Strategia K. Teatro multimediale a Milano

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Nei giorni dell’arte alla portata di tutti, quella dell’edizione milanese dell’Affordable Art Fair (dal 5 al 9 marzo), la Zona K di Via Spalato presenta una performance teatrale della compagnia Dehors/Audela intitolata Strategia K: un’opera multimediale frutto di stratificazione e di sedimentazione tra linguaggi. È anche un progetto di ricerca fotografica a più tappe e un corpus video artistico in divenire.

Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’evento.


STRATEGIA K
6, 7 marzo 2014
Ore 21
ZONA K
Via Spalato 11, 20124 Milano +39 02 97378443

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E’ in dubbio la sua fertilità. Forse non potrà procreare. Fino ad ora non aveva considerato il problema. Basta che un elemento non funzioni per destabilizzare l’insieme.

Supplire l’eventuale assenza di un figlio. Prendersi cura di chi, poiché nato, è destinato a perire. La possibilità di non generare un’altra vita, un altro scheletro.

Ossa di vacca, emblema del nutrimento primario: il latte. Incontro tra corpo e ex corpo. L’uno inerte nella sostanza, l’altro inabile rispetto alle sue naturali funzioni preposte, si incontrano, dialogano muti.

Un cortocircuito inaspettato provoca lo scarto tra mimesi e realtà. Il rischio è l’opportunità d’essere una macchina celibe.

Strategia K rielabora la storia dell’isteria (uno dei più complessi paradigmi del problema mente-corpo), patologia che si credeva un tempo legata a problemi di procreazione, ricollegandosi al “reale” problema di presunta infertilità della performer in scena e creando un’inedita partitura fisica attingendo da fonti extra-teatrali come l’etologia, come l’Iconographie photographique de la Salpêtrière, un serbatoio visionario e ossessivo di spettacolarizzazione del dolore ante-litteram, o ancora come il pensiero di Didi Huberman (soprattutto il suo L’invenzione dell’isteria).

La spettacolarizzazione del dolore e del dramma privato, oggi approdata a livelli vertiginosi, ha origini più antiche di quanto si pensi: a fine Ottocento, le presunte isteriche della Salpêtrière venivamo messe letteralmente in scena, fatte esibire davanti a un pubblico di medici, costrette ad avere degli attacchi e premiate con un applauso finale.

Il foyer di Zona K ospiterà nei giorni della performance parte del nostro lavoro.

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concept DEHORS/AUDELA
azione scenica ELISA TURCO LIVERI
drammaturgia audiovisiva SALVATORE INSANA
con le voci di GIOVANNA BELLINI, LUCA BONDIOLI, VANIA YBARRA
sound ALBAN DE TOURNADRE
light design GIOVANNA BELLINI
tecnico del suono MARCO DE TOMMASI
costumi OLIVIA BELLINI
produzione COMPAGNIA DEL META-TEATRO
co-produzione DEHORS/AUDELA – LYRIKS
con il sostegno di ELECTA CREATIVE ARTS e ASS. CULT. RESINE

Dehors/Audela
dehorsaudela@gmail.com

BAM! La Street Art arriva nelle Langhe

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Dal 21 al 23 giugno a Bergolo e Levice (CN), nasce il BAM Bergolo – Levice Art Museum.

Il BAM è una galleria di street art a cielo aperto concepita per promuovere e valorizzare il patrimonio artistico e urbano dell’Alta Langa e realizzata grazie agli interventi di nove street artist italiani (Corn79, Mrfijodor, Refresh Ink, SeaCreative, Truly Design, Vesod, Vs., Fabio Weik, Whatafunk) che sabato 22 giugno dipingeranno le superfici pubbliche disponibili.

Il progetto rappresenta la seconda applicazione del modello di rigenerazione degli spazi urbani sperimentato a Torino con SAM (Street Art Museum).

Il BAM è realizzato dalla Proloco di Bergolo e dal Comune di Levice nell’ambito della 3° edizione del Bergolo Art Festival, in collaborazione con le associazioni BorderGate e Il Cerchio e le Gocce, con la direzione artistica di Roberto Mastroianni e il coordinamento organizzativo di Carmelo Cambareri.

