Il fondamentalista è riluttante (ma non è il solo)

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Il fondamentalista riluttante è un romanzo breve di Mohsin Hamid, scrittore pachistano che si è formato negli Stati Uniti. Si tratta di una lettura agile, strutturata in modo intelligente, che sintetizza in una crisi d’identità personale il difficile rapporto tra oriente e occidente. Il suo protagonista, Changez Khan, proviene da una famiglia di nobili passati residente a Lahore, in Pakistan. La sua voglia di affermarsi lo porterà a Princeton, ad una laurea con lode, ad un posto in un’ambita agenzia di rating a Manhattan. Nel frattempo inizia a frequentare Erica, ragazza inquieta dell’upper class, incapace di superare la morte del primo amore. Changez ha ventidue anni e il mondo in mano, gli hanno insegnato che l’efficienza sul lavoro è l’unico credo, non ha scrupoli nello smembrare aziende dall’altra parte del mondo. Ma siamo nel 2001 e di lì a poco arriva l’11 settembre: un pachistano diventa un islamico e un potenziale nemico: Changez vacilla nelle sue convinzioni e si arrende al richiamo del paese d’origine, gravemente indebolito dalla politica occidentale. Crolla la maschera di un’identità fittizia – sia sul piano professionale (non era altro che un giannizzero, un giovane mercenario al servizio degli USA), sia sul piano dei rapporti umani (nel profondo, era stato solo il sostituto del primo ragazzo di Erica).

Il romanzo è stato un successo globale: non offendeva i democratici americani sensibili all’autocritica, dava spazio alle ragioni degli oppressi senza sconfinare nell’apologia del terrorismo. Si poteva lamentare una certa schematicità di fondo. Tali tratti distintivi gli hanno garantito le attenzioni di Mira Nair, regista indiana ben inserita a New York (insegna alla Columbia), specializzata nel multiculturalismo da esportazione (Moonson wedding, Leone d’oro a Venezia nel 2001). Nemmeno gli attentati alle Twin Towers rappresentavano per lei una novità, aveva già partecipato al progetto collettivo di cortometraggi – 11settembre2001 –  che vedeva undici registi di diverse nazionalità rapportarsi a quest’evento epocale. La trasposizione filmica ha accentuato la dimensione didascalico-semplificativa, e ha innestato una cornice thriller – edulcorata – alla Tony Scott (con tanto di fotografia livida e colonna sonora carica di pathos).

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Il libro prendeva forma in un monologo-confessione del protagonista, Changez (Riz Ahmed), che si rivolgeva ad un interlocutore americano (un probabile giornalista, non sentiamo mai la sua voce), per raccontargli tramite flashback la storia della sua vita; il tempo zero della storia coincideva col tempo dell’incontro, una sera, a Lahore (dove Changez adesso insegna all’università, portando avanti posizioni molto critiche verso gli USA). Nel film l’interlocutore diventa Bobby, che ascolta e risponde nel campo-controcampo, e vuole scoprire dove si trova un ostaggio americano prima che venga ucciso. Il classico stratagemma del “conto alla rovescia” incrementa il ritmo narrativo. Sulla pagina scritta, le ragioni delle dimissioni e del rimpatrio del protagonista avevano un orizzonte più vasto, come ad esempio la minacciata guerra tra Pakistan e India sulla scorta dell’offensiva statunitense in Afghanistan. Ma è soprattutto il piano intimistico – il rapporto tra Erica (Kate Hudson) e Changez – a risultare più indebolito e banalizzato nel passaggio fra i due mezzi espressivi. Nel romanzo, Hamid sembrava rifarsi a certi amori tragici ben descritti da Murakami Haruki in Norwegian wood: il primo ragazzo di Erica (erano cresciuti insieme), moriva a causa di un cancro precoce; il suo vacillante equilibrio psichico sconfinava nella patologia per l’impossibilità di accettare una vita senza di lui; Changez (che conosceva a Princeton), era fonte sia di sostegno che di turbamento, il rapporto fisico temuto e dilazionato, le conseguenze estreme. L’altra Erica, nel film di Mira Nair, è un’evanescente fotografa figlia del capo di Changez: si sente in colpa perché il suo ex è morto in un incidente mentre lei guidava, si strugge due secondi nella loro prima notte insieme, al terzo secondo già prorompe in un «Ti desidero» e in un appagante amplesso per spettatori casti – nello stile dominante, per intenderci, di qualsiasi commedia sentimentale americana del nostro tempo.

In sintesi, dovendo scegliere, leggete il libro.

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LIBRO

Titolo: Il fondamentalista riluttante
Autore: Mohsin Hamid
Traduzione: Norman Gobetti
Editore: Einaudi (Supercoralli)
Dati: 2007, 138 pp., € 14,00

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Il fondamentalista riluttante - Mira NairFILM

Il fondamentalista riluttante (The Reluctant Fundamentalist, USA – GB – Qatar 2012)
di Mira Nair
con Kate Hudson, Kiefer Sutherland, Liev Schreiber, Martin Donovan, Om Puri, Riz Ahmed, Shabana Azmi
Eagle Pictures, 130 min.

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La deriva del sogno americano

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Arriverai in America, certo, e magari, proprio come me, otterrai ciò che vuoi. Qualsiasi cosa. Ma, se ancora non l’hai fatto, dovrai cedere qualcosa in cambio. E quando otterrai ciò che vuoi, si rivelerà non esserlo affatto, perché varrà sempre meno di quanto hai ottenuto per averlo. Nulla è gratis nella terrà della libertà

Per molti scrittori americani è un’esigenza impellente, irrinunciabile, raccontare il proprio paese e il suo disfacimento, lo fanno calandosi nel loro tempo, lo fanno attraverso i romanzi, i giornali, le interviste. Russell Banks appartiene a questa schiera di sentinelle pronte a lanciare un grido di allarme al primo pericolo, a quel gruppo di autori che vanno dritti al punto, che non hanno bisogno di essere interpretati, che impiegano poche righe per rendere partecipi della storia: Questa è una storia americana di fine XX secolo. E come un chirurgo, necessariamente scrupoloso, disseziona l’America degli anni Ottanta (il romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1985), nel tentativo di estirpare dalle coscienze l’idea subdola e fuorviante del sogno americano, l’illusione che per tutti, indistintamente, ci possa essere un posto in cui il riscatto sociale è dietro l’angolo, che l’America sia terra di libertà pronta ad accogliere a braccia aperte il perdente di turno. Banks non si nasconde, lo dice espressamente: sabotaggio e sovversione, dunque, sono gli obiettivi di questo libro; una critica aperta al sistema americano, un atto di accusa al suo edonismo imperante, un romanzo di denuncia che vuole smascherare la facciata di perbenismo su cui poggia l’intera struttura sociale e politica del paese, allora come oggi. Banks fa tutto questo, lucidamente, senza mai abbassare la guardia per 482 pagine, attraverso due storie di inganni, degrado morale e fisico, di desiderio di rivalsa, che avanzano all’apparenza indipendenti, come se due fossero i romanzi, e destinate incrociarsi in un finale di mancata redenzione. Da un lato Bob Dubois, New Hampshire, dall’altro Vanise Dorsinville, Haiti: due continenti alla deriva.

Nel New Hampshire, l’ambiente, il clima, il lavoro, hanno modellato gli uomini e le loro vite, uomini senza sogni o ambizioni, induriti fino al limite e destinati a sopravvivere; qui vive Bob Dubois,  perfettamente integrato, e per questo paradossalmente solo e isolato, uno fra tanti, non visto (Sono qui! vorrebbe urlare), trent’anni di vita apparentemente serena che l’hanno ridotto in catene, in una prigionia diventata insopportabile, un uomo che “Ama la moglie e le figlie. Ha un’amante. Odia la sua vita”. Così, sotto i colpi della brama di rivincita, della scalata verso il successo e di una vita migliore, decide di svoltare l’angolo, di lasciarsi alle spalle la normalità della felicità per dare corpo al sogno americano, nella terra del sole e della libertà, la Florida. Una storia comune, come tante; e come tante, un viaggio senza ritorno.

