Il fondamentalista è riluttante (ma non è il solo)

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Il fondamentalista riluttante è un romanzo breve di Mohsin Hamid, scrittore pachistano che si è formato negli Stati Uniti. Si tratta di una lettura agile, strutturata in modo intelligente, che sintetizza in una crisi d’identità personale il difficile rapporto tra oriente e occidente. Il suo protagonista, Changez Khan, proviene da una famiglia di nobili passati residente a Lahore, in Pakistan. La sua voglia di affermarsi lo porterà a Princeton, ad una laurea con lode, ad un posto in un’ambita agenzia di rating a Manhattan. Nel frattempo inizia a frequentare Erica, ragazza inquieta dell’upper class, incapace di superare la morte del primo amore. Changez ha ventidue anni e il mondo in mano, gli hanno insegnato che l’efficienza sul lavoro è l’unico credo, non ha scrupoli nello smembrare aziende dall’altra parte del mondo. Ma siamo nel 2001 e di lì a poco arriva l’11 settembre: un pachistano diventa un islamico e un potenziale nemico: Changez vacilla nelle sue convinzioni e si arrende al richiamo del paese d’origine, gravemente indebolito dalla politica occidentale. Crolla la maschera di un’identità fittizia – sia sul piano professionale (non era altro che un giannizzero, un giovane mercenario al servizio degli USA), sia sul piano dei rapporti umani (nel profondo, era stato solo il sostituto del primo ragazzo di Erica).

Il romanzo è stato un successo globale: non offendeva i democratici americani sensibili all’autocritica, dava spazio alle ragioni degli oppressi senza sconfinare nell’apologia del terrorismo. Si poteva lamentare una certa schematicità di fondo. Tali tratti distintivi gli hanno garantito le attenzioni di Mira Nair, regista indiana ben inserita a New York (insegna alla Columbia), specializzata nel multiculturalismo da esportazione (Moonson wedding, Leone d’oro a Venezia nel 2001). Nemmeno gli attentati alle Twin Towers rappresentavano per lei una novità, aveva già partecipato al progetto collettivo di cortometraggi – 11settembre2001 –  che vedeva undici registi di diverse nazionalità rapportarsi a quest’evento epocale. La trasposizione filmica ha accentuato la dimensione didascalico-semplificativa, e ha innestato una cornice thriller – edulcorata – alla Tony Scott (con tanto di fotografia livida e colonna sonora carica di pathos).

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Il libro prendeva forma in un monologo-confessione del protagonista, Changez (Riz Ahmed), che si rivolgeva ad un interlocutore americano (un probabile giornalista, non sentiamo mai la sua voce), per raccontargli tramite flashback la storia della sua vita; il tempo zero della storia coincideva col tempo dell’incontro, una sera, a Lahore (dove Changez adesso insegna all’università, portando avanti posizioni molto critiche verso gli USA). Nel film l’interlocutore diventa Bobby, che ascolta e risponde nel campo-controcampo, e vuole scoprire dove si trova un ostaggio americano prima che venga ucciso. Il classico stratagemma del “conto alla rovescia” incrementa il ritmo narrativo. Sulla pagina scritta, le ragioni delle dimissioni e del rimpatrio del protagonista avevano un orizzonte più vasto, come ad esempio la minacciata guerra tra Pakistan e India sulla scorta dell’offensiva statunitense in Afghanistan. Ma è soprattutto il piano intimistico – il rapporto tra Erica (Kate Hudson) e Changez – a risultare più indebolito e banalizzato nel passaggio fra i due mezzi espressivi. Nel romanzo, Hamid sembrava rifarsi a certi amori tragici ben descritti da Murakami Haruki in Norwegian wood: il primo ragazzo di Erica (erano cresciuti insieme), moriva a causa di un cancro precoce; il suo vacillante equilibrio psichico sconfinava nella patologia per l’impossibilità di accettare una vita senza di lui; Changez (che conosceva a Princeton), era fonte sia di sostegno che di turbamento, il rapporto fisico temuto e dilazionato, le conseguenze estreme. L’altra Erica, nel film di Mira Nair, è un’evanescente fotografa figlia del capo di Changez: si sente in colpa perché il suo ex è morto in un incidente mentre lei guidava, si strugge due secondi nella loro prima notte insieme, al terzo secondo già prorompe in un «Ti desidero» e in un appagante amplesso per spettatori casti – nello stile dominante, per intenderci, di qualsiasi commedia sentimentale americana del nostro tempo.

In sintesi, dovendo scegliere, leggete il libro.

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LIBRO

Titolo: Il fondamentalista riluttante
Autore: Mohsin Hamid
Traduzione: Norman Gobetti
Editore: Einaudi (Supercoralli)
Dati: 2007, 138 pp., € 14,00

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Il fondamentalista riluttante - Mira NairFILM

Il fondamentalista riluttante (The Reluctant Fundamentalist, USA – GB – Qatar 2012)
di Mira Nair
con Kate Hudson, Kiefer Sutherland, Liev Schreiber, Martin Donovan, Om Puri, Riz Ahmed, Shabana Azmi
Eagle Pictures, 130 min.

