Il futuro immaginato che ci racconta il nostro presente

Fu nel maggio del 1942 che si sentì parlare per la prima volta della Fondazione. In quella data, infatti, la rivista di fantascienza americana Astounding Science-Fiction pubblicava un racconto intitolato proprio Fondazione, firmato da un certo Isaac Asimov. Ne seguirono altri, sette per la precisione, che insieme a un ottavo mai uscito sulla rivista furono raccolti in tre libri – Fondazione (1951), Fondazione e Impero (1952) e Seconda Fondazione (1953) – che divennero rapidamente una pietra miliare della fantascienza.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov (cover)

La storia narrata nella trilogia si dipana su un arco temporale di poco meno di 400 anni, seguendo le vicende che ruotano intorno al crollo dell’Impero Galattico e al periodo di decadenza che ne deriva. Una colossale crisi che però era stata prevista da qualcuno; si tratta di Hari Seldon, il massimo esperto di una disciplina scientifica nota come psicostoriografia, che consente di analizzare matematicamente le variabili politiche, sociali ed economiche al punto da poterle addirittura predire. Sapendo che nessun governante prenderà sul serio le sue previsioni, Seldon inizia a predisporre delle contromisure per fronteggiare l’imminente disastro. Lo scienziato sa benissimo di non poter fermare il crollo dell’Impero ma è convinto di poter ridurre la successiva barbarie salvaguardando il sapere scientifico. A questo scopo, istituisce due Fondazioni, poste ai due estremi della Galassia. Saranno proprio queste due Fondazioni le vere protagoniste della trilogia; soprattutto la prima, poiché l’esistenza della seconda rimane un mistero per gran parte della storia.

Già solo leggendo la trama si capisce come la fantascienza di Asimov fosse, in un certo senso, fuori dagli schemi: invece di parlare di alieni e viaggi nell’ignoto, che ai tempi andavano per la maggiore, lo scrittore americano di origini russe preferì raccontare vicende politiche e sociali, in buona parte caratterizzate da una certa verosimiglianza scientifica. Non bisogna infatti dimenticare che Asimov era laureato in chimica ed eccelleva nella divulgazione, ambito per il quale addirittura abbandonò quasi completamente la narrativa fra il 1960 e il 1970. Un particolare, questo, di cui è importante tenere conto quando si valuta il suo stile, estremamente asciutto e lineare, a volte fin troppo. Asimov voleva soprattutto farsi capire. Poco interessato all’azione, preferiva dare spazio alla storia, in un fluire di eventi e personaggi che però, di tanto in tanto, risulta essere troppo rapido. Ciò è soprattutto vero nel primo libro, che racconta l’espansione della Prima Fondazione, dove l’evidente natura a puntate del romanzo fa sì che l’avvicendarsi dei suoi primi eroi e delle loro vicende non sempre dia tempo al lettore di affezionarsi ad alcuni di essi. Nei due libri successivi lo scorrere della narrazione rallenta, consentendo un maggiore approfondimento. Non a caso, alcuno dei personaggi più interessanti – come Bayta, il Mule, Pritcher, Arcady – entrano in scena a partire da qui. Ciò non toglie che la maggior attenzione che Asimov dedica allo scorrere degli eventi contribuisca a dare l’idea del grande macchinario della Storia, che avanza lungo un percorso sul quale i singoli individui hanno spesso poca occasione di intervenire.

Questo percorso è stato però previsto da Seldon, seppure in maniera probabilistica, il che l’ha portato a elaborare un piano che consentisse alle Fondazioni di sopravvivere agli inevitabili scossoni cui la Storia le sottoporrà. L’invenzione della psicostoriografia si rivela una delle intuizioni più felici di Asimov, che tira fuori dal cilindro un potente spunto narrativo in grado di combinare la solidità e la credibilità di un approccio scientifico rigoroso con l’elemento profetico che richiama l’epica della mitologia. Non a caso, nel corso della storia, la scienza della Fondazione arriverà a essere percepita come una forza sovrannaturale e i suoi studiosi come temibili maghi, da parte degli abitanti di altri pianeti, travolti da una decadenza non solo politica ed economica ma anche culturale e scientifica. Come non sorridere di fronte all’immagine dei tecnici della Fondazione, venerati come sacerdoti e, in quanto tali, unici detentori dei segreti dell’energia atomica? Questo artificio consente ad Asimov di muoversi su più binari narrativi, innestando elementi di generi diversi – poliziesco, spy story, thriller politico, avventura e addirittura romanzo distopico – sulla struttura di un classico della sci-fi come la space opera.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov

