Ogni casa è una storia – una chiacchierata con Paolo Cognetti

Di Sofia si veste sempre di nero ne avevamo già parlato qui. Ma il libro ci ha intrigato a tal punto, sia per i temi trattati che per la struttura insolita, che abbiamo sentito l’esigenza di sederci a tavolino, accendere Skype e iniziare a chattare con Paolo Cognetti. Quello che ne è venuto fuori lo trovate qui sotto. Buona lettura.

Sofia e la sua bambola di carta

[17:05:18] cataldo: È inevitabile parlare del struttura per questo tuo libro. Però io la lascerei un attimo da parte perché quello di cui mi preme parlare è una caratteristica tua che ho riscontrato in tutti i tuoi libri. Ossia che non sei ossessionato dal descrivere il presente. Perché?

[17:08:00] paolo cognetti: Perché penso che serva una certa distanza tra uno scrittore e le cose che racconta. Per lo meno funziona così per me. Distanza nel tempo e nello spazio: questo libro l’ho scritto soprattutto in montagna, sentendomi lontano da tutto. Quanto al tempo, mi sembra solo adesso di riuscire a pensare bene agli anni Novanta, che sono stati quelli della mia adolescenza. Per gli anni Zero mi servirà un altro po’.

[17:09:03] cataldo: Quindi ecco perché sono assenti i device tecnologici che sembrano tanto modificarci la vita oggi, un po’ come questa chat.

[17:09:32] paolo cognetti: Eh sì. In compenso uso un sacco di roba vintage, come le cabine del telefono e le lettere scritte a mano.

[17:11:02] cataldo: Eppure il modo di narrare, la struttura appunto, è estremamente moderna. Sembra ci sia un ritorno di fiamma per il “romanzo di racconti”. La butto là: è come se rispecchiasse l’andamento ramificato della rete.

[17:13:13] paolo cognetti: Sì, un’immagine possibile è quella della rete. L’altra a mio parere è la serie televisiva. Credo che queste strutture, e i nostri tempi in generale, siano contraddistinti dalla velocità e dalla complessità, che solo in apparenza sono in contraddizione. Si può organizzare una narrazione che sia allo stesso tempo breve e complessa? Il “romanzo di racconti” è un tentativo di farlo.

[17:13:53] cataldo: È, in sostanza, una riflessione sul tempo.

[17:14:29] paolo cognetti: Credo che il tempo sia il tema più importante di cui scrivere oggi. Come funziona il tempo nella nostra testa, intendo.

[17:16:23] cataldo: Tu come numi tutelari citi Hemingway e Salinger però io leggendo il tuo libro ho trovato molto anche della riflessione che Bolaño fa su struttura e tempo: i punti di vista sempre diversi e le incoerenze sono parti fondamentali della costruzione del racconto e della memoria nei Detective Selvaggi. E credo anche nelle storie di Sofia.

[17:18:33] paolo cognetti: Guarda, ho una lacuna enorme su Bolaño e infatti la sto riempiendo, ho 2666 proprio qui davanti a me. Ne riparleremo quando l’avrò finito. Per ora posso dirti che il mio vero nume tutelare è Alice Munro: i racconti di Nemico, amico, amante e di tanti altri suoi libri sono splendidi tentativi di rappresentare gli schemi della memoria.

[17:19:35] cataldo: Un altro tema del libro è il nomadismo, tutti i personaggi sembrano inquieti quando stanno fermi. Prova ne sono anche i cambi di location.

Sofia si veste sempre di nero, di Paolo Cognetti (Minimum Fax, 2012)[17:21:34] paolo cognetti: Io direi che il tema del nomadismo si accoppia in Sofia a quello della casa. Lei a un certo punto dice a una sua amica: una casa è una scatola che divide il mondo in due soli spazi, un dentro e un fuori. E io come scrittore sono ossessionato da quel dentro, che poi è l’interiorità dei personaggi: dal modo in cui i personaggi abitano gli spazi e abitandoli scrivono la propria storia. Poi Sofia è una che scappa dalle relazioni che finiscono, perciò giustamente non fa scappare da una casa all’altra.

[17:22:06] cataldo: Anche in questa concezione della casa c’è Alice Munro

[17:22:29] paolo cognetti: Sì, lei dice spesso che una storia è come una casa. Io aggiungo che ogni casa è una storia.

[17:23:05] cataldo: Quindi in sostanza il nomadismo deriva anche dall’esplosione dell’ultima grande istituzione, diciamo così, italiana: la famiglia.

[17:24:26] paolo cognetti: Ecco, qui siamo un po’ nel cuore della storia di Sofia. All’inizio del libro i suoi genitori sono in crisi, e per risolvere questa crisi pensano bene di lasciare Milano e comprarsi una villetta in Brianza. Poi quella villetta sarà la prigione di Sofia e il primo luogo da cui lei fugge. La famiglia in quanto tale la detesterà sempre.

[17:24:54] cataldo: Tanto è vero che nell’ultimo racconto – Brooklyn Sailor Blues – Sofia appare priva di ogni legame

[17:25:39] paolo cognetti: Si è liberata di tutto e pure del bisogno di avere una casa. Diventa una vagabonda. Qualcuno mi dice che il libro sembra non avere un finale, ma a me pare invece un finale coerente con il percorso di Sofia.

[17:27:07] cataldo: Attraverso Sofia, vediamo tutta una serie di personaggi, molto diversi tra di loro per età anagrafica, concezioni del mondo e attitudini. Tu fai delle vere e proprie incursioni nelle loro vite, quanto è stato difficile costruirli?

[17:28:44] paolo cognetti: È stato difficile ma è anche la cosa che più mi appassiona della scrittura, questo scavo dentro ai personaggi che porto avanti fino a sentirli vivi, io per primo. E poi ho usato delle persone che conosco bene. Tranne Sofia e sua madre, tutti gli altri sono miei amici. E la scrittura per me è anche un modo per ritrarre, raccontare le persone a cui voglio bene.

[17:31:06] cataldo: Alla fine devo dire che è proprio Sofia il personaggio più sfumato, meno delineato. Mentre altri, come il padre, arrivano più chiari e diretti ai nostri occhi.
[17:31:27] cataldo: (Disegnata dal vento è il mio racconto preferito).

[17:34:28] paolo cognetti: Secondo me anche Rossana è ugualmente sfuggente. Proprio perché Rossana e Sofia sono la stessa donna con due destini diversi. È vero, c’è qualcosa di inafferrabile in loro e il mio scrivere è stato come un orbitarci intorno, osservarle da tutti i lati, vedere come modificavano gli spazi e le vite delle persone. Probabilmente non sono arrivato a toccarle, come invece mi è successo con Marta o Roberto, e in fondo va bene così. Penso alle Vergini suicide di Eugenides, inafferrabili nella loro casa. A Holly Golightly che lascia la stessa sensazione alla fine di Colazione da Tiffany. (Anch’io sono molto legato a Disegnata dal vento, è la storia di mio padre).

