'Paperman', il corto animato della Disney candidato all'Oscar

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È finalmente online il nuovo cortometraggio animato della Disney che introduce una sorprendente tecnica in grado di fondere insieme le immagini realizzate al computer con quelle disegnate a mano. Il regista John Kars, benché  all’esordio, con Paperman è già riuscito a guadagnarsi una candidatura all’Oscar.
Enjoy!

La principessa scarmigliata

Ribelle- the Brave; Disney - Pixar

Due brevissime premesse.
Uno: sono una grande fan della Pixar. Ho setacciato avidamente il web in cerca di trailer e immagini di questo film mesi prima che arrivasse nelle sale. L’impazienza sempre più viva e le aspettative sempre più alte. Il che non è MAI una buona cosa.
Due: ho sempre voluto avere i capelli rossi. Proprio quel rosso lì.

Dopo aver esplicitato due fattori che possono aver compromesso nel bene o nel male il mio giudizio, posso iniziare a parlare del film.
Innanzitutto non è la storia che mi aspettavo. E non solo perché, come forse avrete già letto da qualche altra parte, in questo film non ci sono storie d’amore, ma perché, effettivamente, la trama prende delle pieghe un po’ imprevedibili.

Ribelle- the Brave; Disney - Pixar

Ma torniamo alla questione della storia d’amore.
La principessa Merida è arrivata ad un’età in cui dovrebbe sposarsi, ma non ne ha nessuna intenzione. Fin qui nulla di particolarmente originale. Letteratura e cinema ci hanno già raccontato di eroine un po’ ribelli che non vogliono piegarsi ai dettami della società. Il fatto è che, ad essere sinceri sinceri, persino le protagoniste dei romanzi alla Jane Austen in finale raggiungono la felicità solo quando si sposano. Magari scelgono un matrimonio meno convenzionale, ma l’appagamento è sempre nel trovare l’anima gemella. Invece questa volta no, Merida non si innamora di nessuno. Lo farà, probabilmente, in futuro. O forse no. Al momento non ci interessa. Quello che ci interessa è che in questa storia la giovane protagonista non ha bisogno di un uomo per essere felice.

Ribelle- the Brave; Disney - Pixar

Brave prova anche ad affrontare il rapporto delicato e complicato che quasi sempre si instaura tra genitori e figli dello stesso sesso; quel mix  inestricabile di odio e amore, rifiuto e desiderio di emulazione, indipendenza e identificazione.

Tutto fantastico. Se avessi un/a figlio/a, vorrei che vedesse questo film. Tutte le bambine e i bambini dovrebbero vederlo. Se è un buon film? Questo davvero non saprei dirlo. Dal punto di vista tecnico è  straordinario come solo un film della Pixar può essere. Splendidi paesaggi, atmosfere seducenti. L’animazione dell’orso che è, allo stesso tempo, un animale e un essere umano (non posso dire di più!) è un capolavoro di maestria. Ma manca qualcosa. Sarà colpa delle aspettative troppo alte?

Ricordo un’intervista a Pete Docter, regista di Monsters&co., qualche anno fa. Diceva che il segreto del successo della Pixar è che in ogni loro film “la storia è regina”. Ho l’impressione che questa volta sia stata un po’ spodestata. L’idea di una prospettiva diversa è decisamente interessante e apre nuove possibilità di sperimentazione narrativa. Ma non credo sia sufficiente a reggere un intero film.

Ribelle- the Brave; Disney - Pixar

I personaggi minori sono un po’ piatti e poco interessanti. La trama, che comunque ha i suoi momenti riusciti, nel complesso mi è sembrata un po’ forzata e permeata di un vago simbolismo che mi infastidisce sempre un po’. Ma non sarò certo io a sconsigliare un film della Pixar.

Un’ultimissima cosa. So che il marketing sta già vendendo Merida come una delle “Principesse Disney”. E si sa che, nei film della Disney, le canzoni sono uno dei pezzi forti. Sono sicura che a molti bambini piacciono. Sono persino sicura che ad alcuni adulti piacciano. A me, personalmente, fanno venire l’orticaria.

Ribelle – The Brave – USA, 2012
di Mark Andrews
Con le voci nella versione originale di Reese Witherspoon,
Emma Thompson, Billy Connolly, Julie Walters.
Disney-Pixar – 93 min.

Piccolo grande cinema

Se seguite i miei articoli su AltantideZine (sì, certo, come no…) dovreste saperlo: ho una figlia piccola, vedo un sacco di film per bambini e sono un fan di Hayao Miyazaki (nb: ha un nuovo film in cantiere!) e dello Studio Ghibli. Come dicevo la bimba è piccola, forse troppo piccola per andare al cinema, ma con in sala un nuovo film Ghibli scritto da Miyazaki e diretto dal suo delfino Hiromasa Yonebayashi, non abbiamo saputo resistere e siamo andati alla proiezione pomeridiana. Eravamo già preparati al’eventualità che la pupa avrebbe potuto dimostrarsi recalcitrante a stare immobile due ore e che quindi avremmo potuto essere costretti ad abbandonare la visione a metà. Ve lo dico perché così non è stato e il merito è tutto dello studio Ghibli che ancora una volta è riuscito nel miracolo di tenere ferma per due ore, rapita, una marmocchia scatenata di due anni e mezzo.

