Dieci anni sono tanti!

Scibona, La fine

Il primo consiglio è il seguente: leggete La fine, prima di qualsiasi cosa scritta su La fine. Dico questo solo perché così ho fatto io – tranne che per una sbirciatina, infausta, alla quarta di copertina – e perché mi piacerebbe condividere l’esperienza di vedere invalidata, senza appello, l’opinione maturata sul romanzo, dopo aver letto la critica applaudire e urlare al capolavoro. Se non avessi consultato nulla, sia prima che dopo, oggi mi ritroverei a scrivere di una bella opera prima, principale nota positiva, pubblicata dalla giovane casa editrice 66thand2nd, altra nota positiva, di uno scrittore italoamericano collocato dal New Yorker tra i giovani migliori scrittori emergenti americani.

Salvatore Scibona, nato negli Stati Uniti e con evidenti legami familiari con l’Italia del Meridione, racconta le vite di immigrati italiani nella cittadina di Cleveland, partendo da una data precisa, il 15 agosto del 1953, festa dell’Assunzione, e da un luogo preciso, Elephant Park, giorno e luogo in cui si concentra il nascente crogiolo americano, percorso da tensioni razziali, e da cui si dipana, tra salti temporali e continui rimandi, la complessa storia dei protagonisti, da Catania fino all’Ohio, dagli inizi del Novecento fino alla guerra di Corea. Si narra di Rocco LaGrassa, panettiere stacanovista, poco avvezzo alla socialità – “Chi era l’uomo che era diventato quando era emerso dalla solitudine per entrare nella compagnia altrui?” – , che alla morte del figlio in guerra decide di intraprendere un viaggio alla ricerca della moglie che l’aveva abbandonato; si narra di Costanza Marini, dedita a pratiche mediche illegali, che dialoga col defunto marito; della sarta Carmelina Montanero, detta Lina, e di suo marito Enzo; di un enigmatico gioielliere collezionista di lettere; del difficile ragazzo Ciccio, iniziato agli studi filosofici da un padre gesuita. Tutti personaggi sradicati dalle proprie origini e scaraventati in un paese che, tra la depressione e la promessa del sogno americano, non sembra in grado di offrire alcun futuro, uomini e donne in cerca di riscatto. Personaggi in cerca del senso della propria esistenza, le cui vite si intrecciano drammaticamente.

Un romanzo corale, complesso a tal punto da appesantire la lettura e da rendere difficile riassumere l’intreccio; denso, ambizioso, soprattutto per essere un’opera prima. Potrei affermare di aver avuto tra le mani un gran bel libro. Se non fossi assalito da una serie di dubbi. E a darmi lo spunto è proprio l’oracolo New Yorker che con il suo elenco (non metto in dubbio la validità degli autori, che per la maggior parte non conosco, e tra i quali compare anche il bravissimo Jonathan Safran Foer, e in passato autori come Chabon, Eugenides, Wallace) ha aperto la strada alla critica positiva a tutti i costi, alla pratica della riverenza letteraria, tranne rare e deboli eccezioni. Il suo impatto mediatico è tale che la fondatezza della Lista deve essere assunta come verità, per cui è sufficiente, come accade in quasi tutte le occasioni, citare il New Yorker per dare alla recensione la prova insindacabile della sua bontà. E in questo tranello cade anche la critica italiana su cui pesa l’aggravante di uno sciovinismo ingiustificato, essendo Scibona americano a tutti gli effetti e vantando solo una lontana parentela italiana – per non parlare del fatto, ma questa è colpa degli americani, che nessuno può parlare meglio di immigrazione di uno scrittore di origini italiane -.

Ma è sul piano linguistico che si manifesta il secondo dubbio. Se da un lato alla complessità della struttura fa da spalla una scrittura ricercata – alcuni parlano di virtuosismi -, dall’altro in alcuni momenti sembra fin troppo attenta e meditata; si ha come l’impressione che sia tutto un esercizio da scuola di scrittura, con una spolverata di autocompiacimento. Del resto ci sono voluti ben dieci anni per scrivere il romanzo, e dieci anni sono tanti, se poi ci si ritrova a leggere che una “pietra si era accomodata quasi orgogliosamente sul cruscotto”, un “motore provava rimorso per le ostentazioni giovanili”, o se si incontrano “vanagloriose creature transeunti”.

Ma la perplessità raggiunge l’apice quando si ha l’impressione, e questa è una scelta voluta a quanto pare, che i pensieri dei personaggi non siano altro che i pensieri dell’autore, e che la norma, per tutti, è disquisire con un linguaggio che poco si confà alla realtà del periodo e dell’ambiente descritto, e lasciarsi andare a inaspettate riflessioni pseudo-filosofiche.

