Identità: cercala, trovala e poi disfatene secondo la ricetta di Nietzsche e Pirandello

maschere pompeiPer trovarsi occorre saper morire. “L’identità è un’esperienza di morte, un’esperienza melanconica, di perdita, di lutto. Non è mai trionfante”. L’identità cercata, quella mancata, mancante se non impossibile, l’identità conquistata a fatica sapendo di doverla perdere; la parabola della vita come incessante ricerca di equilibrio tra affermazione e negazione, essere e non essere: temi affrontati da Lucio Russo, psicoanalista ordinario della Società psicoanalitica italiana, al convegno di psichiatria e psicoanalisi su Le maschere dell’identità, dissociazione e isteria organizzato tempo fa a Roma dall’associazione culturale Dialogos. Di identità negate, soppresse, trucidate, è tramata la storia: si pensi al mare nostro, il Mediterraneo, purtroppo al centro di cronache orrende, sempre più cimitero di identità. Le tante tragedie qui consumate sono tragedie di identità , oltre che “di corpi senza nome, persone venute nella nostra terra per cercare accoglienza, riconoscimento, invece negati”, secondo lo psichiatra Pietro Bria che ha introdotto la relazione. Un abisso separa queste catastrofi collettive dal comune senso, non del pudore né dell’individualità che sarebbe già un traguardo, ma dell’individualismo; senso calato in realtà comunque privilegiate, che porta a una difesa a oltranza spesso di un simulacro vuoto esibito e spacciato per essere. “L’ipseità è il più grande inganno come difesa maniacale, onnipotente. Io sono l’altro? Certo per rompere lo schema narcisistico”, dice Russo.

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Il cuore dell’identità sta proprio nell’esperienza della morte, “della perdita dell’oggetto narcisistico di base”. E il sentimento dell’identità si fonda necessariamente “da una parte sull’assenza originaria da cui veniamo, dall’altra sulla maschera. Tutto il campo sociale è un ballo in maschera”. Grande teorico della maschera è stato il filosofo Friedrich Nietzsche. Si ricordi un suo celebre passo: “Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l’immagine e l’allegoria perfino dell’odio. (…) Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà”.

NietzschejpgIn Ecce Homo l’invito del filosofo è a diventare ciò che si è. “Indicazione da tenere presente come analisti al lavoro, diventare ciò che si è e non ciò che si sarà: il livello di collegamento necessario e continuo  è tra il divenire la maschera necessaria e l’essere che siamo e saremo”. Il ‘sé di base’ in prossimità del vuoto e della morte, molto più dell’io, ce lo portiamo dentro: “non c’è crescita che tenga a farci superare la mancanza da cui proveniamo”. La maschera è indispensabile purché si mantenga vitale “non perda il contatto con l’essere per la morte, la caducità da cui proveniamo e verso cui andiamo”. Anche l’esperienza del doppio diventa una grande maschera che il soggetto usa per vivere: “Freud, Rank, Bion, con il gemello immaginario hanno inteso in comune che il doppio nasca come meccanismo di difesa del riconoscimento dello straniero, il perturbante, quando l’io transita tra il narcisismo e il riconoscimento dell’altro da sé”. Secondo la psicoanalista Marion Milner citata da Russo la maschera compie una danza simile a quella del delfino che si tuffa nelle profondità del mare per poi riaffiorare in superficie. Il che sta a dire che le maschere non sono criminali “se mantengono un collegamento profondo con l’Essere, con la nostra autenticità, il sé autentico che è in prossimità della morte, sa morire, sa cosa è la morte propria e dell’altro”. L’essere  è tale in virtù della propria mancanza originaria; trionfa quando si emancipa da tutti i legami e da tutte le maschere usate, sia pure in nome di Eros. Che razza di essere è mai questo? “Chi riesce a vedere il Sé autentico e a far cadere tutte le maschere è il morente. Morire è esperienza drammatica ma salvifica quando si è attrezzati a vedere tutte le maschere”.

C’è una straordinaria novella di Luigipirandello 3 Pirandello citata da Russo a conclusione della sua abile e concentrata rassegna fatta a braccio, si intitola Una giornata e fu scritta nel 1935 in prossimità della morte dello scrittore siciliano. Tra l’altro in piena sintonia con quanto fin qui esposto sono le ultime volontà di Pirandello che i figli scoprirono manifestate su un foglietto di carta spiegazzato: “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cinerari portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui”.

Una giornata è la metafora della vita: il protagonista che coincide con l’autore, “strappato dal sonno” si scopre “espulso” da un treno e sentendosi come un bambino, racconta la caduta di tutte le maschere e la riconduzione di sé allo stato di corpo e viso nudi. La vita trascorre sotto i suoi occhi come fosse sogno, l’Eros in forma di donna bellissima lo abbandona, già i figli nati appena ieri hanno i capelli bianchi. Espulso da un treno si ritrova in una stanza dove l’essere è ricongiunto a sé, il vecchio al bambino. “Se noi come soggetti in identità riusciamo a mantenere il contatto con le maschere siamo nell’autenticità che prende il posto del vuoto al centro, se no siamo nel simulacro di identità. Pirandello ha felicemente sintetizzato la maschera nuda”. Fino alla sua esplosione di senso nell’oltrepassare ogni genere e categoria dei viventi: “…perché muoio ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, a in ogni cosa fuori”.

esperienze russoLucio Russo, psicoanalista con funzioni didattiche della Società Psicoanalitica Italiana, vive e lavora a Roma.

È autore, oltre che di diversi articoli e saggi, dei libri Nietzsche, Freud e il paradosso della rappresentazione (Roma, 1986), L’indifferenza dell’anima (Borla, Roma, 20022), Le illusioni del pensiero (Borla, Roma, 20062) e I destini delle identità (Borla, Roma, 2009).

Per le Edizioni Borla ha inoltre curato il volume Del genere sessuale (Roma, 1988, con M. Vigneri) e l’edizione italiana de La scorza e il nocciolo, di N. Abraham e M. Torok (Roma, 1993).  Sempre per Borla ha pubblicato il più recente lavoro (2013)  Esperienze – Corpo, visione, parola nel lavoro psicoanalitico.

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Occhio a tenere l'orecchio fisso sull'inconscio: solo così il setting 'funziona'

inconscio2“I chirurghi stiano molto attenti quando prendono il coltello! Sotto le loro abili incisioni si agita l’Imputato – la Vita!”. Parafrasando Emily Dickinson, si potrebbero invitare psicoterapeuti di ogni genere e grado a stare molto attenti a scavare nell’intimità dei pazienti: è cosa anche più rischiosa di un’incisione chirurgica. È quanto suggeriscono nel libro Prendersi cura, sul senso dell’esperienza psicoanalitica (Franco Angeli, 2013, € 27,00)  intriso di poesia e arte in quanto trascrizioni profonde e immediate dell’inconscio al servizio della conoscenza dell’altro e di sé, Pia De Silvestris (psicoanalista) e Adamo Vergine (psicoanalista Spi), compagni di vita e di professione. Di recente è stato presentato a Roma presso la Sipsia (Società italiana di psicoterapia psicoanalitica dell’infanzia, dell’adolescenza e della coppia di cui Pia De Silvestris è stata anche presidente). “Il libro – ha detto la psicoanalista Lucia Celotto  segretario scientifico Sipsia e responsabile sezione libri – testimonia il senso profondo dell’esperienza analitica, come gli autori si raccontino da analisti, il loro prendersi cura del paziente, la loro piena maturità umana e professionale. Oltre la consapevolezza della complessità del processo analitico emerge anche l’umanità e lo spirito di cura. Nel leggere il lavoro si vede quanto la passione del conoscere permei la loro vita e si esprima nell’autenticità della ricerca”.