Ma la psicostoriografia, per quanto basata su rigorose formule matematiche, ha ovviamente i suoi limiti. Per esempio, funziona solo quando applicata a popolazioni umane estremamente numerose. Inoltre, la stragrande maggioranza di queste popolazioni deve essere all’oscuro delle sue predizioni. Ma soprattutto, essa non può prevedere il comportamento dei singoli individui. Un problema ben spiegato da Bayta Darell, eroina del secondo libro: “Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore.” È proprio nel secondo libro che il pericolo rappresentato dalle variazioni individuali si scatena: compare infatti sulla scena il Mule, un mutante dotato di grandi poteri, in grado di controllare l’emotività delle persone. Di fronte a un singolo caso così eccezionale, il Piano Seldon rischia di sfaldarsi. Difficile non vedere, nell’ascesa del Mule, la rappresentazione del dittatore che affascina le masse e stravolge il corso della storia; i capitoli dedicati al gerarca mutante furono pubblicati come racconti nel 1945.

Per frenare lo strapotere del Mule dovrà entrare in campo la Seconda Fondazione, fino a quel momento rimasta nell’ombra. A essa è dedicato il terzo libro della trilogia, dove si assiste a un deciso cambio nei toni e nelle atmosfere; la Seconda Fondazione, infatti, non è in grado di imporsi grazie alla superiorità scientifico-industriale come la Prima, ma si è concentrata sullo sviluppo della psicologia e delle arti del controllo mentale. Grazie al suo intervento il Mule viene fermato ma ciò suscita l’attenzione della Prima Fondazione, la cui consapevolezza dell’esistenza della gemella, sperduta chissà dove nella Galassia, diventa un problema per il Piano Seldon. Lo scontro fra le due Fondazioni, con la Prima desiderosa di liberarsi dell’onnipresente influenza della Seconda, è gestito da Asimov come una serrata partita a scacchi, immersa in un clima di paranoia e sospetto dove nessuno è più davvero sicuro non solo delle intenzioni di chi ha vicino, ma neanche delle proprie. La visione positivista della storia di Asimov rivela così le sue zone d’ombra, poiché il prezzo da pagare per la salvaguardia del Piano Seldon è la limitazione della libertà individuale.

La Trilogia della Fondazione è dunque un eccellente esempio di letteratura nella quale l’intrattenimento si sposa con affascinanti speculazioni sociologiche e tecnologiche. Asimov sa catturare il lettore con diversi espedienti narrativi, principalmente colpi di scena, caratteristici di molta letteratura di evasione, ma sa anche lasciar trasparire profonde riflessioni sul ruolo della scienza nella società senza mai diventare didascalico. Sebbene criticato per uno stile considerato letterariamente scarno, Asimov rientra in quella categoria di scrittori che, con asciutta semplicità, ha saputo creare storie dotate di più piani di lettura, in grado al tempo stesso di intrattenere e di far riflettere.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov (cover)Titolo: Trilogia della Fondazione
Autore: Isaac Asimov
Traduzione: C. Scaglia
Editore: Mondadori
Dati: 2004 (1951/53), pp. 628, euro 15

Acquistalo su Amazon.it

Rock anni '60 e fantascienza: George RR Martin come non l'avete mai letto

Mettiamola così, se non fosse stato per gli anni Sessanta, gli anni Cinquanta sarebbero andati avanti in eterno.