Su tutto, infine, incombe una serie di paragoni altisonanti: Faulkner, Virginia Woolf, Bellow, Don DeLillo McCarthy, Flannery O’Connor, e qualche altro che sto dimenticando (In realtà alcuni di questi nomi sono citati da Scibona, in diverse interviste, come fonti di ispirazione, e per una legge di cui si fa fatica a capire la logica, questo autorizza chiunque ad accomunare, ora e per sempre, il nome di Scibona ai suoi illustri maestri. In altri casi il paragone è opera diretta dei recensori, come nel caso del The Guardian che avvalora l’accostamento a Graham Greene). Non roba da poco. Così, tanto per ribadire l’invito iniziale, prego tutti coloro che amano e leggono Flannery O’Connor, Faulkner e compagnia, di leggere La fine; perché se è vero tutto ciò che si dice, ci sarà un nuovo compagno con cui trascorrere le serate.

Leggete, dunque. Anche se forse, alla fine, rimarrete col dubbio se il 15 agosto 1953 quel gruppo di persone che raggiunsero la banda dietro la traballante Vergine, quel gruppo di uomini e donne, “più o meno sette”, fossero realmente otto o sei.

Titolo: La fine
Autore: Salvatore Scibona
Traduttore: B. Ambrosi
Editore: 66th and 2nd
Dati: 2011, 389 pp., 20,00 €

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"Vieni, fratello mio. Andiamo a casa."

«Sei davvero profondo, Thomas. » Frank sorrise.
«Cosa vuoi diventare da grande?»
Thomas girò la maniglia con la mano sinistra e aprì la porta. «Un uomo», disse e uscì.

toni_morrisonRimane sempre un mistero la scrittura. Non si riesce a spiegare fino in fondo la capacità di alcuni di mettere nero su bianco sensazioni che si pensa impossibili a descrivere, e quando si crede di aver colto, illusoriamente, una chiave per decifrare quel mistero, magari dopo aver letto un grande autore, ecco che ci si sorprende di fronte all’ennesimo capolavoro, e non è chiaro come in centosettantacinque pagine, possano essere messi in scena così tanti sentimenti. Questo è ciò che fa Toni Morrison: ci racconta di amore e sofferenza, di guerra e odio, di solidarietà e cinismo, ci catapulta nei conflitti della memoria e del suo implacabile compito di sotterrare, il più a fondo possibile, la verità. Una sinfonia in centosettantacinque pagine.

A muoversi tra le pagine ecco Frank Money, veterano della Guerra di Corea – fin troppo facilmente dimenticata, ma la cui devastazione è pari a quella di qualsiasi altro conflitto -, una guerra che non solo gli ha fatto conoscere l’orrore della morte e delle bassezze umane, come il commercio di bambini, ma ha significato lo sradicamento dall’affetto familiare, dall’amata sorella Cee, e dagli amici di infanzia, tutti caduti, unici legami con il passato. La storia di Frank Money è la storia di un ritorno, la storia di un reduce afroamericano in un paese che non riesce a fare i conti con la segregazione razziale. Potrebbe essere la storia di un qualsiasi reduce o di un qualsiasi essere umano esiliato dalla propria terra.

Sono poche righe di una lettera – “Venga subito. Se ritarda, lei morirà” – a spingerlo al ritorno, per salvare la sorella gravemente malata – salvare un altro per salvare se stesso -; un viaggio necessario per riscattare le perdite patite, indispensabile per rimuovere la vergogna, non solo per essere sopravvissuto, ma per il segreto che solo nel finale sarà in grado di svelare a se stesso e a noi, una volta che il cammino verso casa sarà concluso. Perché sentirsi A casa, dopo un lungo peregrinare – “Nomina un posto a caso, io vengo da lì” -, non ha solo il senso di un ricongiungimento familiare, ma la definitiva integrazione in una terra non ancora disposta ad accogliere le minoranze.

basquiat_self_portraitE in questo percorso formativo a ritroso, c’è spazio per l’amore che, a conti fatti, è illusione d’amore, che ha le sembianze dell’avidità, che non aggiunge nulla, che è un mezzo per dilatare il senso di smarrimento e incertezza dei protagonisti. Ma una luce di speranza, quando tutto sembra sprofondare, viene dalla solidarietà delle persone, per lo più sconosciute, che Frank incontra lungo il cammino, e il cui altruismo non è dettato dalla pietà o dal dovere.

La scrittura di Toni Morrison è unica, la sua prosa apparentemente leggera contrasta con la forza delle immagini evocate, la violenza è solo accennata, deve essere ricostruita, ma non per questo è meno potente, come nella scena iniziale, in cui basta intravedere la segreta sepoltura di un “piede ribelle”, un piede nero, per segnare la perdita dell’innocenza. Alla linearità della prosa fa da contraltare una struttura narrativa che, tra salti temporali, alterna al racconto la confessione, rigorosamente in corsivo, di Frank, che si rivolge direttamente al narratore, sfidandolo a scrivere, a raccontare la sua storia – “Descrivilo se ne sei capace”, dice a un certo punto – . È la necessità di Frank, e di un intero popolo, di essere ascoltato, un urlo di liberazione che ha bisogno di un pubblico, l’urgenza di rivelare l’orrore e il segreto che si porta dentro.

