Playground & Dope – l'adolescenza sfrenata di Jim Carroll

jim e patti

Di Jim entra nel campo di basket ho memoria precisa. Erano i miei primi anni d’università, a cavallo del secolo nuovo, e ricordo di aver visto questo libro, nella sua vecchia edizione (Frassinelli credo), sul comodino di uno dei miei coinquilini, quello, non me ne vorranno gli altri, più appassionato di basket. Della pallacanestro all’epoca non sapevo nulla, ero un calciofilo convinto e mi sembrava l’inferno essere capitato in una casa in cui il calcio era solo un remoto interesse per disadattati. Ho fatto resistenza, non volevo cedere alle lusinghe di un sport che si giocava con le mani, non ne volevo sapere assolutamente nulla e, seppur attratto da quella storia newyorkese di gioventù e dipendenza, ho cercato di dimenticare quel libro con tutte le mie forze. Poi ho ceduto, il feeling col mio coinquilino è cresciuto tanto da riuscire a convincermi ad andare a giocare con lui ogni pomeriggio, da maggio a luglio per quasi due anni. Mi ha insegnato i fondamentali e io, molto male e pazientemente, ho provato a impararli; mi ha introdotto alle storie folli che un campionato come la NBA può regalare; mi ha raccontato dei miti dei playground, gente che pur non essendo diventata professionista, per un motivo o per un altro (ma quasi tutti per, diciamo così, problemi con droga, giustizia, incostanza) godeva del rispetto assoluto di rinomatissimi campioni, che insomma il basket era una fucina di storie esattamente come il calcio, e come tutti gli altri sport.
E in questo pertugio, in questo interesse scavato nei pomeriggi estivi passati a cazzeggiare si insinua la mia personale lettura di Jim entra nel campo di basket, tornato in libreria grazie a minimum fax e alla precisa curatela, nonché ottima nuova traduzione di Tiziana Lo Porto.

Tutti questi discorsi seri, tutte queste facce severe e via dicendo sono una rottura. Quasi tutti quelli che protestano lo fanno solo per rimorchiare, e nessuno in quello schifo di Pentagono ci darà retta, per cui tanto vale lanciare qualche mattone invece che fare discorsi noiosi, abbiamo bisogno di più strade in rivolta che di gente che marcia. È arrivato il momento di cambiare il modo di far girare il messaggio, che resta comunque una palla.

Jim entra nel campo di basket (titolo orginale: The Basketball Diaries) non è altro che la raccolta dei diari di Jim Carroll, poeta e musicista tra i più attivi della scena newyorkese tra i ’70 e gli ’80, quando, ancora tredicenne (il periodo di riferimento è quello che va dal ’63 al ’66), talento assoluto di basket, frequentava la scuola e iniziava la sua, pesante, dipendenza dall’eroina.  Sullo sfondo New York, splendida e deprimente, capace di affascinare intensamente per il suo essere crogiuolo ma anche piena di contraddizioni, quelle contraddizioni che sono insite nella cultura americana metropolitana. Jim si muove con nonchalance in questo gigante di cemento, il suo caracollare da figo, le sue scorribande in cerca di droga o divertimento, la sua dichiarata vanità e strafottenza, i suoi racconti di scene urbane grottesche e di scopate improbabili,  ne fanno un simbolo indiscusso di cosa significhi essere giovani e ribelli, fottersene delle regole e pensare solo a sé stessi e agli amici.

Poi, Il fatto che quello che stai leggendo sia stato scritto da un ragazzo nella sua piena adolescenza, quella che va, appunto, dai tredici ai sedici anni, ti ritorna alla mente a ondate e ti colpisce, perché tutto quello che ti scorre sotto gli occhi non è frutto di una rielaborazione mediata e meditata dalla memoria, no, quello che leggi è stato scritto allora. Il libro quindi si colora di due elementi molto importanti, di cui è impossibile non tener conto: 1) assume il ruolo di testimonianza dell’epoca, 2) mostra al mondo il talento cristallino di un ragazzo che, sì, è vero, ne ha viste di cotte e di crude, ma, allo stesso tempo, è riuscito ad essere straordinariamente poetico e diretto nelle sue analisi, analisi che, ricordo, sono state partorite in presa diretta, in quel momento.

Insieme a Jim cresciamo anche noi, prendiamo consapevolezza dei suoi mezzi espressivi, notiamo i suoi progressi col linguaggio. Ma non solo, siamo sempre noi che cadiamo, assieme a lui, nel tunnel dell’eroina, in una vita in cui l’unico orizzonte possibile e concreto è la prossima pera, in cui tutto il resto diventa contorno. E alle cronache di partite leggendarie (giocate assieme a gente come Lew Alcindor, aka Kareem Abdul Jabbar, ed Earl Manigault) piano piano si sostituiscono le difficoltà di accaparrarsi i soldi per una dose, i furti da quattro soldi, le descrizioni di fisici emaciati e privi di cura, le marchette desolanti e la profonda, profonda, profonda sensazione di vuoto e inutilità in cui la dipendenza ti getta. Tutto questo raccontato con un talento che pochi possiedono: la capacità di trasformare in poesia esperienze di vita degradanti (un nome su tutti: Bukowski).

Quant’è bello usare una calza di seta da donna per legarsi il braccio sopra la vena, bucarsi e starsene a guardare il sangue che sale nella siringa come un giglio del deserto che mi ricordo di aver visto una volta sull’enciclopedia dei ragazzi, rossissimo… sì, mi sparo in vena gigli del deserto.
Ultimamente ho fatto fatica a scrivere. Le immagini m’arrivano in magnifici frammenti che sembrano viaggi… sono fattissimo… mi sa che farei meglio a dormire per sempre e dimenticare… ma ci sono i moscerini che continuano a ronzarmi nell’orecchio e il caldo e i sogni…
[…]
C’è Bob Dylan alla radio. Splende nel buio e ho le dita come piume leggere che cadono e si spengono.

