L’unica qualità che riscatta l’universo è la sua indifferenza

Le belve è un romanzo ingannevole. Lo apri, leggi le prime righe e subito la grande mano di Don Winslow ti afferra e ti scaraventa nel confine fra Messico e California, a seguire le imprese di Ben e Chon, amici e spacciatori, costretti a una narco-guerra che sanno di non poter vincere ma dalla quale non possono tirarsi fuori, pur di salvare la loro amata Ophelia, per gli amici O. C’è gente che muore, spesso molto male e raramente nel proprio letto; c’è il sesso; c’è il tema dei pochi e caparbi eroi contro l’esercito dello spietato villain; c’è il degenero di un’umanità trascinata in assurde lotte per un potere che, in fondo, sono in pochi a volere davvero; c’è l’irrazionalità dei sentimenti come motore del tutto; c’è l’ineluttabilità del destino. Insomma tutto quello che serve per un noir solido e coinvolgente. E tu sei lì che leggi, non ce la fai a smettere, sei catturato dalla prosa asciutta e brillante, dai dialoghi precisi e taglienti, dal black humor da gangster, dallo snodarsi ben calibrato della trama, da un ritmo che non cala, da una tensione costante, da un taglio estremamente cinematografico (ammesso che i tuoi gusti lo ritengano un pregio). Ridi, ti esalti, ti preoccupi, fai il tifo per i buoni – laddove buoni è un termine da prendere con estrema cautela – finisci di leggere, chiudi il libro e dici “wow”.
Poi ci pensi su e pian piano tornano a galla quei dettagli ai quali, nell’impeto della lettura, avevi dato poco peso: lo scarso spessore dei personaggi, certe trovate stilistiche – parole allineate al centro, capitoli di tre righe – piuttosto gratuite, le critiche al consumismo un po’ tirate per i piedi. Quando poi scopri che il libro è già diventato un film, diretto nientemeno che da Oliver Stone, il cui nome peraltro compare già nei ringraziamenti, ti viene quasi da pensare che Winslow abbia rimaneggiato una sceneggiatura per poi vendertela come un libro, addirittura ti sfiora il dubbio che si tratti di un’astuta operazione di marketing per lanciare il film.
Il tuo giudizio rimane quindi in sospeso, diviso fra la frenesia che ti rapiva mentre leggevi e la sensazione che l’autore abbia voluto darti esattamente quello che volevi senza sbagliare nulla nel prepararti questo regalo, nemmeno la carta con cui l’ha impacchettato. Insomma, ti sei accorto di essere stato artatamente sedotto e non capisci se ciò ti abbia dato fastidio oppure no.
Forse un po’ sì e probabilmente Winslow ha scritto di meglio. Ciò non toglie che mentre seguivi le imprese di Ben, Chon, O e tutti gli altri tu ti sia ritrovato proprio lì, ad annusare i profumi del Messico, a viverne la tensione, a rimirare le spiagge californiane e ad assaporare il miscuglio di paura e adrenalina appena prima di un agguato. E scusate se è poco.

Titolo: Le belve
Autore: Don Winslow
Editore: Einaudi, Stile libero Big
Dati: 2011, pp. 456, euro 19,50

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21 ricette pratiche di morte violenta: suicidarsi è un’arte

“Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l’idea del suicidio, mi sarei ucciso subito”, scrisse  il filosofo e scrittore Emil Cioran.  E in un’intervista raccontò: “Credo che l’idea del suicidio sia l’unica cosa che rende sopportabile la vita, ma bisogna saperla sfruttare, non affrettarsi a tirare le conseguenze”. Ora qui non si scrive di Cioran, anche se il tema è pertinente  e il filosofo è un ottimo apripista.

Ha la stessa impostazione concettuale, una stravagante consolazione filosofica, paradossale come i suoi ragionamenti: 21 ricette pratiche di morte violenta, guida per aspiranti suicidi con sottotitolo (tanto per capire di che pasta è fatta) “a uso delle persone scoraggiate o disgustate dalla vita per motivi che, tutto sommato, non ci riguardano”. Chissà se Cioran abbia mai letto questo formidabile e dissacrante libello, introdotto da un Piccolo manuale del perfetto suicida,  scritto e disegnato nel 1926 da Vercors, pseudonimo di Jean Bruller, poi rivisto e aggiornato a distanza di molti anni, nel 1977, dallo stesso autore. Chi più di un umorista può rendere sopportabile la vita consigliando la morte? Chi è più filosofo di un umorista noir? Uno che ti suggerisce tra l’altro, un suicidio per eccesso idraulico, laminazione, immersione prolungata parziale o totale, harakiri, o per eccesso di longevità spiegando con precisione come si realizzano; uno che si prende cura di portare il suo gioco mentale fino all’assurdo. Freud ha evidenziato che “il contrario del gioco non è ciò che è serio bensì ciò che è reale’” E Bruller ‘sabota’ il reale, la morte a favore del gioco, con serietà estrema.