the-armageddon-rag-by-george-rr-martin

Non è un nome nuovo George R.R. Martin. Nonostante sia da decenni un autore di culto per gli amanti della fantascienza e del fantasy, oggi guadagna una nuova fetta di seguaci e ritorna prepotentemente alla ribalta nella cronaca letteraria e cinematografica grazie alla popolarità della serie televisiva targata HBO: Game of Thrones (tratta dalla ben più vasta e complessa saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco). Gargoyle non si è lasciata sfuggire l’inevitabile effetto di traino del successo televisivo, per pubblicare la prima lunga incursione di Martin nella fantascienza, datata 1977, con In fondo al buio (Dying of the Light), e il singolare e a suo tempo sfortunato, dal punto di vista commerciale, romanzo del 1983: Armageddon Rag. A ben vedere l’insuccesso potrebbe leggersi anche tra le righe della solita frase a effetto di Stephen King riportata sulla fascetta del volume (“Il miglior romanzo che ho mai letto sulla cultura della musica pop americana degli anni 60”), che non si concentra affatto sugli aspetti soprannaturali dell’opera, che hanno contribuito a forgiare la carriera di Martin, ma sull’aspetto sociologico, e in parte storico (con tutte le precauzioni del caso), che forse i lettori (e gli editori) dell’epoca non erano pronti ad accogliere. Se infatti Martin appare orientato alla contaminazione dei generi che potrebbero essere a lui più congeniali, thriller, noir, horror, utilizzandone tutti gli stereotipi, dalla caratterizzazione dei personaggi ai dialoghi, per finire alla struttura stessa del romanzo, la sua sperimentazione (come lui stesso definì il suo tentativo) rimane solo nelle intenzioni, non riuscendo, fino alla fine, a trovare lo spunto e l’intuizione tali da rendere imprevedibile la narrazione. È però proprio questa debolezza a esaltare invece l’incursione nella Storia della cultura alternativa degli anni Sessanta che finisce per trasformare il romanzo in una riflessione amara sulla società americana e sulla sua repentina trasformazione. Una frase di lancio, quella di King, a conti fatti azzeccata, che testimonia la sua ammirazione, più volte ribadita, nei confronti di Martin.

mod_article26584914_1E quasi a ricambiare questa stima ecco l’ambientazione nel Maine e il protagonista del romanzo in preda al blocco dello scrittore (tema caro e ricorrente nei romanzi del Re); infatti, è intorno a pagina trentasette del suo nuovo romanzo, pagina ancora infilata nella macchina da scrivere, che ruota la vita di Sandy Blair, fino al giorno in cui viene coinvolto dall’Hedgehog, ex rivista di spicco della sottocultura rock, in un’indagine giornalistica sull’assassinio efferato del promoter dei Nazgûl, gruppo di rilievo della musica underground e da tempo disciolto in seguito alla morte della sua star. Da qui parte il viaggio di Blair attraverso l’America dimenticata, alla riscoperta di amicizie perse e di una cultura quasi definitivamente sotterrata, che lo porterà a rivivere emozioni e tragedie note, e l’orrore che si cela dietro alla reunion dei Nazgûl (chiaramente gruppo d’ispirazione tolkeniana) la cui fama affonda nelle pratiche sataniste, come successe per molti altri gruppi dell’epoca, e nel loro nuovo tour destinato a sfociare nell’Armageddon finale attraverso il loro più cupo ed esaltato successo: Music to Wake the Dead.

Mettendo da parte gli evidenti limiti già accennati, Armageddon Rag si rivela una lettura piacevole nel momento in cui il lettore viene catapultato in un mondo distopico e alternativo, in cui la storia della controcultura americana non si conclude con gli omicidi (quello di Sharon Tate su tutti) ad opera della setta di Charles Manson e con la tragedia dell’Altamont free concert del 6 dicembre 1969, ma con l’invenzione narrativa dell’attentato del concerto di West Mesa che crea l’universo in cui si muove Sandy Blair. Un espediente che consente a Martin di creare un nuovo Sessantotto (specchio della realtà), e di sfuggire però alle maglie della Storia; uno spunto per riproporre un’epoca segnata dalla guerra del Vietnam e dal governo Nixon, da Kennedy e Martin Luther King, dalle marce e dai sit-in di protesta, e per cercare di capire la metamorfosi di quei giovani pronti a lottare per un sogno e per una società nuova, e che pochi anni dopo hanno colpevolmente rimosso e rinnegato i loro ideali e le cause della loro ribellione, per ritrovarsi a desiderare sogni più concreti al ritmo del rampantismo sociale. Giovani che hanno decretato la fine dell’utopia hippie nascondendosi dietro la maschera della maturità per giustificare la loro deriva borghese: la fine di  un tempo in cui tutto era possibile e niente fu possibile.