Toni Morrison, vincitrice, meritatamente, nel 1993 del Premio Nobel per la letteratura per aver dato vita ad un aspetto essenziale della realtà americana, e oggi impegnata politicamente al fianco di Barack Obama, racconta, attraverso la storia, un paese che ancora oggi non ha superato la questione della razza, perché in fondo “le abitudini hanno la stessa forza delle leggi e possono essere altrettanto pericolose”, e attraverso la sua poesia canta le sofferenze di uomini che hanno dovuto lottare per una vita degna, una vita che, come scriveva Langston Hughes, non è stata una scala di cristallo, uomini che hanno dovuto lottare per diventare uomini.

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Titolo: A casa
Autore: Toni Morrison
Editore: Frassinelli
Dati: 2012, 192 pp., 18,50 €

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La libertà è un passero blu

Donna Menina Carvalhais Medeiros risiede in un imponente palazzo temuto e rispettato sulla costa Nord orientale del Brasile. È quasi centenaria ma ancora possiede il vigore e la fibra morale che occorrono per tirare le fila dell’intera città. Temutissima dalle due figlie, dalle gerarchie ecclesiastiche e dalla servitù. Nel palazzo, alla sua mercé, convivono le anime penitenti delle donne vive, le sue figlie e le sue nipoti, con quelle dei morti e tra loro dialogano in un isolamento irreale.

Gli uomini della famiglia sono stati vittime di attacchi di pazzia, a tal punto ricorrenti da adibire in ogni residenza una stanza riservata all’occorrenza. Pazzi, ribelli o comunisti, in ogni caso inservibili, alla stregua di molesti grattacapi. Instancabili fabbricatori di aquiloni per allontanare le streghe e il malocchio. L’unica esente dal disprezzo della centenaria matriarca è sua nipote Marina, figlia di Luciana, colei che osò sfidare Donna Menina apertamente scappando con un umile impiegato postale salvo poi, alla morte di quest’ultimo, tornare a palazzo implorando la vecchia madre di provvedere a lei e alle sue figlie e vivere nella sottomissione totale e nell’umiliazione.

Marina è diversa dalle sue zie e da sua sorella, gode del rispetto della nonna perché immune ai piaceri carnali, come ama ricordarle la vecchia Menina, la quale diede quattro figli a suo marito senza mai mostrargli il proprio corpo. La continenza è l’unica virtù che importa nel gineceo delle Carvalhais Medeiros e lo spirito della zia Guiomar, che si concesse a uno sconosciuto e per questo venne rinchiusa nel convento del Buon Pastore, ancora si aggira tormentato senza più unghie né capelli come un monito perpetuo.

Joao, compagno di infanzia di Marina, esploratore del porto di Fortaleza e avido pescatore di granchi, viene brutalmente imprigionato nel carcere ai margini della città e torturato perché ritenuto colpevole di aver scritto sui muri che la libertà è un passero blu. L’arrivo nella residenza Carvalhais Medeiros di un forestiero muto e misterioso sembra direttamente connesso a una serie di sventure e catastrofi naturali, oltre che collegato in qualche modo alla cattura di Joao, la quale getta Marina in una doppia disperazione: per le torture che vengono inflitte al suo amato e per la scoperta di un segreto che frantuma ogni minima speranza che il suo amore venga mai ricambiato.

Heloneida Studart è stata la madre del femminismo brasiliano, scrittrice per ripicca, donna politica e giornalista per vocazione; nel libro agiscono figure femminile drammatiche, donne che si consegnano al loro destino rimanendo ad esso fedeli come ad una profezia. Tra gli imponenti alberi di anacardi e i pigri movimenti delle onde del mare si innesta il sincretismo religioso: chiave di lettura del reale per il popolo martoriato dalla povertà, contrastato dalle leggi della fisica e dal sentimento politico e partecipativo dei giovani eroi di una resistenza ideale.

Nel libro si fa cenno a “feticci” e a “incubi collettivi” per sottolineare la matrice onirica delle reazioni umane di fronte alle tragedie che li colpiscono, in un paese sospeso tra sogno e realtà, tra il sonno e la veglia delle membra sfiancate dalla fame e dalla miseria. Marina si trova divisa tra le due anime del sentimento popolare: la domestica che l’ha cresciuta come una madre e che le cantava le antiche cantilene creole del Bumba-meu-boi e Joao, che le diceva che esistono solo i ricchi e i poveri e la chiamava Calunguinha (divinità secondaria del culto Bangu e, per estensione, feticcio di questa divinità). Lo stile è fortemente espressivo, magnetico, impregnato di quel realismo magico che elude ogni appiglio logico, come un magma che lentamente inghiotte la coscienza nelle ore calde del giorno, sotto alla mangueira più spettacolare che abbiate mai visto.