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Evoluzionismo, antropologia, neuroscienze, interpellati dagli autori in un’ottica aperta e dialogante, non costringono la psicoanalisi al palo del riduzionismo. Si legge infatti nella premessa del volume: “Ci sembra che, dopo tanti dibattiti e tentativi di aggiustamenti per rendere la psicoanalisi conforme alla scienza, possa essere utile invece tentare la strada inversa: rompere con la tradizione illuministica che considera l’oggettività come un dovere ineluttabile del pensare razionale e della verità. L’oggetto individuato come tale è un’entità discreta isolata da tutto il resto, ma questa oggettività scientifica è astratta, perché nella vita invece soggetto e oggetto sono intimamente legati e anche confusi nella cooperazione a far funzionare la vita. Infatti la mente è un’entità che si può individuare soltanto nei suoi aspetti biologici, mentre nei suoi aspetti psicologici e di pensiero si può appena intuire soltanto quando si riesce a ricomporla in una sua probabile complessità, dove soggetto e oggetto non sono mai completamente separati, se persino dopo la morte di uno dei due si vive la mancanza come una presenza incessante”.

freud-collage-011-400 Non c’è allora una procedura di cui farsi strenui araldi, ma solo vale il suggerimento di stare in ascolto dell’inconscio: “Questo libro fatto con Pia con cui condivido la vita e il grande amore per la psicoanalisi – ha detto Adamo Vergine –  vuole mostrare quanto siano assurde le competizioni teoriche rispetto alla sofferenza umana che si vuole alleviare. Non abbiamo da proporre una tecnica che possa dimostrare che quel che ognuno di noi ha provato sia valido e magari un paziente con un altro terapeuta farebbe un percorso differente, ma nessuno può arrogarsi una ragione, sono solo gerarchie di pensiero”. Al bando dunque schemi e velleità assolutistiche: “Come facciamo a dire cosa guarisca una persona? Come dovrebbe essere, come vorrebbe essere, come è? Il paziente deve andare dove vuole e dove può. Non deve essere come vuole o, peggio, come vorremmo noi”. Al bando anche una certa vecchia impostazione della psicoanalisi “che deriva un po’ dalla medicina” e che soffrendo di complessi di non scientificità ha pretese di mostrarsi oggettiva “Bion mi ha commosso – ha testimoniato Vergine – perché aveva già teorizzato che ognuno debba pensare per conto proprio e che nella prassi ‘la peggior disgrazia è la risposta’, mentre qui si fanno ancora competizioni teoriche”.

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Non esiste iter prestabilito, dunque, eccetto “farsi suggerire dall’inconscio se ci crediamo. Freud l’unica cosa che chiedeva agli inizi della formazione era che venisse riconosciuto l’inconscio”. Il grande spauracchio perché “è la sorgente di tutte le pulsioni desideri e contraddizioni. Kandel, il neuro scienziato ha dedicato un libro a Freud per dire che l’80% della nostra mente è inconscio”. L’esperienza psicoanalitica è processo di massima condivisione nel suo progredire, non soltanto tra le persone che ne fanno esperienza, ma anche all’interno della stessa mente del terapeuta tra aspetti coscienti o teorici e aspetti profondi emotivi o irrazionali, con i quali si cerca di convivere sempre meglio: così è nel sentire di Pia De Silvestris e nel vivere la psicoanalisi.

ulisse“Molto spesso vediamo venire in analisi – ha raccontato Pia De Silvestris – persone che hanno un’umanità nascosta e poco per volta si rivela e quando viene fuori è straordinario: come strappare la terra al mare, secondo l’espressione di Freud. Poter riportare alla vita i pazienti è una delle cose più belle che possiamo fare”. E in questo svelarsi emergono anche le molteplici corde interiori del terapeuta, il guaritore che a sua volta accoglie la propria ‘guarigione’: “Se riconosciamo di fare un’analisi riconosciamo una parte del nostro sé nel paziente. Anche noi abbiamo parti confuse, aggressive, distruttive. Si tessono le potenzialità inconsce di tutte e due le identità che anche dopo molto tempo si scoprono. L’importante è che l’analista faccia continuamente autoanalisi. Non mi hanno certo aiutata le tecniche, le teorie. Bisogna soprattutto essere totalmente sinceri con se stessi”. E allora  il processo di riappropriazione dello spazio sacro del sé riguarda entrambi i componenti della relazione analitica: “l’umanità nascosta ci può essere anche nel terapeuta – ha ricordato Vergine – Dietro il concetto di neutralità e astinenza per 100 anni costui ha nascosto la sua vita”. È tempo di svoltare, che si chiami tale svolta con terminologia anglofona self-disclosure o arte di giocare a carte scoperte, l’importante è che il terapeuta secondo Adamo e Pia porti nel setting disponibilità ad auto svelarsi e a esplicitare il proprio punto di vista. Resta sempre valida tra le tante, la celebre indicazione di Freud: quella della psicoanalisi è  “una professione di curatori laici di anime, i quali non hanno bisogno di essere medici, e non dovrebbero essere sacerdoti”.

prendersi-cura-sul-senso-dellesperienza-psicoanaliticaTitolo: Prendersi cura. Sul senso dell’esperienza psicoanalitica
Autori: Adamo Vergine, Pia De Silvestris
Editore: Franco Angeli (Collana: Le vie della psicoanalisi)
Dati: 2013, 208 pp, € 27,00

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Immagino dunque sono: la psiconalisi torna alle sue origini

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Altro che penso dunque sono. Il fondale di ogni vivente è l’adagio immagino dunque sono e nell’immaginare la vita si auto genera, esala il suo mistero, sparge meraviglia. Cartesio non si dolga né si accartocci, ma c’è un’altra ontologia che ronza nell’aria dal principio della creazione; c’è una modalità che plasma la storia umana dal suo esordio, nonché la biografia di ogni individuo, dalla nascita alla morte. È l’esistere come attività immaginativa. Immaginiamo così come respiriamo e consolidiamo l’identità nel trasformare un’attitudine neurobiologica in processo interiore incessante; inconscia risorsa che può essere atto ripartivo e terapeutico; comunicazione extralogica; manifestazione del divino. “Ogni conoscenza penetra in noi attraverso i sensi, essi sono i nostri padroni. (…) Sono il principio e la fine della conoscenza umana”: già Michel de Montaigne nel sottolineare che non ne sapremmo più di una  pietra se non avessimo i sensi, aveva indicato l’alternativa a quella modalità logico-discorsiva di stare al mondo tanto bene costruita dalla cultura occidentale. I sensi sono canali di accesso al mondo, ai suoi oggetti che ci guardano.