In grande anticipo sull’era nostra dei prontuari, a tal punto pronti che in poche mosse ti risolvono persino questioni di vita e di morte (alla lettera), della manualistica e dei ricettari concernenti qualsiasi cosa, Vercors si comporta in questo album umoristico sui generis da ‘chef’ atipico, capace di elargire con piglio scientifico e professorale, ricette suicidarie per tutti i gusti, le esigenze, i caratteri e i fisici. Così, il tipo filosofo, ma filosofo pesante, l’uomo del disinganno, proprio come Cioran, che cerca un’indicazione non sul delitto perfetto, ma sul suicidio perfetto per poi tornare alla vita libero e affrancato, trova quel che cerca. Trovano la soluzione adatta a loro anche il tipo stanco della vita tutto a un tratto, fulmine a ciel sereno, per una delusione d’amore, proprio come accadde allo stesso Bruller; il suicida attivo e quello passivo, l’introverso e l’audace.  Ogni ricetta è corredata da illustrazione dell’autore, a scanso di equivoci e per favorire l’esecuzione manuale. Più che una questione di coraggio, infatti, il suicidio nella canzonatura lieve di Vercors, richiede di superare un grave pregiudizio, sembra essere un fatto di movente e concernere un problema esecutivo a cui porre rimedio. Il risultato è un capolavoro di leggerezza e paradosso niente affatto segnato dal passare del tempo. Finora sconosciuto in Italia, a pubblicarlo ci ha pensato la casa editrice Portaparole (la cura e la traduzione sono di Flavia Conti che per la casa editrice ha già tradotto dello stesso autore, Le commandant du Prométhée). Portaparole si distingue nel panorama italiano perché è specializzata nella pubblicazione di testi proustiani e di cultori di Proust, oltre a essere bilingue (pubblica in italiano e in francese), e capace di scovare  classici irriverenti.

All’epoca della prima stesura, Vercors era un disegnatore e illustratore; solo dopo la partecipazione alla Resistenza francese durante la seconda guerra mondiale diventerà uno scrittore di fama mondiale per aver scritto Il silenzio del mare e fondato in clandestinità Le Editions de Minuit. La guida all’aspirante suicida nasce da un gioco con Yvonne Paraf, responsabile del rifiuto d’amore,  (diventerà la futura factotum delle Editions de Minuit). Vercors le consegna un disegno di suicida per essere stato respinto; lei,  per nulla affranta, risponde con un altro disegno: nasce l’idea di comporre un album, vignette e testo. Che è un’immersione in una realtà governata dall’umorismo nero, prendere o lasciare; un salvavita per maitre a penser che vi trovano soluzioni di liberazione possibile (anche se non le applicano), modo di riconciliarsi con l’esistenza e persino di apprezzarla di più. Tra la prima e la seconda edizione con aggiunta di un’avvertenza al lettore, il riso beffardo di Bruller (l’opera gli ha portato fortuna; è vissuto fino a 90 anni) fa il verso all’autore giovane. La portata ludica e iperbolica del testo raggiunge i risultati più divertenti nel capitolo Suicidio per contagio volontario in cui l’operato di medici e chirurghi è annoverato come strumento di fine, in alternativa al contatto con un malato contagioso. O il suicidio per ingestione da parte animale, un tempo molto pratico: “bastava abbracciare la fede cristiana”, mentre oggi basta una visita al presidente dell’Uganda, scrive Vercors, “una parola ben detta e il processo è avviato in modo generalmente irreversibile”, tramite uso di coccodrillo. L’autore dice di esser rimasto vivo per troppo attaccamento alla vita, eccesso di precauzioni nei preparativi del suo trapasso. Suggerisce dunque, per un suicidio ben riuscito, prudenza, modestia, soprattutto combinare diverse ricette per un risultato sicuro. L’importante è approfittare “di un così meraviglioso vantaggio” dato all’uomo: “poter morire, se vuole, quando, dove e come preferisce”, organizzare al meglio la “grande esperienza”. Studiare bene il manuale così da organizzare una fine elegante. Riuscitissima.