Russel Banks

Anche quella di Vanise è una storia di un viaggio, questa volta per sfuggire alla povertà di un paese in cui le nefandezze, i soprusi, la superstizione, hanno reso impossibile lo sbocco verso una vita degna di essere vissuta. Il racconto di una fuga, di barconi, di sfruttamento e della falsa promessa di una nuova terra; da Haiti alla Florida, una tratta degli schiavi, lungo un percorso dove la violenza, giustificata solo dalla bassezza umana, genera altra violenza, psichica e fisica.

Vicende di migrazioni, quelle di Bob e Vanise, ognuna a loro modo, discese agli inferi. Storie di gente in movimento:

È come se le creature che in questi anni vivono sul pianeta, gli esseri umani […] fossero un sottosistema, all’interno di uno più grande di correnti e di maree, di venti e condizioni climatiche, di continenti alla deriva e masse di terra in movimento che si sollevano, si scontrano, si spaccano.

Così Bob. Così Vanise.

Banks racconta di abbandoni, tradimenti, di illegalità come strumento per sfuggire alla violenza, da un lato quella della migrazione e della clandestinità, dall’altro quella di una società dominata dalle banche e dal denaro. L’affresco di un paese in declino; potrebbe essere l’America, potrebbe un qualunque altro paese occidentale: una crisi globale, al di fuori del tempo e dello spazio. Un paese fondato sulla incomunicabilità, tra fratelli, mariti e mogli, e su un sistema di relazioni che non lascia spazio al prossimo, in cui si tende la mano per ottenere qualcosa in cambio, in cui per sopravvivere occorre scendere a compromessi perdendo pezzi di se stessi, del proprio orgoglio, della propria famiglia, dei propri affetti. Un paese in cui qualsiasi tipo di riscatto ha il colore delle banconote.

Russel Banks - La deriva dei continenti (copertina)Titolo: La deriva dei continenti
Autore: Russell Banks
Editore: Einaudi (Stile libero big)
Dati: 2013, 458 pp., € 19,50

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Essere trentenni ieri – Tirar Mattina di Umberto Simonetta e L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich

Il romanzo generazionale sembra appartenere a tempi piuttosto recenti. Parente stretto del romanzo di formazione, con cui condivide la relativa giovane età dei personaggi, si differenzia da esso in quanto l’intenzione è quella di fotografare un determinato periodo storico: c’è quasi sempre il passaggio dall’età adolescente a quella adulta, ma è arricchito da tutto il contesto sociale e linguistico di riferimento, dallo slang al vestire, alle bevande in voga, fino all’immancabile – e fondamentale – palcoscenico cittadino dove si muovono i personaggi. Inoltre solitamente il protagonista del romanzo di formazione è un tipo solitario, che si sente straniero rispetto al consorzio sociale e che quindi, come tale, si districa a fatica nella società, compiendo scelte che vanno in senso contrario al sentire comune. Questo descrivere per contrasto è proprio il segno distintivo: portare in primo piano l’individuo per fotografare una generazione intera.

Eppure, come si diceva all’inizio, quella del romanzo generazionale non sembra una tradizione radicata: azzardo col dire che capostipite, o forse precursore,  sia stato il Giovane Holden di Salinger che, pur con tutte le sue particolarità (per esempio: l’età molto giovane del protagonista), ne riassume tutte le caratteristiche.
In particolare, il genere di cui sopra, sembra aver goduto di improvvisa fortuna oggi, o semplicemente così pare, perché abbiamo meglio sott’occhio il punto della situazione contemporanea. E in effetti, a scavare bene nel passato, viene fuori che non sono solo gli scrittori a noi contemporanei quelli che vogliono catturare un certo sentire comune, un certo afflato  e spirito, carpire le emozioni e le frustrazioni di una generazione, la nostra, che da sempre pare portata a un destino di indecisione e inadeguatezza, no: andando indietro nel tempo – non molto in realtà, basta risalire dal dopoguerra in poi – scrittori che ricercano le stesse cose ce ne sono, eccome. E meraviglia delle meraviglie, quel senso di inadeguatezza, quel sentirsi fuori luogo, quella difficoltà a diventare grandi, be’, sono le medesime. Certo si potrebbe obiettare che le condizioni socioeconomiche siano decisamente diverse, che noi, oggi, non possiamo decidere o essere padroni del nostro futuro, di quello che vogliamo fare, ma il risultato, alla fine, non è molto differente, e conoscere le divergenze con i nostri predecessori non è neppure un male, anche per evitare (o forse no) di diventare come loro. Ma andiamo ai testi.
I libri di cui vi volevo parlare sono stati pubblicati nel ’63 e nel ’73, oggi sono entrambi fuori stampa, e portano come titolo, rispettivamente: Tirar Mattina e L’Ultima Estate In Città. Gli autori? Umberto Simonetta per il primo e Gianfranco Calligarich per il secondo.

Il protagonista del romanzo di Simonetta è Aldino, trentatrenne scapestrato che ha deciso di mettere la testa a posto nella Milano degli anni’60. È arrivato il momento, finalmente, di andare a lavorare, per lui che per anni, dall’immediato dopoguerra a oggi, si è arrabattato con mille lavori diversi, il più delle volte discutibili, riuscendo a scampare la vita da operaio che gli sembrava ineluttabile. Un posto in un garage, è questo che ha trovato (lui voleva fare il commesso, ma è così difficile al giorno d’oggi) e per congedarsi dalla vita bohemienne che si è sempre riservato, decide di farsi un ultimo bicchiere e poi a nanna. Ma quei bicchieri diventeranno tanti e lui, che è un habitué della notte, non riuscirà a sottrarsi agli incontri che Milano, splendida e metropolitana come non mai in questo romanzo, gli metterà davanti, finendo immancabilmente per tirar mattina.
È Aldino che ci parla di  questa ultima notte e lo fa con uno slang a metà tra il dialetto meneghino e il gergo della strada [ la citazione di Stendhal è un chiaro manifesto poetico: Le dialect milanais est plein de sentiment (on sent bien que je ne parle pas du sentiment d’amour), l’intonation de ses paroles exprime la bonne foi et une raison douce…] fondendo tutto in un flusso di coscienza capace di mischiare passato e presente con grande e controllata abilità. Ed è attraverso la lingua e il raccontare del nostro protagonista che riusciamo, piano piano e grazie ai ricordi che improvvisi gli si affacciano alla mente, a conoscere realmente Aldino, un personaggio all’apparenza cinico e senza cuore (le donne, come tratta lui le donne, nessuno) ma che poi , proprio come dice Stendhal a proposito del dialetto, si rivela essere un animo romantico: e lo dimostra per come racconta la storia di Giannetta ad esempio, forse l’unica ragazza che abbia mai amato, o la prematura fine della giovinezza degli amici di un tempo, o ancora la furia di vivere che la guerra aveva messo addosso a tutti loro. Un esempio?
[dopo il primo incontro con Giannetta]

Torno a mettermi lì, inginocchiato vicino a lei: – Cosa c’è?
Sai perché l’ho fatto? – chiede, guardandomi bene in faccia.
Non starei lì a ripensarci troppo, l’abbiamo fatto perché ci faceva piacere di farlo.
Sì d’accordo, chi dice niente, certo che mi faceva piacere … ma anche per un altro motivo.
Accetto che me lo spieghi: ho un po’ di premura a dir la verità, vorrei tornare dal Pinun per via di quelli là che si lamenteranno. E poi è umido adesso a star qui così, eppoi è finita.
L’ho fatto perché non voglio perdere niente, – dice chiarissima, continuando a guardarmi tutta seria.
Si capisce, fai bene: non bisogna mai perdere niente! – condivido frettoloso e allegro. Insiste:
No, no, mio padre lo diceva l’altra sera: non bisogna più perdere un minuto. Perché non è mica finita cosìChi l’ha mai capita quella!
Come sarebbe non è finita così?
La guerra, – va avanti, convinta, – dice mio padre che questo non è che il principio: tutti quanti s’illudono che sia la fine: non è mica vero. Per questo non bisogna perdere niente finché siamo in tempo…
Erano i suoi soliti discorsi da ciula

Aldino si trova a vivere un’epoca di passaggio, esattamente come di passaggio si sente lui adesso che racconta, perennemente in bilico tra giovinezza ed età adulta, ultimo testimone consapevole e in forze di una Milano che fu e che inesorabilmente non tornerà, con l’imperialismo delle grandi aziende arrivato a snaturare un luogo fino a poco prima provinciale, con i suoi bar e i suoi anfratti, dove era possibile trovare un rifugio a tutte le ore del giorno e della notte, più viva della metropoli che è diventata oggi, nonostante le luci e i negozi di catena. E in tutto questo, a dispetto dei quasi cinquant’anni di differenza che dovremmo avere con lui, non possiamo fare altro che sentirlo uno di noi.