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Una cartografia dell'anima ad opera di Teju Cole

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Città aperta è l’interessante opera prima di Teju Cole, americano di origini nigeriane, che si è già aggiudicata qualche importante premio, come il PEN/Hemingway Award e il New York City Book Award, e che meritatamente si colloca tra i libri rivelazione del 2013. Meritatamente perché Teju Cole sembra mettere tutto se stesso nelle pagine del suo romanzo, senza ricorrere ad artifici linguistici o narrativi di alcun tipo, ma con la sensibilità tipica di chi sa come toccare le corde del lettore, il quale intuisce, sin dall’inizio, che in quelle pagine si narra anche di lui. La storia di Julius, giovane nigeriano specializzando in psichiatria e trapiantato a New York, è la storia di Teju Cole, ed anche la storia di milioni di altri esseri umani che, abbandonato il paese d’origine, cercano il senso della propria esistenza in terra straniera, cercano il proprio ruolo in una società distante anni luce geograficamente e culturalmente.

Perduti gli affetti della famiglia, dell’amante, dei vecchi amici, Julius è un uomo di New York, solo tra uomini soli, che tra lavoro, musica classica e letteratura, scopre l’effetto terapeutico delle lunghe passeggiate tra le strade, conosciute e meno conosciute, di una grande città che della solitudine, in un modo o nell’altro, sembra essere la culla; una città in cui a regnare è l’indifferenza e la chiusura nei confronti dell’altro, anche del vicino di casa, che alla fine altro non è che una chiusura verso se stessi.

Mi faceva sempre uno strano effetto vedere la folla che si precipitava verso i sotterranei della metropolitana, e avevo la sensazione che la razza umana fosse attirata in quelle catacombe mobili da un irrazionale istinto di morte. In superficie, ero con migliaia di altre persone chiuse nella loro solitudine, ma là sotto, in mezzo a sconosciuti, a spintonarci a vicenda per un po’ di spazio e di aria rivivendo traumi ignorati, la solitudine era ancora più intensa.

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Così, le passeggiate, i percorsi notturni, si trasformano in un percorso interiore per ritrovarsi e capire il mondo; peregrinazioni senza meta in cui ogni momento, ogni incontro, più o meno fortuito, con nuovi e vecchi singolari personaggi, ma non per questo meno reali e comuni, è lo spunto per una riflessione sul senso delle cose, sulla musica e la poesia, sul riscaldamento globale e la crisi economica, sull’integrazione degli immigrati, come Julius, che hanno vissuto l’infanzia in paesi  dominati dalla violenza e dalle aberrazioni della guerra civile: riflessioni e discussioni sulla percezione del diverso.

Quelli incontrati da Julius sono, quasi sempre, uomini con drammi alle spalle, uomini che fuggono o sono fuggiti (da Haiti, dalla Liberia, dal Marocco), che a volte ce l’hanno fatta a rifarsi una vita, altre volte no. Incontri casuali, come il bellissimo incontro con Farouq, a Bruxelles, con il quale nasce una breve e spontanea amicizia, tra conversazioni filosofiche e accese discussioni sulla politica mediorientale: Farouq, il ragazzo arabo colto e idealista, per il quale la gente può vivere insieme mantenendo intatti i propri valori, che però diventa invisibile nella massa sotterranea di uomini fagocitata dalla metropolitana, o tutt’al più diviene lo sconosciuto di cui avere timore.

Città aperta è un romanzo che procede per immagini, ogni quartiere, ogni monumento e teatro in cui Julius si imbatte fa riaffiorare un ricordo; strade che si incrociano, come il passato e presente di Julius in questo suo continuo vagabondare. Un viaggio in una New York trasfigurata e nella memoria perduta di uomini le cui storie non devono essere dimenticate, e che sono la storia e il presente d’America.

Teju Cole traccia una cartografia di una città-mondo, crogiolo di razze e culture diverse, che diventa una cartografia dell’anima. E quello che resta, alla fine della lettura, è una semplice verità: occorre guardarsi intorno, ovunque ci si trovi, riconoscere se stessi e riconoscere il prossimo. Semplicemente.

Città aperta di Teju Cole (cover)Titolo: Città aperta
Autore: Teju Cole
Editore: Einaudi (i coralli)
Dati: 2013, 270 pp., EUR 17,50

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Il dolce sollievo della scomparsa

Aveva dodici anni; si chiamava Leonora. Sarebbe scomparsa.

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66thand2nd si contraddistingue, come sempre, per l’attenzione che riserva agli autori esordienti; un approccio quanto mai rischioso che nel caso di Sarah Braunstein viene ripagato dall’apprezzamento della critica. La trentaseienne scrittrice, che si inserisce nel solco dei giovanissimi autori partoriti dalla scuola di scrittura americana (lei, a sua volta, insegna Introduction to Fiction Writing alla Harvard  Extension School), si afferma già con la sua opera prima The Sweet Relief of Missing Children, la cui lettura, a distanza di qualche mese della pubblicazione in Italia col titolo Il dolce sollievo della scomparsa, assume nuova consistenza alla luce dei recenti fatti di cronaca accaduti a Cleveland, con la liberazione di tre giovanissime persone scomparse, imprigionate e schiavizzate per oltre dieci anni. Vite spezzate, e difficili da ricostruire, di giovani donne il cui dramma riecheggia tra le pagine del corposo e denso romanzo.