 

Titolo: Ventuno ricette pratiche di morte violenta
Autore: Vercors
Editore:Portaparole
Dati: 2011, 132 pp., 18,50 €

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L’inchiostro sangue del Rio della Plata traccia derive esistenziali e sociali

Se avete una “straordinaria passione per i paradossi dall’equilibrio instabile, come piramidi poggiate sulla punta”, la lettura che fa per voi, in amaca e in ogni luogo, è Inchiostro sangue, antologia di racconti del Rio de la Plata corredata da saggi, a cura di Loris Tassi e Antonella De Laurentiis (edizioni Arcoiris). Il libro è un assaggio, uno ‘sfizio’ croccante e sapido; piacevole scoperta per chi si apre al mondo della letteratura catalogata come poliziesca, ma abbiamo ragione di credere anche per i lettori di consumata competenza. Il poliziesco: genere ‘ferroviario’, secondo qualcuno, o balneare secondo un’altra variante consolidata; gioco fantastico in forma di crimine rompicapo da Borges in poi. Poliziesco è generico: i critici,  scrive Loris Tassi (docente di lingue e letterature ispanoamericane presso l’Orientale di Napoli) nel suo saggio narrativo in appendice, “sono d’accordo nel ritenere che le correnti principali del poliziesco siano tre: il romanzo enigma, il romanzo di suspense e il romanzo noir”. Abbiamo tante di quelle categorie in testa da far spavento: un’antologia simile è un buon pretesto per fare ordine in zona ‘giallo’ e capire che “anche se viviamo ‘sotto l’influenza calmante della letteratura standardizzata’, anche se i romanzi polizieschi confezionati con lo stampino si sprecano, molti scrittori latinoamericani dimostrano che è possibile riattivare il genere con infinite e sempre più complesse versioni e perversioni”, secondo l’avvertenza ancora di Tassi. Non c’è solo il Dupin di Edgard Allan Poe, il grande iniziatore, il creatore del genere secondo Borges ma anche del suo lettore specifico, sospettoso, guardingo, critico; non c’è solo il più noto ai cultori, il detective Marlowe di Raymond Chandler, o il filone anglo centrico classico, l’Holmes di Conan Doyle, l’Hercule Poirot o la Miss Marple di Agatha Christie (per restare ai più famosi).

L’Argentina è terra feconda che ha prodotto e produce una originale e efficace produzione poliziesca, prima di Borges e dopo. L’antologia sta a testimoniarlo e si scopre curiosamente leggendo i racconti e inoltrandosi poi nei saggi integrativi, che ci sono stati scrittori di polizieschi d’attitudine e costruzione borgesiane prima di Borges; scrittori che hanno usato un genere considerato marginale o minore come un pretesto o ‘salvacondotto’ per incanalare di volta in volta un gioco intellettuale, un’arte sublime e fantastica (come poi Borges lo intese) , la fotografia della realtà, la denuncia sociale per sfuggire alla censura, dittatoriale e non; la voglia di trasgredire a logiche date e scovare la libertà d’espressione attraverso lo scarto dalla norma.  Apre l’antologia il racconto L’indagine (primo racconto poliziesco pubblicato in lingua spagnola nel 1897,  segnala nel suo saggio Andrea Pezzè) di Paul Groussac, scrittore franco argentino. Questo racconto mostra che il poliziesco è un ottimo modo di fare meta letteratura e realizzare avventure mentali. La trama è raccontata nel corso di una gita in barca da un ex commissario di polizia a Buenos Aires che ha la “straordinaria passione per i paradossi dall’equilibrio instabile”.  Il racconto riferito dal narratore consiste nel fatto che la protagonista è costretta  a inventare lei stessa una trama fasulla e non perché colpevole. Non copre infatti il delitto della madre adottiva, ma copre la sua vita, o onorabilità. Caso vuole che quando la madre adottiva viene uccisa nella casa in cui convivono, ha ricevuto clandestinamente il suo amante. Siamo in costruzioni meta letterarie dove il delitto e la risoluzione dell’enigma sono elementi non prevalenti quasi: valgono come congegni per interessare il lettore e poi trasportarlo altrove, tra i fili che manovrano l’invenzione stessa, in sala macchine. Così è il racconto Il triplice furto di Bellamore dell’uruguaiano Horacio Quiroga, pubblicato nel 1903. Questo tal Bellamore è accusato da un antagonista che non ha niente di meglio da fare, tale Zaninsky, di aver compiuto tre furti in tre banche. Il narratore confuta le accuse e lo scagiona, senza indicare il vero colpevole. Allora in che consiste la trama e il punto di svolta? In realtà è un curioso racconto, “uno dei primi polizieschi sul poliziesco, un’opera che è la poetica di una narrazione”, chiarisce lo studioso Andrea Pezzè.