Per chi ha vissuto in pieno quell’epoca la lettura potrebbe rilevarsi un nostalgico tuffo nel passato, per i più giovani, invece, l’invito alla scoperta di un mondo non troppo lontano, attraverso le numerose citazioni  e i segni sparsi nel racconto, e la colonna sonora che introduce ogni capitolo che vale più di ogni altra parola:

rag04

Those Were the Days, Gene Raskin
Bad Moon Rising, Creedence Clearwater Revival
Did You Ever Have To Make Up Your Mind , The Lovin’ Spoonful
House Burning Down, Jimi Hendrix
Yesterday, The Beatles
The Alabama Song, Kurt Weill & Bertold Brecht
The Sound of Silence, Simon & Garfunkel
Don’t Look Now, Creedence Clearwater Revival
Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, The Beatles
Acquarius/Let the Sunshine In, The Fifth Dimension
Volunteers, Jefferson Airplane
End of the Night, The Doors
Up from the Skies, Jimi Hendrix
Chimes of Freedom, Bob Dylan
Homeward Bound, Simon & Garfunkel
Mexicali Blues, Grateful Dead
Let It Be, The Beatles
What Have They Done To My Song Ma?, Melanie Safka
Purple Haze, Jimi Hendrix
Do You Believe in Magic?, The Lovin’ Spoonful
Patterns, Paul Simon
White Rabbit, Jefferson Airplane
Uncle John’s Band, Grateful Dead
Who’ll Stop the Rain?, Creedence Clearwater Revival
You Can’t Always Get What You Want, Rolling Stones
Behind Blue Eyes, The Who
The End, The Doors
Truckin’, Grateful Dead

armageddon-rag-martin-gargoyleTitolo: Armageddon Rag
Autore: George R. R. Martin
Editore: Gargolyle
Dati: 2013 (1983), 478 pp., prezzo € 16,50

Acquistalo su Amazon.it

Robot & Frank: Il futuro è adesso

Frank è nell’età del pensionamento e vive da solo nella sua casa tra i boschi, in un tranquillo villaggio di provincia. Divorziato, i suoi figli si prendono cura di lui come meglio possono – chi, col sacrificio di lunghi viaggi in auto, lo va settimanalmente a trovare e chi lo videochiama spesso dall’altro capo del mondo. Ma Frank non è un pensionato qualunque ed ha una storia da raccontare. Specializzato in rapine di gioielli e beni di alto valore, il protagonista di Robot & Frank ha passato un periodo della sua vita in carcere scontando la sua pena. Dopo aver manifestato i primi segni di demenza senile, la sua malattia è andata ulteriormente peggiorando fino al punto in cui Frank finisce per fare irruzione nella propria casa, con l’intento di rapinarla, ritrovandosi poi a guardarsi attorno con aria confusa davanti alle fotografie di famiglia che lo ritraggono.

Davanti all’impossibilità di vigilare costantemente ed in persona sul proprio padre, il figlio di Frank decide di regalare al protagonista uno dei robot multiuso domestici più elaborati ed in voga del momento. Il robot – che per tutta la durata del film non vede mai nessuno dargli un nome diverso da Robot – si rivela subito molto disponibile e comprensivo dei bisogni di Frank, seppure venga accolto da quest’ultimo con grande scetticismo. Robot è un aiuto impagabile in casa: riassetta, pulisce, fa la spesa, cucina cibi salutari e programma per Frank una serie di attività che lo tengano impegnato e che aiutino la sua memoria a combattere la demenza senile. Frank, dal suo lato, si lascia lentamente sedurre dall’idea di avere un aiutante robotico attorno e impara a fidarsi e lasciarsi guidare dai suoi suggerimenti, compreso quello di iniziare un “progetto”, come un piccolo giardino. Vivendo assieme, non passa molto tempo prima che Frank realizzi che Robot non è solo capace di obbedire a degli ordini ma anche di imparare ad eseguire piccoli lavori manuali, come aprire un lucchetto o una serratura. Da quel momento, Robot & Frank diventa, più che la semplice associazione di umano e compagno robotico, il nome di una vera e propria banda di ladri. Robot vede il suo obiettivo raggiunto nel rinnovato impegno che Frank mostra nel tentativo di perseguire un progetto – che sia illegale, poco importa – e Frank sente di aver riconquistato il brivido di un tempo.

