Hai la mia spada. E il mio arco. E il mio libro. Difendere la Terra di Mezzo, di Wu Ming 4

La Terra di Mezzo illustrata da Barbara Remington

Che ti piaccia o no, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso – uno dei Grandi, in effetti – si chiama J.R.R. Tolkien. E non tanto perché, a sessant’anni dalla prima edizione de Il Signore degli Anelli, il successo di pubblico dell’opera tolkieniana non accenna a diminuire: quello è l’effetto, non la causa. Il vero cuore della grandezza di Tolkien pulsa più in profondità: semplicemente, qualunque compito o ruolo tu decida di attribuire a quel complesso sistema di valori e funzioni che chiamiamo Letteratura, l’opera di Tolkien sarà sempre perfettamente in grado di assolverlo. Bussola etica, specchio esistenziale, creazione di mondi alternativi, riflessione sul potere delle storie, strumento di comprensione e interpretazione del reale, tutto quello che vuoi: Tolkien non cederà mai il passo. All’alba del 2014 si direbbe che ormai dovresti essertene fatto una ragione. E invece.

E invece, se esistesse una Storia dei pregiudizi letterari, il capitolo su Tolkien starebbe senz’altro tra i primi cinque. Pochi autori hanno subito, lungo i decenni, altrettanti fraintendimenti, equivoci, mistificazioni, forzature interpretative, “sgambetti” critici, superficialità verso l’intero genere letterario di appartenenza (l’ultima pronunciata nientemeno che dall’alto pulpito di quel flop galattico chiamato Masterpiece), tante e tali da ribaltare drasticamente il significato intrinseco dell’intera opera tolkieniana. Da qui la necessità, ancora oggi, di difendere la Terra di Mezzo: impresa che richiede non più spade, asce o archi, ma profondità di pensiero e attenzione ai dettagli. E Wu Ming 4, nella raccolta di scritti su Tolkien pubblicata qualche mese fa da Odoya, dimostra di saper maneggiare sapientemente entrambe le armi.

Le questioni sul campo sono due: controbattere i tentativi cinquantennali della Critica Alta di sbarazzarsi di Tolkien relegandolo sotto l’etichetta vacua e informe di “letteratura d’evasione” e assegnando alla sua opera il valore poco più che folkloristico di rievocazione nostalgica del bel tempo andato traslato in un mondo d’invenzione; e cercare di capire per quale motivo, dopo Tolkien, si spalanchi un abisso che accoglie in sé centinaia di successori, ma nessun erede.

Per affrontarle a dovere, Wu Ming 4 decide di partire dall’inizio: tratteggiando la figura di Tolkien come medievista oxfordiano, imitatore – prima che narratore – di storie mitiche e inventore di nuovi linguaggi. Proprio nel linguaggio sta l’origine dell’epica tolkieniana: ribaltando la pratica che poi i suoi epigoni avrebbero necessariamente seguito, da buon filologo Tolkien prima diede vita a nuove lingue (sistemi linguistici embrionali, ma perfettamente coerenti e connotati, ognuno con peculiarità e sonorità proprie), e solo dopo si preoccupò di creare mondi complessi che quelle lingue potessero popolare di vita e leggenda. Ciò che in autori come Brooks o Martin è pura esigenza coloristica – l’introduzione di parole con suoni e grafie appropriatamente epiche – nell’opera tolkieniana diventa la genesi stessa dell’intera cosmogonia della Terra di Mezzo. Non a caso, nel Silmarillion il mondo si genera dalla musica e dai canti. Niente male per un autore di serie B, vero? Ma non finisce qui. Perché a ogni mondo mitico che si rispetti, oltre alle lingue, serve anche un’etica eroica: e per un’opera composta in anni che videro il mondo squassato dalla più grande guerra mai combattuta, l’argomento era piuttosto scottante.

Smaug around the Mountain - un'illustrazione originale di Tolkien per Lo Hobbit

Ancora una volta, l’origine dell’etica tolkieniana sta nel mondo che il suo autore conosceva meglio: il Medioevo e i cicli della mitologia germanica. Che promuovevano un’ideologia eroica incarnata in guerrieri desiderosi solo di annientarsi nel volere del proprio condottiero, vincendo battaglie o morendo nel tentativo. Peccato che l’annichilimento della personalità collettiva nella volontà del capo, negli anni in cui Tolkien rinsaldava le fondamenta del proprio universo leggendario, non avesse prodotto esiti granché invidiabili. Senza contare che la superficialità propagandistica con cui il Nazismo continuamente falsava l’essenza dei suoi adorati miti germanici irritava non poco Tolkien, da sempre fiero oppositore di ogni forma di segregazione razziale. Da cui la necessità di creare una nuova etica eroica, che doveva avere il proprio cuore non nell’obbedienza cieca a un capo, ma nel libero arbitrio del singolo individuo. L’epica tolkieniana è il racconto delle imprese di personaggi che procedono costantemente attraverso il dubbio e la necessità di scegliere tra una via o l’altra, in un’impresa in cui ogni passo in avanti conduce ad un bivio. Chi si adegua al vecchio modello eroico perisce, peggio ancora: rischia di trascinare alla rovina eserciti e città. Chi è insicuro, dubbioso, ma determinato ad andare avanti nel nome del bene comune, alla fine salverà il mondo.

