Smettetela di dire che Lou Reed è morto

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Lou Reed era brutto, aveva una brutta voce e ha cantato le brutture della New York underground come nessun altro. E allora perché adesso che è morto – i media ce l’hanno ripetuto fino alla nausea – ci sentiamo tutti un po’ orfani e andiamo frugare nel hard disk in cerca del nostro brano preferito, del disco che ascoltavamo e riascoltavamo da adolescenti o della copertina di Andy Warhol che battezzò i Velvet Underground?

Cominciò così, la storia è nota. I Velvet Underground erano formati da Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen “Moe” Tucker. Andy Warhol, che aveva un discreto orecchio nel recepire lo spirito del tempo, produsse il disco d’esordio, impose la partecipazione di Nico – la siderale cantautrice e modella tedesca –  e visto che si trovava, realizzò la famosa copertina con la banana stilizzata. Le undici tracce di The Velvet Undergroung & Nico cambiarono per sempre la storia del rock. Era il 1967. Cos’altro succedeva intanto nel mondo?

Negli Stati Uniti sta per esplodere la Summer of love, tra i giovani monta la contestazione anti-Vietnam, i Doors esordiscono con l’album omonimo. Di quel disco ricco di gemme il più grande successo – guardando la classifica di fine anno su Billboard – fu, manco a dirlo, Light my fire (You know that it would be untrue / You know that I would be a liar / If I was to say to you / Girl, we couldn’t get much higher): l’amore, seppur maledetto, trascina sempre le masse. Non se la cavano male nemmeno I Turtles con Happy together (I can’t see me lovin’ nobody but you / For all my life / When you’re with me, baby the skies’ll be blue / For all my life), in una variante del tema certo più spensierata. E in Italia? In Italia Orietta Berti arriva quinta nel Sanremo del suicidio di Luigi Tenco cantando Io, tu e le rose (Io, tu e le rose / Io, tu e l’amore / Quando, quando / Tu respiri accanto a me / Solo allora / Io comprendo di essere viva). Tuttavia l’amore melodico inizia a conoscere qualche variante meno edulcorata (Via del campo c’è una puttana / Gli occhi grandi color di foglia / Se di amarla ti vien la voglia / Basta prenderla per la mano), se si è disposti a seguire Fabrizio De André lungo Via del campo. Ma non è questo il punto: i Velvet Underground, sul muro di distorsioni di Heroin, disegnano ben altri rapporti viscerali (Heroin, be the death of me / Heroin, it’s my wife and it’s my life), ti trascinano lì sul posto mentre sta succedendo, ti fanno sentire un tossico mentre si buca e non ti importa davvero più di niente, di nient’altro al mondo (‘Couse when the smack begins to flow / Then I really don’t care anymore). È una trasfusione iperrealista di morte in diretta. È vita, vera.

reed-01I Velvet Underground si scioglieranno nel 1973, Lou Reed continuerà a reinventarsi in una lunga carriera solista, segnata da qualche prova incolore – soprattutto in epoca recente – grandi album e dischi memorabili, come Transformer (1972) e New York (1989). È sempre New York, the big city, trasfigurata da uno sguardo marginale e notturno, a dipanare il fil rouge tra la cantilena di NY telephone conversation – I am calling, yes I am calling / Just to speak with you / For I know this night will kill me / If I can’t be with you e il parlato-gospel di Dirty Boulevard – A small kid stands by the Lincoln Tunnel / He’s selling plastic roses for a buck / the traffic’s backed up to 39th street / The TV whores calling the cops out for a suck. La voce apatica di Lou Reed non aveva una grande estensione, ma era fatta apposta per il suo ruolo di storyteller metropolitano – lui che era stato allievo di Delmore Schwartz, lui che avrebbe attualizzato Edgar Allan Poe nei duetti recitati di The raven (2003).

Il resto lo sapete, l’avete letto nei tanti articoli commemorativi di questi giorni, lo conservate nella memoria. Se chiudete gli occhi è facile che rivediate il suo volto emaciato su sfondo nero – il trucco pesante e lo sguardo altrove nella cover di Transformer – l’icona rock e il profeta decadente di tanta musica a venire, dal noise al punk e all’industrial.

Perché in così tanti hanno amato Lou Reed? Una buona risposta la diede Lester Bangs, tra i pochi giornalisti musicali che seppero tener testa al suo storico odio verso la stampa: «Lou Reed is my hero principally because he stands for all the most fucked up things that I could ever possibily conceive of. Which probably only shows the limits of my imagination». Abbiamo bisogno di qualcuno che varchi per noi il limite della notte, di una guida nei territori delle nostre paure – almeno fintanto che gira il vinile, prima di uscire a fare due passi sul lato monotono della strada.