Un tema infinito affrontato nel volume Per un sapere dei sensi: opera composita e complessa, ricchissima di spunti e risonanze, compilata da 31 voci, senza precedenti, fornisce una teoria delle immagini in psicoanalisi e non solo. Il volume (edito da Alpes, settembre 2012, fa parte della collana I territori della Psiche diretta da Doriano Fasoli, 35,00€) è stato presentato presso lo Spazio psicoanalitico di Roma dai curatori Domenico Chianese e Andreina Fontana, entrambi psicoanalisti della Società Psicoanalitica italiana (Chianese ne è stato anche presidente), già autori del saggio Immaginando (Angeli, 2010) di prossima pubblicazione in francese. Immaginando analizzava il rapporto di Freud con le immagini; quest’opera rappresenta il seguito attraverso i contributi di psicoanalisti di vario indirizzo, anche junghiani, artisti e filosofi  nelle tre sezioni che la compongono (Le immagini e la cura; Segni, forme, immagini; Immagini e conoscenza). Stasera (mercoledì 5 giugno, dalle ore 21 e 15) sarà al centro di un incontro presso la Società psicoanalitica di Roma.

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Obiettivo dello studio corale è “rimeditare sul ruolo che le immagini hanno nella cura, nell’arte, nella costruzione della conoscenza”, nella vita emotiva di ognuno. In ambito psicoanalitico, poi, se è vero che le immagini hanno fatto nascere la psicoanalisi perché l’intuizione d’origine freudiana è scaturita dai sogni, la parola ha preso il sopravvento e ha marginalizzato l’espressione e la comunicazione non linguistiche. Gli autori si pongono certo sulla scia della tradizione occidentale e del grande padre psicoanalitico, basti pensare che il modello della prima topica di Freud è l’inconscio come serbatoio di immagini rimosse; al tempo stesso superano senza rivalsa tutto questo in cerca di nuovi riscontri, dell’aggiornamento e dell’integrazione dei saperi. Non si tratta di avviare una competizione tra immagini e parole quanto di riconsiderare le immagini, alla luce di cent’anni e passa di psicoanalisi, quali canali che danno accesso a zone psichiche altrimenti non rappresentate né rappresentabili. Andreina Fontana ha ricordato che esiste una precisa tradizione filosofica occidentale da Kant a Wittingestein che fa dell’immaginazione la condizione preliminare del conoscere. Per Wittngestein ad esempio l’estetico non appartiene all’ordine del dicibile. Freud, sia per gli sviluppi delle sue intuizioni che per via della diffidenza della cultura ebraica verso le immagini, le scalza dalla stanza della terapia a favore della parola. “Allora inizia ad ascoltare e non più a guardare, ma non riesce mai a consolarsi della perdita dello sguardo e si contorna di collezioni di statuine di cui aveva pieno lo studio”, ha ricordato Fontana. Un percorso che parte da Freud, ma va oltre Freud. “Bion ha dato dignità scientifica  al concetto di trasformazione in psicoanalisi e accessibilità psichica alla rappresentazione. Al sentire per immagini, senza parole, alla reverie che è un pensare per immagine, una serie di condiscendenze figurali e non linguistiche come sono le libere associazioni”. “Certo – ha evidenziato Fontana – non crediamo a un’immacolata percezione perché ogni cultura ordina simbolicamente il mondo ed esistono vincoli linguistico-culturali, ma in ogni sensazione c’è qualcosa di irriducibile alla lingua e in questo risiede la libertà del sistema psichico”. La strada battuta dalla psicoanalisi è stata dalla percezione alla rappresentazione, non viceversa, e allora ci si chiede: a che tipo di pensiero ci fanno approdare le immagini? E se la cura analitica fosse un movimento di liberazione dell’immagine dal corpo e dai condizionamenti culturali? Paul Klee chiarì che “l’arte non riproduce ciò che è invisibile ma lo rende visibile”: lo sanno bene gli psicoanalisti dell’infanzia che si affidano al disegno.

“L’estetica non è una dimensione accessoria dell’uomo, bensì fondante”, questo il fulcro della questione secondo Domenico Chianese che ha mostrato come il senso estetico esista in natura, nei comportamenti degli animali, nell’affacciarsi alla vita del bambino e forme di proto sensibilità estetica si sono manifestate nella storia umana molto prima degli affreschi della grotta di Lascaux. Quando poi la psicoanalisi si aggancia alle neuroscienze emergono conferme di grande rilevanza: “Nella parte più arcaica del cervello, anche degli animali, si trova la dimensione estetica che è quindi antichissima ed è la risposta evolutiva all’essere in perenne ritardo dell’uomo. Per il neuro scienziato Antonio Damasio – ha evidenziato Chianese – dopo le sinapsi la prima cosa che esiste nella mente è l’immagine. Noi pensiamo per immagini”. Il punto non è farsi partigiani di una (eventuale) disputa tra parole e immagini bensì dare all’estetica la rilevanza che le spetta, tanto più oggi che come si legge nella premessa, “nonostante la nostra venga definita una ‘civiltà delle immagini’ in realtà viviamo in un’epoca iconoclasta che le immagini continua a ucciderle o sopprimendole o producendo cliché”. Ragion per cui “l’estetica non è un orpello fine a se stesso, ma una componente biologica fondamentale nella natura umana: nella parte più basica, più animale del cervello che abbiamo si trova il senso estetico”.

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L’estetica va distinta dall’arte: è una funzione che anticipa il linguaggio e la conoscenza; funzione di cui si sono trovate tracce quando l’uomo, poco più che una scimmia, due milioni di anni prima di Lascaux, si mise a raffigurare se stesso. “Cosa c’è di più commovente: l’uomo nasce attraverso le rappresentazioni visive, i disegni. Come uomini abbiamo bisogno di immagini. Sogniamo perché ne va della nostra sopravvivenza”. Il bambino prima dei nove mesi ha un dialogo di sguardi con la mamma, il primo oggetto estetico della sua vita, e si incanta. Thomas Ogden, una delle figure più in vista della psicoanalisi contemporanea, “ci ha detto che il linguaggio psicoanalitico esige che paziente e terapeuta esprimano un linguaggio simbolico, basato su immagini”. Non si dà divenire del mondo senza percezione dei sensi. A volte lo sguardo è oscurato dal velo o dai veli. Come accade agli Amanti di Magritte che non riescono a  guardarsi e scoprirsi per ciò che sono davvero, implicati in un interessantissimo caso clinico raccontato da Chianese. Si vada, allora, noi tutti alla riconquista filosofica e psicoanalitica dell’immagine.”Con quanta interezza vivo nella mia immaginazione; come dipendo assolutamente da zampilli di pensiero che mi vengono mentre cammino, mentre mi siedo; cose che roteano nella mia mente, componendovi un incessante corteo, che dovrebbe essere la mia felicità”, scriveva Virginia Woolf nel suo diario. Che ognuno si riappropri del proprio mondo immaginale e lo eriga a monumento. Anche andando a scuola da poeti e pittori, che vivono sempre su questo piano di realtà. La ‘profezia’ di Adrian Stokes, pittore, esteta e poeta inglese sa di invito a rigenerarsi con le risorse interne di cui si è dotati: “un giorno gli uomini impareranno a considerare la salute mentale come una conquista estetica”.

per un sapere dei sensiTitolo: Per un sapere dei sensi. Immagini ed estetica psicoanalitica (con DVD)
Curato da: Chianese D., Fontana A.
Editore: Alpes Italia
Collana: Territori della psiche, Data di Pubblicazione: Ottobre 2012, Pagine: VIII-382, Prezzo: 35,00 €

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Parola di neuroscienziato affettivo: il 'mouse ridens' ci guarirà