Ed ecco che Tolkien, lungi dall’essere sinonimo di “escapismo”, può nuovamente rivestire a pieno diritto il proprio vero abito: quello di un autore così profondamente radicato nel proprio tempo da arrivare a proporgli un nuovo modello di comportamento. Riflettendo sul potere e le sue incontrollabili derive, sul libero arbitrio, sulla volontà di salvezza che solo nel bene collettivo può trovare la propria ragion d’essere; il tutto, ovviamente, raccontando storie straordinarie, complesse e intrinsecamente coerenti in un’unica visione d’insieme. E tutto ciò risponde anche alla seconda domanda: Tolkien non ha ancora trovato un erede perché nessuno è ancora riuscito a costruire una cosmogonia ugualmente “viva”, strutturata e suscettibile di infinite possibilità di sviluppo, oltre che sorretta da un’altrettanto profonda istanza etica.

Se poi tutto questo non dovesse bastarvi, nel libro di Wu Ming 4 troverete anche molto altro. Scoprirete, ad esempio, il caso “Tolkien in Italia”: vale a dire quel particolare filone interpretativo unico al mondo (e che il mondo non ci invidia: nessuno all’estero si è mai sognato di riprenderlo) con cui la critica italiana di destra ha pensato bene di leggere l’opera tolkieniana, sovrapponendovi un simbolismo fatto solo di parole che ha ridotto l’epica dell’Anello a un inno reazionario ai valori del Medioevo e del paganesimo. Oppure le letture cristiane, che fanno di Frodo una metafora di Cristo; o ancora, che l’influenza di Tolkien è stata così vasta che persino i Led Zeppelin, per dire, hanno seminato echi tolkieniani un po’ dappertutto. Imparerete a conoscere meglio gli Hobbit e il tipo di società a cui si ispirano. Il tutto con l’accompagnamento del bellissimo corredo iconografico che quasi ad ogni pagina affianca testo e immagine in un’armonia visiva che sempre di più caratterizza la produzione editoriale Odoya.

Un’unica avvertenza: questo libro nuoce gravemente ai pregiudizi letterari. Se credete che esistano letterature di serie A e di serie B, Difendere la Terra di Mezzo non fa per voi: non ci capireste niente. A meno che non abbiate voglia di spegnere i pregiudizi per un po’ e gustarvelo, come dicono i recensori delle riviste serie, “come fosse un romanzo”; finché, voltata l’ultima pagina, vi guarderete intorno e vi ritroverete con un punto di vista diverso su un sacco di cose. Che poi è proprio quello che succede con i buoni romanzi, e con i viaggi di avventure.

"Difendere la Terra di Mezzo" di Wu Ming 4 - grafica

P.S. Svariati minuti di applausi allo studio Brochendors Brothers, che ha realizzato la bellissima grafica di copertina. Sarebbe stato facile piazzare in bella mostra un uomo, un nano, un elfo, un bosco e chiuderla lì: ma le armi di Théoden re di Rohan che sorvegliano la brossura anteriore e l’Albero Bianco di Gondor in placida attesa in quella posteriore rappresentano esortazioni ben più efficaci, per chi si accinga a difendere la Terra di Mezzo. Chapeau.

"Difendere la Terra di Mezzo" di Wu Ming 4 - copertinaWu Ming 4
Difendere la Terra di Mezzo. Scritti su J.R.R. Tolkien
Odoya
2013, pp. 288, € 18,00

Cosa si nasconde dietro 'Il bacio di Jude'

1. Jude

Devo partire da una premessa. Il fantastico non è il mio campo, sono digiuno di fantasy e avrei qualche problema a descrivere l’avvento della narrativa Young-adult. Ma se è vero che crescere non cancella mai del tutto quel che siamo stati, proprio la letteratura ci consente di spaziare tra le età della vita superando le imposizioni anagrafiche. Non solo. Il realismo è un’accezione abusata, qualsiasi descrizione del reale lo ricrea e lo trasforma. L’unica criterio di verità di un’opera, sul piano formale, è l’adesione allo stile che ha permesso alla sua struttura di compiersi. Così succede che mi capiti fra le mani Il bacio di Jude, romanzo d’esordio di Davide Roma – ascrivibile all’Urban Fantasy secondo la dizione corrente. Ho iniziato a leggerlo con un certo scetticismo, poi le pagine hanno preso a voltarsi quasi da sole, e in breve tempo, senza il minimo sforzo, stavo terminando l’ultimo capitolo. Sarà forse che venivo da letture non proprio scorrevoli, quel tipo di libri che ti lasciano molto – non c’è dubbio – e spesso, tra le altre cose, anche un certo mal di testa e il desiderio di prendere una boccata d’aria. Questo ha rappresentato per me la storia di Jude: un’oasi di divertimento in un periodo, anche sul piano personale, non certo fra i più lievi.

2. AmberJude ama il cinema, la musica e vive a Twindale, una cittadina tranquilla vicino a Boston, Massachusetts. Ha diciassette anni e sta iniziando l’ultimo anno dell’High School. Ha due genitori che lo venerano, un amico nerd genialoide, Big Head, e un rivale dichiarato, Stradlater, il classico bullo della scuola. Senza darlo a vedere, Amber, una punk introversa e rossa di capelli, è innamorata di lui. Ma quando Jude vede la nuova arrivata, Emily, bionda ed eterea, si prende subito una “cotta colossale”. Jude mal sopporta le regole; in biblioteca, proprio durante una punizione, verrà a conoscenza di un fatto di sangue accaduto, molti anni prima, nel sotterraneo della villa dei suoi genitori. In quel sotterraneo scoprirà il suo passato e incontrerà il suo destino (forse, il destino del mondo). Il ragazzo è tutto meno che un essere umano come gli altri: «a diciassette anni tutti credono di esseri potenti. Invincibili. Immortali. Jude lo era davvero». Una società segreta, la Golden Dome, vuole servirsi di lui per asservire il mondo. Come dissero a Spiderman, «da un grande potere derivano grandi responsabilità»: riuscirà Jude a  governare il suo “demone”? Potrà essere “soltanto un ragazzo”? Qual è il misterioso legame con Amber? Soprattutto, saprà districarsi in un complotto internazionale dove niente è ciò che sembra?