Il futuro immaginato che ci racconta il nostro presente

Fu nel maggio del 1942 che si sentì parlare per la prima volta della Fondazione. In quella data, infatti, la rivista di fantascienza americana Astounding Science-Fiction pubblicava un racconto intitolato proprio Fondazione, firmato da un certo Isaac Asimov. Ne seguirono altri, sette per la precisione, che insieme a un ottavo mai uscito sulla rivista furono raccolti in tre libri – Fondazione (1951), Fondazione e Impero (1952) e Seconda Fondazione (1953) – che divennero rapidamente una pietra miliare della fantascienza.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov (cover)

La storia narrata nella trilogia si dipana su un arco temporale di poco meno di 400 anni, seguendo le vicende che ruotano intorno al crollo dell’Impero Galattico e al periodo di decadenza che ne deriva. Una colossale crisi che però era stata prevista da qualcuno; si tratta di Hari Seldon, il massimo esperto di una disciplina scientifica nota come psicostoriografia, che consente di analizzare matematicamente le variabili politiche, sociali ed economiche al punto da poterle addirittura predire. Sapendo che nessun governante prenderà sul serio le sue previsioni, Seldon inizia a predisporre delle contromisure per fronteggiare l’imminente disastro. Lo scienziato sa benissimo di non poter fermare il crollo dell’Impero ma è convinto di poter ridurre la successiva barbarie salvaguardando il sapere scientifico. A questo scopo, istituisce due Fondazioni, poste ai due estremi della Galassia. Saranno proprio queste due Fondazioni le vere protagoniste della trilogia; soprattutto la prima, poiché l’esistenza della seconda rimane un mistero per gran parte della storia.

Già solo leggendo la trama si capisce come la fantascienza di Asimov fosse, in un certo senso, fuori dagli schemi: invece di parlare di alieni e viaggi nell’ignoto, che ai tempi andavano per la maggiore, lo scrittore americano di origini russe preferì raccontare vicende politiche e sociali, in buona parte caratterizzate da una certa verosimiglianza scientifica. Non bisogna infatti dimenticare che Asimov era laureato in chimica ed eccelleva nella divulgazione, ambito per il quale addirittura abbandonò quasi completamente la narrativa fra il 1960 e il 1970. Un particolare, questo, di cui è importante tenere conto quando si valuta il suo stile, estremamente asciutto e lineare, a volte fin troppo. Asimov voleva soprattutto farsi capire. Poco interessato all’azione, preferiva dare spazio alla storia, in un fluire di eventi e personaggi che però, di tanto in tanto, risulta essere troppo rapido. Ciò è soprattutto vero nel primo libro, che racconta l’espansione della Prima Fondazione, dove l’evidente natura a puntate del romanzo fa sì che l’avvicendarsi dei suoi primi eroi e delle loro vicende non sempre dia tempo al lettore di affezionarsi ad alcuni di essi. Nei due libri successivi lo scorrere della narrazione rallenta, consentendo un maggiore approfondimento. Non a caso, alcuno dei personaggi più interessanti – come Bayta, il Mule, Pritcher, Arcady – entrano in scena a partire da qui. Ciò non toglie che la maggior attenzione che Asimov dedica allo scorrere degli eventi contribuisca a dare l’idea del grande macchinario della Storia, che avanza lungo un percorso sul quale i singoli individui hanno spesso poca occasione di intervenire.

Questo percorso è stato però previsto da Seldon, seppure in maniera probabilistica, il che l’ha portato a elaborare un piano che consentisse alle Fondazioni di sopravvivere agli inevitabili scossoni cui la Storia le sottoporrà. L’invenzione della psicostoriografia si rivela una delle intuizioni più felici di Asimov, che tira fuori dal cilindro un potente spunto narrativo in grado di combinare la solidità e la credibilità di un approccio scientifico rigoroso con l’elemento profetico che richiama l’epica della mitologia. Non a caso, nel corso della storia, la scienza della Fondazione arriverà a essere percepita come una forza sovrannaturale e i suoi studiosi come temibili maghi, da parte degli abitanti di altri pianeti, travolti da una decadenza non solo politica ed economica ma anche culturale e scientifica. Come non sorridere di fronte all’immagine dei tecnici della Fondazione, venerati come sacerdoti e, in quanto tali, unici detentori dei segreti dell’energia atomica? Questo artificio consente ad Asimov di muoversi su più binari narrativi, innestando elementi di generi diversi – poliziesco, spy story, thriller politico, avventura e addirittura romanzo distopico – sulla struttura di un classico della sci-fi come la space opera.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov

Ma la psicostoriografia, per quanto basata su rigorose formule matematiche, ha ovviamente i suoi limiti. Per esempio, funziona solo quando applicata a popolazioni umane estremamente numerose. Inoltre, la stragrande maggioranza di queste popolazioni deve essere all’oscuro delle sue predizioni. Ma soprattutto, essa non può prevedere il comportamento dei singoli individui. Un problema ben spiegato da Bayta Darell, eroina del secondo libro: “Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore.” È proprio nel secondo libro che il pericolo rappresentato dalle variazioni individuali si scatena: compare infatti sulla scena il Mule, un mutante dotato di grandi poteri, in grado di controllare l’emotività delle persone. Di fronte a un singolo caso così eccezionale, il Piano Seldon rischia di sfaldarsi. Difficile non vedere, nell’ascesa del Mule, la rappresentazione del dittatore che affascina le masse e stravolge il corso della storia; i capitoli dedicati al gerarca mutante furono pubblicati come racconti nel 1945.

