Urban Country – urbano vs. rurale in mostra

Urban Country, Poggibonsi

L’eterno contrasto tra città e campagna, tra l’immaginario urbano e quello rurale,  si declina nelle opere di quattro giovani artisti emergenti nella mostra collettiva Urban Country a Poggibonsi (Siena), curata da Marina Giorgini e coordinata da Paolo Massarelli, che ospita le opere di Romina Farris, Nadia Medda, Giulia Raponi e Giovanni Senatore.

Il contrasto tra spazio urbano e spazio rurale ha un ruolo centrale nella cultura contemporanea: se da una parte lo spazio urbano della metropoli si impone come luogo di incontro, di scambio e di sperimentazione, dall’altra l’aggressione all’ambiente ha per ineluttabile esito cieli oscuri di smog rischiarati soltanto dalla fioca luce di un sole che sembra piuttosto una lampadina offuscata. Questa mostra non intende dare delle risposte a quesiti di tale complessità ma proporre spunti di riflessione e di ricerca.

La mostra si è inaugurata lo scorso weekend presso lo studio fotografico Modoluce in Piazza Emilia Romagna nella zona industriale dei Fosci a Poggibonsi, struttura di 600 metri quadrati, allestita con set e macchinari per le riprese foto – cinematografiche e il finissage sarà il prossimo sabato 8 febbraio dalle 18 alle 22 e vale una visita.

URBAN_COUNTRY-LOCANDINA

Studio fotografico Modoluce
Piazza Emilia Romagna, 13
Poggibonsi (Siena)
fino al 08/02

Cosa resta del Dadaismo?

C’è stato uHans Richter - Man Kann, 1960n momento, a ridosso della fine del primo conflitto mondiale, in cui la devastazione e l’orrore provocati da quella stessa sanguinosissima guerra furono vissuti come l’inevitabile portato di una cultura vecchia, autoritaria e violenta. Il termine dei combattimenti venne accompagnato, prima nella neutrale Svizzera e poi nel resto dell’Europa centrale, dall’improvvisa nascita di un movimento avanguardistico che trovava nel totale rifiuto delle regole linguistiche ed estetiche la propria prerogativa e il proprio manifesto. Il Dadaismo nacque dalla voglia di libertà dei suoi membri e in totale libertà si sviluppò a cavallo tra le due guerre.

Hans Richter - Dreams that money can buy (still), 1947L’artista e cineasta tedesco Hans Richter (Berlino, 1888 – Locarno, 1976) è uno dei migliori esempi dello spirito Dada. Infarcito delle modalità pittoriche dell’espressionismo tedesco, trova presto scomodo l’angusto spazio della tela, troppo risicato per le sue ambiziose sperimentazioni. Si sposta, allora, sui rotoli di origine orientale, ma anche quelli rimasero solo una tappa intermedia di una progressione artistica che cerca di restituire il movimento in assoluta purezza. L’unica soluzione era il film ed egli è tra i primi e più eccelsi sperimentatori di quel nuovo mezzo espressivo, giungendo sino ad aggiudicarsi un Leone d’Oro a Venezia per il lungometraggio Dreams That Money Can Buy (1947), presente nella mostra Dada fino all’ultimo respiro assieme ad altri trenta esemplari della produzione cinematografica del grande artista tedesco e di altri suoi contemporanei e compagni dadaisti, quali Marcel Duchamp, Fernand Léger e Man Ray. Queste opere, sommate alle settanta testimonianze grafiche e pittoriche che spaziano lungo tutta la carriera artistica di Richter, compongono l’importante retrospettiva che il MACA di Acri (Cs) ospita fino al 7 ottobre 2012.

You are the one who has Changed from Gabe Vega on Vimeo.

Hans Richter, Variation sur le theme des tetes dadaLa mostra, a cura di Marisa Vescovo e realizzata in collaborazione con le associazioni culturali De Arte e Oesum Led Icima, è un dovuto omaggio a uno dei più importanti e poliedrici artisti del Novecento, capace di restituirne lo spirito innovatore in un allestimento che non trascura nessuno dei numerosi media artistici a cui Richter si è dedicato durante la sua lunga carriere.

Giuseppe Lo Schiavo, I Stay Here, 2012, cm 40x 65, fine art printA partire dal 15 settembre 2012, alla mostra verrà affiancata un’esposizione di lavori dei sette giovani artisti vincitori del concorso Young at Art (Walter Carnì, Giuseppe Lo Schiavo, Armando Sdao, Valentina Trifoglio, Giuseppe Vecchio Barbieri e il duo MovimentoMilc, formato da Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio), che reinterpreteranno, ognuno attraverso il proprio peculiare stile, le suggestioni provate confrontandosi con l’opera di Richter, dando vita a un’interessante riflessione sull’eredità del Dadaismo nell’arte contemporanea, declinata attraverso l’intero spettro delle sue modalità espressive: pittura, scultura, body art, grafica vettoriale, fotografia e video-arte. Per chi fosse curioso, alcune opere dei sette giovani artisti sono visibili al link http://www.mediocratitour.it, in una riproposizione digitale della mostra che li ha visti protagonisti al MACA nei mesi di aprile e maggio.

