Seleziona il prodotto e scopri come morirai

Verrà la morte, e avrà l’aspetto imprevisto, asettico e un po’ squallido di un distributore automatico pubblico. Di quelli che si trovano ovunque, tra centri commerciali, stazioni dei treni, ingressi dei supermercati, sale giochi, bagni della metropolitana. Solo che da quel distributore non usciranno caramelle, giocattoli usa-e-getta o preservativi sottomarca, ma semplici cartoncini bianchi con una scritta nera che, come sempre, si porteranno via la primavera. Nessuna data, su quei cartoncini, nessun dettaglio; soltanto un’unica, solitaria parola che racchiude la sentenza che tutti vorremmo conoscere, ma nessuno vuole sapere: la causa, ambiguamente inesorabile, della nostra morte. Dai classici “Cancro”, “Suicidio”, “Enfisema”, “Fame”, ai più accattivanti “Marshmallow in fiamme”, “Non facendo ciao, ma annegando”, o “Sfinimento da sesso con minorenne”.

L’idea, nata in rete da una striscia comica di Ryan North, prevede l’esistenza di un mondo in cui chiunque, facendosi fare un semplice esame del sangue, riceverà subito un fogliettino che gli rivelerà il modo in cui è destinato a morire. Subito il successo riscosso dall’ipotesi di un mondo del genere è stato tale, che centinaia di scrittori o aspiranti tali hanno deciso di sviluppare, ognuno dal suo punto di vista, le infinite possibili declinazioni di una premessa tanto affascinante, inquietante, comica o enigmatica. Il risultato sono i trentacinque racconti che compongono l’antologia La macchina della morte, appena edita in Italia da Guanda.

Ora, come norma generale, quando sento parlare di antologie di racconti scritti da esordienti, per sicurezza metto mano alla pistola. In questo caso poi stiamo parlando di un’antologia presentata da un T-Rex parlante e in cui il cognome di uno dei tre curatori si scrive con il punto esclamativo; e ogni racconto è introdotto da un’illustrazione perlopiù bruttissima; e in fondo al volume ci sono le biografie degli autori scritte in quel modo simpatico da ggiovani esordienti della letteratura, del tipo “James Foreman abita a Pittsburgh e probabilmente in questo momento sta bevendo caffè”, oppure “Dean Trippe è un mago ninja robot e alieno (venuto dal futuro) che crea fumetti” (sic). Sì, decisamente ho ucciso per molto meno. Ma poi.

Ma poi, procedendo racconto dopo racconto (letteralmente; i libri li leggo dall’inizio anche quando non è necessario), sempre più avvincente diventava l’inesorabile meccanismo a orologeria che governava questo mondo in cui tutti sanno di che morte moriranno, ma non hanno bene idea di come, dove o quando succederà. In cui le diverse possibilità narrative offerte dall’esistenza di una Macchina della Morte si esprimevano in tutta la loro ambiguità già dai titoli, con quell’unica parola netta e lapidaria come una sentenza, ma enigmatica come il responso di un oracolo che – come tutti gli oracoli che si rispettino – schiude infinite alternative nel momento stesso in cui sembra specificarne una soltanto.

il trionfo della morte regina e la danza macabraLa scelta più apprezzabile consiste proprio nel tentare di rispondere alla domanda di fondo (come cambierebbe il mondo se tutti sapessimo come moriremo?) riducendo al minimo lo spazio della filosofia spicciola sul libero arbitrio e sul fatto che la causa della nostre morte sia da sempre infallibilmente codificata nel nostro sangue, e concedendo invece tutto il palco a Sorella Falce, allo sviluppo puro e semplice delle varie situazioni di coloro che si preparano ad affrontarla, all’esplorazione dei mondi e delle strutture sociali creati dalla presenza di una Macchina in grado di predire la morte. Come nel primo racconto (Marshmallow in fiamme), divertentissima teen tale in cui il responso, fornito ai ragazzi al compimento dei 16 anni, coincide con l’inizio di una nuova vita e l’ingresso in nuovi gruppi accomunati proprio dall’identica previsione: così quello dei “bruciati” è il gruppo dei ragazzi fighi, i suicidi sono una specie di gruppo emo e quelli che moriranno di vecchiaia i più pallosi della scuola. O in Verdure (forse il più bel racconto della raccolta), in cui la morte equivale alla liberazione dei veri istinti del protagonista, che solo dopo aver scoperto il responso che lo riguarda realizza finalmente la propria intima, “elettrizzante” personalità.

Niente di inquietante o angosciante, insomma. Potrete leggere questi racconti anche (anzi, soprattutto) se avete paura della morte, o (come il sottoscritto) dei prelievi di sangue. Anche perché, a farla da padrone su tutti i casi umani che si trova a governare, è quasi sempre l’umorismo volontario o involontario di un responso che rivela nascondendo. “Vecchiaia”, ad esempio, potrà voler dire morire nel proprio letto a cent’anni, ma anche essere investito da un’auto guidata da un vecchio mentre si va al supermercato; o “Suicidio”, che non per forza dovrà essere il tuo, quando ti toccherà… Insomma, la morte, come la vita, dimostra qui di avere un sense of humour tutto suo. Ma non illudetevi: anche nel più bizzarro dei mondi, a ridere per ultima è sempre lei.