Scantona e trasgredisce regole proprie del genere La pazza e il racconto del crimine di Ricardo Piglia,  racconto scritto nel 1975 (guarda caso quando l’Argentina sta sprofondando nella dittatura) incentrato non tanto sul crimine, ma sul fatto che si può dire la verità su un crimine solo attraverso la finzione, la scrittura. Un linguista prestato al giornalismo risolve un caso di omicidio decifrando le frasi sconnesse di una pazza che svelano l’identità dell’assassino. Il direttore del giornale rifiuta di pubblicare lo scoop per evitare problemi con la polizia: la verità non può essere messa al servizio della giustizia. L’unico sistema di svelarla è trasformarla in letteratura, ovvero ricorrere alla finzione di un racconto poliziesco. Il tipo dell’argentino Mempo Giardinelli, è un uomo che sa di stare per essere freddato da un killer e non fa niente per sottrarsi alla fine, anzi fa il resoconto mentale a freddo dell’avvenimento mentre è seguito nel tragitto verso casa perché “la morte è un fatto quotidiano”. Finché a casa, compie i soliti gesti,  l’unico cruccio è accorgersi che lo slip ha l’elastico rotto,  sente i passi sulle scale, apre una birra e anche la porta. La prima cosa che vede è la pisola col silenziatore. Ed è anche l’ultima. Non conta tanto chi uccide e perché, quanto il mandante; vale la suspense e la minaccia incombente, la condizione di precarietà e pericolo in una società corrotta dove non c’è salvezza. O ci si salva perdendo la vita nei modi più bizzarri: in Inchiostro sangue di Juan Sasturain si scrive col proprio sangue la canzone di dedica all’amata per riconquistarla, ma il gioco eccede la misura e si muore. Se è così che vanno le cose, allora, caso argentino a parte, se il poliziesco declinato in vari modi contiene il mondo e la sua complessità, si spiega allora anche l’inflazione del genere (fino alla pattuglia di scandinavi la cui la sovrabbondanza produttiva di noir ha esternato la corrente pulsionale di distruzione e morte, oltre la facciata di società civile e ‘criteriata’ purtroppo confermata dalla cronaca dei giorni scorsi). Profeta o premonitore, Jean Patrick Manchette (fautore del noir francese contemporaneo, morto troppo presto, citato da Loris Tassi), l’ha annunciato all’alba del duemila: “il giallo è la grande letteratura morale della nostra epoca ed è la letteratura della crisi”.

Titolo: Inchiostro sangue. Antologia di racconti e saggi del Rio de la Plata
Curatori: Tassi L., De Laurentiis A.
Editore: Arcoiris
Dati: 2009, 154 pp., 10,00 €

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The file on Robert Siodmak

Capita a volte di essere la persona giusta nel posto sbagliato.
Ovvero, può capitare di essere uno straordinario regista del mistero ma di avere la sfortuna di lavorare nella stessa nazione, durante gli stessi anni e per la stessa casa di produzione di Alfred Hitchcock. E così, per quanto si possa essere talentuosi, si finisce per rimanere comunque oscurati dalla fama di un tale genio e, con gli anni, di vedere il proprio nome quasi dimenticato.
Dimenticare Robert Siodmak, ebreo tedesco rifugiato in America durante il nazismo, sarebbe un vero delitto, tanto per usare una metafora tematicamente appropriata. Siodmak, infatti, ha firmato alcuni titoli indimenticabili della storia del cinema noir, definendo un tipo di racconto che si distacca dal cliché e si concentra, invece, sulla psicologia dei personaggi e, soprattutto, sui loro sentimenti.

A partire dagli anni ’40, Siodmak porta sullo schermo storie audacemente complesse, come la splendida The killers, ma sorrette da sceneggiature impeccabili; storie in cui, spesso, nessuno è completamente colpevole e nessuno è completamente innocente.
Al modello di protagonista cinico e corrotto che imperversa in un certo cinema di genere anche europeo, Siodmak risponde con storie noir atipiche in cui, al contrario, il crimine è vissuto e narrato da personaggi che amano troppo o si fidano troppo.