Robot & Frank – diretto da Jake Schreier e scritto da Christopher Ford, entrambi alla loro prima esperienza – è un tenero racconto di fantascienza e, assieme, il racconto di un amaro viaggio verso l’età anziana e la perdita di quanto più caro possa esserci nella vita, il ricordo e la consapevolezza dell’esistenza delle persone che si amano. Ambientato in un futuro più vicino di quel che si possa credere, dove i robot sono normalmente impiegati come aiuto negli ospedali e nelle case di cura nel ruolo di instancabili e pazienti assistenti, il plot è credibile, semplice, senza grandi colpi di scena e incentrato sui temi del rapido sviluppo della robotica e del suo utilizzo nella società civile, sull’importanza degli affetti e della famiglia in particolare, l’amore romantico.

Film realizzato con un budget piuttosto moderato e girato in soli 20 giorni, Robot & Frank non necessita di effetti speciali per commuovere e colpire. Sorprendente la scelta del tema, da parte di due autori così giovani come Schreirer e Ford, che scelgono di raccontare di un delicato periodo della vita, dal punto di vista di chi lo vive in prima persona (Frank) e chi gli sta attorno e cerca di essere di conforto (i suoi figli, la sua ex-moglie, lo stesso Robot). Delicato e toccante, assolutamente consigliato, anche ai non amanti della fantascienza.

Robot & Frank – USA, 2012

di Jake Schreier
con Frank Langella, James Marsden, Susan Sarandon, Liv Tyler, Peter Sarsgaard

Total Recall – L’altra faccia dei ricordi

Total Recall (Atto di forza) è il nuovo film di fantascienza firmato Len Wiseman, remake del Total Recall degli anni ’90 di Paul Verhoeven, che vedeva come interpreti principali Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone. Ispirato al racconto We can remember it for you wholesale  di Philip K. Dick, autore anche del celebre Minority Report, la nuova sceneggiatura poco rimanda al primo film, di cui conserva solo le basi della trama narrativa.

Douglas Quaid lavora in una fabbrica della Colonia, la quale comprende parte del territorio australiano. Quaid raggiunge il posto di lavoro viaggiando ogni giorno dalla Federazione Britannica Unita, il territorio madre, e servendosi di una metropolitana di ultimissima generazione, chiamata The Fall. Il resto del pianeta Terra è ormai disabitato e inaccessibile, in seguito a una tremenda guerra chimica che ne ha devastato i paesaggi. The Fall garantisce ai lavoratori della Colonia un viaggio rapido e confortevole attraverso gli strati più interni della terra, fino ed oltre il suo nucleo. Lussuoso e ultra-moderno mezzo di trasporto, The Fall diventa però presto il simbolo dell’insoddisfazione e dell’oppressione dei coloni, costretti alle dipendenze del regno madre soprattutto per ragioni lavorative. Il movimento di ribelli della Colonia lotta per l’indipendenza dal regno madre, ma la polizia di stato sopprime con violenza qualsiasi forma di protesta.

Estraneo alle vicende politiche e stanco del proprio lavoro di manovale, Quaid decide di visitare la Rekall, una società che promette di impiantare nel suo cervello nuovi ed eccitanti ricordi, artificialmente costruiti in modo da risultare sorprendentemente reali. Ogni set di memorie è associato a una personalità specifica e trasmette, nella mente che ne subisce l’impianto, la certezza di possederne le qualità fisiche e abilità. Quaid sceglie, quasi d’istinto, di farsi installare i ricordi di un agente segreto, ma l’operazione di impianto sul suo cervello non va a buon termine a causa del conflitto con alcuni ricordi autentici. Quaid scopre così di essere già stato alla Rekall ma di averlo inspiegabilmente dimenticato. Nello stesso momento, egli diventa il personaggio apparentemente più pericoloso e ricercato dagli agenti di stato.

Chiunque abbia visto il primo film, sarà sorpreso di quanto questo differisca dal nuovo Total Recall – anche tralasciando la dissomiglianza che più salta all’occhio, i muscoli dell’affascinante Colin Farell. Ma il Quaid di Paul Verhoeven non è solo pronto a sferrare pugni; personaggio bonario ma riflessivo, a tratti caratterizzato da curiosità infantile e genuino stupore, il primo Quaid si domanda continuamente cosa sia vero e cosa sia solamente immaginato, quali ricordi siano reali e quali le esperienze caricate elettronicamente nel suo cervello, vivendo un conflitto interiore che lo porta a non fidarsi mai completamente di se stesso. Il Quaid interpretato da Colin Farell, invece, appare più rassegnato alla propria natura ambigua, che non combatte e su cui, alla fine, poco si interroga. I volti che lo scrutano sembrano familiari e ispirano fiducia, schierarsi dalla parte del “bene”, di chi lotta per l’indipendenza, appare quasi da subito la scelta più ovvia. Come a indicare che il conflitto interiore non più rubare preziosi minuti di pellicola alle importanti scene d’azione.

