Dieci anni sono tanti!

Scibona, La fine

Il primo consiglio è il seguente: leggete La fine, prima di qualsiasi cosa scritta su La fine. Dico questo solo perché così ho fatto io – tranne che per una sbirciatina, infausta, alla quarta di copertina – e perché mi piacerebbe condividere l’esperienza di vedere invalidata, senza appello, l’opinione maturata sul romanzo, dopo aver letto la critica applaudire e urlare al capolavoro. Se non avessi consultato nulla, sia prima che dopo, oggi mi ritroverei a scrivere di una bella opera prima, principale nota positiva, pubblicata dalla giovane casa editrice 66thand2nd, altra nota positiva, di uno scrittore italoamericano collocato dal New Yorker tra i giovani migliori scrittori emergenti americani.

Salvatore Scibona, nato negli Stati Uniti e con evidenti legami familiari con l’Italia del Meridione, racconta le vite di immigrati italiani nella cittadina di Cleveland, partendo da una data precisa, il 15 agosto del 1953, festa dell’Assunzione, e da un luogo preciso, Elephant Park, giorno e luogo in cui si concentra il nascente crogiolo americano, percorso da tensioni razziali, e da cui si dipana, tra salti temporali e continui rimandi, la complessa storia dei protagonisti, da Catania fino all’Ohio, dagli inizi del Novecento fino alla guerra di Corea. Si narra di Rocco LaGrassa, panettiere stacanovista, poco avvezzo alla socialità – “Chi era l’uomo che era diventato quando era emerso dalla solitudine per entrare nella compagnia altrui?” – , che alla morte del figlio in guerra decide di intraprendere un viaggio alla ricerca della moglie che l’aveva abbandonato; si narra di Costanza Marini, dedita a pratiche mediche illegali, che dialoga col defunto marito; della sarta Carmelina Montanero, detta Lina, e di suo marito Enzo; di un enigmatico gioielliere collezionista di lettere; del difficile ragazzo Ciccio, iniziato agli studi filosofici da un padre gesuita. Tutti personaggi sradicati dalle proprie origini e scaraventati in un paese che, tra la depressione e la promessa del sogno americano, non sembra in grado di offrire alcun futuro, uomini e donne in cerca di riscatto. Personaggi in cerca del senso della propria esistenza, le cui vite si intrecciano drammaticamente.

Un romanzo corale, complesso a tal punto da appesantire la lettura e da rendere difficile riassumere l’intreccio; denso, ambizioso, soprattutto per essere un’opera prima. Potrei affermare di aver avuto tra le mani un gran bel libro. Se non fossi assalito da una serie di dubbi. E a darmi lo spunto è proprio l’oracolo New Yorker che con il suo elenco (non metto in dubbio la validità degli autori, che per la maggior parte non conosco, e tra i quali compare anche il bravissimo Jonathan Safran Foer, e in passato autori come Chabon, Eugenides, Wallace) ha aperto la strada alla critica positiva a tutti i costi, alla pratica della riverenza letteraria, tranne rare e deboli eccezioni. Il suo impatto mediatico è tale che la fondatezza della Lista deve essere assunta come verità, per cui è sufficiente, come accade in quasi tutte le occasioni, citare il New Yorker per dare alla recensione la prova insindacabile della sua bontà. E in questo tranello cade anche la critica italiana su cui pesa l’aggravante di uno sciovinismo ingiustificato, essendo Scibona americano a tutti gli effetti e vantando solo una lontana parentela italiana – per non parlare del fatto, ma questa è colpa degli americani, che nessuno può parlare meglio di immigrazione di uno scrittore di origini italiane -.

Ma è sul piano linguistico che si manifesta il secondo dubbio. Se da un lato alla complessità della struttura fa da spalla una scrittura ricercata – alcuni parlano di virtuosismi -, dall’altro in alcuni momenti sembra fin troppo attenta e meditata; si ha come l’impressione che sia tutto un esercizio da scuola di scrittura, con una spolverata di autocompiacimento. Del resto ci sono voluti ben dieci anni per scrivere il romanzo, e dieci anni sono tanti, se poi ci si ritrova a leggere che una “pietra si era accomodata quasi orgogliosamente sul cruscotto”, un “motore provava rimorso per le ostentazioni giovanili”, o se si incontrano “vanagloriose creature transeunti”.

