woolf? O in fondo era meglio Gombrowicz, che però era in Sudamerica e quasi nessuno se lo filava?

[21:47:47] federica: In questo io dissento un pochino. D’accordo su grande romanzo, ma non avrebbe senso tornare al solo impianto ottocentesco. Ci sono state molte cose (una a caso: la scoperta dell’inconscio) e l’individuo è cambiato. Non si possono più raccontare le cose come prima. Io darei ragione a Cataldo, si riprende la tradizione del romanzo classico ma mostrando che qualcosa è cambiato. (anche se poi penso alla Austen e a quanta ironia postmoderna e quanta fine introspezione c’era già nei suoi dialoghi)

[21:50:00] vincenzo latronico: Ma certo – hai ragione. E però, appunto: si riparte da lì, non tanto ignorando quel che è venuto dopo ma considerandolo, almeno da parte mia, un tentativo in fondo ormai infertile; si riparte da lì (dall’Ottocento) e lo si cambia, se ne fa altro, buttando certe cose, e cambiandone altre, e barattandone altre ancora e infine portando quel che resta al banco dei pegni, e col denaro così ottenuto giocando in borsa, e come va va.

[21:50:28] cataldo: L’anno scorso mi sono ritrovato a leggere Il Conte di Montecristo. Be’ penso sia un romanzo totale che mette in scena davvero tutte le passioni umane. E quando ho letto i vostri mi sono ritrovato a provare una disposizione molto simile. Solo che la dimensione del tempo in quei romanzi – quelli ottocenteschi  –  è completamente diversa dal vostro. Io trovo che questo sia un primo, netto, scarto.

[21:51:16] vincenzo latronico: Be’ – Il Conte di Montecristo – che dire? Io l’ho letto, per la prima volta, l’estate scorsa. E poi ho pensato di andare a friggere hamburger, che mi viene meglio.

[21:52:11] federica: Hai ragione, anche l’uso del tempo nei nostri romanzi credo che segni il passo di un diverso modo di narrare che, ci piaccia o meno, risente di tutta la decostruzione fatta…

[21:52:54] vincenzo latronico: ecco, appunto: a proposito di 800.

[21:53:40] federica: forse aveva ragione quello che diceva (prima del motto di steve jobs ma con lo stesso spirito) siate inattuali! 🙂

[21:53:50] vincenzo latronico: ah!

[21:53:12] cataldo: Una cosa di cui sono curioso è appunto sapere come avete proceduto con il montaggio

[21:55:18] federica: Per me il montaggio è una cosa che è andata di pari passo alla voce. Io non riesco a scrivere nulla finché non capisco CHI racconta quella storia e PERCHÉ. Una volta trovata la voce narrante è stata lei a mescolare le carte del tempo e insieme a permettermi di tenere il filo del montaggio.

[21:56:53] vincenzo latronico: Mah – in realtà qui sto dando, di nuovo, ragione a Federica – nel senso: io in origine avevo in mente un impianto molto più lineare, ottocentesco: 1-2-3. Poi mi sono reso conto che, per varie ragioni, non quadrava – e ho girato l’ordine delle parti in 2-1-3, e la 1, come saprai, è in realtà un (1) o un {1}* o una operazione  complessa che come risultato dà 1, forse una potenza a esponente nullo.

[21:57:35] vincenzo latronico: E questo mi è stato possibile perché il narratore non c’è – o meglio: perché ce ne sono due incompatibili, uno ottocentesco, onnisciente, e uno novecentesco e parziale e inaffidabile, che mi ha permesso di rimescolare le carte.

[21:57:59] vincenzo latronico: Perché è vero quello che dicevi: la voce e il montaggio sono uno. E infatti per “rimontare” ho aggiunto una voce…

[21:59:44] cataldo: E veniamo a un altro elemento di contatto: il narratore testimone. Uno che sa i fatti e in parte ne è partecipe. Perché questa scelta? Altra differenza con gli illustri classici?

