Hai la mia spada. E il mio arco. E il mio libro. Difendere la Terra di Mezzo, di Wu Ming 4

La Terra di Mezzo illustrata da Barbara Remington

Che ti piaccia o no, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso – uno dei Grandi, in effetti – si chiama J.R.R. Tolkien. E non tanto perché, a sessant’anni dalla prima edizione de Il Signore degli Anelli, il successo di pubblico dell’opera tolkieniana non accenna a diminuire: quello è l’effetto, non la causa. Il vero cuore della grandezza di Tolkien pulsa più in profondità: semplicemente, qualunque compito o ruolo tu decida di attribuire a quel complesso sistema di valori e funzioni che chiamiamo Letteratura, l’opera di Tolkien sarà sempre perfettamente in grado di assolverlo. Bussola etica, specchio esistenziale, creazione di mondi alternativi, riflessione sul potere delle storie, strumento di comprensione e interpretazione del reale, tutto quello che vuoi: Tolkien non cederà mai il passo. All’alba del 2014 si direbbe che ormai dovresti essertene fatto una ragione. E invece.

E invece, se esistesse una Storia dei pregiudizi letterari, il capitolo su Tolkien starebbe senz’altro tra i primi cinque. Pochi autori hanno subito, lungo i decenni, altrettanti fraintendimenti, equivoci, mistificazioni, forzature interpretative, “sgambetti” critici, superficialità verso l’intero genere letterario di appartenenza (l’ultima pronunciata nientemeno che dall’alto pulpito di quel flop galattico chiamato Masterpiece), tante e tali da ribaltare drasticamente il significato intrinseco dell’intera opera tolkieniana. Da qui la necessità, ancora oggi, di difendere la Terra di Mezzo: impresa che richiede non più spade, asce o archi, ma profondità di pensiero e attenzione ai dettagli. E Wu Ming 4, nella raccolta di scritti su Tolkien pubblicata qualche mese fa da Odoya, dimostra di saper maneggiare sapientemente entrambe le armi.

Le questioni sul campo sono due: controbattere i tentativi cinquantennali della Critica Alta di sbarazzarsi di Tolkien relegandolo sotto l’etichetta vacua e informe di “letteratura d’evasione” e assegnando alla sua opera il valore poco più che folkloristico di rievocazione nostalgica del bel tempo andato traslato in un mondo d’invenzione; e cercare di capire per quale motivo, dopo Tolkien, si spalanchi un abisso che accoglie in sé centinaia di successori, ma nessun erede.

Per affrontarle a dovere, Wu Ming 4 decide di partire dall’inizio: tratteggiando la figura di Tolkien come medievista oxfordiano, imitatore – prima che narratore – di storie mitiche e inventore di nuovi linguaggi. Proprio nel linguaggio sta l’origine dell’epica tolkieniana: ribaltando la pratica che poi i suoi epigoni avrebbero necessariamente seguito, da buon filologo Tolkien prima diede vita a nuove lingue (sistemi linguistici embrionali, ma perfettamente coerenti e connotati, ognuno con peculiarità e sonorità proprie), e solo dopo si preoccupò di creare mondi complessi che quelle lingue potessero popolare di vita e leggenda. Ciò che in autori come Brooks o Martin è pura esigenza coloristica – l’introduzione di parole con suoni e grafie appropriatamente epiche – nell’opera tolkieniana diventa la genesi stessa dell’intera cosmogonia della Terra di Mezzo. Non a caso, nel Silmarillion il mondo si genera dalla musica e dai canti. Niente male per un autore di serie B, vero? Ma non finisce qui. Perché a ogni mondo mitico che si rispetti, oltre alle lingue, serve anche un’etica eroica: e per un’opera composta in anni che videro il mondo squassato dalla più grande guerra mai combattuta, l’argomento era piuttosto scottante.

Smaug around the Mountain - un'illustrazione originale di Tolkien per Lo Hobbit

Ancora una volta, l’origine dell’etica tolkieniana sta nel mondo che il suo autore conosceva meglio: il Medioevo e i cicli della mitologia germanica. Che promuovevano un’ideologia eroica incarnata in guerrieri desiderosi solo di annientarsi nel volere del proprio condottiero, vincendo battaglie o morendo nel tentativo. Peccato che l’annichilimento della personalità collettiva nella volontà del capo, negli anni in cui Tolkien rinsaldava le fondamenta del proprio universo leggendario, non avesse prodotto esiti granché invidiabili. Senza contare che la superficialità propagandistica con cui il Nazismo continuamente falsava l’essenza dei suoi adorati miti germanici irritava non poco Tolkien, da sempre fiero oppositore di ogni forma di segregazione razziale. Da cui la necessità di creare una nuova etica eroica, che doveva avere il proprio cuore non nell’obbedienza cieca a un capo, ma nel libero arbitrio del singolo individuo. L’epica tolkieniana è il racconto delle imprese di personaggi che procedono costantemente attraverso il dubbio e la necessità di scegliere tra una via o l’altra, in un’impresa in cui ogni passo in avanti conduce ad un bivio. Chi si adegua al vecchio modello eroico perisce, peggio ancora: rischia di trascinare alla rovina eserciti e città. Chi è insicuro, dubbioso, ma determinato ad andare avanti nel nome del bene comune, alla fine salverà il mondo.

Ed ecco che Tolkien, lungi dall’essere sinonimo di “escapismo”, può nuovamente rivestire a pieno diritto il proprio vero abito: quello di un autore così profondamente radicato nel proprio tempo da arrivare a proporgli un nuovo modello di comportamento. Riflettendo sul potere e le sue incontrollabili derive, sul libero arbitrio, sulla volontà di salvezza che solo nel bene collettivo può trovare la propria ragion d’essere; il tutto, ovviamente, raccontando storie straordinarie, complesse e intrinsecamente coerenti in un’unica visione d’insieme. E tutto ciò risponde anche alla seconda domanda: Tolkien non ha ancora trovato un erede perché nessuno è ancora riuscito a costruire una cosmogonia ugualmente “viva”, strutturata e suscettibile di infinite possibilità di sviluppo, oltre che sorretta da un’altrettanto profonda istanza etica.

Se poi tutto questo non dovesse bastarvi, nel libro di Wu Ming 4 troverete anche molto altro. Scoprirete, ad esempio, il caso “Tolkien in Italia”: vale a dire quel particolare filone interpretativo unico al mondo (e che il mondo non ci invidia: nessuno all’estero si è mai sognato di riprenderlo) con cui la critica italiana di destra ha pensato bene di leggere l’opera tolkieniana, sovrapponendovi un simbolismo fatto solo di parole che ha ridotto l’epica dell’Anello a un inno reazionario ai valori del Medioevo e del paganesimo. Oppure le letture cristiane, che fanno di Frodo una metafora di Cristo; o ancora, che l’influenza di Tolkien è stata così vasta che persino i Led Zeppelin, per dire, hanno seminato echi tolkieniani un po’ dappertutto. Imparerete a conoscere meglio gli Hobbit e il tipo di società a cui si ispirano. Il tutto con l’accompagnamento del bellissimo corredo iconografico che quasi ad ogni pagina affianca testo e immagine in un’armonia visiva che sempre di più caratterizza la produzione editoriale Odoya.