Ma la perplessità raggiunge l’apice quando si ha l’impressione, e questa è una scelta voluta a quanto pare, che i pensieri dei personaggi non siano altro che i pensieri dell’autore, e che la norma, per tutti, è disquisire con un linguaggio che poco si confà alla realtà del periodo e dell’ambiente descritto, e lasciarsi andare a inaspettate riflessioni pseudo-filosofiche.

Su tutto, infine, incombe una serie di paragoni altisonanti: Faulkner, Virginia Woolf, Bellow, Don DeLillo McCarthy, Flannery O’Connor, e qualche altro che sto dimenticando (In realtà alcuni di questi nomi sono citati da Scibona, in diverse interviste, come fonti di ispirazione, e per una legge di cui si fa fatica a capire la logica, questo autorizza chiunque ad accomunare, ora e per sempre, il nome di Scibona ai suoi illustri maestri. In altri casi il paragone è opera diretta dei recensori, come nel caso del The Guardian che avvalora l’accostamento a Graham Greene). Non roba da poco. Così, tanto per ribadire l’invito iniziale, prego tutti coloro che amano e leggono Flannery O’Connor, Faulkner e compagnia, di leggere La fine; perché se è vero tutto ciò che si dice, ci sarà un nuovo compagno con cui trascorrere le serate.

Leggete, dunque. Anche se forse, alla fine, rimarrete col dubbio se il 15 agosto 1953 quel gruppo di persone che raggiunsero la banda dietro la traballante Vergine, quel gruppo di uomini e donne, “più o meno sette”, fossero realmente otto o sei.

Titolo: La fine
Autore: Salvatore Scibona
Traduttore: B. Ambrosi
Editore: 66th and 2nd
Dati: 2011, 389 pp., 20,00 €

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"Vieni, fratello mio. Andiamo a casa."

«Sei davvero profondo, Thomas. » Frank sorrise.
«Cosa vuoi diventare da grande?»
Thomas girò la maniglia con la mano sinistra e aprì la porta. «Un uomo», disse e uscì.

toni_morrisonRimane sempre un mistero la scrittura. Non si riesce a spiegare fino in fondo la capacità di alcuni di mettere nero su bianco sensazioni che si pensa impossibili a descrivere, e quando si crede di aver colto, illusoriamente, una chiave per decifrare quel mistero, magari dopo aver letto un grande autore, ecco che ci si sorprende di fronte all’ennesimo capolavoro, e non è chiaro come in centosettantacinque pagine, possano essere messi in scena così tanti sentimenti. Questo è ciò che fa Toni Morrison: ci racconta di amore e sofferenza, di guerra e odio, di solidarietà e cinismo, ci catapulta nei conflitti della memoria e del suo implacabile compito di sotterrare, il più a fondo possibile, la verità. Una sinfonia in centosettantacinque pagine.

A muoversi tra le pagine ecco Frank Money, veterano della Guerra di Corea – fin troppo facilmente dimenticata, ma la cui devastazione è pari a quella di qualsiasi altro conflitto -, una guerra che non solo gli ha fatto conoscere l’orrore della morte e delle bassezze umane, come il commercio di bambini, ma ha significato lo sradicamento dall’affetto familiare, dall’amata sorella Cee, e dagli amici di infanzia, tutti caduti, unici legami con il passato. La storia di Frank Money è la storia di un ritorno, la storia di un reduce afroamericano in un paese che non riesce a fare i conti con la segregazione razziale. Potrebbe essere la storia di un qualsiasi reduce o di un qualsiasi essere umano esiliato dalla propria terra.

Sono poche righe di una lettera – “Venga subito. Se ritarda, lei morirà” – a spingerlo al ritorno, per salvare la sorella gravemente malata – salvare un altro per salvare se stesso -; un viaggio necessario per riscattare le perdite patite, indispensabile per rimuovere la vergogna, non solo per essere sopravvissuto, ma per il segreto che solo nel finale sarà in grado di svelare a se stesso e a noi, una volta che il cammino verso casa sarà concluso. Perché sentirsi A casa, dopo un lungo peregrinare – “Nomina un posto a caso, io vengo da lì” -, non ha solo il senso di un ricongiungimento familiare, ma la definitiva integrazione in una terra non ancora disposta ad accogliere le minoranze.

basquiat_self_portraitE in questo percorso formativo a ritroso, c’è spazio per l’amore che, a conti fatti, è illusione d’amore, che ha le sembianze dell’avidità, che non aggiunge nulla, che è un mezzo per dilatare il senso di smarrimento e incertezza dei protagonisti. Ma una luce di speranza, quando tutto sembra sprofondare, viene dalla solidarietà delle persone, per lo più sconosciute, che Frank incontra lungo il cammino, e il cui altruismo non è dettato dalla pietà o dal dovere.

