Smilewound: la dolce violenza dei Múm

MUM_by_Baldur_Kristja_nsson1Negli ultimi anni l’Islanda ci ha regalato album eccezionali nel panorama indie. Tutti arruolati sotto l’ala protettiva della berlinese Morr Music, troviamo Sin Fang, Soley, Seabear, Amiina, Lali Puna e, last but not least, i Múm.

Lontani anni luce dai fari del mainstream, natii di una terra che induce calma tra immense distese di spazio vitale, tutti loro rappresentano una nicchia che oserei definire incontaminata, cui viene spontaneo approcciarsi in punta di piedi per paura di spezzare l’incantesimo.

L’incantesimo dei Múm trovò la sua apoteosi in Finally We Are No One, l’indiscusso capolavoro del 2002. Da allora si sono alternate luci e ombre, intermittenze in gran parte dovute alla dipartita delle sorelle Valtýsdóttir, cuore pulsante delle intense suggestioni della band. Ma si sa, le cose cambiano, ed ecco che con il ritorno di Gyða Valtýsdóttir in formazione ritroviamo vette mai più raggiunte da oltre dieci anni.

Le canzoni di Smilewound sono inconfondibilmente in stile Múm, con toni decisamente caldi ed elettronici skittering, nevrotici giochi di suono che sono il marchio di fabbrica della band. Ma queste undici tracce suonano più mature e distintive di ogni altra cosa che il gruppo abbia realizzato fino ad oggi.

Toothwheels, prima traccia e primo singolo, apre alla grande ed è una sorta di dichiarazione d’intenti. Ma con Underwater Snow, il secondo pezzo, veniamo scaraventati in un uno spazio sublime, in una preghiera sommessa che sussurra all’orecchio di chi ascolta e a nessun altro, come se fosse stata scritta esclusivamente per noi.

Smilewound - Múm

C’è un gran lavoro di produzione e di arrangiamento e ne abbiamo conferma con When Girls Collide, cinque minuti di glitch schizofrenico che portano alla dolce violenza di Slow Down, uno dei capolavori dell’album. Qui il tempo si ferma, totalmente: “Slow down / So I can catch you” per quattro volte e poi, come una serie di colpi mortali, un rassegnato “I’m in love with you” per otto volte. E il tutto si ripete in un Bolero dove non è necessario aggiungere altro. Vorremmo che tutto ciò non finisse mai e, allo stesso tempo, vorremmo andare oltre il più in fretta possibile, prima che rimorsi e nostalgie ancestrali prendano definitivamente il sopravvento.

La musica procede, bellissima e fuori dal tempo, dal secondo singolo Candlestick passando per le splendide The Colorful Stabwound e Sweet Impressions, per un totale di undici perle da ascoltare in assoluta calma e in piena solitudine.

Dolci violenze, scatti e vuoti d’anima. Questo è Smilewound, un album che merita tutta la nostra attenzione… soprattutto quella del nostro spirito.

We Are The 21st Century Ambassadors Of Peace & Magic – il retro pop dei Foxygen

foxygen

Prima di tutto poniamoci alcune domande. L’arte è solamente innovazione e originalità? È possibile una definizione di arte slegata da questi concetti? E cos’è l’innovazione? Se pensiamo che sia un’esplosione forte e improvvisa, qualcosa che rompa decisamente col passato e se pensiamo che l’unica arte possibile sia quella legata a questo concetto estremo di originalità, allora state sicuri che questo disco dei Foxygen, We Are the 21st Century Ambassadors Of Peace & Magic (Jagjaguwar, 2013), lo odierete, non lo sopporterete nemmeno per un minuto. Se invece credete che l’arte possa anche essere rielaborazione, citazione, contaminazione col passato allora è molto probabile che le nove tracce di questo album possano finire in heavy rotation perenne. Sì perché il giovane duo di San Francisco – Jonathan Rado e Sam France sono poco più che ventenni – gioca con le musiche del passato, dalla psichedelia dei 60’s ai Beatles di A Day In The Life, dal Dylan della svolta rock al Lou Reed dei Velvet Underground, dai vocalizzi alla Mick Jagger ai lato più easy listening dei Led Zeppelin. C’è molto di quello che i due ragazzi hanno ascoltato in questo disco che, udite udite, nonostante tutto, risulta fresco, diretto e spontaneo, perché probabilmente composto con il trasporto emotivo della giovinezza (ammetto che questa possa essere la loro vera marcia in più). La qualità dei pezzi è innegabile (No destruction, On Blue Mountain, San Francisco, We Are The 21st Century Ambassadors Of Peace & Magic, giusto per citarne alcuni, lo stanno a dimostrate) ma è il modo in cui vengono interpretati che li eleva di quel tanto che basta per far capire che sotto c’è ciccia. Un inno alla musica insomma e al modo in cui possa cambiare irrimediabilmente la vita di due ragazzini di San Francisco. Che è una cosa che capita anche a noi, nella nostra storia di ascoltatori. O mi sbaglio?

Nel vortice dei Cold Pumas

Era scontato che dovesse arrivare. L’album che scompagina le cose, quello imprevisto, quello che ti fa alzare dalla sedia e dire: Fermi tutti, cosa sta succedendo. Tu eri lì buono, buono, pronto con le tue classifiche di fine anno già belle compilate; dovevi giusto limare gli ultimi dettagli e invece, sul filo di lana, arriva lui a sparigliare le tue faticose certezze. E nulla, devi ricominciare tutto daccapo, dannazione. Però prima ti prendi una pausa, respiri, metti play e ti concedi per l’ennesima volta l’ascolto di questo disco stupendo che è Persistant Malaise (Italian Beach Babes/Faux Discx/Gringo, 2012) dei Cold Pumas.
Chi sono questi tipi qui che si fanno chiamare Cold Pumas? Da dove spuntano fuori? Prima di dare alle stampe questo LP in realtà il trio di Brighton si era già fatto notare per un paio di split insieme a Male Bonding prima e Women poi. E l’influenza di questi ultimi si nota immediatamente: dalla prima traccia i droni di chitarra sembrano farla da padrone anche se le atmosfere e i suoni ricordano molto anche lo sferragliare dei Sonic Youth in Daydream Nation. Sono le melodie vocali però a solcare una differenza nei modelli: Patrick Fisher, voce della band, racconta con riverberato trasporto tutto il suo malessere dovuto alla fine di una intensa relazione. E così a contrasto delle parti strumentali, sempre decise e incisive, lunghe e intense, quasi una jam, grazie al cantato eccoci invece entrare in luoghi decisamente più pop. E anche la copertina, una sorta di incrocio fra i disegni di Hopper e i colori dei Fauves, sembra spingere nella direzione del crocevia, di qualcosa di nuovo che nasce da vecchi riferimenti.