3. EmilyIl realismo è un’accezione abusata, dicevamo sopra. Il soprannaturale, il fantasy, sono una chiave per rappresentare le inquietudini universali dell’adolescenza, l’ansia e la paura di diventare adulti, il tentativo di nascondersi e la rabbia di non riuscire ad esprimere quel che si è veramente. Essere, immortali, invincibili: non ci si sente così, da ragazzi, quando si vola sospinti dal primo amore? Se l’anima gemella fosse ad un solo passo, ma noi fossimo così ciechi da non vederla? Crescendo guardiamo in un’altra luce i nostri genitori, la scuola, il “sistema dei valori”. Siamo scossi dal dubbio che la nostra strada sia stata dettata da altri, dall’idea di quel che dovevamo essere più che dalla ricerca di una vera attitudine. Jude è Shaitan, Jude è solo un ragazzo.

Non sono un esperto di Young Adult, d’accordo, ma qualche riferimento l’ho colto anch’io. Si tratta di suggestioni soprattutto visive. L’ambientazione rimanda alle teenage series americane, l’innesto del soprannaturale in ambiente High school si rifà a Buffy l’ammazzavampiri di Jess Whedon, mentre l’inizio del racconto e il triangolo amoroso a Dawson’s Creek. Si respira poi senz’altro l’aria di Ritorno al futuro, e il personaggio di Stradlater è ricalcato su quello di Biff Tannen, costantemente ridicolizzato da Marty McFly. L’influsso della graphic novel (Alan Moore, From Hell), convive insieme a topoi classici come Dracula di Bram Stoker o la volontà di potenza di Nietzsche. La trilogia di Batman di Christopher Nolan (nume tutelare di Davide Roma), presiede allo sviluppo di una saga in tre parti, la prima delle quali, appunto, è Il bacio di Jude. Non resta dunque che attendere il prossimo capitolo – per scoprire se il nostro eroe si lascerà o meno sedurre dal suo lato oscuro.

CoverTitolo: Il bacio di Jude
Autore: Davide Roma
Editore: Sperling & Kupfer
Dati: 2013, 289 pp., prezzo € 17,90

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Game of Thrones, Atto III: il caos non è una fossa, è una scala.

Game of Thrones: Season 3Game of Thrones, HBO.
Terza stagione.
Domenica, dal 31 marzo al 2 giugno.
Sito ufficiale

Lo confesso: non sono un grande appassionato di fantasy, e non ho letto nulla della saga creata da George R. R. Martin. Prima che mettiate mano alle spade e invochiate gli Antichi Dei della Foresta affinché puniscano questo povero stolto, lasciatemi spiegare: quello che voglio dire è che, nonostante non rientri tra i miei generi prediletti, anche per me (e per quegli altri due o tre poveretti nelle mie stesse condizioni) il ritorno della pluripremiata epopea fantasy di Game of Thrones è senza alcun dubbio l’evento più atteso di questa primavera televisiva 2013.

HBO non ha certo lesinato sulla campagna di lancio della terza stagione del suo prodotto di punta, mettendo su un battage pubblicitario imponente culminato con una clamorosa pagina pubblicitaria sul NYT (con corredo di finti articoli ad hoc), in uno sforzo promozionale pari a quello di un blockbuster per il grande schermo. D’altra parte, i titoli di testa più epici di sempre (tutto quello che c’è da sapere su questi favolosi 100 secondi si può leggere e vedere qui), dozzine di straordinari personaggi (un cast forte di oltre 50 attori, secondo una recente press release di HBO) e ambientazioni sempre più grandiose ed evocative (che, con il progredire della serie e il corrispondente aumento del budget, si stanno facendo visivamente sempre più ricche) non lasciano dubbi: Game of Thrones è il kolossal incontrastato della tv contemporanea, e non può che creare aspettative proporzionate al proprio status. A tutto ciò si aggiungano le prospettive dei soliti coinvolgenti combattimenti — che, questo ci promettono i trailer, non si svolgeranno più solo per terra e mare, ma si estenderanno fino al cielo con il ritorno sulla scena dei leggendari draghi — e si può capire perché l’attesa della vasta fandom per l’inizio della nuova stagione fosse più che febbrile.