[17:36:30] cataldo: Un altro racconto che mi ha affascinato molto è Una Storia di Pirati che in qualche modo scolpisce la filosofia ribelle di Sofia.

[17:38:04] paolo cognetti: Quel racconto è nato dal grande amore che ho vissuto per un luogo e un gruppo di persone, la Scighera. È un circolo anarchico di Milano ed è un po’ la mia seconda casa. Scrivendo Una storia di pirati in realtà pensavo a noi, che conquistavamo la nostra Tortuga, ci barricavamo lì dentro e trasformavamo la Bovisa nel Mar dei Caraibi all’inizio del Settecento.

[17:39:12] cataldo: Il personaggio di Oscar in particolare  mi è rimasto impresso. È come se il suo spettro si aggirasse per tutti i racconti, tanto da pensare di rincontrarlo.

[17:41:32] paolo cognetti: Infatti mentre scrivevo l’ultimo racconto, Brooklyn Sailor Blues, mi sono detto: non sarebbe più giusto che invece di Pietro, a Brooklyn Sofia ritrovasse Oscar? Era il tipo giusto per finire a fare il marinaio di Brooklyn. Però aveva un carattere molto diverso da quello del mio alter ego. Allora ho fatto dire a Sofia: non è che ci siamo conosciuti a sette anni, e non me lo ricordo più? Insomma un po’ di Oscar sopravvive fino alla fine del libro.

[17:42:16] cataldo: Come lo spirito della giovinezza che si fa fatica ad ammazzare.

[17:43:08] paolo cognetti: Come uno spirito guida, che durante la vita scompare e riappare ma ci conduce in giro per il mondo e per le nostre scelte.

[17:44:14] cataldo: Senti perché hai deciso di chiudere il romanzo su Brooklyn, non ti è sembrato un po’ di giocare col fuoco descrivendo i ragazzi che provano a fare il salto andando in America?

[17:48:02] paolo cognetti: Ma sì, ho giocato col fuoco raccontando la lotta armata e la fabbrica negli anni Settanta, le villette a schiera negli Ottanta, i centri sociali nei Novanta. Sembrano luoghi comuni ma se quelle cose le hai viste coi tuoi occhi sai che sono le vite delle persone. Io a Brooklyn voglio un bene enorme, ci vado da molti anni ormai, in Brooklyn Sailor Blues ho messo tutto quello che conosco di quel posto. Sono contento perché le persone che amano Brooklyn quanto me amano anche il racconto, è l’apprezzamento migliore che potessi desiderare.

Paolo Cognetti[17:50:27] cataldo: torniamo agli aspetti formali, per l’ultima volta, giuro
[17:51:03] cataldo: i vari racconti hanno tutti un narratore diverso eppure l’ultimo sembra suggerire una chiave di lettura che ribalterebbe la situazione
[17:51:43] cataldo: la domanda dunque è: quanto si può sperimentare attraverso il racconto?

[17:54:39] paolo cognetti: Il narratore di tutti i racconti è Pietro, che un po’ gioca con la vita di Sofia. Perché alcune parti gliele ha raccontate lei ma altre se l’è inventate, del resto Sofia gli ha dato il permesso di farlo. Quanto si può sperimentare? Non so, a me i margini della sperimentazione non interessano molto, amo molto alcuni scrittori e cerco di copiare da loro, aggiungendoci ogni volta qualcosa di mio. Di certo sono uno che si annoia in fretta. Questo lo diceva Carver a proposito del suo amore per il racconto. Mi annoio come lettore e come scrittore, perciò ho sempre bisogno di cambiare linguaggio, punto di vista, tempo della storia, struttura narrativa. Il racconto è perfetto per uno come me.

[17:57:46] cataldo: Prima parlavi di serie tv. A me leggendo il tuo libro un po’ mi è venuta in mente Six Feet Under: anche in Sofia si veste sempre di nero sembra che i rapporti sociali, qualsiasi rapporto sociale, alla fine si estingua anche se le persone fanno tutto il possibile per arginare questa fine.

[18:00:09] paolo cognetti: Sì, i rapporti tra le persone si estinguono. E Sofia vive questa condanna in un modo bruciante. Però una persona in questi giorni mi ha detto anche che il mio è un libro molto affettuoso, nel senso che le persone, nella vita di Sofia, si prendono molto cura le une delle altre. Vale per Marta con Rossana e Sofia, per le attrici, per Pietro. Le relazioni sono le vere zone di autonomia temporanea: poi finiscono, ma finché durano sono rivoluzionarie.

[18:01:56] cataldo: Mi piacerebbe tenere questa come chiusa ma non riesco a resistere dal farti l’ultima provocazione: siamo proprio sicuri che questi racconti si possono leggere in maniera indipendente uno dall’altro? Ho l’idea che questo tuo libro sia più romanzo (o serie) di quanto sembri.

[18:02:41] paolo cognetti: Fai una prova, danne uno a caso a qualcuno che non ha letto il libro e vedi cosa dice. Secondo me funziona!


Titolo: Sofia si veste sempre di nero
Autore: Paolo Cognetti
Editore: Minimum Fax
Dati: 2012, 208 pp., 14,00 €

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Storie a confronto – Una chiacchierata con Federica Manzon e Vincenzo Latronico

Due dei libri che mi hanno particolarmente colpito l’anno passato sono di due giovani scrittori italiani. Uno è (li cito in stretto ordine di lettura) La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico e l’altro, invece, è Di fama e di sventura di Federica Manzon. Anagraficamente molto vicini i due scrittori hanno tirato fuori dal cilindro due libri densi, pieni, pregni, soprattutto di trama e tematiche. Le storie che i due romanzieri mettono in scena sono corpose e ramificate, si sviluppano nel tempo e interessano i destini e le vite di più di un personaggio. Sono, in poche parole, di ampio respiro, con annesso e connesso tutto ciò che questa espressione riporta alla mente (cosa? unicuique suum).