La tripletta iniziale è folgorante: Versatile Gift con i suoi cambi di tempo e le aperture; Fog Cutter, col suo incedere incalzante; e Sherry Island in cui la filosofia del gruppo – repetition, repetition, repetition – è portata ai livelli più mimetici, tanto da non distinguersi il cambio che a metà fa cambiare rotta al pezzo (ma se lo ascolti a tutto volume, il mal di mare, te lo assicuro, lo senti), hanno tutti e tre il carattere del singolo. Variety Lights, unico pezzo strumentale, si piazza nel mezzo del disco come a dividerlo in due distinte parti. Ma l’identità di suono è compatta, tanto che anche le belle The Modernist Crown e Pruce Moment appartengono a quel post punk “ripetitivo” di cui sopra. La sola Rayon Gris sembra descrivere atmosfere più soffuse e dilatate, nonostante il sound spinga deciso come sempre: il risultato è notevole, e il pezzo prende forma come uno dei più intensi del disco. Il gran finale poi è affidato alla psichedelia di Vanishing Point, che, come da titolo, ben si presta a sfumare in una lunga coda rumorosa, come una barca che piano scompare all’orizzonte: unica scia, le onde che ancora schiumose, tra loro si infrangono.
La sensazione che rimane è quella di essere entrati dentro un vortice, un’esperienza che ti fa girare in tondo e ti lascia frastornato. Alcuni potrebbero storcere il naso e nella ripetizione di riff e movimenti intravedere la noia. Per altri insistere su uno schema non significa altro che perdersi al suo interno per poi transitare in altri luoghi e alla fine liberarsi.

Ascolta qui tutto il disco

Natura e solitudini – il doppio ritorno di Mount Eerie

Anacortes è una cittadina di 20.000 anime situata ai confini dello stato di Washington, aggrappata a montagne e oceano, dove Phil Elverum, mente dietro Microphones e Mount Eerie, ha deciso di vivere per un po’, costruendosi il proprio studio all’interno di una chiesa sconsacrata. Ed è quel posto, Anacortes, che il cantautore americano ha deciso di raccontare nei due dischi targati Mount Eerie usciti quest’anno: Clear Moon (P.W. Elverum & Sun, 2012), che ha visto la luce questa estate, e il più recente Ocean Roar (P.W.Elverum & Sun, 2012), stampato e distribuito a settembre. Mi ci è voluto un po’ di tempo perché questi album entrassero, si sedimentassero e chiedessero, anch’essi, di essere raccontati. Il tempo giusto perché musica e parole attraversassero strati di vita per diventare concreti.
Scritti entrambi durante una lunga pausa dai tour, con l’intenzione di raccontare un luogo e i suoi stati d’animo,  Clear Moon e Ocean Roar sono due facce della stessa medaglia. Se il primo è più placido, dai suoni più soffici e acustici, il secondo colpisce per la vibrante potenza, per il respiro epico e naturistico delle composizioni, meno adattabili a rientrare nello schema classico della canzone pop. Ma procediamo con ordine, parliamo di Clear Moon.

La copertina del disco è già di per sé emblematica: le montagne si stagliano all’orizzonte e una foschia ammanta tutto il paesaggio, eppure la luna, lassù, è forte, luminosa, fa valere la propria presenza. La prima canzone, Through the trees pt 2, introdotta da una accordo di chitarra pizzicato, riflette alla perfezione l’immagine di copertina: le atmosfere soffuse, il cantato sussurrato, le liriche evocative (“Misunderstood and disillusioned, /I go on describing this place and the way it feels to live and die/The “natural world” and whatever else it’s called/I drive in and out of town, seeing no edge, breathing sky/And it’s hard to describe without seeming absurd/I know there’s no other world:/Mountains and websites”), tutto porta l’ascoltatore a immergersi in un luogo non solo fisico, ma anche psichico. La doppietta successiva, The Place Lives e The Place I Live, suggerisce un contrasto tra l’umano e la natura, tra il pensiero cosciente e la vita naturale, in una continua inversione di ruoli (“Watching the light change, I see the place lives/I’ve stayed here long enough” e “But I see nothing/Rocks, and water, and wood/Not speaking to me”).  (Something), il primo intermezzo strumentale, introduce un trittico che si distanzia musicalmente dai pezzi precedenti, una pausa, una cesura all’interno del disco: ci sono le dissonanze di Lone Bell, i droni di House Shape, le chitarre distorte di Over Dark Water, a ricordare quelle influenze black metal ben presenti nel lavoro precedente, Wind’s Poem . Il secondo intermezzo strumentale riporta invece i toni su una certa quiete, riaccordandoli a quelli di inizio disco: c’è il misticismo di Clear Moon, seguito dalla notturna e ovattata Yawning Sky, per poi finire con (syntethizer) che, come la nebbia, ammanta cose e colori in un caos onirico e indistinto.

Su Ocean Roar di certo non si può dire che inizi dove Clear Moon si interrompe. La forza evocativa e prorompente di Pale Lights ci porta immediatamente su altri territori: quelli del mare grosso dell’inverno, delle onde in tempesta che, smosse dal vento, si accavallano impetuose e imperterrite. Dura nove minuti la canzone e in questi nove minuti Elverum ci dispiega sotto gli occhi tutte le sfumature che la sua musica è capace di ricreare: dalla potenza elettrica, fino alla lirica sospesa degli organi. Una intro, per quanto lunga, che ti sbatte in faccia la forza della natura, della sua vita, rispetto all’atomo insignificante rappresentato  dalla singola esistenza umana. Una composizione grandiosa e magniloquente, fatta con i canoni lo fi marchio di fabbrica di Mount Eerie. E, come a voler fare da contraltare al barocchismo della prima traccia, ecco arrivare la title track, Ocean Roar, gioiello pop, una delle più belle canzoni dell’ultimo anno, capace di amalgamare romanticismo lirico (romanticismo alla Dylan Thomas, che non ha nulla a che fare con le smancerie: “Sitting in the car after the music stopped abrupt/ We arrived in the dark, lost and disoriented” oppure “Out past waves rolling /Broad deep sky”) a sonorità morbide e avvolgenti, in cui alla voce di Elverum se ne intreccia una femminile, in controcanto, e, sullo sfondo, lontano, proprio come lo sono i ricordi della giovinezza, un coro di bambini che giocano. La componente emozionale di imberbi ricordi in riva al mare gioca ancora la sua parte nella brevissima Ancient Times mentre la successiva Instrumental monta la carica esplosiva di Waves, dove le onde che si infrangono violente sulla battigia le puoi quasi respirare oltre che vedere: le liriche si fanno più essenziali e rarefatte, delle pennellate, giusto per suggerire qualche timido dettaglio, ma è il suono a comandare, a portare l’ascoltatore dove l’uomo non può nulla ed è solo natura. La stessa potenza la ritroviamo nella traccia successiva, Engel Der Luft cover dei Popol Vuh, rumorosa ed elettrica, spoglia delle suggestioni new age o ambient dell’originale (presente nella colonna sonora di Fitzcarraldo di Herzog). Una passeggiata notturna solitaria è invece oggetto di I Walked Home Beholding, ballad d’atmosfera che esplicita in maniera chiara i temi dei due dischi: la solitudine, l’insensatezza del vivere e il distacco che ne viene da questa consapevolezza (“A moment of clear air breathing, seeing the expanse/Totally at peace with the meaningless of living”).