Hans Richter. Dada fino all’ultimo respiro
fino al 7 ottobre 2012
http://www.museovigliaturo.it

Tutto è vanitas: beato però chi può circondarsi di cose vane!

Di tutte le vanità, la più vana è l’uomo, rifletteva il filosofo francese Michel de Montaigne. Ragion per cui ci sono stati uomini che si sono circondati di vanità. L’intento era ricordarsi, circondandosi di bellezze (vane) di non farsi soggiogare dalla vanità, ma guardarle per pescare il senso: tutto è effimero, caduco, mortale. Da Orazio (e anche prima di Orazio) in poi siamo in preda al sentimento della dissoluzione. Strano e curioso con queste premesse l’impatto con ‘Vanitas’, (Lotto, Caravaggio, Guercino nella collezione Doria Pamphilj), mostra visitabile fino al 25 settembre a Roma, a palazzo Doria Pamphilj, in via del Corso, un tempo chiamata via Lata. Impatto curioso innanzitutto perché se decidete di fare la visita, scoprirete subito che non siete in un luogo qualsiasi, in un luogo neutro né ‘neutrale’, come può esserlo un museo. Siete in una casa piena di vanità diventata casa-museo. La casa di quella che fu una tra le più potenti famiglie nobiliari romane e poi romana-genovese con l’unione dei Pamhilj ai Doria, aperta al pubblico per volere degli eredi nel 1996, perché la vanità coltivata per amor del bello e monito a ricordare, patrimonio ed eredità di famiglia, è parecchio dispendiosa a mantenerla. Scelta come residenza ufficiale da Camillo Doria nel 1647 (al posto dello storico palazzo Pamphilj di piazza Navona oggi sede dell’ambasciata brasiliana) per non dare troppo nell’occhio ed evitare lo scandalo da che Camillo, fatto cardinale dallo zio, papa Innocenzo X, nel 1647 rinuncia alla porpora per sposare Olimpia, nata Aldobrandini, (già vedova di Paolo Borghese), nella casa  non c’è metro quadro che non abbia peso specifico in fatto di arte ed è difficile trovare uno spazio vuoto che dia riposo agli occhi.

Secondo occhi esperti, l’architettura del monumentale palazzo (per ampliarlo furono comprati e demoliti caseggiati e un  convento sia pure contro la volontà dei gesuiti del vicino collegio romano) in sé non è di grande rilevanza, ma guai a disdegnare il cortile e le pregevoli arcate rinascimentali. È vanitosa ma notevole invece la decorazione della galleria, dovuta a Pietro da Cortona, che ne fa un gioiello del barocco e la galleria stessa per la collezione di opere d’arte che racchiude. Grazie al mecenatismo e al culto delle arti di Camillo e Olimpia prima e del loro figlio poi, che  divenne il cardinale Benedetto Pamphilj (ed ebbe tra i suoi protetti il musicista Handel) nella collezione di famiglia ci sono opere di Caravaggio, Raffaello, Tiziano, Parmigianino, Velasquez e Bernini sparse tra le pareti interamente occupate. E poi Caracci, Domenichino, Guercino, Filippo Lippi, Brueghel il vecchio, Sebastiano del Piombo, Raffaello, Guido Reni, solo per citare i celebri: la galleria è una delle più grandi collezioni private d’arte a Roma. A Camillo si deve, l’acquisizione di meraviglie come il Ritratto di Innocenzo X di Velasquez, le tele di Mattia Preti, ma soprattutto di due opere caravaggesche: il celebre Riposo durante la fuga in Egitto e la Maddalena penitente, capolavori giovanili. Al cardinal Benedetto che fu poeta tra i fautori dell’Arcadia e autore dell’opera ‘Il trionfo del tempo e del disinganno’ musicata proprio da Handel, si deve l’acquisizione delle opere di pittori fiamminghi, una collezione nella collezione.

Impossibile rincorrere la storia del palazzo che è tutt’uno con la storia familiare che a sua volta vede intrecciate e fuse le storie di più casate nobiliari e richiederebbe una scienza genealogica per venirne a capo. Certo è che mentre si vaga tra le sale muniti di una sorta di grande citofono, che chi parla bene chiama audio guida, dal quale la voce di un erede spiega ogni sala, ci si chiede smarriti dove sia la mostra perché tutto è in mostra, tutto fa parte dell’ambiente quale fenomeno estetico-vanitoso e la mostra di per sé è quasi marginale rispetto al grande teatro delle sale. Curioso è notare nella visita particolari della vita quotidiana attuale degli eredi, dal momento che la casa museo è regolarmente abitata: siano essi cornici con fotografie su un tavolino, come succede in ogni casa,  o una stufetta, perché deve essere rigida la permanenza in inverno in locali tanto grandi. La galleria che si diparte in 4 bracci con due grandi sale adiacenti è gremita di quadri, certo di pregio differenziato, riepilogativi di tanta storia dell’arte europea dal XV al XVIII secolo, purtroppo la maggior parte non valorizzati dall’illuminazione né da un supporto esplicativo (malgrado il prezzo del biglietto, 10 euro e 50, un po’ caro). Finché inizia il percorso vero e proprio della mostra: tutto lascia pensare che i curatori abbiano voluto dare risalto a quadri della collezione altrimenti in ombra unificati, forse con qualche forzatura per restare nel tema, dal motivo della vanitas.