Un’unica avvertenza: questo libro nuoce gravemente ai pregiudizi letterari. Se credete che esistano letterature di serie A e di serie B, Difendere la Terra di Mezzo non fa per voi: non ci capireste niente. A meno che non abbiate voglia di spegnere i pregiudizi per un po’ e gustarvelo, come dicono i recensori delle riviste serie, “come fosse un romanzo”; finché, voltata l’ultima pagina, vi guarderete intorno e vi ritroverete con un punto di vista diverso su un sacco di cose. Che poi è proprio quello che succede con i buoni romanzi, e con i viaggi di avventure.

"Difendere la Terra di Mezzo" di Wu Ming 4 - grafica

P.S. Svariati minuti di applausi allo studio Brochendors Brothers, che ha realizzato la bellissima grafica di copertina. Sarebbe stato facile piazzare in bella mostra un uomo, un nano, un elfo, un bosco e chiuderla lì: ma le armi di Théoden re di Rohan che sorvegliano la brossura anteriore e l’Albero Bianco di Gondor in placida attesa in quella posteriore rappresentano esortazioni ben più efficaci, per chi si accinga a difendere la Terra di Mezzo. Chapeau.

"Difendere la Terra di Mezzo" di Wu Ming 4 - copertinaWu Ming 4
Difendere la Terra di Mezzo. Scritti su J.R.R. Tolkien
Odoya
2013, pp. 288, € 18,00

Barney Panofsky? No, questa è casa Shapiro. 'Joshua allora e oggi' di Mordecai Richler

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Il marketing è un aggeggio davvero diabolico: necessario e fruttifero, certo, ma anche insidioso e infido. Per dire, prendete Joshua allora e oggi di Mordecai Richler. Pubblicato nel 1980 – diciassette anni prima dell’uscita de La versione di Barney; tradotto in Italia da Adelphi solo pochi mesi fa, Anno di Grazia 2013 – cioè dodici anni dopo la prima edizione italiana de La versione di Barney. Un sacco di tempo: abbastanza perché a quel punto in Italia, come del resto in tutto il mondo, Richler sia ormai perfetto sinonimo di Barney, e allora non c’è scelta: se vuoi vendere Joshua, devi partire da Barney, e presentare il primo come il “vero progenitore romanzesco di uno dei personaggi più amati degli ultimi anni”. Et voilà, les jeux sont faits! Joshua è il nuovo Barney, prendete e leggetene tutti! Tutti felici e contenti, quindi? Non proprio: perché più d’uno, chiuso il libro, ha dovuto ammettere che sì, ok, i due un po’ si somigliano, ma in fondo in fondo neanche tanto. Ci avevate promesso Barney, dove l’avete nascosto? Ed ecco l’insidia del marketing: spingerci a cercare nel libro una cosa che non c’è, finendo per fare uno sgambetto al romanzo stesso.

Che è un ottimo romanzo, intendiamoci, per un sacco di buone ragioni. Solo che con Barney Panofsky non c’entra quasi nulla.

La storia in breve? Un bel giorno Joshua Shapiro, giornalista sportivo e autore di un fortunato libro sulla guerra civile spagnola, si risveglia in un letto d’ospedale con un sacco di bende addosso, tutte le ossa fracassate, nessun ricordo di cosa gli sia capitato, la moglie sparita e le ombre di uno scandalo di natura omosessuale che minacciano di travolgerlo e da cui il padre ex pugile e il suocero ex senatore cercano a tutti i costi di proteggerlo. Nel tentativo di ricomporre i pezzi del puzzle della propria vita, Joshua ripercorre con la memoria la sua intera esistenza: dall’infanzia negli anni ’30 a St. Urbain Street ai viaggi in Europa tra Parigi, Londra e Ibiza, tra l’ambizione di diventare un giornalista e il bellicosissimo rapporto con la propria identità ebraica. Ci sono anche uno chalet sul lago, un mistero del passato su cui non si fa chiarezza fino alla fine, il necessario contorno di amici bislacchi, riti camerateschi e alcuni altri ingredienti che, presi in se stessi, sulle prime hanno fatto gridare a tutti noi all’unisono “BAR-NEY! BAR-NEY!”, e liquidare così più o meno l’intera faccenda. Solo che Joshua Shapiro ha, di suo, alcune peculiarità che sparigliano un po’ tutte le carte.

Il fatto è che Joshua è al tempo stesso qualcosa di più e qualcosa di meno di Barney. Non vuole avere a tutti i costi l’ultima parola, non racconta la propria storia per convincerci della propria verità a scapito di quella degli altri. A essere precisi, non ci racconta proprio nessuna storia: la narrazione in prima persona che costituirà la cifra essenziale dell’Homo Barneyanus qui lascia il posto a una voce narrante (all’università la chiamerebbero “onnisciente”) che si incarica di raccontarci la vita di Joshua al posto suo, senza ambiguità e ipocrisie, e senza sconti per nessuno dei suoi protagonisti. Così gestito, il romanzo non è solo la storia di un uomo che ripercorre la propria esistenza cercando di giustificarsi per averla vissuta così. Diventa il racconto del grande mito ebraico-americano di rancori, rivalse, successi e cadute, integrazioni fallite; il tentativo doloroso di fare i conti con la propria identità, con le proprie origini, con il fardello di essere un membro del Popolo Eletto in un’epoca che sta mettendo in atto l’Olocausto, e poi ancora dopo, a guerra finita, quando i relitti del Nazismo – fallito ma mai obliterato – spuntano fuori qua e là con altri nomi, o nei panni di ex ufficiali rivestiti da romanzieri western sotto pseudonimo, o anche solo nella forma persistente di pregiudizi antisemiti incancellabili.

Il risultato è un romanzo intricato, contorto, ribollente, elaboratissimo, tanto giovanilmente incazzato quanto Barney – con i suoi sigari, il MacAllan, la grande casa vuota, l’Alzheimer – era cinico, disincantato e disilluso. Una ferita ancora aperta che non smette di fare male, e che il narratore tiene viva versandoci sopra sale a barili nello sforzo di capire come se la sia fatta.

Del resto, se Joshua non è ancora Barney, Richler è già pienamente Richler, con tutto il suo irresistibile disprezzo per le facili convenzioni di una narrazione lineare. E così ecco il testo narrativo disintegrarsi, lungo le linee contorte del tempo e della memoria, nell’equivalente di un gigantesco specchio infranto, che ancora conserva nei suoi mille frammenti l’immagine riflessa del proprio osservatore, ma la polverizza in tanti pezzi quanti ne richiede la complessità delle esperienze vissute. Il gioco dei salti temporali su e giù, avanti e indietro dai quattro diversi piani lungo i quali si snoda il racconto, realizza un frenetico e ininterrotto andirivieni da cui pian piano prende forma sotto i nostri occhi una storia della quale all’inizio non capiamo assolutamente nulla, ma la cui trama si dipana di pari passo con il crescere dello stesso personaggio che la vive. Un movimento narrativo parallelo che costruisce insieme storia e personaggio, affinando al tempo stesso la tecnica di racconto che sarebbe poi esplosa, diciassette anni dopo, con Barney.