E della banda potrebbe far parte anche Leo Gazzara, nullafacente pseudo giornalista sulla soglia dei trenta, che in una Roma inospitale degli anni ’70 vive la sua avventura, raccontata, come già accennato, ne L’Ultima Estate In Città di Gianfranco Calligarich. Anche questo libro, ripubblicato nel 2010 (l’edizione originale era del ’73) da Aragno Editore, è in questo momento fuori stampa (anche se voci di corridoio sembrano confermare una prossima riedizione).  Andato via da una fredda e austera Milano, allontanatosi dal nido familiare con un’unica passione in testa – quella per la letteratura – Leo si ritrova a Roma in cerca di una non meglio specificata fortuna, scroccando cene e baccagliando salotti, cercando di fuggire da un vizio che già una volta lo aveva portato vicino al baratro: il bere. Saranno l’incontro con la tormentata Arianna, ricca e viziata rampolla di una ricca famiglia di Venezia, e il conseguente amore per lei a movimentargli la sua ultima estate in città. Scritto con una lingua più canonizzata rispetto a Tirar Mattina, che vede però un utilizzo maggiore dello slang (i lettori impareranno ad amare le espressioni ricorrenti come: “alzare le vele” per “andare via”, “filarsela”; “sfinocchiato” per “sfigato”; “essere al limite” per “essere allo stremo”), il romanzo presenta anche qui un carattere, quello di Leo Gazzara, inquieto ed estraneo rispetto alla società e agli ambienti che frequenta (in questo caso quello della Roma bene e intellettuale di quegli anni), quasi un solitario insomma, che però ben estrinseca quel sentire comune di cui si parlava in precedenza. È però Giordano, il suo migliore amico, regista alcolizzato e fallito, a teorizzare questa confusione rispetto allo stare al mondo:

“Ho messo a punto una teoria. Grandi invenzioni, le teorie, molto meglio delle pratiche. Guardati intorno,” disse mentre scendevamo per via del Corso tra la gente che usciva dagli uffici, “c’è qualcosa di cui tu ti senta partecipe? No, che non c’è. E sai perché non c’è? Perché noi apparteniamo ad una specie estinta. Siamo solo dei sopravvissuti. Proprio così,” disse fermandosi per accendere un sigaro. Perché, se non lo sapevo, noi eravamo nati mentre la vecchia e bella Europa metteva a punto il suo più lucido, accurato e definitivo tentativo di suicidio. Chi erano i nostri padri? Gente che si massacrava a vicenda sui fronti di patrie che non esistevano più, ecco chi erano. Noi eravamo nati tra una licenza e l’altra e le mani che avevano accarezzato i lombi delle nostre madri grondavano sangue, mica male come immagine, oppure eravamo figli di vecchi, di malati, di rimbambiti. In ogni caso di distrutti o di distruttori. Avevamo i padri più sfinocchiati della storia.

A dieci anni di distanza dal romanzo di Simonetta, Leo non dimostra dunque un cambiamento radicale, così come forse non lo dimostra neppure confrontato con noi. È vero, le situazioni sono molto diverse, i nostri padri non hanno fatto la guerra, non almeno quella fisica, ma è indubbio che in un certo qual modo ci possiamo sentire vicini alle parole di Graziano e pensare che anche noi – e chi non lo ha fatto almeno una volta? -abbiamo avuto i genitori  più sfinocchiati della storia senza tenere conto che i nostri genitori sono gli Aldino e Leo di ieri.
In fin dei conti il risultato è sempre quello, essere figli e crescere passa per forza attraverso un conflitto con i propri genitori. Ma quando poi ci si rende conto che i genitori hanno passato e scritto e vissuto le stesse cose capitate anche noi quando avevano la nostra età, allora un po’ di confusione inizia a ronzarci in testa. E la soluzione non può essere diversa da quella di leggerli questi racconti, e non solo per un valore strettamente letterario, che pure c’è ed è molto alto e rimane forse il motivo più valido, ma anche per divenire consapevoli che passato e presente non sono sempre così distanti  e che ciò che oggi svalutiamo o non apprezziamo, ieri era esattamente, sorprendentemente come noi.

Titolo: Tirar mattina
Autore: Umberto Simonetta
Editore: Einaudi
Dati: 1973, 214 pp.,  fuori stampa

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Titolo: L’ultima estate in città
Autore: Gianfranco Calligarich
Editore: Aragno
Dati: 2010 (1973), 15.00 €

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L’unica qualità che riscatta l’universo è la sua indifferenza

Le belve è un romanzo ingannevole. Lo apri, leggi le prime righe e subito la grande mano di Don Winslow ti afferra e ti scaraventa nel confine fra Messico e California, a seguire le imprese di Ben e Chon, amici e spacciatori, costretti a una narco-guerra che sanno di non poter vincere ma dalla quale non possono tirarsi fuori, pur di salvare la loro amata Ophelia, per gli amici O. C’è gente che muore, spesso molto male e raramente nel proprio letto; c’è il sesso; c’è il tema dei pochi e caparbi eroi contro l’esercito dello spietato villain; c’è il degenero di un’umanità trascinata in assurde lotte per un potere che, in fondo, sono in pochi a volere davvero; c’è l’irrazionalità dei sentimenti come motore del tutto; c’è l’ineluttabilità del destino. Insomma tutto quello che serve per un noir solido e coinvolgente. E tu sei lì che leggi, non ce la fai a smettere, sei catturato dalla prosa asciutta e brillante, dai dialoghi precisi e taglienti, dal black humor da gangster, dallo snodarsi ben calibrato della trama, da un ritmo che non cala, da una tensione costante, da un taglio estremamente cinematografico (ammesso che i tuoi gusti lo ritengano un pregio). Ridi, ti esalti, ti preoccupi, fai il tifo per i buoni – laddove buoni è un termine da prendere con estrema cautela – finisci di leggere, chiudi il libro e dici “wow”.
Poi ci pensi su e pian piano tornano a galla quei dettagli ai quali, nell’impeto della lettura, avevi dato poco peso: lo scarso spessore dei personaggi, certe trovate stilistiche – parole allineate al centro, capitoli di tre righe – piuttosto gratuite, le critiche al consumismo un po’ tirate per i piedi. Quando poi scopri che il libro è già diventato un film, diretto nientemeno che da Oliver Stone, il cui nome peraltro compare già nei ringraziamenti, ti viene quasi da pensare che Winslow abbia rimaneggiato una sceneggiatura per poi vendertela come un libro, addirittura ti sfiora il dubbio che si tratti di un’astuta operazione di marketing per lanciare il film.
Il tuo giudizio rimane quindi in sospeso, diviso fra la frenesia che ti rapiva mentre leggevi e la sensazione che l’autore abbia voluto darti esattamente quello che volevi senza sbagliare nulla nel prepararti questo regalo, nemmeno la carta con cui l’ha impacchettato. Insomma, ti sei accorto di essere stato artatamente sedotto e non capisci se ciò ti abbia dato fastidio oppure no.
Forse un po’ sì e probabilmente Winslow ha scritto di meglio. Ciò non toglie che mentre seguivi le imprese di Ben, Chon, O e tutti gli altri tu ti sia ritrovato proprio lì, ad annusare i profumi del Messico, a viverne la tensione, a rimirare le spiagge californiane e ad assaporare il miscuglio di paura e adrenalina appena prima di un agguato. E scusate se è poco.