Titolo: La macchina della morte.
Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire

Autore: Ryan North – Matthew Bennardo – David Malki !
Editore: Guanda
Dati: 2012, 549 pp., 19,00 €

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All'apparir del vero. Incontro con Lucia Etxebarria

“Lucía, hay otra entrevista”.

Due minuti dopo essere stato così annunciato al telefono, busso alla porta della camera di Lucía Etxebarría all’Hotel Manin di Milano, dove la scrittrice spagnola si trova per promuovere in Italia il suo ultimo romanzo, Il vero è un momento del falso (Guanda, 2011). Non sono il primo, in camera c’è un giornalista che sta finendo le sue domande; e non sarò nemmeno l’ultimo, anche se Lucía inevitabilmente comincia ad accusare il jet lag dell’autopromozione. Mentre faccio anticamera in attesa del mio turno, noto su un tavolino d’ingresso una di quelle brochure sui servizi disponibili che si trovano in genere sui tavolini d’ingresso degli alberghi di lusso. Mi colpisce immediatamente lo scarso discernimento, tipico di questo genere di servizi, con cui la brochure dà il benvenuto a Lucía: “Welcome Mr Etxebarría”. “Mr”? Come se Lucía Etxebarría non fosse una scrittrice che, in un’intervista su Cafebabel di qualche tempo fa, si lamentava della letteratura “maschilista”, più maschilista di tutte le altre arti, in cui “gli uomini artisti sono degli artisti, le donne artiste sono delle donne”. Come se il suo nuovo romanzo non ruotasse principalmente intorno alle confessioni di un gruppo di donne, paranoiche, complesse, problematiche, affascinanti. Come se il succo del romanzo non fosse proprio quel problema, teorizzato da Guy Debord nel 1967 e oggi così bollente, dell’allontanamento della realtà che, rimossa sullo sfondo, si trova ad essere sempre più frequentemente sostituita da una rappresentazione, dallo spettacolo.

La questione è calda. Sarà per questo che, mentre io cerco di iniziare girandoci un po’ intorno, Lucía mi richiama subito all’ordine. Quello ha scritto, e di quello vuole parlare. E come resisterle?

D: Lei ha cominciato la sua carriera letteraria con Aguanta Esto…
R: No no, quel libro non ha assolutamente niente a che vedere con la mia carriera letteraria! All’epoca avevo 25 anni, facevo la giornalista per una rivista che si occupava di musica rock, c’erano quattro giornalisti in Spagna che si occupavano di questo particolare settore, io avevo bisogno di soldi e le altre tre hanno detto di no, e così l’ho fatto io, ecco. Quello fu un libro scritto su commissione, che non fa parte dei miei libri.

D: Questo vuol dire che quel libro non lo riconosce più?
R: No, semplicemente non è un libro che definirei “letterario”.

D: D’accordo, allora riformulo: Lei ha cominciato la Sua carriera di scrittrice con un libro su Courtney Love, e adesso ritorna al mondo della musica, con un romanzo il cui protagonista, Pumuky, è un cantante pluritossicomane…
R: Sì, anche se poi ciò che ho voluto scrivere non è un romanzo sul mondo della musica, né su un cantante rock, ma un romanzo sulla spettacolarizzazione della realtà. Per questo il protagonista poteva essere anche una star della televisione, o un attore, o qualsiasi altro personaggio dello spettacolo. Ho scelto il contesto del rock solo perché ci ho lavorato per lungo tempo, perciò è un mondo che conosco molto molto bene.

D: E non anche perché, conoscendolo così bene, forse Lei ritiene il mondo del rock particolarmente significativo per esprimere il determinato tipo di relazioni sociali – sclerotizzate, paranoiche – che si viene a creare nel romanzo?
R: Beh, come tutte le rock-star il protagonista è un narcisista che chiede, pretende attenzione: i personaggi del rock sono estremamente narcisisti. Come del resto estremamente narcisista è la società contemporanea in cui viviamo: una società di consumo, di individualismo, di soddisfazione immediata. Normalmente tutti i nostri eroi contemporanei, i cantanti rock, gli attori, i personaggi della televisione, sono personalità narcisiste: anzi, narcisisti-vampiro.

D: Nelle primissime battute del romanzo, uno dei personaggi parla della rarità della vera amicizia: quando il gruppo era famoso, amici anche da sotto i sassi, salvo poi svanire tutti. Discorso attualissimo, nella social era di Facebook.