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Attenzione a irridere, o peggio ancora, misconoscere il mouse ridens. Guardatevi stolti umani dall’ignorare o sottovalutare la risata dei topi: non quelli da computer. Tale risata può darci la misura del nostro livello di soddisfazione o, viceversa, del nostro scontento, non già come acquirenti di merci in orrendi centri commerciali, ma come esseri impegnati a esistere. Nuoce gravemente alla salute non conoscere le emozioni, patrimonio in dotazione da tempi remotissimi agli animali che noi tutti siamo; che non è detto che il nostro cervello superiore, emerso solo di recente dal caos informe, le sappia discriminare ma soprattutto educare in vista del benessere individuale e collettivo in una società sempre più affranta, maniacale, turbata e disturbata. Indicazioni e articolati avvisi ai naviganti dati con piglio ironico e taglio comunicativo asciutto e pragmatico dal professor Jaak Panksepp, neuro scienziato sì ma, si badi bene, di stampo e credo ‘affettivo’; estone di nascita, naturalizzato americano, globetrotter per una crociata tutta ‘emotiva’.  Nel corso di una brillante serata che si è svolta alla Società psicoanalitica di Roma, Panksepp ha intrattenuto una platea di specialisti e terapeuti dell’anima sul tema  A proposito di emozioni e affetti. Regolazione e disregolazione dei sistemi emozionali nei processi di cura nell’ambito degli appuntamenti che la Spi dedica a I disagi della contemporaneità – Nuove patologie e variazioni nella cura. Lo scienziato, 70 anni, arguzia e barba darwiniane come i suoi presupposti evoluzionistici, è ideatore dell’affective neuro science, la neuroscienza affettiva, disciplina che studia le basi neurobiologiche delle emozioni, ovvero dove stanno di casa nel cervello le nostre emozioni. Il suo maggior contributo, infatti, sta nell’aver individuato nella zona sottocorticale (la parte più antica) la coscienza, il sé, che  lui chiama anche anima biologica, e nell’aver identificato attraverso la ricerca condotta prima sugli animali poi sugli uomini i sette principali sistemi neuronali insomma l’indirizzo nel cervello delle sette emozioni di base, comuni a tutti gli animali superiori (dai rettili ai mammiferi agli esseri umani). Di questo e altro si trova resoconto esatto nei suoi studi più noti, Affective Neuroscience e The Archeology of Mind, (2012) ancora non tradotti né pubblicati in italiano. Nel 2000 a Londra, la patria adottiva di Freud, l’estone ‘evoluzionista’ ha fondato con lo psicoanalista Mark Solms la società internazionale di neuro psicoanalisi per promuovere un ponte tra neuroscienze e psicoanalisi. “Psicoanalisi e neuroscienze si possono incontrare? – si è chiesto Andrea Baldassarro, segretario scientifico del Cpr nell’introdurre i lavori – Certo è di grande interesse che ciascuna ascolti l’altra. Freud è stato molto oscillante: a volte sosteneva che la psicoanalisi sarebbe scomparsa assorbita dalle scienze biologiche; altre che è una scienza inassimilabile. La questione resta aperta”. “Come psicoanalisti – ha poi aggiunto Rosa Spagnolo nel fare gli onori di casa – non abbiamo il linguaggio della neuropsicobiologia, della neurobiologia, della neuroanatomia. Ma abbiamo dalla nostra parte più di un secolo di psicoanalisi che ci ha abituati ad ascoltare”. Infine Tiziana Bastianini: “Siamo interessati a comprendere le vicissitudini degli affetti in vista della nostra azione terapeutica”.

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Per queste e altre ragioni la faccenda del mouse ridens, che non è la scontata iena ridens, è tremendamente seria. “Abbiamo scoperto in laboratorio – ha raccontato Panksepp che ama ricordare la sua origine estone che lo accomuna  a Emil Krapelin, il padre della biologia psichiatrica – che i topi hanno un suono evoluzionisticamente simile al nostro ridere. Aver preso sul serio le emozioni degli animali è stato il primo passo per prendere sul serio le emozioni. Perché è importante prendere sul serio il riso dei topi? È la misura della felicità nel mondo. La depressione è una delle malattie psichiatriche più gravi. La felicità è un processo sia fisiologico che neurologico e non lo capiamo studiando gli esseri umani. Studiando gli animali invece possiamo capire il nostro modo di essere felici. Abbiamo studiato i meccanismi cerebrali  del riso dei topi alla ricerca di nuove molecole per trattare la depressione”.  A Panksepp non mancano certo doti da divulgatore anche per mettere alla berlina colleghi di stampo cognitivista, insomma chi nella comunità scientifica remerebbe contro assumendo un’ottica riduzionistica: “I miei colleghi mi dicono che gli animali sono macchine che non hanno né coscienza né sentimenti. Abbiamo imparato molto di più sul nostro corpo studiando gli animali e sapevo che avremmo imparato molto di più sulle emozioni studiando il cervello degli animali”. Le sette emozioni fondamentali (la ricerca, la rabbia, la paura, la sessualità, l’accudimento più spiccato nella femmina che nel maschio, la tristezza, il gioco) sono si è detto sottocorticali: ognuna ha la sua ‘storia’, il suo equilibrio nell’equilibrio del sistema olisticamente. Basta un niente per spegnere una risata, nei topi e negli animali che Panksepp ama, come in noi. In condizioni psicopatologiche occorre riconoscere quali emozioni sono iper o ipoattivate e come ripristinare l’armonia. È la zona sottocorticale che determina i processi primari e avvia la coscienza di sé; non quella neocorticale come si era creduto. Dai circuiti dei mammiferi più primitivi certo si arriva alla complessità dell’essere umano, ma le emozioni di fondo restano le stesse. Condividiamo con gli altri mammiferi gli stessi ormoni-neurotrasmettitori e le stesse emozioni.  “Perché dovremmo credere d’essere speciali – ha commentato divertito Panksepp – quando le prove dicono il contrario? Siamo animali molto speciali, ma anche gli altri animali lo sono. Certo noi abbiamo imparato a parlare e a creare distinzioni tra le cose e ricordare finché non si diventa completamente confusi e allora si deve andare dallo psicoanalista”, ha scherzato soffermandosi sui paradossi della civiltà umana.

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Questo modello teorico cambia drasticamente le cose: è al sistema primario emotivo-istintivo fondamento dei ‘processi secondari’ che regolano i meccanismi dell’apprendimento e della memoria, e poi si interfacciano con i ‘processi terziari’ delle funzioni cognitive-riflessive superiori che i terapeuti devono guardare per aiutare i pazienti.  “Il processo primario è enorme. Quando il bambino nasce ha solo il processo primario delle emozioni dove si trova di sicuro l’inconscio”. L’aver rintracciato l’indirizzo delle emozioni fa sì che tante divisioni o contrapposizioni tra scuole psicoterapeutiche vengano a cadere e che i terapeuti di vari indirizzi, dai cognitivisti, alla psicologia dinamica, alla neuropsicanalisi, alle scuole reichiane, alla gestalt e alle scuole di body oriented psychotherapy, debbano guardare alla neurofisiologia delle emozioni, dal basso, dal livello di coscienza emotivo, dal suo modo di funzionare e alterararsi. “La scienza cognitiva – ha chiarito l’estone – è buona per la parte superiore del cervello. La psicoanalisi ha fatto un’ottima analisi da su in giù, ma non sappiamo come combinerà questi nuovi riscontri ed è questo ora l’obiettivo principale della neuro psicoanalisi”. Non solo: comprendere il funzionamento dei setti sistemi emotivi può determinare svolte oltre che nelle psicoterapie, nell’educazione e nella crescita personale; porre basi neuroscientifiche di una nuova psicologia e medicina.