Il film in questione è Arrietty, vecchio progetto di Miyazaki e Takahata che avevano iniziato ad adattare il romanzo The Borrowers di Mary Norton già una cosa come 40 anni orsono rimandandone di volta in volta la realizzazione per seguire altri progetti. E Arrietty è anche il nome della piccola protagonista della storia, una ragazzina alta poco più di un pollice appartenente a una specie di gnomi che vive sotto i pavimenti delle case degli uomini, i Prendinprestito, o almeno così amano chiamarsi. Con gli esseri umani i Prendinprestito vivono in simbiosi (il termine e scientificamente corretto sarebbe ” da parassiti” ma sapete com’è, cercavo di dare una connotazione positiva), prendono tutto quello che gli serve per la sussistenza, benché in quantità davvero minime: acqua, elettricità, gas, cibo, vestiti e tutto il resto. In effetti sono molto civilizzati.

Loro lo chiamano prestito, ma in realtà non restituiscono nulla anche se, come dicevo, le quantità sono talmente ridotte da essere davvero trascurabili. I piccoli coinquilini del piano di sotto sono usi fare delle piccole incursioni notturne nel mondo degli umani e prendere le cose che occorrono loro: una zolletta di zucchero, un fazzoletto di carta, uno spillo, un pizzico di caffè e cose del genere. Naturalmente il mondo degli uomini è per loro spropositato e per muoversi devono ingegnarsi con rampini, corde e marchingegni vari, senza mai lasciare traccia del loro passaggio. Spettacolari le soluzioni ideate dallo studio Ghibli, sia in termini di sceneggiatura che di animazione.

La storia del film ha inizio quando Arrietty ha raggiunto l’età per incominciare, assieme a suo padre, le spedizioni ai piani di sopra. La minuscola protagonista vive con i suoi genitori sotto il pavimento di una bella villa poco fuori città, dove la noiosa routine è rotta dall’arrivo, al piano degli umani, di un altro adolescente, Sho, costretto a passare un periodo nella quiete della campagna in attesa di un rischioso intervento al cuore. Il mite Sho, al suo arrivo, intravede la piccola Prendinprestito nel giardino della casa e la rivedrà ancora, mettendola nei guai. La regola numero uno per i piccoli gnomi è infatti non essere mai scoperti dagli umani, pena dover al più presto abbandonare la casa e andarsene. Le persecuzioni degli esseri umani hanno già, infatti, quasi fatto estinguere i Prendimprestito e anche la famiglia di Arrietty vive isolata e ha da tempo perso le tracce di qualsiasi altro membro della  propria specie. Senza spoilerare altro vi dirò solo che la piccola famiglia si troverà in pericolo, che c’è un personaggio un po’ cattivello, un gattone, qualche sorpresa e che, naturalmente, tra i due teenager si creerà un legame.

Arriety ancora una volta riporta sullo schermo i temi cari allo studio Ghibli e la sua cifra stilistica: rispetto per i più deboli, ambientalismo, ordinarietà e straordinarietà, realtà e fantasia, che si sovrappongono con la stessa naturalezza con la quale si confondono nell’immaginazione dei bambini. Ancora un grande film firmato Ghibli.

Arrietty (poster usa)Arrietty. Il mondo segreto sotto il pavimento – JAP, 2010
di Hiromasa Yonebayashi
Studio Ghibli – 94 min.

Sono quel che sono

l'orso che non lo era, Frank Tashlin

No, io sono quel che sono e chi mira
ai miei errori, colpisce solo i propri;
potrei esser io sincero e loro non dire il vero,

non venga il mio agir pesato dal loro pensar corrotto;
a men che non sostengano questo mal comune –
l’umanità é malvagia e nel suo mal trionfa.

[William Shakespeare, sonetto 121]

La dolcezza incantata di un orso che annusa l’aria autunnale e, mentre foglie brune sfiorano il suo naso morbido, decide che è l’ora di trovare un cantuccio in una caverna in cui svernare, bruscamente si incrina in un crepitio di macchine e voci concitate che misurano, spalano, scavano e profanano la collinetta sotto cui l’orso dorme, ignaro di tutto. L’incrinatura mette in allarme il lettore mentre l’orso placidamente riposa e s’intuisce che il suo mondo fatto d’istinto, di cicli stagionali rassicuranti sta per essere definitivamente violato, interrotto.

In inverno sulla caverna dell’orso sorge una fabbrica e stride e lavora senza sosta. In primavera l’orso si sveglia, sbadiglia, torna alla sua foresta, ai suoi fiori, alla sua vita. Ma la foresta non c’è, gli alberi nemmeno. Al loro posto le macchine in moto, la macchina in moto della fabbrica in cui ogni uomo è ingranaggio. E l’orso si ritrova prigioniero. Il caporeparto lo scorge, gli intima di tornare al lavoro.

l'orso che non lo era, Frank Tashlin

“Io non lavoro qui. Io sono un orso”. Troppo tardi, il nostro assonnato protagonista è solo un babbeo con un cappotto trasandato e barba e capelli da tagliare. È un uomo ingranaggio, un orso ingranaggio. Deve lavorare per non essere maltrattato, deriso. Deve scegliere di adattarsi. E lo fa per mesi. Era un martedì quando annusava l’aria d’autunno. In attesa di un martedì simile, aspettiamo che l’orso abbia la sua rivalsa perché è anche la nostra. Perché ogni lavoratore ha diritto alla propria identità e a non perderla a causa dello sfruttamento e perché così come il nostro eroe protagonista non è un babbeo, e nel suo intimo sa di non esserlo, anche noi non siamo tali.

Non è ripetendoci allo sfinimento ciò che siamo, o non siamo, che taluni si arrogano e conquistano il diritto di imporci il proprio punto di vista. Siamo quel che siamo e abbiamo il dovere di perseguire il nostro istinto e la nostra natura. E se il nonsense de L’orso che non lo era può aiutarci a metabolizzare questo punto fermo allora questo tassello s’incastra come un cammeo nell’insieme splendido di illustrazioni e testo che rendono questo piccolo libro edito da Donzelli uno strumento di crescita, un piacere allo sguardo, un libro per bambini tenero e ardito, un libro per adulti satirico e complesso.