Il libro non ha conclusione vera e propria, semplicemente si interrompe, in quello che forse è il momento più buio dell’adolescenza di Jim. Ma, nonostante tutto, un certo vitalismo sopravvive in lui, che è ben consapevole del guaio in cui si è cacciato, e non lo fa demordere, in qualche modo prova a portarlo avanti. E qui intervengono i dettagli biografici che ci sono dopo il libro a illuminarci: Jim, più o meno, ce l’ha fatta (più o meno perché ha dovuto rinunciare a una promettente carriera cestistica), è diventato poeta e musicista e le sue idee sono state di ispirazione per gente come Patti Smith e Andy Warhol. La città e l’inquietudine dell’adolescenza non lo hanno sopraffatto, forse perché Jim è rimasto sempre sospeso in quell’età in bilico tra giovinezza e maturità, vivendo ogni giorno su quel limite, proprio come aveva imparato da ragazzo, per strada e sui campetti, alla ricerca spasmodica di un’improbabile purezza, la purezza dell’innocenza.

jimTitolo: Jim entra nel campo di basket
Autore: Jim Carroll
Editore: Minimum fax
Dati: 2013 (1963), 208 pp., prezzo € 10

Acquistalo su Amazon.it

Un altro modo di fare le cose: il mio.

Maurizio Cattelan
Not Afraid of Love, Maurizio Cattelan.

In una scena del film Casinò di Martin Scorsese, Sam Rothstein (Robert De Niro) dice: “Ci sono tre modi di fare le cose: il modo giusto, il modo sbagliato e il modo in cui lo faccio io”.

Questa frase abbastanza nota ha preso a ronzarmi in testa da qualche settimana, precisamente da quando, in fase di ripasso prima della riapertura delle scuole, chiedo a mia figlia ˗ che ha otto anni ˗ se ricorda cosa sia un testo regolativo. Lei mi dà una risposta pressoché soddisfacente, nozione seguita da un elenco di esempi, poi per i dettagli si sofferma su quello classico dei ricettari da cucina. Cioè, argomenta, c’è un modo pratico e lineare di creare un piatto, basta tenere conto della lista degli ingredienti, delle istruzioni sul procedimento, dei consigli, dei tempi di cottura, adeguandosi anche a un grado di difficoltà espresso in pallini. Per esempio, spiega, tre pallini indicano una difficoltà massima e man mano che i pallini diminuiscono diminuisce pure la difficoltà. Mi ritengo soddisfatta, ha risposto correttamente, le dico che è stata brava, le do un bacio sulla guancia, eppure noto in lei un’espressione cupa, come di insofferenza. Al che le chiedo se c’è qualcosa che non va. Così, dopo qualche incoraggiamento ad aprirsi, scopro che non è affatto d’accordo sulla valenza dei testi regolativi, e aggiunge che nella gran parte dei casi non può esserci un modo soltanto di fare le cose. Non può esserci un modo soltanto soprattutto quando si crea. Quando si crea, sentenzia, c’è solamente il modo in cui lo faccio io.

L’arte, quindi, a otto anni, non è metafisica, non è astratta né indefinibile. L’arte è semplicemente una realtà soggettiva, un modo proprio di fare, il dare alla luce un qualcosa dotato di una propria identità che lo distingue da tutti gli altri e lo innalza a un livello altro, anche quando si tratta semplicemente di realizzare un piatto.

Il concetto mi pare chiarissimo.

Maurizio Cattelan
Struzzo con la testa nel pavimento, Maurizio Cattelan.

Ora, se per traslato volessi pensare a qualche romanzo sperimentale, a qualche libro a modo mio ˗ come a questo punto mi sembra giusto definirlo ˗ letto o riletto negli ultimi tempi, mi vengono in mente un bel po’ di titoli. Il Faulkner di Mentre morivo o de L’urlo e il furore, la Woolf de Le onde, lo Sterne di Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo giusto per fare qualche esempio retrodatato. Ma sul mio comodino la catasta pericolante di libri contemporanei a modo mio non scherza: Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, i romanzi di Aimee Bender, l’Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Tutti titoli che hanno un alto valore letterario, nonché portatori di un forte personalismo.

Mi rendo conto che classificare i libri in questo modo è rischioso, mi si potrebbe tacciare di faciloneria, si potrebbe scivolare verso l’eterna querelle tra romanzi di “consumo” e romanzi “letteratura”. Lo so. Ed è infatti per non correre il rischio che mi prendo un po’ di tempo per spiegare cosa trovo in un libro a modo mio, e lo faccio partendo da un esempio concreto, un libro fresco di stampa ˗ uscito soltanto qualche settimana fa per Minimum fax:  Sofia si veste sempre di nero.

L’autore è Paolo Cognetti, classe ’78, milanese. Sue sono due raccolte di racconti molto fortunate, un reportage di viaggio, più qualche documentario.  Da buon eclettico conduce laboratori di scrittura creativa di cui mi hanno detto un gran bene e tiene un blog interessante, nel quale, chi ha voglia, potrà andarsi a leggere un insolito ˗ insolito per un libro ˗ backstage a Sofia si veste sempre di nero.

I temi trattati da Cognetti sono molteplici, si scandaglia la parte meno esaltante sia del privato che del sociale. Il tentato suicidio, la depressione latente e sempre in agguato, il tradimento, la solitudine, la difficoltà dei rapporti, soprattutto quelli di sangue, l’incapacità d’amare nel modo giusto ma anche di dimostrarsi affetto. Tutto narrato con una levità di stile tale da far accettare di buon grado ˗ seppur in uno stato costante di commozione ˗ le follie, le inettitudini, le passività dei vari personaggi, Sofia su tutti.

I dialoghi sono necessari, mai trabordanti. E se si conta che sullo sfondo ci sono trent’anni di storia italiana, mi pare di aver dato almeno tre buoni motivi per leggerlo.

Ma non perdiamo di vista lo scopo: perché questo è un libro a modo mio?

Intanto la struttura. Sofia si veste sempre di nero non è un romanzo (almeno non nel senso tradizionale che si dà al termine), ma non è neppure una raccolta di racconti (anche se delle raccolte di racconti ha il pregio di non dover rispettare un ordine di lettura). Io lo definirei un ibrido in cui la Sofia del titolo ˗ protagonista che si contende la scena con altri personaggi altrettanto forti e strumentali ˗ funge da minimo comun denominatore. L’autore ha parlato di struttura a mosaico, io direi che ci troviamo di fronte a un puzzle dove ogni pezzo è un’immagine a sé ma che ricomposto darà vita a un’altra immagine, più grande e più complessa.