Durante le tre giornate del 3° Bergolo Art Festival oltre al BAM si terranno mostre, concerti, dj set e il 3° Concorso Nazionale di Arte Murale promosso dall’associazione ArteYBarbieria di Alba.

info: info@bam-museum.it – www.bam-museum.it

Di corsa alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

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La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, centro per l’arte contemporanea di Torino, presenta corsART, la prima corsa dentro un museo.
Il contest, lanciato nella pagina Facebook della Fondazione, permetterà ai visitatori di correre liberamente dentro lo spazio espositivo.
A differenza dei protagonisti di Band à part di Jean-Luc Godard e di The Dreamers di Bernardo Bertolucci che correvano nelle sale del Louvre, i visitatori non dovranno battere un record.

Un modo divertente di vivere il museo, all’insegna della trasversalità e della contaminazione: cinema, arte, sport, creatività e fotografia.
Le foto inviate a press@fsrr.org verranno pubblicate nella pagina Facebook della Fondazione.

corsART
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16 Torino
www.fsrr.org

Mike Kelley in mostra al Hangar Bicocca di Milano

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Domani, al Hangar Bicocca di Milano verrà inaugurata la retrospettiva Eternity is a Long Time, che raccoglie una serie di istallazioni di Mike Kelley (1954 – 2012), uno degli artisti più importanti degli ultimi trent’anni.

Tra gli eventi collaterali della mostra, ci sarà una rassegna cinematografica di B-movies, una delle grandi passioni e tra le maggiori fonti di ispirazione dell’artista americano.

Tra i grandi classici in rassegna segnaliamo Barbarella, Ultimatum alla Terra, e La cosa dall’altro mondo, a testimonianza dell’anticonvenzionalità che ha contraddistinto l’intera carriera artistica di Kelley, sempre vicino alla cultura pop, punk e alternative (è stato autore della copertina di Dirty dei Sonic Youth, per dire).

Info

Due opere originali di Giulia Raponi dedicate ad AtlantideZine

"Zine" di Giulia Raponi

Non siamo semplicemente felici, siamo ENTUSIASTI di queste due opere che l’artista romana Giulia Raponi ha dedicato alla nostra piccola webzine; a scanso di equivoci, quella in basso si chiama Atlantide e quella in alto si chiama Zine. I nostri dettagli preferiti sono il palombaro in bicicletta che ricorre in entrambi (e che ci rappresenta appieno) e lo splendido stemma del Circolo Sommozzatori nell’angolo in alto a destra di Atlantide.

Noialtri siamo da anni grandi fan del lavoro e dello stile inconfondibile di Giulia e del resto, come si fa a non innamorarsi di opere come queste?

"Atlantide" di Giulia Raponi

Gli universi stellari di Giulio Turcato

Mi era già capitato in un paio di occasioni di incrociare le opere di Giulio Turcato (Mantova, 1912 – Roma, 1995): prima alla GAM di Torino, dove sono esposte in permanenza tre sue Composizioni informali e, in seguito, non più tardi di un anno fa, collaborando alla realizzazione della mostra del Gruppo degli Otto del MACA di Acri. Soprattutto in questo secondo caso, posto a confronto con un nucleo di suoi contemporanei che, almeno per la breve durata della vita del “Gruppo”, gli erano affini nella ricerca teorica tesa al raggiungimento di una risoluzione informale intrisa d’introspezione e lontana da qualsiasi compromesso astratto-geometrico o figurativo, Turcato mi era apparso di un valore artistico e di una freschezza superiori rispetto agli altri, forse eguagliato dal solo Emilio Vedova.

Approfittando di un momento libero in un fine settimana romano frenetico e stancante, ho scelto, tra le varie possibilità espositive offerte dalla capitale, di recarmi al MACRO, mosso proprio dalla curiosità di conoscere più a fondo l’arte del pittore mantovano. La mostra Stellare, a cura di Benedetta Carpi De Resmini e Martina Caruso, celebra il centenario dalla nascita dell’artista raccogliendo una selezione non particolarmente numerosa, ma certamente mirata, di opere, in cui viene esaltata la delicata eleganza delle sue composizioni astratte (Stellare, 1973) e l’inserimento innovativo – quantomeno in Italia – di oggetti estranei all’interno della superficie pittorica, come accade nell’astrale Tranquillanti per il mondo del 1961.