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Nella prima metà del XX secolo, avevamo “la mente senza il cervello” – ha spiegato Panksepp – Freud da neuro scienziato sarebbe entusiasta di cogliere i dati che abbiamo a disposizione oggi. Il fondo della mente ha una disposizione affettiva, non ha idee che hanno bisogno della neocorteccia. Freud ci ha dato la descrizione delle funzioni di questo apparato mentale, certo alcune idee erano sbagliate. L’apparato mentale deve essere compreso prima da giù in su, poi dall’alto verso il basso. La mente va compresa tramite le ricerche sul cervello”. Nella seconda metà del XX secolo abbiamo avuto invece “il cervello con poca mente”, da Kraepelin con le sue mappe neuronali fino al Dsm V. È tempo di arrivare a una sintesi, a un’integrazione, a un modello globale dell’uomo che non separi più le parti fisiche, emotive e psicologiche. Lasciate allora che i topi ridano. Che ne hanno di ragioni. Il problema non sono di certo loro ma il cervello ‘superiore’, evoluto,  che tutto si può dire meno che sia in armonia con la terra, con il corpo, con gli altri cervelli umani, che promuova la salute individuale e sociale, che riconosca l’anima biologica. Abbiamo poco da ridere, noi.

Le figure del vuoto: i nuovi sintomi di un mondo niente affatto zen

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Può darsi che a noi ingombranti genti d’Occidente abbia ‘compromesso’ la reputazione e il sentire Aristotele da che sentenziò che la natura rifiuta il vuoto ed è tutta e sola un traboccante spazio pieno. Per cui abbiamo pensato di cavarcela di generazione in generazione riempiendo e la borsa e la vita di materia, sempre più espansa, talvolta inutile e inerte, creata e  ricreata in varie forme fino al parossismo attuale. Altrove, il vuoto non è sinonimo di nulla né sottintende nichilismo ma è parte di un processo eterno, nell’eterno e dinamico stato germinale di tutte le cose. Le tradizioni orientali considerano infatti fondamentale il non essere, quale parte costitutiva di un movimento circolare: tutto ciò che esiste ha origine da ciò che non esiste e a quello ritorna. Invece da noi vuoto è sinonimo di morte, cessazione, mancanza, privazione, negazione. Perciò l’horror vacui ha fatto molta strada, tanta carriera; si è aggiornato assecondando gli sviluppi tecnoscientifici di un mondo ultrapiatto e ultrarapido, al punto che la clinica ha bei grattacapi nell’imbattersi in forme inedite di disagio psichico, in tutto o in parte ancora da decodificare. I pazienti non sono più quelli di una volta, giocano a stupire manifestando con nuovi sintomi che l’accelerazione è un trita carne e non svuota la psiche.

Le figure del vuoto i sintomi della contemporaneità: anoressie, bulimie, depressioni e dintorni, per l’appunto, s’intitola il libro realizzato dal Centro napoletano di psicoanalisi, che è la trascrizione di un convegno tenutosi per l’appunto a Napoli lo scorso novembre. Il libro in questione è stato presentato alcuni giorni fa presso la Società psicoanalitica di Roma. (La pubblicazione a cura di Luigi Rinaldi, e Maria Stanzione, è stata edita dalla casa editrice Borla, 25,00 €). Il cuore della questione è cercare di “teorizzare le forme contemporanee della sofferenza psichica” e rispondere alla domanda cruciale “se l’epoca determini forme diverse di sofferenza oppure no, e come si iscriva nel disagio”, ha detto nell’avviare la presentazione lo psicoanalista Andrea Baldassarro. “I disagi della contemporaneità, le tematiche delle ‘nuove’ sofferenze nel tessuto sociale sono difficilmente coglibili e anche trattabili”, ancora Baldassarro. Il libro si caratterizza per complessità ed eterogeneità dei contributi che fanno affiorare più attriti che convergenze: tra gli autori non solo psicoanalisti Spi, ma anche la celebre anglicista Nadia Fusini che porta testimonianza da regni letterari che devono essere considerati con attenzione se è vero che la letteratura è la forma estetica dell’inconscio; e il celebre psicoanalista ‘lacaniano’ Massimo Recalcati.  Emerge dal testo l’esperienza dell’analista che sta a contatto con il vuoto e si chiede come poter lavorare, come verbalizzare il non rappresentabile.

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“Perché questo libro? – si è interrogato il curatore Luigi Rinaldi, presidente del Cnp – È dovuto alla sensazione che effettivamente i sintomi della contemporaneità  sono diversi dai sintomi di altri tempi”. Allora la domanda è: “Sono diversi perché rappresentano una reazione specifica ai tempi o ci sembrano diversi perché sono diverse le nostre teorie, sono cambiate”? Per Rinaldi è indispensabile partire dall’intuizione freudiana che “la psicologia individuale è sempre anche psicologia sociale”, intuizione non  sviluppata dalla riflessione psicoanalitica. Una pecca visto che per Rinaldi il condizionamento sociale è alla base  della sofferenza mentale. Così le storie cliniche mettono in risalto come la latitanza dei genitori (‘i primi soci’) “determini agli albori della vita un attentato identitario, un vuoto originario nella costituzione dell’Io, causato dalla mancanza del rispecchiamento necessario per fornire significazione affettiva alle sensazioni e percezioni”. Il sentimento dell’essere messo in forse si traduce in mancanza, l’eccesso di mancanza in vuoto. “L’ideologia del consumismo globale – ha argomentato Rinaldi – malgrado la crisi resta e mira a creare pseudo mancanze trasformate in infiniti vuoti da colmare. Anoressie, bulimie, obesità, dipendenze, sono sintomi che sembrano derive dell’attuale accumulo, simboli di ciò che non si è avuto a livello affettivo, manifestazioni della rottura dell’intersoggettività”. Queste patologie del mondo occidentale in forma di ondate epidemiche “hanno il carattere della difesa patologica che protegge dall’ansia e determina isolamenti del nucleo del sé. Patologie che sono metafore sociali  di una mutazione antropologica determinata dal fatto che il discorso del capitalista prende il posto del dovere morale di Kant. C’è una spinta al godimento illimitato”. Gli imperativi del godimento sono: “godere qui e ora e in modo solitario, non al servizio del legame; vivere in un tempo ‘puntinista’ frazionato in monadi rinchiuse in se stesse, tempo appiattito sulla dimensione del presente che non contempla né il passato né il futuro”. Lo stesso presente è polverizzato in istanti eterni. Sono “veri e propri imperativi sociali che irrompono nel soggetto desogettivandolo e impediscono lo sviluppo dell’io ma si oppongono anche all’atemporalità dell’inconscio creando vuoti solo temporaneamente colmati”.

