Questo weekend noi siamo al #HandmadeFest2013. Voi che fate?

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Handmade Festival è arrivato alla sesta edizione con la sua formula vincente: ingresso gratuito, location da favola, cibo da leccarsi i baffi accompagnato da bevande alcoliche a prezzi democratici e soprattutto un sabato di primavera reso magico grazie ad una delle migliore offerte musicali in cui potreste imbattervi da queste parti.

Il giorno è sabato 1 giugno, il posto è dalle parti di Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, si apre alle 12 e si inzia a suonare alle 14 e la lineup è da paura: Man on Wire, The Babies, Altro, Gazebo Penguins, Dumbo Gets Mad, Brothers In Law, Welcome Back Sailors, His Clancyness. Tutte le altre informazioni le trovate cliccando su queste magiche parole blu.

Che altro vi serve? Cominciate a organizzarvi, è dopodomani! Intanto sentitevi la compilation ufficiale con i gruppi che suoneranno sabato.

His Clancyness Live @ Drive_In [MP3 – Free Download]

Vi avevamo regalato una storia.
Adesso vi regaliamo un live.
Sorpresa!

His Clancyness è il progetto solista di Jonathan Clancy, già voce e chitarra negli A Classic Education. La sua ultima fatica è Always Mist  Revisited, una raccolta di canzoni scritte tra il 2009 e il 2011 e uscita grazie alla collaborazione di Secret Furry Hole, Splendour e Sixteen Tambourines.

Qualche mese fa, precisamente il 28 gennaio 2012, durante il Going South Tour 2012, His Clancyness ha suonato al Drive In di Ruvo di Puglia, grazie a una collaborazione tra Drive In e Arci La Locomotiva Corato. Attraverso le abili mani di Roberto DiMo (alias Rauko dB) e della House304 Home Studio, abbiamo ricevuto questo piccolo gioiello. Noi quella fredda sera di gennaio c’eravamo e per questo abbiamo pensato di condividere con voi lettori le emozioni provate durante questo bel concerto.

Scaricare il disco è semplice, basta iscriversi alla nostra newsletter cliccando su queste magiche parole blu, oppure seguendo il form a fondo pagina. Se siete già iscritti, non temete, vi è già arrivata una bella mail che speriamo abbia superato il vostro filtro antispam. Il live sarà disponibile in free download per un mese a partire da oggi, perciò affrettatevi!

Detto questo non ci resta che augurarvi un buon ascolto e stay tuned! Con AltantideZine le sorprese sono sempre dietro l’angolo


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His Clancyness Live

Tracklist:

1. Dover
2. Next Year is Our
3. Just Like Monday
4. What Fury Can’t Say
5. Work It Out (A Classic Education)
6. Summer Majestic
7. Spin Me Round (A Classic Education)
8. Ottawa Backfired Soon
9. Freight Trains
10. Mistify the Ocean
11. Gone to Sea (A Classic Education)

Ladies and Gentlemen, gli Spiritualized sono tornati.

Sono a Edimburgo: passeggio sulla Royal Mile, svolto a sinistra per South Bridge e mi avventuro lungo la direttrice sud in piena Old Town, giù, fino agli splendidi giardini Meadows. Un po’ prima, però, guardo a destra e uno dei tanti palazzi neoclassici è la sede della Queen’s Hall. E oggi, 9 ottobre 2011 ci suonano gli Spiritualized. Gli ex Spacemen3, che non suonano da maggio, e che hanno bidonato l’Ypsigrock per un imprecisato malessere del leader Jason Pierce, sono ora nella capitale scozzese per iniziare un trittico che li porterà anche anche a Leamington e alla Royal Albert Hall a Londra.

Sono le sei e mezza locali, entro mezz’ora è prevista l’apertura, e il vento sempre più pungente non scalfisce la piacevole temperatura di 8 gradi centigradi. Alle sette e mezza, quando ci dicono di entrare, siamo poco più che una ventina. Esploriamo il teatro, il bar è enorme e una pinta di chiara costa solo 4 pound; il palco non è grandissimo, ma è solo leggermente rialzato così da essere un prolungamento naturale della platea. Due file di spalti semicircolari lo fronteggiano, una alla sua altezza, l’altra più in alto. Decido di andare al piano di sopra, piazzarmi di fronte al palco e aspettare. Nel frattempo la sala si riempie completamente.