Titolo: La libertà è un passero blu
Autore: Heloneida Studart
Editore: Marcos Y Marcos
Dati: 2012, 223 pp., 10,00 €

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Dal Festivaletteratura di Mantova, Louis Sachar

“Come facciamo a giocare in coppia? Lui non vede le carte e io non so le regole!”. Questa è la domanda che si pone Alton, un ragazzo deluso da amore e amicizia, quando si ritrova, suo malgrado, ad accompagnare uno zio cieco, Lester, a giocare a bridge. Lo scopo della madre, che lo spinge a farlo, è quello di guadagnarsi così facendo un posto nel testamento del ricco Lester, in realtà il rapporto tra zio e nipote si fa sempre più stretto e Alton, con la stessa caparbietà che aveva già caratterizzato il protagonista di Buchi nel deserto, Stanley, ricostruisce, carta dopo carta, mano dopo mano, la storia intricata della sua famiglia, sciogliendo alcuni dei nodi di sofferenza del presente.

Abbiamo letto Il Voltacarte e Buchi nel deserto, entrambi editi da Piemme (Il battello a vapore); li abbiamo divorati emergendo dalla lettura del primo con una grande passione per il bridge e dell’altro con la sensazione di poter riuscire in qualunque impresa dipenda dal nostro coraggio. Non ci siamo lasciati sfuggire, quindi, l’occasione di porre alcune domande a Louis Sachar, in italia per il Festivaletteratura di Mantova.

sachar © Perry Hagopian
sachar © Perry Hagopian

D: Lei è divenuto celebre grazie a Buchi nel deserto. Sente per questo romanzo un affetto particolare, una qualche gratitudine?

R: Non parlerei di gratitudine, io cerco di mettere sempre il meglio di me in quello che scrivo e per farlo impiego uno, due anni della mia vita. Ogni volta che porto a termine una storia sento di aver fatto un’esperienza molto personale ma poi ogni libro ha la sua vita e io via via mi allontano da lui, mi disconnetto. Mi fanno piacere la fama e i soldi che Buchi nel deserto mi hanno portato ma mi sento distante da quello che è il suo riscontro nel pubblico.

D: I suoi romanzi, penso in special modo a Il Voltacarte, sono letture intense e coinvolgenti anche per un pubblico adulto. Indirizzare gli scritti a due pubblici così ampi è una scelta o la naturale conseguenza di una scrittura ad ampio respiro?

R: Direi che io scrivo quello che mi piace scrivere, cercando nello stesso tempo di rendere la mia prosa accessibile ai ragazzi. Poi io sono un adulto e non mi sorprende che altri adulti apprezzino quello che scrivo. È che mi piace scrivere ma non ho mai scritto espressamente per i ragazzi o per i bambini, piuttosto ho sempre cercato di scrivere quello che piacesse a me in tal modo da coinvolgere anche un pubblico più giovane.

D: Quanto tempo impiega per scrivere un libro? È vero che dedica alla scrittura soltanto un paio d’ore al giorno?

R: In genere impiego due anni per scrivere una storia e quando comincio ho solo una vaga idea di quello che sarà il libro alla fine: magari un po’ della trama, qualche personaggio. All’inizio scrivo poco, anche solo mezzora e poi lascio decantare il materiale. In genere faccio sei riscritture del libro, ogni volta dedicandovi sempre più ore del giorno, fino a un massimo di 4-5 ore.

D: Leggendo Buchi nel deserto, la sensazione è che il protagonista principale del romanzo sia il luogo, non lo Stanley contemporaneo ai fatti, non quello del passato. Il luogo attraversa le pagine dalla prima all’ultima e, nelle sue diverse manifestazioni, è sempre centrale alla storia. È solo una sensazione da lettori o ci abbiamo visto giusto?

R: No credo che sia un’interpretazione molto giusta e profonda: è proprio dall’ambiente che ho cominciato a costruire la storia. È nato prima il luogo come protagonista, poi Stanley.

D: Ne Il voltacarte così come in Buchi nel deserto il presente del protagonista è strettamente legato al passato della propria famiglia e rintracciandone e intersecandone i vari tasselli i due ragazzi riescono a trovare risposte e punti di svolta per la loro esistenza. Questo dettaglio fondamentale conferisce ai suoi libri generi diversi sotto un unico titolo: romanzo di formazione, romanzo d’amicizia o d’amore, romanzo d’avventura, romanzo giallo. Qual è il genere che preferisce? Qual è quello che più la diverte?

R: Non penso in termini di generi letterari quando scrivo, penso solo a scrivere delle belle storie, poi saranno i lettori a etichettarlo. Non so scegliere un genere, mi piacciono tutti, se il pubblico decide che è quello piuttosto di quell’altro a me sta bene.

D: Qual è il suo libro per ragazzi preferito? È lo stesso di quando era bambino?

R: Il mio preferito da bambino era La Tela di Carlotta ma poi quando lo leggevo a mia figlia, quando era lei piccola, il preferito è divenuto La Piccola Principessa di Barrie.