Maurizio Cattelan
Bidibibodibiboo, Maurizio Cattelan.

Il cambio di punto di vista e di persona da un racconto all’altro, senza che per questo il lettore si trovi perso o disorientato. La sensazione è piuttosto quella di dover ricominciare daccapo, ma tutte le volte da un presupposto diverso e con nuovi fini da perseguire.

La gestione dei tempi narrativi, dove non sono tanto le analessi e le prolessi a scandire gli intervalli, quanto proprio la libertà di ricominciare a raccontare la stessa storia da un altro momento storico, perché non è possibile fare altrimenti.

Infine, la capacità di tenere celato il senso del racconto, che arriva ma soltanto alla fine. In questo senso Sofia si veste sempre di nero ricorda molto la Alice Munro dei racconti migliori, dove si chiede tempo al lettore, tempo per disporre sul tavolo tutte le tessere, una per volta, affinché lo svelamento finale arrivi soltanto al momento giusto, quando e soltanto se il lettore avrà avuto pazienza e si sarà mostrato disposto a partecipare al processo creativo con una ricapitolazione finale.

Sono stata abbastanza convincente? Sì. No. Forse. Io dico che da un certo punto in poi è più giusto che ciascuno scovi i propri motivi autonomamente, perché se c’è un modo mio di scrivere ci deve essere necessariamente un modo mio di leggere.

Io, per parte mia, metterò Sofia si veste sempre di nero in cima alla pila pericolante sul comodino e aspetterò il momento di riprenderlo in mano. Ché, si sa, ogni libro importante merita almeno una seconda lettura.

Titolo: Sofia si veste sempre di nero
Autore: Paolo Cognetti
Editore: Minimum Fax
Dati: 2012, 208 pp., 14,00 €

Acquistalo su Webster.it

La compagnia del corpo, la geografia del vuoto

Giorgio Falco esordisce nel 2004 con Pausa caffè, un libro che per fotografare la realtà del precariato assume la forma di un assalto di voci senza corpo e senza storia (i precari rinnovano contratti di vita a termine), servendosi di una sintassi polverizzata nel collage di slogan, parlate colloquiali, frasi fatte e citazioni pop: “dice dinamismo dice darci dentro dice differenziare evitando qualsiasi tipo di dietrologia analogia al mondo il mondo è questo agita l’indice alterna dice wall display alza il culo scova gli imboscati voglio abbassare il tda non voglio morire non voglio”. Aldo Nove definì Falco “l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario”.

Cinque anni dopo esce L’ubicazione del bene, e segna una cesura nel panorama editoriale italiano, sempre più saturato da discutibili tentativi di replicare i pochi libri di un certo successo. Il testo analizza gli effetti della dispersione urbana, concentrandosi sugli abitanti di un sobborgo residenziale a sud di Milano. Nel nostro paese è un fenomeno degli ultimi trent’anni, poco affrontato dalla narrativa; negli Stati Uniti è un argomento classico, perlomeno dai tempi di Revolutionary road di Richard Yates – ritratto del quieto inferno domestico di una coppia borghese nel dopoguerra. La denominazione tecnica per definirlo è urban sprawl, ovvero la disarticolazione del territorio. e per renderlo sul piano formale, L’ubicazione del bene attua una disarticolazione della forma romanzo. Si divide in nove capitoli-racconti che dissezionano altrettanti nuclei familiari, accomunati dall’unità di luogo e dall’atmosfera che in questo ambiente si produce; i destini individuali si sfiorano ma non si intersecano, escludendo così la possibilità di narrazioni corali proprie, ad esempio, di film a sfondo urbano come America oggi di Altman o Canicola di Siedl. Il vero protagonista è lo spazio che li contiene, Cortesforza, “un centro abitato a misura d’uomo” di 1574 abitanti, a venti minuti da Milano e a sette ore da New York. Il nome è fittizio, volutamente ironico, a denotare un aggregato di villette a schiera senza tradizione storica, partorito dal mercato immobiliare, che sarebbe potuto sorgere anche a Dubai.

“Cortesforza offre asilo, scuole, farmacia, banca, posta, un gran bel campo sportivo e perfino la biblioteca (…). Cortesforza ha tutto, la pista ciclabile lungo il Naviglio grande, la squadra di calcio, naturalmente il suo oratorio”. La facciata è quella dei depliant delle agenzie immobiliari, gli interni ospitano personaggi consumati dall’insoddisfazione: “nessuno dei potenziali clienti vuole sentirsi dire la verità, tutti necessitano di qualcosa che rappresenti un mondo diverso da quello in cui vivono”. Non hanno alternativa. Sono gli “yuppies di ritorno” della Milano da bere anni ’80, sono quadri professionali medi (alcuni si sfogano facendo scontrare dei pesci siamesi in un acquario: “con i combattimenti dei nostri pesci acquisiamo chiarezza nei rapporti lavorativi”), “un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà”. Il denaro è rimasto l’unico generatore di valori condiviso, il denaro, al contrario degli ideali dei padri è misurabile, espone al confronto quantitativo sia col modello della TV sia col vicino oltre la siepe, un confronto che – superfluo sottolinearlo – non potrà che concludersi con una sconfitta.

Le giovani coppie de L’Ubicazione del bene possono accettare la stasi o tentare il cambiamento. Per cambiare, le convenzioni offrono tre vie: l’uomo scommette sul lavoro, la donna prova a restare incinta, la coppia investe sulla casa. Nel primo racconto, “Onde a bassa frequenza” – che irradia tensione pagina dopo pagina – Michele si licenzia da una multinazionale, prova a mettersi in proprio, vacilla sotto il peso del mercato. “Essere sul punto” vede Lei desiderare un figlio perché il nuovo impiego la delude e la migliore amica ha appena partorito. Il lavoro pervade l’intimità. Oppure prendiamo i coniugi di “Alba”: “i loro rapporti sessuali sono legati a una futura gratificazione affettiva, una scommessa sul mondo simile ai futures, e così il letto matrimoniale – che finiranno di pagare ventiquattro mesi dopo – assiste alla loro incongrua agitazione”. “Piccole formiche bianche” intanto erodono la struttura portante della casa di Gabriele e Silvia, che avevano appena finito di ristrutturare. L’alternativa al tracollo è la pazzia, quella che fa lasciare a Giovanna il cane dentro il forno acceso, nel racconto che dà il titolo e il tono al libro. Ne L’Ubicazione del bene i nomi propri sono ripetuti con insistenza per spersonalizzarli: dopo la lettura non visualizzerete nessun volto in particolare, ma di certo avrete impressa nella mente Cortesforza.