La scrittura di Toni Morrison è unica, la sua prosa apparentemente leggera contrasta con la forza delle immagini evocate, la violenza è solo accennata, deve essere ricostruita, ma non per questo è meno potente, come nella scena iniziale, in cui basta intravedere la segreta sepoltura di un “piede ribelle”, un piede nero, per segnare la perdita dell’innocenza. Alla linearità della prosa fa da contraltare una struttura narrativa che, tra salti temporali, alterna al racconto la confessione, rigorosamente in corsivo, di Frank, che si rivolge direttamente al narratore, sfidandolo a scrivere, a raccontare la sua storia – “Descrivilo se ne sei capace”, dice a un certo punto – . È la necessità di Frank, e di un intero popolo, di essere ascoltato, un urlo di liberazione che ha bisogno di un pubblico, l’urgenza di rivelare l’orrore e il segreto che si porta dentro.

Toni Morrison, vincitrice, meritatamente, nel 1993 del Premio Nobel per la letteratura per aver dato vita ad un aspetto essenziale della realtà americana, e oggi impegnata politicamente al fianco di Barack Obama, racconta, attraverso la storia, un paese che ancora oggi non ha superato la questione della razza, perché in fondo “le abitudini hanno la stessa forza delle leggi e possono essere altrettanto pericolose”, e attraverso la sua poesia canta le sofferenze di uomini che hanno dovuto lottare per una vita degna, una vita che, come scriveva Langston Hughes, non è stata una scala di cristallo, uomini che hanno dovuto lottare per diventare uomini.

frassinelli

Titolo: A casa
Autore: Toni Morrison
Editore: Frassinelli
Dati: 2012, 192 pp., 18,50 €

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La libertà è un passero blu

Donna Menina Carvalhais Medeiros risiede in un imponente palazzo temuto e rispettato sulla costa Nord orientale del Brasile. È quasi centenaria ma ancora possiede il vigore e la fibra morale che occorrono per tirare le fila dell’intera città. Temutissima dalle due figlie, dalle gerarchie ecclesiastiche e dalla servitù. Nel palazzo, alla sua mercé, convivono le anime penitenti delle donne vive, le sue figlie e le sue nipoti, con quelle dei morti e tra loro dialogano in un isolamento irreale.

Gli uomini della famiglia sono stati vittime di attacchi di pazzia, a tal punto ricorrenti da adibire in ogni residenza una stanza riservata all’occorrenza. Pazzi, ribelli o comunisti, in ogni caso inservibili, alla stregua di molesti grattacapi. Instancabili fabbricatori di aquiloni per allontanare le streghe e il malocchio. L’unica esente dal disprezzo della centenaria matriarca è sua nipote Marina, figlia di Luciana, colei che osò sfidare Donna Menina apertamente scappando con un umile impiegato postale salvo poi, alla morte di quest’ultimo, tornare a palazzo implorando la vecchia madre di provvedere a lei e alle sue figlie e vivere nella sottomissione totale e nell’umiliazione.

Marina è diversa dalle sue zie e da sua sorella, gode del rispetto della nonna perché immune ai piaceri carnali, come ama ricordarle la vecchia Menina, la quale diede quattro figli a suo marito senza mai mostrargli il proprio corpo. La continenza è l’unica virtù che importa nel gineceo delle Carvalhais Medeiros e lo spirito della zia Guiomar, che si concesse a uno sconosciuto e per questo venne rinchiusa nel convento del Buon Pastore, ancora si aggira tormentato senza più unghie né capelli come un monito perpetuo.