Titolo: Le belve
Autore: Don Winslow
Editore: Einaudi, Stile libero Big
Dati: 2011, pp. 456, euro 19,50

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Altre vite bruciano Dove finisce Roma

I giocattoli dei grandi fanno più male. Prendete i droni, gli aerei senza pilota guidati a distanza, usati in modo crescente dall’aviazione degli Stati Uniti; ora tornate indietro alla seconda guerra mondiale: i B-17 americani e i Lancaster inglesi, per liberarle dal giogo del Terzo Reich, scaricavano tonnellate di bombe sulle città europee. Roma fu bombardata dagli Alleati cinquantuno volte prima del 4 giugno 1944, data della sua liberazione. Nella manciata di giorni che precedono il 4 giugno è ambientato Dove finisce Roma, l’esordio narrativo di Paola Soriga. Ida, la protagonista, «i capelli neri dritti e la pelle di un’oliva», aveva quattordici anni – poco più che una bambina – quando nel 1940 Mussolini, contando di barattare poche migliaia di morti con una facile vittoria, fece entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler. Alla fine del conflitto le vittime italiane furono 443 mila e Ida, dal canto suo, era ormai diventata un’adulta. La guerra era stata la sua adolescenza, come sempre accade quando il tempo della Storia – la distruzione dell’Europa – invade con tale violenza il tempo del singolo.

«Ai genitori di Ida e Agnese, in Sardegna, quand’era scoppiata la guerra, era sembrata una fortuna che quelle due figlie stessero a Roma, a Roma, dicevano, mica ci buttano le bombe, a Roma che c’è il papa e il Colosseo». Non erano stati buoni profeti, ma si sforzavano di lenire il dolore per la partenza di quelle due figlie, in una casa piena di donne. Agnese, che «mai prima di allora aveva avuto un fidanzato», aveva seguito in continente suo marito Francesco, che lavorava al Ministero e credeva nel Duce; insieme erano andati ad abitare a Centocelle, in via dei Pioppi. Ida l’aveva raggiunta dopo l’estate del ’38 perché in casa c’erano troppe bocche da sfamare, ma anche perché Ida era diversa (ha i grilli per la testa, sostiene Francesco; tu sei come un’ostrica, Ida, hai una perla dentro, le dirà Don Pietro, il prete del quartiere) e nella capitale potrà continuare la scuola, e avrà modo di coltivare la sua unicità di persona, al di là dello schema biologico-sociale femmina moglie madre. A Roma sceglierà e sarà scelta da due vere amiche: Rita, “che nella sua famiglia sono comunisti”, e Micol, l’aggraziata ragazza ebrea che un giorno sarebbe andata via. A Roma sarà poi ribattezzata dalla guerra Ida Maria, staffetta partigiana, dal momento che entrare nella Resistenza, agire in prima persona, «le era sempre sembrata l’unica cosa da fare».

Dove finisce Roma è un libro che parla di sospensione e distanza, la distanza che sempre si forma rispetto all’Io che più non siamo, ma sul quale si fonda la nostra identità presente. La Sardegna per Ida rinasce in città quando l’odore del caminetto trasporta ricordi di intimità domestica, o quando le sensazioni visive si sovrappongono nella danza delle stagioni. «Era bello il cielo di Roma a novembre, con i colori che cambiavano e brillavano come uno scialle dei giorni di festa, che le ricadeva lieve sulle spalle a darle quiete», «Ida certe sere tornando a casa, spesso in bicicletta, i monti di Tivoli in fondo allo sguardo, sentiva una malinconia che le schiacciava il petto, come tante volte nell’orto, in paese, al tramonto davanti al fico grande».

La sospensione agisce nel libro su più livelli. In primo luogo c’è la sospensione dell’azione nel tempo effettivo del racconto: Ida, la mattina del 30 maggio 1944, temendo che i fascisti l’avessero scoperta aveva preso a correre, si era rifugiata in una delle cave sotto il pratone al Quadraro, «dove lei e Rita andavano a nascondersi da ragazzine, in quella stanza fra le pareti umide che era diventata il loro palazzo». Ora quella grotta diventa asilo e prigione, il posto dove passerà i giorni e le notti a seguire, rievocando a ondate, lungo il flusso del sogno e del ricordo, le impressioni della sua giovane vita, dall’infanzia in Sardegna alla lotta partigiana. «Nelle ore immobili si annidano i ricordi, le facce di quelli a cui si vuol bene». E il pensiero ritorna spesso ad Antonio, nascosto nelle campagne di Tivoli, che le ha mostrato l’amore che scorre in un bacio sghembo, ma non le ha mai detto che era lei la sua fidanzata. Arriveranno gli americani? L’azione è sospesa come la quiete dopo un rastrellamento, come gli orologi fermi nelle case bombardate. E Agnese non sapeva dare figli a Francesco. E Annina, la sorella di Rita, aveva smesso di parlare dopo aver visto la madre di un’amica fra le macerie. «Non chiederci la parola», scriveva Montale, «codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Dopo Montale, sarebbe certo una forzatura leggere sotto traccia Leopardi, A Silvia, «quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi», dietro un passaggio come il seguente: «quando lo guarda negli occhi, negli occhi suoi azzurri e grandi, che sembrano inondati di infinito», dove si riporta quel che prova Ida nei confronti di Antonio. Non è questo il punto, ciò che vorremmo evidenziare è la matrice poetica nella prosa di Paola Soriga. Poesia vuol dire innanzitutto ellissi e sintesi, sfrondare l’enunciato dalle norme grammaticali che ne limiterebbero la forza espressiva; vuol dire musicalità e ritmo nei legami e nelle dislocazioni tra le parole: [Qui per la prima volta in casa di Micol] «Tornando in salotto Ida si era sentita all’improvviso un po’ incomoda, ora saluto e me ne vado, aveva pensato mentre Micol si versava il tè rimasto, entravano gli occhi grandi di sua madre, con un rumor di tacchi». La virgola incorpora gli altri segni di interpunzione, declinando nella costruzione paratattica gli incisi del pensiero e le linee di dialogo dei personaggi, che spesso ricorrono al sardo campidanese o al romanesco. «Quando avevano aperto la scuola a Centocelle, il suo nuovo quartiere, Renata [la madre di Rita] era stata la prima ad andare a insegnarci, assieme a Erminia, che aveva il doppio dei suoi anni e un carattere odioso, come faranno i bambini a sopportarla, e come trattava Raffaele Spada, che era meridionale, immigrati, ecco cosa sono, una scuola di immigrati e nessuno sa parlare l’italiano».

Roma finisce a Sud nei quartieri periferici di Centocelle e del Quadraro, popolati negli anni trenta dagli immigrati provenienti da tutta Italia. Allora vigeva «quella legge fascista che non dà la residenza a chi non ha un lavoro», ai giorni nostri le fa eco la Bossi-Fini del 2002, che nega il permesso di soggiorno a chi non ha un lavoro per mantenersi – oggi che le periferie sono affollate dagli extracomunitari. Un libro ambientato nel passato offre sempre un quadro del tempo in cui è stato scritto, sovente la contemporaneità si rivela infatti una lente deformante. «Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato»: le parole di Calvino, da Le città invisibili, sembrano pensate apposta per il romanzo di Paola Soriga, che per certi versi è costruito sui nomi propri, sia materiali che immaginari, ma in ogni caso reali. Ciascuna azione o movimento dei personaggi ha una precisa collocazione spaziale: i nomi delle vie, delle piazze e delle botteghe disegnano l’ambiente narrativo e orientano il lettore nella Roma di allora, che attraverso quei toponimi si rispecchia nella Roma attuale. I nomi immaginari sono quelli dei personaggi (Ida, Agnese, Micol, Don Pietro) che si rifanno ai protagonisti di opere ambientate nella stessa epoca, da La storia di Elsa Morante a L’Agnese va a morire della Viganò, da Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani a Roma città aperta di Rossellini. Scrive ancora Calvino che «i libri nascono sempre da altri libri», e non potrebbe essere altrimenti: i libri sono i capitoli di una narrazione universale, così come le singole vite si sciolgono nella storia dell’uomo. Poi spetta alla coscienza individuale scegliere i propri modelli di riferimento.