Tirando le somme: Joshua Shapiro è il nuovo Barney Panofsky? No; e non è nemmeno il vecchio Barney, il Barney prima di Barney. Inutile cercare Barney in Joshua allora e oggi, è come aspettare Godot. Quella di Joshua è proprio un’altra storia, e va letta e goduta e soprattutto compresa per se stessa: una storia bruciante di lotte e rivalse, di mondi inconciliabili che si scontrano collidendo con il fragore di una cannonata, di ingiustizie impunite, di successi e fallimenti. Di cinismo? Un poco: ma un cinismo che non fa ancora ridere, perché la sua fonte arde ancora troppo viva in chi lo prova. Non chiedete a Joshua di farvi sbellicare con la storia della sua vita, perché lui è lì per prendervi a cazzotti in faccia. Quando li vedete arrivare, non spostatevi: i cazzotti tirati dai buoni libri fanno sempre bene.

Joshua allora e oggi di Mordecai RichlerMordecai Richler
Joshua allora e oggi
Traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti
Adelphi
2013, 466, € 20,00

La biblioteca che non smette di bruciare: Il bastone di Euclide, di Jean-Pierre Luminet

incendio

La storia la conosciamo tutti: e non è una di quelle a lieto fine. Nel 642 d.C., durante la conquista araba dell’Egitto, le truppe dell’emiro Amr ibn al-As si impadronirono di Alessandria, perla orientale dell’impero bizantino e sede della più grande biblioteca del mondo, ricca di centinaia di migliaia di rotoli che abbracciavano il sapere di mille anni e di mille popoli. Ma per il califfo Omar di libro ne bastava uno solo: il Corano. Diceva già tutto ciò che era necessario sapere, tutti gli altri testi potevano essere solo inutili o pericolosi. I libri di quella famosa biblioteca potevano essere molto più utili come combustibili per le caldaie delle terme: che infatti, così alimentate, poterono bruciare per sei mesi ininterrotti. Pensare che, quando il fuoco la divorò, alla biblioteca di Alessandria mancavano pochissimi anni al suo primo millennio. Ma tranquilli: se vi piacciono gli happy ending a tutti i costi (e le frasi fatte), potete credere che, in qualche modo, la vera storia della biblioteca cominciava proprio con quell’incendio.

Nulla di meglio che distruggere un simbolo, se vuoi trasformarlo in un mito: e così, inevitabilmente, da quando il crepuscolo degli dèi ha calato il sipario sull’universo leggendario dei tempi antichi, nessun mito ha saputo dimostrare forza, significato e potenza maggiori, lungo i secoli, dei racconti originati dalla storia della Biblioteca Universale creata per custodire tutti i libri del mondo. Utopie, distopie, rielaborazioni allegoriche, giochi letterari, fantasie vertiginose à la Borges che sconvolgono e destrutturano il sogno alessandrino trasformandolo nell’anarchia di Babele; biblioteche perdute, nascoste, maledette; o semplicemente, tentativi – più o meno coinvolgenti – di comprendere significato e catastrofe della realtà esistita al di là del mito. A quest’ultima categoria appartiene Il bastone di Euclide dell’astrofisico Jean-Pierre Luminet, edito in Francia nel 2002 e portato da noi solo l’anno scorso da La Lepre Edizioni; e be’, non possiamo proprio dire che ne sia l’esempio più fulgido.

La notte prima del suo ingresso trionfale ad Alessandria, l’emiro Amrou sosta al chiaro di luna di fronte alla monumentale porta chiusa della città, interrogandosi dubbioso sull’ingrato compito che lo attende: da uomo amante della ragione e della poesia, la distruzione della biblioteca più grande del mondo non è proprio nelle sue corde. Eppure così vuole il califfo Omar: e lo sa bene anche il grammatico Giovanni Filopono, ultimo bibliotecario del Museo, che dall’altra parte di quella stessa porta, nelle sale deserte della biblioteca, attende l’alba come un condannato attende una sentenza di morte. L’incontro tra Amrou e Filopono – insieme alla bella e sapiente Ipazia (nessuna parentela) e al medico ebreo Al-Razi – dà l’avvio a una narrazione “a blocchi”, in cui i quattro ripercorrono a grandi linee, e a tratti con una certa vivacità, la storia e i protagonisti del luogo di cui stanno vivendo gli ultimi giorni: minimo comun denominatore di ogni storia è la presenza del bastone di Euclide, che i Grandi della Biblioteca si tramandano l’un l’altro attraverso i secoli, come una sorta di staffetta della conoscenza. Alla fine, Amrou si convince della necessità di preservare quel tesoro, ma non riesce a convincerne anche Omar. Il finale è noto: ma non basterà un semplice incendio – sia pur lungo sei mesi – a interrompere il cammino del bastone di Euclide.

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La scommessa non era delle più semplici: raccontare i quasi mille anni di esistenza della biblioteca di Alessandria con una narrazione in grado di rimanere agile senza diventare grossolana. Luminet stesso, nella Postfazione, ci tiene a ricordarci di aver voluto scrivere un romanzo, e non un saggio storico. Per ironia, Il bastone di Euclide funziona molto meglio nel secondo senso che non nel primo. D’accordo, all’inizio è suggestiva la trovata di Luminet di modellare il racconto sulla vicenda di Shahrazad: come la principessa persiana si salva la vita raccontando al re una storia ogni notte, per mille e una notti, così anche la biblioteca prolunga la propria esistenza con i racconti. Ma il gioco dura poco, e la struttura narrativa – già di suo un po’ gracilina per tenere in piedi da sola un romanzo – si fa subito troppo rigida e ripetitiva.

Se, d’altro canto, capovolgiamo la prospettiva e leggiamo il testo di Luminet come un’esposizione divulgativa, colloquiale e un po’ romanzata della storia della più grande biblioteca del mondo antico, allora sì che scopriamo un testo approfondito, ricco di dettagli, talvolta problematico (come nelle parti che affrontano il complicato rapporto tra scienza e religione, o tra religioni diverse; o la questione, di vibrante attualità, della discriminazione razziale), e vissuto nell’intimo da un autore che alla scienza e al sapere ha dedicato la propria intera vita. Certo non manca qualche svarione – sostenere che prima di Callimaco in Grecia non esisteva la poesia lirica è un po’ come dire che il romanzo non esisteva prima di Camilleri; e qua e là si nota una certa fretta nell’affrontare alcune parti della storia che avrebbero meritato ben altra attenzione- come la vicenda di Ipazia, che stranamente resta un po’ buttata lì (ma su Ipazia La Lepre ha pubblicato nel 2010 un romanzo anni luce più riuscito di questo).