La Braunstein si immerge nella profondità della famiglia americana, presentandoci un quadro carico di angoscia e fallimenti; narrando la storia di famiglie già disgregate, in cui l’abbandono, l’assenza, la fuga, se non già intervenuti a dissolvere quei valori sociali ridotti al lumicino, sono imminenti e inevitabili: madri, padri, figli, disperati e soli in cerca di una via d’uscita che non necessariamente porterà al riscatto. Ma laddove gli adulti sono in cerca di un ricongiungimento umano, dettato dalla necessità di riappropriarsi di una socialità perduta, gli adolescenti, vittime innocenti dello sgretolamento famigliare e dell’evanescenza del ruolo dei padri e delle madri, cercano nell’isolamento e nella perdizione la culla in cui sentirsi protetti.

sarah braunsteinPax, Goldie, Judith, Thomas, Constance e gli altri personaggi, le cui storie in un modo o nell’altro si intrecciano, si incontrano o si scontrano, sono tutti legati da piccoli o grandi drammi; personaggi che si impara a conoscere, capitolo dopo capitolo,  grazie all’attento e puntuale profilo psicologico magistralmente tracciato dalla Braunstein. Un’architettura complessa tenuta insieme dalla storia di Leonora, esempio quanto mai reale di come possa essere difficile il mestiere del genitore, e quanto, a volte, la frenesia iper-protettrice che regola il sistema educativo,  che imprigiona il bambino in una rete di convenzioni e divieti («Tu sei preziosa. Sei preziosa, ma non sei libera. Non puoi essere entrambe le cose»), non si rivela adatta a salvare una figlia dalla brutalità del mondo, rendendola incapace di riconoscere i rischi e le furbizie di chi la circonda, fino a un inevitabile tragico epilogo.

Alla fine, ognuno dei personaggi a suo modo sparisce, fuggendo e reinventandosi o rimanendo preda della violenza altrui.

Temi attuali che trovano fonte nei casi di cronaca e, come dichiarato dalla stessa scrittrice di Portland, in serie TV come CSI o Law & Order, a dimostrazione della sensibilità della nuova generazione di scrittori verso gli input dei media. E sei i risultati di questo processo sono come quelli de Il dolce sollievo della scomparsa, gli amanti delle buone letture possono dormire sonni tranquilli.

La porta sbatté alle spalle del ragazzo. Se n’era andato.
[…]
Constance sentì, per la prima volta in tanti, tantissimi anni — qual è quella parola che significa che sei da sola in una stanza sudicia illuminata da una lampadina sfarfallante e i vetri delle finestre sono pieni di ditate e nessuno accorre quando lo chiami, nessuno, perché tutto quanto – l’amore, la tranquillità – è stato solo uno scherzo della tua immaginazione?
[…]
Terrore.

sweet-relief-of-missing-childrenTitolo: Il dolce sollievo della scomparsa
Autore: Sarah Braunstein
Editore: 66thand2nd
Dati: 2012, 301 pp., prezzo € 16,00

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La guerra infinita

Figliolo, è per te che facciamo questa guerra.
John Wayne in Berretti verdi

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Nel marzo del 2003 George W. Bush autorizzò l’invasione dell’Iraq dando il via a quella che fu dichiarata guerra di liberazione.  Una “guerra in diretta”  della quale, nonostante la morbosa attenzione mediatica, non è possibile decretare, se non approssimativamente, il numero di caduti, fatta eccezione per i morti sul campo delle forze ufficiali di “liberazione”:  a fine 2011 se ne contavano  4.484.  L’impossibilità di riferire dati certi sembra, per alcuni deprecabili smemorati, sminuire la vastità della tragedia, laddove le decine di migliaia di morti delle forze irachene e le ancor più numerose perdite civili fanno della guerra d’Iraq il più sanguinoso dei conflitti moderni.  A dieci anni di distanza, nonostante il colpevole lavoro di rimozione di una parte dei media, e nell’attesa che i libri di storia (previsione ottimistica oltre misura) facciano luce sul reale senso di questo olocausto in divenire, un percorso di riflessione è possibile anche grazie a Kevin Powers e al suo romanzo d’esordio Yellow birds, in cui per la prima volta la guerra irachena è raccontata non da un giornalista, ma da un giovane che in prima linea ha vissuto da soldato, e che è stato capace di restituirci una toccante cronaca di sentimenti. Powers lo fa attraverso la storia del suo alter ego John Bartle, inviato, come tanti altri inconsapevoli giovani, in Iraq nel 2004 a combattere la battaglia di Al Tafar, e della sua infausta e ingenua promessa di prendersi cura dell’amico Daniel, promessa impossibile da mantenere di fronte all’imprevedibilità del fuoco nemico e amico, e alla prevedibilità degli effetti della guerra sulla psiche. Così, tradito il giuramento, John precipita in un vortice depressivo, perseguitato dal fantasma dell’amico e dal senso di colpa per esserci stato, lì tra gli orrori, ed esserci ancora, oggi, lontano dall’Iraq solo geograficamente.