Per chi si può diventare un ladro, un assassino, un baro? Per delle splendide femmes fatales, nella più classica delle soluzioni. Del resto, chi non sarebbe stato pronto ad uccidere per Ava Gardner in abito da sera? Eppure tutto quello che anche la stessa Kitty fa in The killers, lo fa per troppo amore. Oppure, al contrario, ci si può perdere per una donna talmente pura che il suo platonico innamorato è disposto a tutto pur di proteggerne il nome: non solo uccidere qualcuno ma farsi anche poi arrestare per il delitto commesso (The suspect, con un sempre straordinario Charles Laughton).

Certo non tutti quelli che amano o odiano si trasformano in assassini; ma Siodmak, con una certa ironia, ci mostra quanto ci si possa sentire colpevoli persino per aver compiuto un omicidio nei minimi dettagli, ma solo nella propria immaginazione, come succede al caro zio Harry con le sue nipoti. (Io ho ucciso!)

A Siodmak si deve anche la decisione, azzardatissima per l’industria cinematografica hollywoodiana dell’epoca, di proporre a Gene Kelly il ruolo di villain in un adattamento del romanzo di Somerset Maugham, Vacanze di Natale. Nonostante il parere fortemente contrario del suo agente, Gene Kelly accettò, cogliendo al volo la possibilità di partecipare ad un progetto filmico straordinariamente affascinante. Questa scelta rimarrà un caso isolato nella sua carriera, ma chi veda Vacanze di Natale può scoprire con i propri occhi come il carisma di Gene Kelly renda questo film praticamente perfetto.

Altre volte, però, può capitare di essere la persona sbagliata nel posto giusto.
Ovvero ci si può trovare per caso nell’ufficio del proprio collega ispettore di polizia e veder comparire una ragazza decisamente interessante che è venuta lì per denunciare un tentato furto. Così inizia Il romanzo di Thelma Jordon (The file on Thelma Jordon), 1950, ottima collaborazione tra il talento visivo di Siodmak e quello interpretativo della regina del noir, Barbara Stanwyck. Tra Clive e Thelma nasce un’attrazione fisica ed emotiva che fa dimenticare a Clive di essere marito e padre. Ma l’adulterio è solo il minore dei problemi di Clive perché, dopo pochi giorni, Thelma viene accusata di aver ucciso la vecchia zia miliardaria.

Chi è realmente Thelma? Un’assassina a sangue freddo e una cinica approfittatrice o una ragazza innamorata vittima degli eventi? Quella sera si trovava davvero alla stazione di polizia solo per caso? Clive e il pubblico devono scommettere su di lei, ma a rischiare tutto, naturalmente, è Clive che, in quanto procuratore legale, riesce a farsi affidare proprio l’accusa del caso Jordon. Per difendere Thelma dovrà fingere di volerla accusare ma commettendo volontariamente una serie di errori strategici che porteranno, invece, la giuria ad assolvere la ragazza.

Storia classica e al tempo stesso originale, in cui la verità – come accade nella vita – si trova nel mezzo, The file on Thelma Jordon è, ancora una volta, la storia di uomini e donne che amano troppo; che, pur essendo stati sedotti dal crimine, ancor di più lo sono dalla possibilità di riscattarsi. L’amore, quindi, è il vero protagonista dei migliori film di Siodmak;  forza irrazionale che degrada e rende capaci di ogni cosa, ma, allo stesso tempo,  unica forza spirituale in grado di redimere.

Paesaggio di Londra criminale al tramonto

Dopo decenni trascorsi nell’ombra a rodersi il fegato per il successo degli altri, sono sempre più numerosi gli sceneggiatori di talento che decidono di passare alla macchina da presa sperando che, così, qualcuno ricordi il loro nome.
È il turno di William Monahan, sceneggiatore di fiducia di Ridley Scott (Le crociate, Nessuna verità) e, occasionalmente, di Martin Scorsese (The Departed). Premesso che nessuno dei film da lui scritti mi ha mai entusiasmato (no, nemmeno The Departed) volevo comunque scoprire come avrebbe potuto cavarsela Monahan al di fuori dell’ombra (magari un po’ soffocante) dei grandi nomi con cui ha collaborato.