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Il guaio è che, a meno che non siate appassionati di storia della scienza, o cultori di immaginari bibliotecari, temo che facilmente vi cadrà la palpebra dopo i primi due capitoli. Peccato, perché a giudicare dalle parti più specificamente narrative – i primi due capitoli, o l’intermezzo notturno sul Faro – non c’è dubbio che Luminet sappia creare atmosfere, rievocare luoghi, scenari e sensazioni, in una parola: che sappia scrivere. Purtroppo (per noi, o per lui), non ha saputo scrivere questo romanzo.

Il bastone di EuclideJean-Pierre Luminet
Il bastone di Euclide
Traduzione: Dora Marinari Tomasone
La Lepre Edizioni
2013, 256, € 22,00

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Soprattutto, un fottuto essere umano. Vita di David Foster Wallace

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Ci sono un paio di cose da tenere ben presenti, quando si legge Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi.

Innanzitutto la sua “primogenitura”: quella tentata da D.T. Max (DeeTee, per gli amici) è la prima ricostruzione completa di una personalità umana e letteraria di straordinaria complessità come quella di David Foster Wallace. È una grossa responsabilità da portare sulle spalle: significa, in parte, tracciare un solco interpretativo con cui gli eventuali tentativi futuri non potranno evitare di misurarsi. In qualche modo, come per ogni biografia, significa riplasmare la figura che si vuole descrivere: ma quando lo fai per la prima volta, devi avere una bella mano ferma e un’autoconsapevolezza grande come una montagna.

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Ma soprattutto, Ogni storia d’amore è una storia in cui alla fine il protagonista muore. Lo sappiamo tutti: l’autore ancor prima di cominciare a scrivere il libro, il lettore prima ancora di iniziare a leggerlo. Nessuno può fare nulla per evitarlo. Chi scrive il libro, però, parla per primo, il che ci mette di fronte a un altro curioso dilemma: come possiamo essere sicuri che la conoscenza anticipata del finale non rischi di indurre l’autore a sovrainterpretare la realtà che dovrebbe limitarsi a registrare? Esempio: lungo tutto il corso della parabola esistenziale di Wallace, Max semina fuggevoli ma incisivi accenni alla presenza latente del suicidio: nella sua narrativa, nel suo pensiero, nella sua ironia. Tu sei lì che leggi, e ogni tanto te lo ritrovi davanti, come un monito, o una minaccia. Mi sono ritrovato a chiedermi: e se DFW non si fosse suicidato? Ci sembrerebbero davvero ancora così inquietanti, così onnipresenti, queste brevi e continuative ricorsività? Lo so, è un paradosso accademico; ma anche un po’ wittgensteiniano. Cos’è la biografia di un suicida? La registrazione di fatti, o la riscrittura di una storia a partire dal finale? Chissà cosa ne avrebbe pensato DFW.

Mi ero fatto le stesse domande leggendo, anni fa, A Beautiful Mind di Sylvia Nasar, la biografia del matematico schizofrenico John Nash (poi interpretato straordinariamente da un Russell Crowe non ancora bolsissimo). In effetti la figura di Nash presenta anche alcune coincidenze inaspettate con quella di DFW per come la tratteggia Max. Al di là delle somiglianze caratteriali (ossessiva ricerca della novità nei rispettivi campi, competitività, complessi di inferiorità sublimati in senso di superiorità, egocentrismo, ambizione, rapporto di amore-odio con l’insegnamento e la vita accademica), ciò che accomuna DFW e John Nash è proprio il complesso rapporto che i due intrattengono con la realtà. A entrambi si adatta benissimo il motto della terapia di riabilitazione “A ridurmi così sono state le mie grandi idee”: menti troppo complesse che cercano di interpretare e mettere in ordine realtà troppo complesse. L’uno con i numeri, l’altro con le parole. Solo che – DFW se ne accorge presto – è impossibile mettere ordine nella realtà, “semplicemente perché è troppa!”. Un fragoroso e costante mitragliare di input di informazione, stimoli cognitivi, sensoriali, pubblicitari: un “Rumore Totale” di fronte a cui la mente passiva si annulla, e la mente ricettiva implode per l’impossibilità di elaborarli tutti.

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Allo stesso modo è difficile elaborare tutta in una volta la biografia di Wallace scritta da Max. Non per la quantità di dati che fornisce: anzi, a differenza di altri testi del genere la butta molto meno sull’erudito, e per nulla sul gossipparo (P.S.: grazie, DeeTee). Semmai, per l’immediatezza senza sconti dell’impatto con l’esperienza di vita di DFW a cui il testo di Max costringe il lettore. Rapporto con la madre, confronto-scontro con la scrittura (sempre più travagliato e impotente), sessuomania, droga, alcol e riabilitazione, donne (tantissime donne), successo letterario vissuto come fallimento, relazioni-rifugio con colleghi come Franzen e DeLillo: Max ci guida attraverso la vita di DFW senza mai lasciarsi andare alla facile tentazione di calare nel suo racconto l’esca del sentimentalismo. Racconta e descrive con l’obiettività analitica del vero biografo, e a volte si ha quasi l’impressione straniante – quando le cose cominciano ad andare per il verso giusto, i tasselli della vita di DFW sembrano incastrarsi senza scosse, insegnamento, scrittura e riabilitazione vanno a gonfie vele – che in fondo un finale diverso sia possibile, che forse la corsa verso il buio non sai poi così scontata. Ma ovviamente l’epilogo non poteva essere che un finale alla DFW: brusco, quasi interrotto, in cui la parola sembra scomparire e lasciare una sospensione a forma di spazio vuoto. Come in Infinite Jest, il vero finale è al di là del testo.

Questo per quanto riguarda il racconto della vita intesa come successione di fatti. Ma quella di DFW è stata soprattutto una vita letteraria, e a Max non sfugge mai di mano il doppio filo che intesse il racconto. In parallelo con la propria riabilitazione, DFW intendeva anche guarire la narrativa contemporanea: che gli sembrava anch’essa malata di un solipsismo passivo utile solo a precipitare ulteriormente gli uomini in una gabbia di solitudine ed esclusione. Le soluzioni escogitate da chi lo aveva preceduto – postmodernisti, realisti, minimalisti – si erano rivelate non solo inefficaci, ma controproducenti: l’ironia con cui avevano cercato di scuotere i lettori altro non era se non una forma alternativa, disincantata del male stesso. L’intrattenimento insomma aveva fallito, ci voleva qualcosa che andasse oltre. E proprio “Un intrattenimento fallito” doveva essere il sottotitolo (poi rifiutato dall’editor Michael Pietsch) di Infinite Jest: l’opera che doveva guarire il lettore distogliendolo dalla pura passività del consumatore e sfiancandolo, costringendolo a continui andirivieni, stordendolo con una trama distorta, enciclopedica, vorticosa, forzandolo ad andare oltre il racconto stesso per comprenderne davvero il significato.