Joao, compagno di infanzia di Marina, esploratore del porto di Fortaleza e avido pescatore di granchi, viene brutalmente imprigionato nel carcere ai margini della città e torturato perché ritenuto colpevole di aver scritto sui muri che la libertà è un passero blu. L’arrivo nella residenza Carvalhais Medeiros di un forestiero muto e misterioso sembra direttamente connesso a una serie di sventure e catastrofi naturali, oltre che collegato in qualche modo alla cattura di Joao, la quale getta Marina in una doppia disperazione: per le torture che vengono inflitte al suo amato e per la scoperta di un segreto che frantuma ogni minima speranza che il suo amore venga mai ricambiato.

Heloneida Studart è stata la madre del femminismo brasiliano, scrittrice per ripicca, donna politica e giornalista per vocazione; nel libro agiscono figure femminile drammatiche, donne che si consegnano al loro destino rimanendo ad esso fedeli come ad una profezia. Tra gli imponenti alberi di anacardi e i pigri movimenti delle onde del mare si innesta il sincretismo religioso: chiave di lettura del reale per il popolo martoriato dalla povertà, contrastato dalle leggi della fisica e dal sentimento politico e partecipativo dei giovani eroi di una resistenza ideale.

Nel libro si fa cenno a “feticci” e a “incubi collettivi” per sottolineare la matrice onirica delle reazioni umane di fronte alle tragedie che li colpiscono, in un paese sospeso tra sogno e realtà, tra il sonno e la veglia delle membra sfiancate dalla fame e dalla miseria. Marina si trova divisa tra le due anime del sentimento popolare: la domestica che l’ha cresciuta come una madre e che le cantava le antiche cantilene creole del Bumba-meu-boi e Joao, che le diceva che esistono solo i ricchi e i poveri e la chiamava Calunguinha (divinità secondaria del culto Bangu e, per estensione, feticcio di questa divinità). Lo stile è fortemente espressivo, magnetico, impregnato di quel realismo magico che elude ogni appiglio logico, come un magma che lentamente inghiotte la coscienza nelle ore calde del giorno, sotto alla mangueira più spettacolare che abbiate mai visto.

Titolo: La libertà è un passero blu
Autore: Heloneida Studart
Editore: Marcos Y Marcos
Dati: 2012, 223 pp., 10,00 €

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Dal Festivaletteratura di Mantova, Louis Sachar

“Come facciamo a giocare in coppia? Lui non vede le carte e io non so le regole!”. Questa è la domanda che si pone Alton, un ragazzo deluso da amore e amicizia, quando si ritrova, suo malgrado, ad accompagnare uno zio cieco, Lester, a giocare a bridge. Lo scopo della madre, che lo spinge a farlo, è quello di guadagnarsi così facendo un posto nel testamento del ricco Lester, in realtà il rapporto tra zio e nipote si fa sempre più stretto e Alton, con la stessa caparbietà che aveva già caratterizzato il protagonista di Buchi nel deserto, Stanley, ricostruisce, carta dopo carta, mano dopo mano, la storia intricata della sua famiglia, sciogliendo alcuni dei nodi di sofferenza del presente.

Abbiamo letto Il Voltacarte e Buchi nel deserto, entrambi editi da Piemme (Il battello a vapore); li abbiamo divorati emergendo dalla lettura del primo con una grande passione per il bridge e dell’altro con la sensazione di poter riuscire in qualunque impresa dipenda dal nostro coraggio. Non ci siamo lasciati sfuggire, quindi, l’occasione di porre alcune domande a Louis Sachar, in italia per il Festivaletteratura di Mantova.

sachar © Perry Hagopian
sachar © Perry Hagopian

D: Lei è divenuto celebre grazie a Buchi nel deserto. Sente per questo romanzo un affetto particolare, una qualche gratitudine?

R: Non parlerei di gratitudine, io cerco di mettere sempre il meglio di me in quello che scrivo e per farlo impiego uno, due anni della mia vita. Ogni volta che porto a termine una storia sento di aver fatto un’esperienza molto personale ma poi ogni libro ha la sua vita e io via via mi allontano da lui, mi disconnetto. Mi fanno piacere la fama e i soldi che Buchi nel deserto mi hanno portato ma mi sento distante da quello che è il suo riscontro nel pubblico.

D: I suoi romanzi, penso in special modo a Il Voltacarte, sono letture intense e coinvolgenti anche per un pubblico adulto. Indirizzare gli scritti a due pubblici così ampi è una scelta o la naturale conseguenza di una scrittura ad ampio respiro?