Clear Moon e Ocean Roar parlano entrambi, anche se in maniera diversa, di immense solitudini, di contemplazioni interiori, di lunghi sguardi e passaggi sul mondo naturale. Sono due dischi diretti, senza fronzoli, che colpiscono come un pugno nello stomaco e ti lasciano bocconi. Due opere intense, da ascoltare una dietro l’altro, farsene avvolgere, introiettarle, per poi tornare, ancora una volta, nel mondo, lasciandosi indietro ogni altro pensiero.

Artisti Sommersi. Enrico Mazzone

Capita ancora spesso di avere un’idea romantica e romanzata della figura dell’Artista, come se egli fosse perennemente un membro dello Sturm und Drang, della Bohème o della Scapigliatura, mentre attorno a lui il mondo si muove freneticamente senza che manifesti alcuna traccia residua di romanticismi e idealismi vari. La realtà dei fatti è ben diversa: anche l’Artista si è adeguato ai dettami del XXI secolo. Se è già affermato, il suo lavoro e la sua immagine vengono promosse da un ufficio stampa, come capita per qualsiasi altro personaggio di un certo calibro; se è alle prime armi, non rimane certo chiuso in una soffitta di Montmartre, ma, anzi, studia strategie – che a volte forzano malamente la naturale ispirazione – per emergere dal foltissimo gruppo, o, semplicemente, per sopravvivere: si butta sulla comunicazione, sulla pubblicità, il design, la grafica.

Com’è ovvio, ci sono le eccezioni che apparentemente stridono con l’epoca attuale, ma sono in realtà un sano e affascinante controcanto che conferma quell’idea tanto amata del temperamento artistico.

Enrico Mazzone (Torino, 1982) è uno di questi formidabili girovaghi romantici; una sensibilità baudelairiana fuori del tempo, dotata di un affascinante immaginario gotico reso su carta da una manualità superba, alla costante ricerca d’ispirazione in nuovi luoghi.

Da quando ho iniziato a muovermi, circa due anni fa, penso di aver ristretto il mio immaginario alla stregua dell’esperienza. Spostandosi, si è sempre investiti da un ondata di feedback, che non si riescono definitivamente a imprimere. Per questo motivo lo stile cambia adeguandosi alla circostanza. È un concetto situazionista che, per semplificare, si risolve nel detto “paese che vai usanze che trovi”. Ogni posto ha la sua luce, il suo flusso, e di conseguenza può influire sulla sfera percettiva/emotiva. All’inizio sono sempre un po’ spaventato. Credo sia normale dopo aver vissuto per ventisette anni all’ombra di una famiglia serena, ma turbolenta. Ora che le acque si sono rotte per la seconda volta, non posso che avere i ricordi di prime esperienze precedenti da riutilizzare come frantumi.

Nell’Ottocento, l’orizzonte era Parigi. Negli anni Ottanta, è stata la volta di New York. Ora tocca a Berlino richiamare a sé i giovani artisti.

 

Berlino proprio non mi piace. Magari Norimberga farebbe al caso mio, come Canterbury invece di Londra. Ora sono leggermente bloccato perché una città come Berlino è parecchio inflazionata. Una sorta di “barcellonizzazione” la sta invadendo di uno strato superficiale; c’è di buono che le correnti sotterranee la sanno sempre rinnovare, ma di una nuova schiuma destinata presto e comunque a evaporare.

Non pensi, quindi, che per un artista sia più facile emergere a Berlino che, ad esempio, a Torino?

Bè, penso che un artista possa essere reso libero di emergere innanzitutto dal suo ego, dalle sue ansie, paure e tensioni, questo è (introspettivamente) già tanto e non sono in molti ad avere la fortuna di coglierlo. Ancora una volta non è importante il luogo, ma il modo in cui ci si pone nei confronti delle persone. A me manca davvero tanto la mia città, le persone amiche e nemiche. Posso solo dire, cinicamente, che il Nord Europa permette a un artista di ottenere maggiore credibilità e organizzazione, ma questo non ha davvero nulla a che fare con l’impegno che si mette nella propria arte.

Nell’inverno scorso hai collaborato con la band OvO, creando delle tavole pittoriche durante la loro esibizione. Hai poi realizzato delle copertine per una band del panorama black metal scandinavo…

Finalmente lavorare a stretta vicinanza con un gruppo (i giovani Svikt) mi ha saputo dare le giuste suggestioni per condividere  il medesimo clima dissonante nel quale ricreare magmaticamente un concetto. Ancora musica e immagine che giocano a un girotondo caleidoscopico. La musica aiuta a distendere il segno quanto il pigmento su una tela. La musica riesce ancora a  cambiare il quotidiano sentimento di tristezza o felicità. Credo che tutti siamo d’accordo sul valore aggiuntivo che sa enfatizzare.

Ultimamente stai sperimentando molto con i toni rossi e gialli, che si sono venuti ad aggiungere alle tue figure cromaticamente neutre…

Ecco, appunto, Berlino è fatta di quei rossi e gialli… Questo è ciò che vedo, respiro e sento tutti i giorni. Di contro alle polluzioni naturali norvegesi, giocati sui blu amarantini e oltremare che si scagliano aggredendo i rosa più tenui dell’orizzonte.

Sperimentare va bene ma fino ad un certo punto. In caso contrario si costruisce un edificio eclettico senza che mai avere il riparo di un tetto.

"Il segno era ovunque: il segno era la giovinezza"

Immaginate di essere in libreria: date uno sguardo alle nuove uscite e vi soffermate sul libro di Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, edito da minimum fax. Leggete sulla copertina che ha vinto il premio Pulitzer 2011, inequivocabile segno di affermazione nell’establishment culturale americano. Quindi cominciate a sfogliarlo: subito il vostro sguardo si ferma sulle settanta pagine elaborate come slide di PowerPoint  – ossia tutto il capitolo 12 – su quasi quattrocento pagine in totale. E in effetti, a livello comunicativo (soprattutto in rete, dove potete trovare un video con le slide a colori lette ad alta voce), questo è il romanzo con “un capitolo in PowerPoint”. Ma non bisogna fidarsi troppo del marketing, nell’economia del libro il capitolo 12 non ha più peso degli altri e anzi, per essere precisi, bisogna innanzitutto chiarire che Il tempo è un bastardo non è propriamente un romanzo e non è propriamente diviso in capitoli. Dunque ci troviamo di fronte a un testo innovativo, sperimentale? E come mai avrebbero dato il Pulitzer, un premio istituzionale, ad un testo così innovativo? La trama si infittisce, occorre fare un po’ di ordine.