Frank Tashlin è un grande regista, un maestro dell’animazione americano oltre che un raffinato illustratore. Non a caso L’orso che non lo era del 1946 (parte di una serie di Tashlin di cui fanno parte “The Possum that Didn’t” e “The World That Isn’t”) nel 1961 è diventato anche un cartoon diretto da Chuck Jones.

Titolo: L’orso che non lo eracopertina
Autore: Frank Tashlin
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 58 pp., 12,50 €

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di bluebird1111

#Top10: i migliori film d'animazione per marmocchi

top10-kidsmovies_homeLa paternità/maternità è una cosa meravigliosa, lo sappiamo; ma sappiamo anche che i bambini impongono simpaticamente e prepotentemente la loro ingombrante presenza in ogni angolo e in ogni momento della vostra esistenza, nel bene e nel male. Quindi se da un lato sono lì a ricordarvi costantemente del miracolo della vita, allo stesso tempo non esitano a stravolgere la vostra, di vita. Il vostro mondo diventa inesorabilmente pupocentrico, fatevene una ragione. Se ad esempio siete irreducibili cinefili o semplicemente amate vedervi un buon film di tanto in tanto, il problema di cosa vedere, come, dove e quando vederlo si pone presto e drammaticamente: mettiamo che siate degli estimatori del genere thriller o, peggio ancora, horror potete solo sperare che il pupo si addormenti presto per poi vedere il vostro film sul tardi, di nascosto e a volume bassissimo. Se invece vi piacciono film un po’ più impegnativi tenete conto che le vostre energie fisiche e mentali saranno in ottima parte assorbite dal pargoletto e nei momenti di calma che vi rimarranno la vostra soglia di attenzione e le vostre capacità di elaborazione saranno paragonabili a quelle dei saraghi che si trovano al banco del pesce (morti). E non parliamo poi delle commedie brillanti in cui parolacce e battute a doppio senso possono mettervi in seria e imbarazzante difficoltà con la vostra prole.

In definitiva la soluzione è quella più ovvia: la resa. Arrendetevi e cedete senza condizioni al fatto che il marmocchio regna sovrano  e cercate di tirar fuori il meglio possibile dal cinema di intrattenimento per bambini. E il rovescio della medaglia è che non rimarrete affatto delusi perché posso affermare senza timori che tre o quattro dei migliori autori della storia della settimana arte si siano dedicati all’animazione per bambini creando dei capolavori assoluti che sarete entusiasti di godervi insieme ai vostri piccoli, volta dopo volta dopo volta dopo volta… Sì, perché i bambini non si accontentano di vedere un film, vogliono vederlo ancora e ancora e ancora, tutti i giorni, più volte al giorno. vogliono che gli ri-raccontiate la storia la sera prima di dormire, che ne canticchiate le canzoni, che compriate i pupazzetti e ci giochiate il pomeriggio. Insomma una vero e proprio contagio. E se dovete essere contagiati anche voi, fatevi contagiare da gente come Walt Disney, Hayao Miyazaki e John Lasseter, non da robaccia da quattro soldi tipo il film dei Puffi o la roba Disney degli ultimi 20/30 anni tipo l’ennesimo scadente film di Winnie the Pooh (NB: il primo film di Winnie the Pooh del 1977 è carino, anche io un tempo avevo dei pregiudizi mastodontici a riguardo, ma è davvero molto carino).

E ora veniamo a noi. Premetto che mia figlia non ha ancora 3 anni, quindi è probabile che il mio punto di vista sia incentrato su quell’età, ma posso dire senza timore che questi 10 titoli che mi appresto ad elencare siano eccellenti per qualsiasi età a partire dai 18 mesi (prima i bambini si limitano a godere delle immagini e dei colori, non fatevi ingannare). E ovviamente potrei non aver ancora visto qualche gemma (nel qual caso vi prego, segnalatemela!). E andiamo a cominciare!


10. Kirikù e la strega Karabà (Michel Ocelot, 1998)

Allora, diciamoci la verità, forse questo film è un po’ alto in questa classifica ma non volevo che la stessa fosse eccessivamente monopolizzata da classici Disney, Pixar e studio Ghibli. Si tratta di un film molto ben costruito, esordio alla regia di Michel Ocelot, che mette insieme un po’ di leggende africane per costruire una storia universale e molto semplice e ben raccontata. A fare la differenza (quantomeno per noi grandi) sono le atmosfere e le suggestioni africane che traspaiono dalla storia, dai bellissimi disegni e dalla colonna sonora di Youssou N’Dour.

Unico rischio è che vostro figlio si identifichi troppo con il piccolo e intraprendente protagonista, Kirikù, che appena nato vuole fare sempre e solo di testa sua, fa cose pericolosissime e vuole sfidare la strega cattiva tutto solo e a mani nude in barba agli adulti che sono degli incapaci. Non esattamente quello che noi poveri genitori cerchiamo quotidianamente di inculcare ai pargoletti, anzi, l’esatto contrario.

DAL 9° AL 7°

Uomini e gatti

Il gatto (senza nome) della storia acquista per caso – forse per crimine? – il dono della parola e inizia a farne un uso candido e sconveniente, dicendo tutto quello che gli passa per la mente: verità che feriscono, il suo amore non proprio pudico per la bella padroncina, contraddizioni teologiche di ispirazione evoluzionistica e diverse bestemmie. Questa trama fiabesca, un po’ alla Perrault ma piena già di spunti divertenti sulla ricchezza o la pochezza della fede, si complica quando il rabbino Sfar riceve dalla Russia una pesante cassa piena di libri e talmud salvati alla rivoluzione e scopre che contiene anche… un pittore russo! Scampato ai pogrom, il correligionario biondo è determinato a partire alla ricerca della mitica “Gerusalemme nera”, la città segreta in cui, secondo le informazioni riservate della polizia sovietica, vivrebbero gli ebrei discendenti di re Salomone e della regina di Saba.