R: Direi che io scrivo quello che mi piace scrivere, cercando nello stesso tempo di rendere la mia prosa accessibile ai ragazzi. Poi io sono un adulto e non mi sorprende che altri adulti apprezzino quello che scrivo. È che mi piace scrivere ma non ho mai scritto espressamente per i ragazzi o per i bambini, piuttosto ho sempre cercato di scrivere quello che piacesse a me in tal modo da coinvolgere anche un pubblico più giovane.

D: Quanto tempo impiega per scrivere un libro? È vero che dedica alla scrittura soltanto un paio d’ore al giorno?

R: In genere impiego due anni per scrivere una storia e quando comincio ho solo una vaga idea di quello che sarà il libro alla fine: magari un po’ della trama, qualche personaggio. All’inizio scrivo poco, anche solo mezzora e poi lascio decantare il materiale. In genere faccio sei riscritture del libro, ogni volta dedicandovi sempre più ore del giorno, fino a un massimo di 4-5 ore.

D: Leggendo Buchi nel deserto, la sensazione è che il protagonista principale del romanzo sia il luogo, non lo Stanley contemporaneo ai fatti, non quello del passato. Il luogo attraversa le pagine dalla prima all’ultima e, nelle sue diverse manifestazioni, è sempre centrale alla storia. È solo una sensazione da lettori o ci abbiamo visto giusto?

R: No credo che sia un’interpretazione molto giusta e profonda: è proprio dall’ambiente che ho cominciato a costruire la storia. È nato prima il luogo come protagonista, poi Stanley.

D: Ne Il voltacarte così come in Buchi nel deserto il presente del protagonista è strettamente legato al passato della propria famiglia e rintracciandone e intersecandone i vari tasselli i due ragazzi riescono a trovare risposte e punti di svolta per la loro esistenza. Questo dettaglio fondamentale conferisce ai suoi libri generi diversi sotto un unico titolo: romanzo di formazione, romanzo d’amicizia o d’amore, romanzo d’avventura, romanzo giallo. Qual è il genere che preferisce? Qual è quello che più la diverte?

R: Non penso in termini di generi letterari quando scrivo, penso solo a scrivere delle belle storie, poi saranno i lettori a etichettarlo. Non so scegliere un genere, mi piacciono tutti, se il pubblico decide che è quello piuttosto di quell’altro a me sta bene.

D: Qual è il suo libro per ragazzi preferito? È lo stesso di quando era bambino?

R: Il mio preferito da bambino era La Tela di Carlotta ma poi quando lo leggevo a mia figlia, quando era lei piccola, il preferito è divenuto La Piccola Principessa di Barrie.


Volete incontrare Louis Sachar? Potete farlo:

– Giovedì 6 settembre – Mantova. L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA e presenta IL VOLTACARTE in occasione dell’incontro Temporary stories c/o Cappella del Palazzo del Mago. Ore 15.45. Con Paolo Bacilieri.

– Venerdì 7 Settembre – Mantova – L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA e presenta IL VOLTACARTE in occasione dell’incontro Giochi da ragazzi in Piazza Virgiliana. Ore 10.45. Con Andrea Valente.

– Venerdì 7 Settembre – Mantova –  L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA  in occasione dell’incontro sul translation slam c/o Chiesa di santa Maria della Vittoria. Ore 17.45. Con Flora Bonetti e Laura Cangemi.

Titolo: Il voltacarte. Storia di un re, una regina e un jolly
Autore: Louis Sachar
Editore: Piemme
Dati: 2012, 354 pp., 17,00 €

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Titolo: Buchi nel deserto
Autore: Louis Sachar
Editore: Piemme
Dati: 2012, 280 pp., 10,00 €

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Quando due solitudini fanno un amore

“Così, anche se Lena, dentro, è frizzante e molto spiritosa, molto in gamba, canta canzoni e le vengono in mente dei pensieri scatenati, fuori appare timida e taciturna”. Poche e semplici parole riassumono efficacemente la personalità di uno dei due protagonisti di Cose da salvare in caso di incendio: lei è Lena, una bambina di cui sappiamo ben poco per la maggior parte del romanzo, a parte il fatto che ha nove anni, è russa e vive a New York. L’altro protagonista è Vaclav, coetaneo altrettanto russo e altrettanto immigrato. Cos’hanno di speciale questi due bambini? Primo fondamentale punto d’incontro: l’essere altri rispetto al mondo in cui vivono. Entrambi sanno bene cosa significhi vivere in mezzo a bambini americani, madrelingua inglese, biondi, occhi azzurri, con vite e genitori perfetti. Per fortuna che l’America è il luogo delle possibilità, dove le identità possono facilmente confondersi e riplasmarsi. Almeno così pare pensare Haley Tanner, la scrittrice, newyorkese doc. A tratti, in effetti, pare che emerga il solito ideale patriottico che accomuna tanti scrittori o comunque produttori culturali statunitensi.