R: Sì, in Spagna infatti abbiamo un modo di dire: “Vali meno di un amico di Facebook”! Anche se tra gli attori è esattamente la stessa cosa: se sei un attore famoso di un teleromanzo o di una serie televisiva che dura un anno, per quell’anno non ti capiterà mai di pagare la consumazione del bar. Come finisce quell’ingaggio, scompari, sparisci, così.

D: Come nei reality-show, no? C’è ancora il Grande Fratello in Spagna?
R: (smorfia) Sì, c’è, sul canale di Berlusconi, che dopo Telecinco ha appena comprato, l’anno scorso, La Cuatro.

D: Lei ha citato Berlusconi: e sa che in Italia il rapporto donna-corpo-spettacolo è un argomento caldo, ultimamente. Nel suo romanzo assume un notevole peso proprio il rapporto della donna con il suo corpo; penso ad esempio a Olga.
R: Sì, Olga, o Valeria, che è addirittura anoressica. Noi viviamo evidentemente in una società in cui il rapporto di una donna con il proprio corpo è del tutto innaturale: ci vengono imposte delle donne assolutamente fuori dalla natura e dalla realtà, un canone di donne magrissime ma con seni molto prosperosi, il che non esiste in natura, no? Ed è un canone, ancora un volta, consumista, un canone per donne ricche, nel senso che essendo non naturale dimostri di aver avuto i soldi necessari per rifarti, per toglierti i fianchi, aggiungerti il seno… Io non credo di conoscere nessuna donna che non abbia tentato una dieta: molte donne vivono costantemente all’erta, perché è la società che ti impone quel canone e tu ti convinci che è giusto, che bisogna seguirlo. E non è un caso che questa pulsione esista anche per gli uomini, etero o omosessuali, perché entrano in un collettivo sociale che pretende un determinato canone di bellezza come condizione necessaria al conseguimento del successo e del riconoscimento.

Avrei altre domande, ma il tempo è scaduto. Bussano come pochi minuti prima avevo bussato io. Hay otra entrevista, Lucía. Ho giusto il tempo di farmi autografare il romanzo. Lucía Etxebarría mi ringrazia del mio tempo; ma in realtà sono io che devo ringraziare lei, che – come tutti i veri scrittori – cerca di aprire gli occhi dall’esterno a chi si ostina a volerli tenere chiusi, preferendo accontentarsi di un momento di verità nascosto, quasi invisibile, tra le pieghe di un enorme quadro falso.

Non l'ho letto ma mi piace – Ep. 13

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

“Ho scoperto Robin Hobb, secondo pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden (il primo è quello usato per la pubblicazione di celebri romanzi fantasy-contemporanei, Megan Lindholm), ritrovandomi tra le mani un volume dalla copertina un po’ pacchiana con colori sgargianti e toni zingareschi molto carichi. Mi sono detta, questa saga dei mercanti di Borgomago non s’ha da leggere. Poi l’ho letta, invece, convinta da cosa non so, e ho fatto molto bene, perché ho scoperto una delle più grandi autrici di fantasy epico-medievale e una delle storie (in mezzo al guazzabuglio di storie tutte uguali) più originali per ambientazione e tono. Il luogo è il mare, anzi, si può restringere lo spazio a una nave; una nave simbolo di un mondo a parte capace di muoversi in uno ostile come quello marino, sconfinato e caratterizzato da tempi molto dilatati, e al contempo capace di raggiungere la terra e ad essa essere radicata e radicarsi con tradizioni familiari, intrighi politici e magia secolare. Per questo, mentre aspettiamo i mercanti di Borgomago (che Fanucci sta per pubblicare) pensiamo che Il mago della foresta non potrà assolutamente essere da meno; del resto sul New York Times Book Review si dice che: con un linguaggio brillante e il tocco garbato delle fate, Robin Hobb è autrice di romanzi davvero epocali. [Barbara Ferraro]
Robin Hobb
Fanucci, 768 pp., 25,00 €

Schermo piatto non l’ho letto ma mi piace perché il titolo è molto simpatico, perché stimo Slow Food e le idee che promuove comunicando e studiando la cultura del cibo in tutti i suoi aspetti e soprattutto dandoci modo di educare il nostro gusto condendolo con la coscienza della salvaguardia dell’ambiente e della promozione di nuovi modelli alimentari rispettosi delle tradizioni e delle identità culturali. Schermo piatto è un libro in due tempi, leggo sul sito della casa editrice. Nel primo, un viaggio attraverso il cibo nel cinema, interpretato dalla personalità del viaggiatore-autore e fatto di inclusioni ed esclusioni, soste, esplorazioni, passaggi. Un invito ad arricchire questi percorsi con appunti personali. Nel secondo si passa al racconto, con undici storie che portano il cinema in cucina o il cibo dentro lo schermo, rivelando moltissime possibilità di sviluppare l’argomento e moltissime chiavi di lettura. [Maddalena Bonparola]