Per trasformare il suo prodotto da thriller psicologico a film d’azione, il regista sembra fare uso delle migliori tecnologie in campo cinematografico. Le spettacolari scene d’azione – indubbiamente l’aspetto peculiare dell’intero film – sono avvincenti e convincenti, ma lasciano ben poco spazio agli altri elementi della narrazione. Di fatto, il nuovo Total Recall soffre della mancanza di una vera e propria sceneggiatura. Il plot, di cui si tracciano solo pochi segni, lasciati più che altro come cornice ai numerosi combattimenti corpo a corpo, non si può dire che goda di quella potenza narrativa capace di regalare agli spettatori attimi di riflessione o stupore. L’originario viaggio su Marte (presente nel film di Verhoeven) è inspiegabilmente sostituito con un ben più “economico” viaggio in Australia (la Colonia), con la conseguenza che le scene in cui la storia si sviluppa non sono dominate da un intenso e caratteristico color ruggine, non si parla mai di viaggi nello spazio e si sorvola quasi completamente sull’incontro con esseri mutanti. Originariamente, la dipendenza della colonia Marte dalla madre Terra è legata alla disponibilità di ossigeno, che costituisce la condizione base dell’esistenza e viene venduto a caro prezzo. Mentre questo aspetto riconduce al caro tema fantascientifico della colonizzazione dello spazio, la scelta di fare dell’Australia una colonia oppressa fa assumere al film una lieve sfumatura politica. Il tema scientifico è ripreso sostanzialmente dall’uso dell’ascensore che attraversa il nucleo terrestre e sperimenta l’inversione di gravità, dalle automobili che gravitano veloci in aria invece che toccare l’asfalto e dai numerosi robo-agenti sempre pronti a sedare le rivolte dei ribelli. Inoltre, nel primo film, è la mancanza di ossigeno su Marte che spiega la presenza dell’alta percentuale di individui mutanti, i quali hanno sviluppato nuovi caratteri somatici nel tentativo di sopperire alla mancanza dell’elemento vitale. I mutanti terrestri della Colonia nel nuovo Total Recall sembrano, al contrario, lasciati lì per caso, come scherzo dell’evoluzione umana futura. Come ultima nota, la popolazione terrestre del remake è principalmente composta da umani dai lineamenti asiatici e le scene sono dominate da negozi e night club dalle brillanti insegne con scritte in cinese. Particolare a cui, molto probabilmente, non si sarebbe pensato nel 1990.

A chiunque si consideri un amante delle storie di Dick, del primo Total Recall o – perché no – di Schwarzenegger, consiglio dunque di entrare al cinema abbandonando la speranza di guardare un thriller psicologico fantascientifico. Se la messa in scena dei più noti libri di fantascienza lascia spesso, almeno nel mio caso, l’amara delusione che viene nel constatare come gli aspetti più interessanti della narrazione vengano spesso tagliati fuori dalle scene, questo è particolarmente vero nel caso di Total Recall. Se, invece, siete appassionati di film d’azione, soprattutto se ambientati nel futuro – è sempre interessante vedere una realizzazione di un possibile “futuro” – e dalle spettacolari scene di inseguimento e combattimento, Total Recall vi terrà sicuramente inchiodati alle poltrone. Fino all’ultimo colpo.

Total Recall – USA, 2012
di  Len Wiseman
Con Kate Beckinsale, Bryan Cranston, Colin Farrell, Jessica Biel, Bill Nighy.
Sony Pictures – 120 min.