Il tempo è un bastardo è suddiviso in 13 short story indipendenti ma correlate tra loro, ciascuna tratteggia il punto di vista di un personaggio diverso, la narrazione è di volta in volta in terza o in prima persona, in un caso si ricorre a un Tu colloquiale per accentuare un effetto straniante (episodio 10, Fuori dal corpo), e in un altro al narratore onnisciente (il 4, Safari, parodia dei topos di Hemingway, caratterizzato da vorticosi flash-forward che illuminano in mezza pagina sulla vita futura di alcuni personaggi). Viene da chiedersi: questi capitoli/racconti, in che modo sono collegati fra loro? Attraverso i legami sentimentali, familiari o professionali, che porteranno i personaggi ad incrociarsi nel corso del tempo. Attraverso il comune denominatore dell’industria della musica: Bennie Salazar, un ex bassista punk ora produttore e Sasha, la sua assistente con problemi reiterati di cleptomania, sono le figure germinali nella struttura narrativa, e di fatti li incontriamo fin dalle parti iniziali della narrazione. A seguire, dall’episodio 3, Sai che m’importa, al 6, X e O, espandiamo il mondo di Bennie. In Sai che m’importa (davvero preciso nel rendere la mutevolezza di stati d’animo dell’adolescenza e il fragore sottopelle col quale queste variazioni sono percepite), è Rhea, sua amica dai tempi del gruppo – i Flaming dildos, a San Francisco – che fa da voce narrante. Poi spaziamo intorno a Lou Kline, mentore di Bennie, produttore nell’epoca d’oro del rock e incapace di diventare adulto, e in X e O ritroviamo Scotty, che ha lasciato la chitarra e si abbandona a soliloqui involuti mentre pesca sull’East River. Nei tre episodi successivi il punto di vista ruoterà su Stephanie, la prima moglie di Bennie, poi sulla sua collega Dolly, rampante p.r. che per un party andato storto finirà a curare il look dei dittatori, e infine su Jules, fratello di Stephanie, giornalista, che sarà arrestato per il maldestro tentativo di stupro ai danni di un’attrice dopo un’intervista (l’episodio 9 che ricalca, nella forma, i réportage giornalistici di David Foster Wallace, comprese le note a piè di pagina). Tra il 10, Fuori dal corpo e il 12, spostiamo nuovamente il focus sui legami di Sasha: ce ne parleranno il suo compagno d’università Rob, destinato a una prematura morte; suo zio Ted, che la cercherà fra i bassifondi di Napoli, tappa momentanea della fuga della ragazza tra l’Europa e l’Asia (nei vicoli partenopei, mentre il sole picchia su civiltà sepolte, si sente quasi un eco della Venezia di Thomas Mann); sua figlia Alison, nelle ormai famose slide dell’episodio 12, Le grandi pause del rock: riferite ai microintervalli di silenzio talora inseriti nelle canzoni, vera e propria ossessione dell’altro figlio di Sasha, forse affetto da una forma di autismo. Queste pause, queste ellissi nel tempo, potrebbero fornire una chiave interpretativa di tutto il libro. Le nostre vite non sono che un continuo alternarsi di notte e giorno, di movimento e pausa. Gli intervalli, le trasformazioni, la “morte” di una condizione che permette di esperire quella successiva, gli stati di coscienza che fermiamo nella memoria, sono come tante piccole morti che permettono agli individui di essere vivi. Oppure prendiamo la nostra percezione degli altri: quanto esistono, per noi, le persone che abbiamo smesso da tempo di frequentare? Eppure a volte ci si reincontra dopo dieci anni e sembra che siano passati pochi giorni…  ma cosa è successo nel frattempo?

I capitoli/racconti del libro di Egan sono costruiti attorno a dei punti di rottura, e talora, alla dimensione personale, fa da controcanto il piano sociopolitico: Bennie cerca di riprendersi dal fallimento del primo matrimonio nella New York post 11 settembre; Rob annega nell’East River (lo stesso fiume dove pescava Scotty), mentre Clinton, nell’autunno del 1992,  interrompe dodici anni repubblicani; Rhea e Jocelyn attraversano la linea d’ombra della giovinezza con la cresta verde e i collari borchiati, quando il punk sta rubando la scena al progressive rock – ed è curioso notare come alcuni critici abbiano paragonato il libro ad un concept album. Per Il tempo è un bastardo non è difficile trovare modelli extra-letterari, la stessa Egan ha dichiarato d’essersi ispirata a Pulp fiction per la time-line scopertamente alterata, nella quale da un episodio all’altro si salta indietro o avanti nella cronologia, spingendosi addirittura, alla fine del libro, in una New York futuribile, dove le protesi elettroniche sempre più condizionano le masse e il loro linguaggio. Temi cari al Don DeLillo di Mao II, e l’accostamento ad uno dei numi tutelari del postmoderno ci riporta alla domanda che avevamo posto all’inizio: può un romanzo innovativo vincere il Pulitzer? Forse, ma non è detto che sia questo il caso. Dal quadro che abbiamo tracciato emerge un testo proteiforme in modo quasi troppo manifesto, eccessivamente ribadito a livello superficiale. La varietà di storie e invenzioni è essenzialmente priva di centro, manca un macro-intreccio narrativo principale, piuttosto troviamo tanti micro-intrecci quanti sono i personaggi intorno ai quali è organizzato il discorso. L’elemento che concorre davvero a dare al libro un respiro più ampio, rispetto a una raccolta di racconti con i personaggi correlati, è proprio la dimensione temporale, la possibilità di inquadrare alcuni protagonisti in momenti diversi della loro vita. Ma se gli sbalzi cronologici avvengono tra un episodio e l’altro, lo sviluppo di ciascun racconto/capitolo risulta invece piuttosto lineare. Rispetto ai classici del postmoderno o anche, per dire, a Palahniuk , la sovrastruttura sociale rimane soltanto sullo sfondo, ci si concentra soprattutto sul mondo ristretto dei personaggi e questo, se da un lato ne arricchisce la caratterizzazione, dall’altro smorza l’interesse sul testo nel suo insieme, anche perché il fulcro dei racconti, nella maggioranza dei casi, tende a essere sempre lo stesso: il dolore per il tempo che passa, il rimpianto per la giovinezza perduta, l’Età dell’oro in cui tutto poteva ancora succedere. Così non resta che cercare nel sesso, nel rapporto con l’Altro, il modo per esorcizzare la paura della morte. È superfluo dire che di solito queste relazioni falliscono, e non rimane che puntare sui figli – più assennati dei padri – per sperare in un altro giro di giostra. Così alla fine, anche se ci viene ricordato per mezzo di diversi registri narrativi, dal linguaggio colloquiale alla satira di costume, la canzone, parafrasando i Led Zeppelin, rimane la stessa. Una canzone, tuttavia, quasi sempre piacevole da sentire, grazie a una scrittura fluida e sempre capace di non annoiare. Il tempo è un bastardo è soprattutto un’opera di intrattenimento ben confezionata: di questi tempi, non è certo un risultato da sottovalutare. Magari, per la fine del mondo, sceglieremo un’altra colonna sonora.

Leggi il primo articolo su Il tempo è un bastardo qui!

Titolo: Il tempo è un bastardo
Autore: Jennifer Egan
Editore: EMinimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2011, 18,00 €, 391 pp.