I racconti di Giorgio Falco non seguono quasi mai una progressione drammatica, descrivono situazioni piuttosto che dipanare storie. L’autore ha riconosciuto tra i suoi modelli formali alcuni fotografi americani, i cosiddetti New Topographics, come William Eggleston o Robert Adams, che inquadravano paesaggi alterati dai segni dell’uomo senza caricarli di alcuna valenza epica, senza enfatizzarne l’impatto emotivo: ritenevano infatti che la bellezza si potesse rivelare lasciando libero il soggetto, anche il più banale, di presentarsi per quello che era. In questo consiste la pietas di Giorgio Falco, nel rigore che impiega per dare vita ai suoi personaggi, nel considerare degno di nota il loro grigiore, la meschinità e i cedimenti, poiché tutto ciò che è umano merita di essere rappresentato. Una tesi messa subito alla prova da La Compagnia del corpo, racconto lungo pubblicato dalla palermitana :duepunti – diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini – nella collana Zoo / Scritture animali, sul finire dello scorso anno. La compagnia del corpo parla di Alice, una ventenne obesa, e del suo ragazzo, Diego, che in un afoso pomeriggio di giugno, riprendendo tutto col telefonino, uccidono a colpi di spranga Lucy, una cagnetta di piccola taglia, che la madre di Alice aveva trovato al canile.

I due ragazzi facevano sesso nel capannone della ditta del padre di Diego, ma Lucy li aveva interrotti con i suoi guaiti, così prima avevano provato a farla accoppiare con Dog, il dobermann di guardia al capannone, e poi, non riuscendoci, avevano filmato l’esecuzione. Si potrebbe parlare di casualità del male, di sacrificio amatoriale in un contesto industriale, della perdita del senso del limite e di molto altro, quando poi, a ben vedere, il crimine è venuto a galla solo grazie alla pervasività della tecnologia, alla facilità di registrare qualsiasi frangente per  condividerlo con gli amici, e per estensione, con l’intero mondo. E se lo scenario è ancora quello di Cortesforza, tuttavia non mancano alcune variazioni rispetto a L’Ubicazione del bene.

La compagnia del corpo, per paradosso, affronta sì una materia più nera, ma la dispone in un ambiente narrativo più confortevole: il periodo si fa più arioso (le frasi si innestano tra loro soprattutto per coordinazione), hanno meno spazio le elencazioni tecniche e i dialoghi scarnificati (meccanici batti e ribatti) che avevano fatto citare i racconti di Raymond Carver. La compagnia del corpo trasfigura un fatto di cronaca realmente accaduto – nel 2009 vicino a Pordenone – donandogli un’ulteriore risonanza simbolica. Bisogna tornare ad Alice, al senso di vuoto che cerca di annullare ingurgitando altro cibo; Alice bagnata dal sole in giardino, come in quel racconto di A. M. Homes, “Calore”, tratto da La Sicurezza degli oggetti (1990). Qui però il corpo della ragazza diventa il corpo dell’Occidente, così teso a fagocitare risorse fino a che non sarà costretto a ingoiare se stesso. “Alice è cresciuta con le merendine. Suo padre fa il venditore per una grande azienda dolciaria italiana”: l’altro fulcro del racconto, insieme all’uccisione di Lucy, è quello della convention dove verrà presentata la Nuova Merendina – la morte, la resurrezione. “Nonostante bambini e adulti si ingozzassero di merendine da decenni, le aziende dolciarie erano sempre alla ricerca della Nuova Merendina, la merendina che sintetizzasse e contenesse tutte le precedenti merendine, e quale migliore merendina se non la Terra, per queste aziende il pianeta stesso avrebbe dovuto diventare una soffice merendina di pan di Spagna ripiena e guarnita di cioccolato”. La Merendina è il correlativo oggettivo del Dio immanente, l’ostia di cui ci nutriamo al banchetto della nuova divinità, scesa in terra sotto forma di snack, dopo che l’uomo l’aveva sfrattata dall’alto dei cieli. Da migliaia di anni gli animali ci guardano, forse chiedendosi, senza avere risposta, come mai l’uomo continui a violare le leggi della Natura.

Titolo: La compagnia del corpo
Autori: Giorgio Falco
Editore: :duepunti
Dati: 2011, 93 pp., 6,00 €

Acquistalo su Webster.it

 

L'inconfondibile ricerca del sapore perduto

ford hansel e gretelScopro un modo nuovo di comunicare in questa fiaba incantevole e drammatica di Aimee Bender: dimentico la comunicazione verbale, ridotta ai minimi termini tra le pagine di questo libro, assaporo quella non verbale fatta di gesti, di immobilità, di postura e assenza e mi concentro sul gusto. Giacché sono le papille gustative di Rose a custodire una capacità straordinaria: quella di comprendere i sentimenti e le sensazioni degli altri per mezzo di ciò che cucinano. Lo scopre a nove anni, assaggiando la torta al limone preparata dalla madre: l’assaggia e sente solitudine, frustrazione, irrequietezza, ansia.

Parola dopo parola, assaggio dopo assaggio, la lettura de L’inconfondibile tristezza della torta al limone (Minimumfax, 2011) si fa intensa e cresce un’emozione mista di stupore e coinvolgimento. Rose è la protagonista di una fiaba, possiede una capacità senza dubbio magica, sovrannaturale, ma al contempo assolutamente reale giacché nasce in un contesto in cui la realtà è sempre in primo piano grazie ai dettagli che la Bender utilizza nel narrare i lavori di falegnameria della madre di Rose, così come per descrivere, per mezzo di Rose, le catene di produzione dei cibi o le macchine per prepararli.