A rendere ancor più piacevole la mostra sono i numerosi materiali d’archivio riposti all’interno di due monoliti di cassetti liberamente consultabili che troneggiano al centro dell’unica sala dedicata all’esposizione, e, soprattutto, lo splendido contrasto offerto dalle due opere principali della raccolta. Comizio (1950) offre una vigorosa rappresentazione dello stretto legame che, in quegli anni, intercorreva tra arte e politica, trasformando le bandiere rosse dei manifestanti in altrettante vele che colmano si sé la superficie di un mare urbano. Al lato opposto dell’allestimento, La porta (1973) combina la presenza scultorea della struttura in legno ai tratti sinuosi dell’artista, per aprirsi, guidata dalla mano del visitatore, su di un mondo ancor più variopinti, ideato da Turcato appositamente come universo pittorico di evasione dal mondo reale.

Fino al 13 gennaio 2013
MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma
Via Nizza 138, Roma
info: www.museomacro.org

Doppia coppia al Torino Film Festival

L’anno scorso, in occasione del Torino Film Festival, Atantidezine, non unica – bisogna ammetterlo –, aveva puntato i riflettori su Sette opere di misericordia, eterea opera prima di Gianluca e Massimiliano De Serio, incensandone il riuscitissimo connubio tra un immaginario visivo di derivazione pittorica e una storia silenziosa e forte al tempo stesso. Oggi, purtroppo, il film dei due fratelli torinesi, prosegue il suo percorso da amatissima opera da festival, ampiamente snobbato dal pubblico italiano.

Dato che la formula del duo di registi ci piace, anche quest’anno abbiamo deciso di puntare su di una coppia all’esordio, che si cela sotto l’ermetica sigla di {movimentomilc}. Il duo di origine calabrese proviene anch’esso dall’avanguardistico mondo della video-arte – settore sicuramente complicato, spesso a tal punto da risultare esoterico, ma che risulta essere un’ottima palestra per i registi di domani, quantomeno dal punto di vista formale, data l’assoluta libertà espressiva che lo caratterizza. Abbiamo incontrato Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio, i nomi che si celano sotto la maschera del {movimentomilc}, in occasione della mostra Young at Art(issima), che ha visto quattro loro lavori esposti in due sedi torinesi in concomitanza con Artissima, assieme a quelli di altri cinque artisti di origine calabrese selezionati dal MACA (Museo Arte Contemporanea Acri) e successivamente portati in tournée a Torino. 

Cosa vi ha spinto a decidere di collaborare e a dare vita a {movimentomilc}?

Il cinema. È stato il primo passo a farci conoscere e a collaborare insieme. L’esigenza di essere in due ci ha aiutato molto, sia nel continuare a portare avanti le idee che avevamo, sia a confermare quell’idea che il cinema e il video si possono fare anche senza grandi produzioni né ambizioni.  Da li in poi è stato tutto un susseguirsi di eventi e progetti nati inconsapevolmente che ci hanno portato a definire il nostro percorso nelle arti visive. Il {movimentomilc} è nato esigenze legate al cinema, ma poi è diventato semplicemente un appellativo che ora utilizziamo per definire la nostra identità artistica. 

In quali direzioni si muove la vostra ricerca? 