Una prima sezione è dedicata alla pittura di genere, le nature morte: c’è tutta una corrente naturalistica sei e settecentesca che raffigura in tutti i modi possibili e immaginabili tavole imbandite, frutta, fiori, cacciagione, elevati a simbolo della caducità dell’esistenza. Memento di cui gli esponenti della casata nobiliare non volevano privarsi. Nella seconda sezione, prevalgono i temi sacri, si esplora l’origine religiosa del tema: sono rappresentati i santi. Spiccano capolavori come il San Girolamo di Ribera (San Girolamo è il santo che con la Vulgata importa nel mondo latino il concetto di Vanitas), ma soprattutto la Maddalena penitente, opera di un Caravaggio agli esordi, all’insegna dei colori chiari, insoliti rispetto ai cromatismi e ai chiaroscuri che rendono inconfondibile Michelangelo Merisi, tuttavia già geniale nella trovata di una Maddalena iperrealista, persino molto moderna perché colta nella dimensione psichica della separatezza, concentrata in una dolente riflessione solitaria. Accanto a sé, gioielli abbandonati che raccontano la sua rinuncia all’effimero della vanità femminile. La terza sezione è dedicata al ritratto dei filosofi che diventa occasione per una riflessione moralistica sull’esistenza umana. Spicca il ritratto di un uomo trentasettenne di Lorenzo Lotto, forse un autoritratto, forse un vedovo. L’uomo emana malinconia ed è avvolto in un vuoto quasi metafisico. Infine teschi, gioielli, belletti e specchi ricordano la natura effimera della vita terrena, richiamano la ‘vanitas vanitatum et omnia vanitas’  del Qohèlet biblico, e si propongono come tema di riflessione attuale.  Poco attinente sembra la presenza della foto dei cinque ultimi eredi della famiglia. La vita è breve e si deve ricordarlo, ma si deve anche viverla pienamente sembra ricordare il percorso espositivo che segue le passioni e predilezioni del cardinale. Eppure, di contro, viene in mente Mario Praz, critico d’arte, saggista e possessore di una casa, diventata anch’essa casa museo, sempre a Roma. Per Praz, la casa è l’anima, non averla è essere come chiocciola priva di conchiglia. Ma soprattutto ”questo è nella sua ragione più profonda, la casa: una proiezione dell’io; e l’arredamento non è che una forma indiretta del culto dell’io”. Talvolta i confini tra esaltazione dell’io e monito moralisteggiante in forma estetica sono a tal punto labili da svanire.

Data Inizio:21 maggio 2011
Data Fine: 25 settembre 2011
Costo del biglietto: 10,50 euro
Luogo: Roma, Palazzo Doria Pamphilj
Orario: Aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 17.00
Telefono: 06 / 679732
Sito Web: http://www.mostravanitas.com

Donne in guerra contro la guerra

[flgallery id=12 /]

Esiste una guerra che si declina al maschile: sangue, nemico, cadavere, scontro. E ne esiste un’altra che si declina al femminile, in cui quelle stesse parole diventano vita, persona, vittima, protesta. Lo Yin del fronte di prima linea e lo Yang delle conseguenze indelebili che esso si porta dietro. Donna come simbolo di una sensibilità che appartiene sì all’universo femminile, ma che, al di là di ogni rigido riferimento di sesso, esprime un più generico sentimento di estraneità, o partecipazione involontaria, all’azione bellica; il fronte “intimo” della guerra, quello più delle volte trascurato e taciuto nei libri di storia.

L’arte, quando si intreccia alla vita per raccontarne le sofferenze e le infelicità, ora sa essere strumento di catarsi, ora diventa mezzo di denuncia, come nel caso delle Donne di terracotta di Marian Heyerdahl, artista norvegese che fa della propria arte un canale per raccontare e condannare i segni inferti dalla guerra, quei dolori che portano in sé i germi del desiderio della rinascita e che si fanno appello di pace.

Traendo ispirazione dall’esercito di sculture cinese in terracotta di Xi’an, l’artista reinterpreta le figure di guerrieri in chiave femminile: non più un’armata pronta all’attacco per difendere l’imperatore, ma, in un rovesciamento semantico, donne-soldato in guerra contro la guerra. Un’opera di rivisitazione che, annullando le barriere tra l’antico e il contemporaneo, pone il proprio messaggio di pace in una dimensione metastorica: la tecnica, il materiale, l’iconografia appartengono al linguaggio formale di quell’antica tradizione cinese del II sec. a.C., ma raccontano storie senza tempo, a sottolineare la triste verità che la storia si ripete e che le vittime di guerra sono percorse da un identico dolore, qualunque sia il contesto storico.