Le pagine dedicate alla complessa lavorazione di Infinite Jest, così come quelle in cui Max analizza il rapporto sempre problematico di Wallace con la propria opera, con i suoi colleghi o le correnti letterarie a cui aderiva contrapponendosi, sono tra le migliori del libro. Perché ci mostrano, in fieri, la costruzione di un nuovo concetto di narrativa ad opera di un uomo che, nel frattempo, andava anch’egli costruendosi o disfacendosi di pari passo con la sua opera. E che, nella propria esistenza quotidiana, sembrava riflettere come in uno specchio distorto tutte le complesse problematiche del suo lavoro di scrittore. Vista in questa luce, sembra assumere un significato del tutto particolare anche la circostanza che DFW se ne sia andato lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Il re pallido, su cui si era impantanato al punto da prosciugare del tutto le proprie residue energie. Una vita incompiuta per un’opera incompiuta.

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L’ironia ultima è che DFW sia diventato proprio ciò che aveva sempre rifuggito: una rockstar. Un idolo incondizionato delle masse di lettori (o, più spesso, di non-lettori) che hanno finito per trasfigurarlo in una sorta di Kurt Cobain della narrativa, distorcendo completamente quel messaggio che per tutta la vita aveva cercato di trasmettere. Proprio per questo uno dei pregi migliori del libro di Max sta nell’intensità con cui ci ricorda, ad ogni pagina, la sostanza di quel messaggio. Che è semplice, guardate: ci vuole un libro intero a spiegarcelo, ma una volta capito è proprio semplice.

Dice solo: non venerate gli idoli, non ingabbiate la vostra anima. Dimenticatevi di me. Leggete. E lasciate che la letteratura cerchi di insegnarvi cosa significa “essere un fottuto essere umano”.

ognistoriadamoreeunastoriadifantasmiOgni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace
Autore: D.T. Max
Traduttore: Alessandro Mari
Editore: Einaudi
Dati: 2013, pp. 512, € 19,50

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Articolo apparso originariamente su holdenandcompany.com
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Più vero della finzione: L'importo della ferita e altre storie, di Pippo Russo

Pippo Russo può essere che non l’abbiate ancora sentito nominare (anche se sarebbe strano, visto il clamore che il suo nome ha sollevato negli ultimi mesi); se così fosse, non leggete oltre, fermatevi qui. Spegnete il computer, vestitevi, uscite, andate in libreria. Chiedete del suo libro L’importo della ferita e altre storie, e compratelo. Tornate a casa, chiudete la porta, non riaccendete il computer, staccate il telefono, spegnete il cellulare. E cominciate a leggere. Perché Pippo Russo è uno che si è preso un sacco di proiettili per tutti noi, e merita la massima attenzione che possiate dedicargli.

Faletti

Il concetto del volume è lo stesso di un altro libro di Russo, Pallonate. Tic, eccessi e strafalcioni del giornalismo sportivo italiano (Meltemi, 2003): prendere un testo e passarlo al microscopio, saggiandone sul filo di lama sfondoni, inesattezze, forzature, sciatterie, incongruenze. Solo che in quel caso si trattava di articoli di giornale. Per L’importo della ferita, la materia prima è costituita da tomazzi elefantiaci di centinaia di pagine: un’inesauribile, stordente, tronfia, stolida, ottundente massa di carta e inchiostro, che ha impoverito le riserve d’aria planetarie sacrificando intere foreste ai venerandi Nomi dei Numi tutelari dell’ebetudine letteraria italiana. Faletti Giorgio. Volo Fabio. Moccia Federico. Ghinazzi Enzo (“Pupo”). Sangiorgi Giuliano. Scurati Antonio. Piperno Alessandro. Di ognuno di questi personaggi, Pippo Russo si è letto ogni parola di ogni riga di ogni pagina di ogni romanzo. Ed è (incredibilmente, per quanto mi riguarda) sopravvissuto, per raccontarci quello che ci ha trovato dentro.

Il volume è diviso in tre sezioni. La prima (I libro-panettonisti) esamina le “opere” di Faletti, Volo e Moccia: best-seller da milioni di copie vendute che hanno reso il nome dell’autore un marchio di fatturato: storie seriali che ripetono trame (quando ce n’è), intrecci narrativi (quando si riesce a rintracciarne), personaggi et cetera in nome del principio “squadra che vince non si cambia”. Ed editor che corregge non si trova. Perché altra spiegazione non si può pensare, per lo strabordare di refusi, frasi zoppe, sfondoni grammaticali, nonsense e sciatterie varie, se non che i libri di simili individui non vengano nemmeno passati al vaglio del correttore automatico di Word. Tanto, chissenefrega – penseranno gli editori – la gente se li ingolla lo stesso anche se traboccano di schifezze, a che vale buttare via i soldi per editarli? Denaro risparmiato, denaro guadagnato. E così ci troviamo perle come appunto “l’importo della ferita”, l’espressione falettiana priva di qualsivoglia senso che dà il titolo al libro e sembra tradotta dall’inglese: tanto da dare adito, qualche anno fa, a ipotesi di una eventuale versione originaria americana di alcuni passi dei romanzi di Faletti. Ipotesi eccessivamente lambiccata, alla luce dell’analisi di Russo: non è che Faletti traduca dall’americano, è solo che non sa scrivere in italiano. Di esempi simili ce n’è a migliaia. E poi Fabio Volo, che ci racconta di cacca, seghe e infantilismi vari da adulto drammaticamente irrisolto e circondato da imbecilli; oppure Moccia, che beatifica il mondo dei coatti come fosse una delle sciacquette rincoglionite che mette in scena nelle sue non-storie.

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Nella seconda sezione ci sono I narratori improvvisati, che nelle persone di Pupo e Sangiorgi dei Negramaro ci mostrano quanto sia facile pubblicare un libro se si è già famosi per qualcos’altro: ma, ahimé, non ci mostrano come sia facile scrivere un libro quando non si è capaci di mettere due parole in fila. Ed ecco allora nascere la storiella da parrucchiere de La confessione di Pupo – il soporifero thriller ambientato nei giorni del Festival di Sanremo – e de Lo spacciatore di carne di Sangiorgi, il romanzo presuntamente pulp che racconta la storia di uno studente pugliese fuori sede a Bologna che si paga vizi e stravizi scambiando la carne che il padre macellaio gli manda da casa, mentre il figlio si abbandona all’abbrutimento e alla perdizione. Ma che sonno, cavolo, spegnete la luce che mi faccio un pisolo.

La terza sezione, infine, passa in rassegna i romanzi de I premiati: cioè gli autori le cui opere (tutte o quasi) hanno potuto fregiarsi dell’ambito riconoscimento di un bel premio letterario. Uno di quelle centinaia, migliaia di premi che in Italia proliferano per buttare nel cesso un altro po’ di fondi pubblici (che tanto siamo ricchi), e che ormai non negheremmo più nemmeno alla zia Cristina e al suo libro di ricette. E che, quando uno scrittore se ne vede sottrarre uno, si fa venire una gastrite. Come capita al Sommo Antonio Scurati, il re della retorica accademica da cenciaiolo, che pare non si sia mai fatto una ragione dell’essere stato privato, nel 2009, dell’ambitissimo Premio Strega (lo vinse Tiziano Scarpa). Peccato che Scurati, con tutta la sua erudizione, la sua sociologia, il suo stile da lattoniere, non riesca nemmeno a tenere in piedi una timeline narrativa di tre giorni: come risulta da un passo de Il bambino che sognava la fine del mondo, in cui la sequenza corretta degli eventi si accartoccia in una tale confusione di date e giorni da rendere difficile l’interpretazione persino a un sensitivo. Scurati, vabbé che sei tanto colto, ma almeno un calendario davanti potresti tenertelo, mentre scrivi.