Nonostante la resistenza e la disapprovazione dell’ala più conservatrice della comunità, il pittore – grazie anche all’aiuto del gatto, che fa da interprete – convince il rabbino a organizzare questa grande avventura, coinvolgendo Vastenov, ex soldato zarista rifugiato ad Algeri, e lo sceicco (che per i musulmani significa “venerabile”) Mohammed, anziano cantore sufi che condivide col rabbino età, saggezza, lo stesso cognome e un illustre antenato. La carovana attraversa il cuore dell’Africa, diretta verso il confine fra Etiopia e Sudan, e ogni tappa è una meravigliosa scoperta: la natura, gli animali, uomini bianchi bizzarri (uno, in particolare, somiglia stranamente al protagonista del fumetto belga Tintin), paesaggi incredibili, tribù lontane ciascuna con le proprie musiche e tradizioni.
E il giovane russo incontra, naturalmente, anche l’amore, con le fattezze della bellezza africana. Quale posto al mondo, allora, potrebbe essere più perfetto per loro se non la comunità ebraica d’Africa? Ma in questa storia tutta all’insegna delle diversità (ebrei e musulmani, colonizzatori e colonizzati, bianchi e neri, uomini e gatti), il viaggio verso la tolleranza sembra non dover finire mai…

Il film porta per la prima volta sul grande schermo l’omonima serie a fumetti francese, successo di pubblico piuttosto inatteso per una collana ambientata nell’Algeria degli anni Venti; la versione cinematografica condensa e riassume le avventure di tre volumi (Il Bar Mitzvah, Il malka dei leoni e La Gerusalemme d’Africa), e risente un po’ di questo sforzo di sintesi, nel quale si perde soprattutto l’affascinante riflessione del gatto su quanto fosse più semplice e povero di incubi il suo mondo senza la parola. Rimane invece intatta la bellezza dei disegni di Joann Sfar (sì, l’autore si chiama come il rabbino; e il suo vero gatto fa da modello per il protagonista) e nella resa filmica si prova la stessa emozione leggermente retrò che a sfogliare l’album cartaceo.

La storia, con le sua piccole trame che si intrecciano, è una metafora semplice e efficace su come la tolleranza possa essere – e probabilmente dovrebbe essere – una forma normale e naturale di convivenza e su come non già le religioni ma certe loro interpretazioni, invece, si mettano tante volte di traverso all’insegnamento comune e fondamentale “ama il prossimo tuo come te stesso”. Gli ebrei neri, peraltro, esistono davvero e si chiamano “falascià”; il regista rumeno Radu Mihăileanu (lo stesso di Train de vie e Il Concerto) li racconta nel bel film Vai e vivrai; ma questa è decisamente un’altra storia.

 

Le chat du rabbin, FR 2011
regia di Antoine Delesvaux e Joann Sfar
dall’omonima serie a fumetti di Joann Sfar
durata 100 minuti

Gnomeo e Giulietta: un mondo di pigmei molesta Shakespeare

Il mondo sprofonda nell’abisso. Ovunque e in qualsiasi momento si apre un fronte di guerra. Che c’è di nuovo, si dirà? È una storia vecchia questa, vecchia proprio come il mondo. L’unica differenza rispetto al passato è che oggi le guerre hanno cambiato nome e spesso si chiamano missioni umanitarie. Perché non rispolverare allora in tale clima un altrettanto vecchia storia di odio, rancori e discordie mortali che vede contrapposte due famiglie? A  riproporre in forma di avventura animata, ma assai vecchio stile, la più celebre storia d’amore della letteratura mondiale, Romeo e Giulietta, tragedia di William Shakespeare, oltretutto  già ripresa in differente versioni cinematografiche, ci ha pensato, ultimo in ordine d’arrivo, il regista Kelly Asbury (forte del suo precedente Shreck 2, già autore dello script de La Bella e la bestia, e nello staff creativo di Nigthmare Before Christmas e Kung Fu Panda). La morale, infatti, è sempre quella: prendi un gran classico e concialo, o guastalo a seconda dei gusti, per le feste. Stavolta, tra le salse già esistenti, la salsa è composta in versione cartoon animato-fantasy-soft; il più infantile tra i prodotti sfornati dalla Walt Disney,  s’intitola  Gnomeo e Giulietta, perché ha per protagonisti nani kitch da giardino.

“Due famiglie, di eguale dignità, nella bella Verona, dove la scena è collocata, piombano per rancori antichi in una nuova discordia, che insozza le mani dei cittadini col loro stesso sangue”. Così, nell’originale. Nella città natale di Shakespeare le passioni ostili attanagliano proprio tutti, persino gli gnomi. A Verona Road, strada tranquilla del residenziale Stratford-Upon-Avon (non a caso il luogo londinese che ha dato i natali allo stesso Shakespeare), si fronteggiano due vicini: il signor Capulet e la signora Montague (ricordate? I “vecchi” Capuleti e Montecchi), a colpi di diverbi e fanatismo a oltranza per il giardinaggio. I loro giardini confinanti sono musei all’aperto con tanto di esposizione di gnomi che, quando gli umani si allontanano, inscenano gli stessi vizi, gli stessi comportamenti negativi e irosi dei rispettivi proprietari, ma senza motivi precisi che non siano l’imitazione fine a sé stessa dei difetti umani. Solo per il fatto di indossare cappelli appuntiti di differenti colori, rosso e blu, le statue di gesso dei due giardini ingaggiano una guerra senza fine a colpi di sfide, dispetti, irruzioni nel territorio nemico, gare di velocità in sella a enormi tagliaerbe.