Quando escono, in sei più le due, colossali, coriste di colore, la sensazione è di essere a metà tra un concerto da camera e un concerto in una chiesa battista. L’attesa è palpabile: Jason si mette come al solito seduto, di lato e vicinissimo al limite del palco, imbracciando la chitarra e con di fronte il leggio. Dà il via. “Ma cos’è? Forse è un pezzo vecchio, forse è uno nuovo”. Poi parte il secondo, e la voglia di cantare tutti insieme è ancora strozzata. Però i pezzi sono belli, gasano, sono purely Spiritualized. E le parole, le frasi, il dolente incedere della salmodia è quello familiare, quello di Jason. E poi qualcuno si ricorda che l’avevano annunciato che stavano lavorando a del materiale nuovo e subito ci si sente privilegiati ad ascoltarlo dal vivo per la prima volta. Si va avanti così per un’ora: la speranza del pubblico frustrata a ogni accordo iniziale non riconosciuto, poi l’esaltazione ipnotica durante il pezzo e poi di nuovo la speranza che la prossima magari sarà Come Together o Lord can you hear me. Oppure On Fire, come spera un tizio vicino a me intonando sommessamente Baby set my soul, on fire. Un altro incalza e grida Cop shoot cop con impeccabile accento scottish.

Ma Jason, impassibile, suona un pezzo dopo l’altro. Parte in sordina, asseconda gli strumenti dolcemente, fino ad alzare il ritmo in crescendi che culminano con sfuriate elettriche: non fanno noise, non fanno shoegaze, non fanno post-rock. Fanno tutte queste cose insieme. Sono ispirati, illuminati: noi li seguiamo, non ci importa più niente che non fanno i pezzi che conosciamo a memoria, vogliamo solo goderci le sensazioni fisiche del loro impasto sonoro, trovare un equilibrio, rabbioso e pacificante. Fino al prossimo pezzo. “Jason, show yourself” grida quello di prima. Ma lo sta, lo stanno facendo. Osano, attingono da tutto, sbaragliano. Fanno rhytm ‘n blues, gospel, psichedelia. La voce di Jason è spiazzante, calma, in preghiera. Le coriste si staccano dallo sfondo dove erano rimaste confuse e prepotentemente si prendono la scena. Intonano la voce di Jason, la sostengono, la elevano. La batteria comincia a variare i tempi, il basso pulsa nello stomaco, le chitarre perdono compostezza e si mettono a stridere. Come ogni singolo brano, anche il concerto va in crescendo. Poi, all’improvviso, ecco Won’t get to heaven, e non si riconosce come più familiare degli altri. Tutto è pensato e studiato per essere organico e sembra che quella canzone già nota sia stata messa lì per dire “Vedi, niente paura, siamo sempre noi, lasciati andare”. Altri pezzi nuovi. Escono e rientrano. E suonano Sway e Shine a light, ripescandole dal primissimo album. Con Good Times raggiungono il massimo dei decibel e della fisicità sonora con un vecchio e sano wall of sound che spacca i timpani e allarga le connessioni sinaptiche. Ma è Take me to the other side a far fare un tuffo al cuore di tutti. È  il pezzo agognato, la folla è in trance ma nessuno osa sovrapporsi a Jason: il momento è sacro, scende qualche lacrima.

E dopo due ore di concerto, quando questa sembra la chiusura perfetta e tutti sono pronti a tornarsene a casa in estasi, parte Oh Happy Days. Non ci si crede. Jason la stravolge, la interiorizza e la risputa graffiata e dolorosa, altro che inno di gioia. È questa la conclusione perfetta, il simbolo della contraddizione profonda della musica degli Spiritualized: il senso religioso senza religione, il sentimento del peccato umanamente secolarizzato, la loro universalità e insieme profonda modernità. Jason chiude dicendo solo “Thank you all”. No, grazie a te, Jason.

 

 

Let the Sleigh Bells ringing

Allora, premetto che sono andato a questo concerto bardato di tutti i preconcetti possibili che si possono avere per le band esordienti che godono, almeno secondo me, di un hype del tutto ingiustificato, dettato probabilmente dal fatto che qualche redattore di Pitchfork quella mattina si fosse svegliato con velleità pionieristiche, volte a identificare il nuovo giovanissimo divo da incoronare.