Beric Dondarrion vs The Hound

Per tutti coloro che sono esperti in tutto ciò che riguarda il medioevo fantastico creato da Martin e i vari personaggi che lo abitano sarà sufficiente sapere che la terza stagione si basa sulla prima metà di A Storm of Swords, terzo romanzo della saga di A Song of Ice and Fire. Tutti gli altri (newbie o bandwagoners, chiamateci come volete!), invece, sappiano che questa terza stagione prosegue nell’esplorazione dei tre principali archi narrativi sviluppati fino a ora: la guerra che dilaga a Westeros e le continue macchinazioni politiche messe in atto dai vari casati per assicurarsi l’ascesa all’Iron Throne correntemente occupato — o piuttosto usurpato — da Joffrey Lannister (il quale, in mezzo a tutto ciò, trova ancora il tempo di dominare, in modo pressoché incontrastato, la corsa al titolo di ragazzetto più odioso della storia della tv); la minaccia incombente rappresentata non solo dall’inverno in arrivo da ormai due stagioni, ma soprattutto dalle bellicose popolazioni che vivono al di là del Muro, siano essi i libertari Wildlings o White Walkers e relativo esercito di zombie mutilati (con consueto lascito di creative disposizioni di corpi smembrati) e congelati; e infine le vicende di Daenerys “Stormborn” Targaryen, Dany per gli amici e “mama of dragons” per tutti gli altri, eroina dai capelli biondo platino determinata a riprendersi ciò che le appartiene per diritto dinastico (il trono di cui sopra), ma con la difficoltà aggiunta di non possedere né un regno né, fallito miseramente il tentativo di guidare le orde dothraki, un esercito (che, si sa, quando si è intenzionati a far la guerra contro qualcuno fa sempre comodo).

Mance Rayder, King Beyond the Wall

A onor del vero, dopo tanto teasing, la stagione è partita un po’ con il freno a mano tirato, e forse non poteva essere altrimenti. Il lungo iato di dieci mesi dal finale della seconda stagione ha imposto, a fini di una narrazione efficace, un momento di pausa necessario a riprendere le fila tanto delle principali linee narrative ricordate sopra, quanto delle millemila sottotrame di cui gli altrettanto numerosi personaggi sono protagonisti: dalla diaspora dei vari rampolli Stark sparsi per il continente (tutti a loro modo impegnati in perigliosi viaggi, chi alla ricerca di se stesso, chi — più prosaicamente — verso casa o in fuga da una casa ormai ridotta a un cumulo di macerie fumanti) alla strana coppia Jamie Lannister/Brianne of Tarth, da quel fessacchiotto di Theon Greyjoy ai doppi-tripli-quadrupli giochi messi in opera da Lord Baelish. A tutto ciò si aggiunga la necessità di garantire adeguato screen time ai nuovi personaggi — tra i quali Mance Rayder (la guest star Ciarán Hinds), famoso/famigerato King Beyond the Wall, e Thoros of Myr (Paul Kaye) chierico/guerriero devoto al Signore della Luce — e  accompagnarne l’inserimento nella trama principale, e si può ben comprendere come una certa macchinosità nel dare avvio alla stagione fosse difficilmente evitabile. D’altra parte, Game of Thrones ha ormai consolidato la propria strategia narrativa, e fin a ora non ha avuto timore, nonostante il rischio di perdere il favore dei fan meno… fanatici (ben inteso, me incluso), ad alzare il piede dall’acceleratore  rinunciando a spingere sull’azione a tutti i costi e indugiando invece su segmenti più o meno brevi di ciascuna sottotrama, invitando lo spettatore a completare pezzo per pezzo il grandioso affresco del mondo di Westeros. Affresco che continua a comporsi, quindi, non solo grazie a uno sguardo a volo d’uccello su una trama “macro” di eventi epocali (quali una guerra dinastica o l’invasione dal nord di un’armata di esseri misteriosi che nessuno ha più visto da qualche migliaio di anni), ma anche attraverso il rilievo dato al dettaglio “micro” di questo tessuto, costituito da elementi ben più sottili, che vanno dai piccoli gesti che caratterizzano lo stato emotivo dei personaggi e contribuiscono a costruirne personalità il più possibile sfaccettate (scomodiamo Walter Ong e li chiamiamo “personaggi a tutto tondo”?), all’attenzione nell’esplorare il background di figure non di primissimo piano, funzionale a comprendere le motivazioni profonde che animano tutti gli attori partecipanti al grande “gioco dei troni”. Il pericolo di disperdere la narrazione in mille rivoli e di disorientare lo spettatore, specie quello che non ha familiarità con l’universo letterario a cui Game of Thrones si riferisce, facendogli sfuggire di mano quel filo rosso che tiene insieme questa la miriade di parti, è sempre dietro l’angolo, e l’episodio introduttivo mi ha, a tratti, dato la sensazione che questo rischio si stesse effettivamente concretizzando. Ma, oltrepassata ormai la boa di metà stagione, l’avanzamento della trama generale e i segmenti dedicati allo sviluppo psicologico dei personaggi hanno di nuovo raggiunto un equilibrio ottimale, e quelli che sembravano fili isolati cominciano a intrecciarsi nella trama e ordito di quel ricco e barocco tessuto che è Game of Thrones. Anche il rapido passaggio tra una location e la successiva si è progressivamente addolcito, e le brusche transizioni iniziali, che davano origine a un confuso tour saltellante tra i vari luoghi di Westeros ed Essos, sono ora più sfumate, e spesso indicano, anche simbolicamente, quali linee narrative cominceranno mano a mano a confluire l’una nell’altra.

Sul lato prettamente tecnico, direi che c’è ben poco da aggiungere a quanto già tutti sanno. Game of Thrones ci ha abituato a standard altissimi e la terza serie conferma ancora una volta una ricchezza visiva senza pari nella televisione odierna: la fotografia è come sempre ineccepibile, con il consueto ricorso a differenti saturazioni di colore per marcare le differenze geografiche di un mondo costituito dalle ambientazioni geografiche più variegate, e la CGI, usata sempre in modo massiccio, ha sicuramente beneficiato dell’aumento del budget a disposizione, e dopo una bella riverniciata di pixel King’s Landing e Dragonstone sono più imponenti che mai.