Pur scandito dai momenti cruciali della vita del protagonista, il racconto avanza per flashback, con una storia da ricostruire, senza il pericolo di perdersi, perché Powers si impegna a prendere il lettore per mano e a condurlo passo dopo passo, come farebbe un padre che accompagna un figlio sui luoghi della propria giovinezza, per spiegare ciò che è stato, con la sua lirica perfetta e leggera che, paradossalmente, rende la tragedia ancora più immane; perché di tragedia e di morte si narra, sin dall’incipit: La guerra provò a ucciderci in primavera.  La compagnia quotidiana della paura della morte rende ordinaria quell’angoscia e normale la lotta per la sopravvivenza, e nonostante lo spirito di corpo e l’amicizia nata tra la polvere, la paura è tale che l’individualismo, a cui ci ha abituati la tranquilla e pacifica vita nella nostra società occidentale, è pronunciato a dismisura perché Se muori tu, aumentano le probabilità che non muoia io. È ciò che fa la guerra, uccide: la vera grande arma di distruzione di massa in terra d’Iraq.

Ma quella guerra non ha prodotto, con la sua efficientissima industria, solo morti sul campo, milioni di profughi ed esiliati, elevati tassi di mortalità infantile post-bellica (sono inconfutabili gli effetti dei materiali tossici, disseminati sul territorio, sulla gravidanza), essa porta con se i drammi delle famiglie e dei reduci. Al disturbo post-traumetico da stress (che accomuna, secondo recenti studi, i veterani delle guerre del Golfo e i sopravvissuti all’Olocausto) si accompagnano fenomeni di emarginazione sociale, che segnano oggi in America un’alta percentuale di suicidi; e a questo  triste e drammatico destino non si sottrae John Bartle, il quale faticosamente e fortunatamente rimane intrappolato in una rete familiare che gli consentirà di riappropriarsi di quelle consuetudini quotidiane necessarie ad adattarsi alla normalità della vita e di sfuggire all’abitudine alla violenza.

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Un percorso di riadattamento che passa attraverso un’altra lotta, quella contro il ricordo. Destreggiarsi tra l’impossibilità di rimuovere gli orrori vissuti e l’indeterminatezza dei volti dei compagni caduti e delle vittime innocenti,  nonché la difficoltà di dare un senso agli accadimenti, questo forse significa fare i conti con la memoria. Semplicemente.

E se Bartle dubita di se stesso e della sua fedeltà ai fatti, in questa personale impresa di ricostruzione storica (Mi resi conto, fermo in quella chiesa, che esiste una netta distinzione tra ciò che è ricordato, ciò che è detto, e ciò che è vero. E pensai che mai avrei imparato a distinguere tra le cose.), allora dovremmo altresì dubitare della genuinità del racconto di Powers, se non fosse per il fatto che, in questo caso, il confine tra la finzione del romanzo e la documentata realtà della guerra irachena è invisibile. Come invisibile agli occhi dei soldati era il vero fine della missione, uno scopo vago ed estraneo come le albe e i crepuscoli indistinguibili che lo accompagnavano, laddove oggi, invece, come acclarato, quello scopo ha assunto colori ben definiti, quello dei dollari e dell’oro nero.

Dopo questo triste, intenso, e bel romanzo di formazione, aspettiamo Kevin Powers alla prossima prova letteraria; nell’attesa ci si può soffermare e riflettere su quale apporto al miglioramento della condizione umana possano dare quei paesi che perseguono la pace, esportano la guerra, e cercano il petrolio.

9788806213800Titolo: Yellow birds
Autore: Kevin Powers
Editore: Einaudi. Stile libero big
Dati: 2013, 192 pp., prezzo € 17,00

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"Butcher's Crossing" di John E. Williams: classic western

Intuiva che si stava lasciando qualcosa alle spalle, qualcosa che avrebbe potuto essergli prezioso, se solo fosse riuscito a capire cos’era.

Nulla sfugge alla regola della ciclicità; la osserviamo negli eventi storici e naturali, nelle mode, nelle arti, sopratutto quelle figurative. Il cinema, per esempio,  riscopre i generi  e stili a cadenze prefissate,  e questo accade anche per il genere western, la cui riproposizione, però, è così frequente e ravvicinata che sembra quasi sottrarsi alla regola generale, per attraversare inossidabile ogni periodo della storia cinematografica. Basti pensare, giusto guardando gli ultimi anni, al popolarissimo e premiato Django del 2012, alle undici nomination all’Oscar del 2011 per Il Grinta, ai quattro premi Oscar per il western moderno di Non è un paese per vecchi del 2007.  Un successo, commerciale e di qualità, che ha fatto da traino anche alla produzione televisiva, come per l’americana AMC che ha dato vita all’ottima serie Hell on Wheels, arrivata alla seconda stagione e ancora inedita in Italia.

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Ma questa forza che il western ha dimostrato nel cinema non trova riscontro nella letteratura: sarebbe una sfida persa in partenza scovare, se non dopo una sudata e approfondita ricerca (fatta eccezione per i romanzi di Cormac McCarthy),  un romanzo del genere tra gli scaffali di una libreria. Una missione oggi possibile grazie a Fazi che, sull’onda della popolarità cinematografica (forse), e al successo dell’anno passato della pubblicazione di Stoner, ripropone un nuovo (del 1960) romanzo di John Williams: Butcher’s Crossing, una bella e struggente epopea western che pur presentando molte affinità con alcune opere filmiche, non prettamente di genere, non perde la sua forza narrativa.