Non è solo Rose ad avere una qualità magica. Come in tutte le fiabe che si rispettino la magia contribuisce ad amplificare la dimensione fiabesca del romanzo assottigliando i riferimenti al mondo reale quando si tratta del geniale fratello di Rose, ad esempio, che ha la capacità di confondersi  (letteralmente) in un’immobilità innaturale e catatonica con l’ambiente in cui vive: scompare seminando sgomento e dolore. Ricorda in qualche modo il teatro barocco e le sue macchine “magiche” costruite ad arte per far scomparire gli attori, per farli ricomparire all’improvviso, inaspettatamente, magari cambiati, magari diversi. Solo che in quel contesto la magia ispirava sorrisi quando non grasse risate, qui il ragazzo non può sfuggire al suo “dono” e il risultato è drammatico, così come Rose, non può sfuggire al suo. E si ritorna alla fiaba, all’eroe che non può evitare di esserlo, che è vincolato a utilizzare le proprie capacità giacché sovrannaturali, indipendentemente dalla propria volontà. Però Rose può educare il suo “dono” e ci riesce in qualche modo dissimulando e poi con l’aiuto di George, l’unico amico del fratello, anch’esso geniale: George per mezzo di un taccuino e di applicazioni giornaliere dona a Rose la capacità di imbrigliare il suo “potere” riuscendo a farla concentrare su quello che in esso potrebbe esserci di reale e facendole prendere, per quanto possibile, le distanze dal lato magico/empatico. Rose si concentrerà sul rintracciare la provenienza dei cibi, il modo in cui sono stati coltivati, la filiera, come siano stati raccolti. Un metodo empirico contrapposto alla magia. Molto interessante anche per quello che il metodo implica a livello interpersonale e nei rapporti tra i personaggi.

L’inconfondibile tristezza della torta al limone è un romanzo intenso come non potrebbe essere diversamente considerata l’ambivalenza che arricchisce una narrazione già di per sé elegante.

Titolo: L’inconfondibile tristezza della torta al limone
Autore: Aimee Bender
Editore: Minimum fax
Dati: 2000, 332 pp., 16,00 €

Acquistalo su Webster.it

Non l'ho letto ma mi piace – Ep. 10

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

Non ho fatto parte, qualche anno fa, del folto gruppo di adoratori di Romanzo Criminale e quando in libreria vedevo esposta l’ennesima storia investigativa o giudiziaria di Giancarlo De Cataldo le dedicavo solo sguardi distratti. Forse anche lui si è accorto di aver un po’ saturato i suoi lettori, persino quelli decisamente più affezionati di me, ed è corso ai ripari. Devo riconoscere al giudice-scrittore tarantino di aver tentato un salto coraggioso cambiando completamente genere. A leggere la trama de I Traditori, il suo nuovo romanzo, mi immagino De Cataldo divertirsi un mondo a scrivere questo polpettone risorgimentale che si presenta complicato e improbabile quanto i migliori Dumas. Complice della scelta, probabilmente, anche l’enfasi che quest’anno cadrà sulla questione Unità d’Italia e tutte le polemiche ad essa legate. Ma che De Cataldo fosse un uomo intelligente nessuno lo ha mai dubitato. Il titolo è perfetto e crea un contrasto immediato con gli idealismi rivoluzionari che incuriosisce inevitabilmente il lettore. Il resto lo fa la lista di personaggi per metà reali e per metà frutto di immaginazione letteraria. De Cataldo non si è posto limiti e ha coinvolto dai pittori preraffaelliti alla figlia di Lord Byron, ma sembra aver colto anche l’occasione per condividere alcune sue riflessioni sulla nascita di una nazione complicata e sulle discutibili alleanze che i politici italiani da sempre sono stati disposti a contrattare con le realtà criminali in cambio di un aiuto a conquistare e mantenere il potere. Non mi aspetto un capolavoro, ma un romanzo avvincente che qualche volta sconfini gradevolmente nel trash. Speriamo che De Cataldo non mi tradisca! [Valeria Vitale]
Giancarlo De Cataldo
I Traditori
Einaudi, pp. 584, € 21

Letteratura di frontiera. La Patagonia, i Giapponesi che l’hanno popolata (in fuga dal dopo guerra), la costruzione di una nuova città nel bel mezzo del nulla e un fantomatico piano messo in atto da ex militanti politici. Come affrontare la crisi e la ricostruzione ai confini del mondo e della realtà. Non l’ho letto ma mi piace… per la Patagonia. E per il tentativo – dell’argentino Argemí Raúl – di raccontarla. Tra finzione e storia. [Maria Nesticò]

Argemí Raúl
L’ultima carovana della Patagonia
La Nuova Frontiera, pp. 288, € 17,00
Freddo. Un elemento che difficilmente pensavo potesse appassionare qualcuno. In realtà pare che una documentata (e poetica e appassionata) ricognizione del gelo ci sia e sia anche stata selezionata tra i 100 Notable Books 2009 del New York Times. Si tratta di Gelo. Avventure nei luoghi più freddi del mondo di Bill Streever edito da Edt.
È un diario personale del quale conserva la forma tradizionale con i capitoli intitolati come i mesi da luglio a giugno. Un mix tra percezione personale, scienza (l’autore è uno scienziato) e prospettiva storica, giacché considera glaciazioni ed ere geologiche così come riporta storiche e terribili battaglie in cui il freddo ha avuto un ruolo considerevole se non ha svolto addirittura la funzione di arma. Naturalmente ci si aspetta che ci sia la dimensione geografica e, lo leggiamo nella descrizione fatta da Edt, una bella fetta di spunti letterari, con l’immancabile Jack London, capofila della spesso impari lotta tra uomo ed elementi. [Maddalena Bonparola]
Bill Streever
Gelo. Avventure nei luoghi più freddi del mondo
Edt, pp. 312, € 20,00

Ritorna a breve in libreria Ernesto Aloia, uno degli autori italiani più promettenti e apprezzati, con un romanzo dal titolo accattivante: Paesaggio con incendio. Abbandonata l’esperienza con una major (I compagni del fuoco, Rizzoli, 2007) ritorna a casa dalla Minimum fax, per cui aveva già pubblicato due ottime raccolte di racconti (Chi si ricorda di Peter Szoke? nel 2003 e Sacra fame dell’oro nel 2006). Protagonista della storia Vittorio, storico impegnato su una ricerca dei campi di battaglia della Linea Gotica, che si trasferisce nel paesino di Castagneto, nei pressi dell’Appennino, per una paio di settimane di vacanza. Le torbide dinamiche del piccolo borgo, che nasconde un segreto collettivo, finiranno per influenzare il menage familiare di Vittorio, turbato da dubbi e incertezze mai sopite. Viste le precedenti prove di Aloia come esimersi dal prenotare la propria copia?l. [Cataldo Bevilacqua]

Ernesto Aloia
Paesaggio con incendio
Minimum fax, 150 pp., € 13,00

Non l’ho letto, ma mi piace – Ep. 8

Capitolo 8: dove si legge di Nobel meritati e non assegnati, ventenni disoccupati, alberi di Natale infestati, ricconi sfondati, mentre Jack Kerouac volteggia nello spazio sfinito e Marilyn Monroe ci versa un tè nella sua libreria.