Dany found an army. Now she just needs a shitload of ships.

Già detto delle gargantuesche dimensioni del cast, di cui alcuni hanno detto, scherzando ma non troppo, che impieghi la totalità degli attori disponibili in tutto il Regno Unito, non resta molto da segnalare neanche sul fronte della recitazione. Gli attori forti restano forti (i soliti Peter DinklageEmilia Clarke e Michelle Fairley; un Nikolaj Coster-Waldau più convincente nei panni del Kingslayer prigioniero di quanto non fosse stato, a mio parere, nelle serie precedenti; e, perché no, una Maisie Williams con la faccia giusta per rendere a dovere l’impertinenza di Arya Stark), e quelli scarsi restano purtroppo tali: tra i personaggi principali, appartengono a questa (affollata) categoria tutti gli altri “Stark”, molti “Baratheon”, Rose Leslie/Ygritte (personaggio piatto — nella recitazione e ancor di più nella scrittura — nonostante un poderoso accento northern english), e anche Aidan “Tommy Carcetti” Gillen non mi sta piacendo molto a causa di una recitazione un po’ sopra le righe, tale da rendere Petyr Baelish machiavellico al limite del caricaturale. Poi ci sono quelli che, anche solo per il proprio aspetto, non dovrebbero avere niente a che fare con la brutale e livida realtà di Game of Thrones, ma sembrano esserci solo perché un prodotto mainstream ha bisogno anche delle facce adatte a finire sui poster che andranno a riempire le pareti delle camerette di molti teenager (Kit Harrington/Jon Snow, lo sai benissimo che sto parlando di te!).

Daenerys: "I've got a dragon, and I'm not afraid to use it!"

Insomma, Game of Thrones è un mosaico ricco, e pazienza se, tra tanti tasselli, alcuni — pochi, ma ci sono — non sono di fattura sempre pregiata, e per quelle scene deboli e talvolta ingenue che ogni tanto fanno capolino qua e là e che, in fin dei conti, le serie a lunga serialità quasi mai riescono a evitare (con la notabile eccezione di The Wire, ma lì, Lester ci insegna, all the pieces matter): la qualità e il livello globale del racconto non ne sono inficiate in modo drammatico. Poi, quando entrano in scena i draghi, tutto il resto, per il sottoscritto, passa in secondo piano. I tre affettuosi cuccioli di Dany (dopo tre stagioni potremmo ben consideraci amici, no?) sono ormai cresciuti e abbastanza svezzati da cimentarsi nella difficile arte della pesca-con-arrostimento-acrobatico-della-preda-in-un-solo-movimento, e la prospettiva di vederli svolazzare in lungo e in largo per il continente è, di per sé, un particolare sufficiente a creare tanto, giustificatissimo, hype. E da che mondo e mondo, sia esso reale o immaginario, la primavera è tempo di playoff, quindi è il periodo perfetto per mettersi comodi sul divano a tifare per Team Khaleesi e gufare contro Team Lannister!

Note a margine

  • Parlando sempre dal punto di vista di chi non può appoggiarsi alla conoscenza pregressa fornita dalla lettura dei romanzi, potrebbe essere utile, prima di tuffarsi nella visione dei nuovi episodi, rinfrescarsi la memoria e fare il punto della situazione dei vari personaggi così come sono stati lasciati alla fine della scorsa stagione. Questo agile slideshow è abbastanza efficace nello svolgere questo compito.
  • Un conciso riepilogo, seppure in chiave ironica, degli episodi della terza stagione andati in onda fino a questo momento si può invece consultare qui.

Considerazioni sparse su Lo Hobbit

Ieri sera sono stato al cinema a vedere Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato in 3D; per vari motivi di questi tempi non mi capita spesso di riuscire ad andare al cinema e appena si è presentata l’occasione di fare un’incursione nella Terra di Mezzo non ho potuto lasciarmela sfuggire. Ma adesso scrivere una vera e propria recensione è un’impresa titanica che, come Bilbo quando Gandalf lo chiama all’avventura, non sono pronto a compiere. Troppi e troppo complessi i temi da trattare: il rapporto con il testo di Tolkien e le orribili letture che ne fanno dalle parti di Casa Pound (per un’analisi su questo tema cliccate su queste magiche parole blu), il rapporto con la trilogia de Il signore degli anelli, le vicissitudini nella realizzazione del film tra Peter Jackson e Guillermo del Toro ecc. ecc. Probabilmente ne uscirei, insoddisfatto, tra un mese e l’articolo non vedrebbe mai la luce.

Ma se imbarcarmi in una recensione strutturata ed esaustiva de Lo Hobbit mi spaventa più di quanto unirsi ad un manipolo di nani verso la tana del drago Smaug non spaventasse Bilbo Baggings, voglio comunque condividere su queste pagine un po’ di mie considerazioni scaturite dalla visione del film e chissà che lungo la strada non riesca inaspettatamente ad imbattermi in qualche tesoro. Allora parto immantinente e per evitare di perdermi lungo il sentiero, per esporre chiaramente e linearmente le mie considerazioni, mi avvarrò di un semplice quanto rassicurante elenco, ché nelle mie divagazioni mi smarrisco con gran facilità.