Nelle immagini in movimento e in tutto quello che gli sta intorno. Ci piace lavorare moltissimo con il video, e ogni volta che si lavora ad una nuova opera c’è qualcosa di speciale nel modo in cui quel video prende forma e si sviluppa. La nostra ricerca attualmente si focalizza su vari punti. Quelle che noi definiamo immagini di frontiera, che fanno parte del nostro presente, con cui analizziamo il significato di spazio, migrazione, viaggio, vite possibili. Il corpo umano, che per noi è mero strumento-oggetto, di cui indaghiamo le forme plastiche, senza nessuna prerogativa di sorta se non quella puramente estetica. E poi c’è la ricerca sul linguaggio alfanumerico, vera sperimentazione del video, oggi. Videoermetica 0 è un manifesto d’intenti su quello che è la Videoermetica, un confluire in video di linguaggi scientifici applicati ad una ricerca artistica.  Vogliamo destrutturare il linguaggio verbale con quello alfanumerico, in una sorta di decadente ricerca sul linguaggio contemporaneo dell’uomo. 

Ritratti, la vostra opera in concorso al Torino Film Festival nella sezione Italiana.Corti tratta il tema della migrazione, che avevate già toccato, in precedenza, nel video Méduses. Quanto è importante questa tematica per voi e quali differenze ci sono tra le due opere? 

In Méduses parlavamo dell’immigrazione. Abbiamo espresso un concetto molto importante, quello della differenza tra essere immigrati ed essere clandestini. Ancora oggi molte persone non riescono a capire questa linea che separa i due termini. E purtroppo usando queste due parole impropriamente, si sono causate parecchie vittime. L’opera in concorso al TFF, Ritratti, esprime un concetto diverso, quello dell’emigrazione, della ricerca di una vita possibile, della speranza di una vita migliore. Abbiamo costruito il video secondo un concetto fondamentale: il viaggio. Il viaggio inteso come una costante interazione e collegamento immaginario tra luoghi differenti, ma uguali nel loro isolamento, sia esso una scelta o una costrizione e dato voce alla figura della donna, come interlocutrice principale per una vita possibile. Le immagini di frontiera sono fondamentali per noi e sentiamo la necessità di esporci per far si che il mondo occidentale resti in silenzio ad ascoltare, almeno per una volta, la voce degli altri popoli.

Assieme ad altri artisti calabresi avete vinto la prima edizione del concorso Young at Art del MACA di Acri. Quanto è importante questo tipo di concorsi per i giovani artisti? 

Per noi è stato fondamentale. È stata quella risposta che cercavamo da tempo, che ci ha permesso di continuare sulla strada giusta. Grazie al progetto Young at Art siamo riusciti ad andare avanti senza fermarci davanti a nessuno, e nel giro di pochi mesi abbiamo tirato fuori parecchi idee interessanti, tra cui VideoErmetica 0, che non sarebbe mai nata senza la tappa del progetto YaA sulla retrospettiva dedicata ad Hans Richter (tra i fondatori del movimento dadaista e uno dei primi e ppiù importanti sperimentatori del mezzo cinematografico in ambito artistico). Riteniamo che questi progetti siano importanti opportunità per i giovani artisti, soprattutto in un paese come l’Italia che da tempo sottovaluta sistematicamente la cultura. Sono i concorsi e i festival che ci permettono di andare avanti e soprattutto di fare rete con altre realtà.

State lavorando a dei nuovi progetti? 

Per ora ci godiamo il Festival di Torino, ma stiamo comunque lavorando al progetto sulla VideoErmetica.

E mercoledì 28 novembre, alle 22.15, andremo anche noi al cinema Reposi a goderci l’interessante esordio di {movimentomilc} al Torino Film Festival. Vi consigliamo di fare altrettanto.

PIPPO: PIccola Pinacoteca POrtatile

Francesca Zoboli, Marta Sironi - Dame e cavalieri. Topipittori 2012
Francesca Zoboli, Marta Sironi – Dame e cavalieri. Topipittori 2012

Gli acronimi sono tra i rompicapi quelli che preferisco. In realtà l’acronimo non è un rompicapo, quanto piuttosto una nobile tecnica compositiva, la quale, però, per le sue caratteristiche creative e i per i suoi risultati misteriosi quanto divertenti, può diventare un gioco d’ingegno. Peraltro in essa ristanno numerosi elementi che ritengo stiano tra le radici della composizione letteraria e più precisamente narrativa: creare significati e significanti altri per mezzo di elementi già esistenti.