Ma il caso vuole che i figli dei capi dei due giardini, il blu Gnomeo e la rossa Giulietta, si incontrino al buio in campo neutrale, una serra in cui vanno entrambi a cogliere un’orchidea rara, e allora scoppi l’amore, fino ad accorgersi alla luce di appartenere a fazioni nemiche. Il plot si complica e si movimenta restando tuttavia nello schematismo, coinvolgendo persino Shakespeare stesso, perché Gnomeo in una carambola di peripezie si ritrova in testa alla statua parlante, a tu per tu con l’autore che preannuncia il finale tragico (una delle poche soluzioni originali del film). Così non è, non può essere, perché il cartoon per bambini deve di necessità concludersi bene. La modalità “citazionistica” usata, tipica dell’animazione firmata Dreamworks, (la firma è Disney ma parte del team di realizzazione è costituito da ex della Dreamworks), non gioca a favore dell’originalità. Della tridimensionalità non ce ne siamo accorti, perché è stata “somministrata” al pubblico misto, bambini e adulti, una visione in 2D.

Il momento della storia più coinvolgente, ironia della sceneggiatura non ben riuscita, non ha a che fare con i nanetti: è l’incursione di un personaggio stravagante, un fenicottero di plastica, Piuma Rosa, (doppiato in italiano dall’attore Francesco Pannofino). Da quel momento c’è un flashback malinconico sui trascorsi amorosi del fenicottero che coinvolge finalmente anche lo spettatore adulto. Poi, tutto torna a essere di maniera,  infantile e mellifluo, dalla grafica tonda, rassicurante e zuccherosa dei personaggi ai loro dialoghi. Come se non bastasse, la versione italiana è aggravata dalle scelte di doppiaggio. Se nella versione originale, le voci sono di James McAvoy, Emily Blunt, del premio Oscar Micheal Caine, di Maggie Smith e persino del cantante Ozzy Osbourne, in casa Disney Italia (la Disney ha distribuito il film) si è scelto di accentuare la contrapposizione tra le famiglie ricorrendo ai dialetti: i blu parlano dialetti veneti, torinesi, lombardi e sono spocchiosi e antipatici; i rossi parlano napoletano, siculo e calabrese e sono indisciplinati, rumorosi, incivili. Il fenicottero, quasi a mo’ di arbitro conciliatore, taglia la testa al toro e parla il dialetto mediano, il romanesco. Se l’intento voleva essere sedurre gli spettatori, forse ci riesce con i piccoli, ma non con i grandi, ormai smaliziati, che anzi la scelta linguistica irrita, conferisce un carattere ancor più convenzionale e furbesco all’insieme. La rana Nanette, “balia” di Giulietta, irrigidita in una convenzionale parlata napoletana, per cominciare, il cattivo Tebaldo, siculo come un padrino di seconda mano, e gli altri diventano maschere trite e ritrite, e i “mizzica” o i “baciamo le mani”, sparsi qua e là, proprio non si possono sentire.

A parziale riscatto di questi gnomi  ridotti a macchiette, interviene la loro anima “pop”. La colonna sonora infatti è affidata a sir Elton John (già vincitore dell’Oscar per le musiche di Re Leone, che è anche tra i produttori esecutivi del film siglato Touchstone) che con Lady Gaga e Nelly Furtado canta le canzoni del film, alcuni dei suoi migliori successi: Crocodile Rock, Saturday Night’s Alright for Fighting, Don’t Go Breaking My Heart, Love Builds A Garden, Your Song, Rocket Man, Tiny Dancer, Bennie and The Jets, Hello Hello.

Anche qui, però, la misura è colma: la pellicola è inondata di canzoni (di cui certo non si discute l’impatto sonoro), che vanno a riempire vuoti, deviando verso la tentazione del musical l’assenza di dialoghi convincenti, di idee originali a causa di una rilettura povera e troppo infantile, persino per un pubblico di piccoli, della storia di Romeo e Giulietta. “Questa è una storia sulle differenze, sui danni dell’intolleranza, su come le diversità possano essere superate solo con un po’ di buona volontà – ci ha tenuto a spiegare lo stesso regista all’uscita del film – Se riflettiamo su come stanno andando le cose nel mondo in questo momento, direi che Gnomeo e Giulietta  può fare anche molto riflettere, oltre che divertire”. Va bene l’intento educativo e la chiosa morale, ma perché molestare William?

Titolo originale: Gnomeo & Juliet

Animazione
Ratings: Kids, durata 84 min.
Gran Bretagna, USA 2011. – Walt Disney

Rango: se l'esibizione di bravura ignora i piccoli destinatari

Accontentiamoli. Sì, accontentiamoli. Viviamo per loro… o no? Così sabato senza pensarci, senza poltrire, senza recriminare una libertà da tempo finto libero, con i popcorn fatti in casa, si va  tutti al cinema a vedere l’ultimo film d’animazione per bambini, Rango. Ne sforna talmente tanti l’industria cinematografica di film per bambini che  non ce la si fa a stargli dietro, ad applicare una sorta di censura preventiva; pigrizia o stanchezza, ci si fida della dicitura “film per bambini” e si tenta l’avventura. Buio in sala, si va a cominciare.