La descrizione della Russia rimanda infatti all’antico pregiudizio americano da guerra fredda, che vede nel Paese sovietico l’antitesi al modello di libertà made in USA: un Paese dalle architetture opprimenti, reduce da anni difficili, patria di belle menti che però non hanno la possibilità di esprimersi. Il tutto, ovviamente, declinato al passato: la Russia di cui parla la Tanner è la patria dei genitori di Vaclav, ma la puzza di pregiudizio aleggia comunque. Dettaglio trascurabile, se lo si confronta con l’accuratezza con cui Haley descrive i sentimenti di chi vive in terra straniera (qualunque cosa si intenda per terra straniera). Un acume che deriva dalla sua esperienza come insegnante d’inglese per bambini immigrati. Sono tante, in effetti, le delicatezze che pare riservare loro, sotto forma di uno scandagliamento preciso di emozioni, pensieri, idiosincrasie.

Lena e Vaclav, dicevamo. Personaggi complementari, come si vorrebbe accadesse qualche volta nella vita. Entrambi disastrati; ma mentre lui ha una famiglia più o meno solida alle spalle e una vita che gli sforzi, soprattutto materni, cercano di normalizzare (e americanizzare, appunto), Lena vive con una zia che non c’è quasi mai, in una casa puzzolente e piena di cicche, buchi nella moquette e piatti sporchi nel lavandino. La sua vita solitaria cambia quando conosce Vaclav, perchè da quel momento passerà tutti i giorni a casa sua, progettando insieme un futuro che vede l’uno un mago famoso e l’altra la sua assistente. Non è questo l’unico elemento positivo: c’è infatti Rasia, la madre di Vaclav, che ha pena per la bambina e, per quanto può, se ne prende cura, almeno durante il giorno. La donna non manca mai di riaccompagnarla a casa tutte le sere, andandosene regolarmente via con il cuore spezzato per la sporcizia, la solitudine e la tristezza di un luogo che è tutto tranne che adeguato a un bambino. La storia incontra una battuta d’arresto quando Rasia vede qualcosa che non avrebbe dovuto  vedere: alla bambina accadono cose orrende, che hanno a che fare con il lavoro dubbio della zia e il suo compagno. Lena viene portata via dai servizi sociali e non vedrà Vaclav per otto anni.

Un lungo periodo che la Tanner divide in due capitoli, dedicati ciascuno alla vita di uno dei due personaggi: Vaclav diventa un bel ragazzo e continua a inseguire il sogno di diventare un mago famoso come Houdini. Lena viene adottata da una donna che le dà tutto l’affetto di cui necessita. Entrambi, però, sono inquieti perché continuano a pensarsi tutti i giorni. Fino a quando lei non decide di chiamarlo, dopo tanti anni di silenzio. Un finale un po’ scontato spiega cosa successe a Lena anni prima, infine legandola per sempre al cuore e alla vita di Vaclav. Cose da salvare in caso di incendio è un libro estremamente scorrevole, ricco di sentimento, a tratti acuto e sorprendente. Unico neo, l’americanismo sottile.

Titolo: Cose da salvare in caso di incendio
Autore: Haley Tanner
Editore: Longanesi
Dati: 2011, 326 pp., 16,60 €

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Le monde, c'est moi. La scuola degli Egoisti di Eric-Emmanuel Schmitt