Per frenare lo strapotere del Mule dovrà entrare in campo la Seconda Fondazione, fino a quel momento rimasta nell’ombra. A essa è dedicato il terzo libro della trilogia, dove si assiste a un deciso cambio nei toni e nelle atmosfere; la Seconda Fondazione, infatti, non è in grado di imporsi grazie alla superiorità scientifico-industriale come la Prima, ma si è concentrata sullo sviluppo della psicologia e delle arti del controllo mentale. Grazie al suo intervento il Mule viene fermato ma ciò suscita l’attenzione della Prima Fondazione, la cui consapevolezza dell’esistenza della gemella, sperduta chissà dove nella Galassia, diventa un problema per il Piano Seldon. Lo scontro fra le due Fondazioni, con la Prima desiderosa di liberarsi dell’onnipresente influenza della Seconda, è gestito da Asimov come una serrata partita a scacchi, immersa in un clima di paranoia e sospetto dove nessuno è più davvero sicuro non solo delle intenzioni di chi ha vicino, ma neanche delle proprie. La visione positivista della storia di Asimov rivela così le sue zone d’ombra, poiché il prezzo da pagare per la salvaguardia del Piano Seldon è la limitazione della libertà individuale.

La Trilogia della Fondazione è dunque un eccellente esempio di letteratura nella quale l’intrattenimento si sposa con affascinanti speculazioni sociologiche e tecnologiche. Asimov sa catturare il lettore con diversi espedienti narrativi, principalmente colpi di scena, caratteristici di molta letteratura di evasione, ma sa anche lasciar trasparire profonde riflessioni sul ruolo della scienza nella società senza mai diventare didascalico. Sebbene criticato per uno stile considerato letterariamente scarno, Asimov rientra in quella categoria di scrittori che, con asciutta semplicità, ha saputo creare storie dotate di più piani di lettura, in grado al tempo stesso di intrattenere e di far riflettere.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov (cover)Titolo: Trilogia della Fondazione
Autore: Isaac Asimov
Traduzione: C. Scaglia
Editore: Mondadori
Dati: 2004 (1951/53), pp. 628, euro 15

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We Love Movie Sets

i3hQGGrSta girando da qualche giorno su Reddit una intrigante collezione di foto di set cinematografici intitolata 100 Behind the Scenes Photos (1931-2012). Noi che amiamo le foto dai set le abbiamo guardate e riguardate e ne abbiamo scelte per voi una dozzina tra le più curiose: sapreste dire quale sul set di quale film sia stata scattata ognuna di queste foto? (hint: è facilissimo!)

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RIP Ray Manzarek – break on through to the other side, Ray

È scomparso la scorsa notte in un ospedale a Rosenheim, in Germania, Ray Manzarek, storico tastierista e fondatore nel 1965 con Jim Morrison dei The Doors. Aveva 74 anni, è venuto a mancare dopo una lunga e sofferta battaglia contro il cancro. [the indipendent]

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La sua influenza sulla storia della musica pop come compositore e performer è incalcolabile. Il  nostro piccolo omaggio in due video che raccontano molto di lui e della sua musica.

Ray racconta la genesi di Riders on the Storm

When the music is over, turn off the lights

Una spiaggia magica che sfugge alla marea

“Che Spiaggia magica [di Crockett Johnson] sia riemerso e veda nuovamente la luce, è un vero miracolo.” (Dalla prefazione di Maurice Sendak)

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

È stato necessario che molto tempo passasse dal 1965 affinché editori capaci di vivere con levità sia nella realtà che nell’irrazionalità, raggiungendo un equilibrio che è sana attitudine, pubblicassero Spiaggia magica (che allora era Castle in the sand) con le tavole originali del suo autore. Orecchio acerbo ha avuto l’equilibrio, la sana attitudine, di munirsi di sabbia e dita e soprattutto della capacità di scrivere sulla sabbia “tavole autentiche e dall’indiscussa genialità”: ed ecco apparire la bellissima edizione italiana di Magic Beach di Crockett Johnson. Certo, il mio incedere potrebbe dar adito a un sospetto surrealismo. Non lo nego, faccio molta fatica in questo caso a distinguere le varie facce e i vari protagonisti di quest’opera: Crockett Johnson, l’autore; la storia narrata e i suoi due (tre, quattro) protagonisti; la casa editrice; Maurice Sendak che ne introduce la lettura; Elena Fantasia, che lo traduce; Philip Nel che ne firma la postfazione.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Crockett Johnson è l’autore di Harold e la matita viola, Maurice Sendak fu uno dei suoi più grandi sostenitori, nonché collaboratori. Partirei da qui, mi sembra sufficiente, per passare direttamente alla storia che è quella di un bambino e una bambina che su una spiaggia incantata (magia che potremmo ritrovare anche nella nostra, di spiaggia, quella familiare) scoprono il potere delle parole; si cimentano con la scrittura, creandole e associando ad esse una carica fortemente magica. In inglese il parallelo è molto più intuitivo e immediato Ann e Ben giocano e imparano a usare lo spell-ing e lo spell: ortografia e incantesimo.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

“Non mi dispiacerebbe se fossimo in una storia” disse Ann. “Perché nelle storie le persone non vanno in giro tutto il giorno in cerca di una vecchia conchiglia. Succedono cose interessanti”.