Volete incontrare Louis Sachar? Potete farlo:

– Giovedì 6 settembre – Mantova. L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA e presenta IL VOLTACARTE in occasione dell’incontro Temporary stories c/o Cappella del Palazzo del Mago. Ore 15.45. Con Paolo Bacilieri.

– Venerdì 7 Settembre – Mantova – L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA e presenta IL VOLTACARTE in occasione dell’incontro Giochi da ragazzi in Piazza Virgiliana. Ore 10.45. Con Andrea Valente.

– Venerdì 7 Settembre – Mantova –  L’autore partecipa al FESTIVALETTERATURA  in occasione dell’incontro sul translation slam c/o Chiesa di santa Maria della Vittoria. Ore 17.45. Con Flora Bonetti e Laura Cangemi.

Titolo: Il voltacarte. Storia di un re, una regina e un jolly
Autore: Louis Sachar
Editore: Piemme
Dati: 2012, 354 pp., 17,00 €

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Titolo: Buchi nel deserto
Autore: Louis Sachar
Editore: Piemme
Dati: 2012, 280 pp., 10,00 €

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La trilogia dei vicini di Milena Agus e la verità del sogno

Cagliari è una città verticale, «con le sue salite e discese e tanti punti di vista e passaggi repentini dal buio alla luce e cambiamenti di colore secondo il vento». Basta prendere una frase da La contessa di ricotta (2009), il primo libro della Trilogia dei vicini, per entrare subito nel mondo di Milena Agus. La scrittrice nata a Genova, ma residente a Cagliari fin dall’infanzia, ha scelto la città sarda come luogo d’elezione per ambientare le sue storie. Ne La contessa di ricotta quasi tutta l’azione si svolge in un condominio dal nobile passato nel quartiere di Castello; l’ultimo romanzo, Sottosopra (2011), vede i destini dei protagonisti incrociarsi tra i piani di un antico palazzo alla Marina («La Marina è come un’isola, perché ci volano sopra i gabbiani e gli uccelli marini, perché ci sono arrivati i naufraghi da tutto il mondo»). Rimane poi l’azzurro del Poetto dove affogare le delusioni e respirare nuova linfa vitale.

Nei romanzi di Michela Agus l’accurato realismo nella descrizione dei luoghi contrasta con l’atmosfera onirica che circonda i personaggi e le situazioni. Prendete la contessa di ricotta: «pensa che andare in Vespa col vicino assomigli moltissimo a quella che chiamano felicità», «ma la felicità e la normalità svaniscono quando il vicino non si affaccia al muro e il cuore le batte forte e ricomincia a pensare al suicidio». Un intreccio che viene ripreso nel racconto Il vicino (2008), pubblicato dalla casa editrice cagliaritana Tiligù e arricchito dalle illustrazioni di Giorgio Podda. Sottosopra, se possibile, accentua ancor di più la trasfigurazione della realtà in favola: «una storia in cui nulla è ciò che sembra e nulla è come deve essere». Anna, l’anziana domestica del piano di sotto si innamora di Mr Johnson, scapestrato violinista jazz che vive nello sfarzoso piano di sopra, e forse l’amore senile è l’unico a durare per sempre essendo così prossima la morte. Alice, studentessa del piano di mezzo e voce narrante, diventerà scrittrice per ribaltare l’alto e il basso, il reale e il sogno, in modo da regalare un lieto fine ai personaggi e potersi così riscattare da una tragedia personale. La famiglia allargata della Marina – Mr Johnson junior, gay ma padre del piccolo Giovannino; Natascia, bella e insicura figlia di Anna e l’ex ricca signora Johnson, che torna all’improvviso a scompigliare le carte: tutti la stringono in un abbraccio ideale che le consentirà di diventare se stessa. Milena Agus, affinando lo stile limpido e discorsivo che ha reso celebre Mal di pietre (2006), mette in scena una colorata sarabanda che ricorda certi film di Almodovar, depurati però dalla dimensione del tragico. Le storie che narra durano il tempo di un’evasione agrodolce, come certi sogni pomeridiani in estate, mentre aspetti che il caldo sfumi e la realtà riprenda la sua consistenza.

Milena Agus è stata tradotta in una ventina di lingue e mantiene un successo costante di pubblico e critica. Nonostante ciò, rimane fedele alla casa editrice Nottetempo che l’ha fatta esordire e continua a insegnare italiano e storia in un istituto tecnico a Cagliari. Dopo cinque romanzi e altre pubblicazioni insiste a non volersi definire una scrittrice ma «una che scrive» («Io scrivo perché mi fa bene, ne ho bisogno, riesco a dire cose che non riesco a dire quando parlo con le persone»). Ha incontrato i suoi affezionati lettori nella Biblioteca Comunale di Iglesias lo scorso 25 maggio, replicherà il 23 luglio a Cagliari, nel Teatro Civico del Castello.