Butcher’s Crossing è una piccola nascente comunità nel Kansas che come tante altre cittadine di frontiera vive nella speranza di un florido futuro che arriverà, se mai arriverà, su un binario: un sogno di prosperità che porta il nome di Ferrovia. Un paese ancora vergine, lontano dalla corruzione delle grandi metropoli, percorso da strade polverose; ed è polvere quella che si deposita sugli abiti immacolati del giovane Will Andrews appena il suo piede entra in contatto con il terreno: la prima esperienza in un’America nuova, sconosciuta al mondo civile, un mondo in cui la vita scorre con indolenza, con una lentezza proporzionale alle distanze che coprono quelle terre inesplorate, abitato da uomini di poche parole; tutti in attesa di qualcosa, il miracolo della ferrovia per qualcuno, un pezzo di terra su cui vivere e morire per altri.  Ed è in questo paese circondato da spazi infiniti che Will, in fuga dalla città,  si sente realmente a casa, con la natura incontaminata ad accoglierlo, con la solitudine a farlo partecipe di qualcosa di grande e profondo. È da Butcher’s Crossing che Will decide di intraprendere un viaggio iniziatico alla ricerca delle proprie origini, di una libertà che né gli uomini né il progresso sono in grado di offrire.

Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro,  si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia. Sentiva che quello era il senso più profondo che potesse dare alla sua vita.

"Butcher's Crossing" di John E. Williams (1960)Will Andrews ha la stessa spinta al cambiamento, alla ricerca, al rifiuto delle distorsioni tipiche della società moderna, gli stessi sogni del Christopher McCandless di Into the wild, con il quale però condivide anche la stessa ingenuità e un destino di disillusione. E non è un caso che mentre  nell’isolamento  McCandless legge Henry David Thoreau, in particolare Walden ovvero Vita nei boschi,  Will legge Ralph Waldo Emerson, filosofi e amici, figure centrali del trascendentalismo nord americano.  Ma se eguali sono le motivazioni e il fine, differente è il mezzo; perché Will, per il lungo e faticoso percorso di formazione, all’affrancamento dal genere umano preferisce la compagnia di uomini che, a differenza sua, non hanno nulla da perdere. Così inizia una spedizione per una spietata caccia al bisonte, destinata non a salvare il mondo ma a sgretolarlo,  fino a rimanerne schiacciati.  Un viaggio che si trasforma in una sfida alla natura indomabile – che assume sempre forme diverse, una tormenta di neve, la siccità, la furia mortale di un torrente in piena -, e in una sfida ai propri limiti. E se da un lato, la contemplazione della natura rende coscienti dell’insondabilità dell’animo umano, dall’altro, l’incontro con la morte, la crudeltà della caccia, l’atavica necessità di manifestare  la superiorità dell’uomo, l’agonia di animali destinati all’estinzione, esattamente come accade per gli indiani, fanno della disillusione l’unico bottino dei protagonisti. Basta un inverno per cambiare un uomo e per cambiare un mondo.

Butcher’s Crossing è un romanzo nella tipica tradizione western, che utilizza gli stereotipi del genere: nuove frontiere da esplorare, paure da sconfiggere, lotta disperata per la sopravvivenza, uomini e animali da sottomettere; un romanzo pronto per l’adattamento cinematografico (pare che Sam Mendes ne sarà il regista) che non cade mai nella banalità, in cui non c’è traccia di superfluo, che fa sentire tutto il peso della sconfitta e del disincanto di una generazione, di un’era e del Far West, sotterrandone il mito. Un romanzo che invoglia a leggere ad alta voce, proprio come si dovrebbe leggere un classico della letteratura.

"Butcher's Crossing" di John E. Williams (Fazi)Titolo: Butcher’s Crossing
Autore: John E. Williams
Editore: Fazi
Dati: 2012, 359 pp., 17,50 €

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"Il segno era ovunque: il segno era la giovinezza"

Immaginate di essere in libreria: date uno sguardo alle nuove uscite e vi soffermate sul libro di Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, edito da minimum fax. Leggete sulla copertina che ha vinto il premio Pulitzer 2011, inequivocabile segno di affermazione nell’establishment culturale americano. Quindi cominciate a sfogliarlo: subito il vostro sguardo si ferma sulle settanta pagine elaborate come slide di PowerPoint  – ossia tutto il capitolo 12 – su quasi quattrocento pagine in totale. E in effetti, a livello comunicativo (soprattutto in rete, dove potete trovare un video con le slide a colori lette ad alta voce), questo è il romanzo con “un capitolo in PowerPoint”. Ma non bisogna fidarsi troppo del marketing, nell’economia del libro il capitolo 12 non ha più peso degli altri e anzi, per essere precisi, bisogna innanzitutto chiarire che Il tempo è un bastardo non è propriamente un romanzo e non è propriamente diviso in capitoli. Dunque ci troviamo di fronte a un testo innovativo, sperimentale? E come mai avrebbero dato il Pulitzer, un premio istituzionale, ad un testo così innovativo? La trama si infittisce, occorre fare un po’ di ordine.