“Nulla accade realmente in una storia” disse Ben “le storie sono parole. E le parole sono lettere. E le lettere sono diversi tipi di segni”.

Ann è portatrice di magia, la storia per lei è la possibilità di evadere da una realtà semplice e forse un po’ noiosa. Le parole che compongono la storia sono incantesimi. Ben è portatore, invece, della tecnica, della razionalità per cui la storia non è che un insieme di parole e via via all’indietro fino ai segni, semplici e lineari che le compongono. Entrambi, con i diversi approcci che li caratterizzano, hanno una qualità comune: il coraggio, lo stesso che ho tirato in ballo all’inizio di queste mie considerazioni, di vivere nel reale e nell’irreale allo stesso tempo. Lo sottolinea lo stesso Sendak che attribuisce a questo libro, così come alle altre opere di Crockett Johnson, l’aver “contribuito a cambiare il volto imbalsamato dell’editoria per ragazzi”.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Ben e Ann sono sulla spiaggia. Ann ha fame e anche Ben, considerato che scrive sulla sabbia “marmellata”. Un’onda leggera arriva a coprire e cancellare la scritta di Ben. Al suo posto però, non la luminescenza del sole sullo strato trasparente della risacca, non lo schiarirsi della sabbia mano a mano che l’acqua ritorna al suo mare, piuttosto un bel vassoio pieno di marmellata. Ben e Ann lo fissano perplessi: certe cose succedono solo nelle storie e nemmeno in tutti i tipi di storie… Ben allora scrive “pane”, la marmellata è piuttosto buona, e dopo aver ottenuto il pane, scrive anche latte, ed esso appare in due calici di cristallo.

Dopo un pic nic all’ombra di una quercia (meglio scrivere “quercia” piuttosto che “ombrellone”, l’ombra è più profumata), Ann suggerisce di scrivere “re”, e il re effettivamente compare. È un re malinconico, incompleto: non ha un regno, di conseguenza non regna su villaggi e foreste: ma i bambini sono capaci di evocare anch’esse. Il re si allontana a cavallo: “dovete lasciare questo regno”. I bambini non sono affatto d’accordo ma interviene la realtà. Interviene la marea a ricondurli, per mezzo di un breve viaggio, nei pressi di casa. La magia è scomparsa, ma c’è stata. Con essa sono scomparsi il re e il suo regno; rimane la consapevolezza di poter ricreare un’altra storia, rimangono le parole e la possibilità di scriverle sulla sabbia confondendo in maniera creativa incantesimi e ortografia.

Spiaggia magica, Crockett Johnson - 2013, Orecchio acerbo
Spiaggia magica, Crockett Johnson – 2013, Orecchio acerbo

Le illustrazioni raccontano sfruttando lo stesso processo: non spiegano, non indugiano in sterili suggerimenti. Si limitano, nella loro linearità d’inchiostro, a vivere nei segni con semplicità e coerenza, sfruttando la carica magica dell’immaginazione.

copertinaTitolo: Spiaggia magica
Autore: Crockett Johnson
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 64 pp., 16,00

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"Butcher's Crossing" di John E. Williams: classic western

Intuiva che si stava lasciando qualcosa alle spalle, qualcosa che avrebbe potuto essergli prezioso, se solo fosse riuscito a capire cos’era.

Nulla sfugge alla regola della ciclicità; la osserviamo negli eventi storici e naturali, nelle mode, nelle arti, sopratutto quelle figurative. Il cinema, per esempio,  riscopre i generi  e stili a cadenze prefissate,  e questo accade anche per il genere western, la cui riproposizione, però, è così frequente e ravvicinata che sembra quasi sottrarsi alla regola generale, per attraversare inossidabile ogni periodo della storia cinematografica. Basti pensare, giusto guardando gli ultimi anni, al popolarissimo e premiato Django del 2012, alle undici nomination all’Oscar del 2011 per Il Grinta, ai quattro premi Oscar per il western moderno di Non è un paese per vecchi del 2007.  Un successo, commerciale e di qualità, che ha fatto da traino anche alla produzione televisiva, come per l’americana AMC che ha dato vita all’ottima serie Hell on Wheels, arrivata alla seconda stagione e ancora inedita in Italia.

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Ma questa forza che il western ha dimostrato nel cinema non trova riscontro nella letteratura: sarebbe una sfida persa in partenza scovare, se non dopo una sudata e approfondita ricerca (fatta eccezione per i romanzi di Cormac McCarthy),  un romanzo del genere tra gli scaffali di una libreria. Una missione oggi possibile grazie a Fazi che, sull’onda della popolarità cinematografica (forse), e al successo dell’anno passato della pubblicazione di Stoner, ripropone un nuovo (del 1960) romanzo di John Williams: Butcher’s Crossing, una bella e struggente epopea western che pur presentando molte affinità con alcune opere filmiche, non prettamente di genere, non perde la sua forza narrativa.