Una cinquantina le sculture dell’intero progetto, otto quelle esposte a Milano presso il Castello Sforzesco, una piccola rappresentanza in grado comunque di testimoniare il carico di tensione emotiva dell’opera. Ogni donna racconta una singola storia, ma il dolore, frazionato in statue, le unisce e le rende un gruppo compatto. Tutte della medesima grandezza, orientate verso la stessa direzione, in una postura pressoché identica, la ripetitività e la somiglianza vogliono come simboleggiare l’identità negata che è conseguenza della guerra; allo stesso tempo ognuna si fa però portavoce di una vicenda personale, racchiusa in un’espressione, in un particolare, in un colore.

C’è l’amore negato della donna vestita a lutto con l’immagine di un uomo sul petto e nella mano un cuore; c’è la rabbia di chi può protestare solo facendo una linguaccia e non ha altro mezzo d’offesa che puntare il dito contro; c’è la preghiera, unica fonte di speranza rimasta; c’è l’effimero con la sua incertezza di vita racchiusa in un kit di sopravvivenza; ci sono il dolore e il sangue che scorrono in un rubinetto come una vena che il corpo non è più in grado di contenere; c’è la menomazione del corpo; c’è l’impotenza che, bianca come la purezza, rivolge verso l’alto il palmo delle mani a chiedere aiuto; c’è la morte che alla cieca scaglia proiettili e urla di dolore.

Erette, con i piedi ben fissati a terra, lo sguardo in avanti, le donne con dignità e compostezza vanno avanti, nonostante la guerra e a discapito del dolore. Hanno muscoli da uomo perché sono donna e uomo allo stesso tempo, sono come la materia di cui sono fatte, la creta, che malleabile e delicata diventa dura e forte dopo la cottura. Sono donne sole, forti, combattive, solidali. Un esercito senz’armi, che fa della propria vulnerabilità la forza per difendere la vita.

Milano, Corte Ducale del Castello Sforzesco

fino al 27 Giugno 2010

Ingresso gratuito

Orari: 9.00 – 19.00

Info: tel. 02 88463700

Marian Heyerdahl

www.amb-norvegia.it

Franco Battiato. Musica a colori

Un uomo la cui reputazione si basa sulla sua abilità in una tecnica è uno stupido. Concentrando tutta la sua energia in un solo campo, certamente vi eccelle, ma non è interessato ad altro. Un uomo simile è inutile.” (Hagakure, I, 147)

Un aforisma giapponese che ben si adatta alla figura di Franco Battiato: versatile, poliedrico, eclettico, cantante ma non solo, regista ma non solo, pittore ma non solo… artista, che di questo termine esplora diversi orizzonti, mosso da un incessante anelito di ricerca e di indagine. La sua attività pittorica si compenetra dunque a quella musicale e a quella cinematografica, in una sostanziale continuità estetica; le sue rappresentazioni artistiche, che prendano vita sotto forma di note, di colori o di immagini in movimento, testimoniano in ugual misura la cifra inconfondibile di un’anima. Utilizzando le parole di Elisa Gradi, curatrice della mostra “Franco Battiato. Prove d’Autore” esposta a Lodi dal 7 Maggio, Battiato “non è un pittore. È un uomo che dipinge”, che trova nella pittura un ulteriore veicolo per trasmettere il suo mondo di parole, in dialogo continuo con la musica e con i film.

Nell’allestimento della mostra è un suo autoritratto a darci il benvenuto: nel suo studio, tra i quadri, non ripreso nell’atto creativo ma fermo, di spalle, guarda al di là della finestra aperta, quasi già a suggerire che i suoi quadri sono mediatori delle sue riflessioni. Inizia così il viaggio nel pensiero-Battiato. I suoi quadri vanno dunque letti al di là di ciò raffigurano e di come lo raffigurano, l’immagine d’arte è soprattutto portatrice di senso; il solo atto del dipingere esercita già di per sé una funzione simbolo, incarna parole chiave del vocabolario di Battiato quali regola, disciplina, volontà. Battiato inizia a dipingere infatti per sfida, per superare l’iniziale non “manualità”, per dimostrare che la capacità di migliorarsi e il perfezionamento possono subentrare là dove le doti artistiche non sembrano innate. “Io che sto diventando sabbia del deserto, ringrazio i venti che mi cambiano forma e punto di osservazione, un ideale perseguo, anacronostico e ridicolo: il miglioramento”.Uno sperimentare le proprie possibilità artistiche che si evolve in una vera e propria analisi di se stesso, fino a raggiungere un carattere introspettivo, se non addirittura catartico.

La sua pittura non racconta, ma evoca: nelle rappresentazioni, meglio ancora, nelle visioni di un suo personalissimo oriente, le danze estatiche dei dervisci, le suggestioni di miti mesopotamici si affiancano a volti arabi, ad angeli e moschee, in una costante vibrazione spirituale. Il quadro si fa supporto metafisico della necessità interiore di rendere sensibile l’invisibile. E ciò è soprattutto evidente nei dipinti dalle pigmentazioni dorate: l’oro ha da sempre un notevole potere astraente, è luce, misura visibile di una teofania, è aurum, etimologicamente luce dell’alba, un sol oriens che da terrestre trascende in divino.