Acquistalo su Webster.it

"La nostalgia era la fine, lo sapevano tutti"

Jennifer EganQuesto pensiero, espresso all’interno di un lungo rimuginare, appartiene a Bennie Salazar, discografico ex-indipendente, e co-protagonista de Il tempo è un bastardo (A Visit from the goon squad il titolo originale) di Jennifer Egan, uscito ormai qualche settima fa per Minimum fax nella traduzione di Matteo Colombo. Si trova a pagina 51 questo pensiero, nel secondo capitolo/racconto (intitolato La cura dell’oro), all’interno del lato A (ossia prima parte – vi state già perdendo vero? Tranquilli ne usciremo) di questo romanzo sui generis. All’inizio dunque, visto che complessivamente il volume consta di quasi quattrocento pagine.

Si localizza lì, questo pensiero, e raccoglie e sintetizza molto bene la sensazione che provo nel trovarmi a vivere in quest’epoca. Ma non parlo di tempi lunghi, di ventenni o decenni o quinquenni. No, parlo dell’assolutamente contingente, del qui e dell’ora (d’altronde sempre in un’altra battuta si dice  “cinque anni sono cinquecento anni” – e questa è la percezione). E cioè che adesso siamo mangiati vivi da questo, dalla nostalgia – cosa  che capita anche a Bennie, che non fa in tempo a pensarlo che già si rende conto di essere finito irrimediabilmente nelle sue brame. Ma non ne siamo vittima solo noi, che siamo sui trenta e ci ricordiamo quanto belli e spensierati fossero gli anni ’90 (col cazzo! Tra l’altro) o quanto figo fosse essere più giovani (ma giusto un po’), no, capita anche a quei ragazzi che non hanno ancora avuto modo di poterla effettivamente provare questa sensazione, perché il tempo gettatosi alle spalle è ancora troppo poco. E lo stanno a dimostrare la passione per il vintage, per le foto effettate dalle sfumature giallo-ocra, le reunion di band che non avrebbero dovuto parlarsi mai più, il ritorno del vinile (in alcuni casi della musicassetta), i vestiti che tanto si mettevano negli anni ’60 (ma anche nei ’70, negli ’80, nei ’90), la cura per i particolari e i dettagli, l’artigianato, insomma tutto, tutta l’industria culturale di una parte (sia ben chiaro non voglio e non posso assolutamente essere omnicomprensivo, non ne ho gli strumenti – tra l’altro la reductio ad unum che mi viene imposta dai vari social network mi permette di osservare i comportamenti miei e dei miei amici, cioè dei miei simili, di coloro che voglio seguire. E quindi di una piccola, piccolissima parte del consorzio umano, una nicchia insomma, quella della cosiddetta controcultura. O meglio una delle controculture. Ma mi sto perdendo e necessito di tornare sui miei passi, non me ne vogliate) tutta l’industria culturale di una parte, dicevo, delle generazioni che si trovano a vivere questo tempo sembra invasa da questo sentimento vintage. Viviamo in una cover, l’idea è questa, giusta o sbagliata non sta a me giudicarlo. E quel pensiero di Bennie Salazar, la nostalgia era la fine, lo sapevano tutti, immediatamente, quando l’ho letto mi ha riportato alla mente come un’onda travolgente tutto il “ragionamento” che vi ho appena sparato, con la conseguente intima convinzione che Il tempo è un bastardo sia qualcosa di importante.

Per come la vedo io credo che la narrativa americana attraversi un periodo di stanca: si avvoltola negli esempi dei grandi narcisi, come li chiamava Wallace, e cioè Roth, Updike e Mailer; nel fortunato filone della narrativa postmoderna arrivata quasi, ormai, alla canna del gas; e, chiaramente, nel genere dove gli americani sono ancora oggi gli indiscussi maestri nonostante gli svedesi. Ma questo, volendo, è un ragionamento che si può ampliare a gran parte dei fenomeni culturali contemporanei occidentali. Ma non ampliamolo, per carità.

Il libro della Egan, fresca vincitrice – a merito – del premio Pulitzer, è invece una ventata d’aria fresca, qualcosa d’altro, di diverso. In primis la struttura: non si tratta di un normale romanzo in cui i protagonisti sono gli stessi dall’inizio alla fine, né dove i capitoli si susseguono regolari con un andamento lineare, no. Questo è un romanzo formato da racconti, particelle perfettamente indipendenti tra di loro, eppure tutte indissolubilmente legate da link che sta al lettore trovare. Non vi è nulla di troppo complicato in questo, state tranquilli, anzi vi ravviverà la lettura in una continua sfida di rimandi. Anche la linea temporale è sballata, non si va da un inizio a una fine, ma si salta da un momento all’altro nelle vite dei vari personaggi (passato, presente e futuro compreso). E se la facciata impone come protagonisti Bennie Salazar, prima musicista punk e poi discografico, e la sua assistente Sasha (e, di conseguenza, le storie della loro vita), il vero protagonista di questo romanzo è però il tempo, come da titolo (italiano). Montando una serie di storie slegate da un continuum la Egan ci mostra diversi episodi della vita dei due protagonisti (o di persone a loro vicine, che parlano di loro e con loro) in momenti diversi della loro formazione. Le conclusioni a cui si giunge sono molteplici: innanzitutto viene meno il fluire, ciò che lega e diluisce le esperienze umane: gli episodi sono netti, quelli e basta, hanno un inizio e una fine, hanno quei ben precisi attori e non altri. E questo evidenzia quanto e in che profondità un individuo possa cambiare nel corso del tempo: certi particolari rimangono ma le trasformazioni possono essere radicali. E così stentiamo a riconoscere la Sasha di Oggetti ritrovati, in quella dello splendido racconto ambientato a Napoli Addio Amore Mio, o ancora nella Sasha vista attraverso i power point del racconto Le grandi pause del rock. E lo stesso vale per Bennie e per tutti i personaggi che compaiono più di una volta in questi racconti. Ad ognuno di essi, dei racconti, è affidato un narratore diverso, mai lo stesso e questo accentua ancora di più le differenze degli stessi personaggi non solo presi in momenti diversi ma visti anche da occhi diversi.

E mano a mano che si va avanti il romanzo si configura come un puzzle avvincente per il lettore, sia per i già citati giochi di rimandi, sia per la costruzione che piano piano ci si fa dei diversi individui con cui avremo a che fare – un gioco che potenzialmente sarebbe potuto andare avanti all’infinito.

Ma non solo, con questa tecnica, che sembra più figlia delle serie tv che della letteratura tout court, la Egan riesce in parte nell’impresa di storicizzare il contemporaneo, massima ambizione dello scrittore di oggi, dispiegandocelo sotto gli occhi come un tempo segmentato, spezzettato, dettato dai ritmi degli strumenti tecnologici e dei social network, ma allo stesso tempo pronto a rielaborare tutto ciò che sembrava genuino, autentico e originale facendolo suo, sia nel bene che nel male, nella ricerca dell’autentica ispirazione.