Gotico americano di William Gaddis, appena riedito da Alet, è il romanzo che ci farà compagnia mentre finiremo di sgranare, con sguardo vacuo e mani frementi, il rosario di settimane, giorni, ore, minuti e secondi che ancora ci separano dall’uscita italiana di Freedom di Jonathan Franzen. L’accostamento non è affrettato: che Franzen sia debitore di Gaddis per alcuni aspetti della sua narrativa ce ne accorgeremmo tutti anche se lui stesso non l’avesse dichiarato “un suo vecchio eroe letterario”; non a caso Gaddis e Franzen (e David Foster Wallace) sono i tre più grandi, geniali e complessi autori americani del secondo dopoguerra, e in un mondo perfetto avrebbero vinto un Nobel per la letteratura a testa, se non fosse che la commissione di Stoccolma, a partire dagli anni ’80, ha preferito darlo in genere a illustri sconosciuti di cui a ragione ci si è dimenticati subito dopo (anche se negli ultimi anni hanno un po’ ripreso la brocca). Ma sto divagando, quindi torniamo a Gaddis e ai motivi per cui lo si deve leggere. La scheda ci promette un romanzo, se non “gotico” in senso stretto, certo americano nel senso più ampio. Riassumerla è pressoché impossibile (vedere per credere), dato l’inesorabile intrecciarsi delle storie di diversi personaggi in un’unica narrazione – al tempo stesso racconto familiare ed epopea nazionale, storia di fatti privati e analisi di mentalità e strutture sociali – che caratterizza la migliore narrativa americana. Una narrativa che, proprio con autori come Gaddis, raggiunge livelli che noi semplicemente ci sognamo (per una delle rare eccezioni, cfr. subito qui sotto). Rassegniamoci, e continuiamo a imparare da loro.
William Gaddis
Gotico americano
Alet, pp. 288, € 16,00
Tommaso Pincio è un autore a cui vogliamo particolarmente bene; perciò siamo contenti che minimum fax abbia deciso di riproporre Lo spazio sfinito, il suo secondo romanzo già edito da Fanucci nel 2000 e oggi altrimenti irreperibile. Se già non l’avete letto, leggetevi la scheda, e probabilmente già alla frase “Jack Kerouac si prepara a passare nove settimane nello spazio per conto della Coca-Cola Enterprise” sarete conquistati. Oppure penserete qualcosa tipo: “Mio dio, ma che idiozia” (o sinonimi). In tal caso però peggio per voi: vi perderete l’opera (secondo me) più caratteristica dello scrittore romano, in cui la trasfigurazione della realtà reale in realtà immaginaria è così sapiente che la stessa realtà sembra uscirne perplessa. Le storie di Kerouac, Arthur Miller e la consorte Marilyn Monroe (nella veste di libreria), intrecciate con quelle di personaggi minori, ci mostrano un universo parallelo in cui il sogno americano è diventato una strada che i personaggi più celebri del nostro immaginario si trovano a percorrere a capo chino, svuotati di emozioni, desideri, rappresentatività; gusci che galleggiano in se stessi in un’esistenza alternativa che ha decretato il loro fallimento prima ancora – anzi senza che – si sia avverata la loro realizzazione. Un gioco di ricombinazioni e sperimentazioni che Pincio già aveva messo in scena in M., e che qui si fa ancora più spietato; un racconto che rende il lettore sfinito come lo spazio in cui vortica Kerouac. Terrà ancora, dopo dieci anni? E perché ve ne avrei parlato, altrimenti?
Tommaso Pincio
Lo spazio sfinito
minimum fax, pp. 157, € 13,50
Avere ventanni (senza apostrofo) è una serie di documentari ideati, condotti e diretti da Massimo Coppola insieme a Giovanni Giommi e Alberto Piccinini e trasmessi da MTV Italia dal 2004 al 2006 (con l’apostrofo invece diventa un film del 1978 di Fernando Di Leo con Gloria Guida e Lilli Carati; potenza dell’interpunzione). Lo guardavo quando vent’anni ce li avevo ancora, trovandolo uno dei prodotti più interessanti del panorama televisivo di allora, con punte di autentica genialità in alcune puntate e (vabbè dài, inevitabile) di una certa ruffianeria in altre. Dalle diverse realtà che la troupe di Coppola incontravano andando in giro per l’Italia in pulmino a realizzare interviste a metà strada tra Moretti e Gandini, emergeva un ritratto a 360° della “ventennità” (si può dire?) italiana negli anni del berlusconismo (cioè quelli della ricchezza di alcuni e della disoccupazione di tutti gli altri) che rispecchiava per-fet-ta-men-te ciò che capitava, nello stesso periodo, a me neolaureato, e anche ciò che ancora non sapevo mi sarebbe capitato. L’elenco sarebbe lungo (e poi a un certo punto sono pure fatti miei): se volete farvi un’idea, sul solito wiki trovate tutti i titoli delle puntate trasmesse. Ma sapete cosa vi dico, stavolta? Non fatevi nessuna idea: bypassate wiki e saltate direttamente al cofanetto appena pubblicato da ISBN: ci trovate 5 dvd 5 con tutte le tre serie passate su MTV più il diario di lavorazione delle puntate. Forza, su!
Massimo Coppola.
Avere ventanni. I giovani nell’era Berlusconi
ISBN, 5 dvd + libro, € 19,50
Notte di Natale. Quindici storie sotto l’albero è il tentativo, lodevole anzichenò, compiuto da Einaudi per ricordarci che, nei secoli, anche altri autori si sono cimentati sul tema del Natale, oltre a Dickens che sì, ok, il Natale l’ha inventato lui e tutto quanto, ma oggi come oggi la sua raccolta dei Christmas Books (Canto di Natale a parte), terribilmente noiosi e letterariamente meno che nulli, possiamo senza remora alcuna prenderla e gettarla nel camino la notte della vigilia, per ravvivare il fuoco mentre finiamo il torrone. Per chi voglia correre il tremendo rischio di ampliare la propria prospettiva storica e guardare (si può, si può) anche al di là di Dickens, l’antologia einaudiana ci snocciola davanti agli occhi quindi racconti natalizi dalla fine del Settecento all’inizio del Novecento: o, se preferite, da E.T.A. Hoffmann e Hans Christian Andersen a Henry e Yeats, passando per Gogol, Dostoevskij, Maupassant… E se proprio non riuscite a stare senza c’è anche Dickens (ma NON con il racconto più celebre: altri punti a favore). La scheda ci parla di preparativi, alberi di Natale, angeli e fantasmi, famiglie a cena davanti al fuoco e persone smarrite tra i ghiacci delle montagne, solitudini e calore nella notte che, non c’è niente da fare, resta la più magica e misteriosa dell’anno. Quest’anno facciamoci tutti un regalo: cambiamo musica, scopriamo alcune voci poco conosciute di autori celeberrimi, ma soprattutto Basta. Dickens. Per. Favore.
Autori vari
Notte di Natale. Quindici storie sotto l’albero
Einaudi, pp. 328, € 16,00