C’è un giovane camaleonte che vive in cattività in un acquario, accanto a una palma finta, il tronco di una Barbie senza testa, un pesce di plastica, un insetto morto. Si crede un attore e occupa il suo tempo a declamare versi e inventare ruoli. Se non che a causa di un incidente stradale l’acquario è sbalzato fuori dall’auto dei proprietari che sta percorrendo la statale al confine desertico tra Stati Uniti e Messico, e si frantuma in mille pezzi. Da quel momento il camaleonte è catapultato nella vita reale e da subito deve affrontare i pericoli che arrivano dalla natura, dagli uomini, dai viventi tutti. Un armadillo, sorta di guida spirituale, lo invita a iniziare il viaggio: è la prima di un’ininterrotta sequenza di metafore, capitata in sorte a un camaleonte in crisi d’identità (astuta quest’ultima) che deve e dovrà sperimentare nei 100 e passa minuti del film la trasformazione, il cambiamento di stato, passando attraverso prove iniziatiche, citazioni, rimandi, contaminazioni di generi cinematografici o mischia francese che dir si voglia. Il caso vuole che il camaleonte errabondo, errando approdi a Dirt, Polvere, profondo e vecchio west, cittadina popolata da un repertorio di animali, tartarughe, rospi, lucertole, iguane, volpi, corvi, serpenti, non proprio gradevoli a vedersi, anzi  (ai bambini chi ci pensa?). Al suo primo ingresso al saloon deve vincere la diffidenza verso lo straniero: si gioca la chiacchiera da consumato attore, inventa il ruolo e il nome di Rango, leggendario pistolero, conquista la fiducia nella gente fino a ricevere, certo da parte di un sindaco ambiguo, la stella da sceriffo. Entra nella parte di tutore della legalità. La città è funestata dalla siccità,  più che dal male e dal crimine. Alla banca dell’acqua scarseggiano le riserve, ma Rango promette alla popolazione, che le farà avere l’acqua.

Il gioco si fa serio e la realtà ha il sopravvento sul ruolo, perché quella realtà diventa la sua realtà, e come dice un personaggio che somiglia a Clint Eastwood nessuno può sottrarsi alla propria storia. Il camaleonte antieroe, alla fine diventa eroe, combatte il male, scova l’inganno, ha tempo di cimentarsi con problemini dell’attualità come il controllo delle risorse idriche, attuare varianti al classico mezzogiorno di fuoco, fare cavalcate, sostenere assalti alla diligenza, trascorrere notti davanti al fuoco nel deserto, vivere un amore che nasce con una iguana che ogni tanto si blocca come presa da una paresi (pare sia un meccanismo difensivo, così siamo apposto, anche la psicoanalisi c’è, è contemplata tra le citazioni). A ritmo incalzante e senza mai concedersi e concedere agli spettatori tregua, l’itinerario fisico e metaforico del camaleonte in crisi d’identità si realizza in molte varianti fino al compimento finale. La storia è metafora, commedia, film d’azione, dramma, plot onirico e sognante con riferimenti al surrealismo. Piena zeppa di richiami e citazioni: spaghetti western, Sergio Leone, la leggenda di Clint Eastwood, John Ford, Mezzogiorno di fuoco, Apocalypse Now, ma anche la spiritualità del deserto, senza mai dimenticare l’arte di di Hayao Miyazaki. Gli esperti di cinema potranno divertirsi a stanare rimandi e parodie di cui il film è ricco. C’è persino un tributo alla tragedia greca: la colonna sonora è affidata nell’esecuzione a un anomalo coro greco-messicano composto da quattro gufi “mariachi” sempre presenti in scena.

Gli esperti di cinema d’animazione, ci spiegheranno poi che il film diretto da Gore Verbinski (il regista dei Pirati dei Caribi, che infatti si è portato con sé Johnny Depp, voce originale di Rango), grazie alla Industrial Light & Magic raggiunge un livello tecnico che non ha nulla da invidiare alle altre case di produzione di computer grafica e raggiunge effetti visivi strabilianti. Ci diranno che gli espedienti narrativi innovano l’animazione e rimescolano le carte. E infine che con l’”emotion capture”, ovvero lo stratagemma di vestire con abiti di scena gli attori che danno le voci ai personaggi e di riprendere le loro movenze (in primis di Johnny Depp) e utilizzarle per animare i personaggi, il risultato è fenomenale e si dà filo da torcere alla concorrenza. Ci spiegheranno tante altre belle e complicate cose tecnologiche, gli esperti.

Walt Disney senza avere il computer fece qualcosa di simile e, incredibile, lo destinò a un pubblico di bambini. Rango ha molte pretese, tante ambizioni, la voglia di strafare la manifesta tutta. Vuole essere divertimento, insegnamento, spettacolo per gli occhi, emozione multiforme, multisettoriale, trans-generazionale, prova di bravura. I dialoghi non sempre sono alla portata di over 18; figurarsi di under 14. I generi li percorre tutti o quasi, compresa la parodia dei generi stessi; di messaggi ne dà a volontà: il potere corrotto che tiene in pugno una città nel deserto togliendole l’acqua, controllando le menti, ritualizzando comportamenti che neutralizzano il pensiero (Orwell è tra noi, benvenuto!).

L’antieroe non torna più indietro, ma trova la sua identità altrove, smaschera l’inganno del potere (dall’altra parte del deserto c’è una città ricca e irrigata), scopre l’amore e quant’altro. Il film è destinato ai bambini. Resta un’insoddisfazione a nome dell’anomala inespressività-torpore o silenzio sospetto che i nostri piccoli vicini di poltrona manifestano, resta il  dubbio. Qualcuno di coloro che ha concepito il film e l’ha realizzato in tanto splendore e magnificenza ha pensato anche un solo istante ai bambini? Sa mica come è fatto un bambino? Ne ha mai visto uno?