Il tempo è un bastardo è suddiviso in 13 short story indipendenti ma correlate tra loro, ciascuna tratteggia il punto di vista di un personaggio diverso, la narrazione è di volta in volta in terza o in prima persona, in un caso si ricorre a un Tu colloquiale per accentuare un effetto straniante (episodio 10, Fuori dal corpo), e in un altro al narratore onnisciente (il 4, Safari, parodia dei topos di Hemingway, caratterizzato da vorticosi flash-forward che illuminano in mezza pagina sulla vita futura di alcuni personaggi). Viene da chiedersi: questi capitoli/racconti, in che modo sono collegati fra loro? Attraverso i legami sentimentali, familiari o professionali, che porteranno i personaggi ad incrociarsi nel corso del tempo. Attraverso il comune denominatore dell’industria della musica: Bennie Salazar, un ex bassista punk ora produttore e Sasha, la sua assistente con problemi reiterati di cleptomania, sono le figure germinali nella struttura narrativa, e di fatti li incontriamo fin dalle parti iniziali della narrazione. A seguire, dall’episodio 3, Sai che m’importa, al 6, X e O, espandiamo il mondo di Bennie. In Sai che m’importa (davvero preciso nel rendere la mutevolezza di stati d’animo dell’adolescenza e il fragore sottopelle col quale queste variazioni sono percepite), è Rhea, sua amica dai tempi del gruppo – i Flaming dildos, a San Francisco – che fa da voce narrante. Poi spaziamo intorno a Lou Kline, mentore di Bennie, produttore nell’epoca d’oro del rock e incapace di diventare adulto, e in X e O ritroviamo Scotty, che ha lasciato la chitarra e si abbandona a soliloqui involuti mentre pesca sull’East River. Nei tre episodi successivi il punto di vista ruoterà su Stephanie, la prima moglie di Bennie, poi sulla sua collega Dolly, rampante p.r. che per un party andato storto finirà a curare il look dei dittatori, e infine su Jules, fratello di Stephanie, giornalista, che sarà arrestato per il maldestro tentativo di stupro ai danni di un’attrice dopo un’intervista (l’episodio 9 che ricalca, nella forma, i réportage giornalistici di David Foster Wallace, comprese le note a piè di pagina). Tra il 10, Fuori dal corpo e il 12, spostiamo nuovamente il focus sui legami di Sasha: ce ne parleranno il suo compagno d’università Rob, destinato a una prematura morte; suo zio Ted, che la cercherà fra i bassifondi di Napoli, tappa momentanea della fuga della ragazza tra l’Europa e l’Asia (nei vicoli partenopei, mentre il sole picchia su civiltà sepolte, si sente quasi un eco della Venezia di Thomas Mann); sua figlia Alison, nelle ormai famose slide dell’episodio 12, Le grandi pause del rock: riferite ai microintervalli di silenzio talora inseriti nelle canzoni, vera e propria ossessione dell’altro figlio di Sasha, forse affetto da una forma di autismo. Queste pause, queste ellissi nel tempo, potrebbero fornire una chiave interpretativa di tutto il libro. Le nostre vite non sono che un continuo alternarsi di notte e giorno, di movimento e pausa. Gli intervalli, le trasformazioni, la “morte” di una condizione che permette di esperire quella successiva, gli stati di coscienza che fermiamo nella memoria, sono come tante piccole morti che permettono agli individui di essere vivi. Oppure prendiamo la nostra percezione degli altri: quanto esistono, per noi, le persone che abbiamo smesso da tempo di frequentare? Eppure a volte ci si reincontra dopo dieci anni e sembra che siano passati pochi giorni…  ma cosa è successo nel frattempo?