Secoli di secoli e solo nel presente succedono i fatti; innumerevoli uomini in aria, in terra e in mare, e tutto ciò che realmente avviene, avviene a me… (Jorge Luís Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano)

narciso-caravaggioEnigmatico, ironico, vertiginoso. Voltare l’ultima pagina de La Scuola degli Egoisti di Eric-Emmanuel Schmitt ci lascia le sensazioni lievi e un po’ stordite di uno di quei sogni che, al risveglio, non si è mai del tutto sicuri di aver sognato. Del sogno, il racconto ha tutte le caratteristiche: la scivolosa ambiguità, la penombra delle atmosfere, l’esuberanza eccessiva di certi scenari e l’incomprensibilità di alcuni comportamenti, di alcuni sviluppi. Elementi difficili da maneggiare, per un romanziere alla sua prima prova (anche se tradotto da noi solo l’anno scorso, il libro è del 1994): eppure il modo in cui Schmitt riesce a mescolarli e dosarli ci regala una storia avvincente come un poliziesco e profonda come un conte philosophique.

Proprio come in un sogno, sfumano lievemente i contorni dell’incipit, nella biblioteca-ossario in cui Gérard Lagueret, circondato dai “crani” silenziosi degli eruditi suoi compagni di reclusione, d’improvviso apre gli occhi stanchi alla consapevolezza di odiare il proprio lavoro, le ricerche inutili che conduce da anni su testi astrusi che non interessano a nessuno, nemmeno a lui. “Sto sognando… non vivo più… Sono prigioniero in un trompe-l’oeil…”. E tra questi contorni sfumati, per il caso di un gioco, si fa strada la figura di Gaspard Languenhaert, bislacco filosofo settecentesco, salottiero, attraente e ripugnante, propugnatore di una teoria dell’Egoismo tanto estrema che avrebbe fatto arrossire persino Berkeley.

Il corpo non esiste. Il mondo non esiste. Esiste solo in quanto qualcuno lo sta pensando, e quel qualcuno non sono altri che io. Io che scrivo. Io che leggo. Io che penso me stesso pensante, pensando e creando al contempo te che mi leggi, ma che in realtà non esisti al di fuori di questo breve istante in cui io mi rivolgo a te. L’Egoismo di Dio, o la solitudine di un folle? La logica di Languenhaert non lascia scampo: dato il presupposto di essere l’unica realtà esistente, creatrice del mondo e dei suoi abitanti, non c’è differenza tra il credersi Dio e l’esserlo realmente. E Languenhaert ha deciso di esserlo.

saturno-goyaPeccato che Dio comprenda, alla fine, di non aver mai davvero voluto ciò che ha creato, né se stesso né tantomeno il mondo; di essere anch’egli, come le sue creature immaginarie, incatenato a se stesso, alla propria involontaria esistenza. Fino a confessare: “La condizione di Dio mi appare come la peggiore delle prigioni…”. Così il cerchio si chiude: al pari delle sue creature, anche Dio è un sogno. Con il danno aggiuntivo che per Dio non c’è risveglio; e la beffa che, esaurita la propria esperienza terrena, il mondo che – malgrado tutto – gli è sopravvissuto sembra aver voluto perdere ogni traccia di lui. Gaspard Languenhaert aveva creato il mondo, e il mondo lo ha cancellato.

Dopo quella prima comparsa alla Biblioteca Nazionale, ogni apparente traccia lasciata dal filosofo si tramuta all’istante in silenzio: pagine mancanti asportate da libri fasulli, ritratti lacerati, storie narrate da scrittori improvvisati e sconosciuti… La ricerca di Lagueret procede per vicoli ciechi, paradossi e ritratti fulminanti (geniali le riunioni della scuola degli Egoisti, ognuno dei quali convinto di essere l’unica realtà esistente), sorretta dall’abilità narrativa con cui Eric-Emmanuel Schmitt le impedisce di perdersi nel suo stesso caos. Così, come una melodia che non sbaglia un accordo, che non stona mai nemmeno nei passaggi più impervi, il racconto si snoda fino ad un finale che, come ogni buon finale, conferma la vicenda ribaltandola, e costringendo noi a ripensarla da un punto di vista inaspettato.

Un delizioso racconto che, nell’incrocio di piani temporali diversi e realtà mentali parallele, prometteva già agli esordi l’ormai matura maestria dell’autore de La donna allo specchio.

