The Art of Punk: l'identità visiva di Black Flag, Crass e Dead Kennedys

My name’s Raymond Pettibon and I designed this motherfuckin’ thing. […] To depict the name “Black Flag”… 90% of the motherfuckers would come up with the same scheme, you know?
Raymond Pettibon, artista, ideatore del monicker “Black Flag” e autore del “four bars” logo

I live not far from 8th street, you know, there’s still old-style punks on 8th street, and every now and again I’d see someone wearing the Crass symbol, and I’d think “Oh, I should go and say hello”, you know, I should say “Oh, excuse me young man, do you know that I designed that logo?”, and they’d be like “Piss off, grandad!”
Dave King, graphic designer, autore del logo dei Crass

Art is plagiarism, you know… and that’s what so exciting and wonderful about it. You take something and you push it up a different avenue, and you make it, you know, say some more.
Gee Vaucher, artista, collaboratrice dei Crass

I don’t think it’s a totally genius idea, I don’t think it’s a masterpiece, it’s just a little, clever, kinda angular symbol. I’m shocked that it still is around, I’m shocked that there’s people who appreciate it, I’m shocked that the movement actually lasted a whole lot longer than hippie-dippie trip, or the beatnick scene.
Winston Smith, collage artist, autore del logo dei Dead Kennedys

Il connubio tra arti visive e musica rock vi affascina? Siete tra coloro che amano gettarsi nella più selvaggia mosh pit, incuranti delle anfibiate che potrebbero da un momento all’altro arrivarvi in pieno muso, facendovi saltare due incisivi? Come degli adolescenti continuate a scarabocchiare su qualunque superficie vi capiti a tiro le quattro minacciose barre nere che identificano in modo univoco i Black Flag, o il tagliente monogramma dei Dead Kennedys, o il simbolo dal sapore quasi militarista dei Crass? O magari ve li siete tatuati sul braccio, sulla schiena, sul collo, o in altri posti meno adatti ad essere esibiti in pubblico? Oppure siete semplicemente curiosi di sapere cosa si cela dietro questi celebri emblemi, e in che modo essi riflettono l’ideologia e l’attitudine punk delle band che li adottarono, il tutto mentre vi ascoltate una manciata di riff al fulmicotone, di quelli che ormai non si sentono quasi più?

Bene, abbiamo quello che fa per voi: appena qualche giorno fa, infatti, è stato pubblicato su MOCAtv, canale YouTube del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, il terzo e ultimo (per ora?) documentario della serie The Art of Punk, e abbiamo pensato che fosse cosa buona e giusta, oltre che gradita a voi fedeli lettori di AtlantideZine, offrire una panoramica di questa interessante, ancorché troppo breve, webserie.

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The Art of Punk nasce da un’idea di Bryan Ray Turcotte (al quale Vice ha dedicato un’intervista proprio un paio di giorni fa), testimone diretto, sia da musicista che da fan, della scena punk californiana, e soprattutto meticoloso collezionista di flyer promozionali di concerti punk. Nel corso degli anni Turcotte ha accumulato un’enorme mole di manifestini e poster di concerti, costruendo una sorta di memoria visiva del movimento, ed è stato bravo ed intraprendente nel saper unire l’utile al dilettevole attraverso la fondazione della casa editrice Kill Your Idols, specializzata nell’organizzazione di mostre e nella pubblicazione di raccolte di tutto ciò che è legato alla cultura punk, tra le quali spicca il volume Fucked Up + Photocopied che vedrete bruciare nella sigla di apertura dei tre documentari in questione. Affascinato dalla simbiosi tra musica e arti visive che ha accompagnato la controcultura punk sin dagli albori, Turcotte, in collaborazione con il fotografo, produttore e filmmaker Bo Bushnell, ha creato, prodotto e realizzato per MOCAtv i documentari che compongono la serie, un progetto dedicato alla storia musicale ed artistica di tre band seminali di quella scena musicale/culturale che tra la fine degli Anni ’70 e l’inizio degli Anni ’80 mise a ferro e fuoco gli Stati Uniti e il Regno Unito: i Black Flag e i Dead Kennedys, pionieri dell’hardcore tra SoCal e Bay Area, e i Crass, padri dell’anarcho-punk inglese. Sono tre band, queste, il cui ben noto furore sonoro ha trovato degna controparte nella violenza iconoclasta e nell’ironia insolente del proprio repertorio iconografico. Tre band capaci di combinare la forza di entrambi i codici espressivi in un furibondo attacco alla cultura mainstream, e canalizzare così la rabbia e la frustrazione di una generazione orfana dei sogni coltivati durante il decennio precedente, calpestati e soffocati dal liberismo senza freni che proprio in quegli anni, assumendo le minacciose forme della famigerata reaganomics e dall’autoritarsmo thatcheriano, gettava le basi della sua lunga, e fino ad ora incontrastata, egemonia.