Rango – USA, 2011
di Gore Verbinski
Con (voci) Johnny Depp, Isla Fisher, Abigail Breslin, Ned Beatty, Alfred Molina
Animazione – Ragazzi – 109 min.
Universal Pictures

Nelle sale dal 11 marzo

Un maiale che non vola è solo un maiale

If you didn’t care what happened to me / And I didn’t care for you
We would zig zag our way through the / Boredom and pain
Occasionally glancing up through the rain / Wondering which of the buggers to blame
And watching for pigs on the wing (Pink Floyd, “Animal”)

Festeggiamo, a diciotto anni dall’uscita ufficiale in Giappone, l’arrivo nelle sale italiane di Porco Rosso, film capolavoro di Hayao Miyazaki.

Miyazaki ci ha abituato a mondi fantastici, permeati dalla magia e dall’inverosimile, luoghi dalle vaghe cordinate geografiche e dall’incerta collocazione storica.
Porco Rosso è un film atipico, in cui Miyazaki si mette a nudo e si racconta, svelando le sue passioni e le sue debolezze.

È il suo film più “realistico”, ancorato alla terra (e paradossalmente ambientato nei cieli), in cui persone vere si muovono tra l’Italia (uno dei suoi grandi amori) e una non meglio collocata “terra di mezzo”, non luogo di rifugiati, pirati dell’aria, uomini in divisa e voglia di normalità. Siamo in pieno regime fascista e le ferite della prima guerra mondiale non si sono ancora rimarginate.
Il fatto che il protagonista sia un maiale, un suino antropomorfo di poche parole e dall’indole cavalleresca, è un “dettaglio” che si accetta come plausibile, senza necessità di spiegazioni ulteriori. Tutto quello che è dato intuire è che Marco Pagot (il nostro Porco Rosso) ha abbandonato le sue fattezze umane, con la pretesa di congedarsi dal genere umano tutto, avvilito da quanto visto e vissuto in battaglia. E tale intuizione è magicamente (stavolta sì!) sufficiente e convincente. È un maiale. Pilota una aereo. È il più umano di tutti. Nulla di strano insomma.

Miyazaki ama moltissimo questo film. Lo sa bene chi ha avuto la fortuna di visitare il Museo Ghibli, vicino Tokyo: la maggior parte delle installazioni e delle opere esposte sono dedicate (oltre che a Totoro) a Porco Rosso.

Il film d’altra parte contiene tutti i temi più cari al suo regista.
La passione per la meccanica, fatta di ingranaggi, velivoli che sbuffano vapori, perdono olio e necessitano di continue attenzioni e cura. Meccanismi sempre in bilico tra fantasia e verisimiglianza, costruiti (o ri-costruiti, in questo caso) in officine a metà strada tra la bottega di Leonardo da Vinci e l’azienda meccanica a conduzione familiare (la Piccolo S.p.A.).

C’è poi – e qui ritroviamo il Miyazaki più noto – il mondo dell’infanzia. L’infanzia spensierata e incosciente delle bambine rapite dagli sgangherati pirati dell’aria, i Mamma Aiuto; quella più matura e responsabile della giovane Fio, costruttrice di aerei improvvisata e protettrice di Porco Rosso. Che più di altri intuisce e insegna. E Fio non poteva che essere donna. La predilezione di Miyazaki per l’universo femminile è ben delineata: sono sempre loro, le donne, a tirare le fila. Ad amare, a capire, ad aspettare.  Gli uomini intanto giocano a fare la guerra. E infatti tutto culmina in una sfida nei cieli tra i due “uomini” del film: Marco Pagot e Donald Curtis, un cattivo che cattivo non è.

Alla fine, unica grande assente del “pacchetto Miyazaki”  in Porco Rosso sembra essere la magia. Ma in fondo creare il personaggio di un maiale che vola e renderlo assolutamente plausibile e umano per ben 94 minuti… non è di per sé una piccola magia?

Porco Rosso (Kurenai no buta)
Produzione: Giappone, 1992   
Genere: Animazione
Durata: 94’
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki
Fotografia: Atsushi Okui
Montaggio: Hayao Miyazaki
Scenografia: Yoshitsu Hisamura
Colonna Sonora: Joe Hisaishi

I maghi non esistono. La magia invece sì

Chiunque sia innamorato del cinema è convinto che la magia esista. Una sala piena di persone, il buio carico di aspettative, poi, d’improvviso, da un fascio di luce nascono e si animano sullo schermo volti, sorrisi, emozioni: in che altro modo definire una simile esperienza? Ma chi ancora non ne fosse convinto dovrà convenire che solo grazie alla magia del cinema è possibile, ad esempio, tornare a vivere dopo la propria morte. A compiere questo piccolo miracolo è stato Sylvain Chomet, giovane autore francese di cartoni animati di cui forse ricordate Appuntamento a Belleville.

Chomet, dimostrando passione, intelligenza e, bisogna dirlo, anche un’apprezzabile umiltà, ha dedicato grande impegno al progetto di riportare in vita, con le sue matite, uno dei personaggi più significativi del cinema europeo degli anni ’50 e ’60: Jacques Tati.
Chomet, infatti, ha scelto di adattare una sceneggiatura non realizzata che lo straordinario autore aveva regalato a sua figlia, e di trasformarla in un cartone animato. Il protagonista, naturalmente, ha le sembianze e la fisicità dignitosa e impacciata di Tati stesso (interprete, a sua volta, di tutti i suoi film); il suo nome, poi, Tatischeff, è il vero nome all’anagrafe di Tati. Ed ecco che l’incantesimo si compie e il pubblico di oggi può vedere un «nuovo» film di Tati e godere, ancora una volta, della sua comicità delicata e malinconica.