[22:01:29] vincenzo latronico: Per me è stato necessario avere un narratore-testimone per evitare che fosse un narratore-giudice. Questo sì è un grande stacco dal romanzo balzachiano, in cui l’onnisciente è per ciò stesso RETTO, e scrive la storia per illustrare le modalità di questa rettitudine. Un atteggiamento del genere è repellente e sbagliato e ipocrita, oggi, o almeno mi sembra.

[22:02:12] federica: Io ho scelto un narratore che fosse in parte testimone e in parte archivista, nel senso che deve andare a ricostruire quella parte della vita di Tommaso che non conosce, e allora si documenta, interroga, legge. Ma tutto questo per poi capire che alla fine, nelle storie (e forse non solo) non è importante conoscere la verità, “le cose come sono andate davvero”, ma è importante sapere la verità di cui ti importa. Alla mia narratrice non interessa ricostruire un ritratto di Tommaso com’è davvero, ma di Tommaso come lei lo immagina… e in questo gli rimane più fedele.

[22:04:33] vincenzo latronico: È vero: anche questa idea di verità ambigua, o contestuale, vale in un certo senso anche nel mio romanzo. Che si chiude, non a caso, con una domanda.

[22:04:43] vincenzo latronico: E questa è tutta anti-ottocentesca. (L’idea di verità di Federica: non la domanda)

L'adolescenza dal punto di vista degli "invisibili". Intervista a Neal Shusterman

calvin l'invisibile - Federico Maggioni“Dicono che indossa vestiti mimetici. Dicono che i suoi occhi cambiano a seconda del colore del cielo e che se lo guardi abbastanza a lungo riesci a leggerci attraverso le scritte sui muri. Dicono molte cose su Calvin Schwa ma solo una è certa: nessuno la nota, nessuno si ricorda di lui. Questa volta, però, almeno per una volta, il mondo saprà che Calvin è stato qui”.

In occasione del suo soggiorno a Roma per la Tribù dei lettori, abbiamo rivolto a Neal Shusterman, di cui abbiamo già parlato su queste pagine perchè autore di Everlost e Unwind,  alcune domande sul suo ultimo romanzo pubblicato da Piemme: Calvin l’invisibile. Neal Shusterman ci racconta come questo romanzo profondo e divertente, che racconta in maniera originale l’adolescenza, sia nato, quanto di sè e di ciascuno di noi si possa ritrovare nei suoi protagonisti e anche quale sia il suo metodo creativo.


D: Incomincerei con l’ambientazione: Brooklyn, assolutamente presente, direi coprotagonista, delle pagine del romanzo, sin dalla dedica. Di quale Brooklyn si tratta? Quella della sua infanzia o quella che avrebbe desiderato fosse?
R: La Brooklyn del romanzo è il ricordo della Brooklyn in cui sono cresciuto. Anche se la storia è ambientata nella contemporaneità, volevo comunque che lo sfondo fosse la Brooklyn della mia infanzia. I personaggi, incluso lo stesso personaggio della città, assomigliano in tutto e per tutto ai ragazzini con cui sono cresciuto. Non uno in particolare, ma ciascuno di loro è una combinazione di elementi che si riferiscono a varie persone della mia infanzia.

D: Sia Everlost che Unwind, i suoi due romanzi precedentemente pubblicati in Italia, come tema centrale hanno la morte. Calvin L’invisibile con la morte, invece, non ha nulla a che vedere. Aveva bisogno di un distacco da un tema così cupo?
R: Calvin l’invisibile è stato scritto prima. Quindi è stata la volta di Everlost, una storia fantastica su dei ragazzi sospesi tra la vita e la morte, e dopo ho scritto Unwind, una storia di fantascienza dark sulla vita e sulla morte e sulla domanda “Cosa significa veramente essere vivo?” Dopo aver scritto due libri che avevano a che fare con la morte in modi differenti, ho deciso che avevo bisogno di realizzare qualcosa di allegro però poi ho pensato “Perché non scrivere un’altra storia sulla vita e la morte ma renderla la cosa più divertente che abbia mai scritto? E immediatamente mi è balzato alla mente il personaggio di Antsy da Calvin l’invisibile. Così è nato Antsy does Time (che uscirà in Italia nel 2012 col titolo provvisorio di Antsy l’invincibile) che, pur avendo a che fare con il soggetto della vita e della morte, credo sia proprio la cosa più esilarante che abbia scritto. Con tutta probabilità verrà pubblicato in Italia il prossimo anno. Almeno io lo spero vivamente.