Va da sé che poi, nonostante le differenze di trama e di protagonista (uno, Tommaso, per la Manzon, due, Alfredo e Donka per Latronico) mi sia fermato a pensare che, guarda un po’, questi due libri hanno davvero tanto in comune, quasi fossero manifestazione di una nuova poetica, scevra di manifesti ma ricca, pare, di intenzioni. E invece di pensarla e basta, questa cosa ho deciso di discuterla direttamente con i due interessati. Poco prima di Natale li ho contattati via mail chiedendo loro se fossero interessati a subire una sorta di intervista doppia, a discutere insieme di questi due romanzi che sembrano in qualche modo somigliarsi. I due mi hanno risposto con decisione e gentilezza e così, in una fredda sera di dicembre, ci siamo messi ognuno di fronte al proprio laptop, ognuno connesso al proprio account skype, per cominciare l’avventura. Ultime premesse necessarie:

  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Federica potete dare uno sguardo qui e qui
  • per farsi un’idea di cosa sia il romanzo di Vincenzo potete dare uno sguardo qui e qui

[21:17:12] cataldo: Ho deciso di intervistare voi così, in chat e insieme, perché credo che i vostri libri, in qualche modo, si “tocchino”. Vorrei avvicinarmi a questi punti di contatto iniziando dalle tematiche. Vi chiedo quindi come mai avete deciso di ambientare le vostre storie nella finanza, e perciò di raccontarla questa finanza

[21:19:41] vincenzo latronico: (ladies first, of course)

[21:21:35] federica: Per me l’idea non è nata subito. All’inizio sapevo che Tommaso avrebbe svolto un lavoro in cui fare carriera molto rapidamente e per lo più sulla base del proprio talento, visto che lui non aveva né un buon nome di famiglia né delle buone conoscenze. Doveva essere un lavoro in cui poter raggiungere molto presto una posizione di grande prestigio… Quindi il campo era ristretto. Però all’inizio non pensavo alla finanza, fino a quando non mi hanno chiesto un racconto per Nuovi Argomenti…

[21:23:46] vincenzo latronico: Io, invece, lo avevo deciso da subito. Mi interessava parlare della “nostra classe dirigente”, per qualche senso del termine – e quindi di ambizione, nel caso dei giovani – e i soldi, in questo senso, sono un’ottimo modo per incanalare questa ambizione. C’è un libro di Vonnegut che inizia così: “Al centro di questo romanzo, che parla di esseri umani, c’è una grossa somma di denaro, un po’ come al centro di un romanzo che parla di api potrebbe esserci una grossa quantità di miele.”

[21:23:47] vincenzo latronico: Ecco.

[21:24:40] federica: L’idea era raccontare qualcosa che per noi rappresentasse gli anni 2000 (dal 2000 al 2010), un evento, una parola, una figura. Così cercando cercando mi sono imbattuta nella storia di Merkel. Un imprenditore simbolo della solida imprenditoria classica del cemento che si faceva sedurre dalla finanza. Soccombeva e finiva per togliersi la vita la notte di Natale, per la vergogna.

[21:25:15] vincenzo latronico: Che poi è vero che è “strano”, in qualche senso, parlare di finanza: perché nomini cifre molto al di fuori del range solito della letteratura italiana – no, Fede? Di solito si parla di 1000, 1200 euro – lo stipendio del precario.

[21:25:42] federica: Mi è sembrato che illuminando la piazza della finanza si potessero capire molte caratteristiche dell’uomo contemporaneo, molte delle qualità umane che sono sempre più in gioco… Come se la piazza della finanza rappresentasse un po’ il vecchio agorà greco.

[21:27:02] cataldo: Utilizzare la finanza significa dunque rendere giustizia, diciamo così, a una pulsione, quella dell’ambizione, che forse non si capirebbe se applicata ad altri contesti? Risulterebbe meno universale?

[21:28:14] vincenzo latronico: Ma no – ovviamente ce ne sono molti altri, credo. Però esatto – l’ambizione al denaro è, per dir così, astratta. È un’ambizione generica, che può passare dall’industria farmaceutica o dall’aprire un negozio di gelati, dalla finanza al furto in banca. È questo che la rende affascinante: trascura, intrinsecamente, il mezzo.

[21:28:38] federica: Per me la finanza non è tanto più universale di altri contesti, quanto più attuale, perché assieme all’ambizione mostra molte qualità che servono per soddisfarla e che mi sembrano tipiche del nostro tempo. Insomma, come se la finanza segnasse il punto e una differenza rispetto al secolo appena passato.

[21:30:54] cataldo: Io credo che la finanza, soprattutto quella attuale, ci fornisca una letteratura sconfinata. La facilità con cui si risale all’identità della persona che può aver mandato in fallimento aziende, famiglie e stato oppure creare fortune immense dal nulla è – quasi – sconcertante

[21:31:26] cataldo: Non ci sono più le banche ma le persone

[21:31:32] cataldo: singoli insomma

[21:33:04] federica: Ma davanti a un’apparente immediatezza nel riconoscimento delle responsabilità la finanza è anche gioco, vertigine, capacità di bluffare, di mescolare le carte, di rischiare, di maneggiare il virtuale… E poi film come Inside Job ci mostrano che anche se sono individuabili delle persone fisiche la rete che li protegge e li fa passare da un ruolo all’altro (controllori e controllati) rende praticamente un gioco a rimpiattino la ricerca di responsabilità.

[21:34:00] cataldo: Quindi in sostanza il mondo della finanza è una grande rappresentazione dell’avventura?

[21:34:49] vincenzo latronico: Credo di sì – in fondo è la caratteristica dell’immaginario del mondo di oggi esattamente come l’esplorazione e la conquista coloniale potevano esserlo per il grande romanzo d’avventura.

[21:35:10] federica: Dell’avventura contemporanea (virtuale, inconsistente, rischiosissima). Anche perché come ogni vera avventura si anima con degli eroi, spesso tragici.

[21:35:11 ] vincenzo latronico: C’è tutto: il “mandato morale” di un’epoca intera, la crucialità politico-sociale, le menti migliori di ogni generazione che scondinzolando corrono al richiamo flautato del denaro…

[21:36:06] vincenzo latronico: Sono d’accordo con Federica: in fondo sono i nostri “eroi” – quelli le cui gesta sono cantate dai giornali di oggi – quelli che si conquistano i galloni sul campo e poi incassano il prestigio (pensa a Monti!) in politica.

[21:36:08] federica: D’accordo con te. La grande forza della finanza, nel romanzesco, è che rappresenta un’epoca e il suo spirito (per dirla con parole esagerate).

[21:36:21] vincenzo latronico: Ma che esagerate! Secondo me è proprio così.

[21:36:52] federica: Era il mio understatement 🙂

[21:37:54] vincenzo latronico: Eh lo so ma è strano, no? Ci fa PAURA (a noi scrittori) dire una cosa che fino a qualche generazione fa era scontata:

[21:37:55] vincenzo latronico: voglio parlare di un’epoca

[21:38:01] vincenzo latronico: del suo spirito

[21:38:02] vincenzo latronico: ecc

[21:38:12] federica: è anche interessante vedere come sia cambiato il rapporto politica-economia, il peso diverso che hanno assunto sia nel determinare i destini dei singoli, sia il cammino delle nazioni.

[21:38:12] vincenzo latronico: no: a noi è stato insegnato che dobbiamo parlare “di ciò che conosciamo”, “di quello che ci circonda”, “della nostra generazione”. E diciamo pio pio, bau bau, miao miao, perché non proviamo neanche a immaginare un tirannosauro o una carica di elefanti.