Mi dilungo, come sempre, e vi faccio partecipi dei miei pensieri e gusti. Però c’è una ragione e questa ragione è che PIPPO, l’acronimo creato e scelto dai Topipittori per la loro piccola pinacoteca portatile è portatore di tutti quegli elementi che mi divertono in un acronimo: intanto, appunto, è divertente; poi creativo, molto; pesca laddove l’imitazione è chiave: la pittura; incoraggia alla costruzione e decostruzione e quindi alla creazione di nuove immagini, nuovi capolavori.

Laddove mi imbatto in pagine fustellate il mio senso critico s’abbatte, perché la pagina fustellata in un libro è segno di un lavoro editoriale complesso, di una progettazione che implica il rispetto per il lettore e il gusto dell’idea di vedere cosa può nascere da ogni pagina, dove troverà alloggio, in che posa, in che circostanza. Le pagine fustellate implicano il processo creativo perché gli elementi diventano mobili, hanno la possibilità di diventare parte di un’altra storia, di raccontarne una propria, in completa indipendenza o solitudine, di restare quello che sono, nel posto che si ritiene giusto o divenire un’altra cosa. Ma a prescindere da ciò, la qualità della resa, della realizzazione e dell’intenzione in questo caso (in questi due casi) resta altissima.

Francesca Zoboli, Marta Sironi - Dame e cavalieri. Topipittori 2012
Francesca Zoboli, Marta Sironi – Dame e cavalieri. Topipittori 2012

Attorno al 1400, per esempio, farsi fare un ritratto da Pisanello era un privilegio – raccontano nella piccola nuvola di testo che apre dame e cavalieri di Francesca Zoboli e Marta Sironi -; un privilegio del quale non si privò Leonello d’Este. Leonello era dotato di un profilo importante e volle fissarlo su tela diverse volte. Si affidò a Pisanello, dunque, ma anche a Giovanni da Oriolo. Ne vennero fuori degli splendidi ritratti. Quello di Pisanello lussureggiante, ricco. Il ritratto, il profilo nella fattispecie, si presta all’individuazione delle linee e dei tratteggi principali: Francesca Zoboli lo sa e quindi dalle riproduzioni dei dipinti originali toglie e toglie fino a lasciare sulla pagina la traccia necessaria e sufficiente affinché i bambini possano ricreare a loro piacimento. Essi possono intervenire sui dipinti (tutti ritratti, volti o figure intere, di donne e uomini realizzati tra Medioevo e Rinascimento) in modi diversi: intervenendo sulle tavole colorate a rileggere volti ed espressioni; creando volti nuovi sulla traccia nera; riproducendo l’originale; usando le pagine colorate in fregi, fiori, losanghe, merletti per adornare; ritagliando e incollando vestire, mascherare le figure. L’ispirazione per queste pagine colorate sono i tessuti, le tappezzerie i broccati, e il risultato è che l’istinto è quello di toccarle, sfiorarle con le mani per sentirne quel che si vede, una morbidezza che sembra naturale.

Zoologia creativa, invece, per Guido Scarabottolo e Marta Sironi, che si cimentano con Quadri, quadretti e animali. Il migliore amico degli animali è stato San Francesco, non lo dimentica Marta Sironi che suggerisce anche di andare ad Assisi e guardare gli affreschi della basilica superiore che la storia di San Francesco raccontano tutta.

A guardarli bene, questi animali, si può sentirne il canto e una volta che i bambini li avranno colorati o riprodotti (e la carta quadrettata è ideale per riprodurre rispettando le proporzioni) avranno una loro propria e unica voce. Intervenendo sulle pagine fustellate i bambini potranno dar vita a una propria personale pinacoteca e potranno anche darle un luogo privilegiato: la propria stanza, per esempio, luogo ideale in cui mescolare fantasia, colore arte e sogni.