artofpunkflyerThe Art of Punk è un frenetico viaggio che in sole tre fermate si propone di andare alla ricerca delle radici del punk e alla scoperta della sua cifra estetica, un viaggio durante il quale Turcotte e Bushnell raccolgono le testimonianze dei protagonisti di quell’irripetibile periodo e provano a ricostruire la genesi dello stretto legame che intercorre tra l’espressione musicale, l’ethos, l’ideologia politica e lo stile della comunicazione visiva adottato da queste band. Prendendo le mosse dal design degli iconici loghi, The Art of Punk finisce per sviscerare la filosofia sottostante l’adozione di quell’inconfondibile aspetto grafico che caratterizza tutti gli artefatti materiali riconducibili al movimento punk, dalle fanzine ai flyers ai manifesti dei concerti, passando per le copertine dei dischi e delle t-shirt, un patrimonio artistico le cui componenti fondamentali sono felicemente riassunte nelle parole di Jello Biafra, mente dei Dead Kennedys:

From the very beginning punk’s visual art was deliberately simple, DIY, anybody could make it if you had a demented enough brain. All it took was scissors or razorblade and some glue, and you could make collages […] We don’t need complicated stuff, we can just make it all by ourselves, and one wicked idea, especially one that’s gonna offend almost everybody who sees it, that’s the way to go.

I tre ritratti sono brevi, brevissimi — il più lungo dura poco più di ventri minuti, gli altri non arrivano al quarto d’ora — e costruiti in modo abbastanza canonico giustapponendo frammenti di interviste ad esplosioni sonore perfette per sottolineare la potenza delle immagini, eppure riescono a tratteggiare in modo sorprendentemente efficace la storia delle band e le circostanze che portarono alla creazione di un movimento in grado di veicolare il proprio messaggio radicale e la propria ribellione tanto attraverso il materiale sonoro, fatto di musica e testi iperaggressivi, quanto per mezzo di precise scelte grafiche ed estetiche altrettanto oltraggiose.