I colori omogenei e piatti degli sfondi, del tutto privi di un chiaroscuro naturalistico, aumentano il carico di simbolismo; la linearità delle figure, spesso ritratte nella gestualità della preghiera e della meditazione, immerge in un’atmosfera fatta di raccoglimento; e laddove si rappresenta un movimento, è pur sempre un movimento fermo, congelato in un tempo sospeso. Ci si muove nel silenzio, rotto solamente dagli echi delle suggestioni musicali che affiorano alla mente: “voglio vederti danzare come i derviches tourners che girano sulle spine dorsali” (Voglio vederti danzare),  “perchè la pace che ho sentito in certi monasteri, o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa, sono solo l’ombra della luce” (L’ombra della luce) o ancora “come se fossi entrato in pieno sonno ma con i sensi sempre più coscienti e svegli e un grande beneficio prova il corpo, il cuore e la mia mente che spesso ai suoi pensieri m’incatena” (Ricerca sul terzo).

Nella serie dei ritratti si incontrano le note di Fisiognomica: “Leggo dentro i tuoi occhi da quante volte vivi, dal taglio della bocca se sei disposto all’odio o all’indulgenza, nel tratto del tuo naso se sei orgoglioso, fiero oppure vile”. I volti, nelle loro essenzialità, sono lo spettro corporeo dell’anima; il dettaglio realistico dei particolari cede il passo a una descrizione sintetica che vuole raffigurare l’interiorità e la personalità del soggetto attraverso quei tratti somatici che ne rappresentano la manifestazione esteriore.

La convivenza tra musica e pittura diventa ancor più chiara di fronte al “libro d’artista” della sua opera lirica Gilgamesh, una vera e propria opera d’arte contenente testo, partiture musicali, riproduzioni fotografiche dello spettacolo e, soprattutto, i dipinti appositamente realizzati da Battiato a illustrazione del volume, e di cui si possono ammirare nell’ultima sala della galleria le originali tavole litografiche. Conclude la mostra la proiezione del mediometraggio dedicato allo scrittore Gesualdo Bufalino, tassello cinematografico che completa il viaggio nell’universo artistico di Franco Battiato. Una mostra che riproduce il ritratto di un artista nelle sue varie forme espressive, diverse ma non divise, percorse anzi dalla medesima volontà di ricerca creativa, sorrette da un’identica ricchezza intellettuale che non si esaurisce nella musica e si riversa nella pittura.

 

Franco Battiato. Prove d’Autore
dal 7 maggio all’ 11 luglio 2010

Bipielle Arte
Lodi, Via Polenghi Lombardo 13
Info:
Tel.  (+39) 0371 580351  (+39) 0371 580351
Bipielle arte
info@bipiellearte.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[flgallery id=10 /]

Un filo, che sia logico, per ricamare arte

A volte si ritiene che lo sguardo possa essere lo strumento necessario e sufficiente per conoscere qualcosa: vedo quindi so; ciò che vedo, però è solo una minima parte di quello che potrei sapere se ascoltassi, toccassi; se esercitassi, insomma, tutte quelle prerogative umane atte a contribuire alla formazione di un concetto ampio, sfaccettato. Questo esercizio di giudizio, comprensione e conoscenza è attuabile soprattutto per mezzo degli oggetti d’uso comune. Strumenti, semplici come in questo caso, capaci però di tessere assieme elementi facenti parte della storia di un popolo, della tradizione culturale e di quella letteraria. Oltre a essere parte essenziale e necessaria per creare altri oggetti, questa volta affatto semplici, raffinati, elaborati.
Tra questi oggetti comuni c’è il filo.

Il “filo logico” del pensiero negli ultimi secoli sembra essere andato in frantumi: grandi ideologie, grandi guerre, grandi contraddizioni della storia, della scienza, della civiltà. In questo contesto può rivelarsi istruttivo un percorso che si basi sulle piccole cose, sulla quotidianeità.

Nella tessitura del filo la figura della donna è al contempo affermata e negata: affermata poichè è la donna che sa come utilizzarlo, è a lei che viene “consegnato” il filo, è la donna a essere l’unica capace di occuparsi di lavori che già Omero riteneva assolutamente inadatti per gli uomini e dei quali erano esperte e capaci solo le dee, le principesse, le regine.

Il filo negato alle donne era purtroppo quello logico e nel labirinto di Cnosso sta il bandolo di questa affermazione: è Arianna che dona il filo a Teseo; la fanciulla fornisce all’eroe lo strumento che può restituirgli la libertà ma, nonostante abbia essa stessa escogitato il piano di fuga senza il quale Teseo sarebbe stato spacciato, le è negata la prerogativa del pensiero logico, esclusiva maschile e, mentre Teseo passa alla storia come un eroe, Ariana rimane sullo sfondo come semplice “aiutante”.

Il cambiamento nella società moderna è tangibile: le donne non filano più, liberandosi così del peso di un lavoro domestico alla lunga logorante, mentre hanno finalmente accesso al filo del pensiero.