London Boulevard è un gangster movie un po’ atipico che pesca sfacciatamente nei ricordi della nouvelle vague e nel cinema noir della vecchia Hollywood.
La storia, tratta dal romanzo di Ken Bruen, inizia il giorno in cui Mitchel (Colin Farrell) esce di prigione. Come tanti che hanno sperimentato l’ospitalità delle patrie galere, Mitch ha deciso che in quel posto non ci vuole più mettere piede, e che, di conseguenza, vuole vivere una vita pulita.
Ma, come prescrive la tradizione di genere, il proposito è più facile a formularsi che a mantenersi. Gli amici e i contatti di Mitch appartengono tutti al vecchio giro e persino la lussuosa casa dove Mitch risiede insieme all’amico e socio Billy, non è stata esattamente acquistata né presa in affitto.

Per cercare di guadagnare quanto basta per avere “un letto su cui dormire e qualcosa da mangiare” (ma davvero è questo ciò che desidera?) Mitch accetta uno strano e indefinito lavoro per conto di ancor più strani e indefiniti padroni. Svolgendo mansioni a metà tra guardia del corpo, manovale e dama di compagnia, Mitch si ritrova nella casa di una celeberrima attrice, Charlotte (Keira Knightely). La donna – in parte esasperata dall’insistenza quasi sadica con cui i paparazzi la assediano, in parte vittima delle sue personali nevrosi – ha deciso di rinchiudersi in casa ed evitare qualunque contatto con l’esterno.

La prima parte della storia, nonché l’intera campagna pubblicitaria, suggeriscono che la narrazione ruoti intorno al rapporto tra questi due personaggi problematici che, ognuno con i propri difetti, sembrano comunque destinati a sviluppare una tenera storia d’amore. Invece il ruolo di Keira Knigthley in questo film è poco più di quello di rendere plausibile una scena in cui sia lei che Colin Farrell siano parzialmente svestiti. Tolta questa tensione erotica (peraltro piuttosto debole) la funzione del suo personaggio resta piuttosto misteriosa e decisamente accessoria.

È possibile che, nell’intento dell’autore, la figura di questa diva ossessionata e fragile e del suo bizzarro e devoto manager (David Thewils che, per quanto mi sforzi, per me rimarrà sempre il professor Lupin di Harry Potter) sia una citazione da uno dei migliori film noir della storia del cinema: la splendida Gloria Swanson e il suo maggiordomo Heric von Stroheim in Viale del Tramonto (Sunset Boulevard), esplicitamente richiamato anche nel titolo.
In effetti Monahan ogni tanto viene colto dalla sindrome del primo della classe e dall’irrefrenabile desiderio di mostrare al pubblico quanti film abbia visto e quante cose abbia imparato: da Wilder, da Truffaut, da Tarantino solo per dire quelli più sfacciatamente omaggiati.

Se si vuole realizzare un film che ammicca ai cinefili, però, ci si espone al rischio che una parte degli spettatori concluda che il paragone è decisamente impietoso, e che, va bene divertirsi con le citazioni, ma se la storia è debole, il film, comunque, non decolla.

Tuttavia, eliminata l’improbabile storia d’amore e il citazionismo compulsivo, London Boulevard è un film che ha anche i suoi pregi.
In primo luogo Colin Farrell, che conferma di non essere solo muscoli e sopracciglia ma di saper persino recitare dignitosamente, quando vuole. Poi una buona sottotrama criminale che si regge abbastanza bene fino alla lunga e ben riuscita sequenza finale: in un crescendo di violenza così efferata da diventare quasi commedia, Monahan trova finalmente la sua personale e originale dimensione autoriale.
La violenza, alla fine, non può portare che alla violenza e non esistono criminali buoni o criminali cattivi, solo criminali vivi e criminali morti.
Davvero notevoli gli ultimi minuti, bellissima l’inquadratura finale. Quasi alla Orson Welles. Ma si era detto basta con le citazioni.

 

London Boulevard, USA/GB 2010
regia di William Monahan
tratto dal romanzo omonimo di Ken Bruen
con Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewils, Anna Freil
103 minuti
o1 distribution
nelle sale dal 10 Giugno 2011

Una moneta magica e i pasticci aurei del destino in salsa siciliana

Prendi una storia realmente accaduta, capitata a un lontano parente, così lontano che neanche riesci ad arrampicarti sull’albero genealogico e scovarlo in un qualche ramo remoto; metti che la storia di generazione in generazione diventi sempre più ridondante, merito di una tradizione orale familiare esuberante che amplifica il romanzesco insito nell’esistenza; metti che la storia giunga infine all’orecchio di un professionista della parola e dei congegni narrativi. Che pensate accada, allora? Nasce un frutto, un frutto insolito e particolare, una stravaganza o divertissement, firmati da un campione di sicilianità letteraria, alla pari di Verga, Pirandello, Sciascia: Andrea Camilleri. E difatti, “La moneta di Akragas”, ultima sua creazione è divertissement, costruzione fantastica che poggia su solide fondamenta, narrazione storica con giallo incorporato, racconto di ambientazione e atmosfera tipicamente siciliane, secondo il gusto e lo stile proprio dell’artefice dei grandi cicli di Vigata.