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Attraverso le testimonianze dirette degli artisti (Raymond Pettibon, Winston Smith, Dave King e Gee Vaucher), dei musicisti (fanno la loro comparsa Henry Rollins, Penny Rimbaud, Jello Biafra, e, in rappresentanza del nucleo originario dei Black Flag, Keith Morris e Chuck Dukowski), e di vari personaggi in un modo o nell’altro associati al movimento ed indelebilmente influenzati da esso (Flea, l’artista pop surrealista Tim Biskup e lo skater Steve Olson, giusto per citarne alcuni), emerge quanto il discorso musicale portato avanti da queste band fosse legato in modo inestricabile alla loro identità visiva declinata nei loghi, nelle copertine, nelle illustrazioni dei poster. È il caso della simbiosi tra i Black Flag e i Raymond Pettibon, artista legato alla band non solo da vincoli familiari, ma soprattutto dal ruolo fondamentale che i suoi disegni a china ebbero nella costruzione di tutto l’immaginario che si cela dietro il nome “Black Flag”, attraverso i quali potrebbe aver fornito un contributo addirittura più sostanziale di quello, in verità già piuttosto egregio, dato con l’invenzione del monicker e la creazione grafica del logo. È anche il caso della profonda comunione di intenti, a partire dalla fiducia riposta nell’efficacia comunicativa del collage come forma di espressione visiva, tra Winston Smith e Jello Biafra, corresponsabili del caotico e provocatorio messaggio dei Dead Kennedys. Ed è, in misura forse addirittura maggiore, senza dubbio il caso di Gee Vaucher, le cui sperimentazioni artistiche, e in special modo i suoi collage, furono essenziali nell’esprimere la poetica (e l’ideologia politica) dei Crass, in modo così decisivo da farne un membro effettivo della band di Penny Rimbaud, oltre che una figura di spicco di tutto l’ambiente creativo che orbitava intorno alla Dial House e dell’arte militante in generale. (Senza trascurare l’improbabile figura di Dave King, che per modi e portamento parrebbe essere un personaggio totalmente alieno alla scena punk inglese di fine Anni ’70. D’altra parte, come ben dice il tattoo artist newyorkese Scott Campbell, “if you’re envisioning a tough punk rock persona, a british graphic designer is the last thing that comes to mind”).

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Magari i puristi (ci sono sempre dei puristi) obietteranno che l’impostazione grafica dei tre video non sia sufficientemente “punk”, ma che sia, al contrario, schifosamente patinata. È potrebbero anche avere ragione, perché The Art of Punk, nel suo slancio celebrativo, pesca a mani basse tra i cliché di quella stessa estetica che si propone di indagare, peccando in un certo qual modo di conformismo, che nel codice morale del punk praticante ci risulta essere un peccato capitale la cui gravità è di poco inferiore all’aver votato per Maggie Thatcher. Il lettering del titolo realizzato con i caratteri ritagliati dai giornali, le immagini accostate in disordinati collage, l’uso e abuso di tutto quel campionario di effetti che puntano a creare un’artificiale aura lo-fi (le finte sfocature, le finte bruciature della pellicola, e l’infinita gamma di imperfezioni, graffi, tagli e salti di quadro): gli stilemi prevedibili sono senza dubbio abbondanti. E anche la glorificazione dell’aspetto grafico dei loghi, la loro trasformazione in brand, potrà sembrare quasi un testacoda ideologico: cosa c’è di meno punk del trasformare il logo della propria band in un brand, alla stregua di una qualsiasi corporation? Magari ci si può rassegnare e ammettere che è così che va il mondo, la battaglia è persa, i cattivi hanno vinto, e pazienza. (D’altra parte, inutile stupirsi: il funerale del punk è stato celebrato dagli stessi Crass svariati decenni or sono). Oppure la si può guardare in altro modo, e ci vengono in soccorso ancora una volta le parole di Jello:

I am not a brand, I am a person! But at the same time I recognize that THAT thing is a precious thing to be respected, used wisely, always go for something that’s gonna grab people.

che ben si sposano con la chiosa conclusiva di Winston Smith:

[Still hoping that] people will continue to utilize it as a symbol of  “stand up, don’t sit down”. Like I said, we may not win, but let’s not go down without a fight.

Insomma, magari i tre video non diranno nulla di nuovo a chi già apprezza le band (o magari le detesta) e ne conosce vita, morte e miracoli. Ma a noi sono piaciuti, e magari sbagliamo, ma ci pare che l’attitudine sia quella giusta, e che il progetto trasudi passione sincera e genuina. Anzi, ci sono piaciuti così tanto che vorremmo vederne molti altri: non si meritano forse le loro piccole monografie anche Discharge, D.R.I., Circle Jerks, Agnostic Front, Suicidal Tendencies, D.O.A., Cro-Mags? Chissà. Per adesso, godiamoci questi.