Titolo: La contessa di ricotta
Autore: Milena Agus
Editore: Nottetempo
Dati: 2009, pp.127, euro 13,50

 

 

 

 

Titolo: Il vicino
Autore: Milena Agus
Editore: Tiligù
Dati: 2008, pp.40 ill., euro 12,00



Titolo: Sottosopra
Autore: Milena Agus
Editore: Nottetempo
Dati: 2011, pp.174, euro 14,50


Quando due solitudini fanno un amore

“Così, anche se Lena, dentro, è frizzante e molto spiritosa, molto in gamba, canta canzoni e le vengono in mente dei pensieri scatenati, fuori appare timida e taciturna”. Poche e semplici parole riassumono efficacemente la personalità di uno dei due protagonisti di Cose da salvare in caso di incendio: lei è Lena, una bambina di cui sappiamo ben poco per la maggior parte del romanzo, a parte il fatto che ha nove anni, è russa e vive a New York. L’altro protagonista è Vaclav, coetaneo altrettanto russo e altrettanto immigrato. Cos’hanno di speciale questi due bambini? Primo fondamentale punto d’incontro: l’essere altri rispetto al mondo in cui vivono. Entrambi sanno bene cosa significhi vivere in mezzo a bambini americani, madrelingua inglese, biondi, occhi azzurri, con vite e genitori perfetti. Per fortuna che l’America è il luogo delle possibilità, dove le identità possono facilmente confondersi e riplasmarsi. Almeno così pare pensare Haley Tanner, la scrittrice, newyorkese doc. A tratti, in effetti, pare che emerga il solito ideale patriottico che accomuna tanti scrittori o comunque produttori culturali statunitensi.

La descrizione della Russia rimanda infatti all’antico pregiudizio americano da guerra fredda, che vede nel Paese sovietico l’antitesi al modello di libertà made in USA: un Paese dalle architetture opprimenti, reduce da anni difficili, patria di belle menti che però non hanno la possibilità di esprimersi. Il tutto, ovviamente, declinato al passato: la Russia di cui parla la Tanner è la patria dei genitori di Vaclav, ma la puzza di pregiudizio aleggia comunque. Dettaglio trascurabile, se lo si confronta con l’accuratezza con cui Haley descrive i sentimenti di chi vive in terra straniera (qualunque cosa si intenda per terra straniera). Un acume che deriva dalla sua esperienza come insegnante d’inglese per bambini immigrati. Sono tante, in effetti, le delicatezze che pare riservare loro, sotto forma di uno scandagliamento preciso di emozioni, pensieri, idiosincrasie.

Lena e Vaclav, dicevamo. Personaggi complementari, come si vorrebbe accadesse qualche volta nella vita. Entrambi disastrati; ma mentre lui ha una famiglia più o meno solida alle spalle e una vita che gli sforzi, soprattutto materni, cercano di normalizzare (e americanizzare, appunto), Lena vive con una zia che non c’è quasi mai, in una casa puzzolente e piena di cicche, buchi nella moquette e piatti sporchi nel lavandino. La sua vita solitaria cambia quando conosce Vaclav, perchè da quel momento passerà tutti i giorni a casa sua, progettando insieme un futuro che vede l’uno un mago famoso e l’altra la sua assistente. Non è questo l’unico elemento positivo: c’è infatti Rasia, la madre di Vaclav, che ha pena per la bambina e, per quanto può, se ne prende cura, almeno durante il giorno. La donna non manca mai di riaccompagnarla a casa tutte le sere, andandosene regolarmente via con il cuore spezzato per la sporcizia, la solitudine e la tristezza di un luogo che è tutto tranne che adeguato a un bambino. La storia incontra una battuta d’arresto quando Rasia vede qualcosa che non avrebbe dovuto  vedere: alla bambina accadono cose orrende, che hanno a che fare con il lavoro dubbio della zia e il suo compagno. Lena viene portata via dai servizi sociali e non vedrà Vaclav per otto anni.

Un lungo periodo che la Tanner divide in due capitoli, dedicati ciascuno alla vita di uno dei due personaggi: Vaclav diventa un bel ragazzo e continua a inseguire il sogno di diventare un mago famoso come Houdini. Lena viene adottata da una donna che le dà tutto l’affetto di cui necessita. Entrambi, però, sono inquieti perché continuano a pensarsi tutti i giorni. Fino a quando lei non decide di chiamarlo, dopo tanti anni di silenzio. Un finale un po’ scontato spiega cosa successe a Lena anni prima, infine legandola per sempre al cuore e alla vita di Vaclav. Cose da salvare in caso di incendio è un libro estremamente scorrevole, ricco di sentimento, a tratti acuto e sorprendente. Unico neo, l’americanismo sottile.