Chiarisce lo stesso Camilleri in una nota conclusiva a margine, secondo la modalità sua propria di costruzione narrativa, che la storia raccontata nasce da una cronaca familiare, subito diventata leggenda, secondo la quale un lontano parente, medico e numismatico, un giorno incontrò un contadino che gli donò una preziosa moneta d’oro, scoperta zappando. Era la mitica moneta di Akgras. Il medico per l’emozione cadde da cavallo spezzandosi una gamba. Pare che poi il dottore regalò la moneta al re Vittorio Emanuele III che ricambiò il favore conferendogli l’onorificenza di grande ufficiale. Il resto è lavoro di fantasia e perizia tecnica, con tanto di salti temporali.

La storia inizia nel 406 a.C. L’antica Akragas, Agrigento, assediata dai cartaginesi, capitola. Kalebas, soldato mercenario superstite, dopo tre giorni di combattimento potrebbe salvarsi la vita ma, ironia della sorte, è punto da una vipera e prima di morire lancia un sacchetto di monete, piccolo tesoro che è la sua paga di tanti mesi di lavoro, lontano. Chissà. Salto temporale. 1908, “Quasi duemilacentosettant’anni dopo Akragas, un’altra città siciliana viene distrutta dalle fondamenta. Ma stavolta si tratta di cause naturali” : il terremoto di Messina. Anche stavolta una preziosissima moneta di Akragas arriva nelle mani dello zar di Russia, numismatico per passione, accorso nelle insolite vesti di componente illustre della protezione civile internazionale, molto prima di ben altre vicissitudini nazionali. Un anno dopo, una uguale moneta viene trovata nelle campagne da un contadino. Il dottor Stefano Gibilaro, medico condotto di Vigata, per l’emozione della scoperta cade da cavallo. Il contadino vorrebbe consegnare al medico la moneta sapendolo appassionato e numismatico, per sdebitarsi dell’assistenza  ricevuta, ma la sorte non sempre permette di realizzare i propri intenti. Anzi al povero contadino, il ritrovamento costa molto, troppo, e da quel momento le vicende prendono a scorrere in modo misterioso, ci scappa il morto, ci scappa il giallo, ci scappa l’indagine, si intersecano i registri e i generi, il dialetto e l’italiano (secondo le modalità cui Camilleri ha abituato il suo affezionato pubblico di lettori). La moneta, la favolosa piccola Akragas, decreta gli eventi con un andamento che ha risvolti tanto tragici che esilaranti, secondo un suo concedersi e sottrarsi che caratterizza gli oggetti magici. Il medico la vorrebbe, sembra che non possa averla, deve imparare l’arte della rinuncia.

“La spiegazione è questa – secondo il dottor Gibilaro, appunto – che la moneta stia esprimendo la sua volontà di non riapparire al mondo, di tornarsene nuovamente dentro quella terra dalla quale un giorno l’hanno tirata fuori. E comunque, in linea subordinata, di non andare mai, per nessuna ragione, a finire nella sua povera collezione. È come se un’imperatrice si rifiutasse giustamente di abitare in una stamberga.”
Non c’è niente da fare: la tentazione di infilare il giallo, il risvolto noir amaro e fondente, che fonde il lettore per la curiosità di sapere cosa va a capitare, è sempre forte in Camilleri, così come la sua caratterizzazione dei personaggi attraverso la dualità linguistica, dialetto o lingua, e il gusto di fare il verso al romanzo storico con passaggi persino saggistici.

