"Il segno era ovunque: il segno era la giovinezza"

Immaginate di essere in libreria: date uno sguardo alle nuove uscite e vi soffermate sul libro di Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, edito da minimum fax. Leggete sulla copertina che ha vinto il premio Pulitzer 2011, inequivocabile segno di affermazione nell’establishment culturale americano. Quindi cominciate a sfogliarlo: subito il vostro sguardo si ferma sulle settanta pagine elaborate come slide di PowerPoint  – ossia tutto il capitolo 12 – su quasi quattrocento pagine in totale. E in effetti, a livello comunicativo (soprattutto in rete, dove potete trovare un video con le slide a colori lette ad alta voce), questo è il romanzo con “un capitolo in PowerPoint”. Ma non bisogna fidarsi troppo del marketing, nell’economia del libro il capitolo 12 non ha più peso degli altri e anzi, per essere precisi, bisogna innanzitutto chiarire che Il tempo è un bastardo non è propriamente un romanzo e non è propriamente diviso in capitoli. Dunque ci troviamo di fronte a un testo innovativo, sperimentale? E come mai avrebbero dato il Pulitzer, un premio istituzionale, ad un testo così innovativo? La trama si infittisce, occorre fare un po’ di ordine.

Il tempo è un bastardo è suddiviso in 13 short story indipendenti ma correlate tra loro, ciascuna tratteggia il punto di vista di un personaggio diverso, la narrazione è di volta in volta in terza o in prima persona, in un caso si ricorre a un Tu colloquiale per accentuare un effetto straniante (episodio 10, Fuori dal corpo), e in un altro al narratore onnisciente (il 4, Safari, parodia dei topos di Hemingway, caratterizzato da vorticosi flash-forward che illuminano in mezza pagina sulla vita futura di alcuni personaggi). Viene da chiedersi: questi capitoli/racconti, in che modo sono collegati fra loro? Attraverso i legami sentimentali, familiari o professionali, che porteranno i personaggi ad incrociarsi nel corso del tempo. Attraverso il comune denominatore dell’industria della musica: Bennie Salazar, un ex bassista punk ora produttore e Sasha, la sua assistente con problemi reiterati di cleptomania, sono le figure germinali nella struttura narrativa, e di fatti li incontriamo fin dalle parti iniziali della narrazione. A seguire, dall’episodio 3, Sai che m’importa, al 6, X e O, espandiamo il mondo di Bennie. In Sai che m’importa (davvero preciso nel rendere la mutevolezza di stati d’animo dell’adolescenza e il fragore sottopelle col quale queste variazioni sono percepite), è Rhea, sua amica dai tempi del gruppo – i Flaming dildos, a San Francisco – che fa da voce narrante. Poi spaziamo intorno a Lou Kline, mentore di Bennie, produttore nell’epoca d’oro del rock e incapace di diventare adulto, e in X e O ritroviamo Scotty, che ha lasciato la chitarra e si abbandona a soliloqui involuti mentre pesca sull’East River. Nei tre episodi successivi il punto di vista ruoterà su Stephanie, la prima moglie di Bennie, poi sulla sua collega Dolly, rampante p.r. che per un party andato storto finirà a curare il look dei dittatori, e infine su Jules, fratello di Stephanie, giornalista, che sarà arrestato per il maldestro tentativo di stupro ai danni di un’attrice dopo un’intervista (l’episodio 9 che ricalca, nella forma, i réportage giornalistici di David Foster Wallace, comprese le note a piè di pagina). Tra il 10, Fuori dal corpo e il 12, spostiamo nuovamente il focus sui legami di Sasha: ce ne parleranno il suo compagno d’università Rob, destinato a una prematura morte; suo zio Ted, che la cercherà fra i bassifondi di Napoli, tappa momentanea della fuga della ragazza tra l’Europa e l’Asia (nei vicoli partenopei, mentre il sole picchia su civiltà sepolte, si sente quasi un eco della Venezia di Thomas Mann); sua figlia Alison, nelle ormai famose slide dell’episodio 12, Le grandi pause del rock: riferite ai microintervalli di silenzio talora inseriti nelle canzoni, vera e propria ossessione dell’altro figlio di Sasha, forse affetto da una forma di autismo. Queste pause, queste ellissi nel tempo, potrebbero fornire una chiave interpretativa di tutto il libro. Le nostre vite non sono che un continuo alternarsi di notte e giorno, di movimento e pausa. Gli intervalli, le trasformazioni, la “morte” di una condizione che permette di esperire quella successiva, gli stati di coscienza che fermiamo nella memoria, sono come tante piccole morti che permettono agli individui di essere vivi. Oppure prendiamo la nostra percezione degli altri: quanto esistono, per noi, le persone che abbiamo smesso da tempo di frequentare? Eppure a volte ci si reincontra dopo dieci anni e sembra che siano passati pochi giorni…  ma cosa è successo nel frattempo?