Fabio-Volo

L’analisi di Russo è ironica, divertentissima (il capitolo su Fabio Volo mi ha fatto venire il singhiozzo dal ridere) e implacabile. Del resto l’anatomia del testo non lascia scampo: se uno non sa scrivere, non sa scrivere, e quando si analizzano le opere al microscopio non ci sono vie di fuga che tengano. Vero che Russo a volte si lascia prendere forse un po’ troppo la mano, classificando come strafalcioni espressioni che avrebbero meritato una maggiore indulgenza. Ma sono casi che si contano sulle dita di una mano. La realtà è che il libro di Russo costituisce uno stupidario di tic, superficialità, rozzezze e sciatterie non solo degli specifici prodotti narrativi realizzati da alcuni autori particolarmente imbarazzanti (tanto più quando ammantati di un’aura di austera dignità come Scurati e Piperno, che si rivelano non migliori di un Faletti qualunque), ma bensì di una più generale e italianissima tendenza di concepire la letteratura (o anche solo la narrativa). Ed è questo, a mio avviso, il significato più profondo del libro di Russo: si ride degli strafalcioni, ma si finisce per avere davanti una radiografia di un paese alla deriva anche nella propria concezione della narrativa e del rapporto con il lettore.

Della nostra bella Nazione, la narrativa esaminata da Russo presenta tutte le principali e più intrinseche qualità caratterizzanti. In primo luogo, il successo genera successo: e poco importa che sia un successo basato sull’ignoranza, più che sulla qualità. Anzi, meglio: perché l’ignoranza non ha bisogno di orpelli come la cura redazionale, l’attenzione editoriale a forma e sostanza, la rifinitura del prodotto. È importante saperlo: quando pubblicano Faletti, Volo o Moccia, gli editori se ne fottono di voi, perché sanno che tanto darete loro comunque i vostri soldi, affollerete le librerie, farete la fila per avere l’autografo. E quindi prendeteveli così come sono, i loro libri, pieni di brutture, refusi e trascuratezza. Perché spendere, quando si può guadagnare?

In secondo luogo, nel paese in cui nessuno legge tutti possono essere grandi scrittori. Anche Pupo. Scrivere in fondo significa solo mettere una parola dopo l’altra, no? Che ci vorrà mai?

E infine, la cosa più importante. Non. Leggete. Il. Giornale. O quantomeno la pagina culturale del Corriere della Sera. Sì, perché uno spettro si aggira per le pagine de L’importo della ferita: uno spettro che risponde al nome di Antonio D’Orrico. In verità nel corso del volume non è mai nominato esplicitamente, nemmeno una volta; ma la sua presenza non può non avvertirsi, intangibile e palpabile al contempo, come il clangore di una campana a morto che batte i suoi rintocchi funesti, in molti dei capitoli che compongono il volume, e che corrispondono ad altrettante vergogne del nostro panorama letterario.

Giorgio Faletti. DONG!

Fabio Volo. DONG!

Alessandro Piperno. DONG!

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Ognuno di questi nomi deve, almeno in parte, il proprio spropositato successo (oltre che all’indiscutibile deficit cognitivo del lettore italiano medio) alle parole di sperticato elogio diramate sul territorio nazionale dalle colonne del Corriere per mano di D’Orrico. Che giudica Faletti (il fatto ormai è leggendario) “il più grande scrittore italiano”. Che preferisce Fabio Volo a Erri De Luca. Che consiglia ai lettori di mettere via Murakami per leggere Piperno. Davvero strano che non abbia incensato l’esordio narrativo di Pupo o di Sangiorgi. Ma se uno, aprendo la pagina culturale di un quotidiano nazionale, deve rischiare di trovarci simili consigli da bimbominchia, tanto vale leggere Cioè.

Tra l’altro mi pare di ricordare che anche D’Orrico abbia scritto un libro, Come vendere un milione di copie e vivere felici. Non ricordo invece di averlo mai visto in una libreria, nemmeno per sbaglio. Forse sarà meglio che, invece di scrivere altri libri, D’Orrico continui a leggere quelli degli altri; con l’augurio di sceglierne, ogni tanto, anche qualcuno bello.

P.S. Fra poco comincerà Masterpiece, il talent show per scrittori esordienti. Manco a dirlo, i manoscritti arrivati alla redazione del programma sono più di quattromila, perché in Italia siamo tutti grandi scrittori incompresi. Pippo Russo se ne occuperà nel suo blog Cercando Oblivia: se volete farvi due risate, vi consiglio di tenerlo d’occhio.

Pippo Russo, L'importo della ferita e altre storie (cover)Pippo Russo
L’importo della ferita
Edizioni Clichy
2013, pp. 303, € 15,00

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J.K. Rowling, rifiuta il tuo nome! Il Seggio Vacante e la Sindrome di Daniel Radcliffe

Io la chiamo “Sindrome di Daniel Radcliffe”. È come la Sindrome di Zelig (quella del film di Woody Allen, se avete presente), solo che funziona esattamente all’opposto. La Zelig fa sì che l’individuo che ne soffre “assorba” l’identità della persona che ha di fronte: cuoco con i cuochi, buddhista con i buddhisti, endocrinologo tra gli endocrinologi. La Daniel Radcliffe, al contrario, trae il proprio nome dal proprio Paziente Zero, costretto a vivere nell’impossibilità di separarsi dall’identità che gli altri gli hanno appioppato: che si spogli sul palco di un teatro restando nudo insieme a un cavallo, o interpreti al cinema Allen Ginsberg o qualunque altro ruolo, per tutti rimarrà sempre il “maghetto con gli occhiali”. Oltre al suo eponimo portatore, la Sindrome registra un’incidenza estremamente elevata: colpisce numerosissimi soggetti, perlopiù appartenenti al mondo dello spettacolo, senza riguardi per età, genere o nazionalità. Tra gli altri Massimo Boldi (“Cipollino”), Leonard Nimoy (Spock), Martufello (Martufello). Non ne sono però immuni nemmeno gli scrittori: tra le vittime più illustri, J.K. Rowling, “la mamma del maghetto con gli occhiali”.