I. The Art of Punk – Black Flag: The Art of Raymond Pettibon

II. The Art of Punk – Crass: The Art of Dave King and Gee Vaucher

III. The Art of Punk – Dead Kennedys: The Art of Winston Smith

Light Up Gold dei Parquets Court – energia punk-rock da NYC

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Light Up Gold dei Parquets Court, neo band garage-punk-rock di New York City, è un disco che ti prende per i capelli fin dal primo minuto di ascolto. L’incipit, formato dalla doppietta Master Of My Craft e Borrowed Time, trascina l’ascoltatore in un vortice di chitarre e batteria tra i più coinvolgenti da qualche tempo a questa parte. La band, capitanata da Austin Brown e Andrew Savage, e ispirata da numi tutelari come Sonic Youth e The Feelies, ha sfornato un album diretto e senza fronzoli: liriche urlate, schitarrate decise e batteria pestata. Risultato, un flusso sonoro compatto, formato da quattordici canzoni che raramente superano i due minuti e mezzo (tranne nel caso della bellissima Stoned And Starving, una specie di manifesto poetico della band; e di Tears Of Plenty, traccia finale dell’album, anch’essa da inserire tra gli highlights) e che arrivano sincere all’orecchio dell’ascoltatore. Uscito in poche copie in Usa per la Dull Tools, Light Up Gold, viste le sperticate lodi che si è preso da più parti, si prepara a essere distribuito in maniera più massiccia (si fa per dire) dalla What’s Your Rupture (stessa label degli Iceage, per intenderci). Un disco fatto di sudore e fattanza, un disco rock’n’roll duro e puro. Cinque alto per i Parquets Court.

http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=2771242743/size=venti/bgcol=FFFFFF/linkcol=4285BB/

Deep through the ages #3 – 1982

Siamo alla terza tappa del nostro piccolo viaggio da un decennio all’altro, la tappa più difficile: dopo il favoloso 1962 e l’imperioso 1972 si entra negli anni ’80 di cui, francamente, non sono un grande fan. Sì lo so, sugli anni ’80 ci sono tanti pregiudizi, sono molto meglio di come  li si dipinga, c’era un movimento underground fantastico eccetera, direte voi. Avrete pure ragione voi, ma dal canto mio se devo dire la verità individuare gli otto migliori dischi del 1982 non è stato un compito facile; se nei decenni precedenti (e nei successivi) il problema è stato l’imbarazzo della scelta, quì il materiale scarseggiava, quantomeno stando alle mie conoscenze musicali. La cosa si è allora trasformata in un’opportunità, un modo per scoprire qualcosa di nuovo dal suddetto undergound anni ’80. E allora tanto meglio così.

Del resto da noialtri il 1982 non è ricordato tanto per la musica, con Michael Jackson che dominava le classifiche con Thriller, ma per Paolo Rossi e i gloriosi Campionati Mondiali di Calcio spagnoli, che ve lo dico a fare? Per il resto, guerra nelle Falkland, guerra in Libano, i personal computer cominciano a diffondersi e la società ricorda Marylin Monroe a 20 anni dalla sua tragica scomparsa. E in un mondo dominato da gente come Margareth Tatcher e Ronald Reagan la gente è arrabbiata, il punk si diffonde a macchia d’olio e gruppi metal composti da sbarbati capelloni con jeans attillati inneggiano a Satana e roba di questo genere. Eppure molti li rimpiangono, gli anni ’80. Come dicevo però, ho dovuoto scavare, cercare, ascoltare e scoprire roba nuova, ma in fondo ne è valsa la pena, eccome: sono molto soddisfatto degli otto dischi elencati qua sotto, date un’occhiata, ascoltate e se è musica che non conoscete o lontana dai vostri ascolti usuali, provate a dargli una chance.