Detto questo mi vedo con un paio di amici a bere quei due/tre drink che possono riscaldare l’atmosfera e rendere, per quello che potranno, meno cocente la delusione. Sul comunicato c’è scritto che il concerto inizierà puntuale  e questa mi sembra subito una bella novità, insomma perché scrivere 21 e 30 se poi il tutto inizierà dopo più di due ore? D’altronde è pure sabato e vorrei rimanere, come da tradizione, ancora un po’ al baretto.  Ma bisogna andare tanto che, con utti i buoni propositi dell’occasione, riusciamo inevitabilmente ad arrivare mezz’ora dopo l’orario reclamizzato. Fortuna vuole però che il concerto non sia ancora iniziato quindi ci sistemiamo comodi comodi in fondo al Tunnel, tra il bar e il banchetto del gruppo. Il locale è mediamente frequentato, insomma c’è gente nonostante l’orario e fa piacere, decisamente.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F3703878

Sleigh Bells, “Tell ‘Em” by HuffingtonPost

Neanche il tempo di arrivare al bancone che il duo di New York sale sul palco caricando l’atmosfera di beat e chitarre elettriche distortissime. Gli astanti, tutti, iniziano a muovere la testa avanti e indietro in un tipico ballettare che fa molto anni’90, quello che, per capirci, si faceva ascoltando le rime dei Beastie Boys o le chitarre dei Sonic Youth. E il pezzo d’apertura, Infinity Guitars, proprio a un mix delle due band culto newyorkesi sembra ispirarsi. Il duo formato da Derek Miller alla chitarra et cetera e da Alexis Krauss alla voce inanella alla velocità della luce un pezzo dopo l’altro (Tell’em, Kids e Run the heart giusto per citare i brani più “famosi” tratti dal loro disco d’esordio Treats)  riuscendo a scaldare anche i più restii (cioè me).

E proprio mentre stavo esternando il mio giudizio positivo con un sempreverde “spaccano” ecco che, dopo appena trenta minuti, il concerto termina lasciandoci basiti. E questo perché? Per la sempre più feroce tendenza dei club milanesi a dover organizzare due eventi nella stessa serata. Morale: gli Sleigh Bells suonano trenta minuti scarsi dando l’anima (davvero positivi) e tu, che hai pagato dodici euro di biglietto, te ne vai a casa. Oppure paghi nuovamente rientrando per il secondo evento, giusto per continuare a berti il drink che in così poco tempo non eri riuscito a terminare.

65daysofstatic are exploding anyway

La sera del 14 novembre ho assistito, con alcuni amici, al concerto dei 65daysofstatic. Si tratta di quattro ragazzi di Sheffield noti nel panorama musicale post-rock contemporaneo grazie ai tre precedenti e benaccolti lavori, The fall of math (2004), One time for all time (2005) e The destruction of small ideas (2007). Nella primavera del 2010 è uscito il loro ultimo album We were exploding anyway, un disco che palesa una vena sinth, elettronica e insieme math-rock.

Il gruppo inglese sale sul palco attorno alle 22, dopo una mezz’oretta di musica affidata a un gruppo spalla (un duo chitarra, basso e drum machine), e l’atmosfera del locale milanese, il Tunnel, si scalda immediatamente. La scaletta dei pezzi scelta dalla band è fortemente influenzata dalla recente uscita, ad ottobre di quest’anno, di un EP dal titolo Heavy sky, come conferma la scelta di aprire l’esibizione con Pacify e Px3. A seguire Piano fight, un brano che alterna momenti melodici a un suono secco di chitarra elettrica.

Al quarto pezzo il pubblico si muove incontenibile, riconoscendo la disarmante Retreat! Retreat!. Il Tunnel diviene un’onda umana, mentre scorrono i brani tratti da We were exploding anywere si passa dall’accensione isterica di Weak4 alla progressione elettro-rock di Dance dance dance fino all’epica e finale Tiger Girl, quasi 11 minuti di pura adrenalina. La cifra distintiva del quartetto di Sheffield è quella di essere una formazione rock con attitudini e struttura da band elettronica. La presenza di una batteria “umana” e di una telecaster mutuata dall’indi-rock trovano un’alchimia simbiotica con le metriche ossessive scandite dal campionatore. Il risultato è una musica che faccia ballare, oltre ai nostri corpi, le nostre sinapsi, che costringa alla riflessione proprio mentre spinge al movimento, scatenando rewind infiniti della mente persi in altrettanto infinitamente lunghe pozzanghere cerebrali.