Titolo: Cose da salvare in caso di incendio
Autore: Haley Tanner
Editore: Longanesi
Dati: 2011, 326 pp., 16,60 €

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Altre vite bruciano Dove finisce Roma

I giocattoli dei grandi fanno più male. Prendete i droni, gli aerei senza pilota guidati a distanza, usati in modo crescente dall’aviazione degli Stati Uniti; ora tornate indietro alla seconda guerra mondiale: i B-17 americani e i Lancaster inglesi, per liberarle dal giogo del Terzo Reich, scaricavano tonnellate di bombe sulle città europee. Roma fu bombardata dagli Alleati cinquantuno volte prima del 4 giugno 1944, data della sua liberazione. Nella manciata di giorni che precedono il 4 giugno è ambientato Dove finisce Roma, l’esordio narrativo di Paola Soriga. Ida, la protagonista, «i capelli neri dritti e la pelle di un’oliva», aveva quattordici anni – poco più che una bambina – quando nel 1940 Mussolini, contando di barattare poche migliaia di morti con una facile vittoria, fece entrare l’Italia in guerra al fianco di Hitler. Alla fine del conflitto le vittime italiane furono 443 mila e Ida, dal canto suo, era ormai diventata un’adulta. La guerra era stata la sua adolescenza, come sempre accade quando il tempo della Storia – la distruzione dell’Europa – invade con tale violenza il tempo del singolo.

«Ai genitori di Ida e Agnese, in Sardegna, quand’era scoppiata la guerra, era sembrata una fortuna che quelle due figlie stessero a Roma, a Roma, dicevano, mica ci buttano le bombe, a Roma che c’è il papa e il Colosseo». Non erano stati buoni profeti, ma si sforzavano di lenire il dolore per la partenza di quelle due figlie, in una casa piena di donne. Agnese, che «mai prima di allora aveva avuto un fidanzato», aveva seguito in continente suo marito Francesco, che lavorava al Ministero e credeva nel Duce; insieme erano andati ad abitare a Centocelle, in via dei Pioppi. Ida l’aveva raggiunta dopo l’estate del ’38 perché in casa c’erano troppe bocche da sfamare, ma anche perché Ida era diversa (ha i grilli per la testa, sostiene Francesco; tu sei come un’ostrica, Ida, hai una perla dentro, le dirà Don Pietro, il prete del quartiere) e nella capitale potrà continuare la scuola, e avrà modo di coltivare la sua unicità di persona, al di là dello schema biologico-sociale femmina moglie madre. A Roma sceglierà e sarà scelta da due vere amiche: Rita, “che nella sua famiglia sono comunisti”, e Micol, l’aggraziata ragazza ebrea che un giorno sarebbe andata via. A Roma sarà poi ribattezzata dalla guerra Ida Maria, staffetta partigiana, dal momento che entrare nella Resistenza, agire in prima persona, «le era sempre sembrata l’unica cosa da fare».

Dove finisce Roma è un libro che parla di sospensione e distanza, la distanza che sempre si forma rispetto all’Io che più non siamo, ma sul quale si fonda la nostra identità presente. La Sardegna per Ida rinasce in città quando l’odore del caminetto trasporta ricordi di intimità domestica, o quando le sensazioni visive si sovrappongono nella danza delle stagioni. «Era bello il cielo di Roma a novembre, con i colori che cambiavano e brillavano come uno scialle dei giorni di festa, che le ricadeva lieve sulle spalle a darle quiete», «Ida certe sere tornando a casa, spesso in bicicletta, i monti di Tivoli in fondo allo sguardo, sentiva una malinconia che le schiacciava il petto, come tante volte nell’orto, in paese, al tramonto davanti al fico grande».

La sospensione agisce nel libro su più livelli. In primo luogo c’è la sospensione dell’azione nel tempo effettivo del racconto: Ida, la mattina del 30 maggio 1944, temendo che i fascisti l’avessero scoperta aveva preso a correre, si era rifugiata in una delle cave sotto il pratone al Quadraro, «dove lei e Rita andavano a nascondersi da ragazzine, in quella stanza fra le pareti umide che era diventata il loro palazzo». Ora quella grotta diventa asilo e prigione, il posto dove passerà i giorni e le notti a seguire, rievocando a ondate, lungo il flusso del sogno e del ricordo, le impressioni della sua giovane vita, dall’infanzia in Sardegna alla lotta partigiana. «Nelle ore immobili si annidano i ricordi, le facce di quelli a cui si vuol bene». E il pensiero ritorna spesso ad Antonio, nascosto nelle campagne di Tivoli, che le ha mostrato l’amore che scorre in un bacio sghembo, ma non le ha mai detto che era lei la sua fidanzata. Arriveranno gli americani? L’azione è sospesa come la quiete dopo un rastrellamento, come gli orologi fermi nelle case bombardate. E Agnese non sapeva dare figli a Francesco. E Annina, la sorella di Rita, aveva smesso di parlare dopo aver visto la madre di un’amica fra le macerie. «Non chiederci la parola», scriveva Montale, «codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Dopo Montale, sarebbe certo una forzatura leggere sotto traccia Leopardi, A Silvia, «quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi», dietro un passaggio come il seguente: «quando lo guarda negli occhi, negli occhi suoi azzurri e grandi, che sembrano inondati di infinito», dove si riporta quel che prova Ida nei confronti di Antonio. Non è questo il punto, ciò che vorremmo evidenziare è la matrice poetica nella prosa di Paola Soriga. Poesia vuol dire innanzitutto ellissi e sintesi, sfrondare l’enunciato dalle norme grammaticali che ne limiterebbero la forza espressiva; vuol dire musicalità e ritmo nei legami e nelle dislocazioni tra le parole: [Qui per la prima volta in casa di Micol] «Tornando in salotto Ida si era sentita all’improvviso un po’ incomoda, ora saluto e me ne vado, aveva pensato mentre Micol si versava il tè rimasto, entravano gli occhi grandi di sua madre, con un rumor di tacchi». La virgola incorpora gli altri segni di interpunzione, declinando nella costruzione paratattica gli incisi del pensiero e le linee di dialogo dei personaggi, che spesso ricorrono al sardo campidanese o al romanesco. «Quando avevano aperto la scuola a Centocelle, il suo nuovo quartiere, Renata [la madre di Rita] era stata la prima ad andare a insegnarci, assieme a Erminia, che aveva il doppio dei suoi anni e un carattere odioso, come faranno i bambini a sopportarla, e come trattava Raffaele Spada, che era meridionale, immigrati, ecco cosa sono, una scuola di immigrati e nessuno sa parlare l’italiano».