  • The Cure – Pornography

The Cure - Pornography

  • Bruce Springsteen – Nebraska

Bruce Springsteen - Nebraska

  • Iron Maiden – The Number of the Beast

Iron Maiden - The Number of the Beast

  • The Clash – Combat Rock

The Clash - Combat Rock

  • The Fall – Hex Enduction Hour

The Fall - Hex Enduction Hour

  • Elvis Costello – Imperial Bedroom

Elvis Costello - Imperial Bedroom

  • The Gun Club – Miami

The Gun Club - Miami

  • Dead Kennedys – Plastic Surgery Disasters

Dead Kennedys - Plastic Surgery Disasters

Al mio fratellino piacciono i 90's

Va bene, fino ad ora abbiamo scherzato, temporeggiato direi. È il momento di togliere il velo a questo 2011 e di parlare di album decisamente importanti, di quelli che per freschezza e vitalità probabilmente verranno ricordati a lungo. È il caso dell’album d’esordio degli Yuck, quartetto londinese che strizza l’occhio alla musica d’oltreoceano. Periodo di riferimento: i gloriosi anni ’90. Fuzz e chitarre distorte condite da melodie appiccicose possono dare l’idea dello stile generale dell’album.

Mi era capitato di vedere gli Yuck nell’esatto momento del mio arrivo a Milano. La Camper insieme a Vice organizzava degli showcase in cui ogni venerdì chiamava una band a esibirsi. E i primi della lista erano stati proprio gli Yuck, quando all’attivo avevano solo un paio di canzoni tutte scaricabili gratuitamente dal loro blog. E, devo dire, l’impatto con la band inglese era stato molto positivo: dal vivo i quattro ragazzi (sono tutti intorno ai vent’anni) le avevano, come si suol dire, fatte vedere. Buon attitudine al palco, ottimi suoni senza, come spesso accade per queste band che amano il rumore, buttarla in caciara, anzi. Potenza e tenerezza allo stesso tempo. Una carezza in un pugno, direbbe Celentano.

Ed è esattamente quello che accade in questo album omonimo uscito proprio qualche giorno fa in USA (in Europa uscirà il 22 di febbraio) per i tipi di Fat Possum. L’apertura è di grande impatto, con i primi tre pezzi gli Yuck fanno subito capire cosa sanno fare mettendo l’accento da subito su tutti i loro pregi. Get Away e The Wall trascinano con il loro andamento sostenuto mentre Shook Down ci mostra l’altro lato della medaglia, addirittura quasi twee. Dopo una tripletta così si potrebbe pensare a una pausa. Invece no, questo era solo il riscaldamento, dalla quarta traccia in poi il disco entra nel vivo. Ed ecco dunque il singolo Holing Out seguita dalla zuccherosa Suicide Policeman per poi continuare con il power pop contagioso di Georgia e la sublime malinconia di Suck. Operation invece è un inno ai Sonic Youth più diretti, un pezzo che conquista per il suo essere diretto, mentre Sunday ricorda gli Smashing Pumpkins più “allegri” (quelli di Today per intenderci). Ma il disco termina con Rubber, un pezzo di oltre sette minuti in cui, lentamente, Blumberg e Bloom (i due chitarristi) incalzano il ritmo. Ed è qui che il contrasto tra fuzz e melodia si fa al contempo più aspro e interessante portando alla mente le ultime produzione degli Yo La Tengo.

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Yuck: Georgia by theharro

Insomma un album perfetto sembrerebbe. Eppure una punta di scetticismo rimane. Il revival anni ’90 sembra fin troppo esplicito in questo lavoro, pare una roba studiata a tavolino e poco spontanea. A cominciare dal nome (Yuck in inglese è un espressione colloquiale che comunica disgusto – il nostro puah! Per intenderci) che riporta a un ben definito immaginario, passando per l’artwork,  il video di Holing Out e  il look dei quattro. Insomma c’è qualcosa che non torna. Però, mi dico, a noi cosa importa? Le canzoni sono belle? Dal vivo se la sanno cavare? Bene, ci basta questo. Gli Yuck ci piacciono e molto.