Questa enorme liberazione corrisponde purtroppo alla perdita di un sapere centenario, di tecniche di ricamo paragonabili senza sforzo a una forma d’arte nobile. Non a caso i testi che raccolgono i lavori di ricamo di una delle più famose tessitrici, Elisa Ricci, sono custoditi in fondi dedicati e trovano spazio espositivo anche nel contesto di questa mostra.
L’arte del ricamo trova uno dei suoi centri più attivi nella cittadina di Palestrina e proprio dal suo “Museo Artistico di Ricami” provengono la maggior parte dei ricami in mostra.
Le ricamatrici di Palestrina, inoltre, operano sul territorio per la rivalutazione di questa forma d’arte con partecipazione a mostre, corsi e incontri.

Per filo e per segno: lavori femminili tra arte e letteratura
Sala della Crociera – Collegio Romano
Via del Collegio Romano 27 – Roma
fino al 15 maggio
ingresso gratuito

Caravaggio: tra natura e simbolo

La mostra “Caravaggio” alle Scuderie del Quirinale, pur nella oggettiva difficoltà di fruizione determinata dall’ingombrante frapporsi di un eccesso di visitatori “audioguidati”, presenta un’esposizione di opere centrata e lineare.

Meritevolissima, in questo senso, la scelta di un percorso non antologico, ma sintetico e coerente, di soli capolavori di sicura attribuzione, capisaldi della pittura di Caravaggio che  danno la cifra di un lavoro poliedrico e unitario allo stesso tempo.

La selezione delle opere presenta l’altro importante merito di aver accentrato tele dai musei più disparati del mondo (Il suonatore di liuto dall’Ermitage di Mosca, I musici dal Metropolitan Museum di New York, L’amor vincitore da Berlino, La cena in Emmaus dalla National Gallery di Londra, I bari dal Kimbell Art Museum di Fort Worth, solo per fare alcuni noti nomi): la vita errabonda del pittore sembra riflettersi nel destino geograficamente disparato dei suoi quadri, condannati a una diaspora che ne fa perdere il senso d’insieme, finalmente riuniti a Roma in questa sede. Corretta anche la scelta di non spostare la produzione romana dalle chiese stimolando il visitatore a recarsi direttamente in loco per meglio apprezzarne la collocazione originaria.

Ad aprire la mostra vi è la Canestra di frutta, per la prima volta “strappata” alla Pinacoteca della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano. Un incipit indovinato e profetico che misteriosamente sembra anticipare tutti i temi della produzione successiva. Come è noto la fiscella non è solo una natura morta ma una composizione ad alto valore simbolico, che dice della caducità e corruttibilità della vita nelle foglie accartocciate, ed enuclea il senso di una pittura che vuole essere dogmaticamente fedele al vero. Nelle stesse parole di Caravaggio riportate in un pannello esplicativo si legge il concetto che il Maestro aveva di valente uomo “…quella parola valent’homo appresso di me vuol dire che sappi far bene, cioè sappi far bene dell’arte sua, così in pittura valent’huomo che sappi depingere bene et imitar bene le cose naturali”. (1603)

L’allestimento, nella sua sobrietà, fornisce la chiave di lettura della mostra il cui unico criterio ordinatore è quello cronologico: tre diversi colori fanno da sfondo alle opere a sottolinearne l’appartenenza ai tre periodi della giovinezza, del successo, e della fuga. Inevitabilmente questa scansione non è solo temporale ma si riflette nella poetica caravaggesca, annunciata nella produzione giovanile, vigorosa nel periodo del successo e drammatica e febbrile nel periodo della fuga.

E comunque, aldilà di ogni scansione temporale-tematica, l’unitarietà di tal poetica irradia orizzontalmente da ogni opera nell’importanza della luce “spiovente” che taglia diagonalmente lo spazio pittorico, nel sentimento di una bellezza egalitaria che emana dalle cose più alte come dalle più umili, religiosamente vera, mai artefatta, e nel già citato cogente valore allegorico presente in ogni opera sempre tesa a suggerire un senso ultimo trascendente la situazione rappresentata, come nel tableau vivant dei bari che porta in scena il contrasto fra giovinezza ingenua e inganno.

Utile ai fini della comprensione dell’opera del Maestro, l’accostamento tematico di diverse versioni di uno stesso soggetto; celebre la Cena di Emmaus nelle due produzioni di Londra e di Messina, che confermano l’impegno mai ripetuto uguale a se stesso del lavoro del Maestro per il quale, per dirla con Longhi la “[realtà] di un dipinto non poteva verificarsi che una volta sola”.

Anche il finale, come l’inizio della mostra, non è lasciato al caso: a chiudere la visita, quasi un congedo, c’è l’Annunciazione di Nancy con l’angelo enigmaticamente di spalle, dal volto seminascosto.

CARAVAGGIO

Roma, Scuderie del Quirinale

fino al 13 giugno 2010

Il clima sta cambiando: si tessono soluzioni

Ruth Zenger - Germania Durst - Sete - Glasgow fotografie

The Climate is Changing! Il Clima sta Cambiando!