I capitoli/racconti del libro di Egan sono costruiti attorno a dei punti di rottura, e talora, alla dimensione personale, fa da controcanto il piano sociopolitico: Bennie cerca di riprendersi dal fallimento del primo matrimonio nella New York post 11 settembre; Rob annega nell’East River (lo stesso fiume dove pescava Scotty), mentre Clinton, nell’autunno del 1992,  interrompe dodici anni repubblicani; Rhea e Jocelyn attraversano la linea d’ombra della giovinezza con la cresta verde e i collari borchiati, quando il punk sta rubando la scena al progressive rock – ed è curioso notare come alcuni critici abbiano paragonato il libro ad un concept album. Per Il tempo è un bastardo non è difficile trovare modelli extra-letterari, la stessa Egan ha dichiarato d’essersi ispirata a Pulp fiction per la time-line scopertamente alterata, nella quale da un episodio all’altro si salta indietro o avanti nella cronologia, spingendosi addirittura, alla fine del libro, in una New York futuribile, dove le protesi elettroniche sempre più condizionano le masse e il loro linguaggio. Temi cari al Don DeLillo di Mao II, e l’accostamento ad uno dei numi tutelari del postmoderno ci riporta alla domanda che avevamo posto all’inizio: può un romanzo innovativo vincere il Pulitzer? Forse, ma non è detto che sia questo il caso. Dal quadro che abbiamo tracciato emerge un testo proteiforme in modo quasi troppo manifesto, eccessivamente ribadito a livello superficiale. La varietà di storie e invenzioni è essenzialmente priva di centro, manca un macro-intreccio narrativo principale, piuttosto troviamo tanti micro-intrecci quanti sono i personaggi intorno ai quali è organizzato il discorso. L’elemento che concorre davvero a dare al libro un respiro più ampio, rispetto a una raccolta di racconti con i personaggi correlati, è proprio la dimensione temporale, la possibilità di inquadrare alcuni protagonisti in momenti diversi della loro vita. Ma se gli sbalzi cronologici avvengono tra un episodio e l’altro, lo sviluppo di ciascun racconto/capitolo risulta invece piuttosto lineare. Rispetto ai classici del postmoderno o anche, per dire, a Palahniuk , la sovrastruttura sociale rimane soltanto sullo sfondo, ci si concentra soprattutto sul mondo ristretto dei personaggi e questo, se da un lato ne arricchisce la caratterizzazione, dall’altro smorza l’interesse sul testo nel suo insieme, anche perché il fulcro dei racconti, nella maggioranza dei casi, tende a essere sempre lo stesso: il dolore per il tempo che passa, il rimpianto per la giovinezza perduta, l’Età dell’oro in cui tutto poteva ancora succedere. Così non resta che cercare nel sesso, nel rapporto con l’Altro, il modo per esorcizzare la paura della morte. È superfluo dire che di solito queste relazioni falliscono, e non rimane che puntare sui figli – più assennati dei padri – per sperare in un altro giro di giostra. Così alla fine, anche se ci viene ricordato per mezzo di diversi registri narrativi, dal linguaggio colloquiale alla satira di costume, la canzone, parafrasando i Led Zeppelin, rimane la stessa. Una canzone, tuttavia, quasi sempre piacevole da sentire, grazie a una scrittura fluida e sempre capace di non annoiare. Il tempo è un bastardo è soprattutto un’opera di intrattenimento ben confezionata: di questi tempi, non è certo un risultato da sottovalutare. Magari, per la fine del mondo, sceglieremo un’altra colonna sonora.

Leggi il primo articolo su Il tempo è un bastardo qui!