I privilegiati è il quinto romanzo di Jonathan Dee e (se non erro) il primo tradotto in italiano; ed è una storia che ci mostra come, malgrado tutto ciò che ci hanno insegnato, il crimine e la disonestà pagano, e pure tantissimo. Tanto che quelli che li praticano sono ricchi sfondati, abitano nel quartiere più elegante e vergognosamente esclusivo di Manhattan, frequentano le cerchie più ristrette del jet set e devono persino assumere un consulente per le spese personali. Proprio questo è l’ambiente dorato in cui vivono, stando alla scheda, i protagonisti Adam e Cynthia Morey, intelligenti, belli, frivoli, perfetti in tutto ciò che fanno. Certo, c’è l’inevitabile prezzo da pagare: ma (e questo è uno degli aspetti che mi incuriosiscono del libro) sembra che Dee introduca una novità di prospettiva piuttosto interessante, spostando lo scotto della propria avidità non nel consueto unhappy ending che travolge gli eccessivamente ambiziosi, ma prima, nella fase “preliminare”. Quando si è impegnati a far soldi non si ha tempo per gli altri, e nemmeno per se stessi: si sacrifica tempo, dignità, valori, relazioni; si rischia di diventare aridi, ripetitivi, soli. Ma quando finalmente si entra a far parte della classe privilegiati, il gioco è fatto: in possesso di tutto, al sicuro di tutto, si è diventati quasi una tipologia diversa di esseri umani. Con tutta la mostruosità che questo comporta, ovviamente. Visti i temi, credo sia lecito aspettarsi quella freddezza descrittiva sarcastica e impietosa che a me personalmente piace così tanto in un libro del genere da consigliarvelo a occhi chiusi anche senza aver mai sentito nominare l’autore.

Jonathan Dee
I privilegiati
Neri Pozza, pp. 288, € 16,50

Non l'ho letto, ma mi piace – Ep. 3

Non ci credevate che saremmo arrivati al n. 3, vero? Beh, ho una sorpresa per voi: non ci credevo nemmeno io. Invece eccoci qui, uomini di poca fede che non siamo altro: e insieme a noi, questa settimana, abbiamo scacchi, gatti, libri, social network e birra. What else?