65daysofstatic - we were exploding anyway (cover)Sto ascoltando un disco o sto seguendo una performance live? È questa la domanda che mi sono posta di fronte a questo sfoggio di precisione che nulla ha da invidiare a una registrazione in studio. E se tutto questo non vi avesse convinto a concedere una chance di ascolto a questi quattro ragazzi con il ritmo nel sangue, vi assicuro che anche solo guardarli ballare sul palco sarebbe valso il prezzo del biglietto.

Last Night i had to live it – Shout Out Louds à Paris

Avevo comprato il biglietto per vedere gli Shout Out Louds a Parigi per tempo, anche l’aereo non mi era costato tanto. Per una strana congiunzione astrale mi ero ritrovato pronto per partire ad un ragionevole numero di mesi di distanza dalla data stampata su entrambi i biglietti. Bene, mi ero detto, ora non resta che aspettare.

Solo che chiaramente poi devi fare i conti coi francesi e i francesi, si sa, non sono mica gente facile. Loro si incazzano se per caso qualche politicante o presunto tale, eletto da loro tra l’altro con un consenso pressoché plebiscitario, infierisce sui diritti civili non solo di popolazioni straniere ma anche di coloro che in quella nazione ci sono nati e, per lei, hanno sputato il sangue, magari da generazioni. Ebbene i francesi non li devi sottovalutare perché loro, tornati dalle vacanze (le ferie sono sacre anche per l’animosità pasionaria transalpina), ti organizzano in quattro e quattro otto uno sciopero (une grève, così dicono loro) che ti blocca tutto ma proprio tutto, compresi gli aerei. Compreso quello che il 12 ottobre 2010 alle ore 13 avrebbe dovuto portarmi da Milano Linate a Parigi Orly con un giorno di anticipo in modo da fare un giretto per la città come abbinamento perfetto alla serata successiva che avrebbe visto il gruppo di Stoccolma imbracciare gli strumenti alla Maroquinerie.

E vabbè, che fai allora, un po’ imprechi, ma solo un poco visto che quantomeno i francesi rinsaviscono e si scagliano con decisione e durezza contro ciò che reputano sbagliato, ma soprattutto ci si scagliano in massa. Cosa che, ti viene da considerare, nel tuo paese, o nazione se proprio vogliamo sdoganarla da un’aurea di provincialismo che ormai sembra impossibile scrollarsi di dosso, non è accaduto e con ogni ragionevolezza non accadrà.

Ti informi allora, vedi quello che puoi fare e noti, con una certa diffidenza che per il giorno dopo lo sciopero non c’è e che il cambio prenotazione è gratuito. D’istinto, con un paio di click, cambi cifra nel calendario elettronico del sito web e ti ritrovi in mano un altro biglietto, sempre Milano Linate – Parigi Orly.

Ok, provi a rilassarti, la situazione sembra ripristinata salvo aver perso le ventiquattr’ore parigine antipasto del concerto. La mattina di mercoledì ti svegli di buon’ora prepari la borsa e vai spedito verso l’aroporto. Tutto sembra andare per il verso giusto quando, dieci minuti prima dell’imbarco, viene annunciata un’ora e più di ritardo, ora e più che passerai a sudare e a inveire  perché pensi, e ne sei convinto, che ormai tutto andrà per il peggio, lo sfacelo, quello grosso, perdere il concerto cioè, non è più un lontano miraggio ma realtà concreta e tangibile.

Ma niente di tutto questo accade. Sali sull’aereo e, credendoti furbo, scegli un sedile tra le prime fila che dà sul corridoio, in modo tale da potertela svignare quanto prima ad atterraggio avvenuto. Vicino a te una anziana coppia di francesi, tranquilli, certamente più di te. Lei guarda fissa fuori dal finestrino, lui, inforcati gli occhiali da vista, si concentra su innumerevoli tavole di sudoku che risolve a velocità da record. Indossi le cuffie e, naturalmente, continui ad ascoltare loro, gli Shout Out Louds, almeno fino a quando puoi. Ti concentri su te stesso dunque e apri anche il libro: così se ne va l’oretta di volo.