Titolo: Il tempo è un bastardo
Autore: Jennifer Egan
Editore: EMinimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2011, 18,00 €, 391 pp.

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"La nostalgia era la fine, lo sapevano tutti"

Jennifer EganQuesto pensiero, espresso all’interno di un lungo rimuginare, appartiene a Bennie Salazar, discografico ex-indipendente, e co-protagonista de Il tempo è un bastardo (A Visit from the goon squad il titolo originale) di Jennifer Egan, uscito ormai qualche settima fa per Minimum fax nella traduzione di Matteo Colombo. Si trova a pagina 51 questo pensiero, nel secondo capitolo/racconto (intitolato La cura dell’oro), all’interno del lato A (ossia prima parte – vi state già perdendo vero? Tranquilli ne usciremo) di questo romanzo sui generis. All’inizio dunque, visto che complessivamente il volume consta di quasi quattrocento pagine.

Si localizza lì, questo pensiero, e raccoglie e sintetizza molto bene la sensazione che provo nel trovarmi a vivere in quest’epoca. Ma non parlo di tempi lunghi, di ventenni o decenni o quinquenni. No, parlo dell’assolutamente contingente, del qui e dell’ora (d’altronde sempre in un’altra battuta si dice  “cinque anni sono cinquecento anni” – e questa è la percezione). E cioè che adesso siamo mangiati vivi da questo, dalla nostalgia – cosa  che capita anche a Bennie, che non fa in tempo a pensarlo che già si rende conto di essere finito irrimediabilmente nelle sue brame. Ma non ne siamo vittima solo noi, che siamo sui trenta e ci ricordiamo quanto belli e spensierati fossero gli anni ’90 (col cazzo! Tra l’altro) o quanto figo fosse essere più giovani (ma giusto un po’), no, capita anche a quei ragazzi che non hanno ancora avuto modo di poterla effettivamente provare questa sensazione, perché il tempo gettatosi alle spalle è ancora troppo poco. E lo stanno a dimostrare la passione per il vintage, per le foto effettate dalle sfumature giallo-ocra, le reunion di band che non avrebbero dovuto parlarsi mai più, il ritorno del vinile (in alcuni casi della musicassetta), i vestiti che tanto si mettevano negli anni ’60 (ma anche nei ’70, negli ’80, nei ’90), la cura per i particolari e i dettagli, l’artigianato, insomma tutto, tutta l’industria culturale di una parte (sia ben chiaro non voglio e non posso assolutamente essere omnicomprensivo, non ne ho gli strumenti – tra l’altro la reductio ad unum che mi viene imposta dai vari social network mi permette di osservare i comportamenti miei e dei miei amici, cioè dei miei simili, di coloro che voglio seguire. E quindi di una piccola, piccolissima parte del consorzio umano, una nicchia insomma, quella della cosiddetta controcultura. O meglio una delle controculture. Ma mi sto perdendo e necessito di tornare sui miei passi, non me ne vogliate) tutta l’industria culturale di una parte, dicevo, delle generazioni che si trovano a vivere questo tempo sembra invasa da questo sentimento vintage. Viviamo in una cover, l’idea è questa, giusta o sbagliata non sta a me giudicarlo. E quel pensiero di Bennie Salazar, la nostalgia era la fine, lo sapevano tutti, immediatamente, quando l’ho letto mi ha riportato alla mente come un’onda travolgente tutto il “ragionamento” che vi ho appena sparato, con la conseguente intima convinzione che Il tempo è un bastardo sia qualcosa di importante.

Per come la vedo io credo che la narrativa americana attraversi un periodo di stanca: si avvoltola negli esempi dei grandi narcisi, come li chiamava Wallace, e cioè Roth, Updike e Mailer; nel fortunato filone della narrativa postmoderna arrivata quasi, ormai, alla canna del gas; e, chiaramente, nel genere dove gli americani sono ancora oggi gli indiscussi maestri nonostante gli svedesi. Ma questo, volendo, è un ragionamento che si può ampliare a gran parte dei fenomeni culturali contemporanei occidentali. Ma non ampliamolo, per carità.