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Ora: tutti quanti ci siamo appassionati (?) al fervido dibattito estivo che ha coinvolto la Rowling e la propria effettiva “autorialità”. Il boom di vendite registrato dal negletto The Cuckoo’s Calling appena si è scoperta la vera identità del sedicente Robert Galbraith non ha mancato di innescare la consueta miccia che sempre infiamma gli Scrittori Che Non Riescono A Pubblicare. Morte alla Rowling! Non la leggete perché è brava, ma solo perché si chiama Rowling! Posso dirlo? Che dibattito stucchevole. Sarà che io non sono uno scrittore, perciò mi interessano meno di nulla i meccanismi machiavellici e i complessi ingranaggi che depongono il manoscritto di un Big direttamente sulla scrivania dell’editor, precipitando al contempo quello di un esordiente nel tritarifiuti. Personalmente però, da lettore, trovo più interessante un’altra questione, e cioè: quando un autore, ormai pienamente identificato con un ben preciso universo narrativo, decide di scrivere una storia che con quell’universo non ha nulla da spartire, quanta sicurezza abbiamo, in quanto lettori, di riuscire a mantenere la mente abbastanza neutra per poterla giudicare esclusivamente per se stessa, per ciò che quella storia ci vuole raccontare, senza ricorrere continuamente al confronto con i suoi fratelli maggiori? In altre parole: mentre ci sdegniamo per l’ingiustizia che l’autore commette nei nostri confronti facendosi pubblicare forse solo grazie al suo Nome, siamo sicuri di non essere noi ben più ingiusti verso di lui annullandone l’identità e appiattendolo proprio su quel Nome che gli rimproveriamo?

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All’uscita de Il Seggio Vacante, a dicembre dell’anno scorso, al romanzo è successo proprio questo: di essere annunciato ovunque come “il romanzo per adulti della creatrice di Harry Potter”. Niente di più deprimente può accadere a un libro. Non tanto per il fatto di venire sostanzialmente nullificato nella propria individualità sotto il peso del confronto pubblicitario con un altro libro che non c’entra nulla: un po’ come se, di due fratelli, uno venisse presentato non come Tizio, ma come “il figlio della madre di Caio”. Ma soprattutto per quella ridicola etichetta di “romanzo per adulti”. A parte che la definizione, per contrasto, sembrerebbe suggerire che quella di Harry Potter sia invece una saga per bambini; e su questo sorvolo. Ma poi cosa significa “romanzo per adulti”? Un romanzo con protagonisti individui prevalentemente adulti? Un romanzo che solo gli adulti possono comprendere o avvicinare? Un romanzo vietato ai minori? Un porno?

In realtà, Il Seggio Vacante non è un libro per adulti più di quanto non lo sia la maggior parte della narrativa mondiale; o meglio, lo è esattamente nella stessa misura. È una storia di conflitti e disagio – esistenziale e sociale – ambientata in una di quelle cittadine di provincia in cui non succede mai niente solo perché gli abitanti sono sufficientemente abili da farcelo credere: almeno finché non ci scappa il morto. Una sorta di mash-up tra Desperate Housewives e Gossip Girl, con lo zampino di Marx che se la ride delle catastrofi provocate dall’orgoglio di classe tanto caro alla medio-alta borghesia.

Pagford è un piccolo, ridente e inquietantemente buonista villaggio alla periferia della più estesa Yarvil, alla quale è legata a filo doppio dalla giurisdizione comune su una zona popolare – i Fields – dove droga, criminalità e problematiche borderline sono all’ordine del giorno, e la cui responsabilità Pagford non vede l’ora di scrollarsi di dosso. La morte del consigliere locale Barry Fairbrother, principale baluardo nella difesa dei Fields e dell’annesso centro per la tossicodipendenza Bellchapel, dà la stura a un vaso di Pandora di odi, rancori, rivalse e meschinità violentissime (ma fino allora sopite), che frantumano la cittadina in una serie di lotte a più livelli (generazionali, sociali e politiche), innalzando il livello di tensione fino al punto di rottura, e spingendosi forse ancora un po’ più in là. Nessun finale rassicurante, o anche solo catartico. Non sempre se ne può avere uno, e gli scrittori (quelli veri, non quelli ruffiani) lo sanno bene.

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Tutto qui? Tutto qui. Piccola provincia che nasconde il marcio, ricchi contro poveri. Se Il Seggio Vacante non fosse stato scritto da qualcuno di nome J.K. Rowling, ma da un qualunque ambizioso esordiente, saremmo qui a parlarne? Probabilmente no; e faremmo male. Ma ancor peggio faremmo a leggerlo attraverso il filtro pregiudiziale di universi narrativi del tutto alieni, liquidandolo come il capriccio letterario della “mamma del maghetto con gli occhiali”. D’accordo, non è certo originalissimo il tema del conflitto tra borghesi benpensanti e ipocriti che nascondono la cenere sotto il tappeto finché non prende fuoco e outsider disgraziati ma puri che naufragano nel tentativo di riscattarsi (non so se avete letto Resurrezione di Tolstoj, comunque siamo da quelle parti). Ma il punto è proprio qui: perché quanto più trito è il tema, tanto più alto il rischio di svilirlo. Il Seggio Vacante è un romanzo di elevata coralità in cui ogni corda deve far vibrare le altre in un preciso momento e secondo una precisa tonalità, o l’intera struttura stonerà. Non è un romanzo che si può scrivere come opera prima: la gestione della materia richiede (e rivela) un autore di razza che non perde mai il controllo del soggetto, calibra con maestria toni narrativi e registri stilistici, padroneggia il gioco dei continui cambi di prospettiva, opinione, sentimento (talvolta nello stesso paragrafo) senza scadere nel virtuosismo, sa quando rilassare il lettore e quando invece fargli stringere i pugni. In questo soprattutto la Rowling si dimostra maestra rodata: nel far convergere ogni singolo elemento narrativo verso il punto critico, allungando la corda ai personaggi finché si impicchino da soli, portando il crescendo della tensione sempre più in alto, al limite del sopportabile, e poi facendo esplodere tutto in una deflagrazione che (qui sta il bello) non ha nulla di positivo, nulla di purificatore. Non vincono i buoni, a Pagford: viene persino il dubbio che i buoni nemmeno ci siano. L’unica vittoria è dalla parte del mantenimento dello status quo, e per l’uomo, si sa, non c’è niente di peggio che restare prigioniero della propria esistenza.

Datemi retta, non cercate Harry Potter ne Il Seggio Vacante; non ce lo troverete, e finirete per non capire la storia che state leggendo. Non chiedete alla storia quello che la storia non vi vuole dare. Quando lo avrete spogliato di tutto ciò che non gli appartiene (etichette banalizzanti, sovrastrutture ideologiche, false attese; persino il nome dell’autore non c’entra nulla con un libro), potrete godervelo per quello che è: un ottimo romanzo, onesto con se stesso e con il lettore, che vi farà ridere finché lo riterrà opportuno, e poi vi distruggerà. A uno scrittore non si può chiedere di meglio.

Il Seggio Vacante (cover)J.K. Rowling
Il Seggio Vacante
Traduzione Silvia Piraccini
Salani
2012, pp. 560, € 22,00

Vittorio Giacopini e B. Traven: l'inganno del mistero

“La cosa importante di uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita”. Parole di B. Traven, scrittore-fantasma maestro di una generazione di reclusi – da Salinger a Pynchon –, di cui non sappiamo nulla di certo, nemmeno il significato di quella B. Ne L’arte dell’inganno (Fandango 2011), Vittorio Giacopini prova a penetrare il “mistero Traven”. Il risultato? Una macchietta noir ipersatura fatta di parole e la sensazione dell’ennesimo testamento tradito.