Lo so, quello che sto per chiedervi è impegnativo. Durante la giornata abbiamo tutti un sacco di cose da fare. La bionda dell’università o dell’ufficio accanto ha appena postato su Facebook le sue foto in costume da bagno sulla spiaggia di Mallorca: perciò, dopo averlo detto a tutti su Twitter, dobbiamo inviarle con Gmail a tutti quelli che conosciamo; poi, perché no?, photoshopparle un filino e caricarle su Myspace; così, per far credere agli altri rosiconi che su quella spiaggia con lei c’eravamo anche noi. Lo capisco. Però, se alla fine della giornata vi avanzano un cinque minuti, andate in libreria e sfogliatevi Tu non sei un gadget, il nuovo libro di Jaron Lanier: che si dà il caso sia uno dei signori che negli anni ’80 hanno creato la realtà virtuale. Insomma, uno che la cybercultura l’ha inventata: e che adesso prende la parola per criticarla. Più precisamente, per accusare un’evoluzione informatica ormai progressivamente appiattita su un sistema, quale quello dei social network, che di social ha sempre meno. Trattasi infatti, secondo Lanier, di nient’altro che “poltiglia”, che riciclano vecchi contenuti spacciandoli per folgoranti novità; che generano una socialità falsa, fatta di sterili apprezzamenti virtuali a perfetti sconosciuti accumulati come “amici” e di cui leggiamo quotidianamente l’evolversi di una vita che non ci interessa; che, insomma, rappresentano un’involuzione proprio di quel potenziamento dell’individualità umana che il computer voleva essere, trasformandoci in oggetti statistici. Perché dài, diciamocelo: quando abbiamo finito con le foto della bionda e alziamo gli occhi dal pc, ci ritroviamo in una stanza a ridere da soli di quanto siamo simpa.
Jaron Lanier
Tu non sei un gadget
Mondadori, pp. 265, € 17,50
Il giocatore occulto di Arturo Pérez-Reverte è il libro che tutti voi avete voglia di leggere adesso. Per quanto in genere io diffidi degli scrittori quando ci presentano un nuovo romanzo assicurandoci di aver scritto “la loro opera più completa”, la scheda sembra effettivamente promettere molto bene. Immaginate che il Capitano Alatriste, nella miglior atmosfera sinistra del Club Dumas, giochi una tesissima partita a scacchi con il Muñoz de La tavola fiamminga, e avrete una quantità di ragioni che lèvati per buttarvi a capofitto in questo nuovo romanzo. Del resto, già qualche mese fa la Marco Tropea ci aveva convinti con un esperimento piuttosto ben riuscito di romanzo storico dalle tinte fortemente noir (possiamo parlare di un nuovo genere letterario? io credo di sì) come Ladri di inchiostro; il fatto poi che questa nuova incursione nel genere sia affidata alla penna di un narratore rodato come Pérez-Reverte significa che dovrebbe impegnarsi davvero parecchio per deludere. E io scommetto che non ci riuscirà. P.S. Stavolta la Tropea ha fatto le cose proprio per benino: del libro c’è pure il sito.
Arturo Pérez-Reverte
Il giocatore occulto
Marco Tropea, pp. 640, € 20,00
Alessandro Carrera lo conosciamo soprattutto come l’autore di La vita meravigliosa dei laureati in lettere, fortunato libretto di qualche anno fa il cui protagonista, neolaureato in lettere, si trova ben presto costretto ad abbandonare i suoi sogni di gloria per finire a scrivere i bigliettini dei biscotti della fortuna cinesi. Me lo regalarono alcuni amici simpaticoni il giorno della mia laurea (in lettere), e me lo lessi tra grasse ghignate, con gli occhi ancora velati dalla prospettiva di un radioso futuro. Poi mi sono accorto che era tutto vero. Grazie, ragazzi: finisco con i bigliettini di oggi e ci vediamo in sala giochi. Comunque. Il suo nuovo libro, Librofollia, è una raccolta di sessantaquattro raccontini sulla passione/malattia/ossessione della letteratura: frammenti paradossali in cui il virus della parola assume le dimensioni di una vera e propria epidemia, contagiando con i suoi eccentrici sintomi lettori, scrittori, appassionati del libro e coinvolgendoli in situazioni al limite del delirio. Dalla scheda: “un anziano professore seduto sulla panchina di un parco legge un libro in greco antico, strappando e gettando al vento ogni pagina che finisce; uno scrittore che ha solo sei mesi di vita decide di trascorrerli in sciali e perversioni; una poetessa dei sensi riesce a vivere, scrivere e amare solo se mette in rima il suo nome; un’associazione di Sognatori di Libri fa telefonate minatorie agli scrittori esordienti, diffidandoli dallo scrivere un secondo romanzo; un biblioterapeuta cambia la vita ai suoi pazienti prescrivendogli libri impossibili”. Una sorta di analisi della bibliofilia per paradossi in cui sento un po’ aria di Borges. E quindi ci metto la firma.
Alessandro Carrera
Librofollia
Cairo editore, pp. 144, € 13,00
Se siete di quelli per i quali “Sì, carino il gatto, però il cane è meglio perché è fedele”, potete anche fermarvi qui e bussare alla vostra vicina di casa per discutere sul fatto che le mezze stagioni non esistono più e che Sean Connery è più bello da vecchio che da giovane. Perché da queste parti i pregiudizi sui felini sono ancora meno tollerati di un editoriale di Minzolini. Tuttavia, forse c’è speranza anche per voi: perché il classico C’è una tigre in casa (1920) di Carl van Vechten, finalmente portato in Italia da Elliot, è uno di quei libri in grado di smuovere anche le menti più rigide. In una panoramica storica che, pur sorretta da una notevole cultura, non perde mai il placido sapore delle carezze davanti al camino, van Vechten ripercorre la storia del rapporto tra l’uomo e il gatto, fin dal giorno remoto in cui quest’ultimo decise, per sua cortese volontà, che forse il terreno era buono per costruirci qualcosa. Da quel momento, consapevoli di avere di fronte una creatura senz’altro fuori dal comune, gli umani non hanno mai smesso di tessere intorno alla piccola tigre domestica una ridda di leggende, miti, simbolismi che col tempo sono diventati parte integrante dell’immaginario collettivo. Immergendoci nel racconto di van Vechten (stavolta baro, perché l’ho già sfogliato), ci accorgiamo che, da quasi ogni anfratto del folklore, della musica, della letteratura, dell’arte, spunta fuori lo zampino di un gatto, ora dio, ora demone, ora consigliere, o più semplicemente compagno. Una storia lunga, affascinante, poetica. Fossi in voi ci farei un pensiero. Anche se vi piacciono i cani.
Carl van Vechten
Una tigre in casa
Elliot, pp. 320, € 17,50
Tra le novità in uscita presso minimum fax che ho spulciato con l’ingrato compito di selezionarne una e una sola (altrimenti questa settimana la rubrica sarebbe stata tranquillamente dedicata tutta a loro; ma voi potete guardarvele tutte comunque), spicca senz’altro Sabato sera, domenica mattina, che – oltre a essere il momento della settimana preferito da ognuno di noi – è anche un romanzo dissacrante di Alan Sillitoe (già autore de La solitudine del maratoneta) che vi provocherà importanti scompensi all’articolazione della mascella. “Beve. Mente. Tradisce. S’infuria. Picchia. Si mette nei guai e prova a uscirne”. Questa la descrizione del protagonista e della sua vita quotidiana fornita da Diego De Silva nella prefazione al volume; non so voi, ma io ero già conquistato al “Beve”. Gli ingredienti del romanzo sono infatti quelli che in genere inserisco nella categoria “colpo sicuro”: società borghese inglese anni ’50, costrizione e convenzione sociale, ribellione. Arthur Seaton, ventiduenne operaio alla catena di montaggio di una fabbrica di Nottingham, vive un’esistenza statica e preordinata quanto il suo lavoro. Un bel giorno decide che la sua grigia quotidianità ha bisogno di una scossa, e ritiene che birra, risse e adulterio potrebbero forse aiutarlo nel suo intento. Ci riuscirà? La scheda non lo dice (e ci mancherebbe), e io vi ricordo che la prima parte del titolo di questa rubrica dice “Non l’ho letto”, quindi non ne ho la più pallida idea. Però è anche vero che la seconda dice “Ma mi piace”. E con presupposti del genere, io davvero mi chiedo come potrebbe essere altrimenti.
Alan Sillitoe
Sabato sera, domenica mattina
minimum fax, pp. 307, € 12,50