I capitoli/racconti del libro di Egan sono costruiti attorno a dei punti di rottura, e talora, alla dimensione personale, fa da controcanto il piano sociopolitico: Bennie cerca di riprendersi dal fallimento del primo matrimonio nella New York post 11 settembre; Rob annega nell’East River (lo stesso fiume dove pescava Scotty), mentre Clinton, nell’autunno del 1992,  interrompe dodici anni repubblicani; Rhea e Jocelyn attraversano la linea d’ombra della giovinezza con la cresta verde e i collari borchiati, quando il punk sta rubando la scena al progressive rock – ed è curioso notare come alcuni critici abbiano paragonato il libro ad un concept album. Per Il tempo è un bastardo non è difficile trovare modelli extra-letterari, la stessa Egan ha dichiarato d’essersi ispirata a Pulp fiction per la time-line scopertamente alterata, nella quale da un episodio all’altro si salta indietro o avanti nella cronologia, spingendosi addirittura, alla fine del libro, in una New York futuribile, dove le protesi elettroniche sempre più condizionano le masse e il loro linguaggio. Temi cari al Don DeLillo di Mao II, e l’accostamento ad uno dei numi tutelari del postmoderno ci riporta alla domanda che avevamo posto all’inizio: può un romanzo innovativo vincere il Pulitzer? Forse, ma non è detto che sia questo il caso. Dal quadro che abbiamo tracciato emerge un testo proteiforme in modo quasi troppo manifesto, eccessivamente ribadito a livello superficiale. La varietà di storie e invenzioni è essenzialmente priva di centro, manca un macro-intreccio narrativo principale, piuttosto troviamo tanti micro-intrecci quanti sono i personaggi intorno ai quali è organizzato il discorso. L’elemento che concorre davvero a dare al libro un respiro più ampio, rispetto a una raccolta di racconti con i personaggi correlati, è proprio la dimensione temporale, la possibilità di inquadrare alcuni protagonisti in momenti diversi della loro vita. Ma se gli sbalzi cronologici avvengono tra un episodio e l’altro, lo sviluppo di ciascun racconto/capitolo risulta invece piuttosto lineare. Rispetto ai classici del postmoderno o anche, per dire, a Palahniuk , la sovrastruttura sociale rimane soltanto sullo sfondo, ci si concentra soprattutto sul mondo ristretto dei personaggi e questo, se da un lato ne arricchisce la caratterizzazione, dall’altro smorza l’interesse sul testo nel suo insieme, anche perché il fulcro dei racconti, nella maggioranza dei casi, tende a essere sempre lo stesso: il dolore per il tempo che passa, il rimpianto per la giovinezza perduta, l’Età dell’oro in cui tutto poteva ancora succedere. Così non resta che cercare nel sesso, nel rapporto con l’Altro, il modo per esorcizzare la paura della morte. È superfluo dire che di solito queste relazioni falliscono, e non rimane che puntare sui figli – più assennati dei padri – per sperare in un altro giro di giostra. Così alla fine, anche se ci viene ricordato per mezzo di diversi registri narrativi, dal linguaggio colloquiale alla satira di costume, la canzone, parafrasando i Led Zeppelin, rimane la stessa. Una canzone, tuttavia, quasi sempre piacevole da sentire, grazie a una scrittura fluida e sempre capace di non annoiare. Il tempo è un bastardo è soprattutto un’opera di intrattenimento ben confezionata: di questi tempi, non è certo un risultato da sottovalutare. Magari, per la fine del mondo, sceglieremo un’altra colonna sonora.

Leggi il primo articolo su Il tempo è un bastardo qui!

Titolo: Il tempo è un bastardo
Autore: Jennifer Egan
Editore: EMinimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2011, 18,00 €, 391 pp.

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"La nostalgia era la fine, lo sapevano tutti"

Jennifer EganQuesto pensiero, espresso all’interno di un lungo rimuginare, appartiene a Bennie Salazar, discografico ex-indipendente, e co-protagonista de Il tempo è un bastardo (A Visit from the goon squad il titolo originale) di Jennifer Egan, uscito ormai qualche settima fa per Minimum fax nella traduzione di Matteo Colombo. Si trova a pagina 51 questo pensiero, nel secondo capitolo/racconto (intitolato La cura dell’oro), all’interno del lato A (ossia prima parte – vi state già perdendo vero? Tranquilli ne usciremo) di questo romanzo sui generis. All’inizio dunque, visto che complessivamente il volume consta di quasi quattrocento pagine.

Si localizza lì, questo pensiero, e raccoglie e sintetizza molto bene la sensazione che provo nel trovarmi a vivere in quest’epoca. Ma non parlo di tempi lunghi, di ventenni o decenni o quinquenni. No, parlo dell’assolutamente contingente, del qui e dell’ora (d’altronde sempre in un’altra battuta si dice  “cinque anni sono cinquecento anni” – e questa è la percezione). E cioè che adesso siamo mangiati vivi da questo, dalla nostalgia – cosa  che capita anche a Bennie, che non fa in tempo a pensarlo che già si rende conto di essere finito irrimediabilmente nelle sue brame. Ma non ne siamo vittima solo noi, che siamo sui trenta e ci ricordiamo quanto belli e spensierati fossero gli anni ’90 (col cazzo! Tra l’altro) o quanto figo fosse essere più giovani (ma giusto un po’), no, capita anche a quei ragazzi che non hanno ancora avuto modo di poterla effettivamente provare questa sensazione, perché il tempo gettatosi alle spalle è ancora troppo poco. E lo stanno a dimostrare la passione per il vintage, per le foto effettate dalle sfumature giallo-ocra, le reunion di band che non avrebbero dovuto parlarsi mai più, il ritorno del vinile (in alcuni casi della musicassetta), i vestiti che tanto si mettevano negli anni ’60 (ma anche nei ’70, negli ’80, nei ’90), la cura per i particolari e i dettagli, l’artigianato, insomma tutto, tutta l’industria culturale di una parte (sia ben chiaro non voglio e non posso assolutamente essere omnicomprensivo, non ne ho gli strumenti – tra l’altro la reductio ad unum che mi viene imposta dai vari social network mi permette di osservare i comportamenti miei e dei miei amici, cioè dei miei simili, di coloro che voglio seguire. E quindi di una piccola, piccolissima parte del consorzio umano, una nicchia insomma, quella della cosiddetta controcultura. O meglio una delle controculture. Ma mi sto perdendo e necessito di tornare sui miei passi, non me ne vogliate) tutta l’industria culturale di una parte, dicevo, delle generazioni che si trovano a vivere questo tempo sembra invasa da questo sentimento vintage. Viviamo in una cover, l’idea è questa, giusta o sbagliata non sta a me giudicarlo. E quel pensiero di Bennie Salazar, la nostalgia era la fine, lo sapevano tutti, immediatamente, quando l’ho letto mi ha riportato alla mente come un’onda travolgente tutto il “ragionamento” che vi ho appena sparato, con la conseguente intima convinzione che Il tempo è un bastardo sia qualcosa di importante.