 

Titolo: La scuola degli egoisti
Autore: Eric-Emmanuel Schmitt
Editore: Edizioni e/o
Dati: 2011, 144 pp., € 16,00

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Quando la fine di un matrimonio diventa un’ossessione

Ofer e Galia si sono separati ormai cinque anni prima. Ma Rivlin, il padre del ragazzo, non si rassegna a un divorzio sui cui nessuno gli ha dato spiegazioni. L’amatissima moglie, Haghit, cerca di persuaderlo alla rinuncia ma Rivlin è un testardo; del resto, è pur sempre un docente di Storia Mediorientale all’Università di Haifa e il suo mestiere è proprio quello di scavare. Mentre la moglie è un magistrato e, in quanto tale, abituata alle sentenze definitive.

Su questa base, si snocciola un racconto lungo quasi 600 pagine, il tempo di affezionarci terribilmente a tutta la famiglia, soprattutto al protagonista delle indagini, che dureranno per tutto il corso del romanzo. Ci leghiamo infatti alle sue debolezze, ai pensieri inespressi, ai frequenti moti d’amore per la donna che ha sposato, all’angoscia per un figlio inquieto, che non vuole spiccicare una parola sull’accaduto. Nel frattempo, si inseriscono altri personaggi fondamentali: l’arabo Rashed e sua cugina Samaher, studentessa di Rivlin, ormai laureanda ma bloccata in una tesina che trova soluzione solo alla fine. Sposata da poco, pare che cada spesso in depressione, ma il suo distacco dall’Università rimane un mistero insoluto. Ci sono poi i personaggi che gravitano attorno alla pensione dove Ofer e Galia si sono sposati: il padre defunto della sposa (ex proprietario), la madre, la sorella (proprietaria attuale) e Fuad, il cameriere arabo.

Ma perchè Yehoshua ci fornisce tutti questi dettagli e una miriade di personaggi? I motivi si capiscono solo strada facendo: tutti loro vivono tra le pagine del romanzo in rappresentanza di arabi ed ebrei. Categorie che però si incrociano in vari modi: perché esistono anche gli arabi che vivono in Israele e viceversa. Realtà “di mezzo” solitamente molto sofferte, in quanto ospiti di una patria altrui. Ma Rivlin, ebreo israeliano, complice la sua specializzazione, riesce a stabilire un contatto con l’”Altro”, che studia con attenzione e che col tempo impara anche ad amare. E la studentessa triste è colei che lo traghetta nell’altro mondo, non più solo a livello culturale ma anche in pratica: visto che è a letto inferma, a Rivlin tocca andare a casa sua un po’ di volte. Le sue incursioni in questo mondo, però, non lo esimono da altre incursioni, tutte all’insaputa della moglie, che altrimenti si infurierebbe: quelle alla pensione. Una ricerca snervante, la sua, a tutti i livelli: ne risultano turbati moglie, figli, personaggi di contorno e lettori.

Sì, perché in un romanzo di 600 pagine, un difetto deve pur esserci ed è proprio questo: il nominare continuamente un segreto, solleticando quasi alla tortura la curiosità di chi legge. L’istinto è quello di passare direttamente alle ultime pagine. Ma ciò che snerva è l’incomprensibilità di alcuni dettagli: perché soffermarsi su particolari descrittivi spesso inutili, che pare vogliano solo allungare ulteriormente il romanzo? Perché soffermarsi sul fare pipì del protagonista o sui frequenti rapporti sessuali tra marito e moglie? Sulle caratteristiche dei paesaggi o su pensieri alle volte troppo spiccioli? Ciò che non riesco ad approvare ne La sposa liberata è proprio questo, pur rendendomi conto che ciò che io non amo, ad altri e al racconto regala invece intimità. Del resto, come penetrare nel mondo dei due popoli se non infilandosi nelle pieghe della loro quotidianità? Questo dilungarsi è appesantito, poi, da frequenti intellettualismi, di comprensibilità non immediata. La sensazione, infatti, è che alcune parti siano riservate a chi già sa molto di storia mediorientale. I riferimenti culturali possono risultare oscuri a chi legge per la prima volta qualcosa su questo antico conflitto. Ma la confusione su alcuni dettagli si scioglie verso la fine, sia perché Yehoshua si premura di fornire alcune spiegazioni ai tanti misteri, sia perché la storia prende una velocità inaspettata e noi lettori ci troviamo improvvisamente col fiato sospeso fino all’ultima pagina, che lasciamo con malinconia.

Titolo: La sposa liberata
Autore: Abraham Yehoshua
Editore: Einaudi
Dati: 2002, 592 pp., 16,50 €

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