D: All’inizio la sensazione che ho avuto, leggendo le prime pagine, prima che Lo Schwa e Antsy incomincino coi loro esperimenti per intenderci, è che lo Schwa altro non fosse se non una proiezione di Antsy stesso, delle sue paure, dei suoi problemi. In effetti i due ragazzi hanno in comune il“passare inosservati” così esasperato per lo Schwa…
R: Antsy è estroverso, chiassoso e molto molto visibile, ma quando è a casa tra i suoi familiari si sente come se fosse invisibile. Volevo far notare che non importa quanto una persona possa essere visibile o vistosa, ognuno di noi – gli adolescenti in particolare – ha paura di non essere notato e ignorato. Mostrando come Antsy possa essere associato a Calvin mostro come in ciascuno ci sia almeno un po’ di Calvin.

D: Come nascono i suoi romanzi e come è nato Calvin l’invisibile?
R: I miei romanzi sono scritti a mano. Io scrivo un capitolo lo batto al computer, lo ricontrollo e poi passo al capitolo seguente. Insomma ogni capitolo passa per tre stadi successivi e poi anche il manoscritto completo ne attraversa altri tre. A quel punto mando la prima bozza al mio editore. E in genere insieme a lui ne faccio altre due. Calvin l’invisibile è nato in una scuola. Ero a un incontro con degli studenti e un’insegnante ha dovuto farmi notare che c’era un ragazzo in fondo alla stanza che aveva la mano alzata per fare una domanda da un po’ e io non lo avevo notato. E questo perché indossava una maglietta dello stesso colore della parete che aveva alle spalle e mi appariva come un’immagine sfocata. Ho iniziato allora a pensare come dovrebbe sentirsi qualcuno che non viene notato mai… Deve essere come essere invisibile. Ciò che interessava a me, però, non era tanto l’aspetto dell’invisibilità ma l’autentica e reale sensazione di non essere notato. Cosa sarebbe successo se avessi preso il sentimento reale e lo avessi esagerato a tal punto da farlo sembrare quasi soprannaturale? È così che è cominciata la storia.

calvin l'invisibile - Federico MaggioniD: Ci sono decine di suoni schwa, il loro indebolimento, il loro non essere pronunciati, il loro non essere uditi potrebbe far pensare a una loro sostanziale inutilità. La traccia filologica lasciata dallo schwa nei vari lemmi è al contempo utile in altrettanti modi e circostanze. La similitudine con  alcuni ragazzi è palese, potrebbe esplicitarla?
R: Non è soltanto una metafora per gli adolescenti ma una metafora per chiunque si senta invisibile… bambini, ragazzi e adulti. Il linguaggio non potrebbe esistere senza il suono schwa, è uno dei suoni più frequenti in ogni lingua, e il mondo non sarebbe intero se non ci fossero tutti i membri della società. Non conta quanto poco importante tu ti possa sentire, tu lo sei, come le paper clips che tengono insieme i più importanti documenti del mondo, un’altra metafora della storia. C’è uno schwa anche in italiano anche se non è chiamato così: è la “e” alla fine di molte parole italiane, quello è il suono dello schwa.