View another webinar from JenniferEgan

La bravura tecnica dunque e il virtuosismo scrittorio (il fatto che ogni racconto abbia uno stile a sé non è affatto da sottovalutare). Ma non solo, perché la grande capacità della Egan sta nel rendere questo impianto, così pensato, estremamente emozionale. I personaggi che la scrittrice mette sulla pagina (e le loro evoluzioni nel tempo) sono assolutamente empatici e, come si suol dire, veri. Soffriamo con Sasha, capiamo la frustrazione di Jules Jones e la disperazione di Rob; captiamo l’entusiasmo di Bennie quando suonava nei Flaming Dildos e la sua disillusione riguardo la musica una volta entrato nel business; sentiamo l’affetto che Dolly prova per la figlioletta e il disagio di Sasha per il suo problema con, ehm, i portafogli; ma soprattutto proviamo il loro medesimo languore di fronte al tempo che passa.

Con tutto questo non voglio dire che il libro della Egan sia un capolavoro, è troppo presto per dirlo, ma sicuramente ci troviamo di fronte a un’opera importante e intelligente, qualcosa con cui fare i conti. Il resto poi sarà il tempo, che è un bastardo, a deciderlo.

Leggi il secondo articolo su Il tempo è un bastardo qui!

Titolo: Il tempo è un bastardo
Autore: Jennifer Egan
Editore: EMinimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2011, 18,00 €, 391 pp.

Acquistalo su Webster.it

A Gang Of Five – Intervista agli A Classic Education

Il disco degli A Classic Education, Call It Blazing (Lefse/La Tempesta International/Tannen Records 2011), è uno di quelli che maggiormente mi ha colpito ultimamente, uno di quelli che, instancabilmente, continua a girare su player e lettori di vario formato. Questo, già di per sé, bastava perché ne scrivessi. Poi però non volevo fare la solita cosa e cioè una lunga e noiosa disamina del disco, così come sono abituato a fare. Mi sono detto, cazzo, ce li ho sotto casa, intervistiamoli! Ho scritto a Jonathan Clancy, cantante e chitarrista della band, e ci siamo messi d’accordo per una chiacchierata in chat. Solo che poi è arrivato il tour con gli Okkervil River, così, all’improvviso e bisognava  preparare, organizzarsi e allora abbiamo deciso di rimandare.

Avevo però un ultimo asso nella manica da giocarmi: il concerto degli Okkervil River al Café de la Danse, a Parigi. Opening Act: A Classic Education. “Perché no?”, mi sono detto. “Perché no?”, ha risposto Jon. E così sono finito a intervistare un gruppo italiano a Parigi, altro che sotto casa. E quello che è venuto fuori è stata una lunga chiacchierata a tutto tondo sulla musica, il disco, i live, la poetica e l’estetica, insomma tutto. E direi che ci siamo divertiti un bel po’.

Un’avvertenza prima di leggere: ho tentato, per quanto possibile, di lasciare il discorso colloquiale, l’intervista è stata un faccia a faccia (vis à vis dai, eravamo in Francia!) quindi non mediata da alcun tipo di mezzo, spero risulti tutto comprensibile.

A rispondere alle mie severe domande Jonathan Clancy, voce e chitarra, e Luca Mazzieri, chitarra.

Iniziamo con una domanda diretta: voi siete nati quando, quando è nato il gruppo?

J: Boh, nel 2007 più o meno.

2007 dunque, il nome è A Classic Education. Il ragazzino è andato a scuola, si è svezzato ed è entrato nella gang.

J: Più o meno sì, mi piace, è un buon modo di vederla.
L: Sì, forte.

Quindi l’evoluzione c’è stata anche da un punto di vista sonoro. Io mi ricordo quando vi ho visto la prima volta in assoluto; è stato quando avete aperto agli Arcade Fire a Ferrara. Là mi sembravate adatti a quel tipo di musica. Adesso invece mi sembrate andati oltre quel tipo di sonorità. Come si è evoluto il vostro suono?

J: Ecco, col tempo, è venuto fuori anche parlandone con Luca, nel senso che in realtà abbiamo fatto passare un sacco di tempo. Le band ormai sono abituate a fare il singolo velocemente, se ne parla su internet, esce il video su Vimeo, due-tre robe, tac e fai il disco. Noi abbiamo quasi fatto il giro opposto, nel senso, abbiamo fatto uscire tanti ep, secondo me anche per imparare a conoscerci. Hey There Strangers (d’ora in poi HTS) in particolare, cioè l’ep di mezzo, quello dopo First Ep, secondo me è stato il momento a livello anche personale di scrittura in cui ci siamo detti: “Cazzo adesso abbiamo qualcosa di nostro”. All’inizio siamo partiti dicendo facciamo qualcosa di diverso rispetto alle band che avevamo: vogliamo cercare di far uscire la melodia, abbiamo tutti questi strumenti nuovi, abbiamo l’organo, abbiamo gli archi, mettiamoci tutto e cerchiamo di spingere con tutti ‘sti giocattoli nuovi, e il risultato è stato il First Ep. Piano piano secondo me ci siamo conosciuti meglio, abbiamo iniziato a sottrarre, anche se non è stata una cosa voluta, cioè la riprocesso adesso, adesso riesco a dirtela, non ce ne siamo neanche accorti. Siamo arrivati a HTS con quel tipo di suono.

Cioè non è stato un progetto ben preciso, è stato un work in progress anche se è brutto utilizzare queste espressioni quando riguardano i processi artistici.

L: Sì esatto, quando ci siam trovati è stata questa voglia di scrivere canzoni a unirci, venivamo da progetti dove si suonavano pezzi fondamentalmente. Abbiamo avuto voglia di scrivere canzoni, e all’inizio magari c’è questa bulimia totale per cui senti il bisogno di usare quello che non hai mai usato, quello che appartiene al bagaglio culturale che hai, perché tutti comunque siamo dei grossi fruitori di musica, una cosa che secondo me ci ha accumunato tanto è stata la passione incredibile per la musica in generale. Poi pian pianino questa voglia di scrivere canzoni e il conoscerci ha fatto sì che venisse fuori una voce nostra e che le influenze si diluissero in un suono comune perché sai, tu porti la tua esperienza, lui porta la sua, all’inizio è forte, all’inizio magari si sente poi pian pianino si diluisce in quello che stai diventando.

E quindi è stato il tempo il maggiore collante.


J: Sì, per noi il tempo è stato un amico. Sembra una banalità ma fare le cose con calma ci ha aiutato tantissimo a focalizzare la scrittura, il tipo di scrittura, e anche poi tra l’altro citavi il concerto di Ferrara con gli Arcade Fire dove secondo me sì, per il tipo di gruppo che eravamo, che siamo, cioè con degli archi ecc. ecc. l’accostamento può venire abbastanza naturale ma penso che la nostra scrittura sia molto più, come posso dire, intima; ma non intendo che la loro non sia intima però la nostra appunto è più da persona a persona, faccia a faccia. Loro hanno quella incredibile qualità di essere una band oceanica, noi invece anche nei testi e nelle canzoni, non abbiamo quel tipo di approccio, non siamo portati verso quel tipo di comunicazione. A me piace una versione più intima…

L: Confidenziale.

J: Sì one on one, ecco, ci piace di più come registro.

 

https://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F23433568 A Classic Education – Forever Boy by A Classic Education

Leggendo un po’ di recensioni in giro sul vostro disco Call It Blazing si dice spesso che gli ACE sono una band italiana ma non suonano come una band italiana. Come vi spiegate questa etichetta da parte della stampa?