Butcher’s Crossing è una piccola nascente comunità nel Kansas che come tante altre cittadine di frontiera vive nella speranza di un florido futuro che arriverà, se mai arriverà, su un binario: un sogno di prosperità che porta il nome di Ferrovia. Un paese ancora vergine, lontano dalla corruzione delle grandi metropoli, percorso da strade polverose; ed è polvere quella che si deposita sugli abiti immacolati del giovane Will Andrews appena il suo piede entra in contatto con il terreno: la prima esperienza in un’America nuova, sconosciuta al mondo civile, un mondo in cui la vita scorre con indolenza, con una lentezza proporzionale alle distanze che coprono quelle terre inesplorate, abitato da uomini di poche parole; tutti in attesa di qualcosa, il miracolo della ferrovia per qualcuno, un pezzo di terra su cui vivere e morire per altri.  Ed è in questo paese circondato da spazi infiniti che Will, in fuga dalla città,  si sente realmente a casa, con la natura incontaminata ad accoglierlo, con la solitudine a farlo partecipe di qualcosa di grande e profondo. È da Butcher’s Crossing che Will decide di intraprendere un viaggio iniziatico alla ricerca delle proprie origini, di una libertà che né gli uomini né il progresso sono in grado di offrire.

Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro,  si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia. Sentiva che quello era il senso più profondo che potesse dare alla sua vita.

"Butcher's Crossing" di John E. Williams (1960)Will Andrews ha la stessa spinta al cambiamento, alla ricerca, al rifiuto delle distorsioni tipiche della società moderna, gli stessi sogni del Christopher McCandless di Into the wild, con il quale però condivide anche la stessa ingenuità e un destino di disillusione. E non è un caso che mentre  nell’isolamento  McCandless legge Henry David Thoreau, in particolare Walden ovvero Vita nei boschi,  Will legge Ralph Waldo Emerson, filosofi e amici, figure centrali del trascendentalismo nord americano.  Ma se eguali sono le motivazioni e il fine, differente è il mezzo; perché Will, per il lungo e faticoso percorso di formazione, all’affrancamento dal genere umano preferisce la compagnia di uomini che, a differenza sua, non hanno nulla da perdere. Così inizia una spedizione per una spietata caccia al bisonte, destinata non a salvare il mondo ma a sgretolarlo,  fino a rimanerne schiacciati.  Un viaggio che si trasforma in una sfida alla natura indomabile – che assume sempre forme diverse, una tormenta di neve, la siccità, la furia mortale di un torrente in piena -, e in una sfida ai propri limiti. E se da un lato, la contemplazione della natura rende coscienti dell’insondabilità dell’animo umano, dall’altro, l’incontro con la morte, la crudeltà della caccia, l’atavica necessità di manifestare  la superiorità dell’uomo, l’agonia di animali destinati all’estinzione, esattamente come accade per gli indiani, fanno della disillusione l’unico bottino dei protagonisti. Basta un inverno per cambiare un uomo e per cambiare un mondo.

Butcher’s Crossing è un romanzo nella tipica tradizione western, che utilizza gli stereotipi del genere: nuove frontiere da esplorare, paure da sconfiggere, lotta disperata per la sopravvivenza, uomini e animali da sottomettere; un romanzo pronto per l’adattamento cinematografico (pare che Sam Mendes ne sarà il regista) che non cade mai nella banalità, in cui non c’è traccia di superfluo, che fa sentire tutto il peso della sconfitta e del disincanto di una generazione, di un’era e del Far West, sotterrandone il mito. Un romanzo che invoglia a leggere ad alta voce, proprio come si dovrebbe leggere un classico della letteratura.

"Butcher's Crossing" di John E. Williams (Fazi)Titolo: Butcher’s Crossing
Autore: John E. Williams
Editore: Fazi
Dati: 2012, 359 pp., 17,50 €

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A caccia dell'orso

Scrivere di A caccia dell’orso è certamente difficile, giacché per il suo essere un classico moderno della letteratura per l’infanzia, tutto, o molto, è stato detto in merito. Ritengo però che, vista la nuova edizione di Mondadori, in libreria dal 3 marzo, sia giusto approfittarne per consigliarne la lettura o l’ascolto a tutti i bambini, per molti perché.

Il primo è la qualità della struttura narrativa sia per parole che per immagini. Michael Rosen (autore prolifico di cui però mi risulta che solo A caccia dell’orso sia tradotto in italiano) e Helen Oxenbury (della quale in italiano si possono trovare È in arrivo un bambino per Motta junior e 10 dita alle mani e 10 dita ai piedini per Il Castoro) costruiscono un albo che come prima qualità ha quella di essere vivo e dinamico. A caccia dell’orso comincia sin dalla copertina che è essa stessa narrativa, anticipa la storia e si svolge anche sulla quarta.