Le patologie attuali, dunque, sono accomunate dalla presenza del vuoto; un eccesso di vuoto che racconta ciò che non si è avuto a livello simbolico e affettivo e la sofferenza “diventa cassa di risonanza del malessere della società”.  “Il passaggio dal sociale al soggettivo è operazione mai semplice e mai trasparente – ha sottolineato lo psicoanalista Paolo Cruciani – Non è tanto importante ciò che facciamo quanto ciò che facciamo di ciò che è stato fatto di noi”. Entra in gioco il discorso della transgenerazionalità. “Ma fino a che punto si può risalire all’indietro? Le manifestazioni individuali del vuoto nascono dalle evoluzioni biologiche in base a ciò che una società mette a disposizione: modelli di consumo e regolazione degli affetti”. Il vuoto o il troppo pieno sono le risposte. Per Recalcati, che non era alla presentazione ma è tra le voci del libro, poiché la trasmissione del desiderio diventa sempre più difficile, il vuoto si iscrive nell’ambito di forme neomalinconiche emergenti. Compito della psicoanalisi è per Recalcati allora quello di rianimare il desiderio e la sua trasmissione. “Questa trasmissione è diventata un compito impossibile. La psicoanalisi è una sentinella che nel sociale ha il compito militante di insistere sulla necessità della trasmissione del desiderio. Da qui una serie di trasformazioni che investono anche la nostra pratica (…) perché il problema della neomelanconia, assurdamente secondo me, lo troviamo nelle nuove generazioni sempre di più, sempre di più nei giovani noi troviamo questa dimensione apatica, nirvanica, senza desiderio…”. Alfredo Lombardozzi ha evidenziato che l’apocalissi psicopatologica può diventare culturale cioè condivisa e riaprire il senso del futuro solo se si recupera la dimensione rituale, la messinscena del dolore, la condivisione. Invece le figure sociali del vuoto sono i corpi costruiti, ricostruiti, tatuati; figure del vuoto sono le reti chiuse che crea la rete; sono i confini generazionali saltati, la mancanza di riti o riti rovesciati a cui i figli iniziano i genitori.

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Il punto è che in questa realtà occorre imparare a camminare sul vuoto indotto senza venirne risucchiati. Per san Giovanni della Croce patrono di mistici e poeti fare il vuoto era precondizione per l’ascesi e  l’unione col divino. Per lo zen senza vuoto non si diviene. Celebre in tal senso la storiella zen dello studioso che va a trovare il saggio e gli chiede di istruirlo. Il maestro zen fa accomodare l’ospite e gli serve del the. Gli pone la tazza di fronte e inizia a versare la bevanda; la tazza si riempie, ma lui continua a versare. Finché, alle rimostranze dell’allievo replica: ”Anche tu sei come questa tazza: sei pieno. Se prima non ti svuoti, come posso io insegnarti qualcosa?”. Per la studiosa e critica letteraria Nadia Fusini, in maniera similare allo zen, il vuoto non c’è: “Dal nulla Dio crea tutto. Il nulla è necessario per la creazione, perché si dia questa tutto. La grande questione è che non c’è il vuoto, ci sono figure del vuoto”. Fusini ha ricordato che la poetica di Shakespeare in cui compare il nothing  si sviluppa quando in Europa si introduce il numero zero in aritmetica.

C’è il vuoto pieno della non cosa e il vuoto che l’analista fa liberandosi dei desideri; c’è il vuoto troppo pieno e l’impatto che ha sull’analista. Poi chissà se la patologia sia provocata da eccesso di vuoto o da carenza dello stesso. Il fatto è che il vuoto nichilista è una nostra ‘specialità’ culturale mentre la fisica parlandoci di vuoto quantico istruisce con modalità zen che esso è la condizione di possibilità di tutti gli eventi, di tutte le cose. Quindi in questo senso è il massimamente pieno. “Sono il vuoto, non sono diverso dal vuoto, né il vuoto è diverso da me; in realtà il vuoto sono io”, scrisse Jack Kerouac ne I vagabondi del Dharma. Tanto varrebbe considerare l’opzione anziché patologizzarla, tenerla a mente, purché non ci riduca ad avere la mente vuota a vuoto…

figure vuotoTitolo: Figure del vuoto. I sintomi della contemporaneità. Anoressia, bulimie, depressioni e dintorni
Curatore: Rinaldi L., Stanzione M.
Editore: Borla (collana Quad. centro napoletano di psicoanalisi)
Data di Pubblicazione: Gennaio 2012, pagine 192, prezzo 25,00 €

Sonno, sogno e psicoterapia: Freud in cantina. Sognatori lo siamo non per censura ma per talento naturale e immaginazione

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. William Shakespeare ha donato la sua scoperta  all’umanità senza tema di smentite scientifiche. Dopo eoni di oniromanzie, credibili come incredibili, sogni e doppi sogni per via letteraria, svelamenti onirici per via figurativa, pittorica e, da un secolo a questa parte, cinematografica, resta corposa la domanda: di che sostanza sono fatti questi sogni che ci abitano e che noi abitiamo? Plexiglass, seta, lana caprina, nuvole, cielo, terra, materia o antimateria? Che siano una miscellanea di tutto un po’? E in che rapporto sono con il sonno, rem, russato, in salute e in malattia? E quale posto hanno nel XXI secolo i sogni in psicoanalisi visto che di essa furono i supremi istigatori, ora che i saperi si accrescono, si accumulano, si intersecano, spesso collidono e una rondine (freudiana) non fa più primavera?  Sonno, sogno e psicoterapia è il titolo del densissimo convegno organizzato  a Roma dalla Scuola medica ospedaliera con l’Istituto romano di psicoterapia psicodinamica integrata diretto dallo psichiatra e psicoterapeuta psicoanalitico Giuseppe Lago e dalla rivista Mente e cura il cui direttore scientifico è Giuseppe Tropeano che nel dibattito ha fatto da moderatore.

“Il sogno è una delle attività della nostra psiche di cui non abbiamo piena consapevolezza. Ci sono varie letture: neurofisiologiche, elettrofisiologiche, psicodinamiche. Ognuno tira l’acqua al suo mulino ma nessuna chiave di lettura spiega tutto. Nessuno possiede tutta la verità sul cervello. Occorre avviare una lettura meno semplice, meno lockiana, nel senso dell’empirismo inglese per cui tutto è trasparente”. Così Il neuroscienziato Alberto Oliverio, tra i relatori della giornata: con l’ironia e la pacatezza che lo contraddistinguono, Oliverio ha invitato a superare dicotomie (per cominciare quella tra psicoanalisi e neuroscienze e viceversa), ammettendo i limiti del modello neurofisiologico che non spiega ad esempio i sogni ricorrenti, la modalità narrativa, il linguaggio propri del sogno.  Sterile se non nocivo è voler ingabbiare  il sogno in griglie riduzionistiche tanto quanto ostinarsi a decodificarlo in base a rigide simbologie psicoanalitiche ormai datate. Integrare i saperi e imparare un linguaggio comune: Giuseppe Lago ha auspicato questa direzione nel fare il punto sulla concezione attuale del sogno in psicoterapia dopo aver traversato in volata un secolo decisivo: il ‘900. In principio, ovviamente c’è Sigmund Freud: proprio nel 1900 pubblica L’interpretazione dei sogni e da quel momento, nessun dorma,  sognare evidenzia solo il tasso individuale di repressione sessuale. L’inventore della psicoanalisi sentenzia che chi sogna lo fa per aggirare la censura, scaricare le tensioni e appagare il desiderio rimosso che è sempre desiderio sessuale. Spostamento, condensazione, simbolizzazione sono i meccanismi prevalenti del sogno che, al di là del contenuto manifesto, va interpretato nell’aspetto latente attraverso la pratica delle associazioni libere. Il sogno è anche ‘guardiano del sonno’: visione quanto mai superata, ha allertato Lago per  poi commentare: “a parte l’enorme valore storico del corpus teorico di Freud e le sue intuizioni geniali, non c’è nulla da salvare oggi”.