D: L’invisibilità di Calvin, così come rimarcata nel titolo, sembrerebbe essere un elemento sovrannaturale, una capacità magica. Quanto c’è di magico, se del magico c’è, in questo romanzo?
R: Volevo sfidare il lettore creando questo potere quasi ma non proprio soprannaturale. È strano, è bizzarro, è un aspetto buffo della realtà ma è davvero soprannaturale? Forse sì, forse no. Io lo vedo piuttosto come uno scherzo del cosmo a noi, perché credo che Dio abbia un grande senso dell’umorismo. Altrimenti come si potrebbero spiegare i canguri o Lindsey Lohan?

D: Lei è uno scrittore di successo, come è arrivato a esserlo? Che consigli darebbe a chi volesse provare a scrivere storie?
R: Ho imparato che sono cinque gli elementi per diventare uno scrittore di successo

  1. Devi scrivere, scrivere e ancora scrivere. E quando hai finito di scrivere, ricomincia.
  2. Devi riscrivere perché l’aspetto più importante e più difficile del processo di scrittura è la revisione.
  3. Devi leggere molto, non soltanto un genere, ma ogni genere di testo per imparare come gli altri scrittori vedono il mondo e trasformano in storie la loro visione.
  4. Devi essere perseverante e determinato. Spesso, quando ci troviamo di fronte a dei successi inattesi non si tratta proprio di una botta di fortuna. In genere quella persona ha fatto grandi sforzi e sacrifici e ha dovuto sopportare molti fallimenti prima che il successo arrivasse.
  5. Non rinunciare mai a un’opportunità perché non sai mai quale possa cambiarti la vita.

D: C’è tra i suoi personaggi uno che ha amato di più e perché?
R: Antsy è uno dei miei preferiti, perché è così divertente e così realistico. Mary Hightower di Everlost è il mio personaggio preferito perché è un gran bel cattivo e spiega come talvolta il più grande male del mondo possa essere prodotto da persone che credono di perseguire il bene, e sono così convinte della giustezza del proprio punto di vista da diventare miopi e non essere in grado di vedere le conseguenze reali delle loro azioni. Talon ne Il Popolo degli oscuri è un personaggio che mi piace molto perché ha vissuto una vita innocente e al sicuro in una civiltà segreta nascosta tra le strade di New York e la sua avventura per diventare un eroe, il doversi scontrare con un mondo esterno che è strano e gli dà spavento, è un percorso davvero nobile.

Titolo: Calvin l’invisibile
Autore: Neal Shusterman
Editore: Piemme
Dati: 2010, 337 pp., 8 €

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La leggerezza della pensosità: Il barone rampante

Non c’è niente da fare. A rileggere Il barone rampante scritto da Italo Calvino, viene in mente Calvino stesso. O meglio vengono in mente le sue indicazioni sul “Perché leggere i classici”, dove tra l’altro si dice che classiche sono le opere della letteratura che hanno dalla loro la forza di esistere, di creare la realtà, di restare indelebili nella memoria andando persino a regolare il comportamento inconscio di ciascuno, di avere il carattere della freschezza per cui  rileggerle vale come leggerle per la prima volta e viceversa leggerle la prima volta è paradossalmente una rilettura perché scoviamo contenuti latenti nascosti in noi, di non essere mai datate, di non smettere di dire ciò che hanno da dire, di relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di vivere di questo rumore di fondo. Ecco, il Barone rampante, scritto nel 1957, secondo capitolo della trilogia “araldica” de I nostri antenati, tra Il visconte dimezzato (1952) e Il Cavaliere inesistente (1959),  apparentemente estraneo al contesto dell’epoca in cui è stato concepito, è un grande classico della letteratura moderna. E viene ancora in mente Calvino delle Lezioni americane che indica i valori da conservare e praticare in letteratura in questo millennio (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza). In particolare il valore della leggerezza intesa come capacità di sfidare la gravità, “la pesantezza, l’inerzia e l’opacità del mondo, qualità che s’attaccano subito alla scrittura,se non si trova il modo di sfuggirle”. Cosimo, il barone rampante che sceglie l’esistenza sugli alberi, è un campione di leggerezza, un Perseo (il poeta) che sfida Medusa, il mondo di pietra, la pietrificante razionalità del reale che tutto strappa alla vita.  Solo un grande classico moderno quale è Italo Calvino poteva concepire un Perseo “arboricolo” quale Cosimo è, che ha da sua l’evidenza dell’essere, la necessità di esistere, al punto che non sappiamo più concepire la vita senza di lui, è nell’immaginario collettivo seppur sparpagliato, diluito nel tempo e nello spazio, è un archetipo, un mito che ha messo radici nelle nostre teste. L’invenzione fondamentale è semplice: un ragazzo che per una futile lite familiare sale su un albero e decide di non scendere più. Il miracolo della leggerezza sta nel riuscire a portare avanti nell’estensione temporale di un romanzo un’idea che si direbbe circoscritta a un giro di frasi e lasciarci comunque in balia dell’incertezza, come di non aver afferrato veramente tutto e di essere troppo terragni per seguire la parabola dell’ascensione. Il romanzo ha dalla sua forza l’evidenza, la forza di esistere come realtà parallela, al di là del vivere ordinario, senza artifici. Sembra che a Calvino l’idea sia nata quando un amico in osteria gli raccontò di un ragazzo che era salito su un albero. Una suggestione tramutata in romanzo.