I giocattoli dei grandi fanno più male. Di certo lascerebbe stupiti vedere uomini adulti che giocano per strada a guardie e ladri o a fare i cowboy, però è tutt’oggi largamente accettato che uomini uccidano uomini per esportare la democrazia o restaurare la pace, servendosi, per farlo, degli ultimi ritrovati che la tecnica mette a disposizione. Dove finisce Roma adotta in prevalenza il punto di vista adolescente di Ida così come Calvino aveva scelto lo sguardo bambino di Pin ne Il sentiero dei nidi di ragno. Un occhio pre-adulto è una lastra fotografica ipersensibile rispetto alla realtà bellica, che viene così spogliata degli ideali che ammantano la sua mancanza di senso; inoltre, una prospettiva dal basso si rivela più agevole per il lettore che si accosta al racconto. Il fatto poi che la protagonista, Ida, sia una giovane donna impegnata nella Resistenza, permette all’autrice di dare risalto al ruolo femminile attivo che era stato messo in moto dalla guerra, visto il massiccio impiego di uomini al fronte. Paola Soriga è nata nel 1979, ha conosciuto una società post-ideologica, è cresciuta nell’Italia del berlusconismo; per raccontare una storia di donne ha preferito guardarsi indietro, quasi a voler cercare le radici profonde di un futuro diverso.

Oggi Ida avrebbe ottantasei anni, ed è probabile che sarebbe indignata da tanta indignazione “controllata”, che brucia per autocombustione senza infiammare davvero il corpo sociale. O forse sarebbe solo stanca, lei che una guerra l’ha già combattuta, e si soffermerebbe a guardare il cielo, azzurro, come succede a volte in Sardegna. 

Titolo: Dove finisce Roma
Autore: Paola Soriga
Editore: Einaudi
Dati: 2012, 140 pp., 15,50 €

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Quando la fine di un matrimonio diventa un’ossessione

Ofer e Galia si sono separati ormai cinque anni prima. Ma Rivlin, il padre del ragazzo, non si rassegna a un divorzio sui cui nessuno gli ha dato spiegazioni. L’amatissima moglie, Haghit, cerca di persuaderlo alla rinuncia ma Rivlin è un testardo; del resto, è pur sempre un docente di Storia Mediorientale all’Università di Haifa e il suo mestiere è proprio quello di scavare. Mentre la moglie è un magistrato e, in quanto tale, abituata alle sentenze definitive.

Su questa base, si snocciola un racconto lungo quasi 600 pagine, il tempo di affezionarci terribilmente a tutta la famiglia, soprattutto al protagonista delle indagini, che dureranno per tutto il corso del romanzo. Ci leghiamo infatti alle sue debolezze, ai pensieri inespressi, ai frequenti moti d’amore per la donna che ha sposato, all’angoscia per un figlio inquieto, che non vuole spiccicare una parola sull’accaduto. Nel frattempo, si inseriscono altri personaggi fondamentali: l’arabo Rashed e sua cugina Samaher, studentessa di Rivlin, ormai laureanda ma bloccata in una tesina che trova soluzione solo alla fine. Sposata da poco, pare che cada spesso in depressione, ma il suo distacco dall’Università rimane un mistero insoluto. Ci sono poi i personaggi che gravitano attorno alla pensione dove Ofer e Galia si sono sposati: il padre defunto della sposa (ex proprietario), la madre, la sorella (proprietaria attuale) e Fuad, il cameriere arabo.

Ma perchè Yehoshua ci fornisce tutti questi dettagli e una miriade di personaggi? I motivi si capiscono solo strada facendo: tutti loro vivono tra le pagine del romanzo in rappresentanza di arabi ed ebrei. Categorie che però si incrociano in vari modi: perché esistono anche gli arabi che vivono in Israele e viceversa. Realtà “di mezzo” solitamente molto sofferte, in quanto ospiti di una patria altrui. Ma Rivlin, ebreo israeliano, complice la sua specializzazione, riesce a stabilire un contatto con l’”Altro”, che studia con attenzione e che col tempo impara anche ad amare. E la studentessa triste è colei che lo traghetta nell’altro mondo, non più solo a livello culturale ma anche in pratica: visto che è a letto inferma, a Rivlin tocca andare a casa sua un po’ di volte. Le sue incursioni in questo mondo, però, non lo esimono da altre incursioni, tutte all’insaputa della moglie, che altrimenti si infurierebbe: quelle alla pensione. Una ricerca snervante, la sua, a tutti i livelli: ne risultano turbati moglie, figli, personaggi di contorno e lettori.

Sì, perché in un romanzo di 600 pagine, un difetto deve pur esserci ed è proprio questo: il nominare continuamente un segreto, solleticando quasi alla tortura la curiosità di chi legge. L’istinto è quello di passare direttamente alle ultime pagine. Ma ciò che snerva è l’incomprensibilità di alcuni dettagli: perché soffermarsi su particolari descrittivi spesso inutili, che pare vogliano solo allungare ulteriormente il romanzo? Perché soffermarsi sul fare pipì del protagonista o sui frequenti rapporti sessuali tra marito e moglie? Sulle caratteristiche dei paesaggi o su pensieri alle volte troppo spiccioli? Ciò che non riesco ad approvare ne La sposa liberata è proprio questo, pur rendendomi conto che ciò che io non amo, ad altri e al racconto regala invece intimità. Del resto, come penetrare nel mondo dei due popoli se non infilandosi nelle pieghe della loro quotidianità? Questo dilungarsi è appesantito, poi, da frequenti intellettualismi, di comprensibilità non immediata. La sensazione, infatti, è che alcune parti siano riservate a chi già sa molto di storia mediorientale. I riferimenti culturali possono risultare oscuri a chi legge per la prima volta qualcosa su questo antico conflitto. Ma la confusione su alcuni dettagli si scioglie verso la fine, sia perché Yehoshua si premura di fornire alcune spiegazioni ai tanti misteri, sia perché la storia prende una velocità inaspettata e noi lettori ci troviamo improvvisamente col fiato sospeso fino all’ultima pagina, che lasciamo con malinconia.

Titolo: La sposa liberata
Autore: Abraham Yehoshua
Editore: Einaudi
Dati: 2002, 592 pp., 16,50 €

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La compagnia del corpo, la geografia del vuoto

Giorgio Falco esordisce nel 2004 con Pausa caffè, un libro che per fotografare la realtà del precariato assume la forma di un assalto di voci senza corpo e senza storia (i precari rinnovano contratti di vita a termine), servendosi di una sintassi polverizzata nel collage di slogan, parlate colloquiali, frasi fatte e citazioni pop: “dice dinamismo dice darci dentro dice differenziare evitando qualsiasi tipo di dietrologia analogia al mondo il mondo è questo agita l’indice alterna dice wall display alza il culo scova gli imboscati voglio abbassare il tda non voglio morire non voglio”. Aldo Nove definì Falco “l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario”.