Dal 1900 al 1939 (anno della sua morte) Freud resta fedele alla sua teoria eccetto qualche deroga obbligata: gli allievi obiettano che esistono anche sogni orrorifici o traumatici:  altro che spie del desiderio sessuale rimosso. Freud ci lascia  per un bel po’ nell’incertezza: forse l’allucinazione onirica equivale a quella psicopatologa. È Jung, l’allievo più talentuoso, a dare nel 1911 un decisivo scossone all’edificio del maestro: “Il sogno è un evento naturale che non esiste come inganno alla censura, è un linguaggio, un contenuto che non trova spazio nella coscienza”. Il sogno non è compromesso tra censura e inconscio, anzi censura non vi è. Esprime casomai per immagini un pensiero prelogico.  Per questa via Jung apre ai simboli archetipici di cui il sogno è portatore, talvolta attribuendogli persino capacità previsionali e premonitive. “Forse ha esagerato  – la  chiosa Lago  – ma ha liberato il sogno dal desiderio facendogli esprimere verità profonde. Il sogno è il sognatore per Jung: va dunque rispettato l’individuo, il terapeuta non è la Sibilla Cumana”.

Il confronto tra freudiani e junghiani si è inoltrato fino agli anni ‘50 e ’60 quando le neuroscienze con gli studi sulle alterazioni neuronali  durante il sonno hanno imposto un aggiornamento delle teorie attardate in un antagonismo sterile tra simboli fallici ed esoteriche visioni di mandala trasfigurati. È allora che è entrato in scena, ha sintetizzato Lago, un terzo interlocutore: il cognitivismo, “indirizzo di psicoterapia che per un secolo ha negato l’inconscio ed è stato ostile alla psicoanalisi finché è approdato a posizioni prima impensabili”. Dal cognitivismo razionalista di Beck che assimilava il materiale onirico ai sogni a occhi aperti, quindi all’esperienza della vita concreta  e al pensiero cosciente, si è passati al cognitivismo costruttivista che “ha preso atto che il sogno è qualcosa di sconosciuto da scoprire fino ad arrivare a una convergenza mai vista prima con la psicoanalisi. Finalmente si parte dalla verifica delle emozioni che il sogno veicola perché i cognitivisti hanno messo fuori la dimensione oracolare della psicoanalisi”. E ben venga.

Buone notizie: finalmente la psicoanalisi è uscita dallo schema desiderio sessuale/appagamento e il sogno è inteso come comunicazione all’interno della relazione terapeutica che non ha niente a che vedere con l’allucinazione psicopatologica.  Lago ha bocciato qualsivoglia  interpretazione oracolare del sogno; ha proposto una valorizzazione delle  immagini oniriche per   con le loro caratteristiche formali, narrative-estetiche, sulla scia dell’accezione bioniana del sogno come pensiero e della  visione ‘binoculare’ capace di integrare conscio-inconscio in vista di  un lavoro psicoterapico con i sogni che tenga conto anche delle attuali ricerche neuroscientifiche. “Sogno è pensiero espresso non in modalità verbali, è comunicazione all’interno della relazione, è stazione importante per poter operare una diagnosi, è espressione del patrimonio unico di ciascuno”. Non tutto va spiegato, decifrato dal terapeuta, tantomeno schematizzato in base a idee prefissate. “Un sogno richiede un setting, uno spazio intersoggettivo, una relazione profonda. Con Mauro Mancia seguendo la sua formazione da neuroscienziato che condividiamo, il sogno è la rappresentazione teatrale dell’individuo. Il terapeuta fa da guida come Virgilio con Dante ma senza che il paziente diventi soggetto al suo giudizio”. Tanti i contributi portati alla discussione: da quello filosofico in chiave fenomenologica di Nicola Zippel: alla riflessione dello psichiatra Massimo Biondi sull’aspetto biologico dei sogni o all’analisi globale, critica e autocritica, dello psicoanalista Luigi Aversa: “gli psicoanalisti soffrono del complesso di non scientificità” e quindi molti oggi hanno bandito il sogno dimenticando che è una parte fondamentale della dimensione psichica, “dimensione profonda, evanescente non fissata né fissante”.

D’altra parte le neuroscienze, se autoreferenziali, hanno la mania di voler localizzare tutto e allora giù  a cercare dove siano collocate  le emozioni, dove stia il cervello e magari a frugarci dentro in attesa  che un domani si riuscirà a registrare i sogni. “Che ci siano strutture neurobiologiche è certo, però il substrato neurobiologico è condizione necessaria ma non sufficiente a oggettivare lo psichico – ha osservato Aversa –  Bruno Callieri, da poco scomparso, direbbe: manca il vissuto. Nessuno nega i neurotrasmettitori ma a metterli tutti insieme in un alambicco non avremmo la psiche”.  L’inconscio non è una macchina inerte che gira a vuoto nell’apparente inattività notturna. Dormire, forse sognare, (ancora Shakespeare) sono modalità di esistere, adattarsi, rielaborare il vissuto, esercitare la memoria, ricongiungersi con il proprio mistero vivente. “L’uomo che non dorme – scrive Marguerite Yourcenar ne le Memorie di Adriano – rifiuta ad abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi, o alla saggia follia del sogno; non si affida più al flusso delle cose.” E  allora buonanotte ai sognatori!

Incontrarsi senza comprendersi nel fondo senza fondo scovato da Eraclito

“Scendi nel profondo dell’anima ma non troverai mai il fondo perché questo fondo è senza fondo”.  Se pensiamo che nel V secolo a.C. Eraclito aveva individuato nell’illimitatezza inquietante la materia costitutiva del nostro essere ed esistere, ben poco resta da dire. L’incomprensibilità, l’irrappresentabilità e il vuoto esistenziale, sono il fondamento della vita umana ancor prima che ‘giochi’ della mente o sue derive. Premesso che siamo tutti intrisi di incomprensibile che giace nel fondo come in superficie, che a volte si espande in forma di magma caotico, che è mistero frastornante per se stessi prima che per gli altri, c’è un solco ermeneutico segnato e di volta in volta tracciato ex novo da instancabili cercatori di senso che hanno segnato l’era moderna. L’intenzione era ed è comprendere la psiche, pure nella modalità del delirio e della sua rappresentazione; avvicinare la o le psicosi, l’esistenza schizofrenica, i contenuti che le sono propri.