La storia è ambientata nel ‘700 nell’immaginario paesino ligure di Ombrosa. Cosimo Piovasco di Rondò, primogenito di una famiglia nobile decaduta, rifiuta di mangiare un piatto di lumache cucinate dalla sorella Battista e all’età di 12 anni si ribella all’autorità paterna salendo sugli alberi della tenuta di famiglia e cominciando da quel momento un’esistenza originale e alternativa. La disobbedienza, insomma, non è fine a sé stessa, ma segna l’avvio di un nuovo modo di stare al mondo. “Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d’andare a desinare a metà del pomeriggio. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: Ho detto che non voglio e non voglio! E respinse il piatto di lumache. Mai si era vista disobbedienza più grave”. A condurre il racconto, in forma di diario, è il fratello minore, Biagio, attratto dalle bizzarrie di Cosimo, ma fatalmente diverso, conforme al mondo dell’ordine dato, senza grilli per la testa né fremiti rivoluzionari. Da quel momento l’esistenza di Cosimo si svolge prima nel giardino di casa, poi nei boschi del circondario fino anche a spingersi in terre lontane, sempre collegate per “vie vegetale” alla tenuta del barone: ecco la potenza di un’invenzione condotta da un grande scrittore. Cosimo porta avanti la sua formazione, studia, legge, riesce persino a stampare delle gazzette sugli alberi, impara la caccia per poi rifiutarla fino ad assumere una coscienza ecologica integrale ante litteram, ha relazioni umane, segue gli affari di famiglia, piace alle donne, vive amori. Inizialmente è osteggiato, specie dalla famiglia. Col passare del tempo la sua fama si diffonde e arriva fino a Napoleone (potenza della fantasia): partecipa alla vita amministrativa e politica della sua comunità, ha rapporti epistolari con scienziati e filosofi d’Europa, in particolare gli illuministi francesi, Diderot, ma anche personalità politiche, Napoleone, lo zar di Russia; ha un talento narrativo e fantastico, e anziché essere considerato uno stravagante comincia ad esser rispettato a cominciare dai familiare. Elabora persino un progetto di Costituzione di uno stato ideale fondato sugli alberi “in cui descriveva l’immaginaria repubblica d’arborea, abitata da uomini giusti (e ne manda una copia a Diderot, firmandosi Cosimo Rondò, lettore dell’enciclopedia, e il filosofo ringrazia con un biglietto) e un “progetto di Costituzione per città repubblicana con dichiarazione dei diritti degli uomini, delle donne, dei bambini, degli animali domestici e selvatici, compresi uccelli pesci e insetti, e delle piante sia d’alto fusto sia ortaggi ed erbe”. Suoi compagni d’avventura sono altri stravaganti: Viola d’Ondariva, bellissima smorfiosetta che si “impossessa” del suo cuore fin dalla più tenera età, un cane bassotto di nessuno, Ottimo Massimo, bastardino ricordo di Viola e inseparabile compagno di caccia, il brigante Gian dei Brughi, l’abate tutore Fauchelafleur che Cosimo converte all’amore per la lettura ma finisce vittima del tribunale ecclesiastico perché trovato in possesso di libri “proibiti”, il timido zio paterno, Cavalier Avvocato Enea Silvio carrega, occupato nella segreta cura delle api.