A caccia dell'orso - Michael Rosen, Helen Oxenbury, 1989 - Mondadori / Walker Books Ltd 2013
A caccia dell’orso – Michael Rosen, Helen Oxenbury, 1989 – Mondadori / Walker Books Ltd 2013

Una famiglia numerosa costituita dal papà, da quattro bambini di diverse età e un cane s’avvia decisa e allegra verso un’avventura fantastica e pericolosa: armati solo di un bastoncino vanno a caccia di un orso, anzi “dell’orso”. Il primo capitolo (la divisione in capitoli o quadri scenici viene naturale) si svolge su doppia pagina, è un acquerello in bianco e nero dinamico e fortemente impressionista: un campo fitto e alto si frappone tra gli avventurieri e l’orso; in prima fila, temerario, a braccia alzate e col suo bastoncino biforcuto in mano, uno dei fratelli avanza senza timore, segue il papà, con il neonato sulle spalle sorridente e sereno, nelle retrovie, ma proprio di fronte al lettore, la sorellina minore, tra il divertito e l’incoraggiante, trascina la maggiore, che, un po’ timorosa cerca di fare resistenza, mentre il cane, allegro e sfrenato, procede a grossi balzi. Si dipinge così un quadretto di attitudini ed emozioni vario e vasto nel quale ogni bambino potrà trovare il protagonista in cui immedesimarsi, l’emozione in cui rispecchiarsi. In alto a sinistra una filastrocca/canzoncina “A caccia dell’orso andiamo. Di un orso grande e grosso. Ma che bella giornata! Paura non abbiamo.” Filastrocca che si ripeterà ogni volta che gli avventurieri si imbatteranno in un ostacolo; e l’ostacolo lo si incontra in alto a destra: un campo! “Oh oh! Un campo! Un campo di erba frusciante! Non si può passare sopra. Non si può passare sotto.” Adattato alle diverse situazioni anche questo testo si ripeterà all’occasione. Ma allora qual è la soluzione? “Oh no! Ci dobbiam passare in mezzo!” La soluzione è semplice: andare, affrontare, superare, valicare, immergersi. Insomma, la soluzione è provare.

Si volta la pagina e “Svish svush! Svish svush! Svish svush!” un blocchetto di testo, sulla pagina di sinistra si staglia nero su bianco e in cornice su un acquerello a colori, sempre su doppia pagina, che cita teneramente e vivamente I papaveri di Monet, riportandoci all’impressionismo di cui è espressione vivace e allegra. Così comincia il ritmo, l’alternanza tra quello che precede la micro avventura incastonata nella macro avventura, bianco e nero che si avvicenda al colore pieno (colore che dall’essere luminoso e vivace tende gradatamente a scurirsi verso il finale della storia), filastrocca che s’avvicenda con l’onomatopea e induce ìl bambino a imitare, a ripetere, a cantare (a battere le mani, l’ho visto in numerosi filmati ripresi durante gli altrettanto numerosi laboratori). E tra pennellate e rime la famigliola guaderà un fiume freddo e profondo (e splish e splash), un pantano, affronterà una tormenta di neve, fino all’apice della storia: una grotta. Di fronte a quest’ultima il neonato e il cane, portatori di un timore che è ferino, che è istintivo, cercano di dissuadere gli altri che, al contrario, spiano curiosi cercando di vedere attraverso il buio fitto; il cane si mostra immobile, impaurito, a orecchie basse, il piccolo agisce, invece, tirando per la gonnellina la sorella.

Quella che fino a quel momento non era stata che una fantasticheria si concretizza in una splendida pagina sui toni dell’ocra che vede improvvisamente contrapposti il cane e un orso. Un orso vero, in pelo, carne e ossa (e unghioni).

Qui si interrompe la ritmicità lenta, che fino a questo momento si era adattata all’avanzare del gruppetto, cercando di rispecchiare quasi il tempo dell’azione, e incomincia un rocambolesco e veloce percorso a ritroso: le due pagine questa volta sono divise ciascuna in tre settori stretti, che si svolgono in orizzontale e quindi, nonostante siano sottili, risultano ariosi, quasi un susseguirsi di fotogrammi montati in sei scene. Indietro nella grotta (brrrrrrr! brrrrrrr! brrrrrrr!), indietro nella tempesta (Fiuuuuuu huuuuu! Fiuuuuuu huuuuu! Fiuuuuuu huuuuu!), indietro fino a casa ma con una differenza: l’orso li insegue ed è anche parecchio arrabbiato. La doppia pagina seguente riduce i quadri a quattro, l’avventura è al culmine e l’emozione anche. Le immagini trasmettono frenesia e timore. Poi però si volta pagina ed è un trionfo morbido e soffice di rosa: un piumone sotto cui trovare riparo tutti assieme, tranne l’orso, naturalmente che, a spalle basse, mogio mogio, torna alla sua grotta.

Rimane invece nei lettori una sensazione di brio difficile a dileguarsi, la quale non sarebbe stata possibile senza l’ottima traduzione di Chiara Carminati grazie alla quale non si rimpiange l’originale.