Grande e partecipe se non partigiano scrutatore dei mondi psichici è stato Bruno Callieri, medico-antropologo, come lui stesso amava definirsi sempre più negli ultimi tempi, recentemente scomparso, consigliava il voto di povertà come condizione preliminare così da arrivare nudi all’incontro con il mistero dell’altro. Cercatore di senso e costruttore di ponti, tra psicoanalisi e fenomenologia con lo sguardo attento al rapporto tra psicoanalisi ed ermeneutica, è Giuseppe Martini, psicoanalista e primario psichiatra presso il Dipartimento di salute mentale Roma E, grande studioso di Paul Ricoeur. Martini ha pubblicato La psicosi e la rappresentazione (Borla, 2011), al culmine di un preciso itinerario di ricerca e di vissuto da terapeuta (tra i titoli precedenti: Ermeneutica e narrazione; La sfida dell’irrappresentabile). Di psicosi e rappresentazione, o psicosi e irrappresentabile (per l’autore avrebbe potuto avere anche questo titolo), si è parlato nel corso del seminario tenuto dallo stesso Martini presso il Centro italiano di psicologia analitica di Roma, dal titolo Incontrarsi senza comprendersi: la relazione analitica con il paziente psicotico. Secondo l’autore il delirio, sulla scia della lezione di Jaspers, è esso stesso rappresentazione sia pure abnorme o, appunto, incomprensibile. Incomprensibile più che all’osservatore a chi lo vive, soprattutto all’esordio della malattia. Così nella presentazione della psicoanalista Cipa Angiola Iapoce in agile equilibrio tra filosofia, fenomenologia e psicoanalisi, che ha citato Callieri: “Ogni incontro psicoterapeutico è una ricerca di dicibilità”, e a proposito del tu: “resta sempre l’alterità che si pone di fronte” anche se il rischio è lo scacco della comprensibilità. Callieri, celebrato come amico e maestro, aveva scritto proprio la prefazione al libro di Martini (una delle ultime sue tracce). Non è un caso che il libro abbia doppia prefazione, quella di Callieri di matrice fenomenologica; l’altra di Antonello Correale di impronta psicoanalitica.

Dalla prefazione di Callieri sono stati ‘isolati’ nel corso del seminario due passaggi fondamentali. Il primo dove scrive che “si deve insistere sull’opportunità di distinguere tra le rappresentazioni e la rappresentazione; forse proprio quando le rappresentazioni sembrano dileguarsi e la persona non è più sommersa dalla loro pesante insignificanza, appare la rappresentazione pienamente legata all’accadere ma che pur dovrà verificarsi: l’avvistamento della nuova terra di Colombo…”. Qualcosa di rilevante accade sempre e comunque; c’è un’intenzionalità persino nella condizione psicotica. Il secondo passaggio è quello in cui, a proposito della crisi psicopatologica della rappresentazione, Callieri scrive che è “da intendersi non solo come un ‘qualche cosa’ che arrivi, come un asteroide, ma che sia anche e forse soprattutto, il cammino che, dispiegandosi nell’esteriorità di uno slancio vitale ci consente di essere-al-mondo e tracciarvi una figura in situazione”. Psicosi e schizofrenia sono caratterizzate da una “drammatica disgregazione della rappresentazione”, punto chiave di tante indagini a cominciare da uno dei primi studi di Jung sulla psicologia della cosiddetta dementia precox. Dagli esordi infatti, ha ricordato Martini, la psicoanalisi ha avuto uno stretto connubio con la psichiatria. Un rapporto problematico ma fecondo che ha giovato alla  psichiatria nord-americana ed europea finché si è interrotto quando la psichiatria si è appiattita sulla matrice biologista. Al punto attuale del viaggio di esplorazione, lo psichiatra-filosofo Martini ritiene che la vera sfida sia “proporre un modello alternativo, psicodinamico, da parte di chi lavora nella psichiatria per uscire dalle secche del riduzionismo”. In quanto alla psicoanalisi, la svolta c’è stata quando si è smesso di scandagliare le fantasie  primitive dei pazienti psicotici per soffermarsi sull’incapacità totale di elaborare una rappresentazione delle cose, delle persone, delle relazioni. Fino a far emergere il concetto di vuoto, studiato soprattutto da Salomon Resnik, quindi la condizione di deserto della mente, morte psichica.

Dopo aver enunciato i maggiori contributi nel corso di un secolo e più alla comprensione della schizofrenia, quindi i meccanismi prevalenti del pensiero psicotico (esistenza negativa, tendenza a penetrare negli oggetti, terrore panico dinanzi alla simbiosi, alternanza vuoto/pieno, alterazione delle funzioni di simbolizzazione, onnipotenza del pensiero, narcisismo), Martini ha circoscritto il delirio all’ esigenza dello schizofrenico di ridurre l’angoscia senza nome, darle un nome anche se questo meccanismo si rivela fallimentare. “Ogni non senso portato agli estremi raggiunge il punto in cui distrugge se stesso”, scrisse il celebre psicotico Daniel Schreber, presidente del tribunale di Dresda, caso celebre studiato da Freud, nelle sue Memorie di un malato di nervi. Il delirio si configura allora come modalità o tentativo di distruggere il non senso, il senza fondo con cui  ogni essere umano impatta prima o poi nel corso della vita, annullandolo. È, insomma, la grande illusione dello psicopatico: “Se la mente umana trae nutrimento dalla configurazione dialettica tra la rappresentazione e l’irrappresentabile, la rottura di questa dialettica diventa il fondamento della psicopatologia e della schizofrenia”.

La psicoterapia delle psicosi richiede dunque “di lavorare su un duplice piano dell’intrapsichico e dell’intersoggettivo” per cercare di dotare il paziente degli elementi mancanti: il come se, il simbolo, la narrazione della propria storia  così da costruire-ricostruire i confini dell’io. L’incontrarsi senza comprendersi del paziente e dell’analista nasce dunque proprio dal condividere l’incomprensibile come fondamento dell’esistere e dell’essere al mondo, “esperienza che però nella schizofrenia si assolutizza perché se per noi normali apre al piano della libertà (secondo il dettato di Jaspers), per lo psicotico all’angoscia ed ecco la sua esigenza di arrivare al delirio e lo sforzo titanico del terapeuta di farlo tornare a una incomprensibilità accolta e supportata”. L’incontrarsi senza comprendersi, altra cosa dal comprendersi senza incontrarsi nel disagio con il paziente ‘nevrotico’,  è anche disagio del terapeuta che deve riconoscere i limiti personali, quelli della sua disciplina e imparare ad accettare lo scacco preannunciato da Callieri. Dunque, sollecitato da una platea di rango (il filosofo Gaspare Mura, la filosofa fenomenologa Angela Ales Bello) Martini conclude: “La psicoanalisi non è un’ermeneutica negativa, ma nemmeno veritativa perché poche sono le verità a cui possiamo avere accesso, ma è un’ermeneutica comprensiva”. Tenta attraverso il linguaggio e la concettualizzazione, perché questi sono i suoi strumenti fondativi e privilegiati, di recuperare un senso. L’ultima parola va ai grandi veggenti, i soli capaci di scrutare i nostri quotidiani deliri non psicotici, il nostro vivere a più livelli in vari mondi per aggirare l’impatto con il senza fondo. “Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice”, scrive Nietzsche nella Gaia Scienza. “Avendo visto con quale lucidità e coerenza logica certi pazzi giustificano a se stessi e agli altri, le loro idee deliranti, ho perduto per sempre la sicura certezza della lucidità della mia lucidità”, annota Pessoa ne Il libro dell’Inquietudine.

Titolo: La psicosi e la rappresentazione. Psicoanalisi e psicopatologia
Autore: Giuseppe Martini
Editore: Borla, Data di Pubblicazione: Gennaio 2011, Pagine 320
Prezzo: 35,00 €