Il libro è dotato di forza simbolica, è un classico anche perché è il risultato di una stratificazione di temi e simboli tenuti insieme dalla linearità dell’invenzione fantastica. Cosimo è il poeta, il riformatore sociale, l’intellettuale che sposa la leggerezza, non la frivolezza che è compagna di una superficiale inconsistenza. La leggerezza di Cosimo è un modo di vedere il mondo che si innalza al cielo perché affonda le radici nella consistenza delle letture, si fonda sulla filosofia e sulla scienza che diventano trama di vita. Cosimo incarna la leggerezza pensosa dell’intellettuale che per forza di cose deve restare un po’ a distanza, al di là, oltre l’adesione scontata alle cose, sa sollevarsi sulla pesante vita  a terra che appartiene al regno della conservazione, della reazione (l’Europa su cui grava l’ombra della Restaurazione), della morte. La lettura è uno strumento prezioso di conoscenza, ma anche un’operazione pericolosa e potenzialmente eversiva perché mina l’ordine sociale e istituzionale. Ognuno deve cercare la propria ragione d’esistere, sembra dirci Cosimo, persino trovare il proprio principio d’individuazione, junghianamente inteso, superando condizionamenti sociali e familiari. Solo mantenendosi fedeli ai propri ideali si può dare il proprio originale contributo al mondo che altrimenti spolpa, scarnifica, disumanizza. Pazienza di passare per anomali. Il libro è anche un tributo alla cultura illuminista e alla leggerezza di un pensiero emancipato da superstizioni e retaggi secolari, la denuncia dei pregiudizi, l’avversione per i preconcetti, l’esaltazione della diversità. Cosimo è anche un antesignano della cultura ecologista e ambientalista: “bastò l’avvento di generazioni più scriteriate, d’imprevidente avidità, gente non amica di nulla, neppure di se stessa, e tutto ormai è cambiato, nessun Cosimo potrà più incedere per gli alberi”. La chiarezza del linguaggio che è cifra stilistica di Calvino si accompagna alla padronanza del lessico scientifico, zoologico, botanico, che lo scrittore ha anche come eredità familiare (suo padre era direttore della stazione sperimentale di floricultura di Sanremo).

La coerenza è virtù dell’intellettuale, da vivo e da morto. L’ultimo stratagemma di Cosimo è rivelatore. In punto di morte, pur di non essere costretto a terra, si aggrappa a una mongolfiera di passaggio e svanisce nel nulla. “Così scomparve Cosimo e non ci diede neppure la soddisfazione di vederlo tornare sulla terra da morte”, scrive il fratello. Cosimo è davvero “un ricamo fatto sul nulla”. Più leggerezza di così!

Titolo: Il barone rampante
Autore: Italo Calvino
Editore: Einaudi
Dati: 1957

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AUDIOLIBRO – FREE DOWNLOAD – Ad alta voce (Rai Radio 3) – Il Barone rampante letto da Manuela Mandracchia

Dove potrebbe condurre la morale se confusa con l'integralismo?