Yuck – Holing Out from Yuck on Vimeo.

Let the Sleigh Bells ringing

Allora, premetto che sono andato a questo concerto bardato di tutti i preconcetti possibili che si possono avere per le band esordienti che godono, almeno secondo me, di un hype del tutto ingiustificato, dettato probabilmente dal fatto che qualche redattore di Pitchfork quella mattina si fosse svegliato con velleità pionieristiche, volte a identificare il nuovo giovanissimo divo da incoronare.

Detto questo mi vedo con un paio di amici a bere quei due/tre drink che possono riscaldare l’atmosfera e rendere, per quello che potranno, meno cocente la delusione. Sul comunicato c’è scritto che il concerto inizierà puntuale  e questa mi sembra subito una bella novità, insomma perché scrivere 21 e 30 se poi il tutto inizierà dopo più di due ore? D’altronde è pure sabato e vorrei rimanere, come da tradizione, ancora un po’ al baretto.  Ma bisogna andare tanto che, con utti i buoni propositi dell’occasione, riusciamo inevitabilmente ad arrivare mezz’ora dopo l’orario reclamizzato. Fortuna vuole però che il concerto non sia ancora iniziato quindi ci sistemiamo comodi comodi in fondo al Tunnel, tra il bar e il banchetto del gruppo. Il locale è mediamente frequentato, insomma c’è gente nonostante l’orario e fa piacere, decisamente.

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Sleigh Bells, “Tell ‘Em” by HuffingtonPost

Neanche il tempo di arrivare al bancone che il duo di New York sale sul palco caricando l’atmosfera di beat e chitarre elettriche distortissime. Gli astanti, tutti, iniziano a muovere la testa avanti e indietro in un tipico ballettare che fa molto anni’90, quello che, per capirci, si faceva ascoltando le rime dei Beastie Boys o le chitarre dei Sonic Youth. E il pezzo d’apertura, Infinity Guitars, proprio a un mix delle due band culto newyorkesi sembra ispirarsi. Il duo formato da Derek Miller alla chitarra et cetera e da Alexis Krauss alla voce inanella alla velocità della luce un pezzo dopo l’altro (Tell’em, Kids e Run the heart giusto per citare i brani più “famosi” tratti dal loro disco d’esordio Treats)  riuscendo a scaldare anche i più restii (cioè me).

E proprio mentre stavo esternando il mio giudizio positivo con un sempreverde “spaccano” ecco che, dopo appena trenta minuti, il concerto termina lasciandoci basiti. E questo perché? Per la sempre più feroce tendenza dei club milanesi a dover organizzare due eventi nella stessa serata. Morale: gli Sleigh Bells suonano trenta minuti scarsi dando l’anima (davvero positivi) e tu, che hai pagato dodici euro di biglietto, te ne vai a casa. Oppure paghi nuovamente rientrando per il secondo evento, giusto per continuare a berti il drink che in così poco tempo non eri riuscito a terminare.

Underground New York 1974 – 1978 [podcast]

La cantina del rock - Underground New York 1974/1978La cantina del rock in un’ora di trasmissione, in compagnia del giornalista musicale Roberto Calabrò, ripercorre la nascita a New York del punk e di una scena i cui semi malati sarebbero fioriti creando un vero terremoto musicale e culturale. Buon ascolto!

[audio:http://www.e-x-p.it/mp3/16rp.mp3|titles=Ascolta il Podcast]

Il punk prima del punk. La scena underground di New York alla metà degli anni Settanta fu la culla di trasgressioni, poesia rock e band irresistibili. Cinque anni che condensano il rock’n’roll a venire, cinque anni come ventata di aria nuova nella musica e nella cultura in generale. Prima del 1977 e dei Sex Pistols, i germi del punk avevano già attecchito altrove. Negli enormi spazi metropolitani di New York, dall’inizio degli anni ’70, l’underground musicale e culturale è in pieno fermento.