Nel frattempo il signore accanto a te, quasi senza alzare lo sguardo dal giornale di enigmistica, stappa una bottiglia di rosso acquistata dal personale di bordo e per il resto del viaggio il tuo sguardo ondeggerà dalle righe del romanzo a cui ti sei appassionato al bicchiere di vino, che a te sembra sempre più in bilico sul tavolinetto ribaltabile. Ma sei anche ammirato da quell’uomo (improvvisamente la categoria uomo sopprime quella vecchio) perché fa fuori un mezzo litro così, in due sorsi, senza che questo possa in qualche modo influire sulle sue capacità logico-matematiche: continua infatti, imperterrito, a riempire caselle di numeri e a far scivolare pagine e pagine sotto le sue dita. Provi a controllare, a un certo punto ti dici: “Ma dai bara, non può essere”. Non puoi dimostrarlo però perché, da sempre, tutto ciò che ha che fare con numeri e guazzabugli logici lo hai considerato tabu in quanto avrebbe potuto essere foriero di brutte notizie per il tuo ego. Quindi chiudi tutto e ti concentri sull’atterraggio che ormai pare imminente.

Messo piede sul suolo francese e beccato uno dei miei compari improvvisamente mi rilasso e rivengo. A Parigi è una magnifica giornata e non abbiamo nessuna intenzione di passarla in casa. Abbiamo tutto il pomeriggio davanti quindi stappiamo un paio di birre e ci facciamo un giro della città in attesa dell’altro da Bologna. La notizia sensazionale è che, come a Londra, Parigi è piena di Off License quindi la birretta cheap non ci abbandona mai come da tradizione per trasferte del genere.

Passeggiando per le strade della città, in un pomeriggio assolato e limpido come questo, con i monumenti e i palazzi nordeuropei sento di aver fatto la scelta giusta, che questa è l’unica scenografia possibile per una band dal suono prettamente europeo, elegante ma allo stesso tempo un po’ boheme come gli Shout Out Louds. Chiaramente esagero, enfatizzo ma lasciatemi le mie impressioni da ragazzino in gita di terza media.

Usciamo di casa in orario e arriviamo alla Maroquinerie durante il set dei baden baden (minuscolo perché ci sono anche i Baden Baden). Decidiamo su due piedi di andarci a fare una birra, il locale in cui la band francese si sta esibendo è troppo pieno, non si respira. Allora su in terrazza a chiacchierare un po’: siamo a Belville o lì vicino e immediatamente tutto si ammanta di poesia francese, è vero che a Parigi ci si sente speciali, la città e le sue suggestioni vivono davvero, non è uno scherzo.

La gente risale a prendere aria segno che i Baden Baden hanno terminato. La Maroquinerie è su due livelli: uno adiacente alla strada, la terrazza appunto (o meglio il dehor visto che traduco alla lettera e male credo terraçe) e poi giù per le scale due stanze, una piccola dove vi è giusto lo spillatore e il bagno e una grande, abbastanza da contenere un bel po’ di persone, costruita ad anfiteatro, il palco al centro e gli spalti tutt’attorno. Il caldo è sovrumano ma chissenefrega, siamo pronti e si sente un certo friccicore nell’aria, un attesa abbastanza palpabile e devo dire che non me l’aspettavo. Anzi sì, me l’aspettavo perché gli Shout Out Louds non sono un gruppo come gli altri ma, si muovono, a mio avviso, su dinamiche particolari. Alla critica che va per la maggiore loro non sono mai piaciuti e chissà poi perché. E anche gli addetti ai lavori non se li sono tirati più di tanto. Tanto per dirne una Our ill Will in Francia non è uscito e in Italia se non fosse stato per la buonanima della Homesleep non lo avremmo visto neanche noi, senza contare lo zero nel novero dei concerti tenuti nella nostra penisola durante l’ultimo tour. Eppure, nonostante questo, la band di Stoccolma ha un seguito numeroso e rumoroso. I loro concerti sono spesso sold out, il pubblico canta, balla e partecipa a ogni brano dimostrando di averle masticate e assimilate quelle canzoni, che loro non sono il solito gruppo da una botta e via, e che per vederli ci si fa i chilometri, rischiando anche di rimanere bloccati nel limbo spaziotemporale di uno sciopero.