Antonio Attorrei
Slow Food editore, 14,50
Bruno Arpaia è uno dei personaggi più interessanti della cultura italiana contemporanea. Giornalista, letterato, traduttore, la sua penna è riuscita a ricreare con straordinaria vividezza momenti cruciali della nostra storia costringendoci – con intelligenza – alla riflessione.
Per questa ragione non potevamo farci sfuggire il suo nuovo romanzo, L’enegria del vuoto, nato dall’incontro di Arpaia con una nuova passione, la scienza, e, per la precisione, con la più filosofica delle scienze ovvero la fisica.
Riallacciandosi alla tradizione umanistica italiana che vede l’arte e la scienza indissolubilmente legate, Arpaia usa i teoremi della fisica per costruire l’intelaiatura di un’avincente spy story internazionale, e, allo stesso tempo, usa la sua abilità di narratore per dare voce e corpo a delle teorie scientifiche.
Questa è la storia: una scienziata del cern scompare in circostanze misteriose. Alla sua ricerca partono il marito e il figlio adolescente, intraprendendo un lungo viaggio in auto attraverso le campagne franco-spagnole. Le indagini e i colpi di scena si alternano ai momenti intimisti caratteristici delle road stories. Ma a tenere le fila di tutto sono sempre le teorie e i paradossi della fisica.
Il romanzo di Arpaia sarà avvincente, interessante e sorprendente come si annuncia? Non potremmo affermarlo: “nella scienza non si sa nulla finché non si sperimenta”. [Valeria Vitale]
Bruno Arpaia
L’energia del vuoto
Guanda 2011, pp 266

A due anni dalla pubblicazione esce in edizione economica Il lamento del bradipo, opera seconda di Sam Savage, autore del caso-editoriale Firmino, romanzo d’esordio datato 2006. Protagonista del romanzo è Andrew Whittaker, editore di una rivista letteria, marito, uomo, al centro del vortice di una profondissima crisi professionale, sentimentale e umana. Ma Whittaker non si dà per vinto ed energicamente prova a percorrere tutte le strade, a dar fondo a tutte le sue risorse per rimettersi in piedi. E poi comincerà a riprendere tutti i pezzetti e frammenti della sua vita che troverà e inizierà a rimetterli insieme. Stralci di un romanzo mai finito, risposte agli autori, comunicazioni della banca, lettere della moglie che lo ha lasciato, pagine di diario, liste della spesa: ripescati e archiviati nel disperato tentativo di dare un senso al caos da cui è sommerso. insomma, non sarà stato un caso editoriale ma questa edizione economica vale senza dubbio una bella lettura [Massimo Basile]