[21:39:06] cataldo: E quindi sempre lì torniamo, ambizione

[21:40:00] federica: Una cosa che mi piace del tuo libro, e che trovo in alcuni romanzieri giovani, è che intendiamo ridare un potere grande alla letteratura. Nel senso non solo di raccontare la cameretta, ma di confrontarsi con le grandi categorie… quello che in qualche modo secondo me è il compito ultimo della letteratura (e lo dico da lettore).

[21:40:40] vincenzo latronico: Esattamente! Ed è una cosa che vedo ORA: quest’anno, in Italia, già mi viene in mente il tuo, quello di Alessandro Mari, il mio… Anche solo due o tre anni fa mancava questo, credo.

[21:40:53] vincenzo latronico: E si parlava di camerette.

[21:41:07] vincenzo latronico: (E parlo anche del mio romanzo scorso, in questo senso: pur se a Parigi, sempre una cameretta era.)

[21:41:28] cataldo: Ecco dunque un altro tema comune: raccontare il proprio tempo

[21:42:24] cataldo: per fare questo avete ripreso, secondo me entrambi, l’impianto del romanzo classico con alcune “correzioni”

[21:42:28] federica: Già. Per me lo scrittore deve essere una specie di sismografo del proprio tempo. E quanto più è sensibile, tanto meglio e con maggiore precisione saprà dare conto delle scosse anche minime che si muovono sotto la superficie della realtà.

[21:44:26] vincenzo latronico: È vero (sia per il romanzo classico che per il “tempo”). A modo suo, credo che sia l’unico romanzo che mi abbia davvero appassionato. Leggi Balzac e ti dici: ma siamo sicuri che la grande svolta modernista, intima, psicologica, astrusa nella forma e miniaturizzata nell’ampiezza dei contenuti, sia stata una cosa sana? Aveva davvero ragione la Woolf? O in fondo era meglio Gombrowicz, che però era in Sudamerica e quasi nessuno se lo filava?

[21:47:47] federica: In questo io dissento un pochino. D’accordo su grande romanzo, ma non avrebbe senso tornare al solo impianto ottocentesco. Ci sono state molte cose (una a caso: la scoperta dell’inconscio) e l’individuo è cambiato. Non si possono più raccontare le cose come prima. Io darei ragione a Cataldo, si riprende la tradizione del romanzo classico ma mostrando che qualcosa è cambiato. (anche se poi penso alla Austen e a quanta ironia postmoderna e quanta fine introspezione c’era già nei suoi dialoghi)

[21:50:00] vincenzo latronico: Ma certo – hai ragione. E però, appunto: si riparte da lì, non tanto ignorando quel che è venuto dopo ma considerandolo, almeno da parte mia, un tentativo in fondo ormai infertile; si riparte da lì (dall’Ottocento) e lo si cambia, se ne fa altro, buttando certe cose, e cambiandone altre, e barattandone altre ancora e infine portando quel che resta al banco dei pegni, e col denaro così ottenuto giocando in borsa, e come va va.

[21:50:28] cataldo: L’anno scorso mi sono ritrovato a leggere Il Conte di Montecristo. Be’ penso sia un romanzo totale che mette in scena davvero tutte le passioni umane. E quando ho letto i vostri mi sono ritrovato a provare una disposizione molto simile. Solo che la dimensione del tempo in quei romanzi – quelli ottocenteschi  –  è completamente diversa dal vostro. Io trovo che questo sia un primo, netto, scarto.

[21:51:16] vincenzo latronico: Be’ – Il Conte di Montecristo – che dire? Io l’ho letto, per la prima volta, l’estate scorsa. E poi ho pensato di andare a friggere hamburger, che mi viene meglio.

[21:52:11] federica: Hai ragione, anche l’uso del tempo nei nostri romanzi credo che segni il passo di un diverso modo di narrare che, ci piaccia o meno, risente di tutta la decostruzione fatta…

[21:52:54] vincenzo latronico: ecco, appunto: a proposito di 800.

[21:53:40] federica: forse aveva ragione quello che diceva (prima del motto di steve jobs ma con lo stesso spirito) siate inattuali! 🙂

[21:53:50] vincenzo latronico: ah!

[21:53:12] cataldo: Una cosa di cui sono curioso è appunto sapere come avete proceduto con il montaggio

[21:55:18] federica: Per me il montaggio è una cosa che è andata di pari passo alla voce. Io non riesco a scrivere nulla finché non capisco CHI racconta quella storia e PERCHÉ. Una volta trovata la voce narrante è stata lei a mescolare le carte del tempo e insieme a permettermi di tenere il filo del montaggio.

[21:56:53] vincenzo latronico: Mah – in realtà qui sto dando, di nuovo, ragione a Federica – nel senso: io in origine avevo in mente un impianto molto più lineare, ottocentesco: 1-2-3. Poi mi sono reso conto che, per varie ragioni, non quadrava – e ho girato l’ordine delle parti in 2-1-3, e la 1, come saprai, è in realtà un (1) o un {1}* o una operazione  complessa che come risultato dà 1, forse una potenza a esponente nullo.

[21:57:35] vincenzo latronico: E questo mi è stato possibile perché il narratore non c’è – o meglio: perché ce ne sono due incompatibili, uno ottocentesco, onnisciente, e uno novecentesco e parziale e inaffidabile, che mi ha permesso di rimescolare le carte.

[21:57:59] vincenzo latronico: Perché è vero quello che dicevi: la voce e il montaggio sono uno. E infatti per “rimontare” ho aggiunto una voce…

[21:59:44] cataldo: E veniamo a un altro elemento di contatto: il narratore testimone. Uno che sa i fatti e in parte ne è partecipe. Perché questa scelta? Altra differenza con gli illustri classici?

[22:01:29] vincenzo latronico: Per me è stato necessario avere un narratore-testimone per evitare che fosse un narratore-giudice. Questo sì è un grande stacco dal romanzo balzachiano, in cui l’onnisciente è per ciò stesso RETTO, e scrive la storia per illustrare le modalità di questa rettitudine. Un atteggiamento del genere è repellente e sbagliato e ipocrita, oggi, o almeno mi sembra.

[22:02:12] federica: Io ho scelto un narratore che fosse in parte testimone e in parte archivista, nel senso che deve andare a ricostruire quella parte della vita di Tommaso che non conosce, e allora si documenta, interroga, legge. Ma tutto questo per poi capire che alla fine, nelle storie (e forse non solo) non è importante conoscere la verità, “le cose come sono andate davvero”, ma è importante sapere la verità di cui ti importa. Alla mia narratrice non interessa ricostruire un ritratto di Tommaso com’è davvero, ma di Tommaso come lei lo immagina… e in questo gli rimane più fedele.