9788804626381-a-caccia-dell-orsoTitolo: A caccia dell’orso
Autore: Michael Rosen, Helen Oxenbury
Editore: Mondadori
Dati: 2013, 36 pp., 14,00 €

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Se avete voglia di approfondire in inglese ispirate la vostra ricerca a questi rimandi:

  • ‘Beautifully produced, written and illustrated, this is a classic work for any age at any period.’ The Independent on Sunday
  • ‘With such a partnership, how can this gorgeous great picture-book rhyme fail?’ The Guardian
  • ‘Lovely to read aloud and beautiful to look at.’ The Sunday Times
  • e, infine, leggete qui un saggio critico con il quale sono molto in linea.

In italiano, invece, ne aveva scritto Federica Pizzi su Mammeonline. Eccovi il link

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Melisenda e altre storie da non credere

 Lidsey Yankey - Melisenda e altre storie da non credere 2012 L'eccentrico usurparore in abiti di flanella
Lidsey Yankey – Melisenda e altre storie da non credere, 2012 – L’eccentrico usurparore in abiti di flanella

Che cosa c’è di più stuzzicante del dare un ordine inverso alle cose uscendo dagli schemi, lasciando saltellando sentieri già battuti e lanciarsi di corsa su altri, mai o poco percorsi in cui incrociare stravaganze, umorismo, creazioni surreali, tradizioni rivisitate e bizzarrie?

E cosa piace molto fare ai bambini se non cercare percorsi alternativi in cui sentirsi liberi di cercare altri punti di vista, altre conclusioni, magari non conservatrici o e reazionarie?

Se questi nove racconti di Edith Nesbit si incontrano da adulti bisogna superare la barriera della stravaganza, mentre se si propongono ai ragazzi e ai bambini essi non avranno alcuna difficoltà a divertirsi e a cogliere quel genio e sregolatezza che è la forza di questa autrice che Bianca Pitzorno (che tra i suoi 100 libri per navigare nel mare della letteratura della Nesbit consiglia Cinque bambini e la cosa) definisce “profonda conoscitrice della psicologia infantile”. Refrattaria alle morali, allergica agli intenti educativi, Edith Nesbit è straordinaria nel divertire e nel farlo raccontando.

Per questi nove racconti, scritti immediatamente prima dei suoi più celebri romanzi, ormai classici in Inghilterra, Rita Valentino Merletti ha scritto una succosa introduzione in cui, tra le altre cose interessanti, opera un intelligente parallelo tra uno dei racconti (Le conseguenze dell’aritmetica) e Lewis Carrol e il suo Gioco della logica.

Melisenda  ci è piaciuto per il suo essere stravagante e per le belle illustrazioni di Lindsey Yankey. mentre invece la resa delle illustrazioni ci sembra non perfetta, l’effetto è un po’ sbiadito.

raccomandato: agli amanti delle storie divertenti e non convenzionali

Titolo: Melisenda e altre storie da non credere
Autore: Edith Nesbit, Lidsey Yankey
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 258 pp., 25,00 €

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Deep through the ages – Fall 2012 Mixtape [free download]

Nelle ultime due settimane ho provato, un passo alla volta, a fare un piccolo esperimento: saltando da un decennio all’altro vi ho proposto quelli che a parere mio erano i migliori otto dischi di 50, 40, 30, 20 e 10 anni fa. Per me è stato un gran divertimento, è stata un’occasione per riascoltare cose che non sentivo da una vita (che pezzi sono Aneurysm dei Nirvana, Wagon Wheel di Lou Reed o Straight to Hell dei Clash?), per andare un po’ più a fondo su qualche artista che conoscevo troppo superficialmente (come Nick Drake, Dead Kennedys o Flaming Lips) ma anche per scoprire cose nuove, che c’è n’è sempre e si fa sempre in tempo. Roba fantastica come Howlin’ Wolf, Big Star, Gun Club. Spero che per voi sia stata lo stesso divertimento e che vi abbia aiutato a scoprire qualcosa di nuovo perché, in fondo, è questo lo scopo di questa piccola webzine: scoprire e far scoprire roba nuova, tesori nascosti.

Otto pezzi per cinque decadi fanno quaranta pezzi, ho ristretto un po’ il campo scendendo a sei pezzi per decade e ne ho fatta una compilation di trenta brani. Ve la potete scaricare e risentire quanto vi pare. Se invece ammirate così tanto il mio lavoro da voler risentire la selezione originale di quaranta brani, a fondo pagina c’è la playlist di youtube che li comprende tutti. Se invece vin interessa sapere quali siano le migliori uscite del 2012, seguite SUBmarinean POP e scaricate le nostre compilation!