Lo storico locale Max's Kansas City in NYCSi parla di una scena all’inizio molto piccola, gravitante attorno a pochi locali, oggi entrati nella mitologia del rock’n’roll: CBGB’s, Max’s Kansas City, Mercer Arts Center. Oltraggiosi apripista del proto punk newyorchese sono le New York Dolls,  decadenti nella musica e trasgressivi nell’immagine, che riportano il rock’n’roll alla sua selvaggia primogenitura. Il vaso di Pandora è stato aperto. In pochi anni, alla metà degli anni Settanta, vengono fuori molte band dallo stile talvolta molto diverso, ma dal sound e dall’estetica terribilmente punk. E Punk è anche il nome di una fanzine creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeill ed uscita per la prima volta nel gennaio del 1976.

Da Wayne County ai Dictators, a Johnny Thunders che dopo le New York Dolls forma gli Heartbreakers e regala l’inno Born to Lose. La miccia è stata innescata e di lì a poco esploderà in mille rivoli musicali. Si spazia dal blitzkrieg rock’n’roll dei “Fast Four” Ramones alla sacerdotessa del punk Patti Smith, dal pop raffinato dei Blondie alle visioni acide e innovative dei Television. E poi la new wave che arriva con il canto disarticolato di David Byrne e dei Talking Heads e lo choc sonoro metropolitano dei Suicide. Fino al party rock’n’roll dei Fleshtones e alla loro travolgente carriera che li porta ancora oggi sui palchi di tutto il mondo.

Ramones (live)

La Cantina del Rock va in onda ogni sabato pomeriggio alle ore 18.30 su Radio Popolare Roma – FM 103.3 mhz, Roma e provincia – e ovunque in streaming: www.radiopopolareroma.it

Anarchy in Europe

I am an antichrist/I am an anarchist
Don’t know what I want/But I know how to get it
I wanna destroy the passer by/’Cause I wanna be Anarchy

La nascita della cultura (o subcultura) punk viene fatta risalire alla prima apparizione televisiva dei Sex Pistols, nel 1976, per il programma So it goes.
In realtà, oltreoceano,  già da qualche anno, la parola “punk” – termine dall’etimologia incerta che, in senso lato, vuol dire “teppista”, “imbroglione” – era diventata famosa, grazie a personaggi del calibro di Patty Smith e  Lou Reed. Ma pure alla nascita della rivista Punk, nel 1975.
Tuttavia, è proprio con i Sex Pistols, in Gran Bretagna, che viene istituzionalizzata. E identificata, sempre e comunque, come negazione stessa della cultura.
I punk non sono. Non hanno interesse per nulla, non hanno rispetto per le istituzioni, per la musica, nemmeno per loro stessi. E chi meglio dei Pistols poteva incarnare questo spirito nichilista?
Creati a tavolino dal vulcanico Malcom Mclaren, che aveva respirato l’aria di cambiamento negli Stati Uniti, i Sex Pistols non sanno suonare. Non sono artisti. Sono un vuoto da riempire. E Mclaren, manager da strapazzo ma genio incosueto e inconsapevole dell’immagine (e del marketing),  sa come riempirlo. I suoi abiti (e della moglie, la stilista Vivienne Westwood) sono ormai noti: magliette strappate o cucite male, frasi irriverenti e prive di significato, spille da balia. Jamie Reid intanto pensa a diffonderne il marchio: sua la famosa immagine della Regina Elisabetta con occhi e bocca coperti dal titolo della canzone “God save the queen”, ma anche moltissime altre illustrazioni: copertine di dischi, fanzine, flyer, manifesti per concerti.
Perché il punk, oltre ad essere uno stile di vita (vero o artificiale che sia) e un genere musicale, è soprattutto arte visiva. La vita dei punk è una vetrina, sempre sotto osservazione, è impossibile non farci caso. L’anonimato è la morte stessa del punk, esibizionista per definizione: per imbrogliare, ci vuole l’imbroglione e l’imbrogliato. E tutti devono conoscere il proprio ruolo.
Per questo motivo la diffusione delle immagini e dell’iconografia del punk, divengono il fulcro del movimento. La mostra a Villa Medici espone 550 oggetti, provenienti da collezioni private e pubbliche: abiti, fanzine, poster, volantini, disegni e collages, cover, filmati. L’intento è creare un percorso visivo che, in Europa, va dalla supposta nascita del punk fino al suo declino, agli albori degli anni ’80, con i Joy Division.
La prima sala è dunque interamente dedicata ai Sex Pistols e alle suggestioni create da Malcom Mclaren e Jamie Reid.