Il libro della Egan, fresca vincitrice – a merito – del premio Pulitzer, è invece una ventata d’aria fresca, qualcosa d’altro, di diverso. In primis la struttura: non si tratta di un normale romanzo in cui i protagonisti sono gli stessi dall’inizio alla fine, né dove i capitoli si susseguono regolari con un andamento lineare, no. Questo è un romanzo formato da racconti, particelle perfettamente indipendenti tra di loro, eppure tutte indissolubilmente legate da link che sta al lettore trovare. Non vi è nulla di troppo complicato in questo, state tranquilli, anzi vi ravviverà la lettura in una continua sfida di rimandi. Anche la linea temporale è sballata, non si va da un inizio a una fine, ma si salta da un momento all’altro nelle vite dei vari personaggi (passato, presente e futuro compreso). E se la facciata impone come protagonisti Bennie Salazar, prima musicista punk e poi discografico, e la sua assistente Sasha (e, di conseguenza, le storie della loro vita), il vero protagonista di questo romanzo è però il tempo, come da titolo (italiano). Montando una serie di storie slegate da un continuum la Egan ci mostra diversi episodi della vita dei due protagonisti (o di persone a loro vicine, che parlano di loro e con loro) in momenti diversi della loro formazione. Le conclusioni a cui si giunge sono molteplici: innanzitutto viene meno il fluire, ciò che lega e diluisce le esperienze umane: gli episodi sono netti, quelli e basta, hanno un inizio e una fine, hanno quei ben precisi attori e non altri. E questo evidenzia quanto e in che profondità un individuo possa cambiare nel corso del tempo: certi particolari rimangono ma le trasformazioni possono essere radicali. E così stentiamo a riconoscere la Sasha di Oggetti ritrovati, in quella dello splendido racconto ambientato a Napoli Addio Amore Mio, o ancora nella Sasha vista attraverso i power point del racconto Le grandi pause del rock. E lo stesso vale per Bennie e per tutti i personaggi che compaiono più di una volta in questi racconti. Ad ognuno di essi, dei racconti, è affidato un narratore diverso, mai lo stesso e questo accentua ancora di più le differenze degli stessi personaggi non solo presi in momenti diversi ma visti anche da occhi diversi.

E mano a mano che si va avanti il romanzo si configura come un puzzle avvincente per il lettore, sia per i già citati giochi di rimandi, sia per la costruzione che piano piano ci si fa dei diversi individui con cui avremo a che fare – un gioco che potenzialmente sarebbe potuto andare avanti all’infinito.

Ma non solo, con questa tecnica, che sembra più figlia delle serie tv che della letteratura tout court, la Egan riesce in parte nell’impresa di storicizzare il contemporaneo, massima ambizione dello scrittore di oggi, dispiegandocelo sotto gli occhi come un tempo segmentato, spezzettato, dettato dai ritmi degli strumenti tecnologici e dei social network, ma allo stesso tempo pronto a rielaborare tutto ciò che sembrava genuino, autentico e originale facendolo suo, sia nel bene che nel male, nella ricerca dell’autentica ispirazione.

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La bravura tecnica dunque e il virtuosismo scrittorio (il fatto che ogni racconto abbia uno stile a sé non è affatto da sottovalutare). Ma non solo, perché la grande capacità della Egan sta nel rendere questo impianto, così pensato, estremamente emozionale. I personaggi che la scrittrice mette sulla pagina (e le loro evoluzioni nel tempo) sono assolutamente empatici e, come si suol dire, veri. Soffriamo con Sasha, capiamo la frustrazione di Jules Jones e la disperazione di Rob; captiamo l’entusiasmo di Bennie quando suonava nei Flaming Dildos e la sua disillusione riguardo la musica una volta entrato nel business; sentiamo l’affetto che Dolly prova per la figlioletta e il disagio di Sasha per il suo problema con, ehm, i portafogli; ma soprattutto proviamo il loro medesimo languore di fronte al tempo che passa.

Con tutto questo non voglio dire che il libro della Egan sia un capolavoro, è troppo presto per dirlo, ma sicuramente ci troviamo di fronte a un’opera importante e intelligente, qualcosa con cui fare i conti. Il resto poi sarà il tempo, che è un bastardo, a deciderlo.

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Titolo: Il tempo è un bastardo
Autore: Jennifer Egan
Editore: EMinimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2011, 18,00 €, 391 pp.

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