Cinque anni dopo esce L’ubicazione del bene, e segna una cesura nel panorama editoriale italiano, sempre più saturato da discutibili tentativi di replicare i pochi libri di un certo successo. Il testo analizza gli effetti della dispersione urbana, concentrandosi sugli abitanti di un sobborgo residenziale a sud di Milano. Nel nostro paese è un fenomeno degli ultimi trent’anni, poco affrontato dalla narrativa; negli Stati Uniti è un argomento classico, perlomeno dai tempi di Revolutionary road di Richard Yates – ritratto del quieto inferno domestico di una coppia borghese nel dopoguerra. La denominazione tecnica per definirlo è urban sprawl, ovvero la disarticolazione del territorio. e per renderlo sul piano formale, L’ubicazione del bene attua una disarticolazione della forma romanzo. Si divide in nove capitoli-racconti che dissezionano altrettanti nuclei familiari, accomunati dall’unità di luogo e dall’atmosfera che in questo ambiente si produce; i destini individuali si sfiorano ma non si intersecano, escludendo così la possibilità di narrazioni corali proprie, ad esempio, di film a sfondo urbano come America oggi di Altman o Canicola di Siedl. Il vero protagonista è lo spazio che li contiene, Cortesforza, “un centro abitato a misura d’uomo” di 1574 abitanti, a venti minuti da Milano e a sette ore da New York. Il nome è fittizio, volutamente ironico, a denotare un aggregato di villette a schiera senza tradizione storica, partorito dal mercato immobiliare, che sarebbe potuto sorgere anche a Dubai.

“Cortesforza offre asilo, scuole, farmacia, banca, posta, un gran bel campo sportivo e perfino la biblioteca (…). Cortesforza ha tutto, la pista ciclabile lungo il Naviglio grande, la squadra di calcio, naturalmente il suo oratorio”. La facciata è quella dei depliant delle agenzie immobiliari, gli interni ospitano personaggi consumati dall’insoddisfazione: “nessuno dei potenziali clienti vuole sentirsi dire la verità, tutti necessitano di qualcosa che rappresenti un mondo diverso da quello in cui vivono”. Non hanno alternativa. Sono gli “yuppies di ritorno” della Milano da bere anni ’80, sono quadri professionali medi (alcuni si sfogano facendo scontrare dei pesci siamesi in un acquario: “con i combattimenti dei nostri pesci acquisiamo chiarezza nei rapporti lavorativi”), “un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà”. Il denaro è rimasto l’unico generatore di valori condiviso, il denaro, al contrario degli ideali dei padri è misurabile, espone al confronto quantitativo sia col modello della TV sia col vicino oltre la siepe, un confronto che – superfluo sottolinearlo – non potrà che concludersi con una sconfitta.

Le giovani coppie de L’Ubicazione del bene possono accettare la stasi o tentare il cambiamento. Per cambiare, le convenzioni offrono tre vie: l’uomo scommette sul lavoro, la donna prova a restare incinta, la coppia investe sulla casa. Nel primo racconto, “Onde a bassa frequenza” – che irradia tensione pagina dopo pagina – Michele si licenzia da una multinazionale, prova a mettersi in proprio, vacilla sotto il peso del mercato. “Essere sul punto” vede Lei desiderare un figlio perché il nuovo impiego la delude e la migliore amica ha appena partorito. Il lavoro pervade l’intimità. Oppure prendiamo i coniugi di “Alba”: “i loro rapporti sessuali sono legati a una futura gratificazione affettiva, una scommessa sul mondo simile ai futures, e così il letto matrimoniale – che finiranno di pagare ventiquattro mesi dopo – assiste alla loro incongrua agitazione”. “Piccole formiche bianche” intanto erodono la struttura portante della casa di Gabriele e Silvia, che avevano appena finito di ristrutturare. L’alternativa al tracollo è la pazzia, quella che fa lasciare a Giovanna il cane dentro il forno acceso, nel racconto che dà il titolo e il tono al libro. Ne L’Ubicazione del bene i nomi propri sono ripetuti con insistenza per spersonalizzarli: dopo la lettura non visualizzerete nessun volto in particolare, ma di certo avrete impressa nella mente Cortesforza.

I racconti di Giorgio Falco non seguono quasi mai una progressione drammatica, descrivono situazioni piuttosto che dipanare storie. L’autore ha riconosciuto tra i suoi modelli formali alcuni fotografi americani, i cosiddetti New Topographics, come William Eggleston o Robert Adams, che inquadravano paesaggi alterati dai segni dell’uomo senza caricarli di alcuna valenza epica, senza enfatizzarne l’impatto emotivo: ritenevano infatti che la bellezza si potesse rivelare lasciando libero il soggetto, anche il più banale, di presentarsi per quello che era. In questo consiste la pietas di Giorgio Falco, nel rigore che impiega per dare vita ai suoi personaggi, nel considerare degno di nota il loro grigiore, la meschinità e i cedimenti, poiché tutto ciò che è umano merita di essere rappresentato. Una tesi messa subito alla prova da La Compagnia del corpo, racconto lungo pubblicato dalla palermitana :duepunti – diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini – nella collana Zoo / Scritture animali, sul finire dello scorso anno. La compagnia del corpo parla di Alice, una ventenne obesa, e del suo ragazzo, Diego, che in un afoso pomeriggio di giugno, riprendendo tutto col telefonino, uccidono a colpi di spranga Lucy, una cagnetta di piccola taglia, che la madre di Alice aveva trovato al canile.

I due ragazzi facevano sesso nel capannone della ditta del padre di Diego, ma Lucy li aveva interrotti con i suoi guaiti, così prima avevano provato a farla accoppiare con Dog, il dobermann di guardia al capannone, e poi, non riuscendoci, avevano filmato l’esecuzione. Si potrebbe parlare di casualità del male, di sacrificio amatoriale in un contesto industriale, della perdita del senso del limite e di molto altro, quando poi, a ben vedere, il crimine è venuto a galla solo grazie alla pervasività della tecnologia, alla facilità di registrare qualsiasi frangente per  condividerlo con gli amici, e per estensione, con l’intero mondo. E se lo scenario è ancora quello di Cortesforza, tuttavia non mancano alcune variazioni rispetto a L’Ubicazione del bene.

La compagnia del corpo, per paradosso, affronta sì una materia più nera, ma la dispone in un ambiente narrativo più confortevole: il periodo si fa più arioso (le frasi si innestano tra loro soprattutto per coordinazione), hanno meno spazio le elencazioni tecniche e i dialoghi scarnificati (meccanici batti e ribatti) che avevano fatto citare i racconti di Raymond Carver. La compagnia del corpo trasfigura un fatto di cronaca realmente accaduto – nel 2009 vicino a Pordenone – donandogli un’ulteriore risonanza simbolica. Bisogna tornare ad Alice, al senso di vuoto che cerca di annullare ingurgitando altro cibo; Alice bagnata dal sole in giardino, come in quel racconto di A. M. Homes, “Calore”, tratto da La Sicurezza degli oggetti (1990). Qui però il corpo della ragazza diventa il corpo dell’Occidente, così teso a fagocitare risorse fino a che non sarà costretto a ingoiare se stesso. “Alice è cresciuta con le merendine. Suo padre fa il venditore per una grande azienda dolciaria italiana”: l’altro fulcro del racconto, insieme all’uccisione di Lucy, è quello della convention dove verrà presentata la Nuova Merendina – la morte, la resurrezione. “Nonostante bambini e adulti si ingozzassero di merendine da decenni, le aziende dolciarie erano sempre alla ricerca della Nuova Merendina, la merendina che sintetizzasse e contenesse tutte le precedenti merendine, e quale migliore merendina se non la Terra, per queste aziende il pianeta stesso avrebbe dovuto diventare una soffice merendina di pan di Spagna ripiena e guarnita di cioccolato”. La Merendina è il correlativo oggettivo del Dio immanente, l’ostia di cui ci nutriamo al banchetto della nuova divinità, scesa in terra sotto forma di snack, dopo che l’uomo l’aveva sfrattata dall’alto dei cieli. Da migliaia di anni gli animali ci guardano, forse chiedendosi, senza avere risposta, come mai l’uomo continui a violare le leggi della Natura.