Guido Scarabottolo, Marta Sironi - Quadri, quadretti e animali. Topipittori 2012
Guido Scarabottolo, Marta Sironi – Quadri, quadretti e animali. Topipittori 2012

 

Titolo: quadri, quadretti e animali
Autore: Marta Sironi, Guido Scarabottolo
Editore: Topipittori
Dati: 2012, 32 pp., 12,00 €

Acquistalo su Webster.it

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Titolo: Dame e cavalieri
Autore: Marta Sironi, Francesca Zoboli
Editore: Topipittori
Dati: 2012, 32 pp., 12,00 €

Acquistalo su Webster.it

L’inquietante pistola ad acqua di Brad Pitt

La scorsa settimana, mi è capitato di assistere alla conferenza stampa della mostra Il teatro scolpito, in cui sono raccolte una quarantina di testimonianze dell’attività di scenografo svolta dallo scultore Arnaldo Pomodoro negli ultimi cinquant’anni. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il maestro romagnolo ha insistito molto sul fatto che, nello stato attuale di crisi e di reiterati tagli alla cultura, è impossibile pensare di allestire degli spettacoli teatrali o d’opera con scenografie monumentali quali quelle da lui realizzate e che attualmente sono esposte nelle sale e nella piazza antistante a Palazzo Reale a Torino. Annunciando la morte del monumentale, proprio lui che è forse l’artista italiano più presente nelle piazze e nelle rotonde di tutto il mondo, ha contemporaneamente elogiato quei pochissimi artisti contemporanei capaci di dar vita, con nulla o quasi, armati solo di essenziali effetti di luce, a creazioni sceniche tanto suggestive quanto le sue grandi e ridondanti produzioni scultoree.

Un nome tra tutti ha meritato l’ammirazione di Pomodoro. Quello dell’americano Robert Wilson (Waco, Texas, 1941), che, coincidenza tra le coincidenze, è in mostra con un’importante selezione dei suoi Voom Portraits, nella residenza sabauda appena a fianco a Palazzo Reale. I due potrebbero guardarsi, vicendevolmente incuriositi, dalle rispettive finestre. Uno scultore prestato al teatro, non senza successo, e uno dei personaggio più importanti della scena teatrale del secolo scorso e di questo; un uomo che, per naturale visionarietà, era destinato a imporre il proprio nome anche nel gotha delle arti visive.

La mostra Ritratti, come accennato, porta all’interno delle sale barocche di Palazzo Madama, una ricca selezione degli altrettanto barocchi Voom Portraits realizzati da Wilson a partire dal 2004. Si tratta di ritratti filmati che ricalcano lo stile meccanicamente lento e ripetitivo con il quale il drammaturgo e regista americano ha forzato i limiti tradizionali del teatro. Elegantissimi animali e star di Hollywood riempiono gli schermi disseminati tra i dipinti secenteschi della dimora reale realizzando in pieno quella dimensione di inquietante e perturbante spaesamento teorizzato compiutamente da Freud nei primi anni del Novecento, ma di cui già i filosofi romantici e idealisti avevano colto l’ombra.

La ripetitività, si è detto, è un aspetto fondamentale dell’opera di Robert Wilson ed è palese fino all’estremo quando si ha di fronte Steve Buscemi nelle vesti di un sadico macellaio dietro a un quarto di manzo, in cui si sommano piccoli movimenti ossessivamente ripetuti che sembrano dover sfociare in un crescendo che non arriva mai e che proprio per la sua assenza diventa ancor più inquietante, accompagnato dal sottofondo di organetto e dalle tinte verdi e fredde da obitorio.

È la staticità generale a rendere maggiormente insostenibili le poche azioni che Wilson decide di regalarci. Accostare un filmato in cui il viso impellicciato di Johnny Depp rimane fermo sullo schermo per nove minuti a un altro in cui un’irriconoscibile Isabella Rossellini muove gli occhi senza sosta e sfoggia sorrisi isterici da bimba serial-killer, non fa che accentuare ulteriormente la ripetizione senza soluzione di continuità di questi gesti assurdi e l’atmosfera perturbante dell’intero allestimento.