J: Ma secondo me è veramente un po’ un pregiudizio, nel senso: che cosa è essere una band italiana? Noi siamo una band che ha le proprie influenze, è cresciuta ascoltando e facendo un certo tipo di musica. Luca è cresciuto ascoltando gli Smiths, io un altro gruppo… E non sono cresciuto ascoltando i Litfiba, non c’è niente di male. Semplicemente tu riprocessi questo, noi siamo una band tra l’altro che è stata anche definita esterofila perché andavamo a suonare spesso all’estero. In realtà per noi non è che c’è un meglio o un peggio, semplicemente la nostra idea è non avere confini. Se la mia band preferita suona su un palco a Monaco o a New York o a Lubjana io voglio essere lì e confrontarmi con quello anche. E voglio suonare pure a Casalecchio, voglio suonare pure a Modena o a Voghera ma devo potermi confrontare con tutto, non capisco perché… Cioè, non ci sono confini.

Ma infatti vedendo la vostra carriera live si può dire che siete stati gruppo spalla di tante band e molte di queste scelte da voi. Faccio un esempio: i Real Estate a Milano, unica data italiana, voi avete preso gli strumenti e siete andati là. Ora gli Okkervill River, prima gli Arcade Fire, poi in tour con i British Sea Power. Quindi voi li andate a cercare questi confronti.

L: Sì ma è ance un misto, a volte accade anche il contrario, in questa occasione siamo stati cercati come anche con i British Sea Power.

J: Noi siamo un band anche un po’ naif, molti vedono dietro al fatto che abbiamo suonato con diversi gruppi una sorta di progettazione che in realtà non c’è. Per esempio i Real Estate sono una delle nostre band preferite degli ultimi anni, allora abbiamo scritto a La Casa 139 e gli abbiamo detto “Cazzo veniamo a suonare a gratis”, ci piacciono e così è stato. Poi abbiamo risuonato con loro altre volte e si è creato un collegamento tanto che quando sono tornati a Forlì, in realtà non ricordo se sia stato prima Forlì o Milano, hanno chiesto loro: dai, venite a suonare. Poi abbiamo registrato il disco ai Rear House dove anche loro hanno registrato. Alla fine quello che conta è il rapporto umano, è il rapporto umano che cementifica e fa andare avanti tutte queste cose e spero ovviamente anche la bravura.


A Classic Education – Call It Blazing 100% from A Classic Education on Vimeo.

CONTINUA…

Suburban Evolution

Un paesino dell’America suburbana, Ridgewood, New Jersey, da un po’ di tempo ha attirato l’attenzione su di sé del panorama indie americano. Band come Big Troubles o Vivian Girls provengono da lì, così come i Titus Andornicus fanno base qualche chilometro più in là, a Glenn Rock. Ma, probabilmente, i veri alfieri del nuovo suono del New Jersey – etichetta pesante visti gli illustri predecessori: Boss, Yo La Tengo e Feelies – sono i Real Estate che, anche se per poco tempo, a Ridgewood ci ritornano ancora più che volentieri, per passare le giornate di festa insieme a parenti e a vecchi amici perché è da lì che tutto è partito, dalle strade alberate, dalle villette a schiera, dall’ordine patinato da rivista di settore; dalla noia che un paese di poco più di ventimila abitanti può suscitare in un adolescente americano (ma anche italiano, balinese, o chi per lui).

Ed ecco allora l’esigenza di fare qualcosa, di creare qualcosa, magari mettere su una band con gli amici di sempre, se n’era spesso parlato, ricordi? E tutti quei giri in macchina senza meta, un disco dietro l’altro, una sigaretta dietro l’altra, magari qualche lattina di birra e qualcosa da fumare. Serate intere passate così, a perdere tempo, a fare due chiacchiere, le solite magari, a parlare delle stesse ragazze, dei piccoli pettegolezzi di una scuola di provincia, oppure i buoni vecchi massimi sistemi, le discussioni accalorate sulle passioni da assecondare, i sogni da inseguire. Come suonare appunto, allestire un paio di pezzi che stiano in piedi, che restituiscano tutto ciò che sei stato, dove hai vissuto e quello che hai fatto. Ed ecco, come per magia, mischiati i soliti quattro ingredienti dell’indie attitude, venire fuori i Real Estate. Almeno è così che me lo immagino io.

Ma Martin Courtney, Matt Mondanile e Alex Bleeker amici da sempre lo sono per davvero e per quelle strade in macchina ci avranno scarrozzato chissà quante volte. Ora, trasferitisi a New York, con un album d’esordio che ha bruciato le 20000 copie con l’indipendente Woodsist, e uno in procinto di uscire per la più blasonata Domino, i tre ragazzi del New Jersey sembrano riusciti a fare il salto, a passare dalla provincia alla città, per poter affrontare una nuova sfida, quella di conquistarsi fette di pubblico più ampie. E queste speranze sono affidate al nuovo lavoro, Days, in uscita proprio a giorni (il 17 ottobre per l’Europa e 18 negli USA) e che è possibile ascoltare in streaming in anteprima qui sul sito della npr.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F23914380 Real Estate – Green Aisles by DominoRecordCo

Un disco atteso anche perché il precedente omonimo era stato un fulmine a ciel sereno. Uscito negli ultimi giorni del 2009 aveva fatto saltare le classifiche di fine anno inserendosi di diritto nelle prime posizioni. E pezzi come Beach Comber, la strumentale Atlantic City o Fake Blues erano subito parsi come degli instant classic dell’indie rock. Ma non solo, un annetto fa la band del New Jersey aveva dato alle stampe un 7’’ con dentro due canzoni che segnavano inequivocabilmente la direzione della loro personale ricerca sonora. Si trattava di Out Of Tune, inserita anche in questo disco, e Reservoir, due pezzi di notevole fattura che facevano davvero ben sperare per il futuro. Ed è eccolo qui il futuro, un disco nuovo, una nuova etichetta ma, soprattutto, dieci nuove canzoni.

La prima cosa che colpisce nell’ascolto del nuovo album è la continuità sonora col precedente ma, allo stesso tempo, il passo, lo scarto che vi è tra i due. Innanzitutto una certa limpidezza delle sonorità, l’abbandono della via lo-fi a favore di una più tradizionale; poi l’emergere prepotente della forma canzone rispetto alle parti strumentali. Due novità che però non contrastano con lo stile della band, fatto di loop, di riff, di riverberi e melodie sfocate, quasi ambientali e rarefatte, come preda di una foschia che confonde e scontorna le immagini, di una lontananza neanche troppo distante che permette di immaginare senza completare la realtà. La dimensione onirica del ricordo, la nostalgia, questa benedetta nostalgia che pervade tanta della musica indie contemporanea (e mi chiedo, ormai sempre più spesso, da dove salti fuori questa sensazione in ragazzini che hanno poco più – o poco meno – di vent’anni?), sono le componenti poetiche fondamentali della band. Tutto è sfumato, tutto rimanda, almeno nei suoni, a qualcosa che poteva essere e non è stato, a qualcosa che era e non è più.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F4820547 Real Estate – “Out Of Tune” by OctopusWindmill