Perché Tati non abbia realizzato la sua «sceneggiatura Tati n.4» forse non è difficile da capire: questa storia è troppo vera, troppo vicina a lui per riuscire a sorriderne.
L’illusionista, infatti, è il racconto di un mondo che scompare, di un modo di concepire l’arte e lo spettacolo, ma anche la vita stessa, che sta per essere spazzato via e di cui Tatischeff si sente uno dei sempre più rari e agonizzanti paladini.
L’illusionista vede, dunque, il suo pubblico farsi sempre più esiguo e scontento mentre, fuori dai teatri, impazzano la musica rock, i juke box, gli elettrodomestici e persino i primi luccicanti centri commerciali. Gli spettacoli di magia, silenziosi e fantasiosi, non incontrano più i gusti degli spettatori cittadini, conquistati invece dalla concitazione, dal rumore, dalla modernità. In altre parole la sorte di Tatischeff somiglia troppo a quella di Tati, il cui cinema fatto di piccole, deliziose umanità è stato inesorabilmente schiacciato dai film con i grandi divi, i grandi budget, gli inseguimenti o le ammiccanti scene erotiche. Non a caso Tati-personaggio, in un momento di tristezza, si ritrova in una sala cinematografica in cui proiettano proprio uno dei film di Tati-autore, scoprendo una platea tristemente vuota, proprio come quella dei suoi spettacoli di illusionismo.

Compreso che la capitale francese gli ha chiuso le porte, Tatischeff decide di partire e, per una serie di combinazioni, approda in un paesino scozzese dove viene accolto amichevolmente. È qui che la sua vita, inaspettatamente, prende una piega diversa.
Guidato da un’indole estremamente sensibile, Tatischeff si mostra gentile con la giovane Alice, la sguattera della pensione in cui alloggia. La ragazza, nella sua ingenuità, si convince che il signore alto e contegnoso che ha incontrato abbia poteri magici. Come spiegarle che quelli di Tatischeff sono solo trucchi, illusioni? Impossibile, complice la diversità delle lingue. A Tatischeff non resta che assecondare la ragazzina, che ha deciso di seguirlo dovunque.

L’uomo si muove in un universo parallelo di pensioni a buon mercato abitate da artisti del circo e del vaudeville in declino, poveri di denari e ricchi di mortificazioni. Ma Tatischeff, ora, ha qualcosa di diverso dagli altri suoi colleghi; qualcosa che illumina le sue giornate: ha qualcuno a cui pensare. Una persona in più di cui occuparsi complica moltissimo la vita del povero prestigiatore – che già riusciva a stento a provvedere a se stesso – ma la presenza di questa ingenua ragazzina diventa, al contrario, qualcosa che lo fa sentire ricco, immensamente più fortunato dei suoi compagni che, tornati a casa, non hanno nessuno ad attenderli. La piccola Alice, però, appartiene al mondo nuovo, a quello dei giovani, ed è presto sedotta dagli usi e costumi cittadini, misurando la propria felicità e adeguatezza con ciò che può acquistare. Tatischeff, ormai, non cerca più di spiegarle che non possiede alcun potere magico ma, pur di accontentarla in ogni suo desiderio, si presta ai lavori più umilianti.

Tatischeff stesso, forse, dimentica di non essere un mago e di non poter modellare la vita a suo piacimento ma, a un certo punto, sarà costretto a fare i conti con la realtà.
La storia si chiude con grande malinconia e con mille incertezze sul destino di questo pierrot allampanato e con una dedica dolcissima a Sophie, la figlia di Tati-autore che l’uomo, probabilmente, ha trascurato per anni a causa del suo lavoro.

I fondali del film di Chomet sono deliziosi e ricordano un po’ lo stile di alcuni classici Disney, come La carica dei 101 o Gli Aristogatti, quando ancora il marchio Disney certificava il lavoro di eccellenti disegnatori e non ignobile paccottiglia made in China. L’animazione del personaggio di Tati-Tatischeff trasmette tutto l’amore e il rispetto di Chomet per quell’eccezionale artista e riproduce efficacemente la sua corporeità, resa un po’ goffa dall’estrema altezza e dall’eccesso di buona educazione. Meno convincenti, purtroppo, l’aspetto e l’animazione di tutti gli altri personaggi.

Ma il cinema, dicevamo, è luogo magico per eccellenza e chi conosce Tati, con un piccolo sforzo, può provare a guardare il cartone di Chomet e, allo stesso tempo, immaginare il film che Tati ne avrebbe tratto. Magari ambientato a Praga, come la sceneggiatura originale prevedeva. E allora il nostro cuore sarà colmo di commozione e meraviglia.
Chi, invece, non conosce il cinema di Tati, per Natale si faccia un grande regalo: guardi Mon Oncle.

Un’ultima cosa: nel film di Chomet, come in tutti i film di Tati, ci sono musiche, suoni, persino rumori. Parole, invece, nessuna, o quasi. Grazie alla sceneggiatura impeccabile, però, la storia si segue perfettamente, in tutta la sua poetica complessità, anzi, sono sicura che, se non ve lo avessi fatto notare io, dell’assenza di dialoghi non ve ne sareste neanche accorti. Pura Magia.


L’Illusionista (The Illusionist): GB/FR 2010
di Sylvain Chomet
da una sceneggiatura originale di Jacques Tati
SACHER, 80 minuti
nelle sale dal 29 Ottobre 2010

Il sito ufficiale dedicato a Jacques Tati