Sam Savage
Einaudi (Stilelibero), 238 pp., € 12

Non l'ho letto, ma mi piace – Ep. 6

Rubrica settimanale arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

A Mosca, a Mosca! è il grido, a metà tra il non-c’è-più-niente-da-fare e il un-giorno-cambierà-tutto, lanciato più volte dalle tre sorelle Olga, Mascia e Irina nell’omonimo dramma di Anton Cechov; ed ora è anche il titolo dell’ultimo romanzo-saggio di Serena Vitale, raffinata studiosa di letteratura russa e saggista inclassificabile (nel senso di sfuggente alle classificazioni, come ammette lei stessa; ma potrebbe essere altrimenti per una che è stata  allieva di Angelo Maria Ripellino?). Solo che, a differenza delle tre sorelle di Cechov – che a Mosca avevano trascorso l’infanzia e per tutta la vita nutrirono il desiderio insoddisfatto di tornarci – Serena Vitale ci arrivò nel 1967 con una borsa di studio e non se n’è andata mai più (perlomeno con la mente; la borsa finì l’anno successivo). Quarant’anni di amore per la Russia che ora confluiscono in questa raccolta di racconti che, a giudicare dalla scheda, ha tutte le caratteristiche della Vitale che ci piace di più: profondità di sguardo, complessità di analisi alla ricerca del rispecchiamento del Grande Evento nel piccolo quotidiano, amore sincero per l’oggetto del proprio racconto, affascinante indifferenza per le barriere che troppo spesso ancora oggi separano storia, cultura, letteratura e società. E ancora ironia, insieme a un notevole quantitativo di quella tensione che la realtà di un paese allora in piena Guerra Fredda, guerre di spionaggio interno ed estero e abissali diseguaglianze sociali offriva in abbondanza. Ho detto “allora”? Perché, oggi è diverso? “Ah, poterlo sapere, poterlo sapere…” (cit.)
Serena Vitale
A Mosca, a Mosca!
Mondadori, pp. 238, € 19,00
Avvertenza al lettore: Rinascimenti, il titolo dell’ultimo libro dell’antropologo britannico Jack Goody edito da Donzelli, contiene uno spoiler; e ancor più il sottotitolo, che ci pone il provocatorio interrogativo: “Uno o molti? L’Europa, il mondo arabo, l’India e la Cina alle origini dell’età moderna”. Dal tono della domanda, mi sa che i più svegli di voi hanno già capito dove si vuole andare a parare. E cioè che conviene rassegnarsi: lungi dall’essere un fenomeno solo occidentale, anzi solo europeo, anzi solo italiano, anzi solo toscano (in un progredire potenzialmente infinito di riduzioni campanilistiche), “di Rinascimento non ce n’è uno solo – quello italiano ed europeo –, e quest’ultimo non è neppure l’unica radice della nostra nozione di modernità. Altri bacini culturali hanno avuto un loro Rinascimento e a essi, peraltro, quello europeo ha attinto nei secoli a piene mani”. Affermazione, più che sovversiva, addirittura pericolosa, per i tempi che corrono: e se pensate che si esageri, considerate che secondo la scheda Goody si spingerebbe “fino a destrutturare la teoria della supposta supremazia occidentale e a svelare rischi e limiti della contrapposizione Oriente/Occidente”. In ogni ricerca di Goody, la parola magica è “comparazione”. Ma la comparazione, si sa, pone dei problemi ideologici. Noi come loro? Follia! Loro prima di noi? Eresia! E meno male che siamo nell’era della globalizzazione, dello scambio, dell’intercultura. O forse vogliamo ostinarci a credere di aver inventato noi anche quelle?
Jack Goody
Rinascimenti. Uno o molti?
Donzelli, pp. VI-380, € 28,00
Periodo fortunato, per Gilbert K. Chesterton, il padre di Padre Brown (scusate il volontarissimo bisticcio). Mentre le edizioni Lindau si impegnano a portare in Italia i suoi saggi meno noti, Guanda ripropone in questi giorni, con un’irresistibile copertina in perfetto stile noir londinese che ti fa decisamente venire voglia di saltarci dentro, un testo delizioso come Il club dei mestieri stravaganti. Una vicenda di investigazioni tanto paradossali che da sola basta a capire perché Borges considerasse Chesterton uno dei suoi maestri. Al centro del racconto, “sei storie di delitti, sei detective stories, in cui in realtà non viene commesso nessun delitto”. A giocare il ruolo dell’anti-Holmes a questo giro è Basil Grant, ex-giudice allontanato dal ruolo per manifesta pazzia, il cui metodo investigativo consiste, come nel più classico Chesterton, proprio nel ribaltamento ontologico del metodo sherlockiani, nella convinzione che i fatti mentono, distraggono, sviano, indicano in ogni direzione ed ognuna è sbagliata; l’unica verità è l’immaginazione, che crea la realtà, i fatti stessi e la loro interpretazione. Nel costruire detective stories il cui principale indiziato è la capacità della mente umana di creare una realtà distorte scambiandola per quella vera, Chesterton fu davvero maestro, e non solo di Borges (anche un certo Guglielmo da Baskerville risolse un mistero percorrendo una strada di errori). Quali siano i mestieri stravaganti del titolo, è difficile immaginare; ma, stando alla scheda, in quel club ci si deve divertire da pazzi.
Gilbert K. Chesterton
Il club dei mestieri stravaganti
Guanda, pp. 156, € 15,00

Attorno a Il libro selvaggio di Juan Villoro ho girato un po’. Non riuscivo a decidermi se segnalarlo o no. Mi attraeva, come mi attraggono tutti i libri che parlano di libri; ma al tempo stesso me ne allontanava il timore di incappare nell’ennesima sòla, così frequente in libri del genere, che spesso non sono altro che collage rifritti di storie già lette, atmosfere già vissute, plot più che mediocri. Poi mi sono accorto, leggendo la scheda, che in questo gioco di attrazione, repulsione e ritorno stavo seguendo inconsapevolmente la concezione di fondo del libro: e cioè che non il lettore sceglie il libro, ma viceversa. Quella scheda parla della storia di Juan, quattordici anni, che “trascorre le vacanze dallo zio Tito, il bibliofilo più pazzo del mondo. Nel labirinto della sua biblioteca Juan scopre che i libri hanno una vita propria. Alcuni addirittura cambiano contenuto a seconda di chi li legge. Altri, invece, si nascondono”. Come Il libro selvaggio che dà il titolo al romanzo, che sfugge a tutti i lettori in attesa di quello giusto e che, par di capire, gioca con il protagonista a un nascondino analogo a quello cui stavo giocando io con il volume che ne racconta la storia. E così l’ho preso. Volete sapere il resto della storia? Allora fate come me: leggetelo.

Juan Villoro
Il libro selvaggio
Salani, pp. 224, € 13,00

Non l'ho letto, ma mi piace – Ep. 1

Prima puntata (conservatela bene, fra un centinaio d’anni varrà dei soldi) di questa nuova rubrica di segnalazioni: per darci un’occhiata in giro, curiosare tra le uscite imminenti o imminentissime di un mercato editoriale sempre più prolifico e… Ma sì, insomma, per parlare un po’ a vanvera di libri che non abbiamo ancora letto.