In un futuro non molto distante da quello in cui gli iPod saranno venduti dai rigattieri come oggetti d’antiquariato si consumano e rincorrono le vite di tre ragazzi: Connor, un adolescente difficile, Risa, una giovane pianista talentuosa ma non abbastanza da far presagire per lei vette elevate, e Lev, l’ultimo di dieci figli di una famiglia ricca e perbene. Poco male per Connor, se vivesse ai nostri giorni, qualche rimbrotto, qualche punizione e poi l’adolescenza passerebbe, poco male per Risa, poco male per Lev, che al massimo dovrebbe contendersi l’affetto dei genitori con gli altri fratelli. Peccato, però, che essi si ritrovino a vivere dopo la seconda guerra civile, passata alla storia (così come è stata inventata da Neal Shusterman) come Guerra Morale, combattuta solo tra due fronti nettamente contrapposti: quello abortista e quello antiabortista. La Guerra Morale si concluse con il varo di una serie di emendamenti costituzionali noti come Legge sulla Vita, che stabilisce ciò che darà corpo al romanzo, ci farà rabbrividire, ci muoverà con sdegno e ci farà ribrezzo, e che, di fatto, ci incollerà al libro: la vita umana è intoccabile dal momento del concepimento fino a quando un bambino non compia tredici anni. Fra i tredici e i diciotto anni, però, i genitori possono decidere di abortire in maniera retroattiva, a condizione che, tecnicamente, la vita dell’adolescente non finisca.

Il processo tramite cui i ragazzi sono allo stesso tempo eliminati e tenuti vivi si chiama “divisione”. I loro corpi vengono smembrati e ogni parte riutilizzata (rivenduta) per impianti e trapianti.

Connor, Risa e Lev sono tre ragazzi, lo dicevamo, e ciascuno di loro, per un motivo o per un altro, sta per essere diviso. Dovranno scappare dalle loro famiglie, dall’orfanotrofio (nel caso di Risa), dovranno battersi contro l’ottusità della GiovPol (il corpo di polizia che si occupa proprio dei dividendi fuggiaschi), dovranno lottare per restare interi, per restare vivi.

Unwind di Neal Shusterman (autore dell’altrettanto premiato Everlost) è un romanzo per ragazzi fantascientifico e drammatico che consiglio per la validità dell’impianto narrativo e per l’originalità dell’idea, ma esorto i genitori che vorranno acquistarlo a considerare la presenza (reiterata) di scene molto crude, efficaci e necessarie all’interno della storia, ma difficili da digerire per animi impressionabili.

È davvero notevole l’equilibrio con il quale Shusterman riesce a gestire l’impressione fastidiosa (e specie a inizio lettura è molto forte) che si voglia, in maniera nemmeno troppo velata, giustificare gli antiabortisti a sfavore degli abortisti (la solfa è la stessa del nostro contemporaneo, il preservare la vita) in realtà di fatto essi giustificano (al punto di farne una legge) la pena di morte e non si fanno scrupolo nel vendere e ricavare profitto dai corpi martoriati dei ragazzi divisi, mentre d’altra parte le parti divise contribuiranno a salvare altre vite. L’impianto narrativo è molto forte, non cade in contraddizione e ammicca sapientemente ai grandi classici (penso a Orwell e alla distopia di 1984) e l’equilibrio tra i due fronti ideologici è parte di questa forza.

I protagonisti di questo romanzo sono dei ragazzi e per loro soffriamo e con loro aspiriamo alla libertà, ma molto ben delineati e sfaccettati sono anche i personaggi adulti (almeno un paio di loro, per esempio la donna che per prima li ospita e protegge dalla GiovPol, o l’Ammiraglio del Cimitero, luogo in cui i ragazzi trovano scampo dalla divisione, sono degni della definizione di “protagonisti” per il loro carisma, per la loro autenticità e per l’efficacia con cui l’autore ne riporta i tratti ambivalenti).

Una nota doverosa è per la traduzione che gestisce con molta competenza ed efficacia l’originale lessico (slang direi) di Unwind.

Titolo: Unwind. La divisione
Autore: Neal Shusterman
Editore: Piemme
Dati: 2010, 409 pp., 19,00 €

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