È raro che il linguaggio figurato si possa tradurre da una lingua all’altra: generalmente un’espressione idiomatica è confinata in una sola lingua. Il titolo scelto per la mostra che accompagnerà Feltrosa 2010 è una felice eccezione. In italiano, come in inglese, dire che il clima cambia equivale a dire che tutto ciò che è stato vero in passato non lo è più, che è necessario rinnovare e cambiare abitudini, atteggiamenti e punti di vista.

Ne consegue un intenso dibattito portato avanti a colpi d’arte, un’arte fatta di materiali semplici ed ecologici, raffinata, di denuncia che pone l’attenzione sui problemi della standardizzazione come risultato della produzione di massa e sul suo impatto inquinante. Quali sono le risposte date dagli artisti che espongono in questo contesto? Lo chiediamo a Eva Basile, fondatrice di Feltrosa, che da oltre 30 anni si occupa di tessitura e di feltro.

Eva Basile - Italia The dirty dozen - Matthew 26:45 _ Quella sporca dozzina - Matteo 26:45 _ foto di Daniel V. Kevorkian

D: Il clima sta cambiando e voi lo denunciate per mezzo dell’arte fatta col feltro. Qual è il fine ultimo di questa esposizione?
R: Il fine della mostra è sensibilizzare i visitatori sul fatto che sia l’ambiente in cui viviamo che la struttura stessa delle nostra società hanno bisogno di una cura maggiore da parte di ogni singola persona. Le economie sono in crisi per una somma di cattive abitudini, per l’atteggiamento rapace che abbiamo verso le risorse naturali e lo sfruttamento del prossimo.

D: C’è un legame abbastanza esplicito tra il tema della mostra (che si appoggia e promuove su tematiche etico-sociali e ambientali) e l’uso del feltro, materiale con alle spalle una lunga storia culturale, completamente naturale e resistente all’usura del tempo…
R: Il feltro è un materiale intrinsicamente ecologico: per farlo si usa una risorsa in molti casi vista come rifiuto speciale. Le lane italiane e locali in ogni parte del mondo sono un impiccio per i pastori, dal momento che il mercato richiede solo le fibre extrafini di produzione australiana e neozelandese.

D: Eva, ci accompagni in una visita virtuale attraverso l’allestimento della mostra? Come si compone? Da che parte del mondo arrivano le opere in mostra?
R: La mostra nella sua esposizione al Museo del Tessuto di Prato, sarà articolata in quattro aree tematiche:  Denuncia, Interrogativi, Soluzioni e Fiducia. Molti lavori denunciano lo sfruttamento delle risorse naturali, elaborano i temi dello scioglimento dei ghiacci, della desertificazione, della migrazione forzata di popolazioni che hanno visto il proprio mondo devastato. Altre pongono domande sul futuro. Ci sono opere che esprimono fiducia nel potere rigenerativo della natura mentre altre esortano a cambiare abitudini ed atteggiamenti.

Anna Maria Atturo - Italia Mani senza acqua - foto di Paolo Rosso

I 50 lavori in mostra sono stati selezionati a novembre da una rosa di 180, provengono da Italia, Germania, Spagna, Austria, Romania, USA, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Regno Unito, Danimarca ed Olanda. Fra le opere non selezionate ve ne erano dalla Russia, Brasile, Turchia, Albania, Svizzera ecc.

D: Che cosa vi ha indotto a scegliere il Museo del Tessuto di Prato come sede ideale per Feltrosa 2010? Quali sono gli appuntamenti in programma?
R: Si tratta di una serie di coincidenze fortunate: Il Museo del Tessuto è un’istituzione molto attiva e dispone di uno staff appassionato e giovane. Un’azienda pratese guidata da una giovane imprenditrice, Gaia Gualtieri, ha proposto al Museo e al gruppo giovani industriali di Prato la presenza di Feltrosa.
Quella che sta dietro ad eventi come questo è un’economia altra, basata sulla cura per le persone, sulla fornitura di occasioni e materiali per un fare artistico/artigianale di cui si sente la necessità al giorno d’oggi.
Altra condizione fortunata è stata il fatto che mi sia stato chiesto di prender parte al direttivo di International Feltmakers Association, un organismo con sede in Inghilterra che promuove la pratica del feltro artigianale. La IFA organizza la propria conferenza annuale all’estero, ad anni alterni. Mi è stato chiesto di organizzare la conferenza del 2010 ed eccoci qui!

THE CLIMATE IS CHANGING
Mostra – concorso internazionale di arte tessile contemporanea
Museo del Tessuto di Prato Via Santa Chiara 24, Prato (PO) Italia, +39 0574 611503
Dal 7 maggio 2010 al 7 luglio 2010

Orari di Apertura:
Lun-Ven: 10.00-18.00; Sab: 10.00-14.00; Dom: 16.00-19.00

Ingresso: 6 euro

Le fotografie di William Klein ai Mercati di Traiano

W. Klein, Roma, Cinecittà, 1956. Stampa fotografica ai sali d'argento

Roma è una città dalle molteplici facce, chi ci vive si trova spiazzato e affascinato dalle sue mille contraddizioni e contrapposizioni.
C’è nell’aria una dolcezza che contrasta con la frenesia del traffico, i tramonti tolgono il fiato anche se si è schiacciati nella calca su un tram. Chi è di passaggio ne conserva un ricordo che s’ammorbidisce col passare degli anni, come quando si ripensa a un vecchio amore.