Fantascienza introspettiva

La fantascienza ha da tempo dimostrato di poter offrire storie avvincenti e al tempo stesso ricche di tematiche significative. Più che alle caratteristiche del genere, ciò è dovuto alle doti di alcuni grandi autori che ne hanno decretato il successo, da Aasimov a Bradbury passando per Dick e Gibson, solo per citarne alcuni. Fin dagli anni ’60, Ursula Le Guin ha occupato un ruolo di primo piano in questa cerchia di grandi scrittori, vincendo cinque premi Hugo e sei premi Nebula, trattando temi come pacifismo e femminismo, e riuscendo a raggiungere anche i non appassionati del genere.

La recente ristampa di uno dei suoi primi libri, La città delle illusioni, per le edizioni Gargoyle, è un’ottima occasione per conoscerla. Il libro, uscito per la prima volta in America nel 1969 (in Italia nel 1986) fa parte del Ciclo dell’Ecumene ma la lettura dei testi precedenti non è necessaria. Al centro della vicenda c’è la solitudine di Falk, una creatura umanoide, costretto da una totale perdita di memoria a intraprendere un viaggio alla riscoperta di sé stesso. Questo viaggio lo porterà ad attraversare foreste, fiumi e montagne di una Terra che, in un lontano futuro, è popolata da piccole comunità sparse, dominate dai misteriosi e temuti Shing. Sarà proprio arrivando alla città in cui essi vivono, la mitica Es Toch, che il protagonista dovrà confrontarsi con due opposte verità, in un gioco di illusioni e inganni la cui posta è la sopravvivenza della propria specie.

La Le Guin costruisce una trama avvincente che si svolge con linearità e che può contare su personaggi credibili, dotati di spessore anche quando si tratta di semplici comprimari. Suo grande merito è quello di riuscire a rendere partecipe il lettore del travaglio interiore del protagonista, diviso tra nuovi e vecchi ricordi, e costretto ad affrontare verità contrastanti, verità artefatte, verità parziali. Con il suo stile asciutto ed espressivo, l’autrice ci racconta un’avventura fantascientifica a suo modo singolare – poca tecnologia, tanta natura – toccando, al tempo stesso, i temi dell’identità, del razzismo, del controllo della conoscenza come strumento di dittatura.

Titolo: La città delle illusioni
Autore: Ursula K. Le Guin
Editore: Gargoyle
Dati: 2012, pp. 215, euro 12,90

Acquistalo su Webster.it

Amore e duelli nel crepuscolo di pianeti lontani

Uscito nel 1979 con Armenia e nel 1994 con Fanucci con il titolo La luce morente, Dying of the light (1977) è il primo romanzo pubblicato da George Martin. La casa editrice Gargoyle lo ripropone adesso, cambiandone il titolo in un discutibile In fondo al buio. Chiaramente si cerca di cavalcare l’onda del successo dell’autore di Bayonne, che proprio in questi giorni si gode la messa in onda della seconda stagione della serie tratta dal suo capolavoro, Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. Intento più che comprensibile, se non fosse che la presenza di occasionali refusi e di alcune sviste traduttive sembrano suggerire una certa fretta nella preparazione di questo libro.