E tutto questo è ampiamente giustificato perché dalla prima canzone fino all’ultima gli Shout Out Louds suonano impeccabilmente, con un’energia da consumato gruppo rock e senza alcuna sbavatura. Con l’aggiunta dei nuovi pezzi del disco ormai la band si trova una scaletta di un’ora e mezza perfetta, piena di singoli, tutti cantati a squarciagola, che si susseguono uno dietro l’altro. E l’approccio, questo tiro sostenuto e allegro che visto i toni di Work proprio non mi attendevo, è da applausi. Sono un gruppo rock cazzo! Esclamo rivolto a non so chi mentre sotto scivolano via Normandie (dedicata alla nuova etichetta francese), Fall hard, Very Loud, 1999, Tonight i have to leave it, The comeback, Parents Livingroom fino ad arrivare all’apoteosi, una splendida versione di Impossible che incanta oltre che per il testo sempre evocativo (i don’t wanna feel like i don’t have a future o ancora your love is something i cannot remember) anche per il delicato equilibrio tra il continuo incalzare del ritmo e le pause enfatiche.  Tutto questo mi fa chiudere gli occhi e rivedere quelle due o tre istantanee di Parigi che mi sono scattato nella passeggiata pomeridiana, Notre Dame, la Rive Gauche, il localino in legno circondato dall’edera, Saint Michel e penso che ho fatto bene a venire, a non demordere, a prendere quest’incoscienza come andava presa, come un’incoscienza appunto e che queste cose ormai si possono fare, basta solo trovarsi un tetto sotto il quale dormire o alle brutte un passaggio per l’aeroporto nel cuore della notte. Che per una volta sono contento di essere nato in questo tempo matto e disperato che ci toglie un sacco di certezze ma che, anche se troppo raramente, ci permette qualche ultima gemma poetica come quella di andarsi a vedere a metà ottobre gli Shout Out Louds a Parigi.

Dopo non rimane molto spazio, loro le fanno tutte, e, più di noi, sembrano commossi. Dice Olenius: “E’ la terza volta che vengo a Parigi e mai mi era capitato di vedere tanta gente”. Prima del bis Bebban lascia il palco addirittura con la mano sulla bocca per lo stupore riservato all’ovazione. E allora concediamogliela questa pantomima, richiamiamoli a gran voce e lasciamo che lascino lì sul palco le ultime energie proprio come noi lasceremo le nostre di fronte a loro. Ed ecco allora Please please please e una poderosa Walls (molto più poderosa che su disco) che chiudono una serata perfetta in maniera perfetta.

A noi non resta che tornare a casa, in Italia, cercando di conservare il più a lungo possibile l’euforia che la serata ci ha destato. Non durerà a lungo ma il ricordo, almeno quello, non appassirà facilmente.

Epilogo

Prendo posto sull’aereo di ritorno mettendo in atto le stesse strategie dell’andata: prime file e corridoio. Accanto a me un’anziana coppia francese, lui gioca a sudoku. Sorrido e mi addormento.

A summer in the Suburbs

Quest’estate io l’ho dedicata agli Arcade Fire. Ad agosto è uscito il loro terzo disco, The Suburbs, e per tutto il mese mi sono preparato al loro concerto tenutosi la settimana scorsa all’Arena Parco Nord di Bologna. Poco importa che con loro ci fossero altri quattro gruppi, tra cui Fanfarlo e Modest Mouse, e che si trattasse di un festival ma quel 2 settembre sarà ricordato da me come dagli altri spettatori come il secondo concerto degli Arcade Fire in Italia. In rete fioriscono le recensioni del disco come del concerto, molti aspettavano questo momento e si sono preparati, ne hanno scritto, ne hanno dibattuto. Io, invece, fino al giorno prima avevo fatto solo delle valutazioni estemporanee con qualche amico, per il resto cuffie nelle orecchie e ascolti interminabili. Ora dopo una settimana dal concerto forse sono pronto per dire anch’io la mia. Non che sia indispensabile eh, ma lo faccio lo stesso.