[22:04:33] vincenzo latronico: È vero: anche questa idea di verità ambigua, o contestuale, vale in un certo senso anche nel mio romanzo. Che si chiude, non a caso, con una domanda.

[22:04:43] vincenzo latronico: E questa è tutta anti-ottocentesca. (L’idea di verità di Federica: non la domanda)

Vi racconto una storia. La storia di Un fatto umano

Chi tra di noi, non riconosce nelle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino due esempi di straordinaria virtù umana e professionale? Chi non riconosce il merito di questi uomini, giudici, eroi di aver scosso un Paese che iniziava esattamente nell’anno della loro morte ad assistere allo smantellamento di un sistema politico e istituzionale vecchio di quarant’anni?

Era la primavera e poi l’estate del 1992, alcuni di noi avranno un ricordo nitido di cosa successe, qualche immagine, episodi personali legati in questo come in altri eventi alla biografia di una nazione. Altri invece, magari sanno, ma poco ricordano.

Per gli uni e per gli altri, Einaudi propone Un fatto Umano di Manfredi Giffone, Fabrizio Longo, Alessandro Parodi (Stile Libero Extra 24,00 Euro). Quasi quattrocento tavole a fumetti che ripercorrono la storia del pool antimafia. E lo fanno ricostruendo dettagliatamente la Sicilia e l’Italia in quasi trent’anni di storia, chiamando in appello tutti tra uomini di mafia, commissari, giudici, politici, bancari, giornalisti, personaggi dello spettacolo e d’affari che entrarono in contatto diretto o indiretto con Cosa nostra. E a raccontare questa lunga storia, a tessere le fila di vicende complesse e apparentemente slegate tra loro, ecco che compare uno dei più classici artifici letterari: un cantore, Mimmo Cuticchio, che come nella realtà (è come tutti gli altri protagonisti di questa storia, un personaggio realmente esistente) inscena uno spettacolo inusuale nel teatro dell’Opera dei Pupi.

Il progetto che ci troviamo tra le mani, sfogliando Un fatto umano, è ambizioso, complesso, coraggioso. Intimorisce il lettore disinteressato, con le prime e dense tavole, avvince il lettore curioso in tutte quelle seguenti mescolando cronaca, storia e umanità. Un’umanità raccontata ed espressa dai volti di animali che ricalcano come maschere i lineamenti di tutti gli attori di questa tragica storia.

Sulla gestazione dell’opera abbiamo fatto qualche domanda allo sceneggiatore Manfredi Giffone, che ci ha raccontato di come è nata l’idea, di com’è raccontare di questi temi, e di com’è farlo scegliendo il linguaggio complesso del fumetto.


D: In una nota introduttiva spieghi chi è Mimmo Cuticchio, il narratore che hai scelto come cornice della storia che hai deciso di raccontare. Cosa ti ha spinto invece a parlare di fatti di mafia?
R: 
Quando ho iniziato a raccogliere materiale per questa storia, grosso modo sei anni fa, già da un paio di anni insieme ai disegnatori Fabrizio Longo e Alessandro Parodi cercavamo una storia. Volevamo raccontare una storia ambientata in Italia e che si distinguesse dai temi che venivano trattati fino a quel momento nei fumetti mainstream. Dopo aver scartato un’infinità di ipotesi, una sera, parlando con la mia compagna, lei da buona palermitana con nonchalance mi disse “ma perché non raccontate la storia di Falcone e Borsellino?”. E mi si è accesa la lampadina. In un istante ho come “visto” tutta la storia e istintivamente ho pensato che potesse funzionare.

D: Tu all’epoca dei fatti che racconti eri poco più che un bambino. Hai ricordi particolari di allora?
R:
 All’epoca delle stragi di Capaci e via D’Amelio avevo 14 anni. La cosa su cui ho riflettuto a lungo in questi anni in cui ho lavorato al libro, non sono stati i ricordi che io ho dell’epoca quanto l’esatto contrario. Il giorno della strage di Capaci io non ho assolutamente idea di dove fossi e cosa stessi facendo. Non riesco a ricordarlo. Tanto che mi è venuto persino il dubbio di non aver appreso affato la notizia.

D: Questo è curioso se messo a confronto con il lavoro che sembra esserci dietro alla costruzione di questo libro… Nella storia  ci sono connessioni puntuali, senza reticenza alcuna su luoghi, tempi e soprattutto nomi. Come hai tessuto la trama della storia?
R: Ho fatto un lungo lavoro preliminare di documentazione. Poi fin da subito, prima di mettermi sulla sceneggiatura vera e propria, ho iniziato a redigere una cronologia, un file dove mi sono andato appuntando tutte le date e relativi avvenimenti che ritenevo interessanti, in un periodo compreso fra il 1968 e il 1992. Da questo file che, arrivato alla 26esima versione, conta circa 400 pagine, ho poi distillato con un po’ di fatica una trama che fosse il più comprensibile e coerente possibile.

D: Ti sei mosso con uno scopo narrativo, di finzione o di denuncia? Da ciò che racconti sembra quasi che i due moventi si siano in un certo senso avvicendati…
R: L’intenzione iniziale era quella di raccontare al meglio la storia di Falcone e Borsellino e del pool antimafia. Poi mi sono reso conto che non si poteva raccontare l’antimafia senza spiegare cosa fosse stata la mafia degli anni ’80. Ma per farlo, a mia volta dovevo andare ancora a ritroso e partire dalla fine degli anni ’70. E a quel punto mi sono reso conto che la mole di informazioni che dovevo riportare mi stavano portando su una strada ben diversa dalla narrazione di fantasia.
Ho potuto inventare molto poco alla fine. Ma ho cercato per quanto mi è stato possibile di tenermi lontano anche dalle sirene della “denuncia” o della retorica antimafia. Ho cercato di avere uno sguardo direi quasi distaccato. Ogni elemento è stato valutato a lungo prima di essere inserito nella trama o scartato.

D: Questo è molto chiaro: sembra che ogni parola sia stata calibrata al millimetro in ogni dialogo. In generale le stragi di Capaci e via D’Amelio sono due episodi molto noti della storia recente. Ma tutto quello che si allarga intorno ai singoli eventi, e che tu descrivi, è meno conosciuto e spesso non correlato dall’opinione comune. Pensi di aver creato con le tue ricerche dei collegamenti mai paventati prima? Di aver detto qualcosa che un lettore non avrebbe fino ad ora potuto leggere altrove?
R: No, non penso. Al massimo penso di aver ribadito dei concetti che magari erano stati pian piano dimenticati nelle pieghe della cronaca, come un interessantissimo discorso di Rocco Chinnici a un convegno di magistrati del 1982, o aver messo in scena degli avvenimenti che hanno trovato un loro definitivo chiarimento solo in tempi recenti. Penso ad esempio alla morte di Sindona. Per anni si è rimasti incerti se propendere per la tesi dell’omicidio o del suicidio, mentre ormai è ragionevolmente accertato che si è trattata della seconda ipotesi: un suicidio con il cianuro che simulava un omicidio per avvelenamento. E ci sarebbero altri esempi del genere. Diciamo che mettendo insieme le tessere del puzzle la vicenda assume un contorno un poco più chiaro. Ma le tessere erano e sono a disposizione di tutti. Il disegno centrale alla fine è sempre quello ma potrebbero cambiare i contorni.