Così da “Il Birraio di Preston”, all’invenzione del commissario Montalbano e dei titoli che tanto l’hanno reso famoso e riconoscibile. La perizia tecnica è tale che il gioco di intrecciare generi,piani temporali e livelli di lettura, è magistralmente condotto e risulta tanto naturale che il lettore appassionato di Camilleri si sente a casa. Trova quel che cerca, con una freschezza rinnovata. La moneta sembra far parte degli oggetti fatati delle fiabe, capaci di una loro vita autonoma, di modificare la realtà, di creare destini, di optare per una polarità positiva o negativa. Conta anche con chi la moneta si incontra, c’è di mezzo la morfologia umana, lo spessore etico, se prevale l’avidità o il sapersi disfare anche di una cosa preziosa, con la consapevolezza della relatività del possesso. Torna il tema verghiano della roba tramutato in gioco dei destini. Ci sono archetipi fiabeschi in azione. C’è la relatività della dimensione temporale. Un passato lontanissimo e un passato recente si raccordano, il tramite sono sotterranei affioramenti. La storia si ripete o ripete una stessa emanazione di senso? C’è la stravaganza, l’irruzione della fantasia o dell’imprevedibilità nel corso delle vicende umane. C’è la voglia di giocare e trasformare un’antica cronaca familiare in narrazione dove tutto fila liscio. Lettura godibile e trama di senso a strati, anche sotterranei. E persino il messaggio c’è ma senza sovrastare il resto. Nessun alone sacerdotale quando prevale, sempre e comunque, il gusto del racconto.

L’opera pubblicata dalle prestigiose edizioni Skiria nella collana Art Stories al centro è corredata da dipinti raffiguranti Agrigento antica, fotografie di scene del terremoto di Messina, campioni di monete custodite al British museum. È in veste grafica elegantissima, con tanto di copertina dorata quanto una moneta di Akragas. Un bagliore di luce pura sul comodino!

Titolo: La moneta di Akragas
Autore: Andrea Camilleri
Editore: Skira editore
Dati: 2010, 136 pp., 15,00 €

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… e alla fine arriva Tamara Drewe

La presentazione del luogo fa pensare a uno dei film in costume di James Ivory o a un libro di Jane Austen: siamo nella rigogliosa campagna inglese, ferma nel tempo, bellissima ed evocativa. L’ambientazione è una “residenza per scrittori”, luogo di quiete in cui l’animo e il talento si ricreano e rifioriscono. Ma sgombriamo subito il campo dagli equivoci: la natura, la scrittura, l’ambiente radical-chic, i riferimenti ostentati alla vita equo-solidale e all’agricoltura biologica non hanno nulla a che vedere con la narrazione. Si tratta di espedienti un po’ furbetti per introdurre una storia  ammiccante e, a conti fatti, banale.

Stephen Frears, regista prolifico e talentuoso senza eccessi, ha messo in scena una graphic novel di Posy Simmonds, rimanendole forse un po’ troppo fedele: si suppone che l’adattamento cinematografico di un fumetto richieda un importante lavoro a livello di sceneggiatura, a meno che non ci sia una precisa – discutibile o meno – scelta registica. E non sembra essere questo il caso.

La tranquilla vita di provincia, un sogno per gli ospiti della casa per scrittori, è spesso un incubo per gli abitanti, soprattutto per i più giovani.
Tamara Drewe arriva a creare un po’ di scompiglio in una comunità già di suo tormentata e, forte della sua sensualità e priva di qualsiasi profondità, salta da un letto all’altro, innescando una reazione a catena nella vita dei non troppo sereni vicini. A tirare le fila e complicare la trama sono due ragazzine, naturalmente annoiate e sciocche come la maggior parte degli adolescenti: Casey e Jody.

Tamara resta un personaggio di sfondo, a una dimesione. Gli uomini che la rincorrono come sprovveduti danno un’immagine desolante dell’universo maschile. Mentre l’unica donna vera, tratteggiata – lei sì- con devozione e spessore, resta un’eroina fuori dal coro cui nessuno vorrebbe mai assomigliare.

Un film senza pretese, ma a suo modo pretenzioso, che lancia un ponte fra humour e noir, mix di generi cui gli inglesi sono particolarmente affezionati. Purtroppo, senza il giusto  bilanciamento tra paradossale, grottesco e stile, il risultato somiglia più all’episodio di una soap opera che ad un film d’autore. Come d’altronde lascia intendere il sottotitolo italiano al titolo originale: “tradimenti all’inglese”.

Se il film fosse stato più breve e con un ritmo incalzante (più consono a un fumetto), sarebbe stato certamente più semplice  essere indulgenti con i buchi di sceneggiatura e la mancanza di caratterizzazione dei personaggi. Non foss’altro per ammirare l’ottima  fotografia, la bellezza dei luoghi e la faccia da fumetto di Gemma Arterton (alias Tamara Drewe).


Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese (Tamara Drewe)
di Stephen Frears
Produzione: GB, 2010   
Genere: Commedia
Durata: 111′
Sceneggiatura: Moira Buffini
Posy Simmonds (graphic novel)

Nelle sale dal 5 Gennaio 2011

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