All’inizio, come molti, sono rimasto un po’ frastornato. Il primo ascolto di The Suburbs non è stato facile: non riuscivo ad entrare in confidenza con la materia musicale e narrativa, mi sentivo lontano, come se in questi anni di lontananza dalle scene musicali (Neon Bible è uscito nel 2007) io mi fossi disabituato ad ascoltarli, investito dalla marea di roba che in tre anni la rete ti propone, plasmando il gusto verso orizzonti differenti da quelli che avevi all’inizio. Insomma durante il primo ascolto non mi sentivo a casa, bensì ero letteralmente spaesato. Dov’erano finiti gli Arcade Fire pomposi, quelli con mille strumenti, coi fiati  e gli organi a canne, con i finali delle canzoni in levare e dal ritmo decisamente sostenuto? Non riuscivo a capire la musica, quella malinconia di fondo, quelle atmosfere post-catastrofe (non nucleare bensì umana) che pervadono tutto l’album. Cioè bei pezzi per carità ma mi mancava qualcosa, sapevo che mi stavo perdendo il nesso.

Poi, da bravo, ho fatto i compiti. Ho preso il booklet e, mentre ascoltavo, mi sono letto tutti i testi e, meraviglia delle meraviglie, un altro mondo si apriva di fronte a me. E’ stato come entrare in qualcosa di diverso. Prima avevo solo sbirciato dalla cancellata quello c’era dentro. Adesso, dopo aver suonato e chiesto educatamente di entrare, potevo capire che le prime erano solo suggestioni e che se non avessi letto i testi non sarei riuscito mai ad apprezzare pienamente nessun pezzo del nuovo disco. Sì, indubbiamente ci sono alcuni brani che si spingono da soli (vedi The Suburbs, Ready to Start, Rococo, Suburban war, We Used to wait e Sprawl II – Mountains Beyond Monuntains – e comunque sono già sei pezzi su sedici) ma per gli altri non si percepiscono quei cambiamenti e quelle aperture che la conoscenza del testo ci permette. Non vorrei sembrare biblico quando affermo una cosa del genere ma devo dire che l’impressione netta che ho, rispetto agli altri dischi, è che qui siano le liriche a segnare il passo. Ma non solo per la storia personale degli Arcade Fire, ma anche per il mondo del rock in genere. Le tematiche si spostano e dai giovani che con la loro musica potevano cambiare il mondo si passa ai trentenni che rimpiangono la propria adolescenza, di quando le cose sembravano più genuine e alla portata di mano.

C’è una macchina in copertina, è parcheggiata di fronte a una staccionata, in quello che dovrebbe essere il suo posto all’interno delle villette a schiera tipiche delle periferie americane e canadesi. La guardiamo di spalle e al di là di quella staccionata c’è un’altra casa ma prima, proprio di fronte a noi, la figura di un albero si staglia prepotente. Poche foglie sui suoi rami, siamo in autunno forse, l’idea è che ci troviamo in una stagione in cui le cose iniziano a sfiorire, a perdere la propria bellezza. Allora che facciamo? Prendiamo le chiavi di nostra madre e ci andiamo a fare un giro. La macchina si muove e noi guidiamo nei posti in cui da ragazzi per tanto tempo abbiamo giocato. Ma vi ricordate quanti amici? E quante ore perse distesi sui prati a non fare niente? O a nasconderci dietro gli alberi per rubare dei timidi baci alla ragazzina a cui andavamo dietro e che adesso ha tre figli e lavora al bancone gastronomia del supermarket? Oppure tutto il tempo perso a scrivere lettere e ad aspettare che lei rispondesse, vi ricordate quel tempo lì, in mezzo, quell’ E dove sono finiti tutti? All my old friends they don’t know me now. Perché quando li incontro mi guardano in modo strano? Andiamo avanti e osserviamo la città scorrere dai finestrini, le strade deserte sono illuminati da luci arancioni, guidiamo per ore, quartieri e quartieri senza anima viva, ma quanto è cresciuta la città? Dead shopping malls rise like mountains beyond mountains and there’s no end in sight. Le cose cambiano in fretta, sentiamo la purezza scapparci dalle dita, sappiamo che forse questa è l’ultima stagione in cui possiamo considerarci giovani. I pensieri e le preoccupazioni aumentano, si fanno pressanti, perché non siamo più ragazzi? Sometimes I can’t believe it, I’m moving past the feeling. E perché quelli di oggi non sono come noi, non hanno la nostra purezza ma si gonfiano il petto con parole di cui non conoscono neanche il significato? Si credono forti ma non lo sono. They seem wild but they are so tame. O mio dio ma come parlo, che sto dicendo, sono come loro, quelli che ci hanno portato a questo punto, sto invecchiando. La verità è che ho quasi trent’anni e penso che l’età migliore sia già passata, non va bene così, ho sicuramente perso tempo da qualche parte, solo che non ricordo dove. Ho quasi trent’anni e penso di essere già vecchio, c’è qualcosa che non va. I wait my turn I’m the modern man, makes me feel like… something don’t feel right. Ma d’altronde siamo sempre stati così, ecco guarda lì, costruiscono ancora, guarda il paesaggio è come montagne su montagne; dicevo, siamo sempre stati così, abbiamo per anni aspettato e poi l’unica cosa che si è presentata alle nostre porte è stata la consapevolezza che forse avremmo dovuto fare qualcosa e non stare lì, fermi, con le mani in mano.  Ma ormai è fatta, io sono così, noi siamo così e probabilmente se avessi avuto di nuovo a disposizione il tempo che ho buttato nel cesso mi sarei comportato allo stesso modo, speriamo solo che qualcosa di puro rimanga in questo mondo disperato.