Titolo: La compagnia del corpo
Autori: Giorgio Falco
Editore: :duepunti
Dati: 2011, 93 pp., 6,00 €

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“Sono certo che un vero amore possa occupare da solo il cuore più grande”

“Non tollererò che la mia bimba debba essere offuscata come un vetro su cui qualcuno abbia alitato: dev’essere sempre splendente, perché questa è la sua natura”. Leggere parole di questo tipo potrebbe scatenare, per contrasto, sentimenti polemici. Non contro qualcuno in particolare, ma nei confronti di un’epoca intera. Se non fosse una costante della Storia, lancerei invettive su  tutto ciò che allontana giovani e meno giovani dall’essenza, dalla natura, dall’anima. Non so se Facebook, sms e chat possano incidere direttamente sul modo di vivere; ma sull’eleganza dell’espressione certamente sì. Per riscoprire cosa significa scrivere (e ricevere) una lettera d’amore appassionata, sarà meglio allora rifarsi a un classico, come Leggiadra Stella, una raccolta delle missive di John Keats all’amata Fanny Brawne, sua vicina di casa. È estremamente difficile recensire delle lettere d’amore. A meno che l’intento di chi le scrive non sia di assurgere a fama immortale. Ma il dubbio non sorge nemmeno, dal momento che lo scrittore non era certamente consapevole del fatto che, un giorno, le sue lettere sarebbero state pubblicate. Poi, chissà, se fosse in vita ne sarebbe anche felice, vista la sua perenne tensione a raggiungere uno statuto più che elevato tra i poeti del suo tempo. Si sa, i Romantici erano competitivi.

Ma lasciamo perdere le fantasie: dalle parole che leggiamo traspare verità. Se si è stati innamorati almeno una volta nella vita, è infatti facile demistificare un sentimento falso: lo si riconosce da tante cose. Per quanto ci si affidi agli artifici poetici, non è semplice mettere per scritto qualcosa che non brucia davvero nell’anima. Specialmente se, come il povero John, si è costretti a letto a causa di una malattia come la tubercolosi, che lo indeboliva e rendeva ancor più malinconico di quanto già non fosse.

Una passione divenuta ormai famosa, la sua, tanto da essere al centro dell’omonimo film (Bright Star) di Jane Campion. La pellicola, però, non rende onore al sentire del giovane romantico. Ma come scocca la scintilla per la sua leggiadra stella? Come spesso succede: tra uno sguardo furtivo, qualche parola lieve e biglietti fugaci ma quotidiani, che i due giovani si scambiavano a Wentoworth Place, residenza del poeta tra il 1818 e il 1820, nel quartiere londinese di Hampstead.

Siamo in piena epoca romantica, quando grandi scrittori e poeti si dedicavano alla riflessione senza posa sull’amore, di cui esaltavano più gli eccessi che la tenera piega che spesso prende se sottoposto a una tranquilla routine. È forse anche un condizionamento culturale, quindi, il modo in cui Keats stesso scrisse del suo amore per Fanny. Al punto che a un lettore odierno alcune parole possono suonare ridondanti se non stucchevoli. È infatti innegabile un certo manierismo che pervade le poche pagine di questa chicca letteraria. Ma si tratta di un modo di scrivere che viene e va, lasciando spesso spazio a sentimenti più immediati. Anche perchè il rapporto tra i due era continuamente sottoposto agli ostacoli con cui amici e familiari lo mettevano alla prova. Del resto, quale sentimento appagato trova spazio tra le pagine di un libro? La dolce corrispondenza termina poco prima che Keats parta per l’Italia, sperando di guarire dalla malattia che, invece, lo ucciderà giovanissimo. Anche se rimane il dubbio che il poeta sia morto del suo stesso amore, nonostante corrisposto.

Eros e Thanatos erano profondamente intrecciati nel suo animo e noi, ben lungi dal fare considerazioni di natura freudiana, abbiamo tutta l’intenzione di credere a un sentimento che ha il potere di dare e togliere la vita: “L’Amore è la mia religione-potrei morire per te. Il mio Credo è amore, e tu ne sei l’unico dogma”.

Titolo: Leggiadra stella. Lettere a Fanny Brawne
Autore: John Keats
Editore: Archinto
Dati: 2010, 10,50 €, 83 pp.

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Come si fa a sognare inscatolando pesce?

“Mattina, è ora di alzarsi, e allora alzati, Arturo, va’ a cercarti un lavoro. Va’ là fuori a cercare ciò che non troverai mai. Sei un ladro, un killer di granchi, un donnaiolo da stanzino dei vestiti. Tu non lo troverai mai, un lavoro.”Arturo Bandini è uno dei personaggi più famosi della letteratura americana. È simpatico, triviale, intellettuale ma anche menefreghista e pungente; il mix di queste qualità (o difetti, è la stessa cosa) lo ha reso popolare tra i lettori di tutto il mondo. La strada per Los Angeles è la storia di un ragazzo povero con ambizioni frustrate da scrittore.

Basta questo a farti provare simpatia per lui. È una storia bislacca, fatta di sproloqui, a volte in forma di dialogo, più spesso di monologo, con i quali Arturo si inviluppa su se stesso, sognando un futuro glorioso e maledicendo un presente infelice. Vittima delle donne, in quanto orfano di padre e costretto a vivere solo con madre e sorella ma soprattutto perché schiavo del loro fascino, le ama e odia allo stesso tempo. Lo si capisce quando parla di chi lo ha generato e di tutte le ragazze ritagliate dai giornali un po’ osé, cui attribuisce un nome e una storia sognando incontri clandestini con loro. Ma la realtà è fatta per lui di lavori davvero precari, sottopagati e fisicamente distruttivi grazie ai quali mantiene la famiglia. I giorni trascorrono lenti sotto il sole di Los Angeles, mentre inscatola pesce e litiga con i colleghi immigrati come lui, italiano di origine. I messicani e i filippini prendono infatti in giro le sue manie di grandezza e lui promette a se stesso, sempre nel silenzio della sua immaginazione, di vendicarsi della loro ignoranza.

La debolezza di Arturo consiste soprattutto nel non ammettere debolezze, né in sé né nei suoi compagni di viaggio, che guarda caso condividono lo stesso destino. Sono infatti gli immigrati ad attirare il suo disprezzo ma anche gli esseri indifesi, come i granchi del porto o le mosche della fabbrica. È su di loro che vendica l’astio dei deboli che non riescono a emergere. John Fante scrisse La strada per Los Angeles nel 1933 ma il libro vide la pubblicazione solo nel 1985. Si tratta del suo primo romanzo ma Bandini farà parte anche dei successivi Aspetta primavera, Bandini, Chiedi alla polvere e Sogni di Bunker Hill. Inutile dire che si tratta di un personaggio non troppo sottilmente  autobiografico. Ma nonostante la fama di Bandini, io non sono riuscita a entrare completamente in empatia con lui, se non a tratti. Forse perché l’ennesimo personaggio borderline, forse perché spesso violento, forse perché osannato dalla critica o forse ancora perché ammetto di non aver letto tutta la saga.

La strada per Los Angeles mi ha strappato qualche sorriso ma anche sentimenti contraddittori. Simpatia e antipatia. Attrazione e repulsione per le vittime di un’adolescenza turbolenta. Non sarà perché, come Bandini, ho rabbia per chi ha le mie stesse debolezze? “Addio, codardi. Sputo su voi, disgustato. La vostra codardia ripugna al Fuhrer. Odiosa gli è la codardia quanto gli è odioso un morbo. Non vi perdonerà. Possano le maree mondare la terra dal crimine della vostra codardia, canaglie”.