Per come la vedo io credo che la narrativa americana attraversi un periodo di stanca: si avvoltola negli esempi dei grandi narcisi, come li chiamava Wallace, e cioè Roth, Updike e Mailer; nel fortunato filone della narrativa postmoderna arrivata quasi, ormai, alla canna del gas; e, chiaramente, nel genere dove gli americani sono ancora oggi gli indiscussi maestri nonostante gli svedesi. Ma questo, volendo, è un ragionamento che si può ampliare a gran parte dei fenomeni culturali contemporanei occidentali. Ma non ampliamolo, per carità.

Il libro della Egan, fresca vincitrice – a merito – del premio Pulitzer, è invece una ventata d’aria fresca, qualcosa d’altro, di diverso. In primis la struttura: non si tratta di un normale romanzo in cui i protagonisti sono gli stessi dall’inizio alla fine, né dove i capitoli si susseguono regolari con un andamento lineare, no. Questo è un romanzo formato da racconti, particelle perfettamente indipendenti tra di loro, eppure tutte indissolubilmente legate da link che sta al lettore trovare. Non vi è nulla di troppo complicato in questo, state tranquilli, anzi vi ravviverà la lettura in una continua sfida di rimandi. Anche la linea temporale è sballata, non si va da un inizio a una fine, ma si salta da un momento all’altro nelle vite dei vari personaggi (passato, presente e futuro compreso). E se la facciata impone come protagonisti Bennie Salazar, prima musicista punk e poi discografico, e la sua assistente Sasha (e, di conseguenza, le storie della loro vita), il vero protagonista di questo romanzo è però il tempo, come da titolo (italiano). Montando una serie di storie slegate da un continuum la Egan ci mostra diversi episodi della vita dei due protagonisti (o di persone a loro vicine, che parlano di loro e con loro) in momenti diversi della loro formazione. Le conclusioni a cui si giunge sono molteplici: innanzitutto viene meno il fluire, ciò che lega e diluisce le esperienze umane: gli episodi sono netti, quelli e basta, hanno un inizio e una fine, hanno quei ben precisi attori e non altri. E questo evidenzia quanto e in che profondità un individuo possa cambiare nel corso del tempo: certi particolari rimangono ma le trasformazioni possono essere radicali. E così stentiamo a riconoscere la Sasha di Oggetti ritrovati, in quella dello splendido racconto ambientato a Napoli Addio Amore Mio, o ancora nella Sasha vista attraverso i power point del racconto Le grandi pause del rock. E lo stesso vale per Bennie e per tutti i personaggi che compaiono più di una volta in questi racconti. Ad ognuno di essi, dei racconti, è affidato un narratore diverso, mai lo stesso e questo accentua ancora di più le differenze degli stessi personaggi non solo presi in momenti diversi ma visti anche da occhi diversi.

E mano a mano che si va avanti il romanzo si configura come un puzzle avvincente per il lettore, sia per i già citati giochi di rimandi, sia per la costruzione che piano piano ci si fa dei diversi individui con cui avremo a che fare – un gioco che potenzialmente sarebbe potuto andare avanti all’infinito.

Ma non solo, con questa tecnica, che sembra più figlia delle serie tv che della letteratura tout court, la Egan riesce in parte nell’impresa di storicizzare il contemporaneo, massima ambizione dello scrittore di oggi, dispiegandocelo sotto gli occhi come un tempo segmentato, spezzettato, dettato dai ritmi degli strumenti tecnologici e dei social network, ma allo stesso tempo pronto a rielaborare tutto ciò che sembrava genuino, autentico e originale facendolo suo, sia nel bene che nel male, nella ricerca dell’autentica ispirazione.

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La bravura tecnica dunque e il virtuosismo scrittorio (il fatto che ogni racconto abbia uno stile a sé non è affatto da sottovalutare). Ma non solo, perché la grande capacità della Egan sta nel rendere questo impianto, così pensato, estremamente emozionale. I personaggi che la scrittrice mette sulla pagina (e le loro evoluzioni nel tempo) sono assolutamente empatici e, come si suol dire, veri. Soffriamo con Sasha, capiamo la frustrazione di Jules Jones e la disperazione di Rob; captiamo l’entusiasmo di Bennie quando suonava nei Flaming Dildos e la sua disillusione riguardo la musica una volta entrato nel business; sentiamo l’affetto che Dolly prova per la figlioletta e il disagio di Sasha per il suo problema con, ehm, i portafogli; ma soprattutto proviamo il loro medesimo languore di fronte al tempo che passa.

Con tutto questo non voglio dire che il libro della Egan sia un capolavoro, è troppo presto per dirlo, ma sicuramente ci troviamo di fronte a un’opera importante e intelligente, qualcosa con cui fare i conti. Il resto poi sarà il tempo, che è un bastardo, a deciderlo.

Leggi il secondo articolo su Il tempo è un bastardo qui!

Titolo: Il tempo è un bastardo
Autore: Jennifer Egan
Editore: EMinimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2011, 18,00 €, 391 pp.

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