Strano che si sia dovuto aspettare tre anni per l’arrivo in Italia di un’antologia fantasy che ospita contributi di gente come Neil Gaiman o Eoin Colfer, ma tant’è. La raccolta Wizards, curata da Jack Dann e Gardner Dozois per Penguin USA nel 2007, sbarca da noi soltanto adesso, con il titolo (inglese, ma non originale; chissà perché?) Dark Alchemy: un calderone fumante in cui i due autori-editori di sci-fi/fantasy/horror hanno versato alcuni tra i migliori autori anglosassoni di fantasy contemporaneo (oltre ai due già citati carichi da novanta, ci sono Garth Nix, Terry Dowling, Mary Rosenblum, Peter S. Beagle…), assegnando ad ognuno il compito di scrivere un racconto su un mago. Il risultato? Una sorta di Decamerone di racconti magici i cui protagonisti sono di volta in volta “bambini che sanno parlare con gli animali e animali che sono pronti a dare la vita per combattere la magia nera; ragazzi che risorgono dal regno dei morti e fanciulle che fanno amicizia con i fantasmi di case stregate; giovani che sorprendono il diavolo a rovistare tra i giornali del garage… galli parlanti e mostruose manticore…” e altre amenità di questo genere. Un’alchimia che certo ci incuriosisce (e di cui riparleremo meglio presto). E poi, non so se avete sentito, ma prima ho detto Neil Gaiman.
Jack Dann – Gardner Dozois (edd.)
Dark Alchemy
Aliberti, pp. 457, € 17,00
Avventura n. 8 per Hap Collins e Leonard Pine, che gli amici del vecchio Joe R. Lansdale (Io! Io!) conosceranno più semplicemente come Hap e Leonard. Devil Red, appena uscito per Fanucci (che l’anno scorso aveva già pubblicato l’ultimo episodio del ciclo, Sotto un cielo cremisi), si lascia alle spalle i trafficanti di droga e il misterioso assassino Vanilla Ride con cui i più sboccati, squinternati e stranianti bad boys della letteratura contemporanea hanno avuto a che fare l’ultima volta e li fa inciampare in una serie di spiacevoli circostanze che comprendono, tra l’altro, sette vampiriche, killer mercenari ed esaurimenti nervosi a go-go. Un elenco stimolante (anche se nell’ultimo libro di Lansdale che ho letto io, c’era una cometa coi denti, dinosauri, pellicole cinematografiche che ti avvolgevano per succhiarti il sangue e un uomo con un televisore al posto della testa; e sono cose); del resto, il ciclo di Hap e Leonard (che tra l’altro quest’anno festeggia i suoi primi vent’anni: Una stagione selvaggia è del 1990) resta pur sempre il prodotto più lansdaliano di Lansdale, e senz’altro una delle narrazioni più rappresentativamente americane della nostra epoca. Poi certo, una produzione così prolifica come quello dello scrittore texano non può non perdere a tratti lo smalto: ogni tanto dormicchia anche Lansdale, specialmente in questo ciclo. Vedremo.
Joe R. Lansdale
Devil Red
Fanucci, pp. 288, € 17,00
Predrag Matvejević è, per chi ancora non lo conoscesse, il nome di uno di quei rari autori di saggistica le cui opere, anche le più ponderose, si leggono come un romanzo, se non come una poesia, senza perdere un grammo della propria forza argomentativa, e che lasciano nel lettore semi che difficilmente si dimenticano. In Pane nostro ritroviamo quell’erudizione così splendida e maestosa, indifferente a ogni limite di tempo, spazio o culture, a cui Matvejević ci aveva già abituato con il suo geniale Breviario mediterraneo, e che ci accompagna attraverso la storia del nostro principale alimento rendendola il fulcro, o meglio il simbolo dell’intera evoluzione umana. Su un argomento del genere altri avrebbero scritto un saggio accademico: quella che Matvejević ci mette sotto gli occhi è invece una storia epica, che passa attraverso guerre, conquiste, viaggi per mare e per terra, ricchezze e carestie, meraviglia e decadenza, per finire ogni giorno, ancora oggi, sulla nostra tavola.
Predrag Matvejević
Pane nostro
Garzanti, pp. 238, € 19,60