William Klein torna a Roma e ha la sensazione di “rivedere una vecchia fidanzata”, riprova tutte le emozioni contrastanti che questa città gli ha offerto in passato. Nel ’56 si trovava a Roma come aiuto regista per Fellini ne Le notti di Cabiria. Fortunatamente le riprese del film si arrestarono, permettendo a Klein di girovagare per la città accompagnato da guide d’eccezione: Pasolini, Flaiano e Moravia gli mostrano la Roma popolare e popolana tra la dolce vita e le borgate: è così che Klein “scoprirà di essere un fotografo”. E come il volto di una vecchia fidanzata in uno scatto, Roma appare così: elegante nel bianco e nero, giovane, piena d’energie.

W. Klein, L' acquedotto in Via del Mandrione e in Via di Porta Furba, 1957. Stampa fotografica ai sali d'argento.

Le sue foto sono degli affreschi di vita, tra il rito sacro del caffè al bar, il barbiere che tra un cliente e l’altro suona la chitarra, le processioni piene di bambini imbronciati e autorità seriose, le partite di calcio davanti al Colosseo, le gite fuori porta.

Simboli di una romanità sfacciata che confonde reperti storici e lavatoi, Lambrette e Vespe sfreccianti tra i Fori Imperiali , volti e personalità che è facile incontrare ora come allora.

Di lui Sofia Loren dice: “Klein ha occhi come coltelli. È spietato e scandaloso ma non è mai cattivo. È tenero e buffo e violento e sono sicura, innamorato di questa nostra pazza Roma”.

Nelle fotografie di Klein chiunque, contagiato dall’ atmosfera di Roma, può sentirsi soggetto e protagonista, anche chi con lo sguardo scorre questi ritratti magistrali e intensi.


William Klein. Roma fotografie 1956-1960
14 Aprile – 25 Luglio 2010
Mercati di Traiano
Museo dei Fori Imperiali – Via IV novembre 94

Io ho quel che ho donato: ex-libris in mostra

Considerato il lavoro d’ingegno che c’è dietro a ogni libro, considerato il legame affettivo che con esso si crea, un legame esclusivo e di filiazione che mai si ripete, è chiaro che possa nascere l’esigenza di marchiare i propri volumi: per personalizzare la propria biblioteca o per fare in modo che alcuni libri, sempre generosamente prestati, possano un giorno ritrovare la strada di casa, ma soprattutto per testimoniare e suggellare il legame creatosi tra libro e lettore. Non a caso il timbro si appone a lettura ultimata.

E questa è consuetudine antica, nata quasi di pari passo con la stampa a caratteri mobili di Gutemberg: man mano che le biblioteche personali si ampliavano e visto il considerevole valore dei singoli esemplari, i lettori incominciarono a inserire tra le prime pagine dei libri degli “ex-libris” (“questo volume proviene dalla biblioteca di…): stampe di motivi decorati, spesso associati a un motto (celebri quelli ideati da D’annunzio), recanti il nome del proprietario.
Col tempo (il primo ex libris datato è quello che Albrecht Dürer eseguì nel 1516 per Gerolamo Ebner), visto il costo elevato delle singole stampe, si passò all’utilizzo di timbri, spesso commissionati ad artisti di rilievo: Mucha, Orlik, Beaedsley, De Carolis (negli ultimi decenni del XIX secolo gli ex-libris divennero materiale pregiato da collezione).

Da appassionata lettrice da sempre desidero un mio ex-libris (per il momento posseggo un piccolo timbro a forma di pecorella che imprimo sulla prima pagina dei miei volumi). Per questa ragione colgo al volo le occasioni (ultimamente non rare visto che alcuni ex-libris sono dei veri e propri pezzi d’arte) di vederne qualcuno in mostra.

ex-libris di Hans Knabensberg, Germania, 1470

Così è stato ieri: in una piccola libreria, “Libri necessari“, di Roma (Via degli Zingari 22/A)  sono in mostra (“Questo libro è mio!“) da qualche giorno gli ex libris dell’incisore Laura Stor.
Una libreria di libri usati che (caso rarissimo!) è davvero tale, con scaffali tappezzati di nutrite collezioni di volumi, tra i quali, spulciando, si possono trovare a pochi euro l’edizione di qualche classico contemporaneo che cercavamo da tempo, o antiche edizioni di pregio. Niente rimanenze di magazzino, dunque, e non zeppa fino al soffitto di inutili manuali da edicola.

In questa piacevole atmosfera trovano spazio le eleganti incisioni di Laura Stor: ex libris originali, acqueforti o acquetinte con soggetti originali.

Sempre presso “Libri necessari” da sabato 24 aprile 2010 la mostra calcografica “Fogli tra i libri”: incisioni di Aldo Burattoni.

Ex-libris in mostra a:

  • Verona  “Terzo tra noi l’amore”  Mostra di ex libris, casa di Giulietta fino a domenica 2 maggio 2010.