The Suburbs è un giro in macchina, the Suburbs è la riflessione un po’ nostalgica sulla nostra generazione, the Suburbs chiude i conti con un periodo della vita che non tornerà più, ma, più di tutto, coglie nel segno su quello che siamo noi oggi, un nugolo di ingenui e svagati sognatori che all’improvviso si è svegliato perché la realtà ci ha preso a schiaffi talmente forte che ci è parso essere quello il significato della parola crescere. They say we’re the chosen ones but we’re wasted.

Per quanto mi riguarda The Suburbs si presenta nel posto giusto al momento giusto e forse mi trovo a caricare di significato eccessivo un disco che per altri rimarrà solo un buon disco. Per me invece no, sarà qualcosa tipo uno spartiacque, una staccionata appunto, come quella in copertina, al di là della quale probabilmente le cose non saranno più le stesse. Gli Arcade Fire sono il gruppo della mia matura giovinezza e credo di poter tranquillamente affermare di non essere solo, visto anche la partecipazione del pubblico al concerto.

Ah, già, il concerto, quasi dimenticavo. Ma come volete che sia stato? Esaltante come minimo. Eravamo tanti (quattromila, cinquemila, diecimila che importa, per me eravamo veramente tanti – si ptrebbero perdere ore a parlare del fatto che tipo in Francia al Rock en Seine, la sera della loro performance, c’erano 35000 persone ma, per il momento, lasciamo perdere) e loro, gentili come due anni fa a Ferrara, hanno imbracciato gli strumenti e hanno suonato come pochi gruppi ormai sanno fare. Ma il merito non era solo il loro, anche noi, il pubblico, li abbiamo aiutati a creare unpo spettacolo di cui ci ricorderemo. I cori fioccavano, tutti conoscevano le canzoni, anche quelle nuove e si è avuto la sensazione di far parte di qualcosa di speciale e di irripetibile, di unico.

Dalla prima canzone, Ready to start, all’ultima prima del bis, Rebellion, abbiamo ballato e cantato a squarciagola. E così una dietro l’altra sono volate Month of May, Tunnels, Crown of love, Sprawl II, The Suburbs, Suburban war, Intervention, Modern man, No cars go, Haiti, We used to wait, Power Out e la già citata Rebellion, vero inno generazionale, alla fine della quale Règine (sempre splendida sul palco) e soci si sono presi una piccola pausa prima del dovuto e richiestissimo bis (è stato commovente vedere migliaia di persone richiamare sul palco i propri beniamini intonando il coro finale di Rebellion): ed ecco allora altri due pezzi, Keep the car running e la portentosa Wake Up con la quale la band canadese si è congedata dal pubblico bolognese promettendo un loro immediato ritorno, magari durante il tour invernale europeo che proprio in questi giorni sta prendendo forma. Io non posso che sperare perché, anche a questo giro, farò di tutto per esserci e lo consiglio vivamente anche a tutti voi.

Perché sono sicuro che tra qualche decennio ci guarderemo e negli occhi e ci diremo: ti ricordi quando eravamo ragazzi e ascoltavamo gli Arcade Fire?

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