Dirk t’Larien riceve un messaggio da Gwen. Un tempo si amavano, poi lei lo ha lasciato. Ora, però, gli chiede di raggiungerla su Worlorn, un pianeta vagabondo ai confini dello spazio, e Dirk lo fa, spinto da sentimenti non ancora sopiti. Verrà così a conoscenza del nuovo compagno di lei, Jaan, proveniente da un altro pianeta – Alto Kavalan – e seguito dal fido Garse. Soprattutto, Dirk si scontrerà con la cultura di questi due uomini, una cultura rigida e marziale incentrata sul concetto di clan, sulla lealtà fra compagni e sulla sottomissione della donna. Rivalità affettive e scontro culturale, ce n’è abbastanza per dar fuoco alle polveri del dramma. Siccome abbiamo a che fare con Martin, poi, le cose si complicano ulteriormente; i personaggi sono tutti ricchi di sfaccettature e di motivazioni contrastanti, irrequieti, sempre in cerca di qualcosa che non riescono ad avere, che si tratti di amore, rispetto, lealtà, cambiamento. Tutto ciò dà vita a un intreccio di relazioni in continuo cambiamento col quale Martin gioca molto, allontanando e riavvicinando i personaggi, creando crisi che sembrano alleviarsi, mantenendo un costante stato di tensione che vibra per tutto il libro, fino all’ultima pagina. Impossibile non vedere, in questo, i semi di ciò che l’autore svilupperà anni più tardi e su una scala più vasta con Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. In questo scenario, l’atmosfera del pianeta ha un ruolo importante: dominato da una gigante rossa chiamata Grasso Satana e dalle sei stelle minori che vi orbitano attorno, Worlorn è un pianeta morente, abbandonato da gran parte dei suoi abitanti, destinato al freddo e all’oblio. Questa malinconia ambientale, la solitudine e il senso di tragedia che gravano su tutti i personaggi, i temi del duello e della caccia non possono non richiamare i toni del western crepuscolare, che Martin riesce a combinare con maestria con l’atmosfera fantascientifica. Dove il meccanismo rischia di incepparsi è quando l’autore infarcisce i dialoghi di informazioni sull’ambientazione da lui creata, non senza un certo autocompiacimento. Se da un lato ciò è necessario per entrare nelle logiche che governano le azioni di Jaan e Garse, dall’altro l’eccesso di infodump talvolta soffoca il ritmo dei dialoghi e in alcuni casi genera un vago senso di confusione.
Nonostante certi difetti, però, In fondo il buio è senza dubbio un romanzo interessante, vuoi per la storia avvincente, vuoi per l’introspezione psicologica credibile e drammatica, vuoi per l’approccio crepuscolare alla fantascienza, vuoi per la forza dei personaggi e delle loro motivazioni, vuoi per l’interessante invenzione della società di Alto Kavalan. Un Martin grezzo ma già talentuoso, che vale sicuramente la pena conoscere.

Titolo: In fondo il buio
Autore: George R. R. Martin
Editore: Gargoyle
Dati: 2012, pp.364, euro 16,90
Acquistalo su Webster.it

Città vicine e lontane

C’è la città e la sua gemella, separate e unite al tempo stesso; coesistono ma non possono interagire. Niente mondi paralleli, né universi alternativi, la spiegazione è molto più semplice: Besźel e Ul Qoma, figlie della catastrofe post-sovietica e di una serie di eventi storici poco chiari, sorgono sullo stesso agglomerato urbano ma hanno diverse leggi, usanze, lingue, addirittura modi di camminare. Soprattutto, ogni interazione fra di loro è considerata un crimine grave, punibile con l’intervento della misteriosa e temuta Violazione. Anche solo il guardare un cittadino dell’altra città è proibito. Per questo gli abitanti di entrambe le città vengono addestrati fin da piccoli nella sottile ed elusiva arte del “disvedere” ciò che appartiene a una realtà diversa, benché così vicina. Non fa eccezione Tyador Borlù, ispettore della Squadra Crimini Estremi della polizia di Besźel, che, suo malgrado, si ritrova fra le mani un’indagine che affonda le sue radici nella complicata interazione fra le due città, la loro storia e i loro misteri.

Su questo spunto singolare e intrigante, China Miéville costruisce una detective-story quanto mai classica, ricca di venature paranoiche, con un intreccio politico-economico che si rivela più grande del previsto e un protagonista costretto a varcare i confini nei quali è stato rigidamente confinato per tutta la vita. L’impianto narrativo si rivela solido e ben ritmato, con una galleria di personaggi non troppo caratterizzati ma credibili e più che mai funzionali per quanto riguarda il loro ruolo nella storia. Peccato che l’unica eccezione sia proprio il protagonista, che non brilla per carisma e necessita della presenza dei tre comprimari – la brillante Corwi, il burrascoso Dhatt e il compassato Ashil – che si alternano al suo fianco nel corso dell’indagine, per sostenere adeguatamente il peso della storia.

Anche la narrazione in prima persona si dimostra una scelta non sempre azzeccata perché se da un lato non riesce a creare la giusta empatia fra Borlù e il lettore, dall’altro rende più macchinosa la spiegazione della complessa relazione fra le due città. Entrare nell’ambientazione creata da Miéville non è, dunque, cosa facile ma, una volta accettate le regole del gioco, La città & la città si rivela una lettura piacevole, che non si limita a raccontare una storiella ma riesce anche, usando un’idea originale, a dare interessanti spunti di riflessione sulle possibili derive delle relazioni sociali umane.

Titolo: La città & la città
Autore: China Miéville
Editore: Fanucci
Dati: 2011, pp.362, euro 12,90

Acquistalo su Webster.it