D: Mai, quindi, hai avuto paura mentre scrivevi o a lavoro finito, delle conseguenze che il tuo libro avrebbe potuto scatenare?
R: Ogni tanto il dubbio è affiorato, ma devo dire che al di là delle suggestioni da cui possiamo essere stati influenzati ogni tanto noi tre autori, ragionando ogni volta a mente fredda siamo arrivati alla ragionevole conclusione che non è che stessimo correndo chissà quale rischio. Certo, dal punto di vista legale ci siamo tutelati il più possibile: ogni scena che abbiamo raccontato è riconducibile a una fonte, citata nell’apposita bibliografia.

D: Tre autori, infatti. Come hai lavorato con gli illustratori? Hai influenzato alcune scelte grafiche, o a tua volta sei stato influenzato dalle tavole che ti proponevano?
R: Abbiamo lavorato in un modo leggermente inusuale per un fumetto e forse in special modo per un fumetto italiano. Anche se i compiti hanno seguito la classica divisione sceneggiatore-disegnatori, abbiamo portato avanti il lavoro insieme. Partendo dalla sceneggiatura per ogni tavola Alessandro e Fabrizio hanno prima realizzato un layout che correggevo dove c’era bisogno. Poi dal layout si passava alle matite e alle ultime modifiche e solo a quel punto passavano alla fase finale dell’acquerello e delle rifiniture. La ricerca del materiale iconografico a partire dalle mie informazioni l’abbiamo fatta insieme, avvalendoci di ogni fonte possibile, film, documentari, foto d’epoca e anche foto realizzate ad hoc da me in vari sopralluoghi in Sicilia. Quindi direi che ci siamo influenzati reciprocamente per tutto l’arco della lavorazione.

D: I personaggi che rappresentate sono animali antropomorfi, alcuni molto riconoscibili (Falcone un gatto, Borsellino un cane) altri, almeno per una lettrice poco attenta alla zoologia, molto meno. Se un rapporto di filiazione con Spiegelman è banale, c’è da dire che la vostra declinazione dell’idea è totalmente diversa. Avete lavorato cercando delle somiglianze? O c’è un richiamo simbolico nella scelta degli animali?
R: L’idea di usare gli animali mi è venuta dopo aver letto Blacksad di Canales e Guarnido e quando l’ho proposta a Fabrizio e Alessandro l’hanno ritenuta convincente. Hanno preparato dei bozzetti preliminari di alcuni personaggi principali e ci sembrava che la cosa funzionasse. Poi da quando ci siamo messi al lavoro in maniera seria, ognuno dei circa 200 personaggi è stato reso a seconda della somiglianza, specie se si trattava di un personaggio importante come Falcone o Borsellino, e che dunque dovesse essere estremamente riconoscibile. Oppure abbiamo pensato a degli abbinamenti con un animale che suggerisse l’idea del carattere del personaggio. In un certo numero di casi siamo riusciti a unire le due cose, in altri, ma in numero tutto sommato minore credo, ci siamo lasciati andare alla metafora animale per indicare la funzione del personaggio: i segugi sono in generale giudici istruttori o investigatori e così via.

D: Il libro è uscito circa da tre settimane. Cosa ti aspetti? Come si vive il periodo dopo un lavoro così grande, così lungo? Hai già in mente nuovi progetti?
R: Non ho sinceramente idea di cosa stia succedendo davvero, se il libro stia andando bene o meno. Vedo che stanno uscendo diverse recensioni e che sono positive e questo fa di certo un grande piacere. Ma non c’è molto tempo per fermarsi a rallegrarsene perché al momento siamo impegnati in modo piuttosto intenso nel cercare di promuovere quanto più possibile il nostro lavoro. Quindi direi che dopo un lavoro così lungo c’è ancora tanto da fare, anche se sicuramente cercare di raccogliere i frutti di una lunga gestazione è un’occupazione di gran lunga più piacevole che stare seduti per ore davanti al computer o chini sul tavolo da disegno. Insomma stiamo ancora lavorando a Un fatto umano e per il momento quindi non ho in mente altri progetti.

Titolo: Un fatto umano. Storia del pool antimafia
Autore: Manfredi Giffone, Fabrizio Longo, Alessandro Parodi
Editore: Einuaudi (Stile Libero Extra)
Dati: 2011, 24,00 €, 375 pp.

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A Gang Of Five – Intervista agli A Classic Education

Il disco degli A Classic Education, Call It Blazing (Lefse/La Tempesta International/Tannen Records 2011), è uno di quelli che maggiormente mi ha colpito ultimamente, uno di quelli che, instancabilmente, continua a girare su player e lettori di vario formato. Questo, già di per sé, bastava perché ne scrivessi. Poi però non volevo fare la solita cosa e cioè una lunga e noiosa disamina del disco, così come sono abituato a fare. Mi sono detto, cazzo, ce li ho sotto casa, intervistiamoli! Ho scritto a Jonathan Clancy, cantante e chitarrista della band, e ci siamo messi d’accordo per una chiacchierata in chat. Solo che poi è arrivato il tour con gli Okkervil River, così, all’improvviso e bisognava  preparare, organizzarsi e allora abbiamo deciso di rimandare.

Avevo però un ultimo asso nella manica da giocarmi: il concerto degli Okkervil River al Café de la Danse, a Parigi. Opening Act: A Classic Education. “Perché no?”, mi sono detto. “Perché no?”, ha risposto Jon. E così sono finito a intervistare un gruppo italiano a Parigi, altro che sotto casa. E quello che è venuto fuori è stata una lunga chiacchierata a tutto tondo sulla musica, il disco, i live, la poetica e l’estetica, insomma tutto. E direi che ci siamo divertiti un bel po’.

Un’avvertenza prima di leggere: ho tentato, per quanto possibile, di lasciare il discorso colloquiale, l’intervista è stata un faccia a faccia (vis à vis dai, eravamo in Francia!) quindi non mediata da alcun tipo di mezzo, spero risulti tutto comprensibile.

A rispondere alle mie severe domande Jonathan Clancy, voce e chitarra, e Luca Mazzieri, chitarra.

Iniziamo con una domanda diretta: voi siete nati quando, quando è nato il gruppo?

J: Boh, nel 2007 più o meno.