  • Inizio dicendo che ho visto il film in un cinema multisala e se è vero che da un lato i cinema multisala possono offrire un ampio ventaglio di orari di inizio spettacolo (un film con questo minutaggio nei cinema tradizionali ha uno spettacolo alle 18.30 e uno alle 22.00: proibitivo), poltrone comodissime, schermo e visuale fantastici, dall’altro lato il prezzo del biglietto di € 12,50 e tre quarti d’ora di pubblicità (spettacolo delle 21.00, inizio film ore 21.45) ti fanno andare tutto di traverso.
  • Restando al paratesto, due parole sul 3D (perché a parer mio di paratesto si tratta): non sono un particolare estimatore del cinema in 3D ma andando di rado in sala e trattandosi di un film certamente spettacolare mi sono fatto ingolosire e ho pensato che valesse la pena indossare gli occhiali e immergersi più a fondo nella Terra di Mezzo. Non ne valeva la pena, ve lo sconsiglio: non solo la visione del film non guadagnerà nulla (se non qualche mezzo salto sulla poltrona come quando, ad esempio, vi sembrerà  che un pipistrello vi stia volando dritto in faccia), ma in più gli occhiali sono scomodi, i movimenti degli oggetti in primo piano perdono fluidità, il contrasto fra il livello a fuoco e quelli fuori fuoco è fastidioso, gli effetti tipo fiocchi di neve che sembrano uscire dallo schermo sono solo una leziosa distrazione e come se non bastasse alla fine del film, dopo 2 ore e 40, vi scoppieranno gli occhi. Lasciate perdere.
  • Con il livello di fandom che c’è in giro io non posso certo definirmi un esperto di JRR Tolkien ma ho letto due volte Lo Hobbit (la prima volta a 16 anni nella storica edizione Adelphi e la seconda in lingua originale pochi anni fa dopo aver letto Il signore degli anelli e il Il Silmarillion) e probabilmente tra le opere di Tolkien è la mia preferita (a parte alcuni capitoli strepitosi de Il Silmarillion). Sembra che dei suoi libri gli aspetti che riscuotano maggiore successo siano armi e battaglie ma io di Tolkien amo quelli più squisitamente favolistici e mitologici: il mio personaggio preferito è Tom Bombadil, grande assente della prima trilogia di Pater Jackson, e per questo la triologia de Lo Hobbit mi incuriosisce anche più di quella de Il Signore degli Anelli.
  • Non mi dilungherò sulla trama tanto sapete di cosa stiamo parlando: il sedentario e abitudinario hobbit Bilbo Baggings, zio e tutore di quel Frodo Baggings destinato a salvare i destini del mondo, viene trascinato dallo stregone Gandalf nell’avventura di un gruppo di nani decisi a riconquistare il proprio regno (all’interno di una montagna) stappandolo al drago Smaug che decenni prima aveva spodestato e messo in fuga il loro popolo. Durante il viaggio si scontreranno con orchi e troll e compieranno un gran numero di imprese. Lungo il percorso, incidentalmente e senza averne coscienza alcuna, Bilbo si impadronirà di un anello, perso da Gollum che voi ben conoscete, che casualmente è l’oggetto più potente e pericoloso dell’universo.
  • L’attesa per questo film è stata spasmodica: una cosa come 5/6 anni di lavorazione, Guillermo del Toro (che inizialmente avrebbe dovuto esserne regista con Jackson nei panni di produttore esecutivo) che abbandona nel 2010, una marea di indiscrezioni, foto dal set, trailer, prodotti di ogni genre in edizione limitata e quant’altro. Personalmente ho cercato di non farmi coinvolgere dalla hype machine per non coltivare aspettative eccessive (che sfociano spesso in giudizi ingenerosi) ma anche perché in effetti di questo film già conoscevo troppo avendo letto il libro e visto svariate volte la precedente trilogia.
  • Il viaggio di Bilbo è inaspettato ma la visione delle sue peripezie è purtroppo piuttosto avara di sorprese, ma questa è una diretta conseguenza di quanto detto poco fa: difficile che chi va oggi a vedere questo film non abbia visto i tre capitoli de Il Signore degli Anelli e quindi ben conosce gli sviluppi futuri, l’aspetto e il carattere di mostri e personaggi, le meraviglie dell’ambientazione e tutto il resto. Non potendo quindi contare più di tanto sull’effetto sorpresa visiva, Peter Jackson si è gettato a capofitto nel gioco dei rimandi e delle citazioni con gli altri film (fortunatamente senza arrivare ai livelli insensati di Lucas con Star Wars).
  • I combattimenti sono tanti, lunghi e spettacolari; la mia sensazione è che a livello coreografico Jackson abbia fatto grossi passi in avanti rispetto agli altri film e l’impressione è che le inquadrature durante queste scene siano più larghe e più ferme, a dimostrazione che il movimento è al loro interno e non nella macchina da presa, cosa ottima. Ma la verità è che combattimenti e inseguimenti non mi entusiasmano più di tanto, anzi personalmente li trovo piuttosto noiosi e avrei ne serenamente tagliati almeno venti minuti da Lo Hobbit, ma a quanto pare il pubblico stravede per queste scene d’azione e per parte mia vi dico che sono migliori di quelle de Il Signore degli Anelli per le quali già eravate andati in visibilio. Wow.
  • Il film inizia davvero solo quando entra in scena Gollum: il personaggio porta l’anello ma porta anche il film e il racconto su tutto un altro livello narrativo. My preciousss.
  • Personaggi femminili: in tutto il film c’è un unico vero personaggio femminile (la fantastica regina degli elfi Galadriel, sempre interpretata, naturalmente, dalla eterea Cate Blanchett) più forse un paio di comparse all’inizio. La Terra di Mezzo non è un paese per donne.
  • Il film è bello, scorre, non stanca per niente, ma 164 minuti sono davvero tanti. Eppure, nonostante il film si prenda tanto del nostro tempo, le scelte e i mutamenti d’animo dei personaggi, di Bilbo in particolare, arrivano completamente inaspettati e abbastanza ingiustificati. Con una durata del genere mi sarei aspettato un po’ più di spazio e di lavoro nel dare profondità ai personaggi attraverso dialoghi, momenti di introspezione o altre soluzioni narrative, ma effettivamente non credo si tratti di un cinema nelle corde di Peter Jackson.
  • Se anche gli altri 2 capitoli di questa nuova trilogia si aggireranno attorno tre ore, con nove di durata complessiva forse la soluzione migliore era farne una serie tv in 12 episodi da 40 minuti, non siete d’accordo?
  • Non vedo l’ora che esca il secondo episodio.

Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato – USA, Nuova Zelanda, 2012
di Peter Jackson
Con Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, James Nesbitt, Ken Stott.
Warner Bros – 164 min.

La danza delle marionette

Child with Puppet - RousseauGià solo ritrovare la cartina, disegnata a matita e con quei nomi che rievocano gite in campagna, fa piacere. Nulla è cambiato da quando, quattro anni prima, le Terre di Confine erano state scosse dalla fuga del sanguinario demone di Giloc. Tutto pare tranquillo ma si sa che questo genere di quiete, nei romanzi, non è destinato a durare a lungo. Il secondo libro è il vero banco di prova di un autore emergente; non c’è più l’effetto novità e l’indulgenza verso le ingenuità dell’esordio è minore. Conscio di ciò, Barbi si è preso il suo tempo (la prima edizione de L’acchiapparatti è del 2007, con l’editore Campanila) e ha confezionato il romanzo adatto ad affrontare questa prova del fuoco.

Tanto per cominciare, lo stile. Semplice e senza fronzoli già nel precedente libro, qui si fa anche più uniforme, nel corso delle cinquecento e passa pagine, e rifinito. Barbi ha lavorato di lima, e si vede. Spariti i troppi punti esclamativi e le onomatopee il tono si fa più adulto senza rinunciare a quella spiritosaggine un po’ caricaturale che all’autore pisano piace tanto e che si riflette soprattutto nel modo di parlare dei personaggi. A tratti, però, questa comicità caricaturale prevale sulle altre tinte della narrazione – drammatiche, splatter e occasionalmente erotiche – finendo così per smorzarle. A farne le spese è soprattutto l’antagonista, lo spietato capo del manipolo di Guardiani dell’Equilibrio, un personaggio già di suo privo di interessanti sfaccettature, che Barbi cerca di caratterizzare affibbiandogli una parlata sibilante, giustificata a livello di trama ma che non riesce a conferirgli quell’aura di grottesca cattiveria che l’avrebbe reso più singolare.

Per quanto riguarda gli altri personaggi, la maggior parte di essi era già comparsa nel precedente libro ma con ruoli decisamente di contorno rispetto alla coppia Zaccaria-Gheshick. Ne Il burattinaio, invece, il ruolo del folle acchiapparatti rimane centrale ma la sua presenza è molto diluita, a vantaggio degli altri personaggi che, antagonisti compresi, diventano di volta in volta i punti di vista tramite i quali l’autore ci racconta la storia. Benché nessuno emerga rispetto agli altri, ciò che funziona è il ritratto corale che ne esce, teso e verosimile, tranne quando l’attenzione si focalizza su Orgo, il gigante ritardato, narrato allo stesso modo degli altri nonostante l’evidente semplicità del suo pensiero. Che a Barbi piaccia Martin è evidente, non solo per la gestione dei punti di vista, ma anche per come costruisce l’intreccio, separando i personaggi e facendoli faticosamente riavvicinare per poi allontanarli di nuovo, talvolta uccidendoli. A catturare è soprattutto la presenza costante e sfuggente del vero protagonista della storia, un astuto manipolatore che a sua volta si ritrova però succube di certi eventi, una figura intrigante, con un che di meta-narrativo, un escamotage che non solo rappresenta la scintilla iniziale che dà inizio alla storia, ma che costituisce anche l’elemento di tensione che la rende avvincente. Grazie a tutti questi elementi Barbi tesse una trama complessa ma sempre scorrevole – finale compreso – curata e ben scritta, dimostrando così di aver fatto progressi dal suo primo viaggio nelle Terre di Confine.
Chapeau.

Titolo: Il burattinaio
Autore: Francesco Barbi
Editore: B. C. Dalai editore
Dati: 2010, pp.525, euro 20

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Un bambino, il dono di una dolce empatia e un cane

Girl with a Dog - Ragazza con cane - Renoir, Pierre-AugusteTra poco è Natale. La maggior parte dei bambini, inclusa la mia, in questo periodo chiede un cane, un cucciolo. Ho riflettuto a lungo su questo desiderio comune e, sebbene condanni la corsa al cucciolo natalizio e nonostante la mia bimba non avrà un cucciolo in regalo per Natale, sono necessariamente dovuta scendere a patti con l’evidenza del legame che persino con l’idea di un cane si crea tra padroncino e animale.