Semiotica, pub e altri piaceri (fantasiosa versione italiana dell’originale Espresso Tales) è la seconda puntata (edita nel 2005 e sbarcata qui dopo cinque anni: lunga la strada dalla Scozia) del ciclo 44 Scotland Street di Alexander McCall Smith. Anche se il titolo ci suggerisce inevitabilmente (perlomeno a me) l’immagine di Umberto Eco e David Lodge che discutono di linguistica e letteratura mentre si sbronzano al Titty Twister, il libro parrebbe non aver nulla a che fare con le atmosfere ironicamente accademiche di certa narrativa anglosassone di genere. Piuttosto, protagonisti di questa raccolta di racconti sono le paranoie e le idiosincrasie degli abitanti della palazzina di Edimburgo eponima del ciclo, seguiti (un racconto per uno) nello svolgersi della loro bizzarra e sclerotizzata esistenza quotidiana. Gli ingredienti per conquistarci sembrano esserci tutti: vita di condominio con annessi e connessi, intrecci deliriocentrici tra personaggi al di qua (o già al di là) di una crisi di nervi, monologhi e confessioni semi-psicotiche da torcibudella. Per quanto mi riguarda, io ci sto, e voi?
Alexander McCall Smith
Semiotica, pub e altri piaceri
Guanda, pp. 360, € 18,00
Nella narrativa fantastica, ormai lo sappiamo tutti, lo stratagemma del ritrovamento di un manoscritto perduto è diventato un trucco stantìo per tentare di dar vita a narrazioni di cui faremmo volentieri a meno. Ma nella realtà le soffitte e le cassettiere a volte ci regalano ancora sorprese inaspettate. È il caso del romanzo finora inedito, ma di prossima uscita per Archinto, Il film della mia vita, ritrovato tra le carte di casa Pasolini sotto forma di quaderni chiusi in un involucro di cartone sigillato con lo spago, che ci racconta dall’interno la storia della famiglia Pasolini per parte materna. Senz’altro Pier Paolo Pasolini nemmeno sapeva che la madre Susanna Colussi Pasolini un giorno decise di chiudersi in camera sua per ripercorrere la storia della propria famiglia a partire dal periodo napoleonico fino al Ventesimo secolo, in uno di quegli affreschi personalissimi e compositi in cui la storia del singolo si intreccia con quella di un’Italia dai mille volti, spesso drammatici ma sempre fieri, che solo le donne sanno scrivere (se avete pensato alla Fallaci di Un cappello pieno di ciliege, be’, l’ho fatto anch’io). E si rassegni il senatore Dell’Utri: questa volta il testo non è incompiuto.
Susanna Colussi Pasolini
Il film della mia vita (Con poesie di Pier Paolo Pasolini in friulano)
Archinto, pp. 288, € 18,00
Peccato che Dedalo (specializzata in saggistica di livello decisamente raffinato) non pubblichi più spesso anche narrativa. Perché Spelix. Storia di gatti, di stranieri e di un delitto, dell’archeologa Annamaria Rivera, il romanzo fuori collana in uscita in questi giorni, si annuncia come un prodotto davvero notevole quanto a impianto narrativo, idea di base e concezione complessiva. Ambientato in un quartiere romano e popolato da alcuni personaggi piuttosto curiosi (dalla scheda: “delle persone immigrate, due gattare, un veterinario polacco, un carabiniere atipico, un piccolo speculatore, una cricca di criminali prestigiosi e potenti, quattro cani e la colonia felina del quartiere”), Spelix è la storia dell’omonimo gatto e del suo padrone, un vecchio erudito eccentrico, improvvisati detective per caso alle prese con un omicidio la cui soluzione spetterà proprio al gatto e al suo particolare fiuto. Presentato come un apologo sulle derive intolleranti che negli ultimi tempi investono il nostro Paese con la forza di uno tsunami (ma tanto poi nessuno in Italia è razzista, no?), il romanzo (illustrato a colori) vuole essere uno sguardo sull’ostilità che sempre di più colpisce l’altro, il diverso. E insegnarci che se arriva a colpire anche i gatti, allora vuol dire che siamo messi proprio male.
Annamaria Rivera
Spelix. Storia di gatti, di stranieri e di un delitto
Dedalo, pp. 208 (ill. a colori), € 16,00