 

 

 

Titolo: La strada per Los Angeles
Autore: John Fante
Editore: Einaudi
Dati: 2005, XXXI-218 pp., 12,00 €

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Vincere non cambia niente

Andre Agassi bambinoAndre Agassi ha sette anni e con suo padre guarda Wimbledon alla tv tra un allenamento e l’altro nel campo da tennis di casa. Gioca Björn Borg, l’idolo di Andre. Sembra una scena normalissima: il bambino che gioca a tennis guarda alla tv il suo idolo e sogna di emularlo, di vincere Wimbledon anche lui, un giorno. Eppure qualcosa stride in questa scena: «guardo Wimbledon alla televisione con mio padre e facciamo tutti e due il tifo per Björn Borg, perché è il migliore, non si ferma mai … – ma io non voglio essere Borg». Ecco perché questo libro nasconde, dietro le sembianze della classica autobiografia del campione dello sport, qualche motivo di interesse in più: perché in fondo racconta la storia di una lunga contraddizione, della vita di un uomo che odia lo sport che gli ha consentito di diventare un personaggio amato e rispettato, un idolo a sua volta e, aspetto ben presente nel libro, di diventare ricco. Tutto il memoir di Andre Agassi è strutturato attorno a questa contraddizione, che gli dà un tono effettivamente ai limiti del tragico: il tennista gioca (e vince) perché non ha scelta, ma odia quello che fa, e se avesse potuto scegliere avrebbe scelto di fare un altro mestiere. Qualsiasi altro mestiere. A tutti i personaggi del libro (preparatori atletici, ex pastori diventati cantautori, mogli, fidanzate, allenatori) Agassi a un certo punto confida di odiare il tennis. Tutti gli rispondono allo stesso modo: ma non può essere vero, stai esagerando, sei un campione, non è che un brutto momento. Solo una persona lo capisce e condivide al volo: Steffi Graf.

Andre Agassi, US Open 1992Chiunque abbia giocato anche sporadicamente a tennis da adolescente all’inizio degli anni Novanta ricorda il fascino esercitato da questo piccolo tennista di Las Vegas. In uno sport che, almeno fino ad allora, manteneva dei codici di comportamento e di abbigliamento di discendenza aristocratica Agassi, con i suoi capelli lunghi, i pantaloncini di jeans, le magliette lisergiche, trucco e orecchini ha rappresentato una rottura. Prima di completare una carriera ventennale e di vincere otto tornei del Grande Slam (i quattro tornei di gran lunga più importanti che scandiscono la stagione tennistica), di diventare un modello di filantropia con la ricchissima scuola da lui fondata a Las Vegas, di incarnare una sorta di famiglia tennistica perfetta insieme alla moglie Steffi Graf (ragionevolmente considerata una delle migliori tenniste di tutti i tempi), Agassi era una specie di punk del tennis, un ragazzetto americano ignorante, maleducato, malvestito e insofferente alle regole di Wimbledon, solo con una risposta esplosiva e una rapidità strabiliante.

Il libro smonta in parte questa immagine, o meglio la storicizza. La struttura è semplice: strettamente cronologica, dall’infanzia negli anni Settanta al ritiro nel 2006, con la narrazione della carriera sportiva e quella delle vicende personali che si intrecciano. Il tutto è incorniciato da un bel primo capitolo, in cui Andre racconta la sua ultima, epica vittoria in cinque set contro Baghdatis agli US Open del 2006 con taglio quasi fenomenologico, e una conclusione più convenzionale con la descrizione delle sue attività di direttore della scuola e di marito e padre. Diciamo subito che le parti più interessanti riguardano l’infanzia e l’adolescenza, qualche descrizione molto ben riuscita di alcuni incontri cruciali e il racconto dell’episodio famoso del 1997 in cui Andre, che non riesce più a vincere ed è sull’orlo della depressione, inizia a consumare metanfetamine, viene beccato dall’ATP (la federazione del tennis professionistico), scrive una lettera di scuse piena di bugie sostenendo di aver assunto quelle droghe a sua insaputa e la fa franca.

Andre Agassi And Steffi Graf's Baby Jaden

Ad Agassi non mancano di certo coraggio e sincerità. Le parti sulla vita privata, che pure è interessante e comprende un flirt con Barbra Streisland, un matrimonio fallito con Brooke Shields e un altro matrimonio con la principessa teutonica del tennis Steffi Graf, sono un po’ più macchinose e forse soffrono di uno sguardo troppo marcatamente retrospettivo. È come se ancora una volta Andre fosse condannato: nonostante ce la metta tutta a raccontarci la sua vita oltre il campo da tennis, alla fine quello che lo appassiona e ci appassiona di più è la sua vita di tennista.

Agassi non era un punk, era un ragazzo come tanti a cui non è stato concesso di fare altro se non giocare a tennis. In ogni caso, la figura centrale tra le molte che popolano il libro (da McEnroe a Connors, da Federer all’arcirivale Sampras, fino al cast di Friends e a Nelson Mandela) è certamente quella del padre. Mike Agassi, emigrato dall’Iran agli Stati Uniti negli anni Cinquanta, ex pugile, violento, ossessivo, autolesionista, aguzzino del piccolo Andre fino al punto di costruire per lui una macchina sputapalle con cui lo sottopone a pesantissimi allenamenti. Anche in questo caso Andre non risparmia i dettagli, dalle risse con i camionisti fino a piccoli particolari inquietanti. «Papà fa delle cose… Per esempio, spesso s’infila pollice e indice su per il naso e poi, irrigidendosi per il dolore che gli fa lacrimare gli occhi, si strappa un bel ciuffo di peli neri. È così che si prende cura del proprio aspetto». Molte sono le figure paterne di cui Agassi va alla ricerca del libro, molte lo deludono finché, con gesto narrativo un po’ retorico, non diventerà padre lui stesso, finalmente maturo.

Andre Agassi

Il libro presenta alcune pagine un po’ più tecniche sul gioco del tennis che fanno la felicità degli appassionati, e rievoca episodi e partite celebri per così dire dall’interno, da una prospettiva inedita per lo spettatore. Al di là degli avvenimenti sul campo, a volte Agassi si lascia andare a eccessi di zelo e cade vittima di una sorta di volontà edificante, ma non esagera mai e alla fine gliela si perdona volentieri. La cosa infatti che sorprende più di tutte è che alla fine questa autobiografia lascia aperte delle questioni. A volerla leggere con più attenzione, non ci si libera della sensazione che Agassi, campione nello sport e nella vita, sia solo una marionetta; del padre, degli sponsor, del gioco, nient’altro che una marionetta. E proprio questo tema un po’ logoro dei rapporti tra lo sport e la vita ce ne dà un esempio. Raramente l’appassionato di uno sport resiste alla tentazione di paragonarlo alla vita, di usarlo come metafora per parlare dell’esistenza. Neanche Agassi vi si sottrae, ma significativamente oscilla e in alcune pagine del libro nega recisamente qualsiasi validità a questo tipo di operazione intellettuale. All’inizio del libro leggiamo: «Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura»; e aggiunge poco dopo che nel campo da tennis si è soli come nella vita. Ma insomma, ci potremmo chiedere, che razza di vita è questa? Che immagine della vita è? Vengono in mente quelle che Marx chiamava le robinsonate: «il singolo e isolato cacciatore e pescatore con cui cominciano Smith e Ricardo appartengono alle immaginazioni del XVIII secolo», non sono altro che immagini funzionali all’ascesa di una classe sociale, e negano la socialità fondamentale dell’animale uomo. Così fa la metafora del tennis quando si applica alla vita. Ma Agassi lo intuisce: «il tennis non è la vita!» esclama altrove, prima di usare un altro paio di volte, debolmente, di nuovo la stessa metafora.

Andre Agassi vincitore al Roland Garros, 1999

Agassi nonostante tutto resta indeciso sulla sua carriera, sulla sua vita e sulla natura del suo sport. Nel 1992 vince Wimbledon, il suo primo slam; ne vincerà altri, su tutte le superfici. Solo quattro altri giocatori ci sono riusciti nella storia del tennis (Budge negli anni ’30, Laver negli anni ‘60, e poi Federer e Nadal in tempi recentissimi). Eppure scrive: «Io non credo che Wimbledon mi abbia cambiato. Anzi, ho la sensazione di essere stato messo a parte di un piccolo, ignobile segreto – vincere non cambia niente».

Titolo: Open. La mia storia
Autore: Andre Agassi
Editore: Einaudi (Stile Libero)
Dati: 2011, 502 pp., 20,00 €

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