Con questa personale Robert Wilson si dimostra un maestro dell’uso della luce, del suono, dei colori e dello spazio, dotato di un’innata capacità di creare un personaggio vivo, con una storia, grazie a pochissimi accorgimenti apparentemente semplici. Basta una filastrocca di sottofondo e un paio di calzini bianchi di spugna per tramutare Brad Pitt in un uomo segnato a tal punto da un dolore, un tradimento o un’ossessione amorosa, da farlo diventare vendicativo. Quando, con estrema lentezza, alza la pistola stretta nella mano destra, chiunque tra gli spettatori non può fare a meno di aspettarsi il peggio. Al primo spruzzo d’acqua si sentono i sospiri di sollievo, ma nessuno è riuscito realmente a scrollarsi di dosso quell’avvolgente sensazione di inquietudine.

Fino al 6 gennaio 2013
Palazzo Madama
Piazza Castello, Torino
Info: www.palazzomadamatorino.it

For President. Le mani e i volti di una nazione

For President, Fondazione Sandretto Re RebaudengoCi sono mani che nella folla reggono flûte colme di prosecco o bicchieroni di birra. Mani che si stringono vicendevolmente, a volte con tenerezza confidenziale, ma più spesso con la fermezza e la rigidità di chi sa di partecipare all’ennesima prova di forza. Altre mani non riescono ad astenersi dal raccogliere hamburger e hot dog, patatine e ali di pollo, fino a quando, inevitabilmente, qualcosa non cadrà dai piattini retti da altre mani non avvezze all’equilibrismo proprio dei camerieri. Poi ci sono le mani in bianco e nero che si tendono verso il basso, dove una folla di mani le attendono, mostrando tutta la gioia e la trepidazione di chi spera ardentemente in un cambiamento. Le stesse mani non tarderanno, purtroppo, ad andare a coprire volti disperati rigati dalle lacrime, il 22 novembre del 1963. Infine, ci sono quelle mani tanto discusse e odiate, proiettate all’infuori sull’asse delle spalle, indice e medio distesi in un segno di vittoria che si sarebbe presto tradotto nell’indimenticabile “I’m not a crook” (non sono un imbroglione).

For President, Fondazione Sandretto Re RebaudengoAlcune mani portano con sé il volto della persona – del Presidente – a cui appartengono e sono forse altrettanto importanti. Certo, è del viso e dei suoi particolari e irripetibili lineamenti che ci si ricorda con più facilità: delle facce che sembrano sorridenti anche quando sono serie, come quelle degli ultimi due presidenti democratici, Bill Clinton e Barack Obama; e quelle che danno l’impressione di non essere mai state solcate da un sorriso – Lincoln e Bush padre, ad esempio.

For President, Fondazione Sandretto Re RebaudengoNei ritratti, dipinti o fotografati, nei filmati raccolti da FOX News o dalla CNN e nella video-installazione realizzata da Francesco Vezzoli, in cui l’attrice Sharon Stone e l’intellettuale piacione Bernand-Henry Levy interpretano una coppia di candidati alle presidenziali; insomma, in tutto ciò che compone la mostra For President, realizzata dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in collaborazione con La Stampa e curata a quattro mani dal direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi, e dal critico Francesco Bonami, viene alla luce che, nella corsa alla Casa Bianca, il corpo e il suo linguaggio, fatto di gesti calibrati e irruzioni inconsce, sono importanti quanto quello verbale con i suoi discorsi memorabili e gli slogan.

For President, Fondazione Sandretto Re RebaudengoNell’insieme la mostra risulta estremamente interessante e, come raramente capita in ambito d’arte contemporanea – ma qui l’arte si ibrida con le testimonianze documentarie –, è in grado di comunicare direttamente con l’emotività dei visitatori. Le vicende e i personaggi sono noti a tal punto che sembra quasi che si tratti dei nostri Presidenti e non di quelli di un’altra nazione. A metà del lungo corridoio che da sull’ingresso della Fondazione c’è una gigantografia di Obama. Due bambine di non più di sette anni gli si sono gettate contro a braccia aperte, come per abbracciarlo. Non l’avrebbero mai fatto di fronte a un’immagine di Scalfaro o Ciampi. Magia dei mezzi di comunicazione e della spettacolarizzazione della politica americana, delle sue mani e dei suoi volti.