2007 dunque, il nome è A Classic Education. Il ragazzino è andato a scuola, si è svezzato ed è entrato nella gang.

J: Più o meno sì, mi piace, è un buon modo di vederla.
L: Sì, forte.

Quindi l’evoluzione c’è stata anche da un punto di vista sonoro. Io mi ricordo quando vi ho visto la prima volta in assoluto; è stato quando avete aperto agli Arcade Fire a Ferrara. Là mi sembravate adatti a quel tipo di musica. Adesso invece mi sembrate andati oltre quel tipo di sonorità. Come si è evoluto il vostro suono?

J: Ecco, col tempo, è venuto fuori anche parlandone con Luca, nel senso che in realtà abbiamo fatto passare un sacco di tempo. Le band ormai sono abituate a fare il singolo velocemente, se ne parla su internet, esce il video su Vimeo, due-tre robe, tac e fai il disco. Noi abbiamo quasi fatto il giro opposto, nel senso, abbiamo fatto uscire tanti ep, secondo me anche per imparare a conoscerci. Hey There Strangers (d’ora in poi HTS) in particolare, cioè l’ep di mezzo, quello dopo First Ep, secondo me è stato il momento a livello anche personale di scrittura in cui ci siamo detti: “Cazzo adesso abbiamo qualcosa di nostro”. All’inizio siamo partiti dicendo facciamo qualcosa di diverso rispetto alle band che avevamo: vogliamo cercare di far uscire la melodia, abbiamo tutti questi strumenti nuovi, abbiamo l’organo, abbiamo gli archi, mettiamoci tutto e cerchiamo di spingere con tutti ‘sti giocattoli nuovi, e il risultato è stato il First Ep. Piano piano secondo me ci siamo conosciuti meglio, abbiamo iniziato a sottrarre, anche se non è stata una cosa voluta, cioè la riprocesso adesso, adesso riesco a dirtela, non ce ne siamo neanche accorti. Siamo arrivati a HTS con quel tipo di suono.

Cioè non è stato un progetto ben preciso, è stato un work in progress anche se è brutto utilizzare queste espressioni quando riguardano i processi artistici.

L: Sì esatto, quando ci siam trovati è stata questa voglia di scrivere canzoni a unirci, venivamo da progetti dove si suonavano pezzi fondamentalmente. Abbiamo avuto voglia di scrivere canzoni, e all’inizio magari c’è questa bulimia totale per cui senti il bisogno di usare quello che non hai mai usato, quello che appartiene al bagaglio culturale che hai, perché tutti comunque siamo dei grossi fruitori di musica, una cosa che secondo me ci ha accumunato tanto è stata la passione incredibile per la musica in generale. Poi pian pianino questa voglia di scrivere canzoni e il conoscerci ha fatto sì che venisse fuori una voce nostra e che le influenze si diluissero in un suono comune perché sai, tu porti la tua esperienza, lui porta la sua, all’inizio è forte, all’inizio magari si sente poi pian pianino si diluisce in quello che stai diventando.

E quindi è stato il tempo il maggiore collante.


J: Sì, per noi il tempo è stato un amico. Sembra una banalità ma fare le cose con calma ci ha aiutato tantissimo a focalizzare la scrittura, il tipo di scrittura, e anche poi tra l’altro citavi il concerto di Ferrara con gli Arcade Fire dove secondo me sì, per il tipo di gruppo che eravamo, che siamo, cioè con degli archi ecc. ecc. l’accostamento può venire abbastanza naturale ma penso che la nostra scrittura sia molto più, come posso dire, intima; ma non intendo che la loro non sia intima però la nostra appunto è più da persona a persona, faccia a faccia. Loro hanno quella incredibile qualità di essere una band oceanica, noi invece anche nei testi e nelle canzoni, non abbiamo quel tipo di approccio, non siamo portati verso quel tipo di comunicazione. A me piace una versione più intima…

L: Confidenziale.

J: Sì one on one, ecco, ci piace di più come registro.

 

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F23433568 A Classic Education – Forever Boy by A Classic Education

Leggendo un po’ di recensioni in giro sul vostro disco Call It Blazing si dice spesso che gli ACE sono una band italiana ma non suonano come una band italiana. Come vi spiegate questa etichetta da parte della stampa?

J: Ma secondo me è veramente un po’ un pregiudizio, nel senso: che cosa è essere una band italiana? Noi siamo una band che ha le proprie influenze, è cresciuta ascoltando e facendo un certo tipo di musica. Luca è cresciuto ascoltando gli Smiths, io un altro gruppo… E non sono cresciuto ascoltando i Litfiba, non c’è niente di male. Semplicemente tu riprocessi questo, noi siamo una band tra l’altro che è stata anche definita esterofila perché andavamo a suonare spesso all’estero. In realtà per noi non è che c’è un meglio o un peggio, semplicemente la nostra idea è non avere confini. Se la mia band preferita suona su un palco a Monaco o a New York o a Lubjana io voglio essere lì e confrontarmi con quello anche. E voglio suonare pure a Casalecchio, voglio suonare pure a Modena o a Voghera ma devo potermi confrontare con tutto, non capisco perché… Cioè, non ci sono confini.

Ma infatti vedendo la vostra carriera live si può dire che siete stati gruppo spalla di tante band e molte di queste scelte da voi. Faccio un esempio: i Real Estate a Milano, unica data italiana, voi avete preso gli strumenti e siete andati là. Ora gli Okkervill River, prima gli Arcade Fire, poi in tour con i British Sea Power. Quindi voi li andate a cercare questi confronti.

L: Sì ma è ance un misto, a volte accade anche il contrario, in questa occasione siamo stati cercati come anche con i British Sea Power.

J: Noi siamo un band anche un po’ naif, molti vedono dietro al fatto che abbiamo suonato con diversi gruppi una sorta di progettazione che in realtà non c’è. Per esempio i Real Estate sono una delle nostre band preferite degli ultimi anni, allora abbiamo scritto a La Casa 139 e gli abbiamo detto “Cazzo veniamo a suonare a gratis”, ci piacciono e così è stato. Poi abbiamo risuonato con loro altre volte e si è creato un collegamento tanto che quando sono tornati a Forlì, in realtà non ricordo se sia stato prima Forlì o Milano, hanno chiesto loro: dai, venite a suonare. Poi abbiamo registrato il disco ai Rear House dove anche loro hanno registrato. Alla fine quello che conta è il rapporto umano, è il rapporto umano che cementifica e fa andare avanti tutte queste cose e spero ovviamente anche la bravura.


A Classic Education – Call It Blazing 100% from A Classic Education on Vimeo.