B. Traven – qualunque sia il significato di quella B. – è un nome che oggi nessuno più ha a portata di mano sugli scaffali della propria biblioteca: eppure, tra gli anni Trenta e i Sessanta del secolo scorso, a quel nome (e a molti altri) rispondeva uno dei più grandi casi letterari del Novecento. Autore di romanzi tradotti e diffusi nelle principali lingue del mondo (da uno di essi John Huston trasse un film con Humphrey Bogart), di Traven non si conosce nulla di certo se non, per ironia, la data della morte, avvenuta il 26 marzo del 1969 a Città del Messico. Là, tra indios, foreste, ribelli e puttane Traven aveva deciso di seppellirsi almeno quarant’anni prima, sbattendo la porta in faccia al mondo e chiudendola per sempre a chiave alle proprie spalle. Che a farsi conoscere fossero i suoi libri, non la sua faccia.

Fu il pioniere del rifiuto di sé. Personalità immateriali come Salinger, Pynchon, Pessoa, con la loro individualità rinnegata e il riquadro vuoto con cui decisero di sostituire la propria concreta esistenza, proprio in lui hanno trovato un maestro di ineguagliabili e quasi soprannaturali capacità di autoannullamento, trasformismo ed evanescenza. Editore, a Monaco di Baviera, della rivista anarchica Der Ziegelbrenner, attore di cabaret satirico-politico, forse marinaio, certamente esule, esploratore, interprete e, su tutto, scrittore. Negli anni alcuni videro in lui persino Jack London redivivo, o Esperanza Lopez Mateos, traduttrice, agente letteraria e sorella del presidente messicano Adolfo. Una maestria nel confondere le acque, costruire sempre nuove finzioni intorno a sé (a tutti quei molteplici sé), che quasi sconfina nell’arte: un’arte, a sua volta, parallela e inesorabilmente contigua a quella di creatore di finzioni letterarie. Ad ogni nuova manovra intesa a scassinare il segreto della sua esistenza, Traven risponde come un’Idra, facendosi crescere una nuova identità. L’elenco dei nomi di cui si serve per depistare i giornalisti sembra il curriculum di un agente segreto: Ret Marut e Hal Croves prima di tutti, ma anche Otto Feige, Anton Raderscheidt, Jacob Torice, Traven Torsvan, Bruno Traven… Senza contare le infinite variazioni su ognuno (Red, Rex o Fred Marut, per dirne uno).

venus rising from the sea - a deceptionProtetto dal mantello delle sue infinite falsificazioni, per tutta la vita Traven riesce a sottrarsi all’invadenza di pubblico e giornalisti che non si accontentano di leggerlo, ma ambiscono a trascinarlo al centro di quell’arena (oggi la definiremmo mediatica) a cui lui ha deciso di dire no. Del resto, perché il pubblico dovrebbe interessarsi più a vivisezionare il privato di uno scrittore che non a comprenderne la produzione letteraria? In Messico Traven – come già, con altri mezzi, Marut a Monaco – aveva deciso di raccontare con asprezza, senza concessioni retoriche l’esistenza degli oppressi, dei proletari, di chi si ribellava per migliorare le proprie condizioni di vita contro lo schiacciante predominio del sistema. Su di loro voleva che il mondo aprisse gli occhi; per tutta risposta, il mondo voleva invece sapere di lui. “Non c’è nessun mistero in Traven” – dichiarò lo scrittore al giornalista Luis Suarez – “Dozzine di giornalisti tedeschi hanno costruito le loro carriere intorno all’uomo del mistero, al mistero di Traven. Sono loro gli unici ad aver creato il mistero, lasciando che esso nutrisse le loro carriere giornalistiche. Io non contribuirò mai né ad accrescerlo né a diminuirlo, questo mistero. La cosa importante riguardo a uno scrittore sono i suoi libri, non la sua vita”.

A penetrare questo repulsivo schermo di nebbia e simulazione ci prova Vittorio Giacopini con L’arte dell’inganno: ricostruzione – per quanto possibile – della biografia di Traven sulla base degli scarsi dati disponibili, ma soprattutto indagine sullo spazio mentale di uno scrittore in fuga dal mondo e da se stesso, lungo la strada di battaglie, ideologie e disillusioni che dalla Monaco rivoluzionaria di Ret Marut conduce alla Città del Messico dei ribelli e di Hal Croves. Per uno che già aveva affrontato di petto la storia di un altro “latitante dell’esistenza”, lo scacchista Bobby Fischer, la sfida si presentava senz’altro affascinante, difficile, certo, ma ricca e suggestiva. Il risultato però delude. Ripercorrendo la ridda di identità di cui già si era fornito Traven, Giacopini – miscelando e rimodulando materiali e indizi – finisce per plasmarne un’ennesima, che vorrebbe comprenderle tutte in un’unica visione sintetica, ma che riesce invece soltanto a porsi come una sorta di macchietta dell’esule dannato con la faccia di Humphrey Bogart e i trucchi illusionistici di Houdini.

Il tutto condito da una scrittura da racconto noir-hard boiled, intessuta e sorretta da un carosello a volte frastornante, più spesso cantilenante di aggettivi (tantissimi, interminabili aggettivi), frasi nominali, brevi e sincopate, dal ritmo spezzato e teso, ammiccante, affettatamente enigmatico. Ma se avessimo voluto Marlowe, avremmo letto Chandler. Giacopini fa a braccio di ferro con il suo protagonista per fargli indossare, in mancanza di un volto concreto, una sorta di maschera di scena fatta – si ha l’impressione – non di ipotesi (che è inevitabile), ma di parole. E quando lo stile di una narrazione rischia di predominare sulla storia del protagonista, allora l’obiettivo è mancato. Anche quando il racconto non si propone di essere un saggio, ma una miscela di “immaginazione e ricostruzione storica, arbitraria”.

L’arte dell’inganno finisce insomma per ingannare soprattutto B. Traven: e gli assesta il colpo di grazia, a tradimento, proprio in ciò a cui lo scrittore più teneva, la diffusione delle sue opere. Nel cantuccio riparato dell’Appendice, Giacopini liquida la conoscenza dei romanzi di Traven come non essenziale per leggere il proprio; tanto più che si tratta di “libri introvabili, comunque piuttosto difficili da reperire”. In realtà basta fare un giro su eBay, o su qualunque motore di ricerca specializzato in antiquariato librario, per trovarli quasi tutti, anche nelle prime edizioni Longanesi, a cifre che vanno dai due ai dieci euro. Perciò, fate un favore a Traven: lasciate perdere la sua vita e leggete i suoi romanzi. Almeno La nave morta e Il tesoro della Sierra Madre. Non è quello che avrebbe voluto lui?

Titolo: L’arte dell’inganno
Autore: Vittorio Giacopini
Editore: Fandango
Dati: 2011, pp. 281, € 16,00

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