Roma finisce a Sud nei quartieri periferici di Centocelle e del Quadraro, popolati negli anni trenta dagli immigrati provenienti da tutta Italia. Allora vigeva «quella legge fascista che non dà la residenza a chi non ha un lavoro», ai giorni nostri le fa eco la Bossi-Fini del 2002, che nega il permesso di soggiorno a chi non ha un lavoro per mantenersi – oggi che le periferie sono affollate dagli extracomunitari. Un libro ambientato nel passato offre sempre un quadro del tempo in cui è stato scritto, sovente la contemporaneità si rivela infatti una lente deformante. «Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato»: le parole di Calvino, da Le città invisibili, sembrano pensate apposta per il romanzo di Paola Soriga, che per certi versi è costruito sui nomi propri, sia materiali che immaginari, ma in ogni caso reali. Ciascuna azione o movimento dei personaggi ha una precisa collocazione spaziale: i nomi delle vie, delle piazze e delle botteghe disegnano l’ambiente narrativo e orientano il lettore nella Roma di allora, che attraverso quei toponimi si rispecchia nella Roma attuale. I nomi immaginari sono quelli dei personaggi (Ida, Agnese, Micol, Don Pietro) che si rifanno ai protagonisti di opere ambientate nella stessa epoca, da La storia di Elsa Morante a L’Agnese va a morire della Viganò, da Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani a Roma città aperta di Rossellini. Scrive ancora Calvino che «i libri nascono sempre da altri libri», e non potrebbe essere altrimenti: i libri sono i capitoli di una narrazione universale, così come le singole vite si sciolgono nella storia dell’uomo. Poi spetta alla coscienza individuale scegliere i propri modelli di riferimento.

I giocattoli dei grandi fanno più male. Di certo lascerebbe stupiti vedere uomini adulti che giocano per strada a guardie e ladri o a fare i cowboy, però è tutt’oggi largamente accettato che uomini uccidano uomini per esportare la democrazia o restaurare la pace, servendosi, per farlo, degli ultimi ritrovati che la tecnica mette a disposizione. Dove finisce Roma adotta in prevalenza il punto di vista adolescente di Ida così come Calvino aveva scelto lo sguardo bambino di Pin ne Il sentiero dei nidi di ragno. Un occhio pre-adulto è una lastra fotografica ipersensibile rispetto alla realtà bellica, che viene così spogliata degli ideali che ammantano la sua mancanza di senso; inoltre, una prospettiva dal basso si rivela più agevole per il lettore che si accosta al racconto. Il fatto poi che la protagonista, Ida, sia una giovane donna impegnata nella Resistenza, permette all’autrice di dare risalto al ruolo femminile attivo che era stato messo in moto dalla guerra, visto il massiccio impiego di uomini al fronte. Paola Soriga è nata nel 1979, ha conosciuto una società post-ideologica, è cresciuta nell’Italia del berlusconismo; per raccontare una storia di donne ha preferito guardarsi indietro, quasi a voler cercare le radici profonde di un futuro diverso.

Oggi Ida avrebbe ottantasei anni, ed è probabile che sarebbe indignata da tanta indignazione “controllata”, che brucia per autocombustione senza infiammare davvero il corpo sociale. O forse sarebbe solo stanca, lei che una guerra l’ha già combattuta, e si soffermerebbe a guardare il cielo, azzurro, come succede a volte in Sardegna. 

Titolo: Dove finisce Roma
Autore: Paola Soriga
Editore: Einaudi
Dati: 2012, 140 pp., 15,50 €

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