CONTINUA…

Scrivere? Gioco di prestigio o fallimento ben riuscito

Scrivere è la conseguenza di un’ipermetropia del pensiero: fa affiorare un eccesso di vista e visioni interiori. Ancor prima di comporre anche solo una frase, scrivere è uno stato mentale, un modo di stare al mondo, di respirare, di dirigere i sensi,  di articolare o disarticolare in testa emozioni, suggestioni, impressioni di vita. La condizione psichica di chi non sa e non può assuefarsi alla realtà data, di chi ha un surplus d’attenzione verso ciò che lo sguardo comune non coglie; di chi cova un’urgenza. E  paga pegno con un inesauribile rovello mentale da cui scaturisce una sinfonia o un gracchiare di corvi o tutte e due insieme; pur sempre un atto creativo, determinato e subìto, una magia che resta sempre inspiegabile e lascia stupito per primo chi la compie.

Paolo Di Paolo, svela la sua fenomenologia della scrittura, racconto che tocca prima o poi a ogni scrittore, come fosse il primo uomo sulla terra a cimentarsi nel gran travaso di mondi dalla mente alla pagina scritta. Racconta il suo stato mentale, dono e limite da forzare a un tempo se la sensibilità eccede, in una conversazione racchiusa in un libro in miniatura dal mirabolante titolo Scrivere è un gioco di prestigio.  Fa piacere seguire questa conversazione in forma di lettura. Fa piacere per una molteplicità di motivi. Dalla letteratura e zone limitrofe, ecco un bel segnale in controtendenza rispetto ad altri ambiti, mortificati e mortificanti, della realtà italiana: la gerontocrazia può crollare sotto il peso dei talenti. Chi ha talento può essere anagraficamente molto giovane (specie rispetto agli standard di un Paese che, il Censis lo ricorda ormai quasi tutti i giorni, ha soglie di sbarramento alle professioni di ogni genere, specie anagrafiche), ma portare una compiutezza interiore unita a una competenza che valicano qualunque età. È il caso di Paolo Di Paolo, classe 1983, scrittore e critico, spesso definito con un’espressione convenzionale troppo riduttiva enfant prodige, ha esordito nel 2004 con i racconti Nuovi cieli, nuove carte (Empirìa 2004, finalista premio Italo Calvino per l’inedito 2003), ma già a 15 anni era “di casa” nelle stanze insuperate di Indro Montanelli sul Corriere della Sera, e si avventurava nei territori della scrittura e del giornalismo.

Qui subentra un flashback personale: una redazione di un quotidiano locale ai Castelli Romani dove Paolo si presentò giovanissimo per arruolarsi come collaboratore, ma era già da subito over-size rispetto alle ristrettezze delle circostanze e dell’ambiente; troppo dotato per uniformarsi a chi ciancica parole maltrattate e abusate come spesso fanno i cronisti, specie poi nelle ristrettezze di un angolo di provincia mai emersa da una marginalità culturale. Tra la cronaca di una voragine alle Barozze (strada dei Castelli), i rimpasti delle voraci giunte locali e la contestazione dei venditori di porchetta da titolare in prima pagina, ovvio che uno spirito dotato non poteva trovare una sua collocazione. Chiusa parentesi.

Fa piacere registrare anche la giovane età dell’autore dell’intervista, Stefano Giovinazzo, editore della casa editrice “Edizioni della sera” nata nel 2009 che nella collana La bussola, di cui il libro intervista fa parte, vuole dare spazio a voci autorevoli del presente. Autorevoli non per età, ma per competenza e ricchezza di doti. In questo caso, in fatto di scrittura. Potremmo riconoscere tra le righe dell’intervista, indicazioni valide per questo millennio. Una lezione non americana per fare il verso a Italo Calvino, ma con solide radice letterarie italiane sia pure esportabile in qualsiasi luogo e sincronizzata su un presente globalizzato. Superato il pudore iniziale, Paolo Di Paolo, ha accettato di lasciarsi andare al ruolo di testimone, testimone del nascere della sua stessa scrittura (ha già alle spalle una notevole produzione, ma tra le opere più recenti i romanzi Raccontami la notte in cui sono nato, 2008; Questa lontananza così vicina, 2009;  il saggio, Dove siamo stati felici. La passione per i libri, 2009). Se la scrittura nasce da un’urgenza, è per lui il “riflesso di una ipersensibilità che si esercita, anche ossessivamente, su dettagli che molti trascurano”. La produzione di una vita poi, non è che il ritorno, altrettanto ossessivo, sul primo libro in cui è già contenuto il modo unico in cui uno scrittore declina l’essere.

La scrittura è magia, crea la realtà ma per esercitarla questa magia, a parte la peculiare conformazione mentale e sensoriale di cui si è detto, Di Paolo segue regole precise, si affida all’esperienza di padri e madri letterari. Anche distanti anni luce. Come Manzoni che ammonisce che “per imparare a scrivere bisogna leggere”. Intanto “frequenta” tanti scrittori contemporanei capaci di produrre “libri interstiziali”, in cui i grandi snodi della nostra epoca sono trasferiti in “uno spazio di realtà minimo”,  usando “il piccolo anziché il macroscopico”. Tra i suoi autori, Sebald degli Anelli di Saturno; Jonathan Safran Foer di Molto forte, incredibilmente vicino e Ogni cosa è illuminata; Uwe Timm de L’amico e lo straniero. La magia non si produce se uno scrittore non sia capace di sentire “come vera patria la propria lingua”, e di riferirsi a “una geometria linguistica precisa”. Altro ingrediente fondamentale sono i contatti magici: ciò che Di Paolo chiama “ermeneutica della sollecitazione”, ovvero il dialogo con scrittori di riferimento da lui cercati e “trovati” (Aldo Busi, Antonio De Benedetti, Dacia Maraini, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi) a cui fare quelle domande che in fondo si stanno facendo al proprio nucleo segreto che cerca una gamma di risposte attraverso un continuo confronto dialogico.

Il mestiere dello scrittore, nasce da una passione o da uno “stato di grazia”, poi diventa un continuo esercizio sui testi degli altri e sul proprio immaginario per ripetere quella magia un certo numero di volte. Allora la scrittura semplicemente avviene e si impone come una necessità, ha una propria vita che si afferma nel mistero della creazione. “Come se ogni libro fosse un piccolo fallimento riuscito”. Altrettanto enigmatica la ragione per cui ci si dimeni nella dualità tra scrittura e vita. Scrivere è anche sottoporsi a continue trasfusioni, donare la propria linfa al mondo perché il mondo conservi traccia della donazione. Restano pietra miliare per Di Paolo le parole di Truman Capote nella prefazione di Musica per camaleonti: “Poi un giorno mi misi a scrivere, ignorando di essermi legato per la vita a un nobile ma spietato padrone. Quando Dio ti concede un dono ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l’autoflagellazione”.

 

Titolo: Scrivere è un gioco di prestigio
Autore: Paolo di Paolo, Stefano Giovinazzo
Editore: Edizioni della Sera
Dati: 2010, 68 pp., 5,00 €