Solo con un cane di Beatrice Masini (già autrice dello splendido Bambini nel bosco e ben nota traduttrice della saga di Harry Potter), in libreria da qualche settimana, mi ha attratta, dunque, poi conquistata e commossa, poi realmente convinta che in certa letteratura per l’infanzia stia la chiave per aprire la strada all’interesse per la lettura e il nutrimento per la passione per le storie.

Mirò, un bambino di dieci anni, e Tito, il suo cane di tre, vivono in una città, un regno, in cui un bizzarro e crudele re si diverte nel promulgare leggi assurde. Quella con cui bandisce il gelsomino, fiore simbolo del regno, tenero, bello e profumatissimo, per esempio. I sudditi scalpitano, segretamente si ribellano ma non possono disobbedire, nemmeno quando il re decide che tutti i cani devono scomparire.

The Dog Rita Asleep - Il cane Rita addormentato - Bazille, FrédéricL’idea è inconcepibile. L’attuazione impensabile; o meglio si può pensare come simulare l’ubbidienza e poi contravvenire con coraggio ai soprusi. Naturalmente per farlo è necessario un consistente bagaglio d’affetto, una nutrita dose di capacità di rinuncia e di generosità. Tutte qualità che al bambino protagonista, e ai bambini in generale, non mancano. Tutte qualità che i cani conoscono profondamente.

Con l’appoggio dei genitori, bambino e cane fuggono alla ricerca di un luogo tranquillo in cui poter continuare la propria vita di cane e bambino in pace e libertà. Il viaggio è lungo e difficile, ma le pagine che l’autrice dedica alla crescita (del bambino, del cane, del bambino e del cane) sono di una struggente e originale profondità. Il ritratto dei sentimenti che si fanno carne, prendono vita e presenza, poi, un esercizio di narrativa che non rimane, come spesso accade, tale; che coinvolge e appassiona.

È un racconto delizioso, Solo con un cane; regalerei questa tenera lettura, questa storia, a Natale, ma, attenzione! Il rischio che il desiderio di avere un cane dei vostri bambini si intensifichi è molto, molto alto.

Titolo: Solo con un canesolo con un cane - copertina
Autore: Beatrice Masini
Editore: Fanucci
Dati: 2011, 138 pp., 9,90 €

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Si parla di draghi, ma a danzare sono gli uomini

Dove vuole andare a parare Martin? Si avvereranno le profezie che sempre più spesso vengono tirate in ballo? Oppure si riveleranno l’ennesimo trucco di uno scrittore che sa come ingannare il lettore? E che finale avremo, classico ed edificante o cinico e spiazzante? Quale delle due principali componenti della saga avrà il sopravvento, l’epica fantasy o il crudo realismo? Entrambe acquistano peso, in A dance with dragons: molta più magia ma anche molta più introspezione e incertezza nelle azioni dei personaggi, trascinati da un destino cieco e precario.

Quasi tutto il libro è incentrato su Jon, Daenerys e Tyrion, vale a dire i personaggi più amati della serie, la cui assenza dal precedente A feast for crows aveva deluso molti. Fra i comprimari, un posto di rilievo spetta senza dubbio a Reek – suoi alcuni dei capitoli più belli del libro – e ser Barristan Selmy. L’arco narrativo di Bran, benché non troppo esplorato, lascia presagire novità molto interessanti, come pure quello di sua sorella Arya. La fugace comparsa di Jaime, invece, è un atto di pura crudeltà: un solo capitolo, un incontro con una vecchia conoscenza e poi… più nulla.

Vi aspettavate che in questo libro si risolvessero un po’ di sotto-trame? E invece no! Anzi, Martin butta nella mischia un nuovo pretendente al trono, ritarda incontri molto attesi, fa indugiare personaggi, semina nuovi dubbi e rispolvera vecchie conoscenze. La trama si infittisce e se già prima era difficile capire chi sta con chi, ora lo è ancora di più. Un’incertezza che non grava soltanto sul lettore ma anche sui personaggi, costretti a brancolare nel buio, invischiati in situazioni sempre più grandi di loro. E siccome ogni storia è anche fatta di tempi morti, errori e tentennamenti, Martin sceglie di raccontarci pure questi.

È un bene o un male? Questione di gusti. Quel che è certo è che la capacità di Martin di entrare sotto la pelle dei personaggi, facendoci vivere la storia attraverso i loro occhi e le loro riflessioni, e mettendo a nudo i loro umanissimi difetti, è magistrale. Altrettanto magistrale è la sua abilità nel descrivere la real-politik di un mondo fittizio ma incredibilmente verosimile: il mantenimento del potere e il conflitto fra ideali e pragmatismo sono infatti due dei temi centrali del libro. Empatia e realismo sembrano dunque le carte su cui l’autore ha scelto di puntare, una scelta che potrebbe rivelarsi tanto ambiziosa quanto difficile. Il rischio di deragliare, perdendosi in troppe divagazioni, colpi di scena e via dicendo, è infatti altissimo e non va dimenticato che la crescente componente magica si nutre di eroi, profezie e grandi imprese – in una parola, di quell’epica che Martin sembra voler mettere in secondo piano. Un azzardo, insomma, la cui ricompensa però può essere grande, poiché è chiaro che The song of ice and fire ha ormai travalicato i confini della classica saga fantasy: con tutto il suo parlare di draghi e profezie, Martin ci sta in realtà raccontando l’uomo, con le sue ambizioni, debolezze e fragilità. E nel far ciò, è indubbiamente un maestro.