Donna alla finestra

Ogni mattina Lynda, madre e moglie soddisfatta e premurosa, s’affaccia dal portico della sua bella casa alla periferia di Dublino, verso il giardino zen, specchio della sua immota tranquillità ed eleganza. Il giardino le infonde serenità; una serenità semplice, fatta di belle cose, di una carriera d’artista soddisfacente, di due figli adolescenti, di un marito, Robert, impegnato e attento. Questo l’impianto di  Donna alla finestra; una storia sfaccettata e, al contrario, lineare.

Una radice marcia per questo fusto liscio e candido però c’è: si tratta del fratello minore di Robert, che pare destinato a sconvolgere le loro esistenze con cadenza periodica ed egoismo sfrenato. E rami giovani, stranieri e seducenti s’innestano sull’impalcatura più fragile dei rami: si tratta di Jon. L’amico fin troppo perfetto che Ciaràn, il figlio minore, decide di ospitare in casa per qualche tempo.

Piacevoli i continui cambi di prospettiva che, senza mai scendere di tono, s’alternano, dando voce ora a un protagonista ora a un altro, modulando armonie di pensiero che tanto più disarmoniche tra loro tanto più equilibrate toccano la percezione del lettore coinvolgendolo nei rispettivi punti di vista.

In questa storia noir, ci sono i cattivi e ci sono i buoni, ci sono gli ingenui e gli ignavi. Spesso accade, specie nella letterarura contemporanea, di schierarsi; è inevitabile. Non è questo il caso. Questo dramma che si insinua nelle pieghe della vita familiare di Lynda e Robert (alcuni l’hanno definita vita “comune” ma francamente se “comune” fosse davvero non ci sarebbe una storia degna di tal nome né tantomeno delle possibili considerazioni; il fatto è che nessuno è comune, nulla è ordinario) si svolge inesorabile, senza pause e tocca altre case, altri animi (compreso quello di chi legge) girando attorno a un unico perno: Danny.

Non Robert, non Lynda, non Daniel: Danny. Un diminuitivo che accresce lo sgomento, l’enormità di certe simulazioni, il livore di certi ricordi. Il nome della donna protagonista è invece quello di battesimo, il nome per intero della donna alla finestra, quella che non sa che “al limitare dell’ombra, qualcosa si muove”, quella che con la sua forza e la sua determinazione (l’intuito e l’intelligenza) riuscirà a cercare e trovare delle risposte che, ben lungi dal risolvere, aprono la strada alla rinascita, alla libertà.

Una storia dal finale aperto che lascia un po’ di amaro in bocca. Una scelta autoriale che probabilmente più di altre presume un profondo rispetto per il lettore. Non gradisco, però, l’incombenza di dovermi preoccupare per il futuro dei personaggi coi quali ho idealmente dialogato (che fine faranno? Potranno essere ancora sereni? Quanti ricordi resteranno vivi e chi tormenteranno?) e trovo nella “non conclusione” una scelta di comodo che mal s’addice a scrittrici del calibro di Catherine Dunne, che ricordo essere anche l’autrice de La metà di niente.

Titolo: Donna alla finestra
Autrice: Catherine Dunne
Editore: Guanda
Dati: 2010, 308 pp., 16,50 €

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I ricordi brucianti di un imperdonabile abbandono

illustrazione di Giovanni Mulazzani

Nei boschi norvegesi in cui le stagioni si inseguono l’una con l’altra placidamente, come un vecchio cane fedele segue il proprio padrone, un uomo sessantenne popola la propria (ricercata) solitudine di ricordi; ricordi di una fanciullezza vissuta con leggerezza, investita di una coscienza adulta che ne acuisce gli spigoli piuttosto che smussarli.

Trond ha perso la moglie e la sorella da poco tempo, entrambe in circostanze drammatiche, e cerca nella solitudine rifugio proprio da quest’ultima: si consola cercando di convincersi di quanto sia autosufficiente e organizzato, si concentra sui piccoli lavori di manutenzione che si rivelano necessari alla casa di montagna in cui ha scelto di vivere e curativi per il suo animo ferito e solo.

Si sveglia ogni mattina, Trond, pensando a ciò che deve fare durante il giorno: preparare la colazione, dar da mangiare a Lyra, il cane, cercare una nuova catena per la motosega, delle gomme di ricambio per l’auto. Guarda con sospetto e un pizzico di snobismo ai suoi paesani, desidera star da solo, non ha mai nemmeno rivolto la parola all’uomo che vive nei pressi della sua baita.

L’importante è che sia tutto in ordine e pulito altrimenti potrebbe facilmente diventare un vecchio come se ne vedono tanti, “un naufrago senza ancore se non nei suoi stessi pensieri fluttuanti, in cui il tempo ha smarrito la sua sequenza”. Ma l’ancora nei pensieri fluttuanti, nei ricordi, è stata già lanciata da tempo, sebbene Trond faccia finta di non saperlo; da molto tempo, nella profondità di un’estate trascorsa col padre in quegli stessi boschi, al confine con la Svezia.

Quindicenne, ingenuo, rapito dall’amore verso il padre (uomo misterioso ed energico), stordito dal sole e dalla pioggia ghiacciata, dal sorriso sbilenco di un amico dal destino crudele, dai fianchi morbidi di una donna dal vestito di cotone a fiori, dai colpi inferti dal legname, dallo scorrere impietoso del tempo.

Si tratta di una storia che potrebbe toccare, se lo volessimo, le corde più sensibili del nostro animo, sembra essere tutto predisposto alla sofferenza ma Per Petterson lascia libera la scelta e la conclusione, perfino ovvia, è che “in fondo, siamo noi a decidere quand’è che fa male”.

È una storia forte e decisa, è una storia che non strizza l’occhio ai colpi di scena; è una narrazione che accompagna, guida, che, anche nostro malgrado, ci trascina fuori a rubar cavalli. A rubar cavalli? Una scena che sembra accada nonostante tutto, alla quale vorremmo porre un veto, nella quale ci si ritrova invischiati e inermi. Un pezzo di letteratura originale e rara.

Titolo: Fuori a rubar cavalli
Autore: Per Petterson
Editore: Guanda
Dati: 2010, 252 pp., € 16.00

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