TRACKLIST:

1. Johnny Cash – Rock Island Line (All Aboard the Blue Train)
2. Howlin’ Wolf – You’ll be mine (Howlin Wolf)
3. The Fabulous Wailers – I Idolize You (At the Castle)
4. Muddy Waters – You Shook Me (single)
5. Ray Charles – Careless Love (Modern Sounds in Country and Western Music)
6. Bob Dylan – Pretty Peggy-O (Bob Dylan)
7. The Rolling Stones – Tumbling Dice (Exile on Main St.)
8. Nick Drake – Pink Moon (Pink Moon)
9. David Bowie – Starman (The Rise and Fall of Ziggy Stardust)
10. Randy Newman – Sail Away (Sail Away)
11. Lou Reed – Wagon Wheel (Transformer)
12. Big Star – Thirteen (#1 Record)
13. The Cure – One Hundred Years (Pornography)
14. Bruce Springsteen – State Trooper (Nebraska)
15. The Clash – Straight to Hell (Combat Rock)
16. Elvis Costello – Man Out of Time (Imperial Bedroom)
17. The Gun Club – Carry Home (Miami)
18. Dead Kennedys – Moon Over Marin (Plastic Surgery Disasters)
19. Pavement – Here (Slanted and Enchanted)
20. Faith No More – A Small Victory (Angel Dust)
21. Kyuss – Green Machine (Blues for the Red Sun)
22. Blind Melon – No Rain (Blind Melon)
23. Screaming Trees – Troubled Times (Sweet Oblivion)
24. Nirvana – Aneurysm (Incestide)
25. Queens of the Stone Age – Go with the Flow (Songs for the Deaf)
26. Wilco – Jesus, etc.(Yankee Hotel Foxtrot)
27. The Flaming Lips – Do You Realize (Yoshimi Battles the Pink Robots)
28. Beck – Lost Cause (Sea Change)
29. Okkervil River – Red (Don’t Fall in Love with Everyone You See)
30. Sigur Ros – Popplagið ()

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Deep through the ages #5 – 2002

Ed eccoci arrivati 2002, ultima tappa del nostro viaggio da un decennio all’altro attraverso cinquanta anni di musica. Quaranta anni in verità, perché per il meglio del 2012 vi rimando alle recensioni di Cataldo e alle compilation e classifiche di fine anno. Per molti, moltissimi miei coetanei (over 30), cresciuti nell’era gloriosa degli anni ’90, dopo il 2000 in campo musicale c’è il buio, una landa desolata di decadenza e nostalgia verso i bei vecchi tempi andati che non torneranno mai più. E quando dico vecchi tempi non parlo solo dei ’90 ma soprattutto degli anni ’70, ’60 o di qualsiasi altra epoca musicale che si opponga alla presunta pochezza e inconsistenza delle band attualmente in circolazione. E la verità qual è? È che da adolescenti ascoltavate un sacco di musica ragazzi, vi piaceva e vi appassionava, poi sostanzialmente avete smesso di interessarvi a cosa ci sia in corcolazione e fondamentalmente non ascoltate praticamente più nulla di nuovo. Non è la musica che si è fermata, siete voi che non l’ascoltate più. Scusate il piccolo sfogo eh, ma è la verità.

E poi il mondo tra il 1992 e il 2002 è cambiato profondamente, e non solo per l’attacco alle torri gemelle. L’equivalente dell’11/9 in campo musicale arriva dall’unione di MP3 e Internet e inizialmente porta il nome di Napster, poi Audiogalaxy, Kazaa, Morpheus, Limewire, eMule, Torrent o, in generale, peer-to-peer, file sharing. Da poco più di una decina d’anni chiunque abbia una connessione Internet ha la possibilità di ascoltarsi praticamente qualsiasi cosa di qualsiasi epoca in qualsiasi momento, gratuitamente. Questo ha cambiato radicalmente le abitudini d’ascolto ma ha anche trasformato profondamente il mercato e l’industria musicale. O meglio, sta trasformando, perché il processo è ben lungi dall’essere terminato. E li sta trasformando in meglio, anche se molti di voi la pensano diversamente: è vero che i ricavi si sono drasticamente ridotti, ma è anche vero che l’ascoltatore è tornato sovrano, come deve essere, è che gli artisti emergenti hanno molte più possibilità di registrare il proprio disco e di farlo ascoltare. Un mare di roba, avrete bisogno di qualcuno che vi aiuti a scovare i tesori sommersi. E di tesori sommersi in giro ce ne sono tanti nel 2012, come nel 2011, nel 2010… Per quanto riguarda il 2002 vi ho elencato qui sotto quelli che secondo me sono i migliori otto dischi pubblicati. Come al solito la lista è soggettiva, se siete in disaccordo fatevi sentire nei commenti.

PS: previously at #DeepThroughTheAges: 1962 – 1972 – 1982 – 1992


  • Queens of the Stone Age – Songs for the Deaf
Queens of the Stone Age - Songs for the Deaf
  • Wilco – Yankee Hotel Foxtrot

Wilco - Yankee Hotel Foxtrot

  • The Flaming Lips – Yoshimi Battles the Pink Robots

The Flaming Lips - Yoshimi Battles the Pink Robots

  • Broken Social Scene – You Forgot It in People

Broken Social Scene - You Forgot It in People

  • Beck – Sea Change

Beck - Sea Change

  • The Notwist – Neon Golden

The Notwist - Neon Golden

  • Okkervil River – Don’t Fall in Love with Everyone You See

Okkervil River - Don't Fall in Love with Everyone You See

  • Sigur Ros – ()
Sigur Ros - ()