Sensazioni che si sprigionano già dalla prima traccia, Easy, pur essendo una delle più movimentate della lista, e che continuano e si propagano per tutto il disco, pacifiche e regolari come cerchi nell’acqua. Green Aisle, la strumentale e bellissima Kinder Blumen, Out of Tune, la struggente Municipality eThree Blocks appartengono alla categoria canzoni subacquee, i cui riverberi sembrano provenire da un mondo lontano, distante. It’s real, il singolo, è allegro e divertente e sale nel suo ritornello corale aprendo a spazi poco esplorati dai Real Estate, mentre Younger Than Yesterday sembra il pezzo più legato al disco precedente. Discorso a parte meritano Wonder Years, cantata e scritta da Alex Bleeker e la track finale All the same: la prima, con i Feelies come numi tutelari a guardargli le spalle, spazza vie le nubi e si innesta nel disco come una giornata di sole nel cuore di gennaio; la seconda invece, dalla durata di oltre sette minuti, è una summa di Days, il riassunto suonato del disco: c’è tutta la poetica dei Real Estate dentro, le chitarre che si intrecciano, la voce che le segue, l’energia dell’essere ancora giovani e di poter dire spassionatamente la propria ma anche la malinconia, le tristezze da cameretta, la voglia di buttarsele dietro continuando, però, ossessivamente a ripensarci.

C’è la giovinezza decadente in questo disco dei Real Estate, la presa di coscienza che crescere è giusto dietro l’angolo, o magari dietro quello appena svoltato. Ci sono un sacco di cose insomma che parlano di me, della mia vita e delle mie sensazioni (ma anche della tua, della sua e di quelli là in fondo che cercano di nascondersi). Ed è per questo, più che per altro, che credo questo disco girerà sul mio piatto ancora molto a lungo, per l’intima connessione che il gruppo di Ridgewood è riuscita a creare con me, che in un piccolo paese ci sono nato e cresciuto anche se a migliaia di chilometri di distanza, in un altro continente e in un’altra nazione.

The Sophomore's Club

“Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista” cantava qualche anno fa Caparezza in una canzone che sarebbe poi diventata un classico (sto esagerando, lo so) nel repertorio del rapper pugliese. Grande verità o bieca furbizia promozionale? Un bel chi se ne importa credo sia la risposta più adatta. È vero però che, di questi tempi, soprattutto per alcune band indie rock e dal suono smaccatamente retro (che non significa per forza ’60 ma anche i ben più saccheggiati ’80) il secondo album è un po’ uno spartiacque, è quello che ci fa capire se sotto c’è ciccia o se il disco a tutto fuoco che avevamo ascoltato fosse stato nient’altro che un calesse (ammetto che questa è difficile, perdonatemi). Pensiamo a band come Bloc Party o Wombats che dopo i clamori iniziali sono finiti per fare robe molto discutibili. Quelli di cui mi accingo a parlare invece sono tre secondi album di tutto rispetto. Capiamoci, non si tratta di capolavori ma di LP di buona fattura che confermano il talento dei gruppi. Sto parlando di Romantic Comedy dei Big Troubles, Portamento dei The Drums e Lenses Alien dei Cymabals Eat Guitars. Andiamo a vederli uno per uno.

Romantic Comedy (Slumberland Record, 2011) dei Big Troubles succede il precedente Worry di appena un anno. Eppure, come spesso accade, sembrano passate ere geologiche se andiamo a sentire la differenza di suono dei due album. Il primo espressamente lo-fi, il secondo invece diretto verso influenze più pop. Perché molto probabilmente sono cambiate l’etichetta (a questo giro la ben più blasonata Slumberland Records) e il produttore (Mitch Easter, quello di Brighten the Corner per intenderci). Questo ha fatto sì che il sound della band ne uscisse completamente trasformato: via i fuzz e le distorsioni acide e dentro melodie appiccicose e dolci ritornelli. E il risultato non è affatto negativo. Sospeso tra Elliott Smith (quello più allegro) e i compagni d’etichetta Pains of Being Pure At Heart il disco scivola via piacevolmente dall’inizio alla fine trovando gli highlight in Sad Girls (primo singolo dell’LP), Minor Key, la traccia d’apertura She Smiles for Pictures e Misery, forse il pezzo più legato alla vecchia produzione. Il neo: la mancanza di una voce propria e di una decisa coerenza all’interno del disco. Hanno guadagnato in orecchiabilità i Big Troubles ma hanno perso sicuramente in autorialità.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F1134242 Big Troubles – Romantic Comedy sampler by Slumberland Records

 

 


Quelli che invece si mantengono saldi e sicuri sui binari intrapresi con il primo disco sono i The Drums. Etichettati al momento del debutto come certa next big thing di breve durata si ripresentano al grande pubblico con un album (Portamento, French Kiss/Moshi Moshi 2011) granitico e compatto, infarcito di belle canzoni e potenziali singoli che rendono questo lavoro forse addirittura migliore del precedente. Già dalla traccia d’apertura, Book of Revelation, veniamo scaraventati nell’universo sonoro del gruppo di Brooklyn (le prime parole cantate da Jonathan Pierce sono proprio So let it begin, let it begin, let it begin) fatto di echi californiani e post-punk inglese. I Drums sembrano in ottima forma e sciorinano belle canzoni una dopo l’altra, come i singoli Money e How it Ended, ma anche Hard to Love o I Don’t Know How To Love fanno la loro porca figura. Insomma un disco di ottima fattura questo Portamento, malinconicamente incalzante, più adatto alle foglie che cadono che allo sciabordio delle onde.

 


I Cymbals Eat Guitar si erano invece fatti apprezzare, e non poco, con il loro Why There Are Mountains. Si ripresentano oggi con il nuovo (e più pretenzioso) Lenses Alien (Barsuk/Memphis Industries 2011). Il suono della band, di derivazione più espressamente anni ’90 (leggi: Pavement e, udite udite, New Radicals – li ricordate?) è dunque pieno di schitarrate (molto più dei Cymbals – ma il loro nome è una citazione di Lou Reed che, a quanto pare, amava definire così il suond dei Velvet Underground) abbinate a un cantato melodico. Solo che Joseph D’Agostino, la mente dietro la band, non si accontenta di costruire delle semplici canzoni pop ma ama variare, intarsiando, spezzettando, unendo pezzi all’apparenza distanti tra di loro (à la Titus Andronicus, giusto per fare un nome): ed ecco dunque nascere canzoni come Rifle Eyesight – di ben otto minuti, decisamente esagerata –  o Secret Family, ma anche la stessa Wavelenghts, ballata toccante e multiforme. L’impressione è che i CEA però riescano meglio quando si concentrano su una struttura più convenzionale, come capita per la bella Definite Darkness o la dilatata Gary Condit. Lenses Alien, seppur con qualche riserva, rimane comunque una conferma del talento della band, un ulteriore passo verso una maturazione che si spera ci possa essere già con la prossima fatica.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F23371651 Cymbals Eat Guitars – “Definite Darkness” by Amplifier_Magazine