La seconda sala invece ci porta in Francia, con il collettivo Bazooka, “attivisti grafici” che hanno stravolto, alla fine degli anni ’70, la narrazione per immagini.
Dopo la collaborazione con Libération, interrottasi a causa degli scandali provocati dai loro disegni, fondano una rivista di culto, ormai introvabile, Un regarde moderne. Le illustrazioni, spesso sotto forma di strisce, sono agghiaccianti e provocatorie. Una presa in giro del Sistema, un pugno in pieno stomaco. Molte famose copertine di dischi sono state disegnate dai Bazooka. Che purtroppo scompaiono, o quasi, nel giro di pochi anni, a causa dei loro problemi con le istituzioni e con la droga.

Il movimento punk inizia così ad assumere connotazioni politiche, prima assolutamente rigettate. Con i Clash, cui è dedicato lo spazio successivo, il punk raggiunge una certa maturità, a livello di pensiero politico (appunto) ma anche di musica: i Clash sono infatti ottimi musicisti.

Ci sono poi incursioni nel resto d’Europa: l’Italia, l’Olanda, la Germania. In ogni paese il punk è un fenomeno a sé, ma ripropone gli stessi schemi.

Se è vero che il fenomeno è durato poco meno di 5 anni, tuttavia l’influenza del punk  continua a rivivere, sotto forme diverse, a volte più estreme, a volte edulcorate. In fondo, la velocità con cui si è esaurito il movimento fa quadrato con le vite bruciate da uno stile di vita insostenibile e con il ritmo inclazante delle canzoni, che spesso non arrivano a 2 minuti! E nonostante questo, molte icone del punk sono sopravvisute e si sono reinventate (nemmeno troppo): Patty Smith, Iggy Pop, lo stesso Johnny Rotten. E molti sono venuti ad imitarli (con risultati più o meno discutibili): i primi Green Day, i Bad Religion, gli Offspring.

La mostra è ospitata nella meravigliosa location dell’Accademia di Francia a Roma, sopra Trinità de’ Monti: una cornice di pura bellezza architettonica, che sembra quasi una presa in giro al punk. In realtà è un riconoscimento importante (su cui magari i Sex Pistols avrebbero sputato): una nuova dignità al genere. Purtroppo, la mostra è un po’ carente. Dimentica o tratta in maniera superficiale alcuni grandi artisti, dedicando invece due sale intere ai Pistols e ai Bazooka, soprattutto non riesce a dare una chiave di lettura né a creare una mappa mentale. Si tratta di una fredda esposizione di oggetti e illustrazioni, senza alcuna didascalia e senza contestualizzazione. Inoltre molte delle scritte sono in inglese, francese o olandese: insomma se non conosci le lingue e non sai nulla del punk, la mostra non fa per te. Peccato!

EUROPUNK La cultura visiva punk in Europa, 1976-1980
a cura di Éric de Chassey, con la collaborazione di Fabrice Stroun

Accademia di Francia a Roma – Villa Medici
Ingresso 6 euro

